Una vasta operazione di contrasto alla criminalità giovanile ha interessato nei giorni scorsi l’intero territorio nazionale. A coordinarla il Servizio Centrale Operativo, con il coinvolgimento delle 106 Squadre Mobili e il supporto dei Reparti Prevenzione Crimine e degli altri uffici della Polizia di Stato. I controlli si sono concentrati sui fenomeni che vedono protagonisti giovani, anche minorenni, singolarmente o in gruppo, con particolare attenzione alle aree di spaccio e ai luoghi della movida.
Il bilancio nazionale. Sono stati controllati oltre 236.000 giovani, di cui più di 23.000 minorenni. Le persone arrestate o sottoposte a fermo di indiziato di delitto sono 644, mentre 1.695 sono state denunciate a piede libero, tra cui 373 minorenni. Gli accertamenti hanno riguardato reati contro la persona e il patrimonio, spaccio di stupefacenti e possesso illegale di armi e strumenti atti ad offendere. Sequestrati ingenti quantitativi di droga, armi da fuoco, armi bianche e denaro contante. Attenzione anche al web: 1.115 profili social sono stati esaminati alla ricerca di contenuti violenti e comportamenti riconducibili alla devianza giovanile.
La situazione nel Maceratese. Anche in provincia la Questura ha predisposto servizi mirati, che hanno portato alla denuncia di sette persone, tra maggiorenni e minorenni, per reati in materia di stupefacenti, contro la persona e porto di armi od oggetti atti ad offendere. Durante i controlli sono stati trovati quantitativi di hashish e cocaina, oltre a un coltello a serramanico. Un uomo è stato inoltre arrestato per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Cinque persone sono state sanzionate in via amministrativa per detenzione di droga per uso personale e segnalate alla competente autorità.
In totale, sul territorio provinciale sono state identificate 469 persone, di cui 75 minorenni, e controllati 154 veicoli. I servizi hanno interessato il capoluogo, le principali località della movida e le zone vicine alle stazioni ferroviarie, cioè i luoghi di maggiore aggregazione giovanile.
Controlli sui locali. In parallelo, la Squadra Amministrativa ha verificato locali ed esercizi commerciali, elevando diverse sanzioni. Il titolare di un’attività è stato denunciato per aver venduto bevande alcoliche a minorenni.
Una vasta operazione di contrasto alla criminalità giovanile ha interessato nei giorni scorsi l’intero territorio nazionale. A coordinarla il Servizio Centrale Operativo, con il coinvolgimento delle 106 Squadre Mobili e il supporto dei Reparti Prevenzione Crimine e degli altri uffici della Polizia di Stato. I controlli si sono concentrati sui fenomeni che vedono protagonisti giovani, anche minorenni, singolarmente o in gruppo, con particolare attenzione alle aree di spaccio e ai luoghi della movida.
Il bilancio nazionale. Sono stati controllati oltre 236.000 giovani, di cui più di 23.000 minorenni. Le persone arrestate o sottoposte a fermo di indiziato di delitto sono 644, mentre 1.695 sono state denunciate a piede libero, tra cui 373 minorenni. Gli accertamenti hanno riguardato reati contro la persona e il patrimonio, spaccio di stupefacenti e possesso illegale di armi e strumenti atti ad offendere. Sequestrati ingenti quantitativi di droga, armi da fuoco, armi bianche e denaro contante. Attenzione anche al web: 1.115 profili social sono stati esaminati alla ricerca di contenuti violenti e comportamenti riconducibili alla devianza giovanile.
La situazione nel Maceratese. Anche in provincia la Questura ha predisposto servizi mirati, che hanno portato alla denuncia di sette persone, tra maggiorenni e minorenni, per reati in materia di stupefacenti, contro la persona e porto di armi od oggetti atti ad offendere. Durante i controlli sono stati trovati quantitativi di hashish e cocaina, oltre a un coltello a serramanico. Un uomo è stato inoltre arrestato per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Cinque persone sono state sanzionate in via amministrativa per detenzione di droga per uso personale e segnalate alla competente autorità.
In totale, sul territorio provinciale sono state identificate 469 persone, di cui 75 minorenni, e controllati 154 veicoli. I servizi hanno interessato il capoluogo, le principali località della movida e le zone vicine alle stazioni ferroviarie, cioè i luoghi di maggiore aggregazione giovanile.
Controlli sui locali. In parallelo, la Squadra Amministrativa ha verificato locali ed esercizi commerciali, elevando diverse sanzioni. Il titolare di un’attività è stato denunciato per aver venduto bevande alcoliche a minorenni.
Nella lotta alla violenza di genere, la programmazione approvata dalla giunta regionale per il biennio 2026-2027 si prefigge l’obiettivo di rafforzare e ampliare gli interventi in merito. Sono 2,8 i milioni di euro destinati a strutture per donne che devono lasciare situazioni di violenza, percorsi che favoriscono l’autonomia lavorativa e personale, servizi di ascolto e accoglienza che puntano a un miglioramento nel territorio marchigiano.
Sono, invece, 538 mila gli euro stanziati per sei nuove strutture, tra Case Rifugio e case di semi-autonomia, arrivate nel 2026 nelle province. Le prime sono strutture che ospitano donne vittima di violenza che lasciano le proprie abitazioni, mentre le seconde sono strutture che aiutano le vittime nei percorsi di indipendenza economica, lavorativa e abitativa.
Ai centri antiviolenza e alle strutture di accoglienza presenti sul territorio, invece, spettano all’incirca 873.454 euro e ulteriori 132.245 euro saranno messi a disposizione per potenziare gli sportelli territoriali, con premura verso le aree interne della regione.
La prossimità territoriale, infatti, rappresenta uno degli elementi fondamentali quando si parla di violenza di genere. Un sistema funziona nella misura in cui ogni soggetto, vale a dire centro antiviolenza, servizio sociale, CUAV, magistratura, forze dell’ordine, è capace di svolgere il proprio mandato nel rispetto degli altri attori.
I dati Istat presenti all’interno del report “Prevenire e combattere la violenza contro le donne: le reti territoriali”, mappano a livello regionale gli accordi, i protocolli e le intese che realizzano reti collaborative di contrasto alla violenza sulle donne.
Quando ci si riferisce a una rete territoriale, difatti, si intende un accordo formale tra enti pubblici e privati, come quelli elencati sopra, che si occupano del processo di accoglienza, protezione, indirizzamento. L’istituzione di una rete territoriale si può realizzare tramite un protocollo d’intesa, un accordo o una convenzione.
Serve ricordare che il numero dei protocolli d’intesa relativi alle varie regioni non è sintomatico di una maggiore o minore presenza sul territorio, in quanto la presenza di un solo protocollo equivale a un assetto centralizzato relativo alle politiche di attivazione delle reti.
La necessità che queste reti territoriali siano presenti fa capo alla firma e alla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Istanbul (Convenzione sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e la violenza domestica) nel 2013, entrata poi in vigore nell’anno successivo.
Nella regione Marche sono presenti 5 protocolli formali firmati, vale a dire che sono presenti 5 attori proponenti e promotori che hanno effettivamente avviato un accordo. Nel territorio del Centro il 96,3% dei centri antiviolenza aderiscono alle reti territoriali e fanno da enti dominanti alle reti metropolitane diffuse, inserendosi all’interno del modello ‘a ragnatela’.
Il perno centrale attorno a cui ruotano le azioni di rete sono gli Ambiti Territoriali Sociali, che ammontano a 23 nella Regione.
“L’attività legata al contrasto alla violenza di genere è un’attività molto fervente nel comune di Macerata, comune capofila dell’Ambito Territoriale Sociale 15 che contempla la presenza di 9 comuni: Macerata, Appignano, Corridonia, Mogliano, Montecassiano, Petriolo, Pollenza, Treia e Urbisaglia. L’attività riguarda quindi tutto il territorio provinciale, con circa 343 donne da tutta la Provincia che si sono rivolte al centro antiviolenza di Macerata dal 1 gennaio 2026” afferma la Vicesindaca del Comune di Macerata e assessore alle Politiche Sociali e alle Pari Opportunità Francesca D’Alessandro.
D’Alessandro spiega che “Il CAV di Macerata non è l’unico punto a cui le donne si possono rivolgere. Ci sono altri sportelli dislocati in tutto il territorio, dalla costa fino all’entroterra: Civitanova, Porto Recanati, Tolentino, Sarnano, Castelraimondo. Insomma ci sono diversi punti che consentono di essere presenti capillarmente all’interno del territorio”, fondamentali non solo in un’azione successiva alla violenza ma anche prima che determinati comportamenti possano manifestarsi.
Il CAV infatti si propone come centro in cui la donna può recarsi per un confronto, per ottenere gli strumenti utili a comprendere le dinamiche di una potenziale relazione disfunzionale in cui i comportamenti espressamente violenti ancora non sono manifesti.
“Parlando anche con il personale altamente formato all’interno dei nostri centri anti-violenza, si ravvisa una certa reticenza da parte delle donne, quasi una paura a rivolgersi ai nostri centri anti-violenza perché magari si associa la possibilità di essere supportate all’obbligatorietà di rivolgersi alle forze di polizia. Questo può sicuramente accadere, quando c’è la necessità, ma non è assolutamente automatico”.
Se il desiderio e il dovere sono quelli di supportare le donne vittima di violenza, è altresì necessario accendere una luce sull’altra faccia della medaglia: chi la commette.
È evidente che si tratti di un problema insito all’interno della società, anche gli uomini sono vittima dello stesso sistema che poi li rende carnefici. Oltre che condannare questi comportamenti, quindi, è necessario agire proprio su coloro che riescono a riconoscere la possibilità di presentare atteggiamenti violenti o che lo hanno già fatto.
Riuscire a rompere il meccanismo che porta gli uomini a credere che determinati comportamenti, anche quelli meno evidenti come chiedere di controllare il telefono, siano sinonimo di amore o che l’essere gelosi equivalga all’avere a cuore l’altra persona è elemento fondamentale nel riuscire a prevenire le richieste ai CAV.
Per questo l’Ambito territoriale prende in carico anche la gestione del CUAV, il centro uomini autori di violenza, che ha come scopo quello di far riflettere gli uomini sul proprio comportamento tramite un percorso che veda in prima battuta l’assunzione di responsabilità della violenza agita. Inoltre, gli scopi principali riguardano la messa in sicurezza della donna e la diminuzione del rischio di recidiva. L’ATS 15, nello specifico, si occupa della gestione dei servizi nelle province di Macerata, Fermo e Ascoli Piceno.
“Il CUAV, il centro uomini autori di violenza, è un centro importante perché pone la prospettiva dal punto di vista dell’uomo che agisce violenza e questo fa sì che si lavori nel senso della consapevolezza di chi mette in atto determinati comportamenti. Non è sempre facile perché questo percorso può essere suggerito e caldamente promosso da parte del questore, ma non è obbligatorio” afferma D’Alessandro.
È fondamentale riuscire a condividere una cultura che non si basi sulla colpevolizzazione della vittima, sullo scarico di responsabilità e sulla minimizzazione e negazione della violenza. Per questo il percorso all’interno del CUAV si concentra anche sulla necessità che all’interno degli uomini autori di violenza si installi la percezione e la consapevolezza degli effetti dannosi che le loro azioni hanno, oltre che sulla vittima, anche su chi sta intorno, come ad esempio possibili figli.
Inoltre, è prioritario rendere capaci di riflessione critica sull’identità maschile e sull’idea di virilità, e su come questi due elementi siano strettamente connessi alla violenza di genere, cercando di destrutturare atteggiamenti ostili e stereotipi.
Le modalità che permettono la presa in carico da parte del CUAV si differenziano in base alle circostanze legate alla situazione dell’individuo. L’accesso può essere spontaneo, a seguito di ammonimento, su disposizione del Tribunale, su invio dell’Ufficio esecuzione Penale Esterna, a seguito della sospensione condizionale della pena.
Le difficoltà che vengono riscontrate maggiormente all’interno di questo percorso sono la resistenza a riconoscere l’effettiva responsabilità, la motivazione iniziale e anche la continuità del percorso. Il fatto che gli interessati partecipino agli incontri non coincide necessariamente con un cambiamento che possa essere considerato effettivo e soprattutto duraturo.
“Andare alla radice di questi comportamenti disfunzionali e capire insieme all’uomo perché agisce violenza permette di rielaborare anche certi comportamenti. I risultati sono abbastanza soddisfacenti”.
Nonostante questo, però, sulla reale efficacia dei CUAV e del loro operato non sono ancora presenti dati strutturati che consentano di parlare di questo aspetto, in quanto questi centri hanno iniziato ad agire sul nostro territorio a partire da fine 2022. Al netto di un aumento considerevole delle richieste di accesso, ciò che è da prendere in considerazione nei prossimi anni per riuscire ad avere un quadro più a fuoco dovrà concentrarsi sulla riduzione della violenza e sul mantenimento dei cambamenti nel tempo, piuttosto che sui numeri relativi all’inizio e alla conclusione di un percorso.
Nella vita e nel percorso professionale di Andrea Pizzarulli, ingegnere e fondatore di Civitanavi Systems - azienda leader mondiale nella progettazione e produzione di sistemi di navigazione inerziale - l’orientamento non è mai stato soltanto una questione di coordinate geografiche, ma anche una forma di ascolto della propria vocazione.
In questo nuovo episodio del podcast «Nati per…» esploriamo la storia di un uomo che ha trasformato un’intuizione tecnologica in un’eccellenza globale, dimostrando che i grandi traguardi non nascono soltanto negli hub metropolitani, ma anche là dove radici, coraggio e visione sanno incontrarsi.
La storia di Andrea parte da Civitanova Marche, una laurea in Ingegneria Elettronica ad Ancona, fino al grande salto nel vuoto negli anni Duemila, quando arriva nella Silicon Valley per lavorare come Chief Engineer in Terawave Communication.
È il momento in cui il talento, quella scintilla originaria che spinge l'individuo a realizzare la propria natura, si confronta con l'energia e il rischio dell'innovazione.
Pizzarulli avrebbe potuto restare negli Stati Uniti; invece, con grande coraggio, dopo cinque anni decide di tornare nelle Marche, portando con sé il respiro internazionale e la consapevolezza che il talento non ha bisogno di confini prestabiliti. Così, nel 2012, affronta il rischio di creare una propria impresa e fonda Civitanavi Systems.
In un settore dominato da colossi mondiali, l'azienda marchigiana diventa rapidamente un punto di riferimento internazionale nella progettazione di sistemi di navigazione inerziale ad alta precisione: una tecnologia capace di orientare aerei, navi e veicoli complessi anche quando il segnale GPS scompare. Una crescita costruita sulla fiducia in un team di giovani e sulla forza della squadra, anziché sull'ipertrofia del singolo.
Così, Andrea Pizzarulli arriverà a quotare in borsa la sua società.
Poi l’inaspettato: la multinazionale americana Honeywell (il principale competitor mondiale) nota Civitanavi dopo aver perso una gara d'appalto internazionale contro di loro. Chiedendosi chi fosse questo attore emerso dalle Marche, decidono di volerli conoscere.
Nel 2024 Honeywell acquisisce Civitanavi Systems con un'operazione dal valore complessivo di circa 200 milioni di euro, integrando la tecnologia marchigiana nella propria offerta.
La traiettoria di Civitanavi, culminata nella grande operazione industriale che ha portato l'azienda nel network globale di Honeywell, non è soltanto una storia di successo economico, ma anche la dimostrazione di come la visione, unita all'autenticità e alla coerenza, possa ridefinire gli standard di un intero mercato.
In questa conversazione, Andrea Pizzarulli ci accompagna dentro le tappe di un viaggio straordinario: dall'infanzia, le prime domande sul funzionamento del mondo fino alla maturità di un imprenditore che continua a guardare lontano, ricordandoci che il vero talento non è mai un punto d'arrivo, ma una rotta da mantenere sempre viva con nuovi progetti.
Ascolta la storia di Andrea Pizzarulli: la puntata di "Nati per..." è disponibile ora su YouTube, Facebook e Spotify!
Ritenevamo davvero di averle sentite tutte, e invece i pretoriani dell’ordine costituito riescono sempre a sorprenderci. E talvolta anche, pur nel tragico giuoco degli eventi, a strapparci un sorriso. L’ultima sortita degna di nota è quella del ministro Guido Crosetto, esponente di spicco del governo della destra bluette liberal-atlantista, filoucraina e filoisraeliana. Nei giorni scorsi, il Crosetto ha dichiarato senza perifrasi edulcoranti che dietro i violenti scontri che hanno sconvolto Milano vi sarebbe la guerra ibrida che la Russia di Putin conduce contro l’Europa.
Lo ha detto veramente e neppure come ipotesi, bensì come certezza incontrovertibile. Non mi dilungo sulla questione delle manifestazioni violente, delle quali già ho detto a sufficienza: in sintesi, giusti i motivi della protesta, inqualificabili gli atti di violenza, di cui sarebbe opportuno chiarire l’identità dei responsabili e magari anche se non siano appositamente inviati da qualcuno per delegittimare le manifestazioni. Lasciando comunque da parte questa non trascurabile questione, soffermiamoci ancora sulle surreali parole del ministro Crosetto. In questi ormai quattro anni e più di guerra in Ucraina, le abbiamo sentite davvero tutte: una costante è stata ed è l’attribuzione di ogni responsabilità e di ogni male alla Russia di Vladimir Putin. Poco ci manca che non indichino il presidente russo come responsabile anche per la strage di Ustica e per il delitto di Garlasco.
Un livello così intenso e francamente fumettistico di propaganda non si era probabilmente mai registrato in Europa. A tal punto da fare apparire lo stesso Orwell come un dilettante al cospetto dei menestrelli dell’ordine costituito. Chi abbia letto con cura 1984 di Orwell, non stenterà a riconoscere nel Vladimir Putin raccontato dai media europei il profilo di Emmanuel Goldstein, il nemico assoluto del partito, responsabile di ogni malefatta e buono soprattutto per dirottare permanentemente lo scontento degli abitatori della realtà totalitaria delineata dallo stesso Orwell. È, comunque, intervenuto direttamente Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, sulla risibile questione delle presunte interferenze russe nelle proteste che stanno travagliando mezza Europa e, soprattutto, la Francia e l’Italia. Si tratta di una tesi demenziale da qualsiasi punto di vista la si analizzi, buona soltanto a rincitrullire ulteriormente l’opinione pubblica europea, quella a cui si vuol far credere da tempo che Vladimir Putin sia il responsabile di ogni contraddizione e di ogni malefatta.
Ebbene, Putin è intervenuto chiarendo l’estraneità totale della Russia rispetto alle proteste e, di più, sostenendo che tali accuse ignobili rivelano soltanto come i leader europei siano deboli e incapaci. A dire il vero, l’espressione utilizzata da Putin risulta fin troppo tenera e clemente. In un perfetto stile orwelliano, l’Unione Europea non perde occasione per attribuire a Putin la responsabilità di ogni possibile colpa, ovviamente senza mai portare lo straccio di una prova. La verità è che l’Unione Europea sta precipitando nel baratro, a causa della sua stessa struttura così come è codificata nei suoi trattati, ma poi anche per via della profondissima insipienza dei suoi leader, deboli e incapaci, per riprendere la perifrastica locuzione di Putin.
Ancora più radicalmente, non sarebbe inappropriato sostenere che l’Unione Europea figura attualmente come una gabbia di matti, gestita da nostromi senza mappe nautiche e guidata da cavalieri che non hanno l’idea di cosa sia un cavallo. A patirne le conseguenze sono ovviamente soprattutto i popoli europei, che stanno scontando sulla loro carne viva le contraddizioni della gestione europea del conflitto ucraino: questa è, in effetti, la causa prima delle proteste che stanno incendiando l’Europa, cosa che ovviamente i leader europei si guardano bene dall’ammettere, preferendo scaricare ignobilmente la colpa sulla Russia di Putin. Ancor più sconvolgente rispetto a questo indecoroso atteggiamento dei leader europei è il fatto che larga parte della popolazione europea si beva questa narrazione manicomiale, credendo davvero che la Russia sia il nostro nemico e non capendo che quest’ultimo non è a Mosca ma a Bruxelles.
Aveva una condanna definitiva da scontare per spaccio di droga e i Carabinieri sono andati a prenderlo. Un 45enne del posto, già noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato dai militari della Stazione di Castelraimondo in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Macerata.
L’uomo dovrà espiare una pena residua di 2 anni, 6 mesi e 4 giorni di reclusione, per diverse condotte di spaccio di sostanze stupefacenti commesse nella provincia di Macerata. Dopo le formalità di rito, è stato accompagnato alla Casa Circondariale di Fermo, a disposizione dell’autorità giudiziaria.
L’inverno fa il suo primo ingresso sulle montagne marchigiane. Con le temperature in picchiata, la prima neve della stagione è tornata a imbiancare l’Appennino, dal Catria e dal Nerone, nel Pesarese, fino ai Sibillini e ai Monti della Laga.
I fiocchi cadono mediamente a partire dai 1.100-1.200 metri di quota, ma durante i rovesci più intensi il limite delle nevicate può scendere temporaneamente fino ai mille metri, avvicinandosi così ai centri abitati dell’entroterra.
Il freddo si fa sentire soprattutto sulle cime più alte, dove il termometro è già sceso sotto lo zero. Sul versante maceratese dei Sibillini, a Monte Bove e a Monte Prata sono stati registrati -3 gradi, mentre a Pintura di Bolognola, località nota agli appassionati della neve, la colonnina di mercurio si è fermata a -1.
Un assaggio d’inverno che, per ora, regala soprattutto un colpo d’occhio suggestivo, ma che invita alla prudenza chi nelle prossime ore intende salire in quota: con temperature vicine allo zero e precipitazioni intermittenti, non si escludono fondo stradale scivoloso e condizioni variabili lungo le strade di montagna.
(Foto Bolognola Sky)
Incidente stradale questa mattina, poco prima delle 8:30, a Macerata, lungo via Bramante, dove due automobili sono rimaste coinvolte in uno scontro. Il bilancio è di due donne ferite, entrambe accompagnate al pronto soccorso per accertamenti.
L'impatto si è verificato in corrispondenza della curva a gomito situata a poche centinaia di metri dal cimitero cittadino. Ancora da chiarire la dinamica dell'incidente: sulle cause dello scontro sono in corso gli accertamenti della polizia locale.
Ad avere la peggio sono state la conducente e la passeggera di una delle due vetture. Entrambe hanno riportato ferite lievi e sono state soccorse dal personale del 118, intervenuto sul posto con un'ambulanza. Le due donne sono state trasportate all'ospedale di Macerata in codice verde. Le loro condizioni non destano preoccupazione.
L'incidente ha avuto ripercussioni anche sulla circolazione, con rallentamenti e qualche coda nel tratto interessato. A rendere il traffico particolarmente intenso è stata anche la concomitanza con la giornata della Commemorazione dei defunti, che ha richiamato numerose persone al cimitero.
Sul posto è intervenuta inizialmente anche una pattuglia della polizia stradale, di passaggio nella zona, che ha contribuito a gestire la viabilità in attesa dell'arrivo degli agenti della polizia locale, ai quali sono affidati i rilievi per ricostruire quanto accaduto.
VALFORNACE – Lutto in tutto il territorio per la scomparsa di Elda Luchini Varnelli, presidente della nota Distilleria Varnelli e storico punto di riferimento dell’imprenditoria marchigiana. A ricordarne la figura, a nome dell’Amministrazione comunale e dell’intera cittadinanza, è il sindaco di Valfornace Massimo Citracca, che ne sottolinea l’eredità umana, professionale e identitaria.
«La scomparsa della signora Elda – afferma il primo cittadino – segna un momento di profondo dolore per tutto il nostro territorio. Parlare di Elda Luchini Varnelli significa parlare della storia stessa di Pievebovigliana e della comunità di Valfornace. La sua figura si è intrecciata a doppio filo con la crescita economica, sociale e culturale della nostra realtà, incarnando un modello di dedizione e di visione imprenditoriale non comune».
Laureata in Farmacia all’Università di Camerino e figlia di farmacisti, Elda sposò nel 1949 Girolamo Varnelli. Nel 1975, dopo la prematura scomparsa del marito, assunse con coraggio e determinazione la guida dell’azienda. Insieme alle tre figlie ha condotto la distilleria per mezzo secolo, con una gestione al femminile che si è rivelata pionieristica nel panorama industriale italiano. Il suo percorso ha saputo unire il rispetto delle antiche ricette dei Sibillini con l’espansione sui mercati internazionali e con l’innovazione della società, di cui è stata presidente.
Il suo ruolo è andato ben oltre l’attività d’impresa. Nel 1981 è stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ha inoltre presieduto la Rocchetta Acque Minerali e si è dedicata al sociale e alla cultura attraverso la Fondazione Girolamo Varnelli.
Il ricordo del sindaco. «Per Valfornace – conclude Citracca – il nome Varnelli non è solo un marchio leader o un’eccellenza che porta le Marche nel mondo: è la radice stessa del paese, è casa, è un simbolo identitario in cui si riconosce ciascun cittadino. La dottoressa Elda ha difeso, valorizzato e amato le nostre terre anche nei momenti di maggiore prova, con sobrietà, rigore e straordinaria generosità. Ci stringiamo con immenso affetto attorno alle figlie e alla famiglia tutta. La sua lezione di vita e di lavoro rimarrà per sempre un faro per le future generazioni di Valfornace».
Lasciarsi non significa solo cancellare un ipotetico futuro insieme, ma anche dover rinunciare a quella sfumatura irripetibile di noi, che si era accesa di riflesso all’altra persona.
La fine di una relazione provoca da un lato dolore per l’aspettativa di un amore che improvvisamente si dissolve, lasciando il vuoto delle innumerevoli possibilità; dall’altro per aver perso quella parte che eravamo con lui o con lei.
Quando ci leghiamo in maniera autentica a una persona, questa attiva in noi una parte che esiste soltanto in risonanza con l’altro, perché ogni legame fiorisce esclusivamente dalle sfumature del mondo interiore di quelle due esistenze: scopriamo, così, un particolare modo di sorridere che, senza di lui o di lei, non avremmo mai visto.
Ogni essere umano è irripetibile e, proprio per questo, ogni relazione a due è un microcosmo irriproducibile.
Quando la storia si interrompe, è la fine di un vero ecosistema emotivo, in cui perdiamo non solo un compagno, ma quella specifica versione di noi stessi che solo quella persona sapeva accendere. La sua assenza ci rende orfani della nostra stessa luce.
A sostegno di tale tesi, Carl Gustav Jung definisce le relazioni come l’incontro tra due universi psichici che si trasformano a vicenda: l’altro agisce come uno specchio di parti inesplorate del nostro inconscio.
Oggi questa realtà è difficile da esplorare perché ci si ferma molto prima che una relazione possa raggiungere questo grado di intensità.
Raramente si ha il coraggio di vivere una storia in maniera profonda e autentica, perché l’esperienza con l’altro rischierebbe di derubarci della nostra precedente identità per condurci verso altre strade, portando inevitabilmente a una trasformazione.
È più semplice rimanere in superficie, circondarsi di tante relazioni illudendosi di non essere soli, restando nel proprio mondo di certezze capaci di sostenere l’immagine che abbiamo scelto di dare al mondo.
In questo modo l’ego è soddisfatto e la dopamina quotidiana è garantita, così l’essenza vera della nostra identità viene messa a tacere, perché ritenuta troppo difficile da sostenere.
Quindi perché preoccuparsi? Dopotutto, la soluzione più comoda l’abbiamo già trovata. Nessun dramma da separazione, zero rischi di risvegliare l’inconscio: oggi ci si ferma prudentemente appena si profila il pericolo che l’altro possa smuovere qualcosa dentro di noi e costringerci a cambiare.
Un piano di salvataggio perfetto: un bel taglio e via verso la prossima distrazione. In fondo, che bisogno c’è di mettersi in gioco e rischiare di scoprire chi siamo davvero.
Il vero eroe di oggi è chi ha “coraggio”: colui che, nel significato etimologico del termine, - cor habeo - , ha cuore e lo mette fino in fondo nelle relazioni, anche a costo di soffrire.
In tal modo si può crescere attraverso l’esperienza, accogliere ed integrare le nuove parti di noi, scoperte insieme all’altro.
Torna come ogni domenica la rubrica curata dall’avvocato Oberdan Pantana “Chiedilo all'Avvocato”.
Questa settimana, le numerose mail arrivate hanno interessato principalmente la tematica relativa ai rapporti interpersonali e nello specifico alle problematiche inerenti le separazioni dei coniugi.
Ecco la risposta del legale Oberdan Pantana, alla domanda posta da un lettore di Macerata che chiede: “Se la moglie contrae comunque matrimonio nonostante l’incertezza dei propri sentimenti verso il futuro marito e poco dopo infatti viene lasciato il marito ha diritto ad un risarcimento danni?”
Il caso di specie ci porta ad analizzare una vicenda di recente affrontata dalla Suprema Corte nella quale, a sei mesi dalle nozze, lei chiede e ottiene in un Tribunale ecclesiastico la nullità del vincolo matrimoniale. A tale scopo sono decisive le parole della donna, la quale riconosce di «avere escluso il bene della indissolubilità del matrimonio e di essersi sposata con l'intenzione di rimanere tale per lo stretto tempo necessario a fare una prova, onde verificare se l'unione potesse reggere», e spiega che «tale intendimento» è stato da lei «totalmente sottaciuto al marito, che ne è venuto a conoscenza soltanto in occasione della causa canonica per la nullità del matrimonio religioso».
A fronte di tale quadro, il marito reagisce citando in giudizio la moglie al fine di ottenere un adeguato risarcimento, addebitandole la colpa di «avergli celato la determinazione di sposarsi per prova». Per i giudici di merito però, la pretesa avanzata dall'uomo è priva di fondamento. Così, sia in primo che in secondo grado, si vede respinta la richiesta risarcitoria avanzata. In Tribunale e in Appello infatti, i giudici sottolineano «l'irrilevanza per l'ordinamento italiano dell'esistenza di una causa di invalidità del matrimonio religioso».
La vicenda finisce in Cassazione, e gli stessi magistrati pongono in evidenza, come fatto anche dai giudici d'Appello, «l'assenza di un comportamento da parte della donna che possa essere configurato quale produttivo di un danno ingiusto, o altrimenti pregiudizievole sulla base di una sorta di responsabilità prenegoziale». L'assunto di fondo dell'uomo è «la denuncia della portata dannosa della mancata comunicazione da parte di uno dei coniugi, prima della celebrazione delle nozze, della riserva mentale di contrarre il matrimonio per prova, ossia quale esperimento derivante dalla condizione di incertezza della futura sposa circa la possibilità dell'insorgenza di fatti che avrebbero potuto rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza».
Per quanto concerne la responsabilità risarcitoria per la mancata comunicazione, da parte della donna, della riserva mentale sulla possibile dissolubilità del matrimonio a causa del ravvisato concreto rischio di emersione di fatti che avrebbero potuto rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, rischio che la futura sposa si era rappresentata al punto di contrarre il matrimonio per prova, i magistrati osservano che «la libertà matrimoniale è un diritto della personalità, sancito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo» e «benché il matrimonio sia un atto di autonomia privata, non può esservi attribuito l'effetto impegnativo del vincolo» previsto in materia di efficacia dei contratti, anche perché non si può ignorare l'esistente «diritto di chiedere la separazione giudiziale al cospetto di un fatto tale da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza».
Non a caso, in materia di famiglia è previsto «il diritto di ciascun coniuge, a prescindere dalla volontà o da colpe dell'altro coniuge, di separarsi e divorziare, in attuazione di un diritto individuale di libertà riconducibile alla Costituzione». Per fare chiarezza poi, sottolineano che «l'atto di impegno matrimoniale è rimesso alla libera e responsabile scelta del soggetto, quale espressione della piena libertà di autodeterminarsi al fine della celebrazione del matrimonio.
Tale libertà non può essere limitata da un obbligo giuridico di comunicare al proprio coniuge uno stato soggettivo quale l'incertezza circa la permanenza del vincolo matrimoniale, avvertendo il soggetto il rischio concreto della sua dissoluzione ed effettuando la scelta matrimoniale nella consapevolezza di tale rischio, ciò che in altri termini comporta un tentativo o prova di convivenza matrimoniale. Affinché tale libertà non sia compromessa dall'incombenza di una conseguenza quale la responsabilità risarcitoria derivante dall'inottemperanza ad un dovere giuridico, la comunicazione, in quanto relativa alla sfera personale affettiva, può comportare esclusivamente un dovere morale o sociale».
Pertanto, in risposta alla domanda del nostro lettore e in adesione con il più autorevole orientamento della Suprema Corte, si può affermare che, «La riserva mentale circa la concreta possibilità della dissoluzione del matrimonio è così improduttiva di effetti per l'ordinamento italiano, sia dal lato del coniuge portatore della riserva, che non può avvantaggiarsene fino a conseguire la nullità del matrimonio – in conformità, del resto, alla generale irrilevanza della riserva mentale in materiale negoziale –, sia dal lato dell'altro coniuge, che non è titolare di un interesse meritevole di tutela risarcitoria per l'ordinamento, per avere fatto affidamento sulla mancanza di quella riserva» (Cass. Civ. Sez. III, Ord. 05.11.2024 n. 28390).
Rimango in attesa come sempre delle vostre richieste via mail, dandovi appuntamento alla prossima settimana.
Sei mesi appena e l'esperienza in Futuro Nazionale è già arrivata al capolinea. Paolo Diop annuncia il suo addio al movimento attraverso un post, nel quale non risparmia critiche alle scelte e agli atteggiamenti che avrebbe riscontrato nelle Marche. Una decisione maturata dopo una crescente distanza tra le aspettative iniziali e la realtà politica incontrata.
«Avevo aderito a Futuro Nazionale perché pensavo potesse essere il partito della gente e per la gente», esordisce Diop, spiegando di essersi però trovato di fronte a situazioni che lo hanno allontanato da quell'idea e dai cittadini che il movimento vorrebbe rappresentare. «Mi aspettavo ascolto, umiltà e vicinanza alle persone. Invece, alcune presenze politiche mi hanno lasciato perplesso».
Tra i nomi citati c'è quello di Fabrizio Ciarapica, proveniente da Forza Italia, insieme al vicevicario responsabile regionale, che Diop afferma risiedere in Svizzera. Proprio su quest'ultima scelta concentra una parte delle proprie perplessità: «Se si afferma “prima gli italiani”, è legittimo chiedersi come si concili questo principio con la scelta di affidare un ruolo regionale così importante a una persona che risiede all'estero». Una riflessione che, precisa, «non è un'accusa, ma una questione sulla quale credo sia giusto fare chiarezza».
Il tono del messaggio si fa ancora più netto quando Diop ripercorre la propria esperienza politica. Racconta di aver militato in precedenza soltanto in due partiti, Fratelli d'Italia e Lega, e ammette che non avrebbe mai pensato di abbandonare una formazione dopo appena sei mesi. «Questa è stata la parentesi più breve della mia esperienza politica», scrive, prima di rivolgere un saluto a chi ha scelto di restare: «Auguro buona continuazione a chi continua a crederci, ma io non ci casco più».
Alla base della decisione, secondo quanto raccontato, c'è soprattutto una diversa idea di rinnovamento politico. Diop contesta un modello nel quale, a suo giudizio, le appartenenze e il peso delle disponibilità economiche rischiano di prevalere sulle persone. «Per me, il rinnovamento deve mettere al centro le persone, non le appartenenze o il peso delle disponibilità economiche», sottolinea.
E conclude con una critica diretta all'esperienza marchigiana del movimento: «La politica dovrebbe essere vicina ai cittadini, credibile e capace di ascoltarli: oggi, purtroppo, non ritrovo questi valori in Futuro Nazionale nelle Marche».
"Riteniamo che Andrea Foglia sia brava persona, un professionista molto capace e che vada ascoltata, ma per essere il nostro candidato sindaco deve dimostrare di diventare un cammello che riesce a entrare nella cruna dell'ago". È la conclusione, tutt'altro che diplomatica, della presa di posizione del mondo riformista civitanovese dopo la presentazione ufficiale di Andrea Foglia e del suo 'Progetto Civitanova', l'associazione civica e indipendente che ha annunciato il percorso verso le elezioni comunali del 2027.
A firmare il documento sono esponenti di Marche in Azione con Calenda, ovvero Ivo Costamagna, Alessio Botticelli, Alessandro Marinozzi e Federico Valori, e della Federazione dei Riformatori, con Luca Sollini, Giovanna Marchionni e Carmine Sbrescia. Una presa di posizione che mette in discussione contenuti e soprattutto metodo dell'iniziativa presentata da Foglia all'Hotel Miramare, dove ha ufficializzato la propria disponibilità a guidare un progetto per il futuro della città.
Il primo affondo riguarda proprio le modalità con cui il fisioterapista ha scelto di lanciare la sua proposta politica: "Foglia invita tutti, senza alcuna differenziazione, parla al "popolo" (quello stesso che scelse... Barabba) ignorando la funzione, costituzionalmente fondamentale, dei partiti politici, non esprime alcun giudizio sull'operato dell'attuale amministrazione, che infatti è presente in prima fila con il sindaco Ciarapica e la sua 'splendida' giunta".
Nel mirino dei firmatari finisce anche la prospettiva decennale illustrata da Foglia, che guarda alla Civitanova del 2037 senza, secondo i riformisti, affrontare adeguatamente le emergenze del presente. "Ci illustra il programma per il... 2037 mentre invece Civitanova è impegnata in una battaglia di sopravvivenza quotidiana", scrivono, contestando anche quella che definiscono una nuova, ennesima variante edilizia: "L'edificazione etica", totalmente arbitraria e, secondo i rappresentanti di Azione e Riformatori, non soggetta alle leggi e al regolamento urbanistico in vigore.
Altra questione sollevata riguarda gli ispiratori politici del progetto. "Foglia, inoltre, nasconde i suoi 'ispiratori' ma non le loro lunghe... 'ombre' (come sempre accade quando ci avviciniamo al tramonto)", attaccano i firmatari. Critiche anche sui temi della sanità e della sicurezza, indicati da Foglia tra i punti cardine della sua proposta: "Ci parla di sanità e sicurezza che sono questioni che abbiamo a cuore tutti ma che non sono di competenza del sindaco, se non in modo del tutto residuale".
La presa di posizione si trasforma, quindi, in un appello alla mobilitazione dei cittadini e dello stesso mondo riformista, che rivendica il proprio ruolo nella storia amministrativa della città: "Il nostro vuole essere un richiamo alla mobilitazione a tutti i cittadini di Civitanova Marche che è, ancora oggi, emarginata economicamente e politicamente ed al mondo riformista troppo a lungo ingiustamente criminalizzato".
E ancora: "Lo diciamo con l'orgoglio di chi ha caratterizzato e guidato, con sindaci rimasti nei cuori dei civitanovesi, le fasi più significative dello sviluppo della città. Non abdicheremo dinanzi ad una... foglia al vento d'autunno".
Il messaggio finale a Foglia, dunque, lascia aperta la porta al confronto, ma non equivale a un sostegno alla sua candidatura. Il riconoscimento delle qualità personali e professionali del promotore di Progetto Civitanova non basta, almeno per ora, a convincere il fronte riformista.
Mercoledì 28 ottobre, con una cerimonia al Quirinale alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del Ministro della Salute Schillaci, del Ministro della Ricerca Anna Maria Bernini, del Presidente della Fondazione AIRC Andrea Sironi e della direttrice scientifica Anna Mondino, si è aperta la nuova edizione dei “Giorni della Ricerca”, la campagna nazionale dell’AIRC, di cui quest’anno ricorrono 61 anni di attività.
Molti mezzi di comunicazione pubblici e privati stanno ricordando il numero 45521, attraverso il quale, con un semplice SMS o una telefonata da numero fisso o da cellulare, tutti possono contribuire al finanziamento della ricerca contro il cancro. In tantissime piazze, sabato 7 novembre, sarà possibile contribuire acquistando i cioccolatini della ricerca. Anche nei nostri territori si stanno svolgendo manifestazioni culturali e sportive per stimolare l’attenzione dei cittadini verso una delle problematiche più importanti per la prevenzione e la preservazione della salute.
Il cancro è una patologia con grande incidenza, può colpire tutti gli organi del nostro corpo e la mortalità è ancora alta, seconda solo a quella delle patologie cardiovascolari. Se fino a non molti anni fa il malato di cancro vedeva di molto ridotta la sua aspettativa di vita, in tanti casi ridottissima, oggi possiamo dire che la situazione è radicalmente cambiata. Tanti malati di cancro sopravvivono a lungo e parecchi, soprattutto per certe tipologie di tumore, guariscono; la sensazione è che siamo avviati verso un percorso virtuoso della scienza che approderà in tempi non troppo lunghi alla sconfitta del cancro. Il merito di questa esaltante aspettativa è della ricerca.
L’AIRC ne è un veicolo importante: non solo riesce a procurare i fondi, ma negli ultimi 50 anni è riuscita a creare una comunicazione che stimola la prevenzione, fondamentale per le patologie oncologiche, e la diagnosi precoce, alla base di una vittoria sulla malattia. L’AIRC significa anche l’impegno di tanti ricercatori, giovani e meno giovani, che assaporano il piacere e la soddisfazione di vedere pian piano sgretolarsi il mito dell’invincibilità di un’anomala e devastante mutazione di tessuti, con la grande probabilità, attraverso le metastasi, di infiltrare altri organi con una progressiva distruzione dei principi vitali.
La ricerca, con applicazione, pazienza e costanza, ha trovato sempre uno spiraglio nella diagnosi e nella cura; gli spiragli ne hanno aperti altri e le specialità medico-scientifiche più interessate all’argomento (la radiologia, nelle sue varie forme diagnostiche ma anche terapeutiche, la chirurgia, la farmacologia), con una simbiosi operativa e di supporto continuo, hanno ottenuto risultati fino alla grande speranza di oggi.
Gli input e le indicazioni per tutti, però, arrivano dagli anonimi laboratori di ricerca, dall’osservazione di un numero infinito di reazioni chimiche e biochimiche, dalle sperimentazioni tra provette e sofisticate macchine dell’ingegneria medicale. Il ricercatore e le squadre di ricercatori elaborano un progetto, lo perseguono, e devono essere pronti a persistere o a cambiare strada a seconda dei risultati quotidiani. Se oggi il cancro può essere curato con una chirurgia molto conservativa, con una chemioterapia mirata e specifica, priva dei devastanti effetti collaterali generali, e se possiamo addirittura pensare a una stimolazione del nostro sistema immunitario che blocchi subito le cellule anomale, lo dobbiamo ai comunicati che escono da quelle stanze appartate e qualche volta buie, dove uomini e donne lavorano per raggiungere un risultato scientifico di successo, utile a tutti. A volte la vita dei ricercatori riserva sorprese inaspettate: non raramente cercavano un risultato e ne hanno scoperto per caso uno più importante. Un esempio non proprio calzante, ma attinente, sono gli studi sull’mRNA per ricercare la via immunitaria contro il cancro: pur conservando la sua originaria finalità, questa ricerca è risultata essenziale per la realizzazione, in tempi record, di un vaccino contro il Covid.
Ultimamente è arrivata una notizia davvero confortante: la scoperta di un intervento terapeutico nell’ambito di una ricerca internazionale con protagonista il Policlinico Gemelli di Roma. Si tratta di un intervento sui malati di tumore del pancreas non operabile, con l’iniezione di un farmaco denominato “colla radioattiva” che riduce il tumore e ne ferma l’espansione, aumentando di molto la prospettiva di vita.
La ricerca e i suoi attori sono il fulcro dello sviluppo della civiltà umana. Oggi abbiamo riservato la nostra attenzione alla ricerca medico-scientifica e, specificatamente, alla ricerca contro il cancro, ma la ricerca è alla base di ogni attività umana, per migliorarla e renderla più utile alla nostra vita. Escluderei da questa virtuosa compagnia tutti quelli che si adoperano per trovare le armi più sofisticate e i metodi per distruggere la vita.
Ho avuto occasione, per il mio lavoro, di conoscere due tra i più grandi ricercatori della scienza medica insigniti del premio Nobel: la professoressa Rita Levi Montalcini e il professore Renato Dulbecco. La professoressa Montalcini in due occasioni ha cercato di spiegarmi i suoi studi sulle cellule del cervello; il professor Dulbecco, in un incontro di più di tre ore, mi parlò del DNA, dei cromosomi e del nostro patrimonio genetico. Due occasioni che non potrò mai dimenticare. Cercai di incamerare le loro nozioni, ma soprattutto rimasi colpito dal loro sguardo, dalla loro espressione serena e gentile di sognatori… I ricercatori possono trasformare il sogno in realtà.
Una nuova prospettiva nella lotta contro il mieloma multiplo, con l'obiettivo di arrivare alla guarigione evitando il trapianto di cellule staminali. Due pazienti marchigiani, entrambi uomini di 53 e 58 anni, sono stati arruolati in un innovativo trial clinico internazionale avviato dalla Clinica Ematologica dell'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche.
I due pazienti, residenti rispettivamente nella provincia di Fermo e nel Maceratese, sono stati ricoverati nei giorni scorsi all'ospedale di Torrette, dove sono stati presi in carico sotto il profilo clinico, logistico e organizzativo. La struttura, diretta dalla professoressa Antonella Poloni, partecipa così a uno studio multicentrico globale che potrebbe segnare un'importante evoluzione nel trattamento di questa patologia. Altri pazienti sono già in attesa di poter entrare nel protocollo.
Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che interessa prevalentemente la popolazione anziana, con un'età media alla diagnosi intorno ai 70 anni. Per i pazienti più giovani e idonei, il percorso terapeutico tradizionale prevede generalmente cicli di chemio-immunoterapia seguiti dal trapianto autologo di cellule staminali, una procedura efficace ma particolarmente impegnativa per l'organismo e associata a importanti effetti tossici.
La sperimentazione internazionale introduce una strategia differente, basata sull'impiego di un anticorpo trispecifico di ultima generazione. Si tratta di una molecola progettata per legarsi contemporaneamente alle cellule tumorali e a quelle del sistema immunitario, potenziando la risposta di quest'ultimo e indirizzandola in maniera mirata contro la malattia.
La novità più significativa riguarda proprio la possibilità di superare il ricorso al trapianto autologo e alla relativa chemioterapia. Il protocollo prevede inoltre un trattamento immunoterapico limitato nel tempo, anziché una terapia cronica. L'obiettivo è eliminare completamente la malattia residua fin dalle prime fasi della diagnosi, puntando alla guarigione.
"L'arruolamento dei primi due pazienti giovani in un protocollo così ambizioso rappresenta un momento di grande orgoglio e speranza per la nostra ematologia e per l'intera comunità scientifica – spiega la professoressa Antonella Poloni –. Essere parte attiva di questo network internazionale ci consente di offrire ai nostri pazienti l'accesso immediato alle terapie più avanzate al mondo".
La direttrice della Clinica Ematologica sottolinea il cambio di prospettiva offerto dalla sperimentazione: "L'obiettivo non è più solo cronicizzare la malattia o prolungare la sopravvivenza, ma eradicare il mieloma all'esordio sfruttando la massima potenza dell'immunoterapia ed evitando procedure invasive come il trapianto".
Poloni ha inoltre rivolto un ringraziamento al dottor Offidani e alla dottoressa Morè, responsabili del Team Mieloma, per la professionalità nella gestione dei pazienti, e al professor Gianluca Moroncini, direttore della Clinica Medica dell'AOUM, per la collaborazione che consente di seguire i casi più complessi.
L'avvio del trattamento sui primi due pazienti è avvenuto nel rispetto dei rigorosi standard di monitoraggio previsti dal protocollo internazionale. La sperimentazione dovrà verificare non soltanto l'efficacia della nuova terapia, ma anche il suo profilo di tollerabilità. Un percorso ancora in fase di studio, che apre tuttavia nuove prospettive per il trattamento del mieloma multiplo e per i pazienti più giovani.
MATELICA – Due punti pesanti, ma conquistati con un’inattesa dose di sofferenza. La Halley Matelica batte 77-72 la B-Chem Civitanova, avversaria che non ha mai smesso di crederci, e mantiene il terzo posto in classifica. La Vigor era arrivata a condurre di 18 lunghezze nel quarto periodo, prima di un black-out offensivo che ha rischiato di costare carissimo.
Primo tempo in equilibrio. La gara si apre all’insegna dell’incertezza: nessuna delle due squadre riesce a scavare un solco superiore alle quattro lunghezze, con parziali alterni dettati più dagli errori che dai meriti. Prima dell’intervallo Zaiets scuote Civitanova, ma Panzini risponde da par suo: il capitano piazza quattro triple nel secondo quarto, compresa quella da 10 metri allo scadere della seconda frazione, che manda le squadre negli spogliatoi sul 36-32.
La fuga biancorossa. Al rientro il copione cambia. Matelica alza l’intensità difensiva e trova punti dall’ex Liberati e da un brillante Doneda, mentre gli ospiti appaiono scarichi. Il vantaggio cresce con continuità fino al 64-46 del 32', firmato da una tripla dello stesso Doneda: la partita sembra ormai in cassaforte.
La rimonta virtussina. Civitanova, però, ha altri piani. Due triple di Zaiets e una di Charfi riportano gli ospiti sul 73-64 a tre minuti dal termine, mentre la Halley va in confusione totale tra palle perse e appoggi sbagliati. Milone e Gardini colpiscono con precisione e proprio il play biancoblu firma il -2 (74-72) a 53 secondi dalla fine.
Il finale. Dopo l’ennesimo errore offensivo matelicese, Charfi sbaglia la tripla del possibile sorpasso a 20 secondi dalla sirena. Lo stesso Charfi commette poi il fallo per fermare il tempo su Valle, giudicato antisportivo: il play biancorosso fa 2/2 dalla lunetta. Dopo la rimessa della Halley arriva un nuovo fallo, stavolta su Gay, che con l’1/2 ai liberi fissa il punteggio sul definitivo 77-72.
Un successo prezioso che serve da trampolino per il prossimo impegno casalingo, domenica contro la Erbenobili Corato.
Le parole di coach Barbarossa. «Dobbiamo fare i complimenti agli avversari, a partire dallo staff tecnico che li allena benissimo, e ai giocatori, che ci hanno creduto fino in fondo segnando anche canestri difficili, mentre noi ci siamo sciolti. Portiamo a casa due punti importanti e abbiamo fatto bene nel secondo tempo, ma il +18 forse ci ha fatto pensare di aver già vinto, e abbiamo perso mordente e lucidità. In attacco abbiamo sbagliato troppo, in difesa abbiamo concesso quello che a loro riesce meglio, il tiro da tre e le giocate dei singoli. Il bicchiere è mezzo pieno perché abbiamo vinto, ma per esperienza e qualità non possiamo permetterci certi episodi. Analizzeremo tutto: siamo alla sesta giornata su trenta, al 20% della regular season, e faremo tesoro di quanto accaduto».
IL TABELLINO
HALLEY MATELICA-B-CHEM CIVITANOVA 77-72(14-13, 22-19, 21-14, 20-26)
MATELICA: Pacini 3, Galeassi, Valle 9, Panzini 14, Liberati 8, Guidolin 2, Milosevic 10, Doneda 15, Prenga 9, Gay 7, Mazzotti ne, Pierantoni ne. All.: Barbarossa.
CIVITANOVA: Charfi 9, Buccolini, Berta 2, De Florio 8, Bruni 5, Baleani, Zaiets 21, Iannotti 7, Gardini 5, Milone 15, Ouattara ne, Conti ne. All.: Domizioli.
ARBITRI: Flocco, Virgili.
Sconfitta casalinga per la Gruppo Fisiomed Alema Energy Macerata. La formazione biancorossa cede 1-3 (21-25, 22-25, 29-27, 22-25) contro l’Alva Inox Porto Viro al termine di una maratona durata più di due ore. Al Banca Macerata Forum le due formazioni danno vita ad una battaglia, dove decidono i dettagli: Macerata, che sbaglia troppo in battuta (22 errori), viene tradita dai troppi errori nei momenti chiave di fronte ad una squadra come quella veneta che gioca comunque un’ottima pallavolo. Macerata resta a 3 punti in graduatoria, mentre i veneti salgono a 6. Best scorer Novello 27 volte a segno, sponda ospite Cantagalli (21 punti).
Starting six: Macerata si affida a Novello, Plaskie, Marchetti, Diaferia, Becchio e Randazzo, mentre Porto Viro replica con Tiozzo, Grottoli, Sperandio, Cantagalli, Klobucar e Sperotto. Inizio punto a punto (8-8), poi un errore di Plaskie e un contrattacco a segno di Cantagalli firmano lo strappo ospite (12-15). Mura Novello per il -1 (15-16) ma Tiozzo trova un prezioso mani-out (15-18). Un muro ospite destinato fuori tocca Becchio ma Dadash accorcia dalla stessa mattonella (18-20). Il monster block di Cantagalli però fa malissimo (19-23), Porto Viro chiude grazie ad un’invasione biancorossa certificata dal video check (21-25).
Nel secondo parziale Porto Viro tenta la fuga grazie alle free-ball messe giù da Cantagalli e Tiozzo, rientrata subito grazie ad errori veneti successivi (9-9). La Fisiomed Alema Energy mette la testa avanti per la prima volta grazie al muro di Marchetti (14-13), ma Porto Viro ribalta il cambio palla grazie ad una difesa trasformata da Cantagalli (18-19). Nel momento chiave Grottoli trova l’ace, mentre nello scambio successivo Tiozzo mette giù il pallone del 22-25 e conseguente 0-2.
Reazione al rientro in campo di Macerata che piazza una partenza a razzo (5-0), per poi mantenere il comando delle operazioni (10-6). Blackout però degli uomini di Giannini: gli ospiti risalgono col turno in battuta di Sperotto e due Cantagalli e Tiozzo in palla (13-13). Sale in cattedra però Novello con due aces di fila pesanti (19-15). Plaskie però non trova il campo, poi Novello si fa murare per il -1 (22-21). Randazzo sbaglia un attacco sanguinoso (23-23): si va ai vantaggi dove Diaferia trova il servizio vincente del 29-27.
In avvio di quarto set Klobucar firma il +2 Porto Viro (4-6) subito rintuzzati da Novello (8-8). Cantagalli riallunga però (9-12). Lo schiacciatore reggiano viene poi aiutato su una free-ball dal nastro nel suo attacco (11-15). Plaskie trova le mani alte del muro e Dolcini l’ace per il -1 (16-17), ma Novello viene stoppato da Grottoli (19-22). Klobucar non trova il campo (21-22), ma Cantagalli trova le mani del muro e due match point (22-24): basta ai nerofucsia il primo, dato che Novello attacca out (22-25).
GRUPPO FISIOMED ALEMA ENERGY MACERATA: Novello 27, Plaskie 15, Dadash 2, Marchetti 6, Esposito, Zillio, Diaferia 6, Becchio, Frage, Randazzo 16, Dolcini 1, Marchisio (L). All. Giannini.
ALVA INOX PORTO VIRO: Zaghetto 1, Tiozzo 12, Sperotto 1, Grottoli 11, Sperandio 7, Cantagalli 21, Klobucar 18, Tassoni, Morgese (L). NE: Pegoraro, Brondolo, Chiloiro, Milan, Lamprecht (L). All. Bologna.
Parziali: 21-25, 22-25, 29-27, 22-25.
Arbitri: Manzoni, Colucci.
Ace: Macerata 4, Porto Viro 1. Errori in battuta: Macerata 22, Porto Viro 13. Muri: Macerata 11, Porto Viro 6.
Il Sal zero rappresenta uno strumento importante per garantire liquidità alle imprese impegnate nella ricostruzione post sisma e permettere anche alle piccole aziende artigiane di partecipare ai lavori. A sottolinearne il valore è Simone Giglietti, presidente di Cna Macerata, che interviene nel dibattito sull'utilizzo del meccanismo, invitando a valutarne la funzione originaria e le esigenze concrete a cui risponde.
Il cosiddetto SAL zero, acronimo di Stato di Avanzamento Lavori, si differenzia dai normali Sal perché consente alle imprese di ottenere un'anticipazione su un contributo già concesso, prima che siano raggiunti i consueti livelli di avanzamento delle lavorazioni. L'erogazione è subordinata alla presentazione di una garanzia fideiussoria.
Introdotto nel dicembre 2016 per gli interventi relativi ai danni lievi e successivamente esteso, dall'aprile 2017, anche a quelli gravi, il meccanismo prevedeva inizialmente un'anticipazione massima del 20%. La percentuale è stata portata al 30% nel settembre 2021, per poi tornare al 20% con la modifica dell'8 maggio scorso.
Alla base della sua introduzione c'è una necessità concreta: evitare che le imprese debbano sostenere interamente con risorse proprie i costi iniziali dei cantieri, aspettando mesi prima di ricevere i primi pagamenti.
«Il Sal zero è nato per rispondere a un problema concreto: consentire alle imprese di lavorare senza dover anticipare per mesi, con risorse proprie, tutti i costi di avvio e delle prime lavorazioni nei cantieri», spiega Giglietti. La disponibilità immediata di liquidità permette di acquistare materiali, pagare i dipendenti, saldare i fornitori e remunerare gli artigiani coinvolti nelle diverse fasi degli interventi.
Il nodo principale riguarda la differenza tra i tempi di pagamento delle spese sostenute dalle aziende e quelli necessari per ottenere la liquidazione dei normali stati di avanzamento. Secondo quanto riferito da Cna sulla base dell'esperienza delle imprese, fornitori e artigiani vengono generalmente pagati entro 60-90 giorni, mentre per incassare un SAL ordinario possono trascorrere anche più di otto mesi.
Un'attesa legata ai diversi passaggi burocratici e tecnici: dall'esecuzione e contabilizzazione delle lavorazioni alla predisposizione della documentazione, fino alle istruttorie degli uffici della ricostruzione e alle successive procedure bancarie.
Una situazione che pesa soprattutto sulle realtà di dimensioni ridotte. «Una grande impresa strutturata ha generalmente maggiori disponibilità finanziarie per sostenere queste anticipazioni, mentre una piccola impresa edile artigiana spesso non dispone di tutte le risorse necessarie», osserva il presidente di CNA Macerata.
Il SAL zero, inoltre, può agevolare anche l'accesso al credito bancario, offrendo maggiore prevedibilità ai flussi finanziari. I benefici non riguardano soltanto le imprese edili, ma l'intera filiera della ricostruzione: elettricisti, termoidraulici, falegnami, fabbri e tutte le attività artigiane che contribuiscono alla realizzazione degli interventi.
Questo, tuttavia, non significa che il sistema non debba essere accompagnato da verifiche adeguate. Cna Macerata riconosce la necessità di controlli rigorosi ed efficaci, soprattutto alla luce delle criticità emerse nel dibattito sul funzionamento dello strumento.
«Alcuni strumenti di verifica erano previsti e sono tuttora presenti. Occorre accertare dove e perché non abbiano funzionato adeguatamente e, se necessario, rafforzarli», sottolinea Giglietti.
Tra le possibili soluzioni indicate dall'associazione ci sono anche una revisione al ribasso del tetto massimo dell'anticipazione, qualora ritenuto eccessivo, e controlli più puntuali sull'effettivo avanzamento delle attività, sulla capacità operativa delle imprese, sul numero di cantieri gestiti contemporaneamente e sulla filiera dei subappalti.
La posizione di Cna è dunque quella di preservare la funzione dello strumento, intervenendo sulle eventuali criticità senza penalizzare l'intero sistema produttivo. «Non bisogna confondere l'utilità di uno strumento con gli eventuali utilizzi irregolari che ne possono essere stati fatti», precisa il presidente.
In gioco, secondo l'associazione, c'è anche la possibilità di mantenere sul territorio le ricadute economiche e occupazionali della ricostruzione, favorendo la partecipazione delle piccole imprese locali e sostenendo l'indotto artigiano.
«Senza uno strumento come il SAL zero, la ricostruzione rischierebbe di diventare appannaggio quasi esclusivo delle grandi imprese, le sole con la capacità finanziaria di sostenere per mesi e mesi i costi dei cantieri. A farne le spese sarebbero le piccole aziende del territorio e tutto l'indotto artigiano, con gravi conseguenze per l'economia locale», conclude Giglietti.
La provincia di Macerata ha perso il 44,7% degli sportelli bancari in dieci anni, un dato che la colloca al secondo posto nelle Marche per intensità della riduzione, subito dopo Ancona. È uno dei numeri più significativi dell'analisi sulla desertificazione bancaria diffusa dalla Cgil Marche e dalla Fisac Cgil Marche, elaborata a partire dai dati Ires Marche.
Il fenomeno riguarda l'intero territorio regionale. Dal 2016 a oggi, il numero degli sportelli bancari tradizionali e di credito cooperativo è passato da 1.046 a 584, con una perdita complessiva di 462 filiali, pari al 44,2%. Un calo superiore alla media nazionale, ferma al 35,2%, che secondo il sindacato colloca le Marche al primo posto in Italia per desertificazione bancaria.
Nel confronto tra i territori marchigiani, la provincia di Macerata registra una contrazione del 44,7%. A fare peggio è soltanto quella di Ancona, con il 48,5%. Seguono Pesaro e Urbino, con il 44,3%, Ascoli Piceno, con il 40,4%, e Fermo, con il 33,7%.
La riduzione degli sportelli pesa soprattutto sulla possibilità di accedere ai servizi bancari vicino a casa, con ricadute per cittadini, anziani, famiglie e imprese. Una questione particolarmente rilevante per le aree interne del Maceratese, dove la distanza dai principali centri abitati può rendere più difficile raggiungere una filiale.
"La tutela delle aree interne e di una parte così consistente del territorio marchigiano passa anche dal mantenimento dei servizi bancari, necessari ai cittadini, fondamentali per le imprese. Su questo, la Regione intervenga al più presto", afferma Giuseppe Santarelli, segretario generale della Cgil Marche.
I dati evidenziano una progressiva riduzione della presenza bancaria anche nei territori più periferici. Nei comuni periferici marchigiani la diminuzione degli sportelli raggiunge il 49,4%. La contrazione è del 44,4% nei centri e del 43,1% nelle aree interne considerate nel loro complesso.
Dal 2016, 53 comuni marchigiani che disponevano di almeno uno sportello bancario sono rimasti senza filiali. A questi si aggiungono 31 comuni che erano già privi del servizio: oggi, quindi, sono 84 i comuni senza sportelli, pari al 37,3% del totale regionale.
Il fenomeno interessa oltre 12mila residenti, secondo i dati diffusi dal sindacato, mentre il peso dei comuni senza filiali sale al 49,5% nelle aree interne e al 52,5% nei comuni periferici. In queste zone, dunque, più della metà dei comuni risulta priva di uno sportello bancario.
Anche il cratere del sisma presenta una situazione significativa: 22 comuni hanno perso l'ultimo sportello dal 2016, pari al 25,9% dei territori considerati. Complessivamente, nell'area del cratere sono 42 i comuni senza filiali, con circa 45mila residenti coinvolti.
Per Daniele Boccetti, segretario regionale della Cgil Marche, la riduzione dei servizi bancari si inserisce in un quadro più ampio di arretramento dei presidi territoriali: "Nel territorio si dimezzano gli sportelli bancari e diminuiscono significativamente anche gli uffici postali, almeno in termini di orari di apertura e presenza territoriale. Questo contribuisce ad alimentare un senso di abbandono e di assenza dello Stato, che mina la coesione sociale della comunità".
Riccardo Romano, segretario della Fisac Cgil Marche, richiama invece le conseguenze per lavoratori e clienti, oltre all'impatto sull'occupazione nel settore: "Questa politica di desertificazione causa disagi anche alle lavoratrici e ai lavoratori proprio in un periodo in cui la digitalizzazione dovrebbe favorire un lavoro che va verso i lavoratori, e i clienti e non viceversa. Non va inoltre dimenticato che alla desertificazione fa seguito la riduzione degli addetti di settore tramite il fondo di solidarietà che implica una riduzione del reddito dei prepensionati residenti in Regione. Da ultimo non dimentichiamo come le Banche siano un presidio di legalità a tutela del fenomeno dell’usura e come il carattere di servizio a interesse pubblico del servizio bancario deve essere fatto valere dalla politica".
L'Università di Macerata mette a disposizione un percorso di formazione dedicato ai doveri civici e alle regole del seggio elettorale. Promuovere la conoscenza dei doveri civici e delle regole che disciplinano lo svolgimento delle operazioni elettorali, contribuendo a rafforzare la consapevolezza del valore della partecipazione democratica. È questo il tema al centro di “Cittadinanza e diritto di voto. Per-corso di formazione su doveri civici e regole del seggio elettorale”, promosso da Università e Prefettura di Macerata.
Il percorso affronta un aspetto fondamentale della vita democratica: il rapporto tra l'esercizio del diritto di voto, i doveri civici e il rispetto delle regole che ne garantiscono il corretto svolgimento. Un tema che coinvolge non soltanto la dimensione giuridica, ma anche il significato della responsabilità individuale e collettiva nella partecipazione alla vita pubblica.
Il corso è gratuito e prevede 12 ore di lezione e un laboratorio pratico di 4 ore, svolto con la collaborazione del Comune di Macerata - servizi demografici. Al termine sarà rilasciato un attestato di partecipazione. Le iscrizioni sono aperte e la prima lezione si svolgerà il 9 novembre. Tutte le informazioni sono disponibili nel sito del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Macerata https://giurisprudenza.unimc.it.
Il voto, riconosciuto dall'articolo 48 della Costituzione come personale, eguale, libero e segreto, rappresenta uno degli strumenti fondamentali della democrazia. La sua attuazione richiede un sistema di regole e garanzie, la cui conoscenza contribuisce a comprendere il funzionamento delle istituzioni democratiche. In questa prospettiva, il percorso formativo unisce la riflessione sui principi della cittadinanza all'attenzione per gli aspetti che riguardano il funzionamento del seggio elettorale, offrendo anche una preparazione utile a coloro che intendano iscriversi all’albo degli scrutatori di seggio elettorale.
La collaborazione tra Università e Prefettura assume così un particolare significato sul piano dell'educazione alla cittadinanza: un'iniziativa che mette in dialogo il mondo accademico e le istituzioni del territorio, valorizzando la formazione come strumento per diffondere la conoscenza delle regole democratiche e favorire una partecipazione più consapevole alla vita della comunità
Un riconoscimento al valore della ricerca scientifica e al suo contributo alle sfide ambientali del futuro. La dottoressa, Paola Stabile, ricercatrice della Sezione di Geologia della Scuola di Scienze e Tecnologie dell’Università di Camerino, ha ricevuto il Premio Mazzi nel corso del Congresso nazionale congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia.
Un premio che valorizza il lavoro svolto nello studio dei materiali derivati dai rifiuti e delle loro potenzialità nell'ambito dell'economia circolare. Durante il congresso, Stabile ha inoltre coordinato per la quarta volta la sessione scientifica dedicata ai geomateriali derivati dai rifiuti e al loro riutilizzo sostenibile, con particolare attenzione alle tecniche avanzate di caratterizzazione mineralogica.
Nel corso dell'appuntamento scientifico la ricercatrice ha presentato uno studio sul comportamento e sulla stabilizzazione dei metalli pesanti presenti nel bottom ash, ovvero le ceneri pesanti prodotte dagli impianti di incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Si tratta di materiali complessi, composti da fasi vetrose e cristalline, che possono contenere sia elementi potenzialmente inquinanti sia sostanze di interesse strategico e tecnologico.
Comprendere come questi elementi si distribuiscono nelle diverse componenti mineralogiche è fondamentale per valutarne i possibili rischi ambientali e individuare modalità di recupero e riutilizzo. Proprio su questo aspetto si concentra il lavoro di ricerca di Paola Stabile, che punta a individuare nuove opportunità per trasformare residui e scarti in materiali utili.
Il premio ottenuto sarà destinato a sostenere un ulteriore approfondimento scientifico ad alta temperatura sulla cristallochimica e sulla distribuzione degli elementi durante la vetrificazione degli scarti da incenerimento. Particolare attenzione sarà riservata al possibile recupero di elementi minori di valore.
«La mia attuale attività di ricerca si concentra sullo studio dei materiali derivati da rifiuti e residui industriali, con particolare attenzione ai processi che permettono di trasformare uno scarto in una nuova risorsa», spiega la ricercatrice. «Comprendere come questi elementi si distribuiscono tra le diverse fasi mineralogiche è fondamentale per valutare sia il loro impatto ambientale sia le possibili strategie di recupero e riutilizzo».
Per raggiungere questi obiettivi vengono impiegate diverse tecniche di indagine, tra cui la diffrazione a raggi X, le analisi chimiche, la microscopia elettronica e le spettroscopie infrarossa e Raman. Un insieme di strumenti che consente di studiare le trasformazioni delle ceneri durante i trattamenti termici, approfondendo i processi di cristallizzazione, fusione e vetrificazione e il modo in cui gli elementi metallici vengono incorporati e stabilizzati nelle componenti vetrose o cristalline.
Il lavoro si inserisce in una prospettiva più ampia di economia circolare, nella quale il rifiuto non viene considerato soltanto un materiale da smaltire, ma una possibile risorsa da conoscere, caratterizzare e valorizzare. Le conoscenze mineralogiche e cristallochimiche possono infatti contribuire allo sviluppo di nuovi geomateriali, vetri e vetro-ceramiche ottenuti da materie seconde.
«La ricerca scientifica può offrire un contributo concreto alle grandi sfide ambientali contemporanee», sottolinea infine Stabile. «Studiare in profondità la struttura e la composizione dei materiali significa acquisire conoscenze fondamentali per ridurre l'impatto ambientale, utilizzare in modo più efficiente le risorse e sviluppare nuove soluzioni tecnologiche per trasformare ciò che oggi consideriamo uno scarto in una possibile risorsa per il futuro».
Un risultato che premia dunque il lavoro della ricercatrice e conferma il ruolo della ricerca universitaria nello sviluppo di soluzioni innovative per una gestione più sostenibile dei materiali e delle risorse.
Il civitanovese Andrea Lanfranchi sarà uno dei protagonisti della XX edizione di “Arte Laguna Prize”, in programma dal 6 al 29 novembre in uno dei luoghi più iconici dell’arte contemporanea: l’Arsenale Nord di Venezia.
Una sua opera, intitolata “Gaza-25”, è stata infatti selezionata tra le 28 opere finaliste della ventesima edizione del premio, nella sezione dedicata alla pittura. Alla rassegna parteciperanno complessivamente 240 artisti, provenienti da ogni parte del mondo.
La giuria del premio riunisce personalità di rilievo del panorama artistico internazionale, tra cui Xiaoyu Weng, curatrice di Documenta 16 e direttrice artistica di Art in General a New York; Michal Novotný della Galleria Nazionale di Praga; Kostas Stasinopoulos, curatore, scrittore e direttore presso Kyklos – Centre of Arts and Cultures in Grecia; Emiliano Valdés, curatore indipendente e viceministro della Cultura in Guatemala; Jemima Kulumba, co-fondatrice della Biennale of Women in Art (WIA); Mario Nanni, designer e fondatore dello studio Marionanni e del Museo Virgola di Bologna; e Anastasia Dawson, curatrice indipendente e consulente d’arte a Dubai.
Andrea Lanfranchi ha partecipato a mostre nazionali e internazionali e ha realizzato numerosi libri d’arte incisoria, presentati e conservati presso istituzioni di rilievo come il Senato della Repubblica Italiana, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, l’Accademia delle Scienze Sociali di Pechino e il Museo del Costume e dell’Arte Multicolore di Guiyang, in Cina.
Un architetto capace di leggere il territorio, anticiparne le trasformazioni e immaginare il futuro dei suoi luoghi. A dieci anni dalla scomparsa, Macerata rende omaggio a Paolo Castelli, tra le figure più rappresentative dell'architettura marchigiana del Novecento, con la mostra Dare forma allo spazio. L'architettura di Paolo Castelli, inaugurata a Palazzo Ricci e visitabile fino al 6 gennaio 2027.
L'esposizione, organizzata dalla Fondazione Carima e dalla Fondazione per l'Architettura di Macerata, ripercorre la ricerca professionale e intellettuale dell'architetto attraverso progetti, schizzi, dipinti, scritti e materiali d'archivio. Un percorso che restituisce la complessità di una figura capace di muoversi tra architettura, urbanistica e pittura, mantenendo sempre al centro il rapporto tra spazio, paesaggio e comunità.
Il suo lavoro ha contribuito concretamente a trasformare il volto di città e territori marchigiani, lasciando segni riconoscibili nel paesaggio urbano. Tra questi, a Macerata, il Monumento alla Resistenza, un'opera che esprime bene la sua idea di architettura: non un elemento estraneo da collocare in uno spazio, ma una presenza capace di dialogare con l'ambiente circostante, avvolgerlo, diventarne parte e valorizzarlo. Una visione in cui il progetto non si impone sul luogo, ma entra in relazione con esso, rispettandone e interpretandone l'identità.
A raccontare il lato più personale dell'architetto è stato il figlio Alessandro Castelli, che ha ricordato il metodo di lavoro del padre: «Mio padre non riempiva vasi, non era un maestro perché non saliva in cattedra, era un artigiano dell'architettura, nel senso più vero del mestiere». Un professionista che seguiva personalmente ogni fase del progetto, dai primi schizzi ai disegni di dettaglio. «Io ho imparato dall'esempio quotidiano, non dalle nozioni», ha aggiunto, sottolineando anche il valore che il padre attribuiva al lavoro di squadra e al confronto tra competenze diverse.
La mostra approfondisce anche i riferimenti culturali che hanno influenzato la sua visione, dal Movimento Moderno a Frank Lloyd Wright, fino al rapporto con lo storico dell'architettura Bruno Zevi. Da questi confronti Castelli maturò una concezione dell'architettura che non si esauriva nella realizzazione dell'edificio, ma considerava centrale il dialogo con il contesto e l'identità dei luoghi.
Accanto all'attività progettuale trova spazio anche la pittura, per Castelli uno strumento di osservazione e conoscenza della realtà. «Le sue opere nascono da una sensibilità profonda, legata soprattutto alla terra marchigiana», ha spiegato Roberto Cresti, direttore artistico di Palazzo Ricci e co-curatore della mostra, evidenziando il legame dell'artista con i paesaggi e le esperienze umane del territorio.
Un'attualità riconosciuta anche da Michele Schiavoni, presidente di In/Arch Marche e curatore dell'esposizione, che ha sottolineato il significato della mostra nel decimo anniversario del sisma del 2016. Castelli aveva infatti individuato già decenni fa il ruolo fondamentale dei piccoli centri nell'equilibrio territoriale: «Riscoprire il suo pensiero significa anche riflettere sul futuro di questi luoghi, sulla tutela del loro patrimonio storico, culturale e paesaggistico».
Per Francesco Sabatucci Frisciotti Stendardi, presidente della Fondazione Carima, ospitare la mostra a Palazzo Ricci significa inserire Castelli nel percorso di valorizzazione dei protagonisti del Novecento, riconoscendo nella loro eredità culturale una risorsa per comprendere il presente e immaginare il futuro.
L'esposizione si propone così non soltanto come un omaggio alla memoria di un grande protagonista dell'architettura marchigiana, ma come un'occasione per tornare a interrogarsi sul rapporto tra costruito, territorio e comunità. Un pensiero che, a dieci anni dalla scomparsa di Castelli, continua a parlare al presente.
Scatta il conto alla rovescia per l’attesissimo concerto di Patti Smith. Il Comune di San Severino Marche comunica che da giovedì 5 novembre, a un mese esatto dal live della “sacerdotessa del rock”, saranno disponibili i biglietti per la serata, in programma sabato 5 dicembre 2026 alle ore 21 sul palco del prestigioso Teatro Feronia.
Come acquistare. La vendita avverrà esclusivamente online attraverso il circuito VivaTicket. Al momento dell’acquisto, selezionando i vari settori del teatro, la piattaforma fornirà direttamente tutte le informazioni relative ai prezzi e le indicazioni necessarie per completare la procedura. Il link per la vendita è il seguente: https://www.vivaticket.com/it/ticket/patti-smith-words-and-music-where-francis-walked/324182
Posti per persone con disabilità. L’Amministrazione informa fin da ora il pubblico che i posti riservati alle persone con disabilità saranno limitati, per ragioni di sicurezza e di capienza della struttura. Le relative richieste verranno elaborate in ordine di arrivo, fino a esaurimento dei posti disponibili.
Una serata di festa, partecipazione e solidarietà, nel segno dell'impegno a favore dei bambini più fragili. Nella cornice della Filarmonica, nel cuore di Macerata, il Kiwanis Club ha celebrato il tradizionale passaggio di consegne tra il presidente uscente Renato Galeotti e il nuovo presidente Francesco Tasso, alla presenza di numerosi ospiti.
Galeotti ha ripercorso con entusiasmo il lavoro svolto durante il proprio mandato, sottolineando in particolare l'importante donazione di una culla termica destinata all'Eritrea, risultato significativo dell'attività solidale del Club. A raccoglierne il testimone è Francesco Tasso, che ha espresso entusiasmo e determinazione per le iniziative future, confermando la volontà di mantenere al centro dei service i bambini in condizioni di fragilità, in Italia e nel mondo.
La serata ha segnato anche un altro importante avvicendamento: Patrizia Papetti è la nuova Luogotenente Governatore della XX Divisione, incarico ricevuto da Andrea Aquilanti attraverso il tradizionale scambio del collare.
Nel corso dell'incontro, Papetti ha presentato una nuova realtà associativa: il Club Voices Kiwanis, composto da giovani tra i 18 e i 26 anni. Si tratta del primo club di questo tipo nel Centro Italia, una novità accolta con particolare entusiasmo dal Governatore del Distretto Italia-San Marino, Nunzio Spampinato, e pensata per coinvolgere le nuove generazioni nelle attività di volontariato e solidarietà promosse dal Kiwanis.
Nel corso della stessa serata è arrivata anche la riconferma di Sara Alesi alla presidenza del Kiwanis Club di Fermo.
La solidarietà ha accompagnato l'intero appuntamento: i proventi raccolti saranno infatti destinati al Service distrettuale dedicato alla lotta contro la malnutrizione infantile in Africa, confermando l'attenzione dell'associazione verso le emergenze che colpiscono i più piccoli e le comunità più vulnerabili.
A dieci anni dal terremoto del 30 ottobre 2016, San Severino Marche torna al centro del racconto internazionale sul sisma. La rivista National Geographic ha dedicato uno speciale alla ricostruzione dell'Appennino umbro-marchigiano, con un reportage dal titolo "Terremoto umbro-marchigiano: dieci anni dopo, la ricostruzione è ancora in corso".
Il servizio, pubblicato sul sito italiano della rivista e corredato dalle fotografie del settempedano Claudio Scarponi, ripercorre lo stato dei cantieri e le ferite ancora aperte nei territori colpiti dal terremoto. Tra le immagini scelte per documentare le conseguenze del sisma e il lungo percorso di ripartenza c'è anche uno scatto dell'interno del palasport comunale Albino Ciarapica di viale Mazzini, a San Severino Marche.
Il palasport che accolse 180 sfollati
La fotografia riporta alla memoria i giorni più difficili dell'emergenza, quando la struttura sportiva fu trasformata in uno dei principali centri di accoglienza allestiti dal Comune. Il palasport mise a disposizione 180 posti letto per gli sfollati, offrendo un primo riparo alle persone costrette a lasciare le proprie abitazioni dopo le scosse.
L'accoglienza a San Severino non si limitò al palasport. Altri centri furono attivati nelle palestre dell'Istituto comprensivo "P. Tacchi Venturi" e del plesso scolastico di Cesolo, oltre che in una struttura modulare installata nei pressi della chiesa della frazione.
Una rete di spazi e interventi che testimoniò la risposta della comunità settempedana nelle ore e nei giorni più complessi, quando fu necessario trovare rapidamente una sistemazione per le persone rimaste senza casa.
La ricostruzione ancora in corso
Il reportage di National Geographic riporta l'attenzione su un territorio che, a distanza di dieci anni dal terremoto, continua a fare i conti con la ricostruzione. Le immagini di Scarponi raccontano non soltanto i segni lasciati dalle scosse e l'avanzamento dei lavori, ma anche la memoria di quanto accadde e la capacità delle comunità locali di affrontare l'emergenza.
Per San Severino Marche, la presenza del palasport Albino Ciarapica tra gli scatti pubblicati rappresenta anche l'occasione per ricordare la solidarietà e l'organizzazione messe in campo per assistere gli sfollati. Un frammento della storia del terremoto che torna oggi sotto i riflettori, mentre il percorso di ricostruzione dell'Appennino umbro-marchigiano non è ancora concluso.
Il reportage completo è disponibile sul sito di National Geographic a questo link: Terremoto umbro-marchigiano: dieci anni dopo, la ricostruzione è ancora in corso.
Cento anni di ricordi, esperienze e legami familiari. Celestino Morosi ha raggiunto lo straordinario traguardo del secolo di vita e ha festeggiato il compleanno nella casa di riposo di Castelraimondo, dove è attualmente ospite, circondato dall'affetto dei figli Simonetta e Aurelio, dei nipoti e dei suoi cari.
Originario di Castelraimondo, Morosi ha trascorso gran parte della propria vita a Matelica, mantenendo il legame con il territorio d'origine. La ricorrenza è stata l'occasione per riunire la famiglia e celebrare un percorso lungo un secolo, caratterizzato da tante esperienze e dagli affetti costruiti nel tempo.
Alla festa ha partecipato anche Barbara Cacciolari, assessore del comune di Matelica, che ha portato al centenario gli auguri e i saluti del sindaco Denis Cingolani. Gli auguri sono arrivati anche dall'amministrazione comunale di Castelraimondo. Il sindaco Patrizio Leonelli e l'assessore Ilenia Cittadini hanno rivolto a Celestino un messaggio di affetto: "Raggiungere i cento anni è un traguardo davvero speciale, che porta con sé una vita intera di ricordi, esperienze e affetti. A Celestino rivolgiamo i nostri più affettuosi auguri e l'abbraccio di tutta Castelraimondo".
Gli amministratori hanno sottolineato anche il valore della festa organizzata nella struttura cittadina: "Siamo felici che questo compleanno sia stato festeggiato nella nostra Casa di riposo, circondato dall'affetto della sua famiglia e delle persone che ogni giorno se ne prendono cura. A Celestino auguriamo serenità e ancora tanti momenti belli da condividere". Un ringraziamento è stato infine rivolto alla Casa di riposo di Castelraimondo per aver accolto e celebrato questo importante traguardo, rendendo speciale il compleanno del centenario.
Oggi, domenica 1° novembre 2026, festa di Ognissanti, David Verdini e Rita Coppari festeggiano il loro 65° anniversario di matrimonio, le nozze di platino.
David e Rita si sono sposati il 30 ottobre 1961 nella parrocchia di Consalvi, a Macerata. Un traguardo importante, simbolo di un amore duraturo e prezioso, che oggi celebrano insieme alla famiglia e agli amici più cari presso l’agriturismo La Valle del Vento, a Treia.
Gli auguri più sinceri arrivano dai cinque figli Tiziana, Graziella, Mariella, Giuliana e Pierpaolo, dai quattro generi, dagli undici nipoti e dai sei pronipoti, oltre che dagli amici.
Una famiglia numerosa e unita si stringe intorno a David e Rita per festeggiare questo anniversario speciale.
Tanti auguri per questo bellissimo traguardo dalla famiglia Spurio Alessio!
Oltre un milione e 200mila euro per rifare gli asfalti e migliorare la sicurezza delle strade di Civitanova Marche. La giunta comunale ha approvato un nuovo piano di manutenzione straordinaria che interesserà diverse arterie cittadine, dal centro alle zone periferiche, con interventi di rifacimento del manto stradale e sistemazione di alcuni tratti di marciapiede.
Il primo intervento è già stato completato: si tratta dei lavori in via Dante Alighieri, nel tratto compreso tra la rotatoria di San Marone e via Quasimodo, per un investimento di 204.600 euro. Il programma proseguirà con una serie di opere distribuite in diversi quartieri della città.
Tra gli interventi economicamente più consistenti figurano quelli in via Regina Elena, dove saranno investiti 211mila euro per il rifacimento del manto stradale, e in via Nino Bixio, che sarà interessata da una nuova asfaltatura completa per un importo di 210mila euro.
Altri 150mila euro sono stati stanziati per via Einaudi, dove i lavori riguarderanno una porzione delle corsie est, a partire dalla rotatoria all'intersezione con via Quintino Sella. La stessa cifra sarà destinata a corso Umberto I, nel tratto compreso tra via Lauro Rossi e via Duca degli Abruzzi.
Il piano comprende anche interventi nelle zone periferiche. In via Querini sono previsti lavori per 60mila euro, che oltre al rifacimento dell'asfalto comprenderanno la realizzazione di alcuni tratti di marciapiede per completare e raccordare la rete pedonale esistente. In via Costa, a partire da via Dalla Chiesa, sarà realizzata una nuova asfaltatura con uno stanziamento di 90mila euro.
Ulteriori 95mila euro serviranno per sistemare alcuni tratti di via James Cook, via Vasco de Gama e via Pisani. Chiude il programma un intervento da 50mila euro sulla strada della Chiusa, in contrada Piane di Chienti, nel tratto compreso tra strada del Vallato e strada provinciale Montecosaro.
"Con questo piano andiamo ad agire su numerose strade, dal centro alle periferie, confermando la volontà di prestare attenzione a tutto il territorio comunale. È un impegno concreto che portiamo avanti con programmazione e responsabilità", dichiara il sindaco Fabrizio Ciarapica.
Sull'importanza degli interventi si è soffermato anche l'assessore ai Lavori pubblici Ermanno Carassai: "Si tratta di un programma di interventi articolato, che ci consentirà di agire su diverse criticità della viabilità cittadina. Non si tratta soltanto di stendere nuovo asfalto, ma di migliorare concretamente la sicurezza e la funzionalità della rete stradale".