Assalto al portavalori sull'A14, altri quattro arresti: contestato il metodo mafioso
Quattro nuove misure cautelari in carcere sono state eseguite dalla Polizia di Stato e dai Carabinieri nell'ambito dell'inchiesta sul tentato assalto a due portavalori avvenuto lo scorso 27 ottobre sull'A14, nel territorio di Porto Recanati. I destinatari sono quattro pregiudicati di origine pugliese, di età compresa tra i 45 e i 58 anni, ritenuti coinvolti, in concorso tra loro, in tentata rapina, tentato omicidio e ricettazione, reati aggravati dall'agevolazione e dal metodo mafioso. L'operazione è stata condotta nella mattinata odierna dai Carabinieri del Reparto Operativo-Nucleo Investigativo di Macerata, dagli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Macerata, della S.I.S.C.O. di Ancona e del Servizio Centrale Operativo, con la collaborazione della Squadra Mobile di Foggia. L'inchiesta è diretta dalla Procura distrettuale di Ancona, con il coordinamento superiore della Procura Nazionale Antimafia. Il provvedimento rappresenta uno sviluppo dell'indagine avviata dopo il clamoroso assalto del 27 ottobre, quando un commando armato composto da almeno dieci persone, a bordo di cinque autovetture risultate rubate, prese di mira due furgoni blindati della società di vigilanza Vedetta 2 Mondialpol. Uno dei mezzi trasportava circa 2,9 milioni di euro in contanti ed era partito dalla sede operativa di Jesi, diretto al caveau di Civitanova Marche. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i rapinatori, tutti con il volto coperto, avrebbero disseminato chiodi a tre punte sulla carreggiata e fatto posizionare un autoarticolato di traverso, con l'obiettivo di impedire l'intervento delle forze dell'ordine. A quel punto il commando avrebbe aperto il fuoco con fucili d'assalto Kalashnikov contro i blindati, costringendoli a fermarsi. I malviventi avrebbero quindi utilizzato dell'esplosivo, posizionando un vero e proprio ordigno sulla fiancata di uno dei mezzi nel tentativo di far deflagrare la cassaforte. I tre arresti subito dopo l'assalto Nell'immediatezza dei fatti, i Carabinieri del Comando Provinciale di Macerata avevano arrestato in flagranza tre persone, tutte originarie del Cerignolano, ritenute coinvolte nel tentato assalto. I tre, accusati di tentata rapina aggravata in concorso e tentato omicidio, si trovano attualmente detenuti in attesa di giudizio. Parallelamente agli arresti erano state avviate le indagini da parte degli uffici investigativi specializzati dell'Arma e della Polizia di Stato, che hanno permesso di ricostruire progressivamente la presunta organizzazione del colpo e il ruolo dei quattro destinatari delle nuove misure cautelari. Fondamentali, secondo gli inquirenti, sono stati l'analisi dei tabulati telefonici, le immagini delle telecamere, gli accertamenti effettuati durante i sopralluoghi e le analisi del DNA. Gli esami sono stati condotti dal RIS di Roma, dalla SIS del Reparto Operativo dei Carabinieri di Ancona e dalla Polizia Scientifica. Gli elementi raccolti avrebbero consentito di ricostruire i ruoli e le condotte dei quattro indagati nell'assalto ai portavalori, fornendo il quadro investigativo alla base dell'ordinanza di custodia cautelare. Contestato il metodo mafioso Tra gli aspetti più rilevanti dell'inchiesta c'è la contestazione dell'aggravante del metodo mafioso prevista dall'articolo 416 bis 1 del codice penale. Secondo gli inquirenti, le modalità con cui venne organizzato e portato avanti l'assalto avrebbero evidenziato tecniche di tipo paramilitare e una forza di intimidazione tipica delle organizzazioni mafiose. Il commando avrebbe agito in pieno giorno, utilizzando armi da guerra ed esplosivo, mettendo a rischio anche gli automobilisti che percorrevano l'autostrada. Particolarmente grave, secondo la ricostruzione, l'esplosione di diversi colpi di AK-47 all'altezza del parabrezza di uno dei blindati, fortunatamente protetto dalla blindatura, con un concreto pericolo per la vita delle guardie giurate. Da qui anche la contestazione del tentato omicidio. Le dichiarazioni di alcuni collaboratori, successivamente riscontrate attraverso specifici accertamenti, avrebbero inoltre permesso agli investigatori di delineare una presunta stretta sinergia tra le batterie specializzate negli assalti ai portavalori e le famiglie mafiose pugliesi. Secondo quanto ricostruito dagli organi inquirenti e avallato dal GIP, i gruppi criminali specializzati negli assalti ai portavalori e ai caveau opererebbero previo nulla osta delle famiglie mafiose pugliesi o addirittura su loro "invito". Le organizzazioni criminali, secondo questa ricostruzione, metterebbero a disposizione degli assaltatori armamenti, anche da guerra, risorse economiche e supporto logistico. Tra le spese finanziate figurerebbero le trasferte, il noleggio delle automobili e l'acquisto di telefoni dedicati. In cambio, alle organizzazioni mafiose spetterebbe una percentuale consistente del bottino. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito il presunto reimpiego dei proventi delle rapine in ulteriori attività illecite, tra cui l'acquisto di stupefacenti, l'acquisizione di attività commerciali e imprese legate al settore dei giochi e delle scommesse, oltre al sostentamento delle famiglie dei membri detenuti. Il procedimento è attualmente nella fase delle indagini preliminari. Per tutti gli indagati vale pertanto il principio della presunzione di innocenza: la responsabilità penale potrà essere definitivamente accertata soltanto con una sentenza irrevocabile di condanna.

cielo sereno (MC)
