La Strada delle Vittime

Da Camerino una delle storie italiane più inquietanti: l’omicidio dei coniugi Gabriele

Da Camerino una delle storie italiane più inquietanti: l’omicidio dei coniugi Gabriele

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico. Di seguito proponiamo il caso di questa puntata.  Una famiglia dell’alta borghesia romana nel 2002 è stata distrutta da un atroce delitto. Elena e Gaspare Gabriele, docente in pensione lei, commercialista lui, avevano cresciuto con amore ed estrema cura e dedizione i loro due figli: Laila, la maggiore, che già da tempo viveva a Milano con il marito, ed Aral, 27 anni al tempo dei fatti, sul quale si concentravano le attenzioni della coppia. Aral, laureando in legge all’Università di Camerino, volontario per il servizio civile presso un centro per disabili, veniva descritto da tutti come un ragazzo gentile e sensibile. Il 22 marzo del 2002 il ragazzo, che abitava nell’appartamento al piano superiore del lussuoso edificio in cui vivevano i genitori, preoccupato perchè non li vedeva da due giorni, è sceso a cercarli: terribile, a suo dire, la scoperta che ha fatto varcando la soglia della loro camera da letto: due sacchi neri ai piedi del letto, con la forma inequivocabile di corpi umani, a terra. Una telefonata alla sorella: "Papà e mamma sono nei sacchi”. Gli inquirenti si misero subito al lavoro: nessun segno di effrazione nell’appartamento, tutto era perfettamente in ordine, nulla era stato rubato o spostato. Nessun segno di colluttazione. Nessun elemento ha parlato della presenza di un terzo estraneo nell’abitazione. Le analisi svelarono che marito e moglie erano stati narcotizzati con un potente sonnifero e avevano trovato la morte per soffocamento in quei sacchi di plastica della spazzatura.  Intercettate le conversazioni tra Aral e la sorella, fu proprio da esse che emerse l’elemento chiave, quello che per gli investigatori e per la pubblica accusa era stato il movente: Aral aveva raccontato una menzogna ai suoi genitori, era sul punto di laurearsi. Ma la realtà era diversa: tutti quegli esami conclusi brillantemente a Camerino non erano davvero mai stati sostenuti e la richiesta di tesi non era quindi mai avvenuta. Aral aveva alterato il libretto universitario mentre il padre, pieno di aspettative per quell’evento, sulla sua agenda già da tempo trascriveva i presunti successi del figlio. Un’impronta rinvenuta all’interno di uno dei due sacchi neri contenenti i corpi, che si è accertata essere stata lasciata da una scarpa di Aral, ha confermato i sospetti degli inquirenti ed ha aperto le porte del carcere al ragazzo che, nel 2005, è stato condannato a 28 anni per l’omicidio premeditato dei genitori. Ad oggi dal carcere Aral continua a professarsi innocente. La risposta al perché di un atto così estremo risiede nella storia personale di ogni figlio assassino. Non bisogna necessariamente andare alla ricerca di un evento traumatico. “La violenza generalmente è l’atto finale di qualcosa che non ha funzionato nello sviluppo relazionale” spiega una neuropsichiatra infantile. Un figlio che non ha il coraggio di affrontare le conseguenze delle sue mancanze, delle sue bugie, scegliendo di eliminare invece i genitori, è un figlio che preferisce eliminare i testimoni della sua debolezza e fragilità, quasi a tentare di negarle anche a se stesso.  

31/10/2021 11:40
Pensionato della Marina militare sposato con la badante senza saperlo

Pensionato della Marina militare sposato con la badante senza saperlo

Vittima di una truffa un ottantenne affetto da deficit cognitivo, e per questo facilmente raggirato e truffato dalla badante e dal compagno di lei. La donna si è appropriata di un appartamento e di 200 mila euro, approfittando dello stato dell’anziano, vedovo e senza figli. Avrebbe raggirato il pensionato riuscendo a farsi firmare le carte del matrimonio, visto che risultava con lui coniugata in regime di comunione di beni dal febbraio 2020. Le indagini che hanno portato all’arresto della donna e del suo compagno sono partite grazie alla denuncia di una nipote dell’uomo cui la badante, nel tempo, era giunta a vietare l’accesso in casa dello zio e che era stata bloccata sul telefono di lui, tanto da non riuscire più nemmeno a mettersi in contatto telefonico con il parente. In tutta Italia sono ormai attive campagne di prevenzione per il contrasto alle truffe agli anziani visto il dilagare del fenomeno, e anche nel nostro territorio sono state già numerose le iniziative adottate a tutela degli anziani, spesso soli e vittime di truffe: anche i Carabinieri dei diversi Comuni del Maceratese si sono spesi per sensibilizzare la popolazione in diverse occasioni, anche intervenendo nelle Parrocchie al termine delle messe domenicali, per arginare la piaga delle truffe ai nostri cari più deboli e per questo più facilmente raggirabili (leggi qui). E’ necessario inoltre ricordare che l’anziano, anche laddove realizzi di essere stato raggirato, potrebbe per pudore o timore non parlarne con i propri congiunti. L’Italia è un Paese in cui l’età media è in continuo aumento e un numero sempre più importante di soggetti si trova in condizione di vulnerabilità e quindi di maggior rischio truffe. I militari dell’Arma nel caso di deficit cognitivi degli anziani consigliano “di fare periodicamente visita agli stessi, e controllarne periodicamente gli estratti conto. Prelievi anomali o eccessivamente frequenti, in assenza di spese documentate, sono un campanello di allarme.” “Il supporto psicologico è di fondamentale importanza per un anziano che ha subito una truffa”, riflette il Prof. Antonino Giorgi, psicologo psicoterapeuta e vittimologo, docente all’Università Cattolica di Brescia che tra le altre specializzazioni ha quella in psicogeriatria. “L’anziano, soprattutto se isolato, è più fragile e meno resiliente: dopo un evento del genere è difficile reagisca in maniera proattiva. La sofferenza psicologica che ne deriva potrebbe sfociare in un disturbo post traumatico da stress, in un disturbo d’ansia, in un disturbo del ciclo sonno-veglia o in uno stato depressivo, solo per citarne alcuni” chiarisce il Prof. Giorgi. È perciò importante tutelare i nostri anziani, prestare loro ascolto e farli sentire liberi di narrare i loro malesseri o le loro difficoltà senza che si sentano giudicati come “inadeguati”.

24/10/2021 10:31
Nella mente delle madri che uccidono i figli: la storia del piccolo Alex

Nella mente delle madri che uccidono i figli: la storia del piccolo Alex

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico. Di seguito proponiamo il caso di questa puntata.  “Sua madre si tirava i pugni in pancia quando era incinta. Ha minacciato di dargli fuoco. Solo per questo avrebbero già dovuto toglierlo a lei”. Queste sono le accuse mosse alla ex compagna dal papà di Alex, un bellissimo bambino di due anni, ucciso a Città della Pieve lo scorso 1 ottobre. Il primo ottobre la madre del piccolo è entrata in un supermercato della zona ed ha messo il corpicino già privo di vita del figlio sul nastro trasportatore della cassa. Un corpicino straziato da 7 coltellate. Gli inquirenti hanno ritenuto ci fossero gravi indizi per affermare la colpevolezza della donna. La 44enne di origini ungheresi si trova oggi in carcere con l’accusa di omicidio, mentre lei continua a proclamare la sua innocenza. Dopo la morte del piccolo, Katalina, questo il nome della madre, avrebbe inviato tramite un social, la foto del cadavere del piccolo al padre in Ungheria, che alla vista di quell'immagine ha allertato tutte le autorità competenti. Gli inquirenti ipotizzano che dietro la morte del piccolo ci sia una vendetta tra ex coniugi: l’autorità giudiziaria ungherese aveva revocato alla madre la custodia del figlio, stabilendo che la donna potesse incontrarlo solamente per 6 ore al mese, ma con la presenza di assistenti sociali. Katalina sarebbe per questo scappata in Italia e il padre Norbert Juhasz ha chiesto aiuto alla polizia ungherese, denunciando la scomparsa. Il padre di Alex afferma: “Ha rapito il mio Alex il giorno in cui avrebbe dovuto consegnarmelo perché il tribunale lo aveva affidato a me, è scappata in Italia e lo ha ucciso e poi ha confessato di averlo ammazzato in un messaggio a un amico. Lui mi ha chiamato ed è andato subito alla polizia ungherese, ma era già troppo tardi. Katalina gli ha anche mandato una foto del bimbo pieno di sangue e ha scritto 'adesso non sarà più di nessuno". Non è il primo caso di cronaca in cui una madre viene ritenuta colpevole di aver ucciso il proprio figlio: pensiamo al primo caso mediatico del genere, il delitto di Cogne, per il quale venne accusata di omicidio volontario la madre del piccolo Samuele, Annamaria Franzoni. A 19 anni dal terribile delitto la donna, che dopo anni di detenzione è ritornata in famiglia, non ha mai confessato la sua colpevolezza mentre gli esperti, nel giugno del 2006, conclusero che la Franzoni avrebbe sofferto di un grave disturbo di personalità e avrebbe compiuto il delitto in uno “stato crepuscolare” per cui può aver ucciso il suo bambino ma l’avrebbe rimosso. Pensiamo al caso di Loris Stival, strangolato con delle fascette di plastica dalla madre Veronica Panerello per la quale la Cassazione, nel 2019, ha confermato la condanna a 30 anni di carcere. Perchè le madri uccidono i figli? Ragioni molteplici legate a fattori personologici, culturali, o psicopatologici. Se il fattore psicopatologico è la motivazione più “rassicurante” per l’opinione pubblica, perchè “giustifica” con la malattia mentale un gesto che altrimenti non può essere tollerato in alcun modo, non si può nascondere che esistano anche madri spinte da motivazioni razionali, come la vendetta per punire il partner che le ha tradite o abbandonate. Ciò non significa che queste donne siano perfettamente lucide nel momento in cui tolgono la vita al proprio figlio. Entrano piuttosto in uno stato dissociativo in cui l’emozione che le guida è totalizzante e distruttiva. Un’emozione devastante che, spesso, prende forma da relazioni familiari irrisolte, e anzi gravemente compromesse. “E' difficile, prendersi cura di qualcuno, se ancora hai bisogno che qualcuno si prenda cura di te.”

10/10/2021 10:28
GHB, GLB: "droga dello stupro" sempre più diffusa

GHB, GLB: "droga dello stupro" sempre più diffusa

Roma: Traffico della droga dello stupro, arrestate sei persone: spacciavano in monopattino anche medici e professori universitari. Consegnata direttamente in abitazioni nel centro di Roma, in palazzi signorili fra piazza Navona e piazza Venezia, tra i clienti principali c’erano anche accademici dottori ballerini e sportivi. Torino: Polizia sequestra ad una coppia di spacciatori un quantitativo di "droga dello stupro “sufficiente per il confezionamento di 900 dosi. Due italiani, un uomo e una donna di 34 anni, sono stati arrestati per detenzione ai fini di spaccio di circa 600 grammi di Gbl. Era in vendita su un sito di e-commerce come "detergente liquido”. Genova: stava per imbarcarsi a bordo di un maxi yacht ormeggiato a Genova in partenza per una crociera, con due litri di droga dello stupro. In manette un ingegnere di 44 anni che faceva parte dell’equipaggio come addetto alla gestione della strumentazione tecnologica. Prato: esplode lo scandalo del prete che ha acquistato litri di droga dello stupro con i soldi dei fedeli per utilizzarla nei suoi festini hard. Questo il bilancio degli ultimi 10 giorni che fa comprendere l’estensione del fenomeno. Di cosa stiamo parlando? Della droga composta dall’acido gamma-idrossibutirrico o GHB, o di quella composta da GBL (gamma-butirrolattone), che viene utilizzato ancora più spesso nella commissione di reati sessuali. Queste sostanze sono inodori, incolori, idrosolubili e per questo facilmente diluibili in acqua e bevande. Gli effetti intervengono dopo i primi 5 /10 minuti dall’assunzione e possono durare da 1 a 3 ore. Dosi elevate provocano stordimento, forte sonnolenza, difficoltà di coordinazione dei movimenti; nei casi più gravi convulsioni, collasso, coma. Può mettere chi la assume totalmente in balia degli altri, fa perdere i freni inibitori, per questo viene usata per adulterare le bevande e poi violentare le vittime che spesso il giorno successivo non ricordano quanto accaduto. Proprio per questo, molte di queste violenze possono essere scoperte e perseguite solo in presenza di segni evidenti, come lividi sul corpo, biancheria o vestiti strappati, dolori persistenti anche il giorno successivo, proprio perché le vittime non ricordano nulla: nel caso si visualizzassero video di sicurezza, le vittime potrebbero sembrare addirittura  consenzienti: lo stordimento provato è solo mentale; mentre il fisico  risponde, è il cervello ad essere “spento”. Gli ingenti quantitativi che circolano anche in Italia di queste droghe, finalizzati alla commissione di crimini, il loro basso costo sul mercato e la facilità con cui vengono reperiti anche dai più giovani rendono necessaria una capillare, esplicita e oggettiva informazione, su rischi e pericoli che queste sostanze procurano.

03/10/2021 15:59
Il dramma della solitudine: aumento delle segnalazioni legate al suicidio di oltre il 50% rispetto al 2020

Il dramma della solitudine: aumento delle segnalazioni legate al suicidio di oltre il 50% rispetto al 2020

“Cosa sta accadendo con tutte queste tragedie?” si chiedeva una lettrice, alla notizia della donna che ieri mattina è precipitata da una struttura del cimitero di Macerata, parrebbe per un gesto volontario.  Ad oggi non conosciamo molto della vita di questa donna, ma inevitabilmente il pensiero va alle tante vittime di suicidio degli ultimi tempi, e alle loro storie, emerse a posteriori. Storie che spesso parlano di solitudine.  Abbiamo affrontato più volte questo argomento: il dramma della solitudine. E molti sono stati i commenti: alcuni, anche attraverso il racconto di esperienze dirette, hanno confermato quanto l’isolamento sociale, anche tra gli stessi vicini di casa, stia diventando un fenomeno dolorosamente diffuso; altri commenti hanno invece focalizzato l’attenzione sul fatto che l’incapacità di chiedere aiuto sia un limite personale da superare. Rispettando qualsiasi veduta e posizione, desideriamo dare atto però dei dati oggettivi, purtroppo drammatici, e delle interpretazioni che ne danno gli esperti: potrebbe servire per riscoprirci capaci di quello “sguardo sull’altro”, fondamentale per salvargli la vita. Ciò non significa “colpevolizzarci” ma “responsabilizzarci”, riconoscendo il problema, parlandone.  Telefono Amico Italia è un’organizzazione di volontariato che dal 1967 “dà ascolto a chiunque provi solitudine, angoscia, tristezza, sconforto, rabbia, disagio e senta il bisogno di condividere queste emozioni con una voce amica.” Il 10 settembre è stata la giornata Mondiale per la prevenzione del suicidio. I dati raccolti e pubblicati in quest’occasione da Telefono Amico ci dicono che “confrontando il primo semestre del 2020 e quello del 2021 emerge, infatti, un aumento percentuale delle segnalazioni legate al suicidio di oltre il 50%”.  Nella prima metà del 2021 sono state quasi tremila le persone che si sono rivolte all’organizzazione perché attraversate dal pensiero del suicidio o preoccupate per il possibile suicidio di un proprio caro, quasi il triplo rispetto alle segnalazioni del periodo pre Covid. Secondo i dati raccolti dall'organizzazione, il 51,2% delle richieste d'aiuto arriva da donne, seguite da giovani tra i 19 e 25 anni (21,3%) e tra i 26 e i 35 (19,6%). Ed è la professoressa Gatta, Direttrice dell’Unità Operativa di Neuropsichiatra Infantile dell’Azienda Ospedale-Università di Padova ad aver contribuito a chiarire questi dati: “Se si pensa che ai fini della salute mentale hanno rilievo vari fattori – tra i quali, le relazioni sociali, la partecipazione all'ambiente collettivo e l’adattamento alle condizioni esterne, una percezione positiva di sé, un equilibrio del mondo interno e la consapevolezza di proprie emozioni, sentimenti e modalità relazionali – è facilmente comprensibile come la pandemia da Covid-19, che ha comportato stress e incertezze per il futuro, solitudine, isolamento sociale, cambiamento delle abitudini e delle routine con perdita dei riferimenti, riduzione delle interazioni e delle attività, possa aver impattato negativamente sulla salute mentale delle persone negli ultimi 18 mesi, specie coloro con meno risorse interne ed esterne». La giornata mondiale del 10 settembre è legata proprio alla prevenzione del suicidio. Ed in questa ricorrenza la Professoressa ha spiegato quali siano i segnali cui prestare attenzione. «I segnali a cui prestare attenzione sono quelli che ci dicono che la persona soffre psicologicamente in modo intollerabile e insopportabile e si sente senza soluzioni e senza possibilità di aiuto, quindi, ad esempio, cambiamenti affettivo-comportamentali, soprattutto chiusura e ritiro; verbalizzazioni di autosvalutazione e negativismo estremi; demotivazione e disinvestimento da attività, oggetti, persone; autolesionismo». «È importante parlarne, evitare che la persona si senta sola, ed eventualmente attivare un percorso di valutazione psicologico-psichiatrica» conclude la professoressa.

20/09/2021 11:08
Il papà perde il lavoro per seguire la sua piccola Sara affetta da un raro tumore

Il papà perde il lavoro per seguire la sua piccola Sara affetta da un raro tumore

Una bimba di tre anni, si chiama Sara e ha un tumore raro: un neuroblastoma maligno al quarto stadio, che colpisce i bambini sotto i 5 anni. Possibilità di guarigione al 50%. Il papà segue ovunque la sua piccola, che da maggio entra ed esce dall’ospedale. Per questo è rimasto senza lavoro. “Io e la mia compagna”, racconta papà Mattia ad un giornale locale della sua città, Faenza "lavoravamo come driver, facevamo le consegne per un fast food di Faenza. In due riuscivamo a portare a casa circa 800 euro, e avendo un affitto di 450 euro al mese da pagare e un altro figlio di 11 anni già così arrancavamo; per fortuna le nostre famiglie ci hanno sempre aiutato anche se nemmeno loro navigavano nell’oro". "Ora però io devo continuare a portare Sara a Rimini per fare le sedute di chemioterapia e le trasfusioni, che a volte durano anche 48 ore. La mia compagna deve seguire l’altro figlio che ora ha iniziato la scuola, per cui lavora meno e se a fine mese riesce a portare a casa 200 o 300 euro è già molto. Abbiamo esaurito i risparmi, qualche parente ci ha dato una mano, ma per noi è difficile anche solo affrontare un viaggio da casa all’ospedale” ha aggiunto Mattia.  Leggi l'intervista integrale su “Ravenna Today". Chiunque volesse aiutare Mattia e la sua famiglia può visitare la pagina Facebook “La piccola Sara”.  

19/09/2021 15:35
Minori vittime di preti pedofili: 298 i procedimenti aperti in Italia, in 144 accertata la colpevolezza

Minori vittime di preti pedofili: 298 i procedimenti aperti in Italia, in 144 accertata la colpevolezza

Manca un mese per l’inizio dei lavori del Sinodo dei Vescovi, voluto da Papa Francesco, ed è  uscito il documento preparatorio della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Si legge nel testo del documento: “Non possiamo nasconderci che la Chiesa stessa deve affrontare la mancanza di fede e la corruzione anche al suo interno. In particolare non possiamo dimenticare la sofferenza vissuta da minori e persone vulnerabili a causa di abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate”. Nel 2002, grazie al quotidiano “The Boston Globe”,è emerso lo scandalo che ha travolto l’arcidiocesi di Boston, città simbolo del cattolicesimo americano, con l’accusa di pedofilia nei confronti di 78 preti, oltre al Cardinale Bernard Law che li ha protetti. Il caso è diventato un film nel 2015 “Il caso Spotlight”. Meritatamente il Globe conquistò il Premio Pulizer di pubblico servizio nel 2003 e aprì a numerose indagini sui casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica. In Italia negli ultimi quindici anni tra condanne passate in giudicato e procedimenti ancora aperti il numero è 298. Di questi 144 sono quelli che hanno già confessato o sono stati già giudicati colpevoli nei tribunali. A denunciarlo è Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete Abuso che, attraverso un blog seguitissimo, denuncia gli abusi compiuti dai sacerdoti. Su oltre 50.000 prelati italiani, il numero dei pedofili varierebbe tra i 1000 ai 4000. Spesso i reati subiti dai minori, vengono denunciati a grande distanza di tempo dalla loro consumazione, e per questo, secondo la legge Italiana, cadono in prescrizione. Ciò significa che i Tribunali possono riconoscere colpevoli i preti pedofili; le violenze possono essere provate in sede processuale, così come possono essere provati i danni psichici causati dai continui abusi. Tuttavia i rei non sconteranno nemmeno un giorno della loro pena, proprio per l’istituto della prescrizione che estingue il reato: in pratica l’illecito non può più essere punito perchè è trascorso un certo periodo di tempo, previsto dalla legge, per cui lo Stato esaurisce la propria pretesa a perseguirlo. Uno su tutti il caso messo in luce da Fanpage nel 2017, sugli abusi cui sono stati sottoposti alcuni bambini sordi ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, una struttura religiosa per sordomuti.  Nel 2009 tutti gli abusati, ormai adulti, hanno sporto denuncia  per violenze e molestie sessuali perpetrate dai preti quando erano bambini.  La magistratura italiana ha considerato tutti i reati come prescritti e non ha mai aperto un’inchiesta, mentre oggi, oramai adulti, “quei bambini” raccontano delle brutali violenze cui venivano sottoposti all’età di 6 anni, quando la loro disabilità impediva anche di raccontare. “Non ho mai urlato” dice un ragazzo, “essendo sordo non riuscivo neanche a parlare” . E’ grazie ad apparecchi acustici di ultima generazione che oggi possono raccontare. Ingestibile lo sgomento che si prova ascoltando la confessione di uno degli autori delle brutali molestie, che intervistato ammette: “abusavamo dei bambini sordi, eravamo almeno in dieci”. E’ ormai risaputo, scientificamente accertato che un bambino abusato  dovrà affrontare conseguenze devastanti, uno shock psicologico tremendo tanto più perchè incapace di comprendere ciò che sta accadendo. Dall’altra parte, nelle confessioni del carnefice, non un minimo di  rammarico, di ravvedimento, di assunzione di responsabilità per le atrocità commesse. E’ questo uno di quei casi in cui viene spontaneo chiedersi... esiste davvero la giustizia?                

13/09/2021 10:03
Il delitto annunciato di un uomo coraggioso e un politico onesto

Il delitto annunciato di un uomo coraggioso e un politico onesto

Il 13 Settembre ricorre una data importante nella storia della lotta alla mafia. È la data dell’approvazione in Parlamento della legge 109/1082 La Torre- Rognoni, avvenuta il 13 Settembre 1982. La legge introdusse per la prima volta il reato di associazione mafiosa, art 416 bis c.p. punendola molto più severamente della “semplice associazione a delinquere” e la conseguente previsione di misure patrimoniali che consentirono di togliere ogni profitto derivante da azioni illecite a chi era indiziato di appartenere ad associazioni criminali di stampo mafioso. L’Onorevole Pio La  Torre, sindacalista prima, politico poi, originario di Palermo, era fortemente impegnato nella lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Attraverso il suo impegno politico in Parlamento, La Torre presentò una proposta normativa che, oltre ad aver permesso di istruire tutti i più importanti processi di mafia, ha consentito l’introduzione delle misure di prevenzione patrimoniali: di fatto attraverso il sequestro provvisorio e cautelare, emesso dal Tribunale inaudita altera parte in vista della eventuale confisca, si evitava e si evita tutt’oggi che durante l’iter procedimentale il bene potesse essere disperso o alienato. Così scriveva l’Onorevole La Torre, in un quotidiano del 1980, all’interno di una articolo dal titolo “Il legame tra mafia e potere” : “bisogna essere consapevoli che un'azione su tutto il fronte contro le moderne forme di criminalizzazione della vita economica e dei rapporti tra pubblica amministrazione e attività private, comporta non solo un grande rigore sul piano della prevenzione e della repressione penale ma un'opera profonda di bonifica politica e morale: una bonifica capace di rimuovere quell’ intreccio tra potere mafioso e gruppi dirigenti che e’ aspetto non secondario del blocco sociale elettorale conservatore". Pio La Trorre, durante la sua esperienza di Parlamentare e di componente della commissione antimafia, aveva compreso che le speculazioni edilizie a Palermo e i traffici di droga smerciati in America erano le due facce della stessa medaglia Cosa Nostra.  Fu anche per questo che, secondo quanto rivelato dal pentito mafioso Leonardo Messina, nel 1992, il 30 aprile, prima che la legge fosse definitivamente approvata, fu ucciso su ordine di Totò Riina, proprio a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei  mafiosi. “Era il lunedì di Pasquetta”, ricorda il figlio Franco in una video intervista “papà era a Roma, ed erano andati a pranzo mamma e papà insieme a Emanuele Macaluso (politico, sindacalista, giornalista italiano n.d.r.). Passeggiando sul Lungo Tevere di Roma papà gli disse “Emanuele questa volta tocca a noi”. Il 30 aprile due moto affiancarono l’auto su cui La Torre si trovava insieme all’amico Rosario Di Salvo. Uomini con il casco, armati di pistole e mitragliette, fecero fuoco sui due. La Torre fu colto di sorpresa e morì all’istante mentre il suo amico ebbe appena il tempo di estrarre la pistola e sparare alcuni colpi. “Lui non era un incosciente, sapeva benissimo che correva un rischio e a correrlo" afferma il figlio. “La morte di Pio La Torre fu solo mafia?” Chiede il giornalista di Repubblica al figlio nella video intervista? “Fu il suo impegno pacifista e quindi la minaccia agli equilibri geopolitici in quel momento in atto in Europa. Fu la sua azione costante di denuncia, una sua interpellanza pochi mesi prima di morire ad alcune esercitazioni comuni di carattere militare alle quali lui chiedeva se fosse vero che avessero partecipato anche i c.d. corpi di Gladio; è difficile pensare che il mandante sia solo ed esclusivamente di carattere mafioso, inteso componente criminale, intesa la cupola di Cosa Nostra dell’epoca che sicuramente ha armato i sicari e ha ordinato di uccidere; ma sono poi questi stessi che poco tempo dopo si interrogano sull’effettiva efficacia dell’omicidio visto che come la storia sa , grazie ad un ulteriore contributo di sangue, quello di Domenico Russo, di Emanuela Setti Carrari, di Carlo Alberto Dalla Chiesa uccisi a Palermo il 3 settembre , poi il Parlamento approverà la legge. Gli stessi mafiosi si interrogano: “ma se era per quello che lo abbiamo ucciso come mai, forse non ce l’hanno raccontata giusta”. Il giorno dopo l'uccisione di Pio La Torre, arriva a Palermo il generale Dalla Chiesa. "Perché hanno ucciso La Torre?", gli chiedono i giornalisti. "Per tutta una vita", risponde Dalla Chiesa.  

05/09/2021 13:06
Vanessa, uccisa con sette colpi di pistola alla testa per strada dall’ex fidanzato

Vanessa, uccisa con sette colpi di pistola alla testa per strada dall’ex fidanzato

L’ennesima storia di violenza, di gelosia patologica, di pedinamenti, di incapacità di accettare la fine di una relazione, che si è conclusa con l’infinito dolore di due famiglie: quella di Vanessa, Zappalà, 28 anni, che è stata uccisa dall’ ex fidanzato a colpi di pistola mentre stava passeggiando con gli amici sul lungomare di Acitrezza; ed il dolore della famiglia del giovane che, dopo poco tempo trascorso dall’omicidio, si è suicidato impiccandosi in un casolare in campagna. Un padre, quello di Vanessa, che dopo aver rilasciato alcune dichiarazioni ad un cronista implora: “Ora, vi prego, non andate via. Non spegnete i riflettori su questa strage che sembra non avere fine. Dobbiamo fermarla, dobbiamo fare qualcosa. Vanessa non si è mai rassegnata. Neanche noi dobbiamo rassegnarci alla violenza''. Ed è proprio questo l’intento, non spegnere i riflettori su queste stragi familiari, ed invece riflettere su quali siano le strategie più efficaci ad azione preventiva.  Attualmente in caso di denuncia per stalking, è prevista la possibilità che venga disposta dal giudice una misura cautelare temporanea  che consiste nel “divieto di avvicinamento” da parte dell’indagato/imputato ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, e che viene applicata a procedimento penale ancora pendente; con essa si intende limitare la libertà di circolazione del destinatario della misura; ha lo scopo di tutelare le vittime per il periodo di tempo necessario a giungere ad una sentenza definitiva, dopo che hanno denunciato il loro stalker. È indispensabile pertanto che la vittima abbia denunciato il suo stalker. Importante strumento di controllo che possiede il giudice affinché tale misura venga rispettata è quello di prescrivere “procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici, quando ne abbia accertato la disponibilità da parte della polizia giudiziaria”. Si tratta in sostanza di un braccialetto elettronico per controllare gli spostamenti del soggetto sottoposto alla misura cautelare, in base alla legge 69/2019, nota come Codice Rosso. L’art. 282 ter comma 1 codice procedura penale, così come modificato dalla legge 69/2019, recita: “Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all'imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa, anche disponendo l'applicazione delle particolari modalità di controllo previste dall’art. 275 bis”. Le modalità di controllo previste dal 275 bis cpp sono appunto quelle dell’applicazione del braccialetto elettronico, previsto, prima della modifica legislativa, solamente in caso di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari. L’assassino di Vanessa era sottoposto a divieto di avvicinamento, ma non era dotato di braccialetto elettronico. Perché? (Foto tratta da "La Repubblica") 

29/08/2021 13:57
Il terrore delle donne afghane: la realtà a Kabul è già insostenibile

Il terrore delle donne afghane: la realtà a Kabul è già insostenibile

Il ritorno violento al potere dei talebani in Afghanistan ha creato una vera e propria crisi umanitaria.  Ci arrivano immagini strazianti negli ulitmi giorni da Kabul di uomini e donne che in ogni modo cercano di salvare la propria vita e quella dei loro figli anche lanciandoli nelle braccia dei militari in partenza. Donne che dopo tanti sforzi per giungere all’emancipazione vedono in imminente pericolo la loro libertà e dignità di esseri umani per la stretta applicazione della legge islamica, la sharia, che in arabo significa “ retta via”. Un insieme di precetti etici e morali che per i musulmani sono immutabili. Le donne non potranno più uscire di casa, andare a scuola, vestirsi all'occidentale. Nessun dirittto al lavoro, alla parola.  Mentre i Talebani dicono, burlandosi del mondo per ottenere l’accettazione dell’opinione pubblica, che le donne vivranno normalmente anche sotto di loro, la realtà a Kabul è già insostenibile. "Donne medico, giornaliste, attiviste, artiste, sono in grave pericolo. Sono in corso rastrellamenti porta a porta, bisogna fare subito”. Riferisce in un’intervista Simona Cataldi, rappresentante del Cisda (Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane) con sede a Milano. Due giornaliste afghane hanno già denunciato di essere state respinte in ufficio: i Talebani hanno nominato un nuovo direttore della Radio Televisione Afghana ed è stato loro impedito di entare a lavoro. Donne senza futuro, su di loro incombe il divieto di lavorare di studiare di uscire di casa, come fare quindi a fuggire? Se già l’Afghanistan era tra i peggiori luogi al mondo da vivere per una donna (secondo Human Rights Watch l’87% delle donne afgane ha subìto violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita), oggi la situazione sta precipiando. La sharia le vuole segregate, rinchiuse, ignoranti, invisibili nel loro burqua di cui il regime impone l’obbligo. Divieto di guidare, di utilizzare cosmetici (ci sono stati casi di donne a cui sono state amputate le dita per averlo fatto), gioielli, di entrare in contatto con qualsiasi uomo che non sia il marito o un parente. Ed ancora altre regole che le donne afghane temono siano loro nuovamente imposte: Coprirsi il volto in pubblico Essere accompagnate da un uomo se vogliono uscire di casa Non possono ridere in pubblico  Non possono mostrare le caviglie Non possono apparire in nessun media  Non possono fare sport Scrive su Twitter la fotografa afghana Rada Akbar: “Le città collassano, i corpi umani collassano, la storia e il futuro collassa, la vita e la bellezza collassa, il nostro mondo collassa. Vi prego, qualcuno fermi tutto questo”.

22/08/2021 14:10
L'Italia brucia: incendi dolosi appiccati da criminali

L'Italia brucia: incendi dolosi appiccati da criminali

Nella maggior parte dei casi gli incendi estivi sono dolosi e vengono appiccati per interessi economici. Quali le dinamiche sottese? Solo una minima parte dei soggetti coinvolti sono affetti da patologia psichiatrica, i veri e propri piromani; la stragrande maggioranza sono incendiari mossi dalla volontà di recare danno all’ambiente, dediti quindi al delitto di incendio doloso o colposo previsto dal codice penale (artt. 423 e segg. c.p.) La difficoltà nell’individuare questi criminali sta nel fatto che la scena del delitto, il bosco, è molto vasta e spesso non è possibile, o grandemente difficoltoso, analizzare la scena. Il dolo ed il disprezzo per la Terra sono alla base dell’Italia che brucia. Poi complici certamente il vento e le alte temperature, si scatena l’indomabile inferno di fuoco. Secondo i dati dell’European forest fire information system, l’Italia è prima in Europa per numero di incendi: in questa prima metà dell’anno sono bruciati 102.933 ettari di terreno. Secondo il WWF nel 75% dei casi gli incendi sono provocati dalle azioni dell’uomo. La situazione è critica soprattutto in Calabria e in Sicilia. I Vigili del Fuoco sono impegnati in turni masssacranti tra sforzi e rischi per la loro stessa vita, nel tentativo di domare le fiamme. La legge 353/2000 e ss. m.i. vieta “il cambio di destinazione d’uso di boschi e pascoli percorsi dal fuoco per 15 anni, vieta la trasformazione edilizia per 10 anni, vieta il pascolo e la caccia per 10 anni, vieta il rimboschimento con fondi pubblici per 5 anni.” Un altro importante contributo nella lotta agli incendi dolosi è stata data dalla legge 68/2015 che ha introdotto i c.d. “ecoreati” nel codice penale. Infatti, oltre al delitto di incendio doloso, nei casi più gravi, si può configurare il delitto di disastro ambientale, che prevede fino a 15 anni di reclusione più le aggravanti”. Quali i fini degli incendiari dunque, visto che è legislativamente previsto la non sfruttabilità dei terreni oggetto di incendi dolosi? Secondo le ricerche degli ultimi anni, risulterebbe che i fini sono speculativi: la ripartenza del pascolo, ripicche tra privati o verso la pubblica amministrazione, quando non vere e proprie vendette private.  

16/08/2021 10:26
Troppi incidenti sulle strade, numeri allarmanti anche nel Maceratese: "L'unione fa la sicurezza"

Troppi incidenti sulle strade, numeri allarmanti anche nel Maceratese: "L'unione fa la sicurezza"

L'Unione fa la sicurezza. È questo il titolo della Campagna informativa avviata da Polizia di Stato e Autostrade per l’Italia che in questi giorni vuole sensibilizzare ad una guida corretta e più sicura. L’obiettivo è quello di sensibilizzare gli utenti della strada a una guida più prudente perché, eccesso di velocità, cinture di sicurezza non allacciate, assunzione di alcool e droghe e uso scorretto dello smartphone, secondo le più recenti statistiche sono tra i principali comportamenti pericolosi alla guida che causano il maggior numero di incidenti su strade e autostrade.  In un periodo come questo estivo, proprio nei giorni di maggior transito incrementato dagli spostamenti del periodo vacanziero, l’obiettivo è quello di ricordare agli automobilisti in viaggio i rischi in cui è possibile incorrere. Le comunicazioni di sensibilizzazione vengono trasmesse attraverso le principali emittenti radiofoniche, web e social, oltre che con assistenza e informazione agli utenti lungo la rete autostradale. Anche nella nostra provincia di Macerata è stato impressionante il numero di incidenti stradali nell’ultimo mese, molti dei quali hanno coinvolto motociclisti: moto da strada, scooter: due solo nella giornata del 29 luglio, 15 dall’inizio del mese. Incidenti quelli che hanno coinvolto le due ruote, che quasi sempre hanno richiesto l’intervento dell’eliambulanza per la loro gravità da codice rosso; 5 purtroppo i motociclisti che non ce l hanno fatta, e non sono sopravvissuti. Non è da sottovalutare, come potrebbe invece accadere, tra le cause di incidenti stradali, lo stato psico-fisico del conducente. Ciò è valido per gli automobilisti ma anche e soprattutto per i motociclisti. La guida, che spesso dopo tanti anni di esperienza si affronta quasi meccanicamente, sulle 4 come sulle 2 ruote, necessita invece di particolare concentrazione: ad esempio durante i sorpassi per valutare velocità e distanza degli altri veicoli, per essere preparati ad affrontare un eventuale fondo stradale dissestato o ostacoli imprevisti sulla carreggiata, quando non anche per porre rimedio ad eventuali manovre imprudenti degli altri. Secondo il Rapporto ACI-ISTAT sull'incidentalità stradale, la distrazione resta la causa principale degli incidenti mortali, il 15,7% del totale. Segue il mancato rispetto di precedenza o del semaforo (il 14,5% del totale); velocità troppo elevata (10% del totale). Altre cause di incidente che si ripetono in modo significativo sono il mancato rispetto della distanza di sicurezza (8,7% del totale ) e le manovre irregolari, come la retromarcia, l' inversione, l'invasione di corsia, le manovre irregolari per sostare o attraversare la carreggiata. (l'8,7% del totale). La mancata precedenza al pedone e il comportamento scorretto del pedone rappresentano, infine, il 3,2% e il 2,8% di tutte le cause di cause di incidente.

08/08/2021 12:11
Indipendenza emotiva, l'unica strada per una relazione sana

Indipendenza emotiva, l'unica strada per una relazione sana

Siamo abituati a  sentire parlare del narcisita per la frequenza con cui questi soggetti sono coinvolti in relazioni fatte di violenza psicologica e/o fisica, ma altrettanto importante è provare a capire quali sono le caratteristiche della vittima potenziale di questi soggetti. Ricordiamo brevemente che il narcisista , secondo il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) , è caratterizzato da manie di grandezza, necessità di essere adulato secondo la percezione che ha di sé stesso, e soprattutto mancanza di empatia.  I soggetti con disturbo narcisistico di personalità tendono a svalutare le altre persone in modo da poter prevaricare ed affermare il loro senso di superirotà. L’autostima di questi soggetti dipende dalla considerazione positiva degli altri che lui ricerca in modo ossessivo, ed è quindi, proprio per questo, molto fragile.  Sono infastiditi dalle critiche degli altri e non tollerano il fallimento che li fa sentire così frustrati da generare in loro vere e proprie esplosioni di rabbia.   Ma chi è la potenziale vittima di questi soggetti? La “preda” preferita è solitamente una persona, diremmo, empatica, all’opposto del narcisista. Ma è necessario fare alcune precisazioni. Se è vero che l’empatia è la capacità di porsi nello stato d’animo dell’altro,  una cosa diversa è l’eccesso di empatia: quest’ultima caratteristica fa perdere di vista la propria individualità. Il proprio valore personale, i propri bisogni, desideri e necessità cedono di fronte a quelli dell’altro. Ed è proprio questa la caratteristica di molte vittime del narcisista. In una relazione con un narcisita, queste tendenze porteranno la sua vittima a cercare di trovare sempre un senso e una giustificazione anche agli atti più turpi e violenti.  Di fatto molto spesso la vittima non si rende conto di essere tale e di venire lentamente distrutta, ma pensa di essere lei quella inadeguata ad un rapporto con un soggetto di siffatta “pseudo-grandezza”.    Giunge a mettere in dubbio le proprie percezioni, fino a convincersi che le continue svalutazioni subite siano fondate, con enormi sensi di colpa.  Per questo continua a restare nella relazione, anche quando il narcisista diventa scostante, svalutante, fino ad accettare ogni tipo di sopraffazione, di violenza, e ad annullare completamente sé stessa e la sua stessa vita. Di fatto la vittima non è tale in senso totalmente passivo.  La sua insicurezza, la sua dipendenza emotiva,  causate da pregresse situazioni traumatiche, creano un gancio al narcisista.  E’ una sofferenza  intollerabile per la vittima pensare di essere abbandonata, e ciò  le fa giustificare e accettare anche che è inaccettabile. Confonde con l’amore la figura di chi la sta invece lentamente distruggendo. Tutto ciò non ha invece nulla a che vedere con una relazione sana nè tantomento con il sentimento di amore.  

01/08/2021 11:10
La criminalità dei colletti bianchi: la delinquenza dei professionisti “rispettati”

La criminalità dei colletti bianchi: la delinquenza dei professionisti “rispettati”

La criminologia non si occupa solamente di crimini violenti. Esiste un’area criminale di cui forse non si parla molto, ed è quella in cui operano professionisti e uomini d’affari. Di cosa si tratta? Sono violazioni del codice penale: falsità di rendicontazione finanziaria nelle società (falso in bilancio), crimini societari, truffa, corruzione, frode, insolvenza fraudolenta, turbativa d’asta etc. Altre volte si tratta di operazioni complesse, si dice “di confine” perché non esplicitamente reati ma manipolazioni del diritto, e di conseguenza del tessuto sociale. Sono crimini che possono essere messi in atto solo da chi possiede determinate competenze o qualifiche. I reati di questa specie sono commessi con dolo, ossia con coscienza e volontà della condotta che si pone in essere per un preciso scopo, lo scopo di lucro, il denaro. Il primo studio su questo tipo di crimini si deve al criminologo statunitense Sutherland che nel suo libro del 1949 in “White Collar Criminality” definisce i crimini dei colletti bianchi come quelli commessi “da una persona rispettabile, o almeno rispettata, appartenente alla classe superiore, che commette un reato nel corso dell’attività professionale, violando la fiducia formalmente o implicitamente attribuitagli”. Sino a quel momento gli studi criminologici partivano dal presupposto che il comportamento criminale fosse molto più frequente nelle classi inferiori e nelle persone disagiate. Gli studi di Sutherland hanno invece messo in luce come la devianza fosse riscontrabile anche tra soggetti in possesso di un elevato status sociale, e, parlando di “colletti bianchi” dimostrò che si trattava di autori di reati che avevano ricevuto l’educazione migliore, ed avevano beneficiato di privilegi e ricchezza. Da allora i reati dei colletti bianchi cominciarono ad essere oggetto di studi sociologici e criminologici: quando oggi parliamo di “colletti bianchi” ci si riferisce  non solo a professionisti collusi con la mafia, a nomi legati a grandi scandali economici di risonanza internazionale, ma anche a professionisti di provincia che mantengono un basso profilo per gestire al meglio i loro “affari” o che fungono da “facilitatori” per i criminali, aiutandoli a nascondere la loro identità e  attività attraverso società di comodo e transazioni finanziarie di varia natura. L’ex Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, il magistrato Raffaele Cantone precedentemente in servizio presso la D.D.A. di Napoli, dov’era impegnato nella lotta contro la camorra, in particolare combattendo il clan dei “casalesi”, ha commentato, durante un incontro sulla corruzione organizzato presso l’università LUISS di Roma agli inizi dell’anno, di “rispettare” più i “casalesi” che i “colletti bianchi”  poiché “mentre gli uni possono essere guardati frontalmente – ed è quindi relativamente facile catalogarli come nemici – non è possibile fare altrettanto con gli altri”.            

25/07/2021 12:33
Episodi di violenza giovanile: è davvero tutto da imputare ai lockdown?

Episodi di violenza giovanile: è davvero tutto da imputare ai lockdown?

L’episodio di violenza contro il rider di Cagliari, malmenato da un gruppo di ragazzi mentre stava facendo consegne in città la sera della finale italia Inghilterra non è stato un episodio isolato. Un episodio analogo si è verificato a San Donà, in provincia di Venezia.A denunciarlo è un pensionato di settant’anni, pestato da dieci ventenni davanti casa: “una furia mai vista, potevano uccidermi”.” Mi hanno aspettato in branco quando sono sceso dall’auto”. L’uomo, per anni autista di ambulanze al pronto soccorso dell’ospedale, è stato malmenato dopo una discussione per un parcheggio. Stava entrando nella sua abitazione con l’auto in sosta per aprire il cancello. Qualcuno gli ha urlato di spostarsi. Sceso dicendo che doveva rientrare in casa si è consumato il pestaggio. “Ero a terra, ma continuavano a picchiarmi”.  Spesso leggiamo che la causa scatenante dell’aggressività giovanile di cui sempre più spesso si sente parlare è la pandemia, che avrebbe slatentizzato un disagio che si manifesta con aggressività e violenza. Il disagio emotivo, la frustrazione della propria libertà, lo stress avrebbero innescato reazioni violente come “valvola di sfogo”. Eppure ormai da anni, molto prima della pandemia, è ad esempio in voga tra i giovanissimi il “Knockout game” , un “gioco” come definito da molti, ma che gioco non è, che prevede di colpire a caso i passanti sconosciuti con un pugno in pieno volto. Far filmare l’accaduto dagli amici bulli per postare il video su youtube o su altri social e allontanarsi come se nulla fosse, è il fine di questo delirante comportamento. Da Milano, Venezia, Brescia a Roma, Palermo, Napoli, questo trionfo di demenza è giunto in Italia già dal 2014, quando si sono verificati i primi episodi. Se è vero che nel particolare e difficile periodo di cambiamenti che è l’adolescenza, il confronto con l’altro è di vitale importanza per la formazione e crescita, per la costruzione dell’identità di un ragazzo, è fuorviante imputare ai lockdown vissuti a causa della pandemia “sic et simpliciter” il fenomeno dell’aggressività giovanile. E’ forse più realistica la considerazione, frutto di studi di ricerca sui comportamenti devianti e criminali giovanili,  che l’aggressività ed il comportamento antisociale hanno una loro genesi raramente riconducibile ad un’unica causa. I fattori di rischio, utili da conoscere per prevenire il consolidamento di una carriera criminale non conseguenti a disturbi psichiatrici acuti e cronici, vanno da una carenza educativa da parte dei genitori (abusi o trascuratezza), all’appartanenza ad una cerchia di amicizie che promuovono la violenza, all’assenteismo scolastico in giovane età, all’uso abuso di droghe, allo stile violento appreso nella comunità e all’immediata fruizione di contenuti violenti nei mass media. La prevenzione secondo gli studi specialistici è affidata ad una precoce educazione emotiva:il controllo del comportamento dei figli ed una migliore comunicazione affettiva possono aiutare a prevenire l’aggressività scaturente dall’incapacità di affrontare adeguatamente i problemi, dalla poca tolleranza alla frustrazione, dai problemi familiari.  

18/07/2021 12:00
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