La Strada delle Vittime

Capaci di intendere e di volere. Ma anche di "sentire"?

Capaci di intendere e di volere. Ma anche di "sentire"?

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico. 24 aprile 2021, Reggio Emilia: un giovane 21enne allerta i soccorsi per un incendio divampato nella casa dei suoi genitori. Giunte sul luogo le forze dell’ordine hanno scoperto il corpo senza vita di Paolo Eletti, il padre, e hanno trovato la moglie della vittima riversa in un lago di sangue con i polsi tagliati, in stato di semi-incoscienza. All’esito delle indagini è stato arrestato del figlio della coppia, con l’accusa di omicidio e tentato omicidio. Il movente sarebbe da ricercarsi in una diatriba per questioni patrimoniali, di cui da tempo sembra che discutessero genitori e figlio. 23 aprile 2021, Napoli: Elena 18 anni e Giovanni, quasi 23, hanno ucciso il padre di lei perché si opponeva alla loro relazione. I due hanno confessato l’omicidio aggiungendo di aver pianificato la strage: avrebbero voluto sterminare l’intera famiglia, il padre, poi la moglie e la figlia più piccola. Quest’ultimo caso ci riporta inevitabilmente alla memoria l’omicidio di Novi Ligure, portato a termine da Erika e Omar, 16 e 17 anni, che nel 2001 uccisero madre e fratellino piccolo di lei e che, secondo l’accusa, avevano progettato di uccidere anche il padre, in quel momento fuoricasa. È interessante riflettere su un frammento di un’intervista al magistrato che seguì il caso dei ragazzi di Novi Ligure 20 anni fa: “Il movente dichiarato era che i due ragazzi volevano vivere una dimensione di libertà assoluta in quella casa, dove sarebbero stati soli visto che il progetto era uccidere anche il padre. Però, entrambi godevano già di una grandissima libertà. I motivi più profondi vanno cercati nel rapporto che Erika aveva con i propri genitori e soprattutto con sua madre (..) Non c’era una comunicazione autentica. C’erano dei tentativi da parte di questa mamma di aprire un dialogo, che però riuscivano inadeguati allo scopo. Non c’era uno scambio di emozioni, ma tutto avveniva su un piano di adeguatezza formale”.  Il movente che accomuna questi omicidi è il fine utilitaristico. Di fatto questi figli eliminano il genitore quasi fosse “semplicemente” un ostacolo ai propri desideri consumistici: il patrimonio economico, la libertà, diventano beni primari e prioritari addirittura rispetto al valore vita di un essere umano. Al valore vita di un genitore. Entrare nelle famiglie con giudizi affrettati, famiglie delle cui dinamiche non sappiamo nulla, è rischioso. Tuttavia forse non è così distante dalla realtà dire che questi ragazzi sono abituati a ricevere, ma non a dare. L’amore spesso nella nostra società, anche nei confronti dei figli, fin dalla più tenera età, viene “scambiato” e veicolato attraverso beni materiali. Ecco che il genitore per il bambino che cresce, diventa la figura attraverso cui ottenere ed ancora ottenere; un mezzo attraverso cui ricevere la soddisfazione dei propri desideri. Ciò può condurre ad una crescita sana, valoriale ed emotiva di un figlio, se non è cresciuto anche nel rispetto, nell’amore e nella capacità di accettare dei sani ed educativi “no”? E quando quel “genitore - mezzo” smette di dare, o si oppone all’improvviso a quello che oramai è diventato l’automatismo del chiedere/avere, cosa accade? Certamente non tutti giungono a concretizzare l’uccisione del proprio genitore, ma le esperienze di psicologi e psicoterapeuti che nei loro studi sentono parlare di odio nei confronti dei genitori, sono molto maggiori di quanto si possa pensare. Matricidio, parricidio e parenticidio sono casi di cronaca in cui i figli si sono macchiati di questi delitti. Stupiscono la giovane età degli assassini che sono adolescenti o poco più, la freddezza nel compimento dell’omicidio, l’assenza di rimorso. Queste storie drammatiche che hanno visto madri e padri massacrati sconvolgono l’opinione pubblica per la loro efferatezza; si è quasi incapaci di comprendere questi figli che uccidono i genitori, questi figli che pongono fine alla vita delle persone che hanno dato loro la vita.

16/05/2021
Marco Vannini: ricordi e sensazioni della mamma Marina e di papà Valerio

Marco Vannini: ricordi e sensazioni della mamma Marina e di papà Valerio

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico: "La vittima è Marco Vannini, il ventenne ucciso da un colpo di pistola nella notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015 nella villetta dei genitori della fidanzata, la famiglia Ciontoli. Il processo per la sua morte si è definitivamente concluso il 3 maggio scorso con la sentenza della Cassazione che ha confermanto quanto stabilito dalla Corte D’Appello, e ha condannato in via definitiva Antonio Ciontoli a 14 anni di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale, la moglie e i figli a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio volontario. Il papà e la mamma di Marco, Valerio e Marina, hanno atteso fuori dalle aule la sentenza. “Non sono stata presente alla lettura della sentenza - ha raccontato Marina Vannini, intervistata dai microfoni di Chi l’ha visto - Ho sentito un boato e ho capito che era andata come volevamo noi. Il mio primo pensiero è stato quello di mandare un messaggio sul telefono a mio figlio. Gli ho scritto che era andato tutto come mi aveva detto lui. Perché io me l’ero sognato una settimana fa e me l’ero tenuto solo per me. Era una cosa mia. Perché poi avevo paura che non andava così. Gli ho detto: Marco, il sogno si è avverato”. Marina condivide con l’intervistatrice un’amara quanto reale considerazione: sembra che in tutto questo iter processuale Marco sia rimasto nascosto. E’ così. Se è vero che l’attenzione del pubblico viene molto spesso catalizzata dalla figura del reo e dalla curiosità, a volte morbosa, sugli sviluppi delle indagini, è anche vero che proprio per questa ragione, spesso la vittima rimane solo un’ombra sullo sfondo, un oggetto passivo del reato.  Ci sembra  giusto e doveroso quindi, tra le tante notizie di approfondimento e di cronaca giudiziaria pubblicate sul caso, ricordare chi era Marco Vannini. E quali sono le migliori parole da usare, se non quelle dei suoi genitori che hanno di fronte ai loro occhi, ogni giorno, il suo sorriso meraviglioso. “Marco era un ragazzo sempre disponibile, sempre pronto ad aiutare tutti. Ma non perchè era il mio Marco, potrebbero pensare che lo dico perchè sono a mamma, ma proprio perchè era così” La mamma prosegue: “Marco era un ragazzo che aveva tanti sogni nel cassetto, aveva vent’anni quando è stato ucciso”. “Il sogno più grande di Marco era volare con le Frecce Tricolori” e la mamma è convinta che ci sarebbe riuscito perchè era ambizioso; aggiunge “forse oggi che avrebbe 26 anni il suo sogno si sarebbe realizzato, quindi io lo voglio immaginare così sfrecciare nel cielo con le Frecce Tricolori”. Anche il papà Valerio si aggiunge al ricordo di Marina e lo immagina così, sfrecciare nel cielo. Valerio condivideva con il figlio la passione per le moto, uscivano spesso insieme; “un figlio ma anche un fratello, un rapporto molto forte, tanti i bei ricordi di quando uscivano in moto insieme”.  Le sensazioni di oggi, quando con la testa chiusa nel suo casco sente Marco “come se gli fosse addosso” sono bellissime, dice il papà, “ma la cosa brutta è che purtroppo ci parli ma non ti può risponedere. Solo ricordi, ricordi e sensazioni”.  Marco è stato l’orgoglio di due genitori che, spiegano,  l’hanno visto crescere bello, buono ed educato. “Viviamo l’ergastolo della sofferenza” questa la frase del papà di Marco che esprime la tragicità del dolore senza fine in cui vivono i due genitori. Se la famiglia Ciontoli si fosse attivata per chiedere subito i soccorsi, scrive il giudice nella motivazione della sentenza, Marco si sarebbe potuto salvare.    

09/05/2021
Errori e disattenzioni sulla scena del crimine

Errori e disattenzioni sulla scena del crimine

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  “L’impronta scarlatta dell’assassino che scagiona la Franzoni” fu la notizia riportata da tutti i maggiori quotidiani nazionali dell’epoca, quando tutta Italia era mediaticamente coinvolta dal delitto avvenuto a Cogne, in cui fu ucciso il piccolo Samuele. Ma qualcosa non quadrava! Furono i consulenti tecnici incaricati dalla Procura di Aosta che scoprirono che la famosa “impronta dell’assassino” non era stata impressa sul sangue e/o col sangue, bensì che era stata stampata come un timbro sul luminol. Fu scoperto che prima era stato spruzzato il luminol e che l’impronta era arrivata solo dopo. Cosa era accaduto? Lo ammise in aula con deposizione spontanea in un’udienza del Cogne bis, il fotografo svizzero che fu accusato di aver inquinato la scena del delitto del piccolo Samuele Lorenzi: “Per errore ho lasciato l’impronta sulla porta della camera da letto della villa di Cogne, dove mi ero recato per fare fotografie ai risultati del trattamento del luminol per conto del collegio difensivo – ha detto – e volevo presentare le dimissioni dall'istituto per cui lavoro, ma i miei superiori mi hanno dissuaso dal farlo perché la condizione in cui avevo lavorato quella notte poteva spiegare un incidentale contatto con la porta”. Il delitto di Cogne ebbe immediatamente un forte impatto mediatico. I carabinieri preposti alle indagini si trovarono innanzi ad una scena del delitto compromessa a causa dei numerosi accessi sui luoghi anche a seguito dei tentativi di soccorso di numerose persone. Alla fine, arriva la svolta e viene accusata di omicidio volontario la madre del piccolo Samuele, Annamaria Franzoni. A 19 anni dal terribile delitto la donna, che dopo anni di detenzione è ritornata in famiglia, non ha mai confessato la sua colpevolezza mentre gli esperti, nel giugno del 2006, conclusero che la Franzoni avrebbe sofferto di un grave disturbo di personalità e avrebbe compiuto il delitto in uno “stato crepuscolare” per cui può aver ucciso il suo bambino ma l’ avrebbe rimosso. Il caso è risolto ma molti ancora si chiedono se Annamaria è colpevole o innocente. Questo è solo uno, forse il primo di tanti casi mediaticamente altisonanti, in cui si è iniziato a parlare dell’importanza della fase del sopralluogo, che ha quale fine  quella importantissima di assicurare le fonti di prova, chiarire la dinamica del crimine  ed identificarne l’autore. L’analisi della scena del crimine è una tappa fondamentale delle indagini che nella maggior parte dei casi diventa determinante per la risoluzione del caso stesso. Proprio per questa sua rilevanza occorre adottare tutta una serie di regole per un corretto intervento. Le indagini tecniche consistono in un’opera di ricerca che ripercorre a ritroso l’iter del crimine per ricostruire, tra l’altro, lo scenario, il modus operandi dell’autore, fornendo utili dati per la sua identificazione. La legge in Italia non prevede l’individuazione del così detto ”Responsabile della scena del crimine”: ossia di una figura istituzionale che si faccia carico di conservare il più intatto possibile l’ambiente interessato da un delitto. Eppure la conservazione ottimale del luogo del delitto è una componente indispensabile per raccogliere prove “non corrotte”, utili ai fini delle indagini. Un reperto degradato, mal conservato, contaminato da agenti esterni non potrà rivelarsi decisivo in sede dibattimentale, una scena del crimine mal gestita può dar luogo a gravi conseguenze. Proprio per l’importanza che le tecniche investigative assumono nell’indagine su di un fatto delittuoso, esse richiedono la   conoscenza e l’attuazione di adeguati protocolli di svolgimento e una specifica e sempre aggiornata professionalità in chi le compie.  

02/05/2021
Risponde del reato di rapina chi sottrae con forza il cellulare al partner per cercare le prove di un tradimento

Risponde del reato di rapina chi sottrae con forza il cellulare al partner per cercare le prove di un tradimento

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  Quando si parla di reato come fenomeno relazionale all’interno della coppia, può accadere di non avere nemmeno la consapevolezza di trovarci di fronte ad un episodio configurabile come reato. Ci sono azioni violente, prevaricazioni, che spesso banalizziamo con espressioni di uso comune ma che invece integrano una violazione al codice penale e, prima ancora, una lesione a diritti costituzionalmente garantiti. Quando sottrarre lo smartphone al partner diventa reato? A rispondere è la Corte di Cassazione con diverse pronunce; l’ultima depositata a marzo di quest’ anno ha affrontato il caso di due partners conviventi (Cass.pen., Sez II, n.8821/2021). Commette reato il partner che sottrae al compagno/a, contro la sua volontà, il cellulare per scoprire prove sulla sua infedeltà. Anche se conviventi, ciò non giustifica la sottrazione dello smartphone, comportamento che integra una condotta antigiuridica, un’intrusione nella sfera di riservatezza della vittima. Nel caso di specie, l’imputato sosteneva la liceità del proprio comportamento, in quanto la convivenza, secondo la sua difesa, comportava un consenso tacito alla conoscenza di ogni comunicazione anche personale del coniuge. Il suo ricorso tuttavia è stato respinto dalla Suprema Corte, che ha affermato che la tesi sostenuta dal ricorrente urta contro la giurisprudenza consolidata secondo la quale “l’impossessamento del telefono contro la volontà della donna integra una condotta antigiuridica, e l’ingiusto profitto consiste nell’ indebita intrusione nella sfera di riservatezza della vittima, con la conseguente violazione del diritto di autodeterminazione nella sfera sessuale, che non ammette intrusione da parte di terzi e nemmeno del coniuge” Di fatto, se non viene chiesta l’autorizzazione al legittimo proprietario, ma con violenza o minaccia ci si impossessa del suo cellulare si commette il reato di rapina, mentre commette reato ex articolo 615 ter c.p. (accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico) chi con l’inganno, abusivamente accede a chat di messaggistica private del partner. Una delle basi del rapporto di coppia dovrebbe essere la fiducia; la garanzia della serenità e felicità di coppia non dipende certo dalla “capacità di controllo” sul partner.  Il bisogno di controllo è spesso dettato dall’ insicurezza nella relazione, dall’ansia, dal dubbio che può diventare devastante e che spesso, se alimentato, va a minare proprio quella fiducia su cui la coppia si fonda (o si dovrebbe fondare).

25/04/2021
Lui è la vittima, la compagna condannata per lesioni: quando la violenza non è di "genere"

Lui è la vittima, la compagna condannata per lesioni: quando la violenza non è di "genere"

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  Lui, I.B., 45 anni, lei M.C. 48 anni, insegnante, entrambi italiani; lei ha deciso dopo circa sei anni di convivenza e una figlia nata dalla loro relazione, che non lo vuole più e quindi una sera, senza preavviso, lo spintona con violenza fuori dalla porta e si chiude in casa. Sono già da tempo ai ferri corti. A distanza di pochi giorni la donna sporge querela, denunciando l’ex compagno per stalking e minacce. Lui imputato, lei la vittima. Ma è andata proprio così?  All’esito delle indagini non sembra. Anzi, innanzi al Giudice la situazione si è completamente ribaltata. Lui è stato prosciolto da ogni accusa mentre la donna è stata riconosciuta colpevole di due diversi episodi di violenza dall’autorità giudiziaria di Venezia, con l’accusa di lesioni personali ai danni dell’ex convivente. In realtà gli episodi di aggressione da parte della donna erano stati numerosi e risalenti nel tempo. I più violenti che hanno portato alla condanna della donna, e hanno costretto il quarantacinquenne a rivolgersi alle cure mediche, si sono verificati ben prima della loro rottura. In una prima occasione la donna aveva colpito il compagno alla testa con un pugno, utilizzando un grosso mazzo di chiavi per rendere l’impatto più violento, tanto da provocargli una lesione dell’arcata sopraccigliare. Il secondo episodio denunciato dall’uomo, difeso dal noto penalista avv. Alessandro Menegazzo del foro di Venezia, lo ha visto vittima di un’aggressione da parte di lei conil ferro da stiro bollente, che, compresso contro la schiena e contro un braccio, gli ha provocato ustioni di secondo grado. La donna, non affetta da alcuna patologia, oltre ad aver perpetrato tali forme di violenza fisica, dopo la separazione ha violato per almeno 5 anni l’ordine del giudice di far vedere la bambina al padre: di fatto gli impediva di vedere e tenere con sèla figlia con le modalità preveste dal decreto del tribunale. Tali episodi sono oggetto di un altro procedimento tuttora in corso. Mi chiedo, e chiedo all’Avvocato Menegazzo, quali siano le ripercussioni sulla figlia minorenne della coppia: “La ragazzina” spiega l’Avvocato, “sensibile, intelligente e brava a scuola, appena ha avuto la possibilità di decidere, è andata a vivere con il papà. Il fatto che una ragazzina di 15 anni scelga di vivere con il padre è già di per se indicativo delle sofferte dinamiche familiari violente, procurate dalla madre”. Quando alla base della decisione di commettere un reato c’è l’appartenenza di un soggetto ad un genere piuttosto che ad un altro si parla di violenza di genere. Ma quando, come in questo caso, è presente l’elemento relazionale la questione del genere diventa irrilevante. Non è “violenza di genere” ma "violenza relazionale”: la criminogenesi va individuata nella relazione tra i due. In questo, come in molti altri casi, spesso trascurati dall’opinione pubblica ma non per questo trascurabili, in cui l’uomo è vittima della donna, la violenza non è frutto di una “cultura di genere”, ma di un disequilibrio interno alla coppia. Ogni giorno si sente parlare di donne violentate, perseguitate e uccise tra le pareti domestiche. Eppure accanto a questa realtà ne esiste un’altra più taciuta perchègli uomini, a causa dello stereotipo di virilità e della quasi certezza di non essere creduti, spesso non denunciano: la violenza che le donne agiscono sugli uominiè soprattutto psicologica ed economica, ma, in casi come questi, anche fisica.   

18/04/2021
Truffe ad anziani con la scusa del virus: dal vaccino al “rimborso per Covid”

Truffe ad anziani con la scusa del virus: dal vaccino al “rimborso per Covid”

A febbraio di quest’anno la Polizia ha recuperato 35.000 euro e un chilo e mezzo di gioielli che erano stati sottratti ad alcuni anziani residenti a Bologna e a Forlì. La truffa ha inizio sempre con lo stesso tipo di telefonate alle vittime: “suo nipote è grave, l’unica possibilità di salvarlo è un costoso vaccino anti Covid ”;  viene quindi richiesto di far fronte alle spese con contanti o anche con gioielli. I truffatori si presentano poi nelle abitazioni dei malcapitati, ritirano “il bottino” e spariscono. A Milano nel mese di marzo si sono moltiplicate le segnalazioni per truffe tentate e riuscite dello stesso tipo. Molti i casi di truffe anche in altri parti d’ Italia, comprese le Marche, perpetrate con modalità diverse ma sempre sfruttando la parola d’ordine: Covid 19. In questi casi i truffatori, spacciandosi per addetti di compagnie elettriche, telefonano agli anziani estorcendo il loro Iban e dati personali con la scusa di “ versare un rimborso per il Covid”, di 90 euro. In altri casi ancora gli anziani ricevono visite o telefonate da sedicenti operatori sanitari che, con la scusa di “sanificare l’ambiente” o “verificare il loro stato di salute”, una volta ottenuto l’accesso nelle loro abitazioni li derubano.  Numerosi in Italia sono i progetti messi in campo dalle Associazioni in collaborazione con le Amministrazioni locali, con la finalità di prevenire ogni tipo di truffa agli anziani, attraverso una capillare attività informativa, l’attivazione di un numero telefonico dedicato  per ricevere le segnalazioni degli anziani ed offrire loro supporto e tutela sia da un punto di vista legale che psicologico. “Il supporto psicologico è di fondamentale importanza per un anziano che ha subito una truffa”, fa riflettere il Prof. Antonino Giorgi, psicologo psicoterapeuta e vittimologo, docente all’Università Cattolica di Brescia  che tra le altre specializzazioni ha quella in psicogeriatria : “il sentimento di vergogna, di colpa, che si trova a provare l’anziano, può essere devastante per la sua esistenza, tanto più se è solo o se subisce una seconda vittimizzazione dalla famiglia che magari lo colpevolizza  per essere stato raggirato, giungendo alla conclusione che non può prendersi più cura di sè. Tali sentimenti di inadeguatezza e di vergogna, non sono connessi tanto con l’entità dei beni che  vengono sottratti, quanto piuttosto con la ferita ricevuta nella propria buona fede.” “L’anziano, soprattutto se isolato, è più fragile e meno resiliente: dopo un evento del genere è difficile reagisca in maniera proattiva .  La sofferenza psicologica che ne deriva potrebbe sfociare in un disturbo post traumatico da stress, in un disturbo d’ansia, in un disturbo del ciclo sonno-veglia o in uno stato depressivo, solo per citarne alcuni” chiarisce il Prof. Giorgi. E’ perciò importante tutelare i nostri anziani, prestare loro ascolto e farli sentire liberi di narrare i loro malesseri o le loro difficoltà senza che si sentano giudicati come “inadeguati”.   Non farli sentiti mai isolati, ma al contrario farli sentire  accolti amati e protetti non dovrebbe essere in realtà solo un’ attenzione messa in atto per prevenire il pericolo delle truffe in cui rischiano di incorrere, ma forse dovrebbe essere una predisposizione d’animo sincera e profondamente sentita nella nostra società, spesso troppo disattenta ai bisogni delle persone più fragili. In questo nostro tempo cosi difficile non dovrebbero trovare spazio truffe o altre incoscienti furbizie egoistiche a danno degli anziani, ma dovremmo tutti pensare alla popolazione anziana come ad un patrimonio di esperienza e saggezza e anche ricordare che per una famiglia su 3 è il primo e spesso unico reddito. Dobbiamo quindi pensare a questo mondo della fragilità come a una risorsa e non gestirlo semplicemente come un onere.    

11/04/2021
Insulti e minacce social alla figlia di Ilenia Fabbri, la donna uccisa in casa sua. In nome di chi o di cosa?

Insulti e minacce social alla figlia di Ilenia Fabbri, la donna uccisa in casa sua. In nome di chi o di cosa?

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  La figlia di Ilenia, Arianna, è stata raggiunta da decine di insulti sui social. “Meriti il carcere per aver difeso il padre assassino”, “Ergastolo, a lui e alla figlia”, ed altri che non giova riportare. La sua “colpa”?  Arianna ha rilasciato delle dichiarazioni a favore del padre, Claudio Nanni, in carcere con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio dell’ex moglie, madre di Arianna. La ragazza ha più volte ribadito di credere alla versione del padre, che sostiene di aver ingaggiato l’assassino solo per far paura all’ex moglie  dietro il compenso di circa 2000 euro, diversamente da quanto sostiene l’esecutore materiale, Pierluigi Barbieri, che ha affermato di aver ricevuto ordine dal Nanni di compiere il delitto dietro la promessa di 20mila euro e un’auto usata.  La ragazza ha presentato querela in Commissariato per diffamazione aggravata, allegando oltre una cinquantina di pagine di screenshot di messaggi postati sulla pagina del suo profilo Facebook.  Il dato oggettivo è uno: Ilenia non c’è più, è stata uccisa, è la vittima di un terribile omicidio. Ma c’è anche un altro dato oggettivo: qualsiasi sarà la verità processuale, che verrà accertata nelle dovute sedi e dalle autorità competenti, anche la figlia Arianna è una vittima collaterale del reato consumato: ha subito quale effetto del reato una perdita tragica, quello della propria madre, e la perdita del proprio padre, ancorchè vivo, perchè finito in carcere con l’accusa di omicidio.  Oggi, con gli insulti a lei indirizzati, sta subendo di fatto una colpevolizzazione.  Arianna viene colpevolizzata nel contesto sociale, dal giudizio sulle sue scelte di vita (nel caso specifico per la sua scelta di credere a suo padre), scordando che si sta parlando, appunto, di una vittima collaterale. In nome di chi o di cosa? Perchè accade ciò? Chi scrive non ha la pretesa di avere una risposta a tale fenomeno siociologico, certa tuttavia che tali insulti  espressi attraverso i social nulla hanno a che vedere con il rispetto per la memoria di Ilenia, visto che si sta di fatto aggredendo la sua unica figlia,nè con un non meglio specificato senso di giustizia, poichè, chi di giustizia desidera parlare, non può prescindere dall’inquadramento oggettivo delle dinamiche relazionali sottostanti al reato: e, si ribadisce, Arianna è vittima collaterale del reato. Non riconoscerla come tale ma, anzi, colpevolizzarla, significa aver perso di vista quel minimo di empatia che permetta se non di percepire, quantomeno di “provare ad immaginare” cosa sta provando una ragazza dopo un trauma come quello subito da Arianna, e quale sia il difficile percorso che dovrà affrontare per superarlo. Secondo un rappporto del Censis il popolo (anche quello italiano) è sempre più incattivito e rancoroso. Gli insulti e le minacce che arrivano via social sono opera, come dice la senatrice Segre, che ne è vittima, di odiatori seriali contro i quali ci si può anche difendere; ma certamente le offese a portata di click vanno ad aumentare l’atmosfera traumatica in cui è immersa Arianna.      

04/04/2021
Costretta a vendersi dopo aver perso il lavoro: “un incubo ma sfamo i miei figli”

Costretta a vendersi dopo aver perso il lavoro: “un incubo ma sfamo i miei figli”

A Catania una donna di 40 anni perde il lavoro come commessa: costretta a vendersi per pagare le bollette e l’affitto. “Un incubo ma sfamo i miei figli” “Spesso mi sfiora l’idea di farla finita, poi penso ai miei figli, ai miei genitori e vado avanti”. Pordenone: una donna si è ritrovata a vivere in una stalla abbandonata, dopo aver perso improvvisamente il lavoro, oltre ai mancati pagamenti per il lavoro già svolto. “ Per settimane ho mangiato l’erba dei campi bagnata dall’ aceto. Era l’unico modo.” Ha incontrato l’indifferenza di tante  persone sulla sua strada, sino a che le sue richieste d’ aiuto sono state raccolte dai Carabinieri, che si sono occupati di lei. “Sono stati loro a salvarmi, a ridarmi la dignità e a farmi sentire viva”. Un uomo di 52 anni a Milano lavorava nell’ambito della sicuezza. Scaduto il contratto l’hanno lasciato a casa perchè preferivano i giovani. Ha fatto piccoli lavori in nero. Lo stipendio a casa lo portava il figlio, lavoratore anche lui nell’ambito della sicurezza, sino a che, con la pandemia hanno chiuso tutto. Ed anche lui è rimasto a casa. In tutta Italia, ci sono famiglie con la casa di  proprietà e che fino a non molto tempo fa vivevano in modo agiato, mentre ora fanno fatica anche a “vestire” i figli che vanno a scuola. Le storie come quelle ora accennate sono tantissime, troppe. Ci da una dimensione del fenomeno il fatto che l’associazione Emergency, che da oltre un ventennio offre cure mediche nei territori estremamente poveri e teatri di guerra, da maggio del 2020 abbia creato il progetto “Nessuno Escluso”: un servizio che prevede la consegna gratuita di cibo e prodotti per la casa a chi, dopo la pandemia, si è trovato ad affrontare situazioni economiche impensabili sino a quel momento. I nuovi poveri, racconta il responsabile del progetto, “sono famiglie fuori dai radar dell’assistenza tradizionale offerta da Comuni, Regione e Stato. Spesso sono persone che prima della pandemia galleggiavano al di sopra della soglia di povertà. Lavoravano in nero, avevano impieghi saltuari o precari soprattutto nel terziario, nella ristorazione e negli eventi. Sono bastati due o tre mesi di inattività perché si ritrovassero senza niente”. Ci siamo abituati ai numeri? Diciamo la stessa cosa con i numeri: secondo le stime preliminari Istat degli effetti del Covid sull’economia in Italia, nel 2020 le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni , per un numero complessivo di individui pari a circa 5,6 milioni : in un solo anno un milione in più. Non si può far finta di nulla. Non si può non tendere una mano, con quel poco o tanto che ciascuno può fare, a chi magari per pudore o vergogna non chiede aiuto. Qualche mese fa ho letto  una notizia che mi ha colpito molto: in un piccolo Comune italiano erano stati stanziati aiuti economici per sostenere i cittadini residenti che si trovavano in difficoltà durante la pandemia. Per ricevere il contributo era necessario presentare una domanda entro il termine di scadenza stabilito. Ebbene, in quel piccolo Comune, per quel pudore e vergogna di cui sopra,  non venne presentata nessuna domanda, anche se molti erano i soggetti che ne avrebbero avuto assoluto bisogno. “Dignità” è parola abusata, a volte poco conosciuta, spesso scambiata con il termine “orgoglio” che è un sentimento molto diverso  dal primo e che nulla ha a che fare con l’umiltà delle persone che cercano sempre e comunque di sopravvivere.

02/04/2021
Caterina Stellato, sopravvissuta a 20 anni di violenze del marito, fa un appello alle donne

Caterina Stellato, sopravvissuta a 20 anni di violenze del marito, fa un appello alle donne

Una donna Caterina, che per 20 anni ha sopportato le violenze fisiche e psicologiche del marito. Un appello accorato il suo, mentre fa inquadrare alle telecamere della trasmissione “Chi l’ha visto?” la sua foto di qualche anno prima con i capelli cortissimi. Racconta di esserseli tagliati da sola con le forbici in casa, per disperazione, perchè il marito non potesse più tirarglieli con una violenza tale da strapparglieli dalla testa. Non riusciva più a tollerare quel dolore, ed il bruciore del cuoio capelluto cosi martoriato. L’appello di Caterina è stato “Denuciate!” “Io ero arrivata al limite della sopportazione, non ce la facevo più, veramente. L'ho fatto (la denuncia) per amore dei miei figli, perché loro, ancor prima di me, non meritano di vedere tutto quello che il padre ha fatto sulla propria mamma, a cominciare dalle parolacce e finendo con le botte” Caterina racconta che inizialmente i pugni ed i calci venivano intervallati da “momenti di pausa” in cui l’uomo non manifestava la sua aggressività. Poi negli ultimi tempi erano diventati all’ordine del giorno, anche in presenza dei figli minori della coppia. “L’ultima volta è venuto per uccidere”.  La giovane donna con questa frase si riferisce al video mandato in onda durante la trasmissione: le telecamere di sorveglianza poste dalla stessa Caterina all’esterno della sua casa riprendevano il marito che in modo quasi animalesco tentava di arrampicarsi per raggiungere le finestre ed introdursi nell’abitazione dove la vittima si trovava con i genitori.  “Io ce l'ho fatta, ce la sto facendo. Però ci sono donne che stanno in quella che era la mia situazione fino a 2-3 mesi fa. Voglio dire solo che non bisogna isolarsi, perché io l'ho provato sulla mia pelle (.... ). Le persone devono denunciare, le donne che stanno vivendo la sofferenza che ho vissuto io; (...)” Nella strada percorsa sinora ci siamo occupati di vittime non sopravvissute.  Queste vittime, nella stragrande maggioranza, conoscevano il loro carnefice, con il quale avevano una relazione: genitori, coniugi, ex coniugi, ex fidanzati. L’uccisione della vittima, come abbiamo potuto constatare, non è mai giunta “all’improvviso”. Anche laddove il nucleo famigliare veniva descritto come una “bella famiglia”, approfondirne la storia ci ha svelato ben altra realtà.  La realtà di queste relazioni era caratterizzata da un’escalation di episodi di violenza, fisica o psicologica, culminati nella tragedia. L’ intenzione  è stata ed è quella di poter fare un percorso di consapevolezza, lungo questa “strada delle vittime”: l’informazione potrebbe essere uno dei tanti mezzi utili per prendere coscienza delle dinamiche relazionali sottese a molte tragedie, nella speranza di giungere a prevenirle.  

28/03/2021
Disimpegno morale: come facciamo del male continuando a vivere bene

Disimpegno morale: come facciamo del male continuando a vivere bene

È questo il titolo del libro di Albert Bandura, nel quale l’autore descrive i meccanismi con cui gli individui riescono a “disimpegnarsi temporaneamente dalla morale senza sentirsi in colpa, come se questa fosse un interruttore che si può accendere e spegnere a proprio piacimento”.  Quali sono questi meccanismi cognitivi che permetterebbero all’individuo di mettere in atto un’azione lesiva e riprovevole continuando a “sentirsi a posto”? “Se mi sono comportato così, l’ho fatto per difendere il mio onore...la mia famiglia..” Chi si auto-giustifica in questi modi dopo aver commesso un’azione riprovevole è consapevole di aver  agito in modo disonesto o violento, ma si convince di aver perseguito finalità giuste e meritevoli, di aver perseguito una “giusta causa”. Questo è il meccanismo della GIUSTIFICAZIONE MORALE. “In fondo stavamo solo discutendo” L’azione violenta viene in questo caso “addolcita” con una modifica del linguaggio e diventa “solo una discussione” per alleggerire la gravità  del comportamento. Quando si utilizza questo espediente Bandura parla di LINGUAGGIO EUFEMISTICO.  “Ti ho solo aggredito verbalmente, non fisicamente” In questo caso l’individuo si autoassolve confrontando la propria azione riprovevole con altra peggiore e più grave; utilizza il CONFRONTO VANTAGGIOSO per rinnegare il disvalore dell’azione compiuta. “Se ho agito così, la colpa è di chi mi ha convinto ad agire così” La responsabilità di un comportamento immorale viene in questo caso spostato su un soggetto esterno a sè stessi. Si attua uno SPOSTAMENTO DELLA RESPONSABILITA’  per prendere le distanze dall’azione commessa. “La colpa non è solo mia, sono stati gli altri che..” Qundo ci si muove in un gruppo ed il gruppo stesso pone in essere azioni immorali, nessun individuo si sente davvero responsabile. Si attua una DIFFUSIONE DELLA RESPONSABILITA’ .  “Cosa vuoi che sia, non si è fatto/a niente è tutta scena” In questo caso si minimizzano, si trascurano i danni provocati e  si arriva addirittura a contestare l’esistenza del danno derivato dalle proprie azioni.  Si attua una NEGAZIONE DEGLI EFFETTI LESIVI della propria condotta per non sentire il senso di colpa dipendente dall’entità del danno provocato. “Tizio è un verme” “Dalla spersonalizzazione alla deumanizzazione il passo è breve”.   La vittima dell’azione  immorale non viene vista  come individuo dotato di sentimenti speranze e preoccupazioni; si inizia trattando la vittima con distacco emotivo, senza empatia, per giungere a deumanizzarla con frasi che la privano dell’essenza della sua natura umana. Si parla di DEUMANIZZAZIONE DELLA VITTIMA “A quell’ora in giro da sola se l’ è cercata” (esempio di caso di violenza sessuale”) L’ autoassoluzione in questo caso deriva dal considerare la propria condotta lesiva come obbligata dalle circostanze o dalla provocazione della vittima. Con L’ ATTRIBUZIONE DELLA COLPA ALLA VITTIMA il colpevole ritiene addirittura giusta la propria azione: la vittima, per l’agente, diviene colpevole, se l’è meritata.  Bandura spiega che “ all’inizio le persone  compiono atti poco nocivi che riescono a tollerare solo con qualche  fitta di senso di colpa ma, dopo che il loro autobiasimo si è indebolito con la ripetizione di comportamenti lesivi, il livello di spietatezza aumenta finché azioni che  prima vedevano come orribili possono essere perpetrate con scarsa autocensura. A questo punto le pratiche disumane diventano un’abitudine priva di riflessione". Che sia condivisa o meno la sua teoria, frutto di molti anni di studio da parte dello psicologo canadese, per tutti conoscerla potrebbe essere uno spunto di riflessione su noi stessi e sulla nostra società, o semplicemente una conoscenza in più da acquisire “al nostro bagaglio di informazioni”.  

21/03/2021
La morte di Ilenia Fabbri: uomini violenti e una seconda vittima, la figlia

La morte di Ilenia Fabbri: uomini violenti e una seconda vittima, la figlia

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  Claudio Nanni, ex marito di Ilenia Fabbri, uccisa nella sua casa a Faenza con un profondo taglio alla gola, è in carcere con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio della donna.  Dal canto suo il 54 enne ha sempre affermato di aver dato le chiavi di casa al suo amico Barbieri, “ma solo per spaventarla e non per ucciderla”. Pierluigi Barbieri, 53 enne  soprannominato “ lo zingaro”, nell’interrogatorio di garanzia dello scorso lunedi innanzi al gip avrebbe ammesso di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Ilenia Fabbri: avrebbe ucciso spinto dalla promessa dell’ex marito della vittima, mandante dell’omicidio, di 20.000 euro e di un’auto. Il piano concordato tra i due, sempre secondo la versione del Barbieri, era quello di buttare giù Ilenia per le scale e strangolarla, simulando un furto finito male. Ma la presenza di una testimone in casa, l’amica della figlia di Ilenia, circostanza non prevista al momento dell’ideazione del piano omicidiario, avrebbe indotto il killer ad affrettarsi ad uscire da quella casa e quindi avrebbe afferrato un coltello trovato nella cucina dell’abitazione e avrebbe finito la donna, sgozzandola mentre tentava di sfuggire alla presa del suo assassino. Quale delle due, la versione del Nanni o del Barbieri sarebbe più veritiera? Nell’attesa di maggiori dettagli sul caso alcune certezze sono già evidenti: i due uomini sono uomini violenti, avidi, uomini che odiano le donne, facenti parti di quella cultura-non cultura che prevede il dominio dell’uomo sulla donna, assoggettata e controllata dal compagno. L’ex marito di Ilenia aveva installato un GPS per seguire i suoi movimenti; Ilenia stessa tra le altre cose, aveva confidato alle amiche di dover limitare la pubblicazione di foto sue e del nuovo compagno su Facebook perchè l’ex marito si irritava nel vederle: ciò nonostante anche il Nanni avesse in corso una nuova relazione. Questo oltre alle minacce e ad una precedente denuncia per lesioni sporta dalla vittima. Un uomo “malato” quindi non solo di soldi, ma anche di “Ilenia”. Un uomo che oggi dal carcere, invia una lettera a sua figlia, di seguito ne leggiamo alcuni stralci: “Arianna, come ti avranno detto i miei avvocati, le cose sono andate diversamente da come dovevano andare”. “Ho commesso un errore e dovrò pagare”. “Dovresti provare odio nei miei confronti e questo mi butta giù, per questo provo vergogna nel parlare e farmi vedere da tutti, ma soprattutto da te”. “Nonostante tutto il mio amore per te è grande”. “Le cose non dovevano andare così, volevo solo spaventarla. Ti voglio e ti vorrò sempre bene”. Ad oggi sappiamo che dopo aver letto la lettera, la figlia Arianna ha chiesto di vedere il padre in carcere: Arianna ha sempre sostenuto il padre ed oggi dice di credere alla sua versione dei fatti, secondo la quale avrebbe appunto incaricato il Barbieri di spaventare solamente l’ex moglie. Sicuramente questa vicenda ha creato un trauma importante ad Arianna, che si è ritrovata a perdere due genitori contemporaneamente: la madre uccisa ed il padre in carcere con l’accusa di omicidio. Pare più che naturale il tentativo della ragazza di  “salvarne uno”, l’unico che per forza di cose può essere salvato. Salvarlo non tanto dall’opinione pubblica quanto dal suo stesso giudizio di colpevolezza: Arianna ha probabilmente bisogno di credere che il padre non abbia agito per uccidere sua madre. Ne ha bisogno per sopravvivenza, per attenuare, per quanto possibile, il suo dolore lacerante.  Una legge, la n. 4 del 2018, ha introdotto tutele processuali ed economiche agli “orfani speciali”, figli minorenni, e maggiorenni come Arianna,  economicamente non autosufficienti, della vittima di un omicidio commesso dal coniuge, anche legalmente separato o divorziato o dal convivente, per aiutarli a risolvere problemi gravi ed urgenti sia dal punto di vista psicologico che economico. I figli delle vittime avranno almeno una giustizia economica, anche se molto difficile arrivare ad ottenerla questa giustizia..! Dobbiamo ricordarci che questi orfani speciali sono orfani due volte: hanno perso la madre ed il padre. Quasi tutti hanno bisogno di attenzioni ed interventi specialistici che riportino in loro la capacità di vivere una vita normale e serena.        

14/03/2021
Omicidio Bolzano, la confessione di Benno: pentimento o strategia?Non hanno dubbi zio e sorella

Omicidio Bolzano, la confessione di Benno: pentimento o strategia?Non hanno dubbi zio e sorella

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  Benno avrebbe confessato il duplice omicidio  dopo il ritrovamento del corpo della madre,  Laura Perselli, scomparsa insieme al marito Peter Neumair dalla loro casa di Bolzano il 4 gennaio, il cui corpo è stato ripescato dal fiume Adige il 6 febbraio scorso.  I verbali dei due interrogatori contenenti le confessioni di Benno sono stati desegretati dalla Procura di Bolzano  solo due giorni fa. Secondo lo zio, quella di Benno è una personalità manipolatoria: il nipote secondo lui avrebbe confessato gli omicidi dei genitori non per pentimento reale ma per convenienza, di concerto con  i suoi legali: “Non c'è pentimento: aveva l'acqua alla gola, fa comodo confessare. La sua è una strategia. Deve dire dove è il corpo di Peter". Dello stesso parere dello zio sembra essere anche la sorella di Benno, Madè Neumair, che, in una lettera inviata dal suo avvocato alla stampa, scrive : “ Non credo ad un sentimento di pentimento da parte di Benno e ci vuole ben poco a capire che la sua confessione, resa immediatamente dopo il ritrovamento del corpo senza vita di una delle sue due vittime, che presentava ovvi segni di violenza, fosse a quel punto un passo dovuto al quadro indiziario a suo carico (...)".  Madé Neumair rivela nella stessa lettera : “ l'indicibile fatto che Benno Neumair abbia ucciso a sangue freddo la mia mamma e il mio papà la sera del 4 gennaio, per me è stato violentemente e dolorosamente evidente fin dal primo pomeriggio del 6 gennaio, come sanno gli inquirenti e le persone a me più care.” Conclude la sua lettera con parole toccanti Madè :” Il 4 gennaio ho provato sulla mia pelle che il bene non sempre vince il male, che l'amore di una mamma e di un papà a volte può non bastare, che le parole giuste spesso non ci sono, che nessuna possibile condanna potrà mai compensare quello che in poche ore mi è stato tolto a nani nude (....)” Secono la confessione del giovane, i genitori sarebbero stati uccisi in due momenti differenti. Benno avrebbe prima ucciso il padre dopo una colluttazione causata da un diverbio per motivi economici: “ la solita lite per soldi, poi ho strangolato papà . Io volevo finirla lì ma lui continuava e allora ho preso una corda e gliel'ho stretta al collo. L'ho fatto per farlo stare zitto” . L’ avrebbe strangolato con una corda da arrampicata, la stessa corda con la quale ha poi aggredito la madre al suo rientro, cogliendola alle spalle di sorpresa, senza darle nemmeno il tempo di togliersi il cappotto. Anche raccontando dell’uccisione della madre, Benno non avrebbe manifestato alcuna emozione , e con freddezza avrebbe dichiarato : “Mia madre è arrivata che era appena successo, non le ho nemmeno dato il tempo di togliersi il cappotto e quando è entrata ho strangolato anche lei”. Avrebbe poi gettato entrambe i corpi nell’Adige. I depistaggi messi in atto dal ragazzo, la lucidità nel crearsi un alibi farebbero pensare ad un soggetto che, al momento della commissione del fatto era capace di intendere e di volere. Lui stesso nel corso dell’interrogatorio confessa : “Dopo aver buttato via i corpi avevo già pulito casa ma volevo pulire meglio, volevo essere sicuro" . Per questo avrebbe acquistato dell’acqua ossigenata per essere certo di aver cancellato ogni eventuale  traccia trascurabile e non visibile . Questo aspetto verrà approfondito in sede di  incidente probatorio: Benno sarà sottoposto a perizia psichiatrica. Non è difficile comprendere che la difesa giocherà la carta del vizio di mente. L’ipotesi accusatoria, non dimentichiamo, descrive Benno come un soggetto lucido ed organizzato. Certamente parliamo di un ragazzo con tratti narcisistici di personalità, borderline, ma ciò non significa che la sua capacità di intendere e di volere al momento della commissione del reato fosse necessariamente compromessa. Questo è un equivoco in cui spesso si cade: i disturbi della personalità non necessariamente coincidono con l’ incapacità di intendere e di volere, e quindi con la non imputabilità.      

10/03/2021
L'omicidio di Rossella: lui non si sarebbe rassegnato alla rottura e lei aveva accettato di farlo restare

L'omicidio di Rossella: lui non si sarebbe rassegnato alla rottura e lei aveva accettato di farlo restare

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  Rossella Placati, siamo in provincia di Ferrara. Aveva 50 anni, due figli di 32 e 27 anni avuti dall’ex marito Giuseppe.  Ferita al petto per tre volte con un’arma da taglio, è stata uccisa, colpita alla testa nella sua casa, con un corpo contundente e con una violenza così tremenda da fracassarle il cranio. Il suo attuale compagno è indagato per omicidio volontario aggravato dalla relazione con la vittima, sulla base di quelli che sono stati ritenuti indizi gravi e concordanti, se pur lui si dichiara estraneo ai fatti. Per la Procura l’indagato avrebbe ucciso per motivi passionali: non accettava la volontà della compagna di interrompere la relazione. Lei già qualche giorno prima della sua morte gli aveva inviato un messaggio invitandolo ad andarsene da casa sua e dalla sua vita. Lui non si sarebbe rassegnato alla rottura e lei aveva accettato di farlo restare, pur vivendo una vita da separati in casa, fra liti ed innumerevoli pressioni psicologiche da parte di lui. Quella sera l’ultima violenta discussione, un litigio preoccupante per i toni raggiunti alcune ore prima dell’omicidio. Nella vita di tutti i giorni, per  ottenere qualcosa, agiamo: se abbiamo fame, mangiamo, se abbiamo sete, beviamo etc.. Nel mondo delle emozioni e dei sentimenti non funziona così. Gli altri non cambiano perchè noi agiamo, il cambiamento è un elemento che appartiene a loro ed al loro destino. Ciò che noi possiamo cambiare è il nostro atteggiamento verso l’altro. Certamente è più facile chiedere all’altro di cambiare, perchè questo ci risparmia la fatica di fare un cambiamento. Ed i cambiamenti sono dolorosi, difficili. Tale difficoltà riguarda la società , il rapporto con l’altro, e quindi riguarda anche la famiglia, intesa come nucleo delle relazioni più strette e significative per un individuo. Se ciò è vero per chi si macchia di crimini violenti tra le pareti domestiche, come potrebbe essere avvenuto nel caso di Rossella, per l’incapacità patologica di gestire emotivamente un rifiuto o di accettare la decisione dell’ex partner di un cambiamento nella propria vita sentimentale, è altrettanto vero che tale difficoltà appartiene anche alla vittima. Per la vittima uscire da una situazione di maltrattamenti, ammesso che abbia preso coscienza di essere una vittima, percorso tutt’altro che semplice e lineare, richiede uno sforzo psichico ed un investimento emotivo non indifferente, poichè ciò determinerà l’alterazione di uno stato di equilibrio che spaventa per molteplici ragioni. Che si tratti di giudicare una scelta altrui non condivisa, o che si tratti di negare una realtà che non ci piace, questi atteggiamenti di giudizio e negazione conducono ad un senso di vuoto e di mancanza nel presente che rischiano di essere così totalizzanti da far avvenire uno “scollamento” con la parte più sana di noi stessi, con i nostri valori etici e morali, con la regolazione degli istinti con la nostra capacità di indirizzarci concretamente ed in modo sano verso il nostro bene-stare. Questo è l’ennesimo omicidio di una donna in Italia: si calcola che questa strage avvenga con la frequenza incredibile di una ogni due giorni. Spesso ci sarebbe una situazione di tensione legata alla decisione della vittima di mettere fine al rapporto, ma non è soltanto questo. Le cause culturali di questo fenomeno hanno a che fare con l’esistenza dei “ruoli di genere”: solo con una buona educazione potranno essere cancellati e si finirà cosi di attribuire alla donna un ruolo sociale docile e remissivo in cui è l’uomo a dover decidere per entrambi mentre lei subisce passivamente.    

07/03/2021
"Conosci qualcuno che possa fare del male a mia moglie?”, l'ex marito di Ilenia Fabbri arrestato

"Conosci qualcuno che possa fare del male a mia moglie?”, l'ex marito di Ilenia Fabbri arrestato

Torna l'appuntamento con la rubrica "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  Arrestato nella notte l’ex marito di Ilenia Fabbri, la donna uccisa nella sua abitazione a Faenza la mattina presto del 6 febbraio, con un profondo taglio alla gola.  L’ex marito è Claudio Nanni, 53 anni. Aveva un  alibi apparentemente perfetto: all’ora dell’ omicidio l’uomo si trovava con la figlia Arianna, nata dal matrimonio con Ilenia. Erano in macchina,  da poco si erano messi in viaggio per recarsi a ritirare l’auto di Arianna, acquistata da lei pochi giorni prima. Un alibi  “perfetto” al punto che la stessa figlia  della coppia, pur stravolta dal dolore per la morte della madre, si era scagliata ripetutamente e pubblicamente contro chiunque le ricordasse che i sospetti degli inquirenti erano comunque già rivolti al padre, indagato per l’ omicidio volontario della ex moglie,  pluriaggravato, in concorso con ignoti . La svolta arriva in nottata con l’ordine di arresto nei confronti dell’uomo. Setacciate le immagini delle telecamere private di videosorveglianza nelle zone circostanti il luogo del delitto, era stata individuata una sequenza che riprendeva un uomo aggirarsi nei pressi dell’abitazione di Ilenia Fabbri la notte del delitto; da li erano partiti gli inquirenti per identificare il presunto assassino e ricostruire la dinamica dell’omicidio. Determinanti i riscontri sui telefonini e quelli avuti dall’esame delle celle telefoniche nell’arco di tutto il mese. Riconfermata quindi  l’ipotesi  iniziale della Procura: il Nanni sarebbe stato il  mandante del terribile delitto. Sempre in nottata è stato arrestato anche quello che si ritiene abbia avuto il ruolo di esecutore materiale dell’omicidio, Pierluigi Barbieri, 53 anni, conoscente del Nanni,  pregiudicato, già arrestato nel 2020 per una spedizione punitiva ai danni di un uomo, disabile, della zona di Forlì. Il movente sarebbe da rintracciare nelle stesse parole del Nanni che, secondo quanto riferito da una testimone vicina all’uomo nel 2019,  si sfogava con lei sul contenzioso aperto con l’ex moglie per il patrimonio coniugale : “Mi vuole rovinare, mi chiede un sacco di soldi”  prosegue “Conosci qualcuno che possa far male a mia moglie?” Secca sarebbe stata all' epoca la risposta della donna" ma stai scherzando? Tu sei fuori!" Non sarebbe l’unica testimonianza con questo tipo di racconto, oltre ad altre, messe a verbale, secondo cui  da almeno un paio d’anni la donna avrebbe ricevuto dall’ex minacce di morte.

03/03/2021
In una società in cui regnano conflitto e competizione: prevenire gli episodi di violenza è possibile?

In una società in cui regnano conflitto e competizione: prevenire gli episodi di violenza è possibile?

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico.  In una società in cui siamo abituati al conflitto, alla competizione, la capacità di empatia diventa un’ esperienza da coltivare, fermandoci di tanto in tanto, per arrivare a quella “calma centratura emotiva” che è l’unica strada percorribile per porci in ascolto dell’ altro. Questo il senso di una delle considerazioni condivise la settimana scorsa dal dottor Andrea Grosso, psicoterapeuta e mental coach, in una diretta facebook molto interessante sulla pagina @IPAMacerataFermo, organizzata e condotta dal Presidente I.P.A. International Police Association Macerata- Fermo, Tommaso Galeone. L’incontro online dal titolo  “ Intervento da parte delle Forze dell’Ordine. Come allenare la nostra mente”, indirizzato appunto alle Forze dell’Ordine  che sono chiamate a gestire i primi momenti di grande tensione quando si verifica un fatto costituente reato, è risultato denso di preziosi spunti di riflessione anche per la quotidianità di ciascuno di noi. Empatia è la capacità di sentire cosa prova l’altro. Richiede la capacità di mettersi in ascolto ponendosi “non in conflitto” e  “non in competizione”. Rifletto sul senso di queste parole: è di tutta evidenza che  in una situazione conflittuale già degenerata, come può essere quella di una quotidianità domestica in cui vengono perpetrati  abusi di ogni tipo, ciò non significa subire passivamente qualsiasi forma di violenza psicologica o fisica.  Quando la tensione ha già raggiunto livelli ingestibili, l’unico modo per salvarsi è denunciare agli organi competenti ogni forma di aggressione. E saranno proprio le Forze dell’Ordine, con la loro esperienza e con l’addestramento ricevuto ad interventire in situazioni altamente conflittuali, ad occuparsi dell’autore del reato e della vittima. Dobbiamo però necessariamente ricordare che ci sono dei segnali da cogliere ed interpretare che arrivano dal nostro interlocutore, che ci possono far presagire con ampio anticipo rispetto alla “tragedia annunciata” che il soggetto non ha quella “calma centratura emotiva” di cui sopra.  E’ raro che la violenza si fermi ad un solo atto; essa innesca una serie di comportamenti sempre più aggressivi. Per poter prevenire prima che sia troppo tardi, cosa possiamo fare? Ritengo che un suggerimento utile potrebbe essere proprio quello di metterci in “ascolto” dell’altro, del suo linguaggio verbale e non verbale. Ma per fare questo, anche la potenziale vittima deve possedere una  “calma centratura emotiva”.  Ed allora? Parlando della violenza di genere nei confronti della donna, assistiamo troppo spesso a donne che “si ritrovano” avvolte nella spirale della violenza e non si ribellano per l’incapacità  di immaginare  la propria autonomia, psicologica o economica, dal partner. Questo continuo subire vessazioni dal proprio partner, come in un circolo vizioso, non fa altro che andare a minare il senso del proprio “sè” della donna, la sua identità. E più viene compromessa la sua identità tanto più si sentirà incapace di poter sopravvivere senza quel patologico “legame” economico e psicologico con il proprio partner. Ecco che in questi casi “mettersi in ascolto” dell’altro, prima che sia troppo tardi, significa prima ancora saper mettersi in ascolto di sè stessa. Significa dedicare 5 minuti di tempo per connettersi con la propria calma interiore, che non è assopimento, passività, ma attenzione vigile a ciò che accade prima dentro di noi e poi intorno a noi. Raggiunta quella consapevolezza del proprio “sè”, diventerà un’attitudine naturale, che già fa parte dell’ animo femminile, quella di saper riconoscere i primi segnali della manipolazione relazionale: perchè non c’è violenza fisica  che a monte  non abbia una o più forme di violenza psicologica.  Ci avviciniamo alla data dell’ 8 marzo, giornata della donna, ma finchè una donna viene malmenata fisicamente o minacciata sia pure verbalmente, è controllata costantemente ed in maniera soffocante dal proprio partner, non ha accesso alle sue risorse economiche, è oggetto di violenza psicologica, cioè è oggetto della violazione dei diritti umani, questa non è una festa da celebrare con leggerezza ma con la consapevolezza che la violenza sulle donne è un fenomeno sociale da combattere con ogni mezzo.    

28/02/2021
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