La Strada delle Vittime

"Se ci stai, ti faccio il contratto". Il ricatto di un imprenditore in cambio del posto fisso

"Se ci stai, ti faccio il contratto". Il ricatto di un imprenditore in cambio del posto fisso

La Cassazione ha confermato la condanna a sei anni e mezzo di reclusione nei confronti di un imprenditore della provincia di Bergamo, titolare di un agriturismo, che aveva violentato una sua dipendente. La donna, dopo la violenza subita durante l’orario di lavoro, era stata ricoverata in ospedale con due mesi di prognosi. L’uomo, 47 anni, condannato già in primo grado, per il tramite dei suoi legali ha impugnato la sentenza sino a giungere all’ultimo grado di giudizio, presentando Ricorso in Cassazone. La linea difensiva è stata quella della richiesta delle attenuanti generiche che avrebbero portato ad uno sconto di pena, perchè l’uomo si è definito: "un onesto lavoratore e un padre di famiglia sempre rispettoso delle regole", dichiarando essersi trattato di “un gesto occasionale” La Suprema Corte ha rigettato il Ricorso dell’imprenditore per il disvalore della vicenda: l’imputato aveva commesso il reato approfittando della propria posizione sovraordinata rispetto alla dipendente.  Non sono rari casi di questo genere, in cui un datore di lavoro, approfittando del proprio status, molesta le proprie dipendenti, confidando magari nel loro silenzio, pena la perdita del posto di lavoro.  Non solo le donne, ma anche gli uomini possono cadere vittime di quello che la Cassazione ha, con recente sentenza, definito "stalking aggravato”, intendendo come tale “la condotta del datore di lavoro che ponga in essere una mirata reiterazione di plurimi atteggiamenti ostili verso il lavoratore dipendente, volti alla sua mortificazione ed isolamento nell’ambiente di lavoro – che possono essere rappresentati dall’abuso del potere disciplinare culminante in licenziamenti ritorsivi – tali da limitare la libera autodeterminazione dello stesso (Cassazione, Sentenza 05 aprile 2022, n. 12827).  Nella fattispecie sottoposta al vaglio della Suprema Corte, il datore di lavoro si era reso colpevole del reato “tramite reiterate minacce, anche di licenziamento, e denigratorie, nonché attraverso il ripetuto recapito di ingiustificate e pretestuose contestazioni di addebito disciplinare, ingenerando nei dipendenti un duraturo stato di ansia e di paura così da costringerle ad alterare le loro abitudini di vita” In questi casi denunciare è l’unica strada affinchè la vittima non incorra in gravi danni fisici e psichici che con il trascorrere del tempo si cronicizzerebbero in vere e proprie patologie. 

24/04/2022 14:30
Pasqua italiana: mentre si continua a morire senza che nessuno se ne accorga per mesi, sono 2,6 milioni gli italiani in difficoltà

Pasqua italiana: mentre si continua a morire senza che nessuno se ne accorga per mesi, sono 2,6 milioni gli italiani in difficoltà

Alla vigilia delle festività pasquali, l’analisi di Coldiretti è drammaticamente chiara, perchè a parlare sono i numeri: 2,6 milioni sono gli italiani costretti a chiedere aiuto per mangiare quotidianamente. Tra questi Coldiretti distingue e conteggia 538.423 bambini (di età uguale o inferiore ai 15 anni), 299.890 anziani, 81.963 senza fissa dimora (di età uguale o superiore ai 65 anni), 31.846 disabili. E’ un numero mai raggiunto in Italia, secondo Coldiretti , che in persona del suo presidente Ettore Prandini, sottolinea come “per arginare questa situazione serve un deciso intervento della Pubblica Amministrazione ed è importante l’apertura dei primi bandi per acquistare alimenti di base di qualità Made in Italy da consegnare agli indigenti, sui quali occorre ora accelerare utilizzando le risorse stanziate per acquistare cibi e bevande da distribuire ai nuovi poveri” . Sempre secondo Coldiretti un italiano su due è costretto a dimezzare dal suo budget mensile le spese alimentari per far fronte ai rincari : i costi per l’energia ( benzina e gasolio) ne sono i maggiori responsabili. Ad incrementare il numero degli italiani in difficoltà ci sono: genitori separati con figli a carico (o mogli a carico), anziani, piccoli imprenditori costretti a chiudere le loro attività; sono queste le categorie più esposte che con estrema difficoltà arrivano a fine mese. Le file fuori le sedi Caritas in tutta Italia sono affollate da italiani lavoratori precari, in “nero” e autonomi. Molte le famiglie che per la prima volta nella loro vita, per non soccombere hanno cercato aiuto presso i centri d’ascolto delle loro città. Numeri ma “non solo numeri”. Pochi giorni fa è stata diffusa la notizia di una coppia di anziani ritrovati mummificati nella loro casa in provincia di Udine: erano morti da mesi. La causa della morte è stata probabilmente il malfunzionamento di una stufa o dell’impianto di riscaldamento. Ancora una volta una storia di solitudine, abbandono, trascuratezza in un paesino di poco più di 8.000 abitanti. La morte parrebbe risalire infatti allo scorso autunno. Nessuno sino ad ora se ne era mai accorto. Leggere o scrivere queste notizie, soffermarsi su questi numeri non è sufficiente. Abbiamo perso il senso di comunità, l’individualismo ha preso il sopravvento tra noi vicini di casa, concittadini, connazionali. Ed allora, senza finti buonismi o gesti eclatanti di “simil volontariato” per un giorno o in occasione di avvenimenti particolari, forse un po’ di silenzio, di fronte a questi numeri, a queste notizie, e qualche sana riflessione che concerna il vissuto quotidiano di ciascuno di noi, può essere un approccio ulteriore per vivere queste Festività. Un abbraccio, un “ come stai?”, un gesto augurale magari inaspettato possono salvare vite.

17/04/2022 11:00
"Da domani dormi per tutta la vita": tre bulle ventenni a giudizio, vittima una loro coetanea

"Da domani dormi per tutta la vita": tre bulle ventenni a giudizio, vittima una loro coetanea

“Do fuoco a te alla tua macchina alla tua casa, ti spacco la faccia", " "tu muori o comunque ti sfregio", " da domani dormi per tutta la vita", "ti ammazzo ti faremo del male".Questo il tenore di alcuni dei messaggi, il cui testo è stato riportato dalle cronache locali, che tre ragazzine del Pesarese hanno ripetutamente inviato ad una loro coetanea, "colpevole" secondo le molestatrici, di essere "l'amante" del fidanzato di una delle giovanissime.Non solo messaggi, ma anche chiamate vocali e atteggiamenti minacciosi protratti per mesi nei confronti della ragazzina presa di mira, che dopo una lunga sopportazione si è confidata con la madre che ha sporto denuncia.I fatti risalgono al gennaio 2021, ma solo venerdì scorso si è celebrata la prima udienza in tribunale a Pesaro, che ha visto due delle tre molestatrici sul banco degli imputati con l'accusa di atti persecutori, mentre la terza, ancora minorenne, verrà giudicata dal tribunale dei minori di Ancona.Episodi di questo tipo sono più numerosi di quanto un genitore riesca ad immaginare. Non sempre la vittima riesce a denunciare il proprio stato di vittima, a volte per pudore, vergogna, altre volte perché nel tentativo di confidarsi con un adulto (solitamente con un giro di parole magari riportando la narrazione in terza persona come se la vittima fosse un'amica) trova nella persona di riferimento una reazione superficiale, frettolosa, tendente a minimizzare l'accaduto.E' importante allora saper riconoscere i primi segnali di disagio che manifesta una giovane vittima: primo fra tutti il rifiuto di recarsi a scuola ed il peggioramento nel rendimento scolastico. Spesso questi due elementi vengono erroneamente considerati l'uno effetto dell'altro, quando invece il motivo scatenante è da ricercare proprio nell'ambiente scolastico diventato improvvisamente ostile. A ciò si aggiunge l'improvviso, graduale isolamento dalle solite amicizie, un cambiamento peggiorativo del tono dell'umore, difficoltà di addormentarsi e conseguente cambio del ciclo sonno veglia, esplosioni impreviste ed improvvise di ira, insorgenza di cefalee o dolorosi crampi addominali.È di fondamentale importanza riuscire  a riconoscere precocemente questi segnali: una giovane vittima che si trova a vivere stati di ansia e angoscia protratti per lunghi periodi a causa delle vessazioni da parte dei suoi coetanei, se non aiutata, andrà più facilmente di altri incontro a danni psicologici durante l'età adulta, sino a giungere a pensare di farla finita con una vita diventata insopportabile da vivere.

10/04/2022 11:20
Donna uccisa e sezionata in 15 parti. Bancario "insospettabile" confessa il brutale omicidio

Donna uccisa e sezionata in 15 parti. Bancario "insospettabile" confessa il brutale omicidio

L’ha uccisa "Poiché non poteva accettare di vivere senza la ragazza che tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022, gli aveva comunicato che intendeva lasciare Rescaldina e trasferirsi nel Veronese, dove risiedeva il figlioletto" Questo il movente dell’atroce delitto, secondo il gip di Brescia come riportato nell’ordinanza di convalida del fermo del bancario Davide Fontana, reo confesso dell'omicidio della 26enne Carol Maltesi. Spiega il gip che il Fontana, in sede di udienza di convalida, dichiaratosi follemente innamorato della giovane, non poteva assolutamente accettare l’abbandono da parte di Carol. Carol Maltesi, questo il nome della vittima, viveva a Rescaldina, vicino Legnano: aveva 26 anni, era italo olandese. Lavorava da poco meno di un anno nel cinema hard, ha lasciato un figlio di 6 anni che adorava, due genitori distrutti dal dolore. Il padre viveva in Olanda ma la cercava telefonicamente tutti i giorni: Carol era particolarmente legata a lui. “Era la mia principessa” afferma, “non era una star del porno, come sto leggendo, era un angelo” rivendica in un intervista al Corriere, nella disperazione totale, insieme alla mamma, una devota cattolica che nulla sapeva del recente lavoro della figlia. Davide Fontana è un bancario, sposato, che ha lasciato la moglie per andare ad abitare vicino a Carol, di cui si era infatuato dopo averla conosciuta sui social. Definito “insospettabile, se con ciò vogliamo dire che nessuno ha mai sospettato che una persona all’apparenza cosi “per bene” avrebbe potuto trasformarsi in un feroce assassino.  Eppure questo uomo insospettabile, ha ucciso a martellate la giovane, finendola poi con una coltellata alla gola. Un gioco erotico finito male, avrebbe dichiarato l’indagato “l’ho uccisa per sbaglio”. Ma questa ricostruzione non ha convinto gli inquirenti né il gip, concordi nel ritenere che l’omicidio sia derivato dalla precisa intenzione di non accettare di vivere senza la ragazza, prossima a trasferirsi più vicina a suo figlio a Verona. Dopo l’omicidio Fontana ha ulteriormente perseguito l’intento criminoso di distruggere ed occultare il cadavere smembrando il corpo della giovane con una sega e un’accetta acquistate al Bricoman del paese, tentando anche di bruciarlo, per poi gettarlo laddove è stato ritrovato in 5 sacchi, in un luogo che, precisa lui, conosceva perché ci andava in vacanza da bambino. Con una “totale assenza di umana compassione” scrive il gip. Verosimilmente verrà chiesta una perizia psichiatrica. Prima di allora, e quindi prima di aver escluso con assoluta certezza la patologia mentale, generalmente si dovrebbe evitare di giungere a conclusioni radicali. Tuttavia in questo caso si potrebbe sin d’ora ragionevolmente affermare, sulla base dei dati oggettivi contenuti nell’ordinanza di convalida, che la distruzione e l’occultamento di cadavere di cui si è reso colpevole il Fontana dopo l’omicidio, difficilmente siano compatibili con un’incapacità di intendere e di volere o con il suo asserito “attimo di follia”, ammesso e non concesso che esista per la comunità scientifica il “raptus di follia” . Fontana non solo ha fatto a pezzi Carol, ma ha continuato a rispondere per mesi al cellulare di lei a messaggi di genitori e amici fingendosi la vittima, evidentemente con estrema lucidità, per ritardare l’allarme che un silenzio prolungato della giovane avrebbe procurato. L’uomo ha dunque fatto ogni tipo di sforzo per prendere le distanze dall’omicidio, ben consapevole delle conseguenze penali cui un assassino va incontro.   Oltre ciò le prime testimonianze di alcune amiche di lei avrebbero raccontato di una crescente gelosia nel tempo di Fontana nei confronti della donna. Quindi pare ci si trovi di fronte all’ennesimo caso in cui la violenza omicida trova la sua genesi nella relazione tra vittima ed autore di reato.

03/04/2022 12:54
"Dategli meno hanno troppo, non c'è dubbio"

"Dategli meno hanno troppo, non c'è dubbio"

Esistono persone per le quali i rapporti con il prossimo si risolvono in una partita a Risiko: tutto e tutti sono"terra di conquista". Persone per le quali tutto ha banalmente "un valore economico di scambio". Spesso anche la propria dignità, il rispetto per sé stessi e per gli altri. Spesso anche la propria vita relazionale viaggia sul binario della "convenienza". E, per onestà intellettuale, bisogna dire che per ogni siffatto individuo ce n’è un altro che mette in vendita il rispetto di sé. Si può vivere così, anche" felicemente", per giorni, per mesi, talvolta per anni o per sempre. Ma a quale costo? Il prezzo di questo stile di vita lo pagano le nuove generazioni con la loro stessa vita. Conoscere la gioia e l'entusiasmo di un successo solitamente, significa conoscere gli sforzi fatti con costanza e perseveranza per ottenerlo. "Se vorrai che tuo figlio cammini onorevolmente attraverso il mondo, non devi sgombrare il suo cammino dalle pietre, ma insegnarli a camminare stabilmente sopra di esse. Non insistere a guidarlo prendendolo per mano, ma permettigli di imparare ad andare da solo. (Anne Brontë) Una citazione che ben riassume ciò che pedagogisti, psichiatri, sociologi ed esperti di settore ripetono ormai da anni. La frustrazione dei giovani impreparati a ricevere rifiuti perché cresciuti con il "tutto e subito" è inadeguata ad affrontare la realtà della vita, in cui anche la più banale interazione prevede la realistica possibilità di ricevere un diniego ai loro desideri e aspettative. La violenza, l'esplosione di rabbia che conducono alla consumazione di reati gravi contro la persona anche da parte di giovanissimi, sono spesso la risposta di questi ragazzi impreparati alle reali difficoltà della vita adulta. E così le cronache si riempiono di quelle storie da “Arancia meccanica” sempre più frequenti. Ci si chiede, come è accaduto più volte anche nella nostra pagina Facebook a commento dei nostri articoli, cosa si possa fare per attuare un’inversione di rotta rispetto alla disgregazione sociale e alla deprivazione relazionale cui stiamo assistendo, con la conseguenza di cronache che parlano di bulli violenti, adolescenti criminali quando non anche assassini dei loro stessi genitori. La risposte a questo quesito siamo “noi”. Sono gli adulti, gli unici a poter creare quell’inversione di rotta con l’esempio, che da sempre è tra i migliori strumenti educativi. "Dategli meno. Hanno troppo, non c’è dubbio. Il consumismo fa scomparire il desiderio e apre le porte alla noia”.  Questa frase del neuropsichiatra infantile Bollea è la risposta: un inquadramento educativo che deve mettere radici sin dalla più tenera età.

27/03/2022 11:58
Genitori uccisi dal figlio 25enne: non c'è bisogno di cronaca ma di capire per prevenire

Genitori uccisi dal figlio 25enne: non c'è bisogno di cronaca ma di capire per prevenire

Prima del terribile epilogo della vita dei suoi genitori, ed in un certo senso anche della sua, la pagina Facebook di Diego Gugole, 25enne di Chiampo ( Vicenza) era la pagina di un  ragazzo “come tanti”. Tanti amici, tante foto, canzoni, scatti di vita quotidiana. Tutto questo sino a che le intenzioni omicidiarie del ragazzo, coltivate nel silenzio da oltre un mese come confesserà lui stesso ai Carabinieri, si trasformano in cruda realtà: nell’abitazione dei genitori con i quali abitava, il 15 marzo 2022, alle 10 di mattina, Diego ha sparato due colpi di pistola in testa al padre Sergio, imprenditore conciario in pensione di 62 anni, e 4 colpi a bruciapelo contro la madre Lorenza Zanin di 59 anni, rincasata un paio d’ore più tardi. Lo stesso Diego avrebbe spiegato agli inquirenti, quando ha deciso di costituirsi poche ore dopo l’efferato duplice omicidio: “Non mi piaceva lavorare, volevo i soldi per una macchina e per una casa”.  Ha suonato alla stazione dei Carabinieri di Vicenza intorno alle 23.30 del giorno del delitto. Avrebbe raccontato di essere disoccupato e di non aver voglia di lavorare: uccidere i suoi genitori ed ereditare quindi le loro disponibilità economiche era l’unico modo per potersi permettere di comprare una nuova auto ed una casa tutta sua, che già aveva individuato ad Arzignano e per la quale aveva già versato una caparra la settimana precedente. Tant’è che tra i due omicidi il giovane avrebbe avuto la lucidità di trasferire la somma di 16.000 euro dal conto del padre al suo per poi girarli al costruttore della casa. Costituirsi non era inizialmente nei piani del ragazzo che aveva già comprato i sacchi di tela in cui chiudere i corpi dei genitori, per poi occultarli in uno scantinato della propria abitazione, insieme alla vernice per togliere gli schizzi di sangue dalle pareti delle stanze in cui si è consumato il crimine. Poi, la telefonata di un’amica della madre che non riusciva a mettersi in contatto con lei potrebbe averlo spinto a riflettere sulle criticità del suo piano. Una vita quella di Diego, fatta di serate nei locali tra Vicenza e Jesolo, a cui il giovane non voleva rinunciare. Quella “bella vita” doveva essere mantenuta e soprattutto esposta e postata sui social. In paese alcuni conoscenti della famiglia hanno raccontato alla stampa locale che nell’ultimo periodo, per racimolare soldi, il giovane aveva iniziato a giocare d’azzardo e che rubava soldi in casa per apparire ricco e offrire da bere a tutti nei locali. Sembrerebbe, sempre secondo quanto riferito, che negli ultimi periodi ci siano state delle liti in famiglia, dovute alle continue richieste di denaro di Diego. Da quanto emerso i genitori non gli avevano fatto mancare nulla; non gli avevano mai fatto questione per i soldi, avevano solamente cominciato a chiedere di impegnarsi lavorativamente per iniziare a rendersi indipendente, oltre ad averlo indirizzato a delle sedute con uno psicologo, vista la sua difficoltà ad impegnarsi seriamente nelle attività quotidiane. Può essere in parte seducente, in parte “tranquillizzante” per la coscienza di gruppo pensare ad un giovane autore di reato come ad un “mostro” “nato delinquente” o divenuto improvvisamente folle. Ma è illusorio e superficiale fare questi accostamenti, soprattutto se si vuole pensare in un’ottica preventiva del crimine . Anche nell’ analisi della criminalità giovanile nessun approccio può essere esaustivo se non si tiene conto del contesto familiare e sociale in cui questi giovani sono inseriti. E, in accordo con lo psichiatra sociologo Paolo Crepet, è opinione condivisa che i giovani vengano cresciuti in una società e “da” una società nella quale il messaggio predominante è che i soldi siano tutto, nella quale gli eroi sono i miliardari, e da famiglie che “non fanno loro mancare nulla”. Furti, rapine, bullismo, vandalismo, violenza contro le persone; nei casi peggiori, fortunatamente rari, ma sempre troppi, si arriva all'omicidio, come quello di cu stiamo parlando: il sensazionalismo, che dura qualche giorno di fronte alla cronaca di questi reati e poi si spegne, dovrebbe lasciare il posto a serie e profonde riflessioni sull’opportunità di tornare ad una società che educhi, sin dall’infanzia, al reale valore della “mancanza”, del “merito” , della  “responsabilità”.

20/03/2022 13:31
Violenza sessuale, un fenomeno culturale: cosa c'è nella mente di uno stupratore

Violenza sessuale, un fenomeno culturale: cosa c'è nella mente di uno stupratore

"Individui dotati di una personalità spiccatamente incline alla commissione di reati con violenza alla persona tale da far desumere un elevato grado di pericolosità sociale". Queste le parole scitte dal giudice Claudio Bonifazi nell’ordinanza di custodia cautelare di due uomini, un docente ed un operaio, oggi rinchiusi nel carcere di Montacuto, accusati di violenza sessuale ai danni di una 35enne anconetana. La notizia è "datata". Ma la vittima della violenza di cui parliamo è una delle tante vittime per le quali il trascorrere del tempo non significa "dimenticare", ma "convivere" con l'incubo che si rinnova ogni giorno ed ogni notte. Depressione, ansia, disturbo post traumatico da stress sono le conseguenze psicologiche più diffuse tra le vittime di stupro, che ostentano spesso calma e freddezza solo apparenti, sintomi esse stesse del trauma. I carnefici che votano a tale condanna le proprie vittime, non appartengono ad uno specifico "identikit" dello stupratore, in quanto non si può fare una generalizzazione. Comportamenti antisociali o devianti possono essere acquisiti in famiglia da esempi di prevaricazione da parte di un marito maltrattante nei confronti della moglie, a causa di una radicata cultura maschilista che può agevolare tali episodi di abuso. Oppure la violenza sessuale, che spesso viene consumata da stupratori anche non seriali, spesso  giovanissimi come ci raccontano le cronache, deriva da gravi deficit nella gestione degli impulsi sessuali, spesso motivati da incapacità acquisita a gestire la rabbia e/o da intolleranza alle frustrazioni, stato che spesso è accompagnato/alimentato dall'abitudine ad assumere droghe o alcol. La violenza insita nell’abuso sessuale rappresenta il bisogno che l’aggressore ha di sentire potere e possesso nelle proprie mani, spesso mettendo la donna in condizioni di minorata difesa con l’uso della forza fisica, dell’alcol o di sostante stupefacenti che ne debilitano la capacità di reazione. Non una patologia ma un fenomeno culturale che coinvolge ogni classe sociale e ceto economico. 

13/03/2022 11:00
Criminalità minorile: impennata anche nelle Marche

Criminalità minorile: impennata anche nelle Marche

I dati registrati dall'Osservatorio nazionale sull'adolescenza, istituito presso il Ministero per la famiglia, ci dicono che tre ragazzi su dieci hanno partecipato ad una rissa. Soprattutto ci dicono che il 6,5% dei minorenni italiani fa parte di una banda e addirittura il 16% ha commesso atti vandalici: anzi, più corretto chiamarli reati, visto che parliamo di danneggiamento, furto, ricettazione, rapine ed estorsioni, lesioni, diffusione di immagini pornografiche sui social, puniti dal nostro codice penale. Alcuni di questi adolescenti hanno “deficit cognitivi non riconosciuti o riconosciuti tardivamente”, oppure “hanno problemi psichici mai riconosciuti e mai curati. Sono ragazzi con deficit educativi o gravi problemi in famiglia riconosciuti troppo tardi e non efficacemente fronteggiati”. Prima che a un fenomeno criminale, siamo davanti ad un fenomeno sociale - ha proseguito il procuratore capo dei minori di Brescia Giuliana Tondino - che va contrastato, ferma restando la risposta penale, la cui efficacia è però limitata, in quanto è concentrata sul singolo soggetto autore di reato ed interviene a valle della commissione del fatto”. A rischio di sembrare ripetitivi nell' affrontare nuovamente l'argomento, la scelta è quella di continuare a trattare della delinquenza giovanile in un'ottica preventiva, con il fine di sensibilizzare le famiglie che insieme agli educatori hanno il difficile ma fondamentale compito di rendere i nostri ragazzi adulti migliori di quelli che le cronache ci raccontano. E se un intervento è possibile fare, è proprio nell’ età adolescenziale ed immediatamente precedente che si possono ottenere risultati concreti. Osservare, ascoltare, comunicare con i figli può cambiare il corso degli eventi della loro vita, attraverso una connessione emotiva, fatta di più domande e meno silenzi in casa. La nostra Regione è tutt'altro che estranea al fenomeno, anche se sino a pochi anni fa, da questo punto di vista era considerata un'isola felice. Nel primo mese del 2022 si è impennato il numero dei criminali adolescenti nelle Marche, tutti tra i 14 ed i 17 anni, cui è stata limitata la libertà con misure cautelari restrittive per reati di straordinaria gravità. Episodi da Ancona ad Ascoli Piceno, passando per Pesaro Senigallia Macerata e Fabriano. Prevenire significa comprendere il ruolo fondamentale delle famiglie: essere genitori severi ma affettuosi, controllando pur restando comprensivi è compito arduo ma doveroso nel momento in cui si sceglie di mettere al mondo una nuova vita.

06/03/2022 12:27
Massacrano la sorella con un'ascia. Il Gip sui due fratelli gemelli: "Nessun rispetto della vita umana"

Massacrano la sorella con un'ascia. Il Gip sui due fratelli gemelli: "Nessun rispetto della vita umana"

Un’ altra storia di gravissima violenza minorile. Siamo in provincia di Brescia. Nella notte tra venerdi 18 e sabato 19 febbraio Nadia, una ragazza di 22 anni era nel suo letto, stava dormendo nella casa in cui viveva con i suoi due fratelli e con i genitori. Intorno alle 3 si è risvegliata tra i colpi d’ascia e di coltello sferrati proprio dai suoi due fratelli.I due 17enni avrebbero fatto irruzione nella sua camera da letto per poi massacrarla senza fermarsi neppure di fronte alle sue urla di disperazione. Sarebbero infine fuggiti rubando 200 euro dal portafoglio del padre. La ragazza, immediatamente sottoposta a due interventi chirurgici è fuori pericolo, se la caverà. I suoi fratelli, intercettati dai Carabinieri poco dopo, sono stati arrestati. Il GIP del Tribunale dei minori di Brescia ha convalidato l’arresto per il concreto rischio di reiterazione del reato. La misura cautelare in carcere è stata disposta con il riconoscimento delle aggravanti formulate dalla Procura: l’accusa è di tentato omicidio aggravato dai futili motivi, dalla minorata difesa della vittima, dal vincolo di parentela e dalla premeditazione. Il GIP nell’ordinanza scrive che dalla loro personalità emerge “alcun rispetto della vita, anche in presenza di relazioni parentali significative”. Queste parole trasudano una drammaticià estrema: una famiglia da tutti considerata per bene è stata stravolta da un crimine violento. Un tentato omicidio. I gemelli vengono descritti come “due ragazzini normali, senza evidenti problemi”, dal parroco del paese di cui frequentavano l’oratorio. “Spesso venivano a fare due tiri fuori dagli orari di allenamento - prosegue il sacerdote in un’ intervista rilasciata ad un giornale locale -. Li incrociavo frequentemente e non mi hanno mai mancato di rispetto. Certo sono più vivaci ed esuberanti dei coetanei ed è capitato che durante le partite si arrabbiassero: magari dicevano qualche parolaccia in più, ma non sono mai stati protagonisti di episodi di violenza. Nessuno poteva immaginare che arrivassero a tanto, nemmeno i compagni di calcio che li conoscevano bene e non si danno pace per quanto accaduto”. Educati e rispettosi. Eppure un gip del Tribunale dei Minori dichiara che i due ragazzini hanno una personalità che non ha alcun rispetto per la vita umana. Delle due una: rispettosi o non rispettosi della vita umana? Dai fatti, sembrerebbe di dover dar ragione al Gip ed alla Procura.  Ed allora come accade che due 17enni “per bene e rispettosi” premeditino l’omicidio della sorella per futili motivi? È possibile prevenire? Spesso ci troviamo di fronte a disturbi del comportamento non diagnosticati o non trattati efficacemente, altre volte il comportamento aggressivo viene addirittura “rinforzato” dalle famiglie, o con metodi educativi troppo violenti o al contrario con una totale e perdurante assenza. Certamente la violenza è sempre manifestazione di un’incapacità di gestire emozioni o traumi verificatisi mentre la personalità del giovane si stava strutturando. In tal senso gli esperti sono concordi nel ritenere che la comunicazione in famiglia sia elemento imprescindibile per tenere sotto controllo eventuali segnali di criticità del comportamento.  Quando la violenza viene esercitata contro le persone, accade che l’adolescente “deumanizza” la sua vittima, la “oggettivizza” per poter giustificare anche a se stesso le proprie azioni disimpegnandosi moralmente dall’atto compiuto. Questo il significato delle parole del GIP quando parla di “non rispetto della vita umana”.     

27/02/2022 12:04
Supplente rimprovera gli alunni e viene aggredito sotto casa: "La rovina dei figli sono i genitori"

Supplente rimprovera gli alunni e viene aggredito sotto casa: "La rovina dei figli sono i genitori"

Siamo a Napoli ma potremmo essere in qualsiasi altra parte d’Italia perché i fatti di cronaca tipo quello che stiamo per raccontare sono molto simili. In questo caso parliamo di Enrico Morabito, un insegnante di scuola media che dopo aver sgridato alcuni suoi alunni ha dovuto affrontare l’ira dei genitori sotto la propria abitazione.  Hanno citofonato presentandosi come degli amici: una volta sceso il prof si è trovato a fronteggiare cinque uomini tra i 40 ed i 50 anni che in pieno pomeriggio, a viso scoperto, lo hanno aggredito a suon di calci e pugni, minacciandolo di non azzardarsi a riprendere più i loro figli. I rimproveri mossi agli studenti dal professore erano motivati dalla loro mancanza di disciplina e dal chiasso che disturbava la lezione. Sembrano lontani i tempi in cui, a fronte di un richiamo mosso dal docente, di una nota negativa sul diario, noi studenti sapevamo di andare incontro all’ulteriore punizione dei nostri genitori. Oggi sono oramai episodi di normalità quelli che raccontano di genitori che, invece di punire il figlio per la condotta riprovevole tenuta in classe, realizzano delle vere e proprie spedizioni punitive contro il professore. “Sul portone del palazzo ancora si vedono macchie del mio sangue. Ho chiamato i Carabinieri e fatto denuncia”, spiega il professor Morabito. “Ho sempre pensato che la rovina dei figli siano proprio i genitori...ed è così. Ne resto deluso e schifato. Tuttavia voglio addormentarmi con la speranza che domani sia un giorno migliore fatto sempre di legalità e che il marcio che si  insidia  anche nelle scuole possa sparire presto”  A cosa dobbiamo questo “cambiamento di costume” ? Innanzitutto è bene chiarire che questi episodi rientrano nel fenomeno del bullismo prima che in un piano fortemente diseducativo. Condanniamo gli episodi di bullismo dei giovani contro i loro coetanei, ma evidentemente spesso, come più volte ripetuto, l’attitudine alla violenza si apprende proprio in famiglia con l’esempio che i giovani assorbono sin dalla più tener età. Paolo Crepet, educatore, psichiatra e sociologo padovano, ha più volte dichiarato che la causa di questo disordine socio educativo è spesso da ricercare nell’inadeguatezza del genitore a ricoprire questo ruolo tanto appagante quanto delicato ed impegnativo. L’ascolto del figlio è elemento imprescindibile per rispondere ai suoi bisogni e per verificare eventuali suoi problemi e criticità di crescita. Per fare ciò è necessario dedicare ai figli il proprio tempo. L’eccesso di buonismo da parte dei genitori nei confronti dei loro figli è spesso proprio dovuto, secondo gli esperti, al senso di colpa per la consapevolezza di non dedicare tempo a sufficienza ai propri figli. Ed è così che, di fronte ad un brutto voto a scuola, ad una bocciatura o ad un richiamo dell’insegnante, il genitore si “schiera” dalla parte del figlio, perché quel rimprovero lo sente inconsciamente spesso indirizzato alla propria “latitanza” educativa. Latitanza che per farsi perdonare il genitore colma di concessioni senza saper più dare al figlio dei sani limiti. “Se tuo padre e tua madre non ti hanno mai detto un no da quando sei nato, il primo no che ti dice un esterno non lo accetti. L'educazione è una fatica che nessuno è più disposto a fare: coinvolge i genitori, i nonni, gli educatori, anche quelli fuori scuola a incominciare dall'ambito sportivo. Tutto questo ha una ricaduta drammatica: è una generazione che non conosce più i sogni perché non sono state insegnate le passioni. A forza di dire di sì tutto diventa grigio, si perdono i colori. Tutto è anticipato rispetto a ieri, oggi a 13 anni fai la vita che una volta si faceva a 18. La società anticipa i suoi riti: prima maturi, prima diventi consumista. Oggi un ragazzino di 13 anni al telefonino si compra quello che vuole e questo crea una sproporzione, è una maturazione fittizia: non sei maturo perché sei su Facebook, ma se hai una tua autonomia. Oggi giustifichiamo tutto, non conosciamo i nostri figli, siamo abituati a non negare loro mai niente, a 13 anni le figlie fanno l'amore e non ci sono molte mamme che svengono alla notizia. Si consuma tutto troppo in fretta, anche la vita». (Paolo Crepet)

20/02/2022 11:46
Muore in casa ma se ne accorgono dopo due anni: la solitudine di una donna "dimenticata"

Muore in casa ma se ne accorgono dopo due anni: la solitudine di una donna "dimenticata"

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico. Di seguito proponiamo il caso di questa puntata.  "E' morta senza nessuno accanto, almeno nel momento del suo funerale andiamo tutti a tenerle compagnia", questo è stato l' appello del sindaco di Como, Mario Landriscina, lanciato ai suoi concittadini dopo il ritrovamento della signora Marinella Beretta: il suo corpo in avanzato stato di decomposizione ha fatto datare il decesso al 2019. Marinella aveva 70 anni, originaria di Erba, pensionata, è stata ritrovata su una sedia della sua cucina: un malore gli sarebbe stato fatale. “Deve essere un momento di riflessione su un esempio di solitudine che deve indurci davvero a migliorare e a cambiare certe dinamiche” ha commentato il sindaco. Già, dinamiche, come quella di cui Marinella è stata vittima, in cui nessuno, amici, parenti, vicini, conoscenti, si è accorto della sua scomparsa. E’ stato un signore svizzero, a cui la donna aveva venduto la villetta mantenendo per sè il diritto di usufrutto a vita, ad allertare i Vigili del Fuoco che hanno fatto la triste scoperta. I vicini di casa lo avevano contattato per segnalare delle piante pericolanti per il vento. L’ uomo non avendo avuto risposta alle telefonate inoltrate alla signora si è rivolto alle forze dell’ordine. Sembrerebbe siano stati ritrovati dei parenti della donna nelle ultime ore, che vivrebbero alla periferia di Como. In tempi in cui la comunità è “social”, tanta è l’abitudine diffusa ad essere “online” con gli smartphone sempre in mano, sembreranno oramai parole retoriche, ma ci stiamo scordando di essere tutti parte di una comunità reale: grande o piccola che sia la città in cui viviamo, un fatto di cronaca come questo non può non suscitare vergogna e deve scuotere le coscienze. Ciò che è accaduto a Marinella non è certo un caso isolato; pensiamo che pochi mesi fa un fatto analogo è accaduto anche nella nostra Macerata (https://picchionews.it/attualita/la-solitudine-dei-numeri-primi-si-muore-soli-per-riservatezza-il-caso-della-famiglia-canullo) Non diamo la colpa al lockdown. Queste storie di morte “violentemente silenziose” sono da imputare piuttosto ad una lenta “involuzione sociale”; risalgono a quando il distanziamento sociale era già procurato dall’indifferenza, prima che dal covid: queste morti avvengono in case indipendenti così come nei condomini.  Con l’unica differenza che, quando la morte solitaria si consuma in un appartamento condominiale, le forze dell’ordine vengono allertate dai vicini dopo mesi a causa di un “odore insopportabile” proveniente dall’abitazione del morto e non per un albero pericolante.    

13/02/2022 10:42
Bullismo, cyberbullismo: la violenza delle parole che uccidono

Bullismo, cyberbullismo: la violenza delle parole che uccidono

Il 50% dei ragazzi tra gli 11 ed i 17 anni è stato vittima di bullismo, fenomeno caratterizzato da prepotenza e prevaricazione esercitate attraverso violenza la fisica e/o verbale. Gli episodi di violenza vengono ripetuti continuativamente nel tempo, tra ragazzi non di pari forza. È poi da segnalare che il 22% degli adolescenti che utilizzano il cellulare ed i social sono stati vittime di cyberbullismo, espressione con cui si indicano tutte quelle forme di bullismo realizzate attraverso strumenti elettronici al fine di inviare e diffondere messaggi, immagini, video offensivi e qualsiasi altro contenuto pregiudizievole per il soggetto individuato come bersaglio. Gli studi su bullismo e cyberbullismo hanno delineato la tipologia dei soggetti coinvolti : Il bullo solitamente agisce in branco, dà sfogo alla sua aggressività per soddisfare il proprio bisogno di dominio; il suo fine è quello di intimidire, minacciare con la sua prepotenza un soggetto che è incapace di difendersi. Il bullo è spesso un bambino con difficoltà nella gestione della rabbia o mancanza del controllo degli impulsi, con problemi di autostima e carente di fiducia in se stesso, non educato al rispetto. Ciò deriva solitamente da un modello familiare disfunzionale. La vittima di bullismo è solitamente una persona calma, sensibile e certamente non aggressiva. Spesso vive il suo mondo interiore in solitudine, parla poco di ciò che le accade anche in famiglia perché si vergogna o teme di peggiorare la situazione, ed ha pochi amici. In occasione della giornata contro il bullismo abbiamo deciso di “dare voce” proprio ad alcune delle vittime più straziate da questo fenomeno: a quelle che sono state sopraffatte, perdendo la vita. La speranza è quella di ricordare che l’eliminazione del bullismo passa necessariamente attraverso il ruolo dei genitori che devono occuparsi effettivamente ed efficacemente dell’educazione dei propri figli in sinergia con le istituzioni scolastiche e gli educatori. I modelli educativi genitoriali, come accennato, ricoprono un ruolo fondamentale tra le cause del bullismo: l’eccessiva severità danneggia tanto quanto l’eccessiva permissività. Carolina, 14 anni “Scusate se non sono forte, mi dispiace. Tati, amiche mie, vi voglio bene”. Poi il volo dalla finestra nel gennaio del 2013. Carolina aveva solo 14 anni. Tutto inizia ad una festa con degli amici. Gira troppo alcool, la ragazza beve troppo, si ubriaca, si sente male e si dirige in bagno. I presunti ‘amici’ la seguono e fingono atti osceni con lei, insultandola. La filmano e condividono il filmato in Rete. Oltre 2600 like e commenti feroci sui social. “…Perchè questo? Il Bullismo. Tutto qui. Le parole fanno più male delle botte. Cavolo se fanno male! Ma io mi chiedo, a voi non fanno male? Siete così insensibili? Spero che adesso sarete più responsabili con le parole”. Questo un frammento della lettera scritta da Carolina quella notte, prima di togliersi la vita, in risposta a centinaia di insulti ricevuti sui social anche da sconosciuti che commentavano il video postato dai bulli in internet.  Andrea, 15 anni  “Il bullo più deleterio, quello capace di mietere più vittime, non ha né la percezione del dolore né la misura dello stesso. Si tratta di un soggetto assuefatto, non educato al rispetto della diversità e ai sentimenti di tolleranza". Queste le parole di Teresa Menes, una madre che convive con il dolore della perdita del figlio Andrea. Il giovane si è tolto la vita per via dei bulli. Aveva solo 15 anni, veniva deriso incessantemente: i suoi coetanei avevano aperto una pagina Facebook in cui lo chiamavano“ il ragazzo dai pantaloni rosa”. A gennaio di 3 anni fa non ha più retto e si è impiccato con una sciarpa mentre era da solo in casa. Michele, 17 anni Michele, vittima del bullismo, è morto lanciandosi nel vuoto dal ponte di Alpignano (Torino). Lo chiamavano «handicappato», gli dicevano «devi morire», «sei gay», «non puoi dare niente alla società». (Ecco la sua storia)  Scrive la mamma di Michele: “Persino dopo la morte Michele è stato preso in giro, sui social. Ho denunciato tutti, scuola compresa e un ragazzino che rideva di lui al suo funerale. Per i bulli di mio figlio non voglio il carcere, ma la rieducazione. C’entrano anche i genitori, che non educano più perché è più comodo dare un tablet in mano ai figli. Bisogna formare loro per primi. Mi dicevano che il problema era di Michele, che erano solo ragazzate».

06/02/2022 13:09
Violenza sessuale alla festa di Capodanno, intercettazioni choc degli aggressori e dei genitori: è cultura dello stupro

Violenza sessuale alla festa di Capodanno, intercettazioni choc degli aggressori e dei genitori: è cultura dello stupro

"Cioè, tu manni tu fija a 16 anni co' lockdown, oltretutto che n'abiti manco qua a na festa e poi er giorno dopo te sveji e denunci? Ma che sei n'infame? Cioè così sei popo un vile, un verme, un miserabile". Queste le vergognose, inqualificabili parole finite nelle intercettazioni degli inquirenti, rivolte contro il padre della ragazza stuprata durante una festa in villa a Primavalle a Capodanno 2021, reo di aver accompagnato la figlia a sporgere denuncia. La vittima è una minorenne, figlia di un diplomatico spagnolo, ospite a Roma di un’amica dei Parioli, che ha denunciato una violenza sessuale di gruppo protrattasi per tre ore. Le indagini si sono protratte per mesi, e le chat e le intercettazioni riportate nelle 73 pagine dell'ordinanza di applicazione di misura cautelare personale fanno rabbrividire: genitori omertosi e talvolta persino compiacenti, (un patrigno chiede “ti sei divertito almeno?”) I ragazzini che minacciano di morte la vittima dopo aver saputo della denuncia "Giuro che… la pio e gli sparo in faccia. La fo’ a pezzi". Tutto nasce dall’incontro tra ragazzi di Primavalle e dei Parioli accordatisi via social per un festino a base di droghe e alcool; quasi tutti minorenni, assuntori di alcolici cocaina marijuana e Rivotril in grandi quantità. Scrive il Gip: “Non emerge mai, neppure un istante, un segno di pentimento e nemmeno un dubbio sulla liceità delle azioni commesse”. Nessuno dei presenti quella sera si è mosso in soccorso della ragazzina. Non durante lo stupro, con tanto di maglietta sporca di sangue fatta sventolare come un trofeo; non dopo, quando è emerso che aveva sporto denuncia. Solo tentativi di insabbiare quanto accaduto, alleggerire le posizioni degli amici con le proprie testimonianze, cancellare le chat. Un gruppo unito, compatto, coeso, ma non a supporto della vittima: schierato piuttosto dalla parte degli aggressori. Un gruppo di giovani che non sembra proprio vivano nella cultura del rispetto ed un gruppo di genitori che non sembra assolutamente abbiano educato i propri figli a ciò. Sembra piuttosto si debba parlare di “cultura dello stupro” che colpevolizza le vittime di violenza con frasi quali “se l’è andata a cercare” o che le stigmatizza perché non hanno reagito abbastanza; una cultura in cui la violenza sessuale viene normalizzata e giustificata. Un gruppo di genitori ha ascoltato il racconto di un crimine come se nulla fosse; ne esce l’immagine di “famiglia” in cui il fine educativo è completamente assente. Gli adulti con la loro indifferenza alla gravità dei fatti sono il riflesso di un vuoto educativo che va condannato ad alta voce!

23/01/2022 14:22
Finiti in carcere da innocenti: vittime del sistema giudiziario

Finiti in carcere da innocenti: vittime del sistema giudiziario

Quando si parla di errori giudiziari, non si può non pensare ad uno dei più grandi errori giudiziari mai commessi in Italia: era il 17 giugno del 1983 quando i carabinieri notificarono il provvedimento di arresto ad Enzo Tortora, giornalista e popolarissimo conduttore tv, genovese, classe 1928, padre di Silvia Tortora, la giornalista tv scomparsa pochi giorni fa.  Il volto mite, per bene e per questo tanto amato  di "Portobello" era stato accusato di traffico di stupefacenti. Secondo le confidenze raccolte da tre malavitosi, in carcere con l'accusa di aver commesso omicidi e di aver fatto parte di clan della camorra e della mafia, Tortora sarebbe l'uomo di contatto fra la criminalità e il mondo vip in una fiorente attività di compravendita di cocaina.  Sbattuto in prima pagina con le manette ai polsi , sottoposto all'umiliazione pubblica, Tortora ha sopportato un calvario giudiziario durato oltre tre anni, trascorrendo sette mesi fra carcere e arresti domiciliari. Un tempo infinito prima che giungesse la sentenza di assoluzione con formula piena della Corte di Appello di Napoli, confermata in Cassazione. Nessuna contestazione, invece, fu avanzata nei confronti dei pubblici ministeri che a quelle accuse credettero, senza condurre gli accertamenti che avrebbero evitato a Tortora l'arresto.  Forse in pochi conoscono l’associazione senza fini di lucro denominata errorigiudiziari.com, la cui attività è testimoniata nell’omonimo sito internet. Creata da due giornalisti romani, Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone che da oltre 20 anni si occupano di errori giudiziari ed ingiusta detenzione, l’associazione dà voce alle vittime di un sistema giudiziario che troppo spesso, silenziosamente e nell’indifferenza dell’opinione pubblica, fa finire in carcere persone innocenti. Tra chi subisce un vero e proprio errore giudiziario in senso stretto (quelle persone che, dopo essere state condannate con sentenza definitiva, vengono assolte in seguito a un processo di revisione) e le vittime di ingiusta detenzione (cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi venire assolte), dal 1992 ad oggi sono state più di 29.000 le vittime, con una  media costante di 1.000 all’anno. Si parla di persone che si ritrovano coinvolte in vicende giudiziarie e che, conseguentemente, vedono le loro carriere andare in fumo, la reputazione svanita, spese insostenibili per pagare gli avvocati e conseguenze psicologiche devastanti. Solo un accenno alla casistica degli ultimi due anni. La convivente lo ha denunciato per una violenza sessuale che lui in realtà non ha mai commesso: è solo una falsa accusa, al culmine di una crisi nel rapporto. 545 giorni di carcere. Condannato con sentenza definitiva, riesce a riaprire il caso solo grazie al test del Dna che nessuno aveva fatto in diciassette anni di processi. A causa delle false accuse di un suo conoscente con cui aveva litigato, un uomo è stato costretto a 202 giorni di ingiusta detenzione come sospettato di essere l’autore di una rapina. Una donna è finita in carcere con l'accusa di detenzione di cocaina: l’avrebbe inchiodata una conversazione tra due uomini che parlano di qualcuno che ha il suo stesso nome. 270 giorni di carcere. Ma è un'altra persona. Un cittadino innocente è  rimasto per 463 giorni in ingiusta detenzione, per la falsa denuncia di estorsione fatta da un ex amico, prima che un processo ne proclamasse l’assoluta estraneità ai fatti che gli venivano contestati. Oggi dichiara: «Quello che mi ha colpito è la velocità con cui sono stato fermato e immediatamente condotto in carcere. La galera ti segna. I ricordi non mi lasceranno mai». Dal 2017 al 2020 sono costati quasi 180 milioni di euro i risarcimenti pagati dallo Stato come equa riparazione di errori giudiziari e detenzioni ingiuste. A fronte di questi dati, non sono invece molte le azioni disciplinari avviate nei confronti dei magistrati. Riporta il Sole 24 ore che la Corte dei Conti cita 13 azioni promosse nel 2017, 16 nel 2018 e 24 nel 2019.

16/01/2022 12:11
“Lo so che fa schifo uccidere il proprio figlio”: la terribile storia di Davide Paitoni

“Lo so che fa schifo uccidere il proprio figlio”: la terribile storia di Davide Paitoni

Torna l'appuntamento con la rubrica settimanale "La Strada delle Vittime", nella quale si affronta l'analisi della casistica criminale con approccio vittimologico. Di seguito proponiamo il caso di questa puntata.  “Lo so che fa schifo uccidere il proprio figlio” confessava Davide Paitoni al padre in un messaggio vocale, mentre uccideva suo figlio di 7 anni. Prima il quarantenne, che conviveva con il padre dopo la sua separazione, ha chiesto al genitore di andare a vedere la tv in un’altra stanza e di aspettare una sorpresa, un disegno dal nipotino; poi con la scusa di una merendina ha fatto sedere il piccolo Daniele su una sedia in cucina. I risultati dell’autopsia hanno svelato alcuni dettagli della tragica fine del piccolo: il papà gli ha infilato uno straccio in bocca. Quindi  gliel’ha tappata con un nastro adesivo per evitare di farlo urlare. Infine lo ha accoltellato alla gola. Crudeltà, efferatezza, premeditazione, lucida determinazione a togliere la vita al suo bambino la cui angoscia per quanto gli stava per accadere è quasi tangibile leggendo questi ultimi suoi attimi di vita. Il gip che ha disposto la misura cautelare del carcere, nell'ordinanza di convalida del fermo ha indicato anche il movente per il quale Paitoni avrebbe ucciso il figlio: avrebbe agito per punire la moglie. È lo stesso assassino ad aver affidato tale confessione ad alcune lettere manoscritte in cui rivela di aver compiuto il gesto “per far soffrire la donna che ho amato veramente”. La freddezza omicida del padre è a dir poco impressionante. Dopo aver consumato il delitto, l’uomo ha preso il corpicino oramai privo di vita del figlio per nasconderlo dentro ad un armadio della cucina, insieme ad alcuni aeroplanini di carta costruiti da Daniele con frasi tenere ed affettuose per il suo papà, edun bigliettino scritto dal piccolo: “Papà e Daniele sempre insieme”. Proprio il luogo dove il bambino dovrebbe essere più sicuro, protetto e circondato dall’amore dei genitori diventa in questo, e in altri casi simili,  luogo violento e pericoloso. Il bambino viene visto dal padre come un’arma da utilizzare contro la coniuge, per l’incapacità da parte dell’uomo di affrontare la fine di una relazione, la disgregazione familiare.  Può anche accadere che sia la madre a commettere il figlicido. Analizzando le statistiche le madri rappresentano il 59% dei genitori che commettono un figlicidio, mentre i padri rappresentano il 41%. Tuttavia c’è da segnalare che, mentre nel 76% dei casi le madri sono considerate non in grado di intendere e volere, i padri solo nel 18% dei casi vengono giudicati incapaci di intendere e di volere; gli uomini che si macchiano di questi orrendi crimini sono spesso sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e hanno uno storico di condotte violente. E proprio questa era la vita di Davide Paitoni, fatta di droga (era consumatore abituale di cocaina), alcool e violenze: già ai domiciliari per tentato omicidio nei confronti di un collega (gli aveva sferrato diverse coltellate alla schiena), era stato segnalato anche per lesioni e minacce alla moglie. Nonostante tali precedenti, in base al provvedimento di separazione era tuttavia stato concesso a Paitone di continuare a vedere suo figlio anche senza la presenza della madre. La violenza di questo padre era così imprevedibile?  

09/01/2022 12:53
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