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Cronaca

Genitori uccisi dal figlio 25enne: non c'è bisogno di cronaca ma di capire per prevenire

Genitori uccisi dal figlio 25enne: non c'è bisogno di cronaca ma di capire per prevenire

Prima del terribile epilogo della vita dei suoi genitori, ed in un certo senso anche della sua, la pagina Facebook di Diego Gugole, 25enne di Chiampo ( Vicenza) era la pagina di un  ragazzo “come tanti”. Tanti amici, tante foto, canzoni, scatti di vita quotidiana.

Tutto questo sino a che le intenzioni omicidiarie del ragazzo, coltivate nel silenzio da oltre un mese come confesserà lui stesso ai Carabinieri, si trasformano in cruda realtà: nell’abitazione dei genitori con i quali abitava, il 15 marzo 2022, alle 10 di mattina, Diego ha sparato due colpi di pistola in testa al padre Sergio, imprenditore conciario in pensione di 62 anni, e 4 colpi a bruciapelo contro la madre Lorenza Zanin di 59 anni, rincasata un paio d’ore più tardi. Lo stesso Diego avrebbe spiegato agli inquirenti, quando ha deciso di costituirsi poche ore dopo l’efferato duplice omicidio: “Non mi piaceva lavorare, volevo i soldi per una macchina e per una casa”. 

Ha suonato alla stazione dei Carabinieri di Vicenza intorno alle 23.30 del giorno del delitto. Avrebbe raccontato di essere disoccupato e di non aver voglia di lavorare: uccidere i suoi genitori ed ereditare quindi le loro disponibilità economiche era l’unico modo per potersi permettere di comprare una nuova auto ed una casa tutta sua, che già aveva individuato ad Arzignano e per la quale aveva già versato una caparra la settimana precedente. Tant’è che tra i due omicidi il giovane avrebbe avuto la lucidità di trasferire la somma di 16.000 euro dal conto del padre al suo per poi girarli al costruttore della casa.

Costituirsi non era inizialmente nei piani del ragazzo che aveva già comprato i sacchi di tela in cui chiudere i corpi dei genitori, per poi occultarli in uno scantinato della propria abitazione, insieme alla vernice per togliere gli schizzi di sangue dalle pareti delle stanze in cui si è consumato il crimine. Poi, la telefonata di un’amica della madre che non riusciva a mettersi in contatto con lei potrebbe averlo spinto a riflettere sulle criticità del suo piano.

Una vita quella di Diego, fatta di serate nei locali tra Vicenza e Jesolo, a cui il giovane non voleva rinunciare. Quella “bella vita” doveva essere mantenuta e soprattutto esposta e postata sui social. In paese alcuni conoscenti della famiglia hanno raccontato alla stampa locale che nell’ultimo periodo, per racimolare soldi, il giovane aveva iniziato a giocare d’azzardo e che rubava soldi in casa per apparire ricco e offrire da bere a tutti nei locali. Sembrerebbe, sempre secondo quanto riferito, che negli ultimi periodi ci siano state delle liti in famiglia, dovute alle continue richieste di denaro di Diego.

Da quanto emerso i genitori non gli avevano fatto mancare nulla; non gli avevano mai fatto questione per i soldi, avevano solamente cominciato a chiedere di impegnarsi lavorativamente per iniziare a rendersi indipendente, oltre ad averlo indirizzato a delle sedute con uno psicologo, vista la sua difficoltà ad impegnarsi seriamente nelle attività quotidiane.

Può essere in parte seducente, in parte “tranquillizzante” per la coscienza di gruppo pensare ad un giovane autore di reato come ad un “mostro” “nato delinquente” o divenuto improvvisamente folle. Ma è illusorio e superficiale fare questi accostamenti, soprattutto se si vuole pensare in un’ottica preventiva del crimine .

Anche nell’ analisi della criminalità giovanile nessun approccio può essere esaustivo se non si tiene conto del contesto familiare e sociale in cui questi giovani sono inseriti. E, in accordo con lo psichiatra sociologo Paolo Crepet, è opinione condivisa che i giovani vengano cresciuti in una società e “da” una società nella quale il messaggio predominante è che i soldi siano tutto, nella quale gli eroi sono i miliardari, e da famiglie che “non fanno loro mancare nulla”.

Furti, rapine, bullismo, vandalismo, violenza contro le persone; nei casi peggiori, fortunatamente rari, ma sempre troppi, si arriva all'omicidio, come quello di cu stiamo parlando: il sensazionalismo, che dura qualche giorno di fronte alla cronaca di questi reati e poi si spegne, dovrebbe lasciare il posto a serie e profonde riflessioni sull’opportunità di tornare ad una società che educhi, sin dall’infanzia, al reale valore della “mancanza”, del “merito” , della  “responsabilità”.

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