di Simonetta Paccagnella Grifi

Pietro Orlandi replica su Facebook alle accuse: "Sono impazziti, cos'è questo gioco sporco?"

Pietro Orlandi replica su Facebook alle accuse: "Sono impazziti, cos'è questo gioco sporco?"

Il caso di Emanuela Orlandi, scomparsa nel nulla il 22 giugno 1983, sta sollevando forti polemiche a seguito dell'intervista rilascita da Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, alla trasmissione DiMartedì su La7 nella serata dell'11 aprile. In quell'occasione Orlandi ha reso note alcune dichiarazioni ricevute nell'ambiente del Vaticano su Giovanni Paolo II e sulle sue presunte abitudini. In particolare durante la trasmissione aveva ripetuto testualmente la frase che si era sentito dire: "la sera se ne usciva con due suoi amici monsignori polacchi e non andava certo a benedire le case". La stessa frase era stata da lui "consegnata" al promotore di giustizia Diddi, come raccontato in trasmissione, quando è stato chiamato per essere ascoltato e per verbalizzare le sue dichiarazioni sul caso della scomparsa della sorella, insieme a tutti i nomi ed i cognomi emersi nelle indagini condotte privatamente dalla famiglia Orlandi (leggi qui). Stando a quanto riferito dai media vaticani, questa mattina avrebbe avuto luogo un incontro "lampo" tra il Promotore di Giustizia del Vaticano Alessandro Diddi e Laura Sgrò, il legale della famiglia di Emanuela Orlandi. L'obiettivo della Santa Sede era quello di ottenere maggiori informazioni sulla fonte delle accuse a Giovanni Paolo II. Un articolo di Vatican News su tali fatti ha suscitato oggi la rabbia e l'indignazione di Pietro Orlandi: l'articolo è del seguente tenore: “Accuse a Wojtyla, Pietro Orlandi e l’avvocato Sgrò si rifiutano di fare nomi. Il fratello della ragazza scomparsa non ha indicato le fonti delle informazioni al Promotore di Giustizia. Ci si attendeva che lo facesse l’avvocato, che nei mesi scorsi aveva più volte lamentato di non essere stata ancora convocata: ma ha sorprendentemente scelto di opporre il segreto professionale” Vatican News ha proseguito: "Inaspettatamente e sorprendentemente" l'avvocato avrebbe deciso "di non collaborare con le indagini dopo che più volte e pubblicamente, negli scorsi mesi, aveva chiesto di poter essere ascoltata", rifiutandosi di "riferire da chi lei e Pietro Orlandi abbiano raccolto le voci sulle presunte abitudini di Papa Wojtyla”.  La reazione di Pietro Orlandi è stata immediata, ed ha affidato il suo sfogo al suo profilo Facebook: “Ma sono impazziti? Ma cos’è questo gioco sporco? Ma chi si rifiuta di fare i nomi? Ma se gli abbiamo dato una lunga lista di nomi, ma perchè? Altro che strumentalizzare parole, qui in questo titolo c’è il peggio del peggio. Ma come, sono andato in primis a verbalizzare proprio per fare i nomi, tra gli altri, riguardo i famosi messaggi whatsapp affinchè fossero convocati e interrogati e ora hanno il coraggio di dire che non ho fatto nomi? Mi auguro solo sia un’incapacità nel riportare le notizie da parte del giornalista e non una dichiarazione del Promotore”. Proprio durante la trasmissione “DiMartedi’”, Orlandi nel fare riferimento alle frasi a lui riportate da persone dell'ambiente Vaticano su Papa Wojtyla, aveva precisato che non stava muovendo e non aveva mosso accuse nei confronti di Giovanni Paolo II, (diversamente da quanto alcuni organi di stampa hanno "forzatamente" sostenuto all'indomani della sua intervista), ma aveva chiesto al pg Diddi di fare luce su tali gravissimi fatti e su tali dichiarazioni ricevute: “Ho chiesto di indagare e Diddi (il promotore di giustizia vaticano)  mi ha risposto non possiamo escludere di indagare anche se c’è il nome di Giovanni Paolo II; noi dobbiamo indagare su tutto, Papa Francesco mi ha chiesto di indagare senza fare un minimo di sconto a nessuno”. Anche Sgrò ha replicato all'articolo del Vatican News: "Pietro Orlandi, è stato ascoltato per ben 8 ore I'11 aprile dal Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, al quale ha presentato una corposa memoria corredata da un elenco di 28 persone, chiedendo motivatamente che siano presto ascoltate". Ed ancora: "Per quanto riguarda, invece, una mia personale audizione come persona informata sui fatti, essa è evidentemente incompatibile con la mia posizione di difensore della famiglia Orlandi e dell'attività in favore della ricerca di Emanuela che sto svolgendo. Questo è quello che ho pacificamente rappresentato, come avevo già fatto telefonicamente e via mail, al Promotore di Giustizia e a tutti i presenti".    foto Ansa

15/04/2023 19:47
Pietro Orlandi sentito in Vaticano: "Ho fatto nomi e depositato chat"

Pietro Orlandi sentito in Vaticano: "Ho fatto nomi e depositato chat"

"Al promotore di giustizia del Vaticano ho consegnato le chat tra due cellulari del Vaticano e ho fatto anche i nomi”. Queste le parole di Pietro Orlandi alla trasmissione DiMartedi su La7, parlando dell'incontro con il pg vaticano Alessandro Diddi su uno dei maggiori misteri della storia italiana e vaticana: la sparizione della sorella Emanuela Orlandi avvenuta ormai 40 anni fa. Da troppo tempo Pietro Orlandi combatteva una battaglia perché il Vaticano aprisse un'indagine sul caso di sua sorella. Finalmente, tre mesi fa è stato ufficialmente aperto un fascicolo sul caso, e nei giorni scorsi il Vaticano ha sentito il fratello della quindicenne, per 8 lunghe ore. "Lo stesso Diddi mi ha detto: ‘Io ho avuto mandato dal segretario e da papa Francesco di fare chiarezza al 100%, di indagare a 360 gradi e non fare sconti a nessuno, dalla base al vertice'" ha dichiarato Pietro Orlandi,  aggiungendo "e quello per me già è una cosa positiva. Io poi ho potuto verbalizzare nomi cognomi di tutte le indagini fatte privatamente e lui mi ha assicurato che le indagini andranno avanti sino alla fine, anche perché sono cominciate da parecchio tempo". Pietro Orlandi, da sempre convinto in base alle prove in suo possesso, ed oggi ancor più di prima, che "ci siano delle responsabilità interne al Vaticano" ha ribadito anche al promotore di giustizia Diddi "io sono convinto che Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco siano a conoscenza di quello che è avvenuto e forse c'è stato un cambiamento nella volontà e hanno deciso magari di fare chiarezza". Quella chiarezza che Orlandi chiede instancabilmente da decenni. A DiMartedì Orlandi ha riconfermato i suoi sospetti sulla pedofilia in Vaticano, esternati al pg Diddi chiedendogli a gran voce di verificare alcune gravi circostanze che coinvolgerebbero dei cardinali e di cui, nell'ambiente Vaticano, non si farebbe mistero. Orlandi ha ripetuto quanto già detto nella precedente puntata della trasmissione di Giovanni Floris, lo scorso 4 aprile: "Penso che una delle possibilità è che Emanuela possa aver magari anche subito un abuso, ma che quell'abuso sia stato organizzato. È stata portata da qualcuno per creare l'oggetto del ricatto e siccome il Vaticano da quarant'anni fa di tutto per evitare che possa uscire la verità...".

13/04/2023 21:30
Chiesta condanna all’ergastolo per due omicidi: l’imputato, pericoloso boss mafioso evaso dal carcere

Chiesta condanna all’ergastolo per due omicidi: l’imputato, pericoloso boss mafioso evaso dal carcere

Proprio ieri, giornata nazionale della memoria delle vittime innocenti di mafia, si è celebrata l’udienza del processo “Omnia Nostra”, sulla mafia garganica, instaurato all’esito del blitz dei carabinieri del dicembre 2021, che portò a 32 arresti e alla richiesta da parte della DDA del rinvio a giudizio di 45 imputati accusati a vario titolo di 57 imputazioni: al centro del processo ci sono i due omicidi e un tentato omicidio. Davanti al gup di Bari dove si sta svolgendo il procedimento con rito abbreviato ad alcuni degli imputati, mentre altri hanno scelto il rito ordinario, ieri i pm della Dda hanno chiesto l'ergastolo per Marco Raduano, per l’omicidio di Giuseppe Silvestri, risalente al marzo 2017, per essere stato il mandante dell’omicidio di Omar Trotta ucciso il 27 luglio 2017 in un ristorante di Vieste, e per aver partecipato al tentato omicidio di Giovanni Caterino che scampò alla morte il 18 febbraio 2018. Fatto sta che Marco Raduano, boss di Vieste di elevata pericolosità, il 24 febbraio è riuscito a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Nuoro, dove sono rinchiusi diversi terroristi e mafiosi. L’uomo si trovava in carcere con tre condanne definitive che avrebbe finito di scontare nel 2046; poche settimane prima dell’evasione aveva già ricevuto una ulteriore condanna definitiva a 19 anni in via definitiva per narcotraffico aggravato dalla mafiosità. Raduano è tuttora ricercato in Italia e all'estero: secondo quanto testimoniato dai video di sorveglianza, si è calato con le lenzuola da un muro perimetrale del carcere per poi fuggire correndo e sparendo dalla vista delle telecamere. Per la fuga sono state aperte due inchieste, una da parte del Dap (Dipartiento dell’Amministrazione penitenziaria) e una da parte della Procura. Fuggire da un carcere in regime di massima sicurezza, è operazione tutt'altro che facilmente realizzabile. Nella teoria. Raduano può contare su una fitta rete criminale di fiancheggiatori all’esterno del carcere. L’ex comandante Dirigente Aggiunto di Polizia Penitenziaria Manuela Cojana pare avesse più volte denunciato le numerose criticità all’interno del carcere nuorese, che però sembra fossero rimaste lettera morta; pare avesse denunciato di aver sequestrato in 3 anni 35 cellulari ai detenuti ed avesse evidenziato che il sistema anti scavalcamento (da dove è fuggito Raduano) era vecchio ed il relativo allarme non funzionava. Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato della Polizia Penitenziaria), aveva così commentato la notizia: "Quel che è successo è di inaudita gravità ed è la conseguenza dello scellerato smantellamento delle politiche di sicurezza delle carceri. Il sistema penitenziario, per adulti e minori, si sta sgretolando ogni giorno di più. Il Sappe denuncia da tempo che la sicurezza interna delle carceri è stata annientata da provvedimenti scellerati come la vigilanza dinamica e il regime aperto, l'aver tolto le sentinelle della polizia penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta delle carceri, la mancanza in organico di poliziotti penitenziari, il mancato finanziamento per i servizi antintrusione e anti-scavalcamento".  

22/03/2023 18:50
Mafia nigeriana, latitante Jeff Joy estradata in Italia. Nel 2006/2007 le Indagini della Squadra Mobile di Ancona

Mafia nigeriana, latitante Jeff Joy estradata in Italia. Nel 2006/2007 le Indagini della Squadra Mobile di Ancona

È stata estradata dopo una lunga latitanza e atterrata ieri mattina all'aeroporto di Roma Ciampino Jeff Joy, 48 anni, esponente di spicco della mafia nigeriana, una tra le poche donne inserite nell’elenco della polizia italiana dei 100 latitanti più pericolosi.  Indagini svolte dal 2006 al 2007 dalla Squadra Mobile di Ancona, avevano messo in luce il ruolo primario di Jeff Joy nel business criminale della prostituzione: avrebbe favorito l'arrivo in Italia, Olanda e Spagna, di ragazze nigeriane che venivano costrette a prostituirsi con terribili violenze fisiche e minacce di ogni tipo, rivolte anche ai familiari rimasti in patria. Ricercata dal 2010 a livello internazionale con "red notice" per per i reati di associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, tratta di persone, sfruttamento della prostituzione, condannata in via definitiva alla pena di 13 anni, il 4 giugno 2022 la latitante era stata arrestata in Nigeria dai locali servizi di intelligence. L’estradizione, giunta grazie all'operazione congiunta tra la polizia italiana e l'intelligence nigeriana, rappresenta, scrive la Polizia in un comunicato, "un unicum nei rapporti fra l'Italia e la Nigeria essendo il primo caso pilota nell'attuazione del Trattato entrato in vigore nel 2020".  La mafia nigeriana è la pericolosissima organizzazione che opera a livello internazionale, considerata una delle più potenti al mondo. Molto radicata anche in Italia dove ormai ha stabilito sodalizi con tutte le mafie locali, trae i suoi illeciti profitti principalmente dal traffico di stupefacenti, prostituzione, traffico di esseri e organi umani, sfruttamento del lavoro. Le cosche nigeriane sono radicate in almeno otto regioni italiane: Lazio, Campania, Calabria, Piemonte, Puglia, Emilia Romagna, Sicilia e Veneto; pentiti ed operazioni di polizia hanno rivelato che anche la città di Macerata è entrata a far parte di questo elenco. In tal senso si è espressa la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) nella relazione afferente al secondo semestre 2021 che, parlando della "criminalità organizzata nigeriana" ha fatto riferimento alla crudele uccisione a Macerata di Pamela Mastropietro (leggi qui).            

09/03/2023 12:40
La nuova truffa del pacco e dei falsi corrieri: a Caldarola l'incontro "Impariamo a difenderci"

La nuova truffa del pacco e dei falsi corrieri: a Caldarola l'incontro "Impariamo a difenderci"

Si terrà oggi pomeriggio, alle 16.30 nella Sala Tonelli in via Aldo Moro a Caldarola, l'incontro a tema "Impariamo a difenderci". Il personale della Questura darà indicazioni e suggerimenti alla cittadinanza, al fine di prevenire raggiri e truffe. L'ultima truffa "del pacco" martedì scorso, nei confronti di una signora di 81 anni di Macerata: intorno alle 14, un uomo tra i 40 e i 50 anni, ben vestito si è presentato a casa sua, dicendole che doveva consegnare un pacco per suo figlio. La donna l'ha lasciato entrare ed una volta nell'abitazione, un complice dell'uomo l'ha chiamata al telefono, spacciandosi per il figlio e giustificando la voce alterata dicendo di essere raffreddato. "Mamma è un pacco importante, dagli il bancomat con il pin che poi te lo riporto io" . La truffa è stata scoperta quando la signora, dopo qualche ora, ha chiamato il figlio per sapere quando le avrebbe riportato il bancomat. I malviventi erano già riusciti a prelevare 600 euro ad uno sportello di via Cavour. La strategia di prevenzione passa necessariamente per un'informazione chiara e precisa, rivolta non solo agli anziani; le vittime di truffe e raggiri sono spesso persone sole che subiscono, oltre al danno economico, un grave trauma dal punto di vista psicologico. Per questo in un'ottica preventiva, è importante conoscere le strategie che vengono messe in atto dai malviventi, al fine di avere gli strumenti per difendersi di fronte a tali pericoli.

24/02/2023 12:56
Pamela Mastropietro, confermato ergastolo per Innocent Oseghale

Pamela Mastropietro, confermato ergastolo per Innocent Oseghale

Nel processo d'appello bis celebrato a Perugia, (che ha riguardato solo il reato di violenza sessuale), è stato confermato l'ergastolo per Innocent Oseghale, già condannato per aver ucciso e fatto a pezzi la diciottenne Pamela Mastropietro nel gennaio del 2018 a Macerata. La sentenza è stata emessa oggi dalla Corte d' Assise d'appello di Perugia che ha così accolto la richiesta avanzata dalla Procura generale di riconoscere la violenza sessuale e quindi l'ergastolo per Oseghale. Per l'accusa il modo in cui è stato smembrato il corpo della povera ragazza "dimostra che l'assassino voleva coprire la violenza sessuale".  "L'omicidio è avvenuto in occasione della violenza sessuale" ha ribadito il sostituto procuratore generale Paolo Barlucchi, esprimendo parole di comprensione e affetto per Pamela, ricordando le sue sofferenze.  In udienza erano presenti il padre di Pamela, la madre Alessandra Verni che, insieme allo zio di Pamela, Marco Valerio Verni, legale della famiglia, con determinazione si sono battuti in questo sino ad ora lungo e faticoso iter giudiziario, affinchè verità e giustizia venissero fatte per la loro amata Pamela e per tutte le donne vittime di atroci delitti. "Siamo delusi dalla sentenza, attendiamo di conoscere le motivazioni, ma già da ora annunciamo la nostra intenzione di ricorrere in Cassazione", è stato il commento degli avvocati di Oseghale.

22/02/2023 18:30
Omicidio di Pamela Mastropietro, domani l’udienza dell’Appello bis. La mamma: “Chiediamo giustizia"

Omicidio di Pamela Mastropietro, domani l’udienza dell’Appello bis. La mamma: “Chiediamo giustizia"

Ha avuto inizio il 25 gennaio scorso il processo d’Appello bis nei confronti di Innocent Oseghale, già condannato in via definitiva per l’omicidio della diciottenne Pamela Mastropietro, avvenuto a Macerata il 30 gennaio 2018. La Cassazione aveva inviato gli atti alla Corte d’Appello di Perugia per la decisione sulla sussistenza o meno dell’aggravante della violenza sessuale; contestazione che invece, per la procura generale, "può dirsi certa”. All'udienza del 25 gennaio dovevano essere sentiti come testimoni due uomini che Pamela aveva incontrato la sera in cui è stata barbaramente uccisa, ma i testi non si sono presentati: di qui il rinvio dell’udienza a domani, 22 febbraio. Per uno dei due testi è stato disposto l’accompagnamento coattivo in quanto la sua assenza non è risultata giustificata. Sempre all’udienza del 25 gennaio era stato chiesto all’imputato Oseghale, presente in aula, se volesse essere presente all’udienza del 22 febbraio. L’imputato ha chiesto di non essere presente alla prossima udienze. "Perché dopo 5 anni ancora bisogna discutere se dare un ergastolo a una persona che ha fatto quello che ha fatto su mia figlia?" aveva detto Alessandra Verni ai giornalisti , "Ci rendiamo conto? E gli si viene pure a chiedere all’imputato se vuole venire la prossima volta oppure no?".  "Che altro avrebbe dovuto farle per avere la condanna?". Si chiede con dolore straziante la mamma di Pamela, riferendosi al possibile sconto di pena che sarebbe riconosciuto a Oseghale, qualora non venisse ritenuta sussistente l’aggravante della violenza sessuale. "Non dobbiamo mai scordare quello che è successo a Pamela, uccisa a coltellate, divisa in parti, decapitata, scuoiata, esanguata, scarnificata, asportata di tutti i suoi organi interni, lavata con la candeggina con particolare cura addirittura dentro la cervice uterina, per cosa, se non per nascondere la violenza sessuale?" aveva dichiarato lo zio di Pamela, legale della famiglia, Marco Valerio Verni, ai giornalisti.

21/02/2023 10:00
Ergastolano in permesso premio uccide due donne: "Qualcuno deve interrogarsi sulle responsabilità"

Ergastolano in permesso premio uccide due donne: "Qualcuno deve interrogarsi sulle responsabilità"

Salvatore La Motta, ergastolano di 63 anni, ritenuto esponente di spicco del clan mafioso Santapaola, condannato per associazione mafiosa e un omicidio, era in permesso premio: ne ha approfittato per compiere un duplice delitto. Ieri mattina ha ucciso a colpi di pistola in volto una donna di 48 anni, Carmelina Marino, mentre era nella sua auto sul lungomare di Riposto, nel catanese, non lontano dal porto turistico,e Santa Castorina, 50 anni, appena scesa dalla sua auto parcheggiata in una zona vicina al primo omicido.  Dopo il duplice omicidio, il killer si è presentato armato in caserma per costituirsi. "I militari, tenendolo sotto tiro hanno cercato di convincerlo a lasciare l'arma e non fare alcun tipo di gesto insensato, ma, purtroppo, è stato vano perchè l'uomo si è puntato la pistola alla testa ed ha fatto fuoco" ha spiegato il Tenente Colonnello Claudio Papagno, comandante del reparto operativo dei carabinieri del Comando Provinciale di Catania. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il legame del La Motta con le due donne: sembrerebbe avesse una relazione extraconiugale con la prima vittima. In fase di accertamento il movente del duplice omicidio, si sta cercando di risalire a chi abbia procurato al killer l'arma con cui ha sparato. Nelle ultime ore sembrerebbe sia stato fermato un uomo 55enne coinvolto nei fatti, per il quale la Procura di Catania avrebbe disposto il fermo. La Motta era stato arrestato a Riposto dai carabinieri del nucleo operativo di Catania il 16 giugno del 2000 dopo essere stato condannato all'ergastolo; attualmente era detenuto in regime di semilibertà, e stava godendo di un permesso premio di una settimana. Il duplice omicidio è avvenuto poche ore prima che scadesse il permesso. Il segretario generale S.PP., Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo: "Mentre continuiamo a dissertare sul 41 bis e sui diritti dei detenuti al carcere duro nel Catanese un ergastolano, già condannato per associazione mafiosa e omicidio, in permesso premio, uccide due donne. Qualcuno deve interrogarsi sulle responsabilità di quanto è accaduto”.(Agenparl) (Credit foto: Ansa)     

12/02/2023 09:44
Omicidio di Isabella Noventa, i resti ritrovati pochi giorni fa a Marghera potrebbero essere i suoi

Omicidio di Isabella Noventa, i resti ritrovati pochi giorni fa a Marghera potrebbero essere i suoi

L'ipotesi è emersa nel corso della puntata di "Chi l'ha visto?", andata in onda mercoledì sera: potrebbero essere di Isabella Noventa, i resti umani scoperti  da alcuni operai in una zona periferica di Marghera (Venezia), immersa tra capannoni e fabbriche. Isabella Noventa scomparve nel nulla tra il 15 e il 16 gennaio 2016 e il suo corpo non venne mai ritrovato. Il processo per l'omicidio di Isabella si è chiuso a novembre 2020 con la sentenza di Cassazione che ha confermato le condanne di Freddy Sorgato, l'ex fidanzato della Noventa e l'ultimo ad averla vista ancora in vita, condannato a 30 anni di carcere insieme alla sorella di lui Debora Sorgato, entrambi condannati per omicidio volontario con l'aggravante della premeditazione, soppressione e distruzione di cadavere. Condannata a sedici anni e dieci mesi di reclusione invece Manuela Cacco, ex amante di Freddy, accusata di concorso negli stessi reati, atti persecutori e simulazione di reato. I tabulati telefonici di Freddy Sorgato, mostrati nel corso del programma “Chi l’ha visto?” lo collocherebbero proprio il pomeriggio del 17 gennaio 2016, il giorno dopo la morte di Isabella, nei pressi del luogo del ritrovamento dei resti.  Ora si attende l'esito dell'esame del Dna di quei resti (cranio, un femore, il bacino, alcune ossa della cassa toracica e della spina dorsale); il medico legale ha stimato che il corpo fosse lì da circa sette anni, compatibili proprio con il periodo in cui la 55enne di Albignasego (Padova) è scomparsa. Freddy, quando venne posto in stato di fermo insieme alla sorella Debora, e all’amante, Emanuela Cacco, aveva parlato di un tragico incidente che provocò la morte di Isabella; aveva confessato di aver agito da solo ammettendo di aver gettato il corpo della donna nel fiume Brenta vicino casa. Le ricerche tuttavia non portarono ad alcun ritrovamento. Secondo la ricostruzione della Procura invece le cose sono andate diversamente. Freddy e la vittima Isabella, quella sera di gennaio 2016, uscirono per una pizza per poi concludere la serata a casa del primo. Lì in casa, ad attendere la povera donna c’era la sorella di lui, Debora: la aggredì a colpi di martello in testa, mossa dalla gelosia per il rapporto che la vittima aveva con suo fratello, e dal timore che la stessa potesse beneficiare del suo denaro. Sopraggiunse, probabilmente a delitto già concluso, la complice dei due, nonché amante di Freddy, Manuela Cacco: si infilò il piumino bianco della vittima per dirigersi insieme a Freddy nel centro di Padova, al fine di essere ripresa dalle telecamere di sorveglianza della città e fingersi lei. Fu Paolo Noventa, fratello della vittima, il primo a spiegare agli investigatori i suoi dubbi sui fotogrammi delle telecamere di videosorveglianza. Nel ripercorrere i fatti a distanza di anni, non è possibile dimenticare un'altra tragedia che si consumò durante le ricerche di Isabella Noventa nel fiume Brenta, dove Freddy aveva indicato di aver gettato il corpo: proprio in quell'occasione perse la vita l'ispettore della polizia di Stato, sub del Centro Nautico e Sommozzatori della Spezia, Rosario Sanarico. L'ispettore era uno dei sommozzatori più esperti che aveva partecipato a molti interventi, spesso in condizioni molto difficili, come i soccorsi per il naufragio della Costa Concordia. L'agente, di soli 53 anni marito e padre di due figli, rimase incastrato sott'acqua mentre stava scandagliando il fondale del fiume alla ricerca del corpo di Isabella.      

10/02/2023 18:00
Catturato il killer evaso dai domiciliari: era ricercato in tutta Italia

Catturato il killer evaso dai domiciliari: era ricercato in tutta Italia

I carabinieri di Milano con il supporto dei colleghi di Napoli hanno catturato il killer della 'ndrangheta Massimiliano Sestito, evaso dai domiciliari a Pero, nel milanese, il 30 gennaio. È stato rintracciato e catturato davanti alla Stazione Circumvesuviana di Sant'Anastasia, in provincia di Napoli.  In un sistema in cui chiaramente qualcosa non ha funzionato, tanto da permettere ad un pericoloso killer di fuggire per sottrarsi alla giustizia, il plauso va alle forze dell'ordine e al loro incessante lavoro: "La rapida e ineluttabile cattura di Massimiliano Sestito è una bella notizia che riempie di soddisfazione tutti quelli che vestono la divisa, a cominciare dal figlio di Renato Lio, assassinato da questo brutale killer, nostro stimato collega". Così si è espresso Valter Mazzetti, Segretario Generale Fsp Polizia di Stato, dopo che i carabinieri ieri hanno catturato il killer della ‘ndrangheta. Renato Lio, era un appuntato scelto, calabrese; quando è stato ammazzato durante un posto di blocco la notte del 20 agosto 1991 a Soverato aveva 35 anni, una moglie di 29 anni e due figli piccoli di 11 e 9 anni. Il giorno in cui fu ucciso era il compleanno del figlio Salvatore, tutto era pronto per festeggiarlo.  "Da allora non dormo più - ha dichiarato la moglie del carabiniere Lio, Anna - in un'intervista a "il Quotidiano del Sud", perché io e i miei figli abbiamo pagato un prezzo altissimo e nessuno potrà mai ripagarci per quello che abbiamo perduto: l’amore di un marito e di un padre amorevole che ogni giorno metteva a rischio la propria vita per la sicurezza degli altri".    

05/02/2023 12:00
Ricerche in tutta Italia del killer Sestito evaso dai domiciliari. Pg Cassazione: "Confermare l'ergastolo"

Ricerche in tutta Italia del killer Sestito evaso dai domiciliari. Pg Cassazione: "Confermare l'ergastolo"

Sono estese in tutta Italia, affidate ai carabinieri, le ricerche di Massimiliano Sestito, 52 anni, l’uomo è evaso nella notte tra lunedì e martedì dalla propria abitazione nell’hinterland milanese dove si trovava ai domiciliari con il braccialetto elettronico, dopo averlo manomesso. L’evasione secondo gli investigatori non è stata improvvisata, ma preparata da tempo e probabilmente dopo aver attivato solidi 'agganci'. Proprio per oggi era prevista, e si è celebrata, l’udienza presso la Corte di  Cassazione su ricorso presentato dalla difesa di Sestito, avverso sentenza di condanna all’ergastolo emessa dalla Corte d'appello di Roma nell'ottobre del 2021, per l’omicidio del boss Vincenzo Femia commesso nel 2013. Il killer, affiliato della 'ndrangheta, era già stato condannato a 30 anni per un altro omicidio: quello avvenuto nel 1991 dell’appuntato scelto dell’Arma dei carabinieri Renato Lio, insignito di medaglia d'oro al valore civile alla memoria. Il militare, durante un controllo ad un’autovettura, “veniva improvvisamente raggiunto da numerosi colpi d'arma da fuoco”. “Benché gravemente ferito, ingaggiava con il malvivente una violenta colluttazione da cui desisteva quando ormai privo di forze, si accasciava al suolo. Splendido esempio di altissimo senso del dovere spinto sino all' estremo sacrificio” (D.P.R. 27 novembre 1992) “Chiedo che vengano rigettati tutti i ricorsi”. Così si è espresso il procuratore generale della Corte di Cassazione durante l’udienza di oggi, chiedendo, nell'udienza davanti alla prima sezione penale, la conferma dell'ergastolo per Massimiliano Sestito. La Corte di Cassazione aveva già esaminato due volte il caso, una prima annullando una sentenza di condanna, poi annullando l'assoluzione e disponendo un nuovo processo. Ora dovrà decidere nuovamente sulla sorte del latitante, cui solo il 12 gennaio scorso era stata concessa, in accoglimento di un’istanza di attenuazione della misura cautelare avanzata dagli avvocati, la misura del braccialetto elettronico dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma. Perchè era ai domiciliari? “Certo, la vicenda nel suo complesso lascia l’amaro in bocca e resta da capire come mai un soggetto con alle spalle una condanna per omicidio si trovasse agli arresti domiciliari, una condizione che potrebbe aver agevolato la sua fuga”. “In attesa che venga fatta piena e doverosa luce sull’accaduto, a nome anche della Giunta regionale, esprimo tutta la mia vicinanza alla famiglia di Renato Lio, un valoroso calabrese che ha perso la vita facendo il proprio dovere” ha affermato in una nota Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria.  

03/02/2023 17:04
Colpito da un proiettile in un agguato: il giovane Thomas Bricca non ce l’ha fatta

Colpito da un proiettile in un agguato: il giovane Thomas Bricca non ce l’ha fatta

"Thomas, amore di papà resisti", erano state le parole disperate del papà di Thomas, lasciate su Facebook dopo il terribile agguato di cui è stato vittima il figlio, avvenuto ad Alatri lunedì sera. Thomas Bricca, 18 anni, si trovava nei pressi di un bar molto frequentato da giovanissimi, insieme ai suoi amici, quando è stato raggiunto da un proiettile in testa. A sparare sarebbe stato un soggetto sopraggiunto in sella ad uno scooter guidato da un complice. Nella notte Thomas, già in condizioni disperate, era stato sottoposto ad un delicatissimo intervento chirurgico all’ospedale San Camillo di Roma; poche ore fa i medici purtroppo l’hanno dichiarato clinicamente morto con una nota della direzione del San Camillo nella quale si legge che il paziente, ricoverato già in gravissime condizioni, nella mattina di oggi ha presentato le caratteristiche del coma irreversibile con elettroencefalogramma piatto per assenza di attività elettrica cerebrale. Trattandosi di paziente clinicamente morto, si è riunita una commissione medica aziendale per la certificazione della morte, come prescritto dalla legge. Non è stato ancora possibile chiarire se fosse proprio Thomas l’obiettivo dell’agguato: le indagini stanno proseguendo, gli inquirenti avrebbero già individuato dei sospettati. Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori ci sarebbe anche quella di una 'vendetta' seguita ad una rissa avvenuta nei giorni precedenti: un regolamento di conti tra bande di giovanissimi. Il Procuratore di Frosinone ha dichiarato: "Sul piano delle ipotesi possiamo presumere che si tratti di uno scontro tra bande contrapposte. Evidentemente il ragazzo stava con persone che erano attribuite dagli sparatori al gruppo contrapposto. Se ne facesse parte? Lo stiamo ancora accertando". Il sindaco di Alatri, Maurizio Cianfrocca, aveva lanciato l'allarme per le risse avvenute nel paese tra giovani nel fine settimana e, come annunciato ieri nel suo profilo Facebook, aveva chiesto l'intervento delle forze dell'ordine. "Già questa mattina, considerate le risse avvenute nel centro storico nel fine settimana, avevo sentito e scritto al Comando dei Carabinieri di Alatri chiedendo maggiori controlli al fine di assicurare l'incolumità e la serenità della cittadinanza intera, che ha pieno diritto di vivere la città in piena sicurezza".    

01/02/2023 15:30
Quindicenne spinto sotto il treno per un messaggio whatsapp, fermati due minori

Quindicenne spinto sotto il treno per un messaggio whatsapp, fermati due minori

Ragazzi ormai non più abituati a pensare, che agiscono, credendo di vivere in una canzone o in un reality show e perdono il contatto con la realtà. Giovanissimi che emulano i comportamenti "di un mondo adulto autocentrato, dove io mi sento offeso e quindi reagisco, senza rendermi conto di avere davanti una persona e non un ostacolo che posso buttare sotto al treno", e con un atteggiamento verso la donna che dovrebbe essere ormai superato per le nuove generazioni, "che è una persona e non un oggetto di contesa".  Queste sono state le parole del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Milano, Ciro Cascone, sulla grave vicenda verificatasi tre giorni fa a Monza: due minorenni italiani, di 14 e 15 anni, della provincia di Monza, hanno aggredito un coetaneo spingendolo contro un treno in corsa, rischiando di ucciderlo. I due sono ora accusati di tentato omicidio; la giovane vittima, immediatamente soccorsa e trasportata all’ospedale, ha riportato una ampia ferita alla testa, oltre a una frattura alla caviglia, ma non rischia la vita. Secondo le indagini della Squadra Mobile di Monza, la vicenda è stata scatenata da un messaggino whatsapp che la vittima avrebbe inviato ad una ragazzina; uno dei due aggressori, interessato alla stessa giovane destinataria di quel messaggio, avrebbe raggiunto insieme ad un amico il coetaneo, nella stazione ferroviaria dove stava aspettando il treno per fare rientro a casa, al fine di “fargliela pagare” per aver “osato tanto”: insulti, accuse, sino alla richiesta di una felpa firmata per “saldare i conti” , avendo mandato quel messaggio a chi “non doveva toccare”. Quando il giovane ha opposto il rifiuto a questa richiesta ed è scappato verso il binario dove avrebbe dovuto prendere il treno, è scattata l’aggressione fisica, l’inseguimento, sino alla violenta spinta che lo ha fatto cadere su un treno in transito. Il giovane per miracolo è rimasto incastrato tra la banchina e le ruote della carrozza e non è finito sotto il treno. Gli autori dell’aggressione sono fuggiti, per poi venire rintracciati nel tardo pomeriggio, grazie all'analisi delle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza. Portati in Questura a Monza, sono stati interrogati dal pm della Procura minorile, che ha poi emesso il provvedimento di fermo per tentata rapina aggravata e tentato omicidio in concorso. Il continuo aumento di reati sempre più violenti, commessi dai giovanissimi, è oramai argomento diffusamente trattato: non può non far riflettere il riferimento fatto del Procuratore di Milano all’emulazione di “un mondo adulto autocentrato”. Secondo le ricerche condotte dagli esperti, proprio la esorbitante visione narcisistica del “sé”, negli adulti come nei ragazzi, provoca reazioni abnormi di rabbia e violenza, ogni volta che la propria autostima viene minacciata; la competizione diventa incessante, e con tutti: anche con sé stessi.         (fonte e foto Ansa)

28/01/2023 16:17
Omicidio Gigi Bici, chiuse le indagini: l’assassina confessa di averlo ucciso

Omicidio Gigi Bici, chiuse le indagini: l’assassina confessa di averlo ucciso

La Procura di Pavia ha chiuso le indagini per il delitto del 60enne Luigi Criscuolo, detto "Gigi Bici". Accusata dell’omicidio è la fisioterapista 40enne Barbara Pasetti, in carcere da oltre un anno dopo che il 20 dicembre 2021 venne ritrovato in un campo vicino alla sua villa, il cadavere di Criscuolo. I capi di imputazione sono quello di omicidio volontario, occultamento di cadavere e tentata estorsione aggravata; caduta l’aggravante della premeditazione, inizialmente contestata, poichè, come spiega la Procura "i fatti si sono svolti in modo repentino e sostanzialmente occasionale, attraverso un’arma che lo stesso Criscuolo aveva consegnato a Barbara Pasetti". Nella comunicazione della chiusura delle indagini, firmata dal procuratore Fabio Napoleone, viene ricordato che il 5 ottobre, in un interrogatorio chiesto dalla stessa Pasetti, "l’indagata ha ammesso gli addebiti". Oggi emergono i dettagli. Secondo le ricostruzioni l'uomo è stato ucciso dalla Pasetti, che aveva inizialmente dichiarato di non conoscerlo nemmeno, il giorno stesso in cui è scomparso, con un colpo di pistola sparato alla tempia. Per un mese, sino a quando venne ritrovato il suo corpo, i familiari, e una delle figlie in particolare, si erano rivolti alla tv per ritrovare il padre scomparso. La figlia incontrò anche la Pasetti, in quanto fu colei che aveva ritrovato il cadavere, ma la donna non smise mai di mentire dicendo di non conoscere quell’uomo. In realtà, come accertato dagli inquirenti nel corso delle indagini, i due si conoscevano. L’arma con cui venne ucciso Criscuolo era stata consegnata dalla vittima alla Pasetti che lo aveva incaricato di uccidere il suo ex marito; l’uomo però aveva rifiutato. Secondo quanto dichiarato dalla donna le continue richieste di denaro del Criscuolo l’avrebbero portata ad ucciderlo. (foto Ansa)

27/01/2023 16:00
Violenza sessuale di gruppo a Milano, il gip: "Incapacità di comprendere il disvalore delle proprie condotte"

Violenza sessuale di gruppo a Milano, il gip: "Incapacità di comprendere il disvalore delle proprie condotte"

Un grave episodio di violenza sessuale di gruppo ai danni di una studentessa americana, si è consumato in centro a Milano lo scorso marzo. Particolare riflessione merita ciò che è stato scritto dal gip nell' ordinanza di custodia cautelare con cui, due giorni fa, sono stati posti agli arresti domiciliari i due ragazzi “gravemente indiziati del reato”: "Emerge invero nitidamente dai video che riprendono la violenza e dagli ulteriori atti di indagine, in particolare le intercettazioni ambientali, l'incapacità degli indagati di comprendere appieno il disvalore delle proprie condotte, e la conseguente possibilità che gli stessi reiterino nei propri comportamenti delittuosi, convinti della propria innocenza". “L' incapacità di comprendere appieno il disvalore delle proprie condotte” di cui scrive il gip è l’elemento su cui soffermarsi, al di là dei nomi dei soggetti raggiunti dal povvedimento che, essendo due calciatori del Livorno, hanno forse distratto l'attenzione dalla gravità dei dettagli posti in luce nell'ordinanza. Si tratta di due ragazzi di soli 22 e 23 anni che, in concorso  con altri tre giovani indagati, secondo la ricostruzione della Procura, si sarebbero offerti di riaccompagnare a casa la giovane americana, al termine di una serata in discoteca; ma una volta in macchina, invece di riaccompagnarla, l' avrebbero condotta in un appartamento in centro città e la avrebbero costretta a subire violenza, uno dopo l'altro.L' abuso sarebbe avvenuto approfittando dello stato di inferiorità psichica della vittima, che quella sera aveva bevuto "dei drink" e che aveva "vuoti di memoria, intervallati da flash", come lei stessa ha raccontato agli investigatori. I fatti sono stati ricostruiti dagli inquirenti anche sulla base del racconto di alcuni testimoni, e di quanto recuperato dai telefoni cellulari della vittima e dei presunti autori: la violenza sessuale di gruppo è stata infatti in parte registrata, conservata e ritrovata nei telefoni cellulari degli arrestati. Come descritto nell' ordinanza di custodia cautelare disposta per “l’assai probabile reiterazione di analoghi comportamenti”, i giovani che hanno partecipato alla violenza erano ben consci dello stato di menomazione psicofisica della ragazza, provocata dall'assunzione di una quantità eccessiva di alcol nel corso della serata, ed hanno anzi utilizzato proprio quello stato nella consapevolezza di poter  vincere qualsiasi tipo di resistenza per "concretizzare la violenza sessuale collettiva"  . L’avvocato di uno dei due giovani posti ai domiciliari ha già annunciato che presenterà ricorso al Riesame per chiedre la revoca dei domiciliari; scrive che il suo assistito è “devastato e incredulo e dice che non c’è stata alcuna violenza”.

22/01/2023 21:19
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