Cronaca nazionale e dal mondo - Criminalità organizzata, Reati, Cronaca nera, Casi irrisolti, Temi sociali

Liliana Resinovich, a un anno dalla scomparsa ancora troppe domande senza risposta

Liliana Resinovich, a un anno dalla scomparsa ancora troppe domande senza risposta

Era il 14 dicembre 2021, esattamente un anno fa, quando Liliana Resinovich, 63 anni, ex dipendente della Regione, è scomparsa dalla sua casa di Trieste dove viveva con il marito Sebastiano Visintin; non ha portato con se cellulare, né soldi né documenti. Quella mattina Liliana, per tutti Lilli, avrebbe dovuto incontrare un amico, Claudio Sterpin, ma non si presentò mai all'appuntamento. Gli scrisse un messaggio per avvisarlo che avrebbe tardato perché doveva passare in un negozio di telefoni, negozio dove però non risulta essere mai stata. Il suo corpo venne ritrovato il 5 gennaio nel parco dell'ex ospedale psichiatrico di Trieste, a poca distanza dalla sua abitazione, avvolto in due sacchi neri da spazzatura, la testa chiusa in due buste di plastica, un cordino attorno alla gola. Omicidio o suicidio? Ad oggi nessuna risposta certa è stata data a questo quesito. La tesi del suicidio. la tesi più plausibile per Procura. Secondo la consulenza disposta dalla Procura, il decesso sarebbe sopraggiunto per  “morte asfittica in spazio confinato, senza importanti legature o emorragie presenti al collo”. Risalirebbe "a 48-60 ore circa prima del rinvenimento del cadavere stesso". “Il cadavere non presenta lesioni traumatiche possibili causa o concausa di morte, con assenza per esempio di solchi e/o emorragie al collo, con assenza di lesioni da difesa, con vesti del tutto integre e normalmente indossate senza chiara evidenza di azione di terzi”. Dunque per gli inquirenti Lilli si è tolta la vita legandosi in testa due sacchetti di plastica ed è morta per asfissia poco prima che il suo corpo venisse ritrovato. Ma se le cose stanno così, dove ha trascorso i 20 giorni intercorsi tra la scomparsa e il ritrovamento del suo corpo, mentre erano state già attivate le ricerche? Come mai gli indumenti che indossava al momento del ritrovamento sono gli stessi con cui è uscita da casa parecchi giorni prima? Possibile che Lilli non sia stata avvistata da nessuno in quel periodo, né ripresa da una delle molte telecamere di videosorveglianza della città? La tesi dell’omicidio.  Per il fratello di Lilli, Sergio Resinovich, e per le persone che le erano vicine, la strada del suicidio non è quella giusta da percorrere.  La verità sostenuta nella perizia incaricata dalla Procura, "è una verità di plastica", che "non convince me e i miei familiari" ha detto  Sergio. Nel referto autoptico effettuato dopo il ritrovamento del cadavere erano stati segnalati dal medico legale alcuni segni sul volto della donna, cui i consulenti della Procura non avrebbero dato la giusta rilevanza. Segni che, secondo l'avvocato Nicodemo Gentile, presidente dell’associazione “Penelope” e avvocato del fratello della vittima, sarebbero invece da valorizzare come tracce di una colluttazione: Liliana potrebbe essere stata "intercettata, accompagnata o comunque sorpresa da una visita da parte di qualcuno che la ben conosceva. Da qui si sarebbe sviluppata un'accesa discussione, Liliana sarebbe stata percossa e strattonata", forse ha subìto un'occlusione delle vie respiratorie, magari con una sciarpa, un cappello o un giubbotto, "che ha determinato uno scompenso cardiaco". Negli ultimi giorni sono stati risentiti dagli investigatori il marito di Lilli, Sebastiano, Claudio Sterpin, 82 anni, l'amico della 63enne che fin dall'inizio ha sempre raccontato: “ lei voleva rifarsi una vita con me”. Dal canto suo Sebastiano ha più volte dichiarato di non essere a conoscenza del legame così profondo che univa la moglie all’amico Claudio. E laddove Claudio parla di una crisi matrimoniale importante, Sebastiano nega ed ha sempre negato tale circostanza. L’unica certezza su tali aspetti deriva dagli accertamenti effettuati sui telefoni: Liliana cercava informazioni su internet su “come divorziare senza avvocato”. C’è poi quell’ultimo messaggio, inviato da Lilli all’amico Claudio poche ore prima di scomparire: “In relax pensando a te amore mio”. L indagine sulla vita emotiva e sull’aspetto personologico di Liliana sono molto importanti, come in tutti i casi in cui ci si trova di fronte ad una morte sospetta. Il dato scientifico deve necessariamente essere letto integrandolo con una valutazione globale di ogni aspetto della vita della vittima. Ad oggi probabilmente non si è fatto tutto in questa direzione, ed è’ molto probabile che la procura di Trieste stia per concludere le indagini e la direzione, salvo colpi di scena, sia quella dell’archiviazione per suicidio, cui verosimilmente si opporrà il fratello della vittima.  

14/12/2022 12:11
Giornata dedicata agli scomparsi, in Italia 53 denunce al giorno: a Macerata il caso di Sergio Isidori

Giornata dedicata agli scomparsi, in Italia 53 denunce al giorno: a Macerata il caso di Sergio Isidori

Oggi si celebra la "Giornata dedicata alle persone scomparse", promossa dall'Associazione Penelope che si occupa da anni di persone scomparse e di assistenza ai familiari che attendono di sapere notizie. L’associazione è nata nel 2002 da un’idea di Gildo Claps, fratello di Elisa Claps, scomparsa a Potenza nel 1993, il cui corpo fu ritrovato 17 anni dopo nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, luogo dal quale si erano perse le sue tracce. Presente su tutto il terrritorio nazionale con sezioni regionali, la sezione Penelope Marche è nata sulla scia del dramma della Famiglia Isidori: il piccolo Sergio Isidori scomparve misteriosamente nel 1979 da Villa Potenza a soli 5 anni e mezzo. La sorella, Giorgia Isidori, insieme alla sua famiglia non si è mai arresa, così ha fondato la rete territoriale di Penelope. La situazione degli scomparsi in Italia è allarmante: dal report del primo semestre 2022 dell'Ufficio del Commissario Straordinario per le persone scomparse è emerso che le denunce di persone scomparse presentate dal 1° gennaio al 30 giugno 2022, sono state 9.599, pari ad una media di 53 al giorno. Nella maggior parte dei casi si tratta di minorenni: 6.312 i minori scomparsi in questo periodo.I ritrovamenti sono stati 5.024, per una media di 28 al giorno, con una percentuale complessiva del 52,3% rispetto a tutte le denunce presentate nel primo semestre 2022. Oggi l’Associazione Penelope Italia si rivolge a tutti  cittadini, “affinché si facciano portatori di un gesto di solidarietà e di vicinanza alle famiglie di persone scomparse”, lanciando un’iniziativa dai social: al calare del sole, “in tutta Italia, palazzi pubblici e privati, si illumineranno di color verde speranza, in segno di vicinanza e solidarietà alle famiglie delle persone scomparse. Un gesto di sensibilizzazione in un momento, come quello delle festività natalizie, dove assumono importanza le parole: amore, famiglia, unione e calore. Vi invitiamo, anche questo anno, a mettere una candela verde su un davanzale, per illuminare la strada del loro ritorno".  Il prefetto di Macerata, Flavio Ferdani, d'intesa con numerosi sindaci (Macerata, Civitanova Marche, Tolentino, San Severino Marche, Mogliano, Esanatoglia, Potenza Picena, Cingoli e Matelica), ha aderito all'iniziativa: i monumenti più rappresentativi dei comuni verranno illuminati con il verde, il colore della speranza, un gesto simbolico per tenere alta l'attenzione su questa delicatissima problematica che presenta elementi di complessità e che mette in evidenza una questione anche di natura sociale.   

12/12/2022 16:00
A processo per omicidio del padre e tentato assassinio della madre. "Ammetto le mie responsabilità"

A processo per omicidio del padre e tentato assassinio della madre. "Ammetto le mie responsabilità"

"Devo ammettere sia a voi sia a me stesso, le responsabilità che ho sull'accaduto": queste le parole pronunciate in aula questa mattina da Marco Eletti, 34 anni, durante la seconda udienza del processo che lo vede unico imputato per l’omicido del padre e per il tantato nei confronti della madre, avvenuti il 24 aprile 2021 presso la casa di famiglia. Impiegato in un’agenzia di comunicazione con la passione per la scrittura, aveva sino ad oggi negato ogni addebito. "In tutto questo tempo” - ha aggiunto - “ mi sono state vicine molte persone, familiari e avvocati, che mi hanno aiutato a riflettere sul fatto. E grazie a queste riflessioni, posso dire a voi e a me stesso, che devo ammettere sia a voi sia a me stesso, le responsabilità che ho sull'accaduto. Un peso con il quale non è facile confrontarsi, un peso che ti opprime e che ti spinge in un baratro". La sera di quel 24 aprile, lui stesso aveva chiamato i soccorritori, per un incendio scoppiato nell’abitazione dei suoi genitori. Giunte sul luogo, le forze dell’ordine hanno scoperto il corpo senza vita di Paolo Eletti, il padre, con il cranio fracassato a martellate, ed hanno trovato la moglie della vittima riversa in un lago di sangue con i polsi tagliati, in stato di semi-incoscienza, narcotizzata. Inizialmente la scena del crimine aveva fatto pensare ad un omicidio-suicidio, ma già dopo l’interrogatorio condotto nella stessa notte, il figlio della coppia è diventato il principale sospettato; venne arrestato e poi rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio e tentato omicidio, aggravati dalla premeditazione, dai futili motivi, dall’uso di sostanze venefiche. Per l’accusa il movente dell’omicidio sarebbe da rintracciare nella scoperta “della presunta doppia vita del padre legata ad un’altra identità di genere”, ma ci sarebbero state anche delle questioni patrimoniali che generavano una importante conflittualità: la casa dei nonni paterni era rimasta vuota da qualche mese per il decesso della nonna, Marco avrebbe voluto ereditarla ed occuparla sin da subito mentre i genitori  non erano d’accordo. La prima udienza si è tenuta il 18 novembre scorso innanzi alla Corte d’ Assise del Tribunale di Reggio Emilia; al termine la mamma di Marco, che era stata in coma alcune settimane dopo l’aggresione del figlio, lo aveva perdonato, abbracciandolo, e dichiarando ai giornalisti di credere nell’innocenza del figlio e di non ricordare nulla di quanto accaduto quella sera. E' stato un 'colpo di scena' quello della confessione resa con dichiarazioni spontanee, visto che il 34enne aveva sempre professato la sua innocenza. La difesa ha parlato di “un percorso sofferto che ha portato Marco a questa decisione, gli elementi da scoprire sono tanti”. Il processso proseguirà in sede dibattimentale, anche se sarà 'abbreviato' da questa confessione che di fatto verosimilmente ne accorcerà i tempi, considerando che i testimoni ammessi sono stati 140 (80 della difesa e 40 della Procura), e che probabilmente, dopo le dichiarazioni dell’imputato, non ci sarà necessità di ascoltarli tutti. (foto Marco Eletti concorrente nella trasmissione "l'Eredità")

09/12/2022 20:30
Uccisa a bottigliate dal marito, era una mamma: il dramma dei figli delle vittime di femminicidio

Uccisa a bottigliate dal marito, era una mamma: il dramma dei figli delle vittime di femminicidio

Cinzia Luison è stata uccisa il 6 dicembre nella sua casa di San Stino di Livenza (Venezia) dal marito Giuseppe Pitteri, che ha confessato il reato nell'immediatezza del fatto: è stato lui che, dopo il delitto, ha chiamato la centrale dei Carabinieri dicendo di aver ucciso la moglie. Giunti sul posto, i carabinieri - insieme ai soccorritori del 118 - non hanno potuto fare null'altro se non constatare il decesso della donna. L’uomo è stato tratto in arresto per omicidio aggravato. Il movente è ancora al vaglio degli inquirenti, ma secondo le prime ricostruzioni, il delitto potrebbe essere scaturito da una lite per questioni di soldi: sembrerebbe che Pitteri, autista in pensione, avesse un problema di ludopatia, e per questo fosse affiancato da un amministratore di sostegno voluto dalla sua famiglia, per la gestione delle sue finanze. La sua rabbia per l'impossibilità di attingere ai conti a lui interdetti, sarebbe sfociata in quella che gli inquirenti hanno definito "una violenza inaudita", emersa dai colpi inferti dall'uomo al volto della sua vittima. La tragedia nella tragedia è che restano senza madre due figlie poco più che ventenni, e una delle due, nel rientrare in casa l’altro ieri, ha trovato la madre a terra ricoperta di sangue. Sotto shock, mentre il padre cercava di andarle incontro, è scappata per rifugiarsi da un vicino e chiedere aiuto. I figli delle vittime di femminicidio, che spesso sono testimoni oculari dell’omicidio stesso, devono affrontare traumi psicologici e fisici importanti. Perdere un genitore di per sè segna la vita, ma perdere la propria madre perchè uccisa dal proprio padre è un trauma nel trauma. Sono loro le vittime che dovranno fare i conti con il dolore e la rabbia, la solitudine, le notti in bianco, con lo stravolgimento dello stile di vita, l’allontanamento dalla propria abitazione, spesso con le difficoltà economiche, e imparare giorno per giorno a sopravvivere per reinventarsi un nuovo futuro. A livello normativo, la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018, (e in seguito la legge di bilancio 2019 e il Decreto 21 maggio 2020, n. 71) oltre a prevedere una tutela processuale ed economica per i bambini e i ragazzi rimasti soli dopo l'uccisione della madre da parte del padre, per la prima volta ha affrontato anche i problemi quotidiani degli orfani della violenza domestica, prevedendo aiuti per l'assistenza medica e psicologica oppure per "orientamento, formazione e sostegno" a scuola e nell’inserimento al lavoro. Se un passo è stato fatto con la presa di coscienza, da parte dell’ordinamento giuridico, che lo Stato non può lasciare soli gli orfani di femminicidio, purtroppo da un punto di vista applicativo la norma presenta ancora diverse criticità: accedere agli aiuti previsti è molto complesso per via della burocrazia: condizioni limitanti, requisiti specifici, un iter burocratico che spesso neppure gli avvocati conoscono, tempistiche lunghe e impossibilità di avere un'immediata presa in carico della situazione da parte di servizi e strutture qualificate, anche con interventi psicologici di supporto sin dai primi momenti. Come testimoniano le storie e i racconti di questi figli, sono molti ancora i gap da colmare e su cui concentrare l’attenzione per poter rispondere efficacemente ai bisogni di queste giovanissime vittime, uno su tutti  quello della gestione dell’emergenza.

08/12/2022 21:45
Emanuela Orlandi, spunta un audio rimasto segreto per anni: accuse sconvolgenti

Emanuela Orlandi, spunta un audio rimasto segreto per anni: accuse sconvolgenti

Caso Emanuela Orlandi: esisterebbe la registrazione di una conversazione avvenuta in un luogo pubblico, effettuata dal giornalista editore Alessandro Ambrosini, fondatore del blog d’inchiesta Notte Criminale. È stato proprio lui a darne la notizia, annunciando la pubblicazione dell’audio nei prossimi giorni. La registrazione risalirebbe al 2009 e conterrebbe accuse sconvolgenti al Vaticano (ne avevamo parlato qui). L'uomo che parla è rimasto anonimo ma, scrive “Il Giornale” che ha avuto modo di ascoltare l'audio in anteprima, “sappiamo che si tratta di un vecchio sodale di Enrico De Pedis, uno dei capi storici della banda della Magliana”. De Pedis venne accusato dalla sua compagna dell'epoca, Sabrina Minardi, del sequestro di Emanuela Orlandi; il probabile ruolo di De Pedis, come esecutore del rapimento di Emanuela insieme ad altri elementi della banda, aveva trovato riscontro nella ricostruzione svolta dal magistrato Giancarlo Capaldo, che da Procuratore in Roma si spese in anni di indagini per la ricerca della Verità sul caso, in seguito archiviato dal Procuratore Pignatone. L’uomo vicino a De Pedis, che è stato registrato a sua insaputa da Ambrosini, avrebbe parlato proprio delle affermazioni rese dalla Minardi, e avrebbe puntato il dito verso esponenti del Vaticano, facendo nomi e cognomi. L’audio potrebbe far riaprire il caso a distanza di 40 anni. Il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, che ha dedicato e sta dedicando la vita insieme alla sua famiglia, a far luce sulla scomparsa della sorella, ieri ha pubblicato un post sui social, probabilmente proprio in concomitanza con la diffusione della notizia: “Illusioni, disillusioni, illusioni, disillusioni, illusioni, disillusioni… da quarant’anni si va avanti così, eppure c’è chi sa, più di uno dentro e fuori dal Vaticano, e continua a mettere la testa sotto la sabbia per continuare a nascondere". "A farne le spese una semplice ragazza che voleva vivere la sua vita, cantando , ridendo, sognando… ma qualcuno ha voluto scegliere per lei negandogli la libertà..”

06/12/2022 13:54
"Droga dello stupro", confessione di un ex spacciatore pentito

"Droga dello stupro", confessione di un ex spacciatore pentito

“Vendevo Ghb a persone del mondo religioso, politici e in generale ai ceti sociali più alti. Non serviva che mi proponessi io per vendere, tante volte avevo un contatto che mi chiamava quando gli serviva". Questa la confessione di un ex tossicodipendente e spacciatore pentito, alle telecamere di “Striscia la notizia”, in un servizio in cui si è trattato di un'operazione della Procura di Roma, partita un anno e mezzo fa, che ha portato all’arresto di più di 90 persone e al sequestro di oltre 200 chili di droga. L’uomo, intervistato da Jimmy Ghione, ha raccontato di come, in occasione delle feste organizzate della “Roma bene”, la droga venisse venduta a religiosi, politici e così detti “vip”; acquistata all’estero, veniva poi portata in Italia all’interno di flaconi di collutorio. In America è conosciuta come Drug-facilitated sexual assault (Dfsa), nella maggior parte dei casi si tratta di GHB. Inizialmente il ghb sintetico era usato come anestetico in ambito chirurgico. Molto conosciuta in Europa ed in America, se ne parla meno in Italia, anche se il fenomeno negli ultimi anni ha assunto dimensioni allarmanti. Insieme ad altre droghe sintetiche è diffusa nelle discoteche e nei festini privati. La sostanza viene utilizzata spesso anche all’insaputa dell’assuntore, essendo idrosolubile e praticamente inodore: versata nel bicchiere di una qualsiasi consumazione, l’effetto è quello di rendere la vittima manipolabile e priva di volontà. Il GHB, è diventato noto come “droga dello stupro” perché associato a numerosi casi di violenza sessuale. È, infatti, una sostanza che fa perdere i freni inibitori e la resistenza fisica: provoca un rilassamento muscolare nella vittima che si sente come se fosse “ubriaca” al punto da poter perdere conoscenza. A dosi elevate, il GHB può rallentare la respirazione e causare convulsioni e coma, talvolta portando alla morte. L’associazione di GHB con altri sedativi, in particolare l’alcol, è estremamente pericolosa. La maggior parte delle morti è dovuta all’assunzione contemporanea di GHB e alcol. Provoca totale amnesia poichè vengono manipolati i centri del ricordo. Non esistono stime accurate del numero di Dfsa (aggressioni sessuali facilitate dalle droghe) che si verificano ogni anno, poichè molti casi continuano a non venire denunciate. Le vittime sono riluttanti a farlo a causa di imbarazzo, senso di colpa; spesso inoltre, proprio a causa dell'amnesia indotta, le persone aggredite non ricordano i dettagli della violenza subita e l’identità dei loro aggressori, quindi non sporgono querela temendo di non essere credute. Una campagna di sensibilizzazione sui pericoli cui possono andare incontro ignare e spesso giovanissime vittime è importante per adottare comportamenti preventivi: uno su tutti quello di non lasciare incustoditi i propri drink, proprio per evitare che vi vengano versate droghe, ed evitare di accettare con leggerezza quelli offerti da sconosciuti, soprattutto quando vengono versati da bottiglie non sigillate o direttamente nel bicchiere.   foto da tgcom24    

04/12/2022 11:00
Saman, il procuratore: "Corpo sostanzialmente integro". Si attende la conferma del Dna

Saman, il procuratore: "Corpo sostanzialmente integro". Si attende la conferma del Dna

Il corpo che si ritiene sia quello di Saman Abbas è stato recuperato in un casolare diroccato a Novellara, a tre metri di profondità sotto uno strato di detriti e macerie. Il luogo, che dista poche centinaia di metri dalla casa dove viveva la sua famiglia, è stato indicato dallo zio di Saman, uno dei cinque imputati per l'omicidio della 18enne pakistana scomparsa nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio 2021 da Novellara.  Ieri sera intorno alle 22, dopo l’esumazione, il corpo è stato portato al laboratorio di medicina legale dell'Università di Milano dove i periti incaricati dalla Corte d'Assise del tribunale di Reggio Emilia eseguiranno gli accertamenti necessari.  Il procuratore capo di Reggio Emilia, Gaetano Calogero Paci, ha parlato stamattina a Rai e Telereggio: "E' emerso un corpo sostanzialmente integro, che si è ben conservato considerata la profondità nella quale è stato interrato per oltre un anno e mezzo. Indossava gli stessi abiti al momento dell'interramento. Ora si tratta di verificare l'integrità degli organi interni" ha proseguito il procuratore, "perché attraverso e su di essi saranno svolte le indagini di tipo autoptico per capire esattamente l'identità del corpo stesso". "Certo è che il contesto in cui il corpo è stato ritrovato e anche qualche elemento peculiare già consentono di formulare una probabilità di identificazione, ma la prova regina è quella del Dna e solo attraverso una comparazione positiva sarà possibile dire che si tratti del corpo di Saman" ha puntalizzato. Subito i sospetti degli inquirenti si erano concentrati sulla famiglia di Saman che, nel frattempo, aveva fatto in gran fretta rientro in Pakistan. Le indagini, anche sulla base di un video indiziario recuperato da una telecamera nei pressi della loro casa, si focalizzarono su cinque persone: i genitori, uno zio e i due cugini. Anche grazie al fidanzato di Saman, che dopo la sparizione aveva contribuito a far luce sul caso con la sua testimonianza, emersero le paure della giovane, "colpevole", per la sua famiglia, di essere fuggita e di aver rifiutato il matrimonio combinato in Pakistan, con un suo cugino connazionale.  Saman temeva per la sua vita: "Ho sentito che dicono uccidiamola, una cosa del genere. L’ho sentito con le mie orecchie, ti giuro che stavano parlando di me, non sono fiduciosa, se non mi faccio sentire per due giorni allerta le forze dell’ordine". Questo era stato uno dei messaggi che la ragazza aveva inviato al fidanzato prima di sparire da casa sua. Accusati dell’omicidio il padre, la madre, lo zio e due cugini di Saman. Il padre di Saman è stato di recente arrestato in Pakistan, mentre la madre Nazia Shaheen è latitante. Lo zio e i cugini sono in carcere in Italia, in attesa del processo con udienza fissata per il 10 febbraio 2023. La ragazza aveva denunciato gli abusi da parte della famiglia già nel 2020. Era stata ospitata in una casa famiglia per minorenni, ma una volta raggiunta la maggiore età era tornata a casa per riprendere i documenti che il padre invece continuava a negarle. La vita che sognava era una vita libera dalle costrizioni e dagli obblighi imposti dalla sua famiglia, dalle minacce e dalla paura. Una nuova vita da iniziare lontano, insieme al fidanzato che oggi, dopo il ritrovamento del corpo, chiuso in un doloroso silenzio attende sia fatta giustizia.

28/11/2022 19:20
"Meglio morire che andare a scuola" ha detto tra le lacrime la giovane vittima

"Meglio morire che andare a scuola" ha detto tra le lacrime la giovane vittima

La vittima ha 11 anni, risiede con i suoi genitori nel trevigiano. Stremato dopo i continui atti di bullismo andati avanti per mesi da parte di alcuni compagni di scuola, si è rivolto ai genitori con queste drammatiche parole: "Meglio morire che andare a scuola". La mamma ha così deciso, dopo aver ritirato il fglio dall'istituto in cui era iscritto, di sporgere denuncia ai carabinieri: il giovane sarebbe stato picchiato per diversi mesi e preso di mira con insulti, aggressioni e lancio di petardi, mentre il tutto veniva filmato con il cellulare. L’ultimo grave episodio: una crudele e terrificante sfida, quella di togliersi la vita: “gettati nel Piave”. I tre autori sarebbero 3 compagni di scuola del ragazzino, tutti tra gli 11 ed i 14 anni. Deludente, per il padre, la posizione dell'autorità scolastica: "Ai miei tempi avrebbero convocato i ragazzi e gli avrebbero parlato, anzi gli avrebbero fatto una vera e propria ramanzina con i genitori presenti. E invece tutto quello che ci hanno saputo dire è il percorso che intendono seguire. Una strada che ritengo impregnata di burocrazia". Spesso le giovani vittime di bullismo fanno fatica ad esprimere l'angosciante condizione in cui si trovano: per vergogna, per timore di peggiorare la situazione. L’osservazione attenta e la comunicazione con i propri figli sono il primo imprescindibile passo per riconoscere ed affrontare questo fenomeno, in crescita esponenziale.  Alcuni segnali da cogliere possono essere il calo del rendimento scolastico o il rifiuto di andare a scuola, l’isolamento sociale, irascibilità improvvisa, introversione, o sintomi fisici come mal di testa, perdita di appetito, disturbi del sonno. Molti sono gli sportelli di ascolto e le associazioni per la prevenzione ed il contrasto ad ogni forma di bullismo, verbale, fisico ed informatico. Ma creare degli spazi per un dialogo aperto e sereno in casa resta pur sempre il primo importante step per comprendere i figli, i loro pensieri, le loro emozioni, e per riconoscere un malessere prima che giunga a conseguenze talvolta purtoppo irrimediabili.

27/11/2022 15:30
Pamela Mastropietro: processo bis sull'aggravante della violenza sessuale

Pamela Mastropietro: processo bis sull'aggravante della violenza sessuale

La Corte di Assise d’Appello di Perugia ha accolto la richiesta della Procura Generale di ascoltare i due testimoni indicati dall’accusa; due uomini con cui Pamela aveva avuto rapporti prima di incontrare Oseghale.  È quanto si è stabilito oggi, alla prima udienza del processo d’Appello "bis" a carico di Innocent Oseghale, già condannato per aver ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro, i cui resti furono ritrovati chiusi in due trolley a Pollenza il 30 gennaio 2018. La prima sezione penale della Cassazione, rigettato il ricorso dei difensori dell'imputato e per l’effetto confermata la condanna del nigeriano per omicidio volontario, vilipendio e distruzione di cadavere, aveva tuttavia deciso per il rinvio "limitatamente all’aggravante relativa alla violenza sessuale, che andrà rivalutata in un processo d’appello bis a Perugia". La Corte di Assise d'Appello di Perugia dovrà quindi giudicare Oseghale in merito all'accusa di violenza sessuale. La prima udienza bis si è celebrata questa mattina, con rinvio al 25 gennaio per l’escussione testimoniale. Se l'aggravante della violenza sessuale dovesse cadere, per Oseghale, condannato all'ergastolo in primo e secondo grado, potrebbe esserci uno sconto di pena. La famiglia di Pamela, continua a lottare e a sperare nella Giustizia. La mamma, comprensibilmente distrutta da un dolore che si rinnova di volta in volta in questo lungo iter giudiziario, ieri in un’intervista all’Adnkronos ha esternato la sua sofferenza, pur continuando a confidare nelle istituzioni: "La condanna per violenza sessuale c’è già stata in primo e secondo grado. E spero venga confermata anche stavolta: mia figlia è stata violentata. Io spero sempre ci sia una condanna all’ergastolo a vita".   

23/11/2022 15:36
Processo a Benno Neumair, accolta la tesi dell'accusa: la Corte lo condanna all'ergastolo

Processo a Benno Neumair, accolta la tesi dell'accusa: la Corte lo condanna all'ergastolo

Benno Neumair è stato codannato all'ergastolo e ad un anno di isolamento diurno per aver ucciso, a gennaio 2021, i suoi genitori Peter Neumair e Laura Perselli, poi gettati nel fiume Adige. Oggi, nel tardo pomeriggio, la Corte dopo oltre cinque ore di camera di consiglio ha accolto le richieste formulate ieri dai pm Federica Iovene e Igor Secco (leggi qui). Il 31enne dovrà anche pagare una provvisionale alle parti civili: 200.000 euro alla sorella Madè e 80.000 euro alla sorella di Laura Perselli, Carla. "Questa non è una vittoria. Non è un traguardo. È la fine di un capitolo che è stato molto doloroso" ha commentato la sorella Madè, aggiungendo: "Non è che questa pena o le motivazioni che leggeremo ci ridaranno la mamma e il papà. Però forse ci darà un po' di pace per quanto si possa avere pace dopo questo sconvolgimento. Penso che la giuria abbia deciso quello che in questo momento è sembrato giusto. Penso che sia giusto. Non so se lo perdonerò, è una domanda così difficile che non ci sto pensando. Non sto pensando a lui in questo momento ma alla mamma e al papà" La difesa di Neumair, che aveva chiesto l'applicazione delle attenuanti generiche ed aveva sempre sostenuto la sua incapacità di intendere e di volere, ha dichiarato: “Aspetteremo le motivazioni della sentenza, e a seconda delle motivazioni decideremo se impugnare. Era difficile evitare l'ergastolo a Benno, ma noi andremo avanti con la nostra battaglia”.     

19/11/2022 20:26
Uccise i genitori e gettò i corpi nell’Adige: l’accusa chiede l’ergastolo per Benno Neumair

Uccise i genitori e gettò i corpi nell’Adige: l’accusa chiede l’ergastolo per Benno Neumair

“Durante il litigio con il padre, Benno ha sperimentato uno scoppio di rabbia narcisistico, non psicopatologico. Non tutti quelli che commettono crimini terribili sono pazzi. (...) Benno è così bravo ad entrare in empatia con gli altri che è in grado di manipolarli ed è in grado di controllare il suo comportamento, ma semplicemente non vuole”. Con queste parole ieri, il pm Igor Secco ha concluso la sua requisitoria al processo che vede Benno Neumair imputato reo confesso del duplice omicidio dei genitori, Peter Neumair e Laura Perselli, avvenuto il 4 gennaio 2021. Il 31enne altoatesino uccise i genitori e buttò i loro corpi nel fiume Adige; i pm in Corte d’Assise a Bolzano hanno richiesto l’ergastolo per omicidio plurimo aggravato con isolamento diurno per un anno, poichè il duplice omicidio è stato commesso con “piena coscienza e volontà”. “La società ha bisogno di essere rassicurata e vuole pensare che un delitto come questo sia stato compiuto da un matto. Ma così come tutti i matti non sono delinquenti, dobbiamo dire che non tutti i delinquenti sono matti” ha detto il sostituto procuratore. Come approfondito negli articoli precedenti in cui abbiamo trattato questo caso, il profilo di Benno è stato indicato come quello di un ragazzo con tratti narcisistici di personalità, borderline; ciò non significa che la sua capacità di intendere e di volere al momento della commissione del reato fosse necessariamente compromessa. Questo è un equivoco in cui spesso si cade: i disturbi della personalità non coincidono automaticamente con l’incapacità di intendere e di volere, e quindi con la non imputabilità. Questa mattina  è stata la volta del difensore della sorella dell’imputato, avvocato Carlo Bertacchi, legale di parte civile; anche lui ha sostenuto la capacità di intendere e volere dell’imputato. Successivamente si terranno le arringhe degli avvocati difensori di Benno. La Corte dovrebbe ritirarsi già domani in camera di consiglio così da poter dare lettura del dispositivo della sentenza nella serata dello stesso giorno.  .

18/11/2022 15:44
Morte di David Rossi, indagati per falso aggravato i tre pm del caso, saranno interrogati

Morte di David Rossi, indagati per falso aggravato i tre pm del caso, saranno interrogati

La Procura di Genova ha iscritto nel registro degli indagati tre pubblici ministeri titolari del fascicolo sulla morte di David Rossi, in seguito alla testimonianza alla Commissione parlamentare d’inchiesta resa dal colonnello dei Carabinieri di Siena, Pasquale Aglieco. L'accusa per i tre magistrati, Nicola Marini, Aldo Natalini e Antonino Nastasi è quella di “falso ideologico”, "aggravato" perchè sarebbe stato commesso in un verbale d’inchiesta. Secondo l’accusa i tre pm avrebbero omesso di redigere verbale del loro accesso sulla scena del crimine, l'ufficio di Rocca Salimbeni, sede storica di Banca Mps a Siena, luogo dove si è consumata la morte di David Rossi; accesso che sarebbe avvenuto proprio la stessa sera in cui l’uomo venne trovato morto, prima che la polizia scientifica intervenisse sul posto per "cristallizzare" con foto e video lo stato dei luoghi. Inoltre i magistrati insieme alla polizia giudiziaria avrebbero inquinato la scena senza seguire le procedure richieste in questi casi,e senza averne titolo. David Rossi era il capo comunicazione di Monte dei Paschi; la notte tra il 6 e il 7 marzo 2013 venne trovato morto nel vicolo accanto alla sede della banca in cui lavorava, dopo un misterioso volo dalla finestra del suo ufficio. Due indagini sulla morte di David Rossi sono già state chiuse dai gip, con la conclusione che l’uomo si è suicidato. Questa terza indagine a carico dei pm è partita, come detto, grazie alla testimonianza del colonnello Aglieco: l’accusa per loro è quella di aver "manipolato e spostato oggetti senza redigere alcun verbale delle operazioni compiute e senza dare atto del personale di polizia giudiziaria che insieme a loro aveva proceduto a questo sopralluogo". I tre magistrati saranno sentiti mercoledì nella caserma della Guardia di Finanza di Genova. Che David Rossi non avesse voluto togliersi la vita, ma fosse stato vittima di omicidio, è stata da sempre convinzione della famiglia: la moglie e la figlia sono convinte che il loro caro sia stato ucciso “perchè custodiva segreti inconfessabili”. La tesi dell’omicidio è stata avvalorata dalle risultanze della consulenza svolta dai periti della famiglia Rossi che, sulla base elementi scientifici, hanno escluso l’ipotesi del suicidio. In particolare la presenza di alcune lesioni sul volto e sugli avambracci del manager di Monte Paschi, non autoinferte né causate dall’impatto con il suolo, sarebbero state provocate da una colluttazione. Al contrario, i periti incaricati dalla commissione parlamentare d’inchiesta (reparti speciali dei carabinieri e collegio medico legale) hanno confermato con la loro maxi perizia di quasi 1000 pagine, l’ipotesi del suicidio. Ma allora come spiegano le ferite incompatibili con la caduta? La perizia non ha potuto escludere con assoluta certezza che le altre ferite siano state provocate da una mano terza, rispetto a quella di David Rossi . “Alcune lesività sul volto, sull'arto superiore destro e sinistro di Rossi non sono da noi fatte risalire al meccanismo di caduta, urto e proiezione del corpo al suolo”, aveva spiegato uno dei professionisti incaricati, dottor Vittorio Fineschi, ordinario di medicina legale presso l'Università degli studi di Roma "La Sapienza". Lesioni che dalla perizia, risultano tra l’altro datate ad ore precedenti rispetto alla caduta. Ci sono poi le immagini video che avrebbero ripreso due persone uscire da un ingresso secondario della banca. Il video è riemerso grazie ai lavori della Commissione d’inchiesta sulla morte di David Rossi, poichè era stato cancellato. Sulla circostanza la banca aveva sempre affermato che a quell’ora non c’erano dipendenti nella sede di via. Troppi i misteri che hanno avvolto e continuano ad avvolgere questo caso: a questo punto, l’auspicio è che la Procura di Genova apra una nuova indagine: "L'altra notizia che ci aspettiamo” ha dichiarato l’avvocato della famiglia Rossi ad Adnkronos, “e che, incomprensibilmente, non è ancora arrivata, è quella relativa alla riapertura delle indagini su quanto accaduto la notte del 6 marzo 2013 e, in particolare, su chi e come ha provocato su Rossi, ancora in vita, quelle lesioni che la Commissione d'inchiesta ha certificato come incompatibili con l'ipotesi suicidiaria e come e quanto tali lesioni, più precisamente, l'aggressione che ha dato luogo a tali lesioni, ha influito sulle reali cause della caduta di Rossi dalla stanza del suo ufficio". Un caso che aspetta risposte da quasi 10 anni, con una moglie ed una figlia che hanno finalmente il diritto di conoscere la Verità.

15/11/2022 09:30
Scomparsa di Emanuela Orlandi: nuove rivelazioni da un’amica, antichi scandali e tre fascicoli spariti

Scomparsa di Emanuela Orlandi: nuove rivelazioni da un’amica, antichi scandali e tre fascicoli spariti

Forse Emanuela Orlandi, prima di sparire, aveva ricevuto delle “particolari attenzioni” da un alto prelato. La 15enne  scomparsa a Roma il 22 giugno 1983 dopo essere uscita di casa per andare a lezione di flauto in piazza Sant'Apollinare, era figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia e viveva felicemente con la sua famiglia all' interno delle mura vaticane. Dal 20 ottobre un docufilm su Netflix “Vatican girl” ripercorre i 39 lunghi anni trascorsi dalla sua scomparsa, seguendo le ipotesi principali che hanno come minimo comune denominatore il Vaticano. È Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, che ha dedicato e sta dedicando la vita insieme alla sua famiglia, a far luce sulla scomparsa della sorella, che racconta in un’intervista: “La ragazza che ha ricevuto questa confessione è un’amica di Emanuela.  Una settimana prima della sua scomparsa, Emanuela le ha raccontato  che mentre passeggiava nei giardini del Vaticano, “uno molto vicino al Papa ci ha provato”. “ Era un’attenzione sessuale”; parliamo del 1983, la pedofilia nella Chiesa all’ epoca era tabù, nessuno poteva parlarne.” La ragazza protetta dall’anonimato, che seppur molto timorosa ha rivelato l’accadimento, non era mai stata interrogata dalla polizia, e neppure la famiglia Orlandi era al corrente dell’episodio. Furono seguite tante piste per cercare di capire cosa fosse successo ad Emanuela: la pista del terrorismo internazionale, quella del rapimento per ottenere uno scambio con Ali Agca, esponente del movimento nazionalista turco dei “Lupi Grigi” che all’epoca della sparizione si trovava in carcere per aver attentato alla vita del Papa Giovanni Paolo II, la pista dei bulgari, quella del KGB. Ma il giornalista Andrea Purgatori,  che sin dall’inizio si è occupato della sparizione di Emanuela e che insieme al fratello di Emanuela è il narratore del docufilm, insieme agli autori è convinto che  la strada da seguire sia un’altra: quella di qualche segreto avvenuto all’interno del Vaticano. La Banda della Magliana -  Un commando di uomini, su ordine di Renatino de Pedis, boss della banda della Magliana, avrebbe rapito Emanuela nel 1983. De Pedis potrebbe aver agito per ordine ricevuto all’interno del Vaticano. A sostegno del coinvolgimento della banda della Magliana, oltre alle deposizioni  dell’allora compagna di De Pedis, Sabrina Minardi , c’è la ricostruzione svolta da un grande magistrato, Giancarlo Capaldo, che da Procuratore in Roma, si spese in anni di indagini per la ricerca della Verità sul caso di Emanuela Orlandi. Facciamo un passo indietro: nel 2005, giunse una telefonata  alla trasmissione “Chi l’ ha visto”: suggeriva di andare a vedere chi era stato sepolto in una tomba nella basilica di Sant’Apollinare e  di “controllare il favore che “Renatino” fece al cardinale Poletti”,  per capire il movente della scomparsa di Emanuela. Il riferimento era alla tomba in cui era stato sepolto il boss De Pedis, dopo la sua morte avvenuta nel 1990, proprio all’interno della basilica di Sant’Apollinare. Fatto inspiegabile e al limite della credibilità. Il racconto pubblico di quella insolita sepoltura venne fatto per la prima volta nel 1997 dal Messaggero. Ci furono interrogazioni in Parlamento, la cripta venne chiusa al pubblico e su di essa calò il silenzio sino al 2005. Nel 2012 venne ufficializzata la notizia: fu il cardinale Ugo Poletti (all'epoca presidente della Cei e vicario generale della diocesi di Roma )a concedere il nulla osta della Santa Sede il 10 marzo 1990 alla tumulazione della salma del boss della banda della Magliana, Enrico “Renatino” De Pedis nella basilica. Alcuni sostennero che Poletti doveva dei favori a De Pedis, altri sostennero che  Poletti fu pagato per questo “regalo”; alcuni esponenti della banda (Mancini e Abbatino) raccontarono che De Pedis avrebbe avuto un compito direttamente dal Vaticano di rapire la ragazza o, se non direttamente dal Vaticano, da qualcuno che voleva mandare un “messaggio” al Vaticano. Un rapimento commissionato da un altro prelato pedofilo all’interno del Vaticano? Un rapimento che  fu usato da “un’organizzazione mafiosa” come ricatto allo Ior, l’Istituto finanziario vaticano, per la restituzione del denaro consegnato affinché venisse riciclato, ed invece sparito nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi? Una possibile svolta sul caso nel 2012 con il Procuratore Giancarlo Capaldo. Intorno al 2012, sembrò di essere vicini ad una svolta sul caso di Emanuela, e alla concreta possibilità di dare qualche risposta alla famiglia. Il dottor Capaldo, nell’intervista televisiva del 2021 al giornalista Purgatori nella trasmissione Atlantide, rivelò che nel 2012 in Vaticano vi fu un grande imbarazzo per l’esplosione del caso di De Pedis sepolto dentro la Basilica di Sant’Apollinare. L’ex magistrato riferì che tra il 2011 e il 2012 due alte personalità del Vaticano si erano presentate nel suo ufficio della procura di Roma chiedendo la traslazione della salma del boss De Pedis da Sant’Apollinare, per calmare il pubblico dissenso che si stava alzava sul Vaticano. Il dottor Capaldo chiese in  cambio di avere informazioni certe sulle sorti  di Emanuela, cui la famiglia in primis aveva diritto, anche se ciò avesse significato ritrovare solamente i resti della ragazza. I due emissari pochi giorni dopo avrebbero risposto che “la disponibilità era quella di mettere a disposizione ogni loro conoscenza e indicazione per arrivare a questa conclusione”.  Inspiegabilmente di lì a poco ci fu un  brusco arresto delle trattative. Infatti l'allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone chiese e ottenne l'archiviazione del caso, cui si oppose solo il dottor Capaldo. I tre faldoni del Sismi spariti nel nulla -  Sarebbero spariti tre faldoni top secret del Sismi (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) oggi sostituito dall’AISE (Agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna) che riguardano Emanuela e Mirella Gregori (scomparsa il 7 maggio 1983). Il Sismi aveva condotto delle indagini sul caso di Emanuela; la documentazione sarebbe stata acquisita dalla Procura, ma mai consegnata negli atti d'indagine alla famiglia. L’ennesimo mistero. L’Appello di Pietro: “chi sa parli”. Il fratello di Emanuela ha un’idea ben precisa: “Per me la sepoltura di De Pedis in quella Basilica di Sant’Apollinare ha sempre rappresentato simbolicamente quel sistema Stato-Chiesa e criminalità che, in qualche modo, ha occultato la verità sul rapimento di Emanuela al di là del movente che può esserci dietro la sua sparizione”. Una cosa è certa: l’amore per Emanuela non fermerà mai la ricerca di Giustizia e Verità del fratello Pietro: "Finché non avrò un corpo, ho il dovere di cercarla viva. Non smetterò mai”.        

11/11/2022 13:30
Sissy Trovato Mazza, chi ha premuto il grilletto? "Mia figlia non si è suicidata"

Sissy Trovato Mazza, chi ha premuto il grilletto? "Mia figlia non si è suicidata"

Maria Teresa, per tutti “Sissy” aveva 27 anni, veniva da Taurianova, Calabria, era una giovane agente della Polizia penitenziaria, di stanza da 7 anni nel carcere femminile della Giudecca, a Venezia. Ma prima di questo Sissy era una giovane donna solare, sempre sorridente, innamorata della sua famiglia, dei suoi amici, del mare e dei viaggi, nel pieno della felicità; così la descrivono non solo i genitori, ma anche le tante foto e video rese pubbliche nel corso di trasmissioni come “Le Iene”, “Chi l' ha visto?”, che da anni seguono il caso cercando di dare un apporto alle indagini. Il 1 novembre 2016, un colpo sparato dalla pistola d’ordinanza di Sissy la raggiunse alla testa: venne ritrovata agonizzante nell’ascensore dell’ospedale civile di Venezia, dove si trovava in servizio esterno per controllare le condizioni di una detenuta che aveva appena da poco partorito. Dopo aver lottato per due anni e due mesi  in coma, Sissy non ce l’ha fatta, e se ne è andata nel gennaio 2019. Le ultime immagini di Sissi sono quelle registrate dalle telecamere dell’ospedale di Venezia, trasmesse da “Chi l’ha visto?” : si vede Sissy mentre esce dalla stanza della detenuta al piano terra, ed invece di dirigersi verso l’uscita, si dirige nella zona ascensori. Prima verso quello di sinistra, poi verso quello di destra: da un fermo immagine sembra stia parlando al telefonino. Poi nulla, sino a che non verrà ritrovata già a terra sul pianerottolo dell’ascensore da una signora che viene ripresa da una telecamera mentre arretra visibilmente scossa da quella zona, verso cui era inizialmente diretta.  Omicidio o suicidio? La famiglia Trovato Mazza non ha dubbi: secondo le  indagini condotte dai consulenti della famiglia, ci sarebbero molteplici elementi a supporto della tesi dell’omicidio. "Mia figlia non si è suicidata, voglio che si sappia la verità il dolore è sempre quello del primo giorno. Non passa”. Un dolore disperato, irraccontabile per i suoi genitori, diventato un motivo per proseguire nella battaglia per la Verità che li ha portati ad opporsi ad ogni richiesta di archiviazione della Procura, convinta  invece della tesi del suicidio. Il primo mistero è quello del telefonino di Sissy, che verrà ritrovato nell’armadietto del carcere della Giudecca. Eppure nel fermo immagine delle riprese in ospedale, nonostante la scena non sia del tutto nitida, sembrerebbe proprio che Sissy abbia il cellulare in mano, appoggiato al volto. Come dunque sarebbe  finito quel telefonino nell’armadietto di Sissy (trovato aperto) del carcere della Giudecca? “Sissy dormiva con il telefonino, non si staccava mai dal telefonino” ricorda il papà. C'è poi l’apporto scientifico che contrasterebbe la teoria del suicidio; apporto fornito dai risultati della BPA (Bloodstain Pattern Analysis) tecnica che studia le tracce ematiche presenti sulla scena del crimine, per ricostruire il delitto. Le analisi, secondo la consulenza di parte dell'ex capo dei RIS, Luciano Garofano, avrebbero rivelato la totale assenza di tracce di sangue sulla manica della giubba di Sissy e sulla sua mano che, per chi sostiene il suicidio, avrebbe impugnato la ‘Beretta' calibro nove. Inoltre, seconto la dinamica balistica, ci sarebbe un vuoto di schizzi di sangue sulle pareti dell’ascensore, e ciò, secondo la perizia di parte, sarebbe conseguenza della presenza di almeno un soggetto accanto a Sissi .Oltre ciò sulla pistola non è stata rinvenuta nessuna impronta, nemmeno la sua. Eppure dalle immagini si vede chiaramente che quel giorno Sissy non indossava i guanti. Il Gip del Tribunale di Venezia ha già respinto per tre volte, l’ultima volta a luglio di quest’anno, la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, accogliendo l'opposizione presentata dagli avvocati della famiglia. Nell’ultima udienza ha disposto nuovi accertamenti, anche sul cellulare. In particolare ha richiesto la geolocalizzazione del telefono, oltre ad un’approfondimento della dinamica balistica. Vivendo quello che ad oggi è un giallo ancora irrisolto, la famiglia di Sissy non si da pace; solo il bisogno di Verità e Giustizia fa andare avanti i genitori della giovane agente, in attesa delle  prossime udienze  fissate per il primo semestre del 2023.          

08/11/2022 10:00
Ancora due morti sul lavoro, ultimi dati Inail: 677 morti nei primi 8 mesi 2022

Ancora due morti sul lavoro, ultimi dati Inail: 677 morti nei primi 8 mesi 2022

Ancora due tragici incidenti sul lavoro. Nella notte, poco prima delle 3, Nicoletta Paladini di 50 anni, ha perso tragicamente la vita in un terribile incidente nella vetreria di Borgonovo, in provincia di Piacenza, durante il turno di lavoro. Secondo le prime ricostruzioni  la donna sarebbe rimasta incastrata e schiacciata tra un nastro trasportatore e un macchinario porta bancali. La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio dei Carabinieri coordinati dalla Procura di Piacenza. Questa mattina, in un’azienda del torinese, i vigili del fuoco sono intervenuti per estrarre il corpo senza vita di un operaio marocchino di 41 anni, residente a Torino, che è stato travolto da una catasta di tubi metallici. Nella vetreria di Borgonovo dove lavorava Nicoletta  le colleghe e i colleghi sono "in assemblea permanente per chiedere che mai più si debba piangere una donna o un uomo che esce da casa per lavorare non vi fa più ritorno". L'Anmil, l'Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invali di del Lavoro, in occasione della 72esima edizione della Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro del 9 ottobre scorso, ha diffuso gli ultimi dati Inail: da gennaio a settembre di quest'anno i morti sono stati 677 con una media di quasi tre vittime al giorno.  Nel periodo tra gennaio e agosto 2022 la media è stata di 84 vittime al mese. Il totale è di 95 decessi in meno rispetto allo stesso periodo del 2021 - che però risentiva dei tanti morti per Covid. I decessi non legati alla pandemia sono aumentati del 32%. Sono cresciute anche le denunce di infortunio totali: sono state 484.561, +38,7% rispetto al 2021. Il maggior numero di infortuni mortali si è registrato nel settore delle costruzioni. Un bilancio tutt’altro che confortante, che parla non di numeri ma di persone!        

07/11/2022 18:00
Tortoreto, morte di Giulia Di Sabatino. La mamma: "Andremo avanti"

Tortoreto, morte di Giulia Di Sabatino. La mamma: "Andremo avanti"

Era di Tortoreto, Giulia Di Sabatino: aveva 19 anni.  La sera del 31 agosto del 2015, si era recata nel ristorante dove lavorava. Poi, finito il turno, era tornata a casa, in tempo per festeggiare il suo compleanno con i genitori alla mezzanotte. “Avrebbe dovuto”, perchè Giulia con un improvviso cambio di programma uscì di casa, lasciando anche il cellulare e quella valigia semipiena con cui non vedeva l’ora di partire per raggiungere sua sorella a Londra. Aveva già il biglietto Giulia, ed era entusiasta di raggiungere quella grande e vivace città che le avrebbe regalato un nuovo futuro. Non fece più ritorno. La mattina seguente i  genitori hanno sporto denuncia per la scomparsa della figlia, poco più tardi vennero convocati per riconoscere alcuni indumenti: la Polizia Stradale di Pescara aveva ritrovato il cadavere della giovane, sull’autostrada A14 fra Giulianova e Mosciano Sant’Angelo, in prossimità di un cavalcavia. Partirono le indagini: Giulia si era lanciata dal cavalcavia? O qualcuno l'aveva uccisa e poi gettata da li? C'era stata istigazione al suicidio? Alcuni testimoni parlarono di una Fiat Panda di colore rosso in cui Giulia sarebbe stata vista salire all’altezza del cavalcavia dell’autostrada. Dopo mesi di appelli da parte dei genitori di Giulia Di Sabatino e della trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?”, si scoprì l’identità del misterioso uomo con la Panda rossa, l’ultimo ad aver visto Giulia ancora viva: c’era il suo DNA sugli slip della ragazza. Ammise di essere stato con Giulia quella sera, ma di averla lasciata che stava benissimo. Le indagini si chiusero, su richiesta della Procura il Gip archiviò il fascicolo per istigazione al suicidio (tre gli indagati, tra cui l’uomo della Panda Rossa); la ragazza venne considerata morta per suicidio. Si aprì però un’altra inchiesta condotta dalla Polizia Postale e coordinata della Procura Distrettuale dell’ Aquila: un trentenne di Giulianova al centro delle indagini, venne poi rinviato a giudizio con l’accusa di induzione alla prostituzione minorile e pornografia minorile. Tra le vittime c'era anche Giulia. Nel computer del trentenne i consulenti dell’accusa trovarono file cancellati, oltre 134.000, con immagini pornografiche e video, in cui compariva Giulia, ed anche altre sue amiche, adolescenti, studentesse, all’epoca delle foto tutte minorenni. Le foto sarebbero state anche diffuse via Whatsapp. Lo stesso giovane era stato indagato insieme ad altre due persone nell' inchiesta (archiviata) per istigazione al suicidio sulla morte della ragazza. Nel cellulare di Giulia i consulenti trovarono oltre 1000 messaggi, risalenti al periodo tra il 2014 e il 2015, scambiati con questo giovane accusato di avere immagini intime sue e di altre ragazze. La famiglia da sempre si oppone alla ricostruzione della Procura: troppi i dubbi ed i quesiti che la tesi del suicidio ha lasciato senza risposta. Mentre continua il processo presso il tribunale di Teramo per induzione alla prostituzione minorile e pornografia minorile, il legale della famiglia Di Sabatino punta a riaprire il caso per la morte di Giulia. C’è qualcuno che ancora non ha raccontato tutta la verità? C’è qualcuno che ha visto qualcosa ma non ha ancora avuto il coraggio di parlare? Il 1 settembre 2022, il compleanno di Giulia è stato ricordato con una fiaccolata nel centro di Tortoreto, guidata dallo slogan “Verità e giustizia per Giulia di Sabatino”. La mamma, in un’intervista rilasciata a Veratv news ha dichiarato : “ Andremo avanti, presenteremo a breve un’istanza. E’ stato un omicidio e una mamma non può accettare che ci siano in giro, liberi, gli assassini di sua figlia”. (fonte foto di copertina, Rai Tre)

06/11/2022 12:32
Omicidio Pamela, DIA: “Estrema pericolosità della criminalità organizzata nigeriana”

Omicidio Pamela, DIA: “Estrema pericolosità della criminalità organizzata nigeriana”

La DIA (Direzione Investigativa Antimafia) nella relazione afferente al secondo semestre 2021 parlando della “criminalità organizzata nigeriana” fa riferimento alla crudele uccisione di Pamela:  si legge alla pagina 414  “L’estrema pericolosità della criminalità organizzata nigeriana è dimostrata dalla sua capacità di insediarsi proficuamente in ambiti territoriali comunemente caratterizzati da un basso spessore delinquenziale e dalle gravi conseguenze talvolta prodotte nel tessuto sociale. Si fa riferimento a tale proposito all’omicidio della giovane diciottenne romana Pamela Mastropietro uccisa crudelmente a Macerata nel gennaio 2018 dal pusher nigeriano Innocent Oseghele per il quale la Corte di Cassazione si è già pronunciata in modo definitivo in ordine alle sue responsabilità lo scorso 23 febbraio”. Ad attribuire la connotazione di “mafiosità” alla criminalità organizzata nigeriana è stata in più occasioni la stessa Corte di Cassazione, come riportato nel rapporto  DIA: “(...) sotto il profilo della pericolosità economica e sociale assumono predominante rilievo i c.d. secret cults i cui tratti tipici sono l’organizzazione gerarchica, la struttura paramilitare, i riti di affiliazione, i codici di comportamento e più in generale un modus agendi relativamente al quale la Corte di Cassazione si è più volte espressa riconoscendone la tipica connotazione di “mafiosità”. Come più volte ricordato dal legale della famiglia di Pamela, avvocato Marco Valerio Verni, dai 27 arresti ( quasi tutti i soggetti erano di nazionalità nigeriana) effettuati a Macerata all’indomani dell’udienza preliminare per l’omicidio della giovane, emerse una organizzazione dedita allo spaccio di stupefacenti, a struttura ben organizzata che si era spartita la città di Macerata in zone di spaccio, tre per la precisione, con dei capi al vertice della piramide e a scendere i così detti “manovali”; caratteristiche queste che, insieme all’ intimidazione esercitata e all’ omertà  connotano l'organizzazione criminale di stampo mafioso così come definita dalla Suprema Corte. Il 27 ottobre scorso è stato archiviato il procedimento su due presunti complici di Innocent Oseghale, l’uomo accusato in via definitiva dell’ omicidio di Pamela:  per il gip l'ipotesi investigativa che ad aiutare Oseghale potessero esserci stati due gambiani non ha trovato alcun concreto riscontro. Da un lato l’archiviazione, ma dall’altro, nella stessa pronuncia, il gip ha deciso di trasmettere copie degli atti alla Procura per valutazioni di sua competenza riguardo nuovi elementi emersi dalle indagini, contenuti nell’atto di opposizione all’archiviazione presentata dal legale dei familiari di Pamela. L’Avvocato Verni si è da sempre strenuamente battuto insime ai familiari di Pamela affinchè il terribile omicidio venisse inquadrato in un contesto “più ampio”: pensiero supportato da una serie concreta di elementi che si trovano nelle carte del fascicolo di Pamela.  A tale proposito ricordiamo due delle dichiarazioni che già nel 2019 fece il pentito di ‘ndrangheta Vincenzo Marino che era stato detenuto nel carcere di Ascoli insieme ad Oseghale, supertestimone d’accusa contro lo stesso imputato:  “Tengo a precisare che a Macerata, da quanto sono venuto a sapere, si è instaurata la mafia nigeriana” ; ed ancora:  “So che Oseghale è la figura referente della comunità mafiosa nigeriana a Macerata a livello di prostituzione e stupefacenti”. Fare luce sul terribile omicidio di Pamela significa fare luce su quel “contesto più ampio” di cui parla l’avvocato Verni, mentre afferma “solo così il martirio di Pamela avrà avuto davvero giustizia”.    

04/11/2022 17:07
Omicidio di Meredith Kercher, dopo 15 anni parla l’unico condannato Rudy Guede: “Non l'ho uccisa io"

Omicidio di Meredith Kercher, dopo 15 anni parla l’unico condannato Rudy Guede: “Non l'ho uccisa io"

Un'intervista al Corriere della Sera torna a far parlare dell’omicido di Meredith Kercher commesso a Perugia la sera del 1 novembre 2007: la studentessa inglese, giunta all’università di Perugia con il progetto Erasmus, venne ritrovata nella casa che condivideva con altre studentesse priva di vita, nella propria camera da letto: dei 47 colpi sferrati con un piccolo coltello, quello alla gola risultò fatale. A rilasciare le sue dichiarazioni è Rudy Guede, unico condannato in via definitva con rito abbreviato per l'omicidio, da un anno tornato in libertà; vent’enne all’epoca dei fatti, è tornato libero nel novembre del 2021 dopo avere scontato 16 anni di reclusione. Guede fece la sua comparsa nella vicenda 15 giorni dopo il delitto, quando tracce del suo Dna furono trovate sulla scena dell’omicidio. “L'ho detto quando credevano che mentissi per evitare la condanna, lo ripeto più che mai adesso che ho finito di pagare il mio conto alla Giustizia: io non ho ucciso Meredith”.  "Io c'ero in quella casa, chi lo nega? C'erano le mie tracce sul luogo del delitto, certo. Mica stavo fermo in un angolo. Ero con Meredith, ci siamo scambiati effusioni, abbiamo avuto un approccio sessuale, sono andato al bagno, ho provato a fermare il sangue che le usciva dal collo. Ovvio che ci fossero le mie tracce in giro. La sostanza è che è stato trovato il mio Dna. Dna, non sperma. Come ho sempre detto, stavamo per avere un rapporto sessuale ma ci siamo fermati perché senza preservativi. Eravamo due adulti consenzienti". Secondo la versione resa da Guede, il ragazzo si trovava in bagno al momento dell’omicidio, con le cuffiette ad ascoltare musica ad alto volume: "Ero uscito dal bagno dopo aver sentito un urlo potente malgrado avessi le cuffiette con la musica a palla, nella penombra avevo visto uno sconosciuto con un coltello in mano". Dice di aver trovato Meredith agonizzante, di averla soccorsa, di aver cercato di tamponare il sangue con gli asciugamani.  "La paura ha preso il sopravvento e sono scappato come un vigliacco lasciando Mez forse ancora viva. Di questo non finirò mai di pentirmi. Ma avevo 20 anni e avevo davanti una ragazza agonizzante”. Ricordiamo brevemente le tappe di uno dei processi più controversi della storia italiana: condannati, assolti, condannati e ancora assolti! Due ragazzi, Amanda Knox, coinquilina della vittima, e Raffaele Sollecito, legato da una relazione sentimentale alla Knox, furono sin da subito al centro delle indagini: su un coltello trovato nella cucina di Sollecito la polizia scientifica individuò Dna della Knox, sul manico, e Dna di Meredith Kercher sulla lama. Sul gancio di un reggiseno della Kercher venne invece individuato il DNA di Sollecito. Interrogati nell’immediatezza del fatto, la stessa notte del delitto, molte furono le contraddizioni della Knox. I due vennero arrestati, accusati dell’omicidio della studentessa inglese ed in primo grado nel 2009 condannati per averla uccisa "mediante strozzamento e dopo averla abusata sessualmente ed attinta da numerose coltellate": 26 anni di carcere ad Amanda Knox e 25 anni a Raffaele Sollecito, in concorso con Rudi Guede (la cui vicenda processuale si separò da quelle dei due ragazzi, poichè aveva optato per il giudizio abbreviato). Gli imputati impugnarono in appello la sentenza di condanna, e nel 2011 vennero scarcerati ed assolti dalla Corte d'Assise d'Appello per non avere commesso il fatto. Nel corso del processo vennero richieste nuove perizie: "le indagini genetiche esperite nella rinnovata perizia portarono ad escludere, secondo i giudici d’Appello, la presenza del profilo genetico di Meredith Kercher sulla lama del coltello...i nuovi periti incaricati avevano chiaramente affermato la possibilità concreta di contaminazione del reperto; con ciò facendo venir meno l’unico elemento indiziario conclamante la riferibilità di quell’arma al delitto" (cit. Sent. di rinvio da Corte di Cassazione). La nuova sentenza di assoluzione venne impugnata dal Procuratore Generale di Perugia e dalle parti civili davanti alla Corte di Cassazione: la Suprema Corte annullò con rinvio la sentenza, ordinando che si procedesse ad una nuova valutazione dei fatti da parte della Corte di Assise di Appello di Firenze. Il 30 settembre 2013 prese così inizio il nuovo processo di appello davanti alla Corte di Assise di appello di Firenze. L’accusa chiese 30 anni per Amanda e 26 per Raffaele. I due ragazzi vennero nuovamente condannati per concorso nell’omicidio di Meredith: Amanda Knox a 28 anni e 6 mesi di carcere, Raffaele Sollecito a 25 anni. Per Amanda, che si trovava negli Stati Uniti, nessuna misura restrittiva; per Raffaele venne disposto il divieto di espatrio con ritiro del passaporto. Gli imputati impugnarono la sentenza di condanna. Nel 2015 la Cassazione ha annullato, questa volta senza rinvio, le condanne a Raffaele Sollecito e Amanda Knox, assolvendoli  per non aver commesso il fatto. La Suprema Corte parlò di "clamorose défaillance o amnesie investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine" e affermando la mancanza di prove certe e la presenza di numerosi errori nelle indagini. Si è posta così la fine al caso giudiziario. Rudi Guede ancora oggi si chiede, come molti si chiesero e continuano a chiedersi: "nelle mie sentenze c'è scritto: in concorso con Amanda Knox e Raffaele Sollecito, e nessuno dei giudici mi ritiene autore materiale del delitto. Poi loro due vengono assolti. Allora io chiedo: con chi ho concorso?"  Ed ancora si sfoga: "Hanno respinto la revisione del mio processo ma è un controsenso logico. La giustizia italiana dice che ho compiuto un crimine con due persone specifiche ma non come autore materiale; loro escono di scena, quindi il carcere lo sconta una persona che non si capisce di cosa sia colpevole e con chi. Un condannato impossibile. O forse il condannato ideale: il negretto senza famiglia, senza spalle coperte, senza un soldo"        

29/10/2022 15:15
Tragedia Carrefour, l'aggressore ha agito per invidia: "Le persone che ho colpito stavano bene, mentre io stavo male”

Tragedia Carrefour, l'aggressore ha agito per invidia: "Le persone che ho colpito stavano bene, mentre io stavo male”

Giovedì intorno alle 18.30, un 46enne incensurato, Andrea Tombolini, ha afferrato un coltello da un espositore del supermercato Carrefour, all'interno del centro commerciale di Assago-Milanofiori, e ha accoltellato sei persone: una è rimasta uccisa, era un dipendente del supermercato, cinque sono state ferite. Il responsabile è stato arrestato con le accuse di omicidio e tentato omicidio plurimo, e piantonato in stato confusionale ed evidente disagio psichico, nel reparto di psichiatria all'ospedale San Paolo. Non era mai stato sottoposto ad un Tso, non risulterebbe formalmente in cura in una struttura sanitaria. Durante l’interrogatorio con gli inquirenti della procura e i carabinieri, l’uomo avrebbe affermato: "Ho visto le persone e ho deciso di colpirle per sopprimere la mia rabbia. Se devo descrivere il mio sentimento, era di invidia: perché le persone che ho colpito stavano bene, mentre io stavo male. Ritengo di avere un tumore e di dover morire".  Tombolini già il 18 ottobre, si era autoinferto da solo dei pugni al volto e,dopo essere stato medicato al pronto soccorso era uscito con la prenotazione di una visita psichiatrica per i primi di novembre. Nella stessa giornata di giovedì, nella Caserma di Asso in provincia di Como, il brigadiere Antonio Milia ha sparato e ucciso il Comandante della Stazione presso cui prestava servizio, Doriano Furceri. Ieri mattina, alle prime luci dell’alba, i carabinieri hanno fatto irruzione nella caserma dopo aver trattato per tutta la notte la resa del brigadiere; arrestato, è accusato di omicidio e del tentato omicidio di un militare del Gis (Gruppo di intervento speiale dell'Arma), che è stato colpito da un proiettile a un ginocchio nelle fasi dell'irruzione. Il brigadiere era stato sospeso nel febbraio scorso dai vertici della Compagnia di Como per problemi di disagio psicologico; dopo essere stato ricoverato presso il reparto di psichiatria, sarebbe stato dimesso e posto in convalescenza per diversi mesi. Sembra che l’uomo fosse perseguitato da ossessioni e fosse convinto che il mondo ce l’avesse con lui. Anche se gli abitanti del luogo lo descrivono come una persona "mite e sempre gentile", il brigadiere da tempo aveva individuato nel comandante Furceri la causa di tutti i suoi mali. Le scorse settimane voleva tornare ad occupare il suo posto, avendo ricevuto il "via libera" di una Commissione Medica, che lo avrebbe ritenuto nuovamente idoneo al servizio. Ma il comandante della caserma Furceri non era altrettanto certo della sua idoneità e nutriva dei dubbi circa la sua guarigione, tanto da averlo messo forzatamente in ferie. Proprio questa circostanza sembra essere all’origine della discussione finita in tragedia. I magistrati che indagano certamente interrogheranno i componenti della Commissione alla quale il 57enne aveva fornito ampia documentazione clinica di consulenti medici privati, che avevano valutato positivamente la possibilità di reintegrarlo in servizio. In entrambi i casi un odio delirante e patologico sembra abbia armato le mani dei due soggetti, ma solamente una perizia psichiatrica  potrà stabilire la loro responsabilità, verificando  la compromissione della loro capacità intendere e volere al momento del fatto. Per entrambi i casi, la perizia  dovrà stabilire se i soggetti si trovavano in una fase attiva della malattia, e, nel caso, se questa abbia eliminato o grandemente scemato la capacità di intendere e di volere.          

29/10/2022 11:18
Bevono vodka a scuola durante l’intervallo e postano il video sui social: 12 ragazzi sospesi

Bevono vodka a scuola durante l’intervallo e postano il video sui social: 12 ragazzi sospesi

Bere una bottiglia di vodka a scuola a metà mattina: bravata che è costata la sospensione dalle lezioni a quasi metà classe di un liceo di Ancona. Durante la ricreazione, i ragazzi hanno girato un video con il telefonino, mostrando orgogliosamente la bottiglia di vodka. Il video sarebbe circolato tanto da venire visualizzato anche dai docenti del liceo, che hanno avvisato i genitori e hanno preso poi i provvedimenti disciplinari necessari nei confronti del gruppo. Il caso, riportato dal Corriere Adriatico, non è un caso isolato: non è una novità che tra i giovanissimi esista il grave problema dell’abuso di alcol. Non è infrequente leggere nelle notizie di cronaca che minorenni vengano trasportati al Pronto Soccorso in coma etilico per abuso di superalcolici. Lo sballo, l’emulazione, il sentirsi “grandi” di fronte agli amici sono spesso la causa principale di questo comportamento. Il binge drinking ossia le “abbuffate di alcolici”, “moda” nordeuropea giunta già da anni anche in Italia, è la tendenza a consumare almeno 5 drink alcolici consecutivamente, e coinvolge anche minori di 15 anni. Il fine è quello di ubriacarsi, di perdere il controllo in compagnia. Inutile dire che la prevenzione di questo fenomeno dovrebbe passare attraverso una corretta informazione soprattutto per i più giovani. Questa pratica nuoce ad ogni individuo indipendentemente dall’età, con effetti a lungo termine sulla salute: i ricercatori hanno accertato che provoca danni al sistema cardio circolatorio, neurologico, ormonale, gastrointestinale, e nei giovanissimi danni biologici irreversibili al cervello . Oltre a ciò non è di secondaria importanza ricordare che queste abbuffate alcoliche possono determinare irritabilità, violenza, accrescono la probabilità di assumere comportamenti a rischio e provocano una perdita di funzioni cognitive con alta propensione a esporsi a rischi per la propria vita e per quella degli altri (pensiamo al tasso di mortalità da incidenti stradali procurati dallo stato di ebrezza).

25/10/2022 12:52
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