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Uccise i genitori e gettò i corpi nell’Adige: l’accusa chiede l’ergastolo per Benno Neumair

Uccise i genitori e gettò i corpi nell’Adige: l’accusa chiede l’ergastolo per Benno Neumair

“Durante il litigio con il padre, Benno ha sperimentato uno scoppio di rabbia narcisistico, non psicopatologico. Non tutti quelli che commettono crimini terribili sono pazzi. (...) Benno è così bravo ad entrare in empatia con gli altri che è in grado di manipolarli ed è in grado di controllare il suo comportamento, ma semplicemente non vuole”. Con queste parole ieri, il pm Igor Secco ha concluso la sua requisitoria al processo che vede Benno Neumair imputato reo confesso del duplice omicidio dei genitori, Peter Neumair e Laura Perselli, avvenuto il 4 gennaio 2021. Il 31enne altoatesino uccise i genitori e buttò i loro corpi nel fiume Adige; i pm in Corte d’Assise a Bolzano hanno richiesto l’ergastolo per omicidio plurimo aggravato con isolamento diurno per un anno, poichè il duplice omicidio è stato commesso con “piena coscienza e volontà”. “La società ha bisogno di essere rassicurata e vuole pensare che un delitto come questo sia stato compiuto da un matto. Ma così come tutti i matti non sono delinquenti, dobbiamo dire che non tutti i delinquenti sono matti” ha detto il sostituto procuratore. Come approfondito negli articoli precedenti in cui abbiamo trattato questo caso, il profilo di Benno è stato indicato come quello di un ragazzo con tratti narcisistici di personalità, borderline; ciò non significa che la sua capacità di intendere e di volere al momento della commissione del reato fosse necessariamente compromessa. Questo è un equivoco in cui spesso si cade: i disturbi della personalità non coincidono automaticamente con l’incapacità di intendere e di volere, e quindi con la non imputabilità. Questa mattina  è stata la volta del difensore della sorella dell’imputato, avvocato Carlo Bertacchi, legale di parte civile; anche lui ha sostenuto la capacità di intendere e volere dell’imputato. Successivamente si terranno le arringhe degli avvocati difensori di Benno. La Corte dovrebbe ritirarsi già domani in camera di consiglio così da poter dare lettura del dispositivo della sentenza nella serata dello stesso giorno.  .

18/11/2022 15:44
Morte di David Rossi, indagati per falso aggravato i tre pm del caso, saranno interrogati

Morte di David Rossi, indagati per falso aggravato i tre pm del caso, saranno interrogati

La Procura di Genova ha iscritto nel registro degli indagati tre pubblici ministeri titolari del fascicolo sulla morte di David Rossi, in seguito alla testimonianza alla Commissione parlamentare d’inchiesta resa dal colonnello dei Carabinieri di Siena, Pasquale Aglieco. L'accusa per i tre magistrati, Nicola Marini, Aldo Natalini e Antonino Nastasi è quella di “falso ideologico”, "aggravato" perchè sarebbe stato commesso in un verbale d’inchiesta. Secondo l’accusa i tre pm avrebbero omesso di redigere verbale del loro accesso sulla scena del crimine, l'ufficio di Rocca Salimbeni, sede storica di Banca Mps a Siena, luogo dove si è consumata la morte di David Rossi; accesso che sarebbe avvenuto proprio la stessa sera in cui l’uomo venne trovato morto, prima che la polizia scientifica intervenisse sul posto per "cristallizzare" con foto e video lo stato dei luoghi. Inoltre i magistrati insieme alla polizia giudiziaria avrebbero inquinato la scena senza seguire le procedure richieste in questi casi,e senza averne titolo. David Rossi era il capo comunicazione di Monte dei Paschi; la notte tra il 6 e il 7 marzo 2013 venne trovato morto nel vicolo accanto alla sede della banca in cui lavorava, dopo un misterioso volo dalla finestra del suo ufficio. Due indagini sulla morte di David Rossi sono già state chiuse dai gip, con la conclusione che l’uomo si è suicidato. Questa terza indagine a carico dei pm è partita, come detto, grazie alla testimonianza del colonnello Aglieco: l’accusa per loro è quella di aver "manipolato e spostato oggetti senza redigere alcun verbale delle operazioni compiute e senza dare atto del personale di polizia giudiziaria che insieme a loro aveva proceduto a questo sopralluogo". I tre magistrati saranno sentiti mercoledì nella caserma della Guardia di Finanza di Genova. Che David Rossi non avesse voluto togliersi la vita, ma fosse stato vittima di omicidio, è stata da sempre convinzione della famiglia: la moglie e la figlia sono convinte che il loro caro sia stato ucciso “perchè custodiva segreti inconfessabili”. La tesi dell’omicidio è stata avvalorata dalle risultanze della consulenza svolta dai periti della famiglia Rossi che, sulla base elementi scientifici, hanno escluso l’ipotesi del suicidio. In particolare la presenza di alcune lesioni sul volto e sugli avambracci del manager di Monte Paschi, non autoinferte né causate dall’impatto con il suolo, sarebbero state provocate da una colluttazione. Al contrario, i periti incaricati dalla commissione parlamentare d’inchiesta (reparti speciali dei carabinieri e collegio medico legale) hanno confermato con la loro maxi perizia di quasi 1000 pagine, l’ipotesi del suicidio. Ma allora come spiegano le ferite incompatibili con la caduta? La perizia non ha potuto escludere con assoluta certezza che le altre ferite siano state provocate da una mano terza, rispetto a quella di David Rossi . “Alcune lesività sul volto, sull'arto superiore destro e sinistro di Rossi non sono da noi fatte risalire al meccanismo di caduta, urto e proiezione del corpo al suolo”, aveva spiegato uno dei professionisti incaricati, dottor Vittorio Fineschi, ordinario di medicina legale presso l'Università degli studi di Roma "La Sapienza". Lesioni che dalla perizia, risultano tra l’altro datate ad ore precedenti rispetto alla caduta. Ci sono poi le immagini video che avrebbero ripreso due persone uscire da un ingresso secondario della banca. Il video è riemerso grazie ai lavori della Commissione d’inchiesta sulla morte di David Rossi, poichè era stato cancellato. Sulla circostanza la banca aveva sempre affermato che a quell’ora non c’erano dipendenti nella sede di via. Troppi i misteri che hanno avvolto e continuano ad avvolgere questo caso: a questo punto, l’auspicio è che la Procura di Genova apra una nuova indagine: "L'altra notizia che ci aspettiamo” ha dichiarato l’avvocato della famiglia Rossi ad Adnkronos, “e che, incomprensibilmente, non è ancora arrivata, è quella relativa alla riapertura delle indagini su quanto accaduto la notte del 6 marzo 2013 e, in particolare, su chi e come ha provocato su Rossi, ancora in vita, quelle lesioni che la Commissione d'inchiesta ha certificato come incompatibili con l'ipotesi suicidiaria e come e quanto tali lesioni, più precisamente, l'aggressione che ha dato luogo a tali lesioni, ha influito sulle reali cause della caduta di Rossi dalla stanza del suo ufficio". Un caso che aspetta risposte da quasi 10 anni, con una moglie ed una figlia che hanno finalmente il diritto di conoscere la Verità.

15/11/2022 09:30
Scomparsa di Emanuela Orlandi: nuove rivelazioni da un’amica, antichi scandali e tre fascicoli spariti

Scomparsa di Emanuela Orlandi: nuove rivelazioni da un’amica, antichi scandali e tre fascicoli spariti

Forse Emanuela Orlandi, prima di sparire, aveva ricevuto delle “particolari attenzioni” da un alto prelato. La 15enne  scomparsa a Roma il 22 giugno 1983 dopo essere uscita di casa per andare a lezione di flauto in piazza Sant'Apollinare, era figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia e viveva felicemente con la sua famiglia all' interno delle mura vaticane. Dal 20 ottobre un docufilm su Netflix “Vatican girl” ripercorre i 39 lunghi anni trascorsi dalla sua scomparsa, seguendo le ipotesi principali che hanno come minimo comune denominatore il Vaticano. È Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, che ha dedicato e sta dedicando la vita insieme alla sua famiglia, a far luce sulla scomparsa della sorella, che racconta in un’intervista: “La ragazza che ha ricevuto questa confessione è un’amica di Emanuela.  Una settimana prima della sua scomparsa, Emanuela le ha raccontato  che mentre passeggiava nei giardini del Vaticano, “uno molto vicino al Papa ci ha provato”. “ Era un’attenzione sessuale”; parliamo del 1983, la pedofilia nella Chiesa all’ epoca era tabù, nessuno poteva parlarne.” La ragazza protetta dall’anonimato, che seppur molto timorosa ha rivelato l’accadimento, non era mai stata interrogata dalla polizia, e neppure la famiglia Orlandi era al corrente dell’episodio. Furono seguite tante piste per cercare di capire cosa fosse successo ad Emanuela: la pista del terrorismo internazionale, quella del rapimento per ottenere uno scambio con Ali Agca, esponente del movimento nazionalista turco dei “Lupi Grigi” che all’epoca della sparizione si trovava in carcere per aver attentato alla vita del Papa Giovanni Paolo II, la pista dei bulgari, quella del KGB. Ma il giornalista Andrea Purgatori,  che sin dall’inizio si è occupato della sparizione di Emanuela e che insieme al fratello di Emanuela è il narratore del docufilm, insieme agli autori è convinto che  la strada da seguire sia un’altra: quella di qualche segreto avvenuto all’interno del Vaticano. La Banda della Magliana -  Un commando di uomini, su ordine di Renatino de Pedis, boss della banda della Magliana, avrebbe rapito Emanuela nel 1983. De Pedis potrebbe aver agito per ordine ricevuto all’interno del Vaticano. A sostegno del coinvolgimento della banda della Magliana, oltre alle deposizioni  dell’allora compagna di De Pedis, Sabrina Minardi , c’è la ricostruzione svolta da un grande magistrato, Giancarlo Capaldo, che da Procuratore in Roma, si spese in anni di indagini per la ricerca della Verità sul caso di Emanuela Orlandi. Facciamo un passo indietro: nel 2005, giunse una telefonata  alla trasmissione “Chi l’ ha visto”: suggeriva di andare a vedere chi era stato sepolto in una tomba nella basilica di Sant’Apollinare e  di “controllare il favore che “Renatino” fece al cardinale Poletti”,  per capire il movente della scomparsa di Emanuela. Il riferimento era alla tomba in cui era stato sepolto il boss De Pedis, dopo la sua morte avvenuta nel 1990, proprio all’interno della basilica di Sant’Apollinare. Fatto inspiegabile e al limite della credibilità. Il racconto pubblico di quella insolita sepoltura venne fatto per la prima volta nel 1997 dal Messaggero. Ci furono interrogazioni in Parlamento, la cripta venne chiusa al pubblico e su di essa calò il silenzio sino al 2005. Nel 2012 venne ufficializzata la notizia: fu il cardinale Ugo Poletti (all'epoca presidente della Cei e vicario generale della diocesi di Roma )a concedere il nulla osta della Santa Sede il 10 marzo 1990 alla tumulazione della salma del boss della banda della Magliana, Enrico “Renatino” De Pedis nella basilica. Alcuni sostennero che Poletti doveva dei favori a De Pedis, altri sostennero che  Poletti fu pagato per questo “regalo”; alcuni esponenti della banda (Mancini e Abbatino) raccontarono che De Pedis avrebbe avuto un compito direttamente dal Vaticano di rapire la ragazza o, se non direttamente dal Vaticano, da qualcuno che voleva mandare un “messaggio” al Vaticano. Un rapimento commissionato da un altro prelato pedofilo all’interno del Vaticano? Un rapimento che  fu usato da “un’organizzazione mafiosa” come ricatto allo Ior, l’Istituto finanziario vaticano, per la restituzione del denaro consegnato affinché venisse riciclato, ed invece sparito nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi? Una possibile svolta sul caso nel 2012 con il Procuratore Giancarlo Capaldo. Intorno al 2012, sembrò di essere vicini ad una svolta sul caso di Emanuela, e alla concreta possibilità di dare qualche risposta alla famiglia. Il dottor Capaldo, nell’intervista televisiva del 2021 al giornalista Purgatori nella trasmissione Atlantide, rivelò che nel 2012 in Vaticano vi fu un grande imbarazzo per l’esplosione del caso di De Pedis sepolto dentro la Basilica di Sant’Apollinare. L’ex magistrato riferì che tra il 2011 e il 2012 due alte personalità del Vaticano si erano presentate nel suo ufficio della procura di Roma chiedendo la traslazione della salma del boss De Pedis da Sant’Apollinare, per calmare il pubblico dissenso che si stava alzava sul Vaticano. Il dottor Capaldo chiese in  cambio di avere informazioni certe sulle sorti  di Emanuela, cui la famiglia in primis aveva diritto, anche se ciò avesse significato ritrovare solamente i resti della ragazza. I due emissari pochi giorni dopo avrebbero risposto che “la disponibilità era quella di mettere a disposizione ogni loro conoscenza e indicazione per arrivare a questa conclusione”.  Inspiegabilmente di lì a poco ci fu un  brusco arresto delle trattative. Infatti l'allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone chiese e ottenne l'archiviazione del caso, cui si oppose solo il dottor Capaldo. I tre faldoni del Sismi spariti nel nulla -  Sarebbero spariti tre faldoni top secret del Sismi (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) oggi sostituito dall’AISE (Agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna) che riguardano Emanuela e Mirella Gregori (scomparsa il 7 maggio 1983). Il Sismi aveva condotto delle indagini sul caso di Emanuela; la documentazione sarebbe stata acquisita dalla Procura, ma mai consegnata negli atti d'indagine alla famiglia. L’ennesimo mistero. L’Appello di Pietro: “chi sa parli”. Il fratello di Emanuela ha un’idea ben precisa: “Per me la sepoltura di De Pedis in quella Basilica di Sant’Apollinare ha sempre rappresentato simbolicamente quel sistema Stato-Chiesa e criminalità che, in qualche modo, ha occultato la verità sul rapimento di Emanuela al di là del movente che può esserci dietro la sua sparizione”. Una cosa è certa: l’amore per Emanuela non fermerà mai la ricerca di Giustizia e Verità del fratello Pietro: "Finché non avrò un corpo, ho il dovere di cercarla viva. Non smetterò mai”.        

11/11/2022 13:30
Sissy Trovato Mazza, chi ha premuto il grilletto? "Mia figlia non si è suicidata"

Sissy Trovato Mazza, chi ha premuto il grilletto? "Mia figlia non si è suicidata"

Maria Teresa, per tutti “Sissy” aveva 27 anni, veniva da Taurianova, Calabria, era una giovane agente della Polizia penitenziaria, di stanza da 7 anni nel carcere femminile della Giudecca, a Venezia. Ma prima di questo Sissy era una giovane donna solare, sempre sorridente, innamorata della sua famiglia, dei suoi amici, del mare e dei viaggi, nel pieno della felicità; così la descrivono non solo i genitori, ma anche le tante foto e video rese pubbliche nel corso di trasmissioni come “Le Iene”, “Chi l' ha visto?”, che da anni seguono il caso cercando di dare un apporto alle indagini. Il 1 novembre 2016, un colpo sparato dalla pistola d’ordinanza di Sissy la raggiunse alla testa: venne ritrovata agonizzante nell’ascensore dell’ospedale civile di Venezia, dove si trovava in servizio esterno per controllare le condizioni di una detenuta che aveva appena da poco partorito. Dopo aver lottato per due anni e due mesi  in coma, Sissy non ce l’ha fatta, e se ne è andata nel gennaio 2019. Le ultime immagini di Sissi sono quelle registrate dalle telecamere dell’ospedale di Venezia, trasmesse da “Chi l’ha visto?” : si vede Sissy mentre esce dalla stanza della detenuta al piano terra, ed invece di dirigersi verso l’uscita, si dirige nella zona ascensori. Prima verso quello di sinistra, poi verso quello di destra: da un fermo immagine sembra stia parlando al telefonino. Poi nulla, sino a che non verrà ritrovata già a terra sul pianerottolo dell’ascensore da una signora che viene ripresa da una telecamera mentre arretra visibilmente scossa da quella zona, verso cui era inizialmente diretta.  Omicidio o suicidio? La famiglia Trovato Mazza non ha dubbi: secondo le  indagini condotte dai consulenti della famiglia, ci sarebbero molteplici elementi a supporto della tesi dell’omicidio. "Mia figlia non si è suicidata, voglio che si sappia la verità il dolore è sempre quello del primo giorno. Non passa”. Un dolore disperato, irraccontabile per i suoi genitori, diventato un motivo per proseguire nella battaglia per la Verità che li ha portati ad opporsi ad ogni richiesta di archiviazione della Procura, convinta  invece della tesi del suicidio. Il primo mistero è quello del telefonino di Sissy, che verrà ritrovato nell’armadietto del carcere della Giudecca. Eppure nel fermo immagine delle riprese in ospedale, nonostante la scena non sia del tutto nitida, sembrerebbe proprio che Sissy abbia il cellulare in mano, appoggiato al volto. Come dunque sarebbe  finito quel telefonino nell’armadietto di Sissy (trovato aperto) del carcere della Giudecca? “Sissy dormiva con il telefonino, non si staccava mai dal telefonino” ricorda il papà. C'è poi l’apporto scientifico che contrasterebbe la teoria del suicidio; apporto fornito dai risultati della BPA (Bloodstain Pattern Analysis) tecnica che studia le tracce ematiche presenti sulla scena del crimine, per ricostruire il delitto. Le analisi, secondo la consulenza di parte dell'ex capo dei RIS, Luciano Garofano, avrebbero rivelato la totale assenza di tracce di sangue sulla manica della giubba di Sissy e sulla sua mano che, per chi sostiene il suicidio, avrebbe impugnato la ‘Beretta' calibro nove. Inoltre, seconto la dinamica balistica, ci sarebbe un vuoto di schizzi di sangue sulle pareti dell’ascensore, e ciò, secondo la perizia di parte, sarebbe conseguenza della presenza di almeno un soggetto accanto a Sissi .Oltre ciò sulla pistola non è stata rinvenuta nessuna impronta, nemmeno la sua. Eppure dalle immagini si vede chiaramente che quel giorno Sissy non indossava i guanti. Il Gip del Tribunale di Venezia ha già respinto per tre volte, l’ultima volta a luglio di quest’anno, la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, accogliendo l'opposizione presentata dagli avvocati della famiglia. Nell’ultima udienza ha disposto nuovi accertamenti, anche sul cellulare. In particolare ha richiesto la geolocalizzazione del telefono, oltre ad un’approfondimento della dinamica balistica. Vivendo quello che ad oggi è un giallo ancora irrisolto, la famiglia di Sissy non si da pace; solo il bisogno di Verità e Giustizia fa andare avanti i genitori della giovane agente, in attesa delle  prossime udienze  fissate per il primo semestre del 2023.          

08/11/2022 10:00
Ancora due morti sul lavoro, ultimi dati Inail: 677 morti nei primi 8 mesi 2022

Ancora due morti sul lavoro, ultimi dati Inail: 677 morti nei primi 8 mesi 2022

Ancora due tragici incidenti sul lavoro. Nella notte, poco prima delle 3, Nicoletta Paladini di 50 anni, ha perso tragicamente la vita in un terribile incidente nella vetreria di Borgonovo, in provincia di Piacenza, durante il turno di lavoro. Secondo le prime ricostruzioni  la donna sarebbe rimasta incastrata e schiacciata tra un nastro trasportatore e un macchinario porta bancali. La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio dei Carabinieri coordinati dalla Procura di Piacenza. Questa mattina, in un’azienda del torinese, i vigili del fuoco sono intervenuti per estrarre il corpo senza vita di un operaio marocchino di 41 anni, residente a Torino, che è stato travolto da una catasta di tubi metallici. Nella vetreria di Borgonovo dove lavorava Nicoletta  le colleghe e i colleghi sono "in assemblea permanente per chiedere che mai più si debba piangere una donna o un uomo che esce da casa per lavorare non vi fa più ritorno". L'Anmil, l'Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invali di del Lavoro, in occasione della 72esima edizione della Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro del 9 ottobre scorso, ha diffuso gli ultimi dati Inail: da gennaio a settembre di quest'anno i morti sono stati 677 con una media di quasi tre vittime al giorno.  Nel periodo tra gennaio e agosto 2022 la media è stata di 84 vittime al mese. Il totale è di 95 decessi in meno rispetto allo stesso periodo del 2021 - che però risentiva dei tanti morti per Covid. I decessi non legati alla pandemia sono aumentati del 32%. Sono cresciute anche le denunce di infortunio totali: sono state 484.561, +38,7% rispetto al 2021. Il maggior numero di infortuni mortali si è registrato nel settore delle costruzioni. Un bilancio tutt’altro che confortante, che parla non di numeri ma di persone!        

07/11/2022 18:00
Tortoreto, morte di Giulia Di Sabatino. La mamma: "Andremo avanti"

Tortoreto, morte di Giulia Di Sabatino. La mamma: "Andremo avanti"

Era di Tortoreto, Giulia Di Sabatino: aveva 19 anni.  La sera del 31 agosto del 2015, si era recata nel ristorante dove lavorava. Poi, finito il turno, era tornata a casa, in tempo per festeggiare il suo compleanno con i genitori alla mezzanotte. “Avrebbe dovuto”, perchè Giulia con un improvviso cambio di programma uscì di casa, lasciando anche il cellulare e quella valigia semipiena con cui non vedeva l’ora di partire per raggiungere sua sorella a Londra. Aveva già il biglietto Giulia, ed era entusiasta di raggiungere quella grande e vivace città che le avrebbe regalato un nuovo futuro. Non fece più ritorno. La mattina seguente i  genitori hanno sporto denuncia per la scomparsa della figlia, poco più tardi vennero convocati per riconoscere alcuni indumenti: la Polizia Stradale di Pescara aveva ritrovato il cadavere della giovane, sull’autostrada A14 fra Giulianova e Mosciano Sant’Angelo, in prossimità di un cavalcavia. Partirono le indagini: Giulia si era lanciata dal cavalcavia? O qualcuno l'aveva uccisa e poi gettata da li? C'era stata istigazione al suicidio? Alcuni testimoni parlarono di una Fiat Panda di colore rosso in cui Giulia sarebbe stata vista salire all’altezza del cavalcavia dell’autostrada. Dopo mesi di appelli da parte dei genitori di Giulia Di Sabatino e della trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?”, si scoprì l’identità del misterioso uomo con la Panda rossa, l’ultimo ad aver visto Giulia ancora viva: c’era il suo DNA sugli slip della ragazza. Ammise di essere stato con Giulia quella sera, ma di averla lasciata che stava benissimo. Le indagini si chiusero, su richiesta della Procura il Gip archiviò il fascicolo per istigazione al suicidio (tre gli indagati, tra cui l’uomo della Panda Rossa); la ragazza venne considerata morta per suicidio. Si aprì però un’altra inchiesta condotta dalla Polizia Postale e coordinata della Procura Distrettuale dell’ Aquila: un trentenne di Giulianova al centro delle indagini, venne poi rinviato a giudizio con l’accusa di induzione alla prostituzione minorile e pornografia minorile. Tra le vittime c'era anche Giulia. Nel computer del trentenne i consulenti dell’accusa trovarono file cancellati, oltre 134.000, con immagini pornografiche e video, in cui compariva Giulia, ed anche altre sue amiche, adolescenti, studentesse, all’epoca delle foto tutte minorenni. Le foto sarebbero state anche diffuse via Whatsapp. Lo stesso giovane era stato indagato insieme ad altre due persone nell' inchiesta (archiviata) per istigazione al suicidio sulla morte della ragazza. Nel cellulare di Giulia i consulenti trovarono oltre 1000 messaggi, risalenti al periodo tra il 2014 e il 2015, scambiati con questo giovane accusato di avere immagini intime sue e di altre ragazze. La famiglia da sempre si oppone alla ricostruzione della Procura: troppi i dubbi ed i quesiti che la tesi del suicidio ha lasciato senza risposta. Mentre continua il processo presso il tribunale di Teramo per induzione alla prostituzione minorile e pornografia minorile, il legale della famiglia Di Sabatino punta a riaprire il caso per la morte di Giulia. C’è qualcuno che ancora non ha raccontato tutta la verità? C’è qualcuno che ha visto qualcosa ma non ha ancora avuto il coraggio di parlare? Il 1 settembre 2022, il compleanno di Giulia è stato ricordato con una fiaccolata nel centro di Tortoreto, guidata dallo slogan “Verità e giustizia per Giulia di Sabatino”. La mamma, in un’intervista rilasciata a Veratv news ha dichiarato : “ Andremo avanti, presenteremo a breve un’istanza. E’ stato un omicidio e una mamma non può accettare che ci siano in giro, liberi, gli assassini di sua figlia”. (fonte foto di copertina, Rai Tre)

06/11/2022 12:32
Omicidio Pamela, DIA: “Estrema pericolosità della criminalità organizzata nigeriana”

Omicidio Pamela, DIA: “Estrema pericolosità della criminalità organizzata nigeriana”

La DIA (Direzione Investigativa Antimafia) nella relazione afferente al secondo semestre 2021 parlando della “criminalità organizzata nigeriana” fa riferimento alla crudele uccisione di Pamela:  si legge alla pagina 414  “L’estrema pericolosità della criminalità organizzata nigeriana è dimostrata dalla sua capacità di insediarsi proficuamente in ambiti territoriali comunemente caratterizzati da un basso spessore delinquenziale e dalle gravi conseguenze talvolta prodotte nel tessuto sociale. Si fa riferimento a tale proposito all’omicidio della giovane diciottenne romana Pamela Mastropietro uccisa crudelmente a Macerata nel gennaio 2018 dal pusher nigeriano Innocent Oseghele per il quale la Corte di Cassazione si è già pronunciata in modo definitivo in ordine alle sue responsabilità lo scorso 23 febbraio”. Ad attribuire la connotazione di “mafiosità” alla criminalità organizzata nigeriana è stata in più occasioni la stessa Corte di Cassazione, come riportato nel rapporto  DIA: “(...) sotto il profilo della pericolosità economica e sociale assumono predominante rilievo i c.d. secret cults i cui tratti tipici sono l’organizzazione gerarchica, la struttura paramilitare, i riti di affiliazione, i codici di comportamento e più in generale un modus agendi relativamente al quale la Corte di Cassazione si è più volte espressa riconoscendone la tipica connotazione di “mafiosità”. Come più volte ricordato dal legale della famiglia di Pamela, avvocato Marco Valerio Verni, dai 27 arresti ( quasi tutti i soggetti erano di nazionalità nigeriana) effettuati a Macerata all’indomani dell’udienza preliminare per l’omicidio della giovane, emerse una organizzazione dedita allo spaccio di stupefacenti, a struttura ben organizzata che si era spartita la città di Macerata in zone di spaccio, tre per la precisione, con dei capi al vertice della piramide e a scendere i così detti “manovali”; caratteristiche queste che, insieme all’ intimidazione esercitata e all’ omertà  connotano l'organizzazione criminale di stampo mafioso così come definita dalla Suprema Corte. Il 27 ottobre scorso è stato archiviato il procedimento su due presunti complici di Innocent Oseghale, l’uomo accusato in via definitiva dell’ omicidio di Pamela:  per il gip l'ipotesi investigativa che ad aiutare Oseghale potessero esserci stati due gambiani non ha trovato alcun concreto riscontro. Da un lato l’archiviazione, ma dall’altro, nella stessa pronuncia, il gip ha deciso di trasmettere copie degli atti alla Procura per valutazioni di sua competenza riguardo nuovi elementi emersi dalle indagini, contenuti nell’atto di opposizione all’archiviazione presentata dal legale dei familiari di Pamela. L’Avvocato Verni si è da sempre strenuamente battuto insime ai familiari di Pamela affinchè il terribile omicidio venisse inquadrato in un contesto “più ampio”: pensiero supportato da una serie concreta di elementi che si trovano nelle carte del fascicolo di Pamela.  A tale proposito ricordiamo due delle dichiarazioni che già nel 2019 fece il pentito di ‘ndrangheta Vincenzo Marino che era stato detenuto nel carcere di Ascoli insieme ad Oseghale, supertestimone d’accusa contro lo stesso imputato:  “Tengo a precisare che a Macerata, da quanto sono venuto a sapere, si è instaurata la mafia nigeriana” ; ed ancora:  “So che Oseghale è la figura referente della comunità mafiosa nigeriana a Macerata a livello di prostituzione e stupefacenti”. Fare luce sul terribile omicidio di Pamela significa fare luce su quel “contesto più ampio” di cui parla l’avvocato Verni, mentre afferma “solo così il martirio di Pamela avrà avuto davvero giustizia”.    

04/11/2022 17:07
Omicidio di Meredith Kercher, dopo 15 anni parla l’unico condannato Rudy Guede: “Non l'ho uccisa io"

Omicidio di Meredith Kercher, dopo 15 anni parla l’unico condannato Rudy Guede: “Non l'ho uccisa io"

Un'intervista al Corriere della Sera torna a far parlare dell’omicido di Meredith Kercher commesso a Perugia la sera del 1 novembre 2007: la studentessa inglese, giunta all’università di Perugia con il progetto Erasmus, venne ritrovata nella casa che condivideva con altre studentesse priva di vita, nella propria camera da letto: dei 47 colpi sferrati con un piccolo coltello, quello alla gola risultò fatale. A rilasciare le sue dichiarazioni è Rudy Guede, unico condannato in via definitva con rito abbreviato per l'omicidio, da un anno tornato in libertà; vent’enne all’epoca dei fatti, è tornato libero nel novembre del 2021 dopo avere scontato 16 anni di reclusione. Guede fece la sua comparsa nella vicenda 15 giorni dopo il delitto, quando tracce del suo Dna furono trovate sulla scena dell’omicidio. “L'ho detto quando credevano che mentissi per evitare la condanna, lo ripeto più che mai adesso che ho finito di pagare il mio conto alla Giustizia: io non ho ucciso Meredith”.  "Io c'ero in quella casa, chi lo nega? C'erano le mie tracce sul luogo del delitto, certo. Mica stavo fermo in un angolo. Ero con Meredith, ci siamo scambiati effusioni, abbiamo avuto un approccio sessuale, sono andato al bagno, ho provato a fermare il sangue che le usciva dal collo. Ovvio che ci fossero le mie tracce in giro. La sostanza è che è stato trovato il mio Dna. Dna, non sperma. Come ho sempre detto, stavamo per avere un rapporto sessuale ma ci siamo fermati perché senza preservativi. Eravamo due adulti consenzienti". Secondo la versione resa da Guede, il ragazzo si trovava in bagno al momento dell’omicidio, con le cuffiette ad ascoltare musica ad alto volume: "Ero uscito dal bagno dopo aver sentito un urlo potente malgrado avessi le cuffiette con la musica a palla, nella penombra avevo visto uno sconosciuto con un coltello in mano". Dice di aver trovato Meredith agonizzante, di averla soccorsa, di aver cercato di tamponare il sangue con gli asciugamani.  "La paura ha preso il sopravvento e sono scappato come un vigliacco lasciando Mez forse ancora viva. Di questo non finirò mai di pentirmi. Ma avevo 20 anni e avevo davanti una ragazza agonizzante”. Ricordiamo brevemente le tappe di uno dei processi più controversi della storia italiana: condannati, assolti, condannati e ancora assolti! Due ragazzi, Amanda Knox, coinquilina della vittima, e Raffaele Sollecito, legato da una relazione sentimentale alla Knox, furono sin da subito al centro delle indagini: su un coltello trovato nella cucina di Sollecito la polizia scientifica individuò Dna della Knox, sul manico, e Dna di Meredith Kercher sulla lama. Sul gancio di un reggiseno della Kercher venne invece individuato il DNA di Sollecito. Interrogati nell’immediatezza del fatto, la stessa notte del delitto, molte furono le contraddizioni della Knox. I due vennero arrestati, accusati dell’omicidio della studentessa inglese ed in primo grado nel 2009 condannati per averla uccisa "mediante strozzamento e dopo averla abusata sessualmente ed attinta da numerose coltellate": 26 anni di carcere ad Amanda Knox e 25 anni a Raffaele Sollecito, in concorso con Rudi Guede (la cui vicenda processuale si separò da quelle dei due ragazzi, poichè aveva optato per il giudizio abbreviato). Gli imputati impugnarono in appello la sentenza di condanna, e nel 2011 vennero scarcerati ed assolti dalla Corte d'Assise d'Appello per non avere commesso il fatto. Nel corso del processo vennero richieste nuove perizie: "le indagini genetiche esperite nella rinnovata perizia portarono ad escludere, secondo i giudici d’Appello, la presenza del profilo genetico di Meredith Kercher sulla lama del coltello...i nuovi periti incaricati avevano chiaramente affermato la possibilità concreta di contaminazione del reperto; con ciò facendo venir meno l’unico elemento indiziario conclamante la riferibilità di quell’arma al delitto" (cit. Sent. di rinvio da Corte di Cassazione). La nuova sentenza di assoluzione venne impugnata dal Procuratore Generale di Perugia e dalle parti civili davanti alla Corte di Cassazione: la Suprema Corte annullò con rinvio la sentenza, ordinando che si procedesse ad una nuova valutazione dei fatti da parte della Corte di Assise di Appello di Firenze. Il 30 settembre 2013 prese così inizio il nuovo processo di appello davanti alla Corte di Assise di appello di Firenze. L’accusa chiese 30 anni per Amanda e 26 per Raffaele. I due ragazzi vennero nuovamente condannati per concorso nell’omicidio di Meredith: Amanda Knox a 28 anni e 6 mesi di carcere, Raffaele Sollecito a 25 anni. Per Amanda, che si trovava negli Stati Uniti, nessuna misura restrittiva; per Raffaele venne disposto il divieto di espatrio con ritiro del passaporto. Gli imputati impugnarono la sentenza di condanna. Nel 2015 la Cassazione ha annullato, questa volta senza rinvio, le condanne a Raffaele Sollecito e Amanda Knox, assolvendoli  per non aver commesso il fatto. La Suprema Corte parlò di "clamorose défaillance o amnesie investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine" e affermando la mancanza di prove certe e la presenza di numerosi errori nelle indagini. Si è posta così la fine al caso giudiziario. Rudi Guede ancora oggi si chiede, come molti si chiesero e continuano a chiedersi: "nelle mie sentenze c'è scritto: in concorso con Amanda Knox e Raffaele Sollecito, e nessuno dei giudici mi ritiene autore materiale del delitto. Poi loro due vengono assolti. Allora io chiedo: con chi ho concorso?"  Ed ancora si sfoga: "Hanno respinto la revisione del mio processo ma è un controsenso logico. La giustizia italiana dice che ho compiuto un crimine con due persone specifiche ma non come autore materiale; loro escono di scena, quindi il carcere lo sconta una persona che non si capisce di cosa sia colpevole e con chi. Un condannato impossibile. O forse il condannato ideale: il negretto senza famiglia, senza spalle coperte, senza un soldo"        

29/10/2022 15:15
Tragedia Carrefour, l'aggressore ha agito per invidia: "Le persone che ho colpito stavano bene, mentre io stavo male”

Tragedia Carrefour, l'aggressore ha agito per invidia: "Le persone che ho colpito stavano bene, mentre io stavo male”

Giovedì intorno alle 18.30, un 46enne incensurato, Andrea Tombolini, ha afferrato un coltello da un espositore del supermercato Carrefour, all'interno del centro commerciale di Assago-Milanofiori, e ha accoltellato sei persone: una è rimasta uccisa, era un dipendente del supermercato, cinque sono state ferite. Il responsabile è stato arrestato con le accuse di omicidio e tentato omicidio plurimo, e piantonato in stato confusionale ed evidente disagio psichico, nel reparto di psichiatria all'ospedale San Paolo. Non era mai stato sottoposto ad un Tso, non risulterebbe formalmente in cura in una struttura sanitaria. Durante l’interrogatorio con gli inquirenti della procura e i carabinieri, l’uomo avrebbe affermato: "Ho visto le persone e ho deciso di colpirle per sopprimere la mia rabbia. Se devo descrivere il mio sentimento, era di invidia: perché le persone che ho colpito stavano bene, mentre io stavo male. Ritengo di avere un tumore e di dover morire".  Tombolini già il 18 ottobre, si era autoinferto da solo dei pugni al volto e,dopo essere stato medicato al pronto soccorso era uscito con la prenotazione di una visita psichiatrica per i primi di novembre. Nella stessa giornata di giovedì, nella Caserma di Asso in provincia di Como, il brigadiere Antonio Milia ha sparato e ucciso il Comandante della Stazione presso cui prestava servizio, Doriano Furceri. Ieri mattina, alle prime luci dell’alba, i carabinieri hanno fatto irruzione nella caserma dopo aver trattato per tutta la notte la resa del brigadiere; arrestato, è accusato di omicidio e del tentato omicidio di un militare del Gis (Gruppo di intervento speiale dell'Arma), che è stato colpito da un proiettile a un ginocchio nelle fasi dell'irruzione. Il brigadiere era stato sospeso nel febbraio scorso dai vertici della Compagnia di Como per problemi di disagio psicologico; dopo essere stato ricoverato presso il reparto di psichiatria, sarebbe stato dimesso e posto in convalescenza per diversi mesi. Sembra che l’uomo fosse perseguitato da ossessioni e fosse convinto che il mondo ce l’avesse con lui. Anche se gli abitanti del luogo lo descrivono come una persona "mite e sempre gentile", il brigadiere da tempo aveva individuato nel comandante Furceri la causa di tutti i suoi mali. Le scorse settimane voleva tornare ad occupare il suo posto, avendo ricevuto il "via libera" di una Commissione Medica, che lo avrebbe ritenuto nuovamente idoneo al servizio. Ma il comandante della caserma Furceri non era altrettanto certo della sua idoneità e nutriva dei dubbi circa la sua guarigione, tanto da averlo messo forzatamente in ferie. Proprio questa circostanza sembra essere all’origine della discussione finita in tragedia. I magistrati che indagano certamente interrogheranno i componenti della Commissione alla quale il 57enne aveva fornito ampia documentazione clinica di consulenti medici privati, che avevano valutato positivamente la possibilità di reintegrarlo in servizio. In entrambi i casi un odio delirante e patologico sembra abbia armato le mani dei due soggetti, ma solamente una perizia psichiatrica  potrà stabilire la loro responsabilità, verificando  la compromissione della loro capacità intendere e volere al momento del fatto. Per entrambi i casi, la perizia  dovrà stabilire se i soggetti si trovavano in una fase attiva della malattia, e, nel caso, se questa abbia eliminato o grandemente scemato la capacità di intendere e di volere.          

29/10/2022 11:18
Bevono vodka a scuola durante l’intervallo e postano il video sui social: 12 ragazzi sospesi

Bevono vodka a scuola durante l’intervallo e postano il video sui social: 12 ragazzi sospesi

Bere una bottiglia di vodka a scuola a metà mattina: bravata che è costata la sospensione dalle lezioni a quasi metà classe di un liceo di Ancona. Durante la ricreazione, i ragazzi hanno girato un video con il telefonino, mostrando orgogliosamente la bottiglia di vodka. Il video sarebbe circolato tanto da venire visualizzato anche dai docenti del liceo, che hanno avvisato i genitori e hanno preso poi i provvedimenti disciplinari necessari nei confronti del gruppo. Il caso, riportato dal Corriere Adriatico, non è un caso isolato: non è una novità che tra i giovanissimi esista il grave problema dell’abuso di alcol. Non è infrequente leggere nelle notizie di cronaca che minorenni vengano trasportati al Pronto Soccorso in coma etilico per abuso di superalcolici. Lo sballo, l’emulazione, il sentirsi “grandi” di fronte agli amici sono spesso la causa principale di questo comportamento. Il binge drinking ossia le “abbuffate di alcolici”, “moda” nordeuropea giunta già da anni anche in Italia, è la tendenza a consumare almeno 5 drink alcolici consecutivamente, e coinvolge anche minori di 15 anni. Il fine è quello di ubriacarsi, di perdere il controllo in compagnia. Inutile dire che la prevenzione di questo fenomeno dovrebbe passare attraverso una corretta informazione soprattutto per i più giovani. Questa pratica nuoce ad ogni individuo indipendentemente dall’età, con effetti a lungo termine sulla salute: i ricercatori hanno accertato che provoca danni al sistema cardio circolatorio, neurologico, ormonale, gastrointestinale, e nei giovanissimi danni biologici irreversibili al cervello . Oltre a ciò non è di secondaria importanza ricordare che queste abbuffate alcoliche possono determinare irritabilità, violenza, accrescono la probabilità di assumere comportamenti a rischio e provocano una perdita di funzioni cognitive con alta propensione a esporsi a rischi per la propria vita e per quella degli altri (pensiamo al tasso di mortalità da incidenti stradali procurati dallo stato di ebrezza).

25/10/2022 12:52
"Da 2 anni stavamo pensando a come uccidere la mamma”. I verbali choc delle figlie di Laura Ziliani

"Da 2 anni stavamo pensando a come uccidere la mamma”. I verbali choc delle figlie di Laura Ziliani

"Dopo che mia madre aveva mangiato i muffin che le avevamo preparato con dentro benzodiazepine, iniziammo a cercare di capire come proseguire nel nostro progetto. Io ero convinta di quello che volevo fare. Ero decisa. Sono entrata nella camera da letto di mia madre, ricordo di averle messo le mani attorno al collo, Paola la teneva ferma con il suo peso. Mia madre ha inilziato a rantolare, a quel punto Mirto si è accorto non stava andando come previsto ed è entrato in camera. Ha messo lui le mani sul collo di mia mamma. In un certo senso mi ha dato il cambio". Le parole sono di Silvia Zani, una delle figlie di Laura Ziliani, ex vigilessa, mamma di 3 figlie,  vedova, con la passione per le passeggiate in montagna, scomparsa l’ 8 maggio del 2021 da Temù (Brescia). Il suo corpo  venne ritrovato ad agosto del 2021 sepolto tra la vegetazione vicino al fiume Oglio, nel paese dell’Alta Vallecamonica. Ad avvisare i Carabinieri della scomparsa della donna era stata proprio lei, Silvia, preoccupata perchè la madre era uscita da casa per un’escursione senza fare ritorno. Le indagini, nel giro di pochi mesi portarono all’arresto di Silvia, della sorella Paola e del fidanzato di quest’ultima, Mirto Milani. La loro confessione giunse a maggio del 2022: alcuni stralci della confessione sono stati pubblicati dal Giornale di Brescia, e successivamente dalla trasmissione “Quarto Grado”, a pochi giorni dall’inizio del processo davanti alla Corte d’Assise. La prima immagine che abbiamo delle due sorelle, è quella di due giovani di fronte alle telecamere della trasmissione “Chi l’ha visto? ” entrambe terribilmente affrante, con le lacrime che scendevano copiose dai loro occhi, mentre lanciavano un appello a chiunque avesse notizie della loro madre scomparsa da pochi giorni: “Chiunque l’abbia vista o la veda si faccia avanti e ci aiuti a trovarla”. Silvia e Paola Zani nel corso della confessione hanno affermato, quanto al movente, che la madre aveva tentato di ucciderle e che loro, insieme con Mirto Milani, l’hanno  ammazzata a propria volta pensando che fosse l’unico mezzo per salvarsi.  Gli inquirenti non hanno trovato riscontro  ai racconti dettagliati che le figlie hanno fatto dei vari tentativi di uccisione che la loro madre avrebbe messo in atto. “L’idea che avevamo era che voleva liberarsi di noi. Secondo Mirto dovevamo accoltellarla ma questo a me non piaceva, perché sarebbe rimasto il sangue ed è di difficile gestione cancellarne le tracce”. Quando è stato loro chiesto perché non abbiano denunciato i fatti alle forze dell’ordine, la risposta è stata “Non siamo andate a denunciare perchè eravamo senza prove. Iniziammo a capire come risolvere il problema in estate 2020, guardando un film dove un sicario strozzava le persone”. “Vedendo il telefilm Dexter abbiamo scoperto che vi era un veleno che non lasciava tracce nel corpo. Abbiamo consultato internet e verificato che quanto appreso dalla serie tv era vero” Il trio avrebbe più volte cercato di uccidere la povera donna “Io e Mirto gli abbiamo messo l'antigelo della macchina nella tisana per due volte. E il terzo tentativo è stato con una torta foresta nera. Ne abbiamo mangiata metà, e nell'altra parte abbiamo messo un veleno dentro, così risultava che era stata lei” Diversa la ricostruzione del movente per gli inquirenti. Il gip nella motivazione dell’arresto aveva scritto che l’omicidio della povera Laura Ziliani era stato commesso “ Nel chiaro interesse  a sostituirsi a Laura Ziliani nell'amministrazione di un vasto patrimonio immobiliare, al fine di risolvere i rispettivi problemi economici”. Convinzione confermata anche successivamente nel corso degli interrogatori. Inizierà giovedì il processo davanti alla Corte d’Assise per l’omicidio di Laura Ziliani commesso dalle figlie Silvia e Paola Zani e da Mirto Milani. Se l'interesse economico è il  movente di questo omicidio, non si può trascurare la probabile presenza di disturbi della sfera emotiva e della personalità.  Ciò, si ribadisce come già fatto in passato, non significa “incapacità di intendere e di volere”. Laddove non ci sia una pregressa diagnosi di un disturbo psicopatologico infatti, le barbare uccisioni del proprio genitore, premeditate e organizzate, parlano di totale assenza di empatia, di una spaventosa aridità di sentimenti: il proprio bisogno individuale, qualsiasi esso sia, prevale su tutto e tutti ed  allontana questi soggetti dai tratti fortemente narcisistici dal comune sentire e dalla morale.  Vengono trasportati da un odio distruttivo per l’incapacità, chissà mai appresa durante la crescita, di interiorizzare sentimenti d’amore e di rispetto nei confronti dei propri genitori. Una più o meno latente conflittualità con le figure di riferimento ha esacerbato la rabbia covata nel tempo. Ogni caso andrebbe indagato nella sua multifattorialità. In questo caso probabilmente la presenza di una figura maschile come quella di Mirto Milani ha assunto un ruolo dominante nella psiche delle due sorelle, e ha consolidato il trio nel proposito omicidiario.            

25/10/2022 11:15
Sisma L'Aquila, sit-in contro sentenza choc del tribunale: “Le vittime non hanno colpa"

Sisma L'Aquila, sit-in contro sentenza choc del tribunale: “Le vittime non hanno colpa"

Oggi centinaia di persone, cittadini aquilani e non, sono radunate nel cortile del palazzo dell'Emiciclo, alla Villa Comunale dell'Aquila, insieme ai familiari delle vittime del terremoto, per partecipare alla manifestazione pubblica "Le vittime non hanno colpa”. Ci sono tra le altre, le associazioni di familiari delle vittime di Amatrice, Rigopiano, Ponte Morandi e i rappresentanti di tutti gli schieramenti politici. Come hanno spiegato gli organizzatori nei giorni scorsi, obiettivo della manifestazione è “portare il nostro sdegno e la nostra rabbia nella pubblica piazza, per dire in modo forte che le vittime causate dai crolli del terremoto del 6 aprile 2009 non possono essere reputate colpevoli per il fatto di essere rimaste nelle proprie case”. Il tribunale civile dell’Aquila ha statuito con sentenza che, nel terremoto del 6 aprile 2009, in riferimento al crollo di uno stabile in via Campo di Fossa, in cui morirono 24 persone sulle 309 complessive del sisma, si è verificato un "concorso di colpa” pari al 30% delle vittime decedute sotto le macerie, perché sono state imprudenti a non uscire dopo la seconda scossa. (Ci furono due forti scosse, una verso le 23 e una verso l'una di notte, prima di quella devastante delle 3.32). In particolare il passaggio shock della sentenza recita: "È fondata l'eccezione di concorso di colpa delle vittime, costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile". "Concorso che tenuto conto dell'affidamento che i soggetti poi defunti potevano riporre nella capacità dell'edificio di resistere al sisma per essere lo stesso in cemento armato e rimasto in piedi nel corso dello sciame sismico da mesi in atto, può stimarsi nella misura del 30 per cento - si legge ancora -. Ne deriva che la responsabilità per ciascun Ministero è del 15 per cento e per il residuo 40 centro in capo agli eredi del costruttore Luigi Del Beato". Dopo la tragedia che ha visto famiglie private tragicamente dell’affetto dei loro cari, sepolti dalle macerie, gli eredi avevano citato in giudizio sia i ministeri dell'Interno e delle Infrastrutture e Trasporti per le responsabilità della Prefettura e del Genio Civile nei mancati controlli durante la costruzione; sia il Comune dell'Aquila per responsabilità analoghe, e le eredi del costruttore (nel frattempo deceduto). Gli eredi avevano in mano perizie che attestavano “irregolarità in fase di realizzazione dell'immobile e una grave negligenza del Genio civile nello svolgimento del proprio compito di vigilanza sull'osservanza delle norme poste dalla legge vigente, in tutte le fasi in cui detta vigilanza era prevista". ll Tribunale, ha condannato i Ministeri dell'Interno e delle Infrastrutture (15% responsabilità ciascuno) e le eredi del costruttore (40% di responsabilità), mentre ha respinto le domande nei confronti del Comune. Tra i partecipanti alla manifestazione era presente l'avvocato Maria Grazia Piccinini, madre di Ilaria Rambaldi, studentessa di Ingegneria rimasta uccisa nel crollo della palazzina di via Campo di Fossa: "Mi auguro che questa sentenza non abbia seguito - ha dichiatato -. D'altra parte, si tratta di un provvedimento senza precedenti da parte di un magistrato che più volte si è occupato del terremoto, senza mai peraltro attribuire alle vittime alcuna responsabilità né del 30% né del 15% o del 5%. Sono per questo meravigliata. Le domande che mi faccio, dunque, è per quale motivo questa sentenza? Perché proprio adesso? Perché proprio a noi?".    

23/10/2022 15:04
Lampedusa: esplosione su barcone carico di migranti, morti due bambini.

Lampedusa: esplosione su barcone carico di migranti, morti due bambini.

Esplosione su un’imbarcazione carica di migranti diretta a Lampedusa. Due bambini sono morti a causa delle gravissime ustioni e 8 sarebbero i feriti; tra di loro gravissima una ragazza incinta di 25 anni. E' il drammatico bilancio di questa nuova tragedia verificatasi a bordo di un barchino intercettato al largo dell'isola di Lampedusa dagli uomini della Capitaneria di porto.  È stata aperta un'inchiesta dalla Procura di Agrigento per stabilire cosa abbia innescato l'incendio. Verosimilmente, ma spetterà all'inchiesta chiarirlo, è andato a fuoco uno dei bidoni di benzina che era la scorta di carburante. Il sindaco Filippo Mannino, appresa la notizia, ha dichiarato all’Adnkronos “Sta diventando un incubo. Non è più possibile accogliere persone morte. Sono sindaco da 100 giorni e ho già dovuto ricevere cinque vittime. L’Europa deve fare immediatamente qualcosa, non è più possibile far morire la gente nel Mediterraneo”.

21/10/2022 14:42
Morte della piccola Diana: la madre, Alessia Pifferi le aveva fatto assumere tranquillanti

Morte della piccola Diana: la madre, Alessia Pifferi le aveva fatto assumere tranquillanti

Diana è la piccola di 18 mesi morta di stenti dopo essere stata lasciata sola in casa dalla mamma per 6 giorni. Le forze dell’ordine avevano trovato la bimba priva di vita in casa, nella sua culla. Accanto a lei una boccetta di En, ansiolitico a base di benzodiazepine. La madre Alessia Pifferi, 37 anni, accusata di omicidio volontario aggravato e in carcere dal 21 luglio, aveva sempre negato di aver somministrato tranquillanti alla figlia prima di abbandonarla, dicendo di averle dato solo delle gocce di paracetamolo.  A smentire la versione della madre è quanto emerge dagli esiti preliminari dell'autopsia sul piccolo corpo della bimba, disposta dalla Procura di Milano, che sarà depositata formalmente nei prossimi giorni:le analisi tossicologiche, sia del sangue che del capello, hanno rivelato che alla piccola sono state fatte assumere benzodiazepine. La giustificazione della madre per quell’abbandono era stata: "Ci contavo sulla possibilità di avere un futuro con lui (l’attuale compagno), e infatti era proprio quello che in quei giorni stavo cercando di capire; è per questo che ho ritenuto cruciale non interrompere quei giorni in cui ero con lui anche quando ho avuto paura che la bambina potesse stare molto male o morire". Per gli inquirenti la Pifferi "ha consapevolmente abbandonato la piccola mettendo davanti ai bisogni della bambina i suoi interessi personali, come la relazione con il compagno".   

20/10/2022 18:25
Ndrangheta, nuovo giro di affari nel nord Italia. Coinvolta la cosca Arena-Nicoscia

Ndrangheta, nuovo giro di affari nel nord Italia. Coinvolta la cosca Arena-Nicoscia

Complesse indagini dirette dalla Dda di Venezia contro le infiltrazioni della 'ndrangheta, che vedono impegnati oltre 40 militari ed agenti della Guardia di Finanza e della Direzione Investigativa Antimafia, hanno portato la DIA e i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Verona ad eseguire quattro misure cautelari e a sequestrare beni per un valore di oltre 9 milioni di euro nelle province di Verona, Mantova e Trento. Tre soggetti, cui sono contestati reati tributari con l’aggravante del metodo mafioso,  sono stati portati in carcere ed il quarto è stato sottoposto ad obbligo di dimora presso il comune di residenza. Elementi probatori concreti emersi nel corso delle indagini hanno messo in luce la contiguità con la ‘ndrangheta di alcune imprese operanti nel settore dell’edilizia in Veneto ed in Emilia Romagna. L’operazione ha fatto emergere una capillare attività di riciclaggio di denaro per la cosca Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto in provincia di Crotone: tramite una società venivano emesse fatture false per operazioni inesistenti, di cui erano beneficiarie imprese riconducibili agli esponenti della criminalità organizzata calabrese, operanti tra il Veneto e l’Emilia Romagna. Numerose sono le investigazioni che negli ultimi anni hanno rilevato l’infiltrazione della 'ndrangheta nel tessuto imprenditoriale, spostando l’organizzazione criminale in quella “zona grigia” in cui gruppi di professionisti ed imprenditori, in virtù della loro posizione e dei loro contatti, procacciano agevolmente sostegni finanziari e “strade aperte” a nuove iniziative imprenditoriali. Si pensi una su tutte, all' inchiesta che nel maggio 2017 portò all’ operazione interforze "Johnny": 68 furono gli arresti. Le indagini hanno documentato il fenomeno delle infiltrazioni della 'ndrangheta sul centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto. Un intreccio tra ndrine e colletti bianchi che ha fatto emergere il controllo mafioso, per almeno un decennio, di tutte le attività imprenditoriali connesse al funzionamento dei servizi di accoglienza del C.A.R.A.( centro accoglienza per i richiedenti asilo)  “Sant’Anna”.  Su 103 milioni di euro di fondi Ue, che lo Stato ha girato dal 2006 al 2015 per la gestione del centro dei richiedenti asilo, 36 sono finiti alla cosca degli Arena. Tra l'altro proprio l'inchiesta "Johnny" ha scoperto che i flussi di finanziamenti pubblici riservati all’emergenza migranti ha costituto la ragione della pax mafiosa tra le cosche Arena e Niscia, prima rivali. Questa mattina il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, ospite su Radio Capital, parlando dei soldi del Pnrr lanciava l'allarme: “i soldi della ‘ndrangheta che entrano nell’economia legale fanno saltare le regole del libero mercato e della democrazia: dobbiamo iniziare a chiederci se quei soldi cominceranno a essere usati per comprare pezzi di giornali, televisioni o radio. In questo modo inizieranno a influenzare il modo di ragionare delle persone. Non so se questa scalata è già iniziata”.  

19/10/2022 15:30
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