“Attesa” deriva dal latino ad-tendere, cioè “tendere verso”. È un movimento proiettato in avanti, verso qualcosa che ancora dovrà accadere. Una tensione diretta ad un evento che ancora non esiste, ma che occupa già spazio nella nostra mente. Un’attenzione sospesa che immagina scenari per colmare il senso di incertezza.
L’attesa è un movimento interiore che ci proietta a ciò che speriamo o temiamo. Può diventare creativa, quando nasce da un desiderio, oppure caricarsi di ansia, quando è alimentata dalla paura.
La teoria dell’attesa trova oggi una nuova espressione nella dinamica dei messaggi su WhatsApp. Questa forma di comunicazione digitale ha accentuato le nostre insicurezze affettive: “Visualizzato”, “non visualizzato”, “visualizzato senza risposta” sono diventati indicatori emotivi che non hanno un reale significato.
Eppure, proprio su questi segnali ambigui, finiamo per costruire relazioni sospese tra fiducia e timore, caratterizzate dall’“ansia da risposta” e da un bisogno urgente di conferme.
Le spunte dei messaggi sono diventate simboli carichi di significato, capaci di attivare emozioni profonde sulla base di semplici ipotesi. Un’apparente trasparenza che in realtà alimenta l’illusione del controllo dell’altro.
Possiamo vedere quando un messaggio viene letto, ma non possiamo sapere cosa stia facendo la persona in quel momento né perché risponda, o scelga di non farlo. Così riempiamo quel vuoto con supposizioni, spesso errate, tentando di interpretare ciò che accade dall’altra parte.
Le reazioni all’attesa variano molto in base allo stile di attaccamento della persona. Chi ha un attaccamento ansioso, sempre bisognoso di conferme e timoroso dell’abbandono, vive il non visualizzato come un segnale di disinteresse. L’attesa, in questo caso, diventa un’esperienza emotiva intensa, quasi un rifiuto.
L’incertezza apre un vuoto che il soggetto sente di dover colmare immediatamente con rassicurazioni. Si innesca così un meccanismo di ipervigilanza: si cercano risposte anticipate, segnali nascosti, tentativi di controllo del comportamento dell’altro, senza considerare la realtà, spesso più semplice.
Ancora più destabilizzante è il visualizzato non risposto: qui l’informazione c’è, il messaggio è stato letto, ma è proprio questo che alimenta fantasie negative e timori di rifiuto.
Chi presenta un attaccamento evitante, al contrario, tende a minimizzare il proprio – spesso non riconosciuto – bisogno di vicinanza. Di fronte all’attesa, la sua strategia è l’allontanamento: prendere distanza per evitare la dipendenza emotiva. In questo caso, l’attesa genera chiusura e un forte controllo delle emozioni.
L’attaccamento disorganizzato, invece, alterna ansia e distacco. Il vuoto dell’incertezza viene riempito con risposte caotiche e oscillanti, riflettendo la difficoltà di regolare le proprie emozioni.
Un attaccamento sicuro vive l’incertezza con serenità, riconoscendola come una parte naturale delle relazioni. Chi lo possiede non interpreta il silenzio come rifiuto e rimane disponibile al confronto.
WhatsApp ha accorciato le distanze al punto da farci credere che tutto debba essere immediato. Così perdiamo di vista i tempi dell’altro, che possono includere la necessità di elaborare pensieri, emozioni e situazioni.
La qualità delle relazioni si gioca proprio in quell’intervallo di non conoscenza, nello spazio sospeso tra un messaggio e la sua risposta. Uno spazio che andrebbe riempito non con supposizioni, ma con presenza nel presente, con una vita che ci appassioni e che nutra una fiducia di base, evitando di legare il nostro valore alla rapidità con cui qualcuno risponde.
Ci possiamo liberare dall’ansia delle spunte o degli “online” imparando a ridurre il controllo e ad accettare che esistono eventi, tempi e decisioni che non dipendono da noi.

poche nuvole (MC)
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