di Diego Fusaro

La farsa delle Olimpiadi: ammessa Israele, non la Russia

La farsa delle Olimpiadi: ammessa Israele, non la Russia

Si stanno svolgendo in pompa magna le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina: come è ormai evidente da tempo, le olimpiadi hanno cessato di essere un evento sportivo per trasformarsi in evento mediatico e ideologico volto a ortopedizzare le masse in senso liberalprogressista. A questo riguardo, desidero richiamare l’attenzione su un aspetto che non può certo passare inosservato e che rappresenta la chiave di volta per comprendere la valenza ideologica dell’evento olimpionico in sé considerato: la Russia di Putin non è stata ammessa, mentre Israele può gareggiare come se nulla fosse, voglio dire come se non stesse realizzando un deplorevole genocidio ai danni del popolo palestinese, orchestrato e diretto dal criminale di guerra Netanyahu. Insomma, la Russia non viene ammessa dacché è indicata come responsabile del conflitto in corso in Ucraina, quando in realtà, come sappiamo, detto conflitto non è altro se non la guerra dell’Occidente contro la Russia utilizzando il guitto di Kiev come semplice strumento bellico. Invece, Israele, che pure sta compiendo un genocidio ai danni del popolo di Gaza, può essere tranquillamente ammesso dato che è parte integrante dell’occidente e con gli Stati Uniti d’America forma oltretutto il mostro bicefalo dell’imperialismo globale. Intelligenti pauca, come avrebbero detto i nostri antenati romani: ovvero a chi è dotato di intelligenza basta davvero poco per capire, in questo caso per comprendere la gravità ma puoi anche l’ipocrisia insopportabile della situazione olimpionica e non solo olimpionica. E, intanto, Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale, filoisraeliana, filoucraina, filoatlantista e filobancaria, ha dichiarato che chi si oppone alle Olimpiadi è nemico dell’Italia. Lo ha dichiarato in relazione alle forti opposizioni e alle nette contestazioni che stanno emergendo in questi giorni in relazione all’evento olimpionico, che in effetti come ormai da tempo più che una gara sportiva si presenta come un grande evento mediatico di diffusione degli schemi del pensiero unico a supporto dell’imperialismo occidentale e del suo controverso lifestyle liquido e deregolamentato. L’infame espressione “nemici dell’Italia” richiama in maniera piuttosto evidente il gergo di Mussolini, senza che ovviamente Giorgia Meloni abbia nulla a che vedere con l’esperienza del fascismo in quanto tale, essendo lei e il suo partitino risibile l’espressione quintessenziale del neoliberismo atlantista. Se proprio vogliamo a tutti i costi individuare i veri nemici dell’Italia oggi, ebbene li dobbiamo ravvisare proprio nel giullaresco e risibile governo di Giorgia Meloni: un governo che sta mandando armi e soldi all’Ucraina lasciando nella solitudine più radicale gli italiani in difficoltà dalle Marche terremotate alla Sicilia sott’acqua, per non tacere poi dello squallido aumento dell’età pensionabile a nocumento della popolazione della nostra patria. E che dire poi della deplorevole subalternità della nostra patria con il governo Meloni proprio come con i precedenti governi della sinistra neo-liberale rispetto a Washington e a Israele? E della rottura dei rapporti con la Russia di Putin nel nome delle richieste dell’Unione Europea? Insomma, se proprio vogliamo vedere i nemici dell’Italia, ebbene oggi essi sono al potere come lo erano con i precedenti governi della sinistra fucsia. La situazione è tragica, ma non seria...

15/02/2026 11:40
Il partito di Vannacci: altro che alternativa, è l'ennesimo prodotto del sistema dominante

Il partito di Vannacci: altro che alternativa, è l'ennesimo prodotto del sistema dominante

Era del fatto resto ampiamente prevedibile: parte piuttosto male il neofondato partito del generale Vannacci, autore del controverso e puerile saggio sul mondo al contrario e ora esule dalla Lega di Salvini. Dico che parte piuttosto male, poiché come prima mossa rivendica il proprio essere di destra e, di più, di rappresentare la vera destra, a differenza naturalmente della lega di Salvini, accusata di tradimento. Più precisamente, Salvini e Vannacci si stanno reciprocamente accusando di tradimento, dando luogo a un teatrino pietoso degno del livello rasoterra della politica italiana, politica italiana presso la quale non si dibatte mai dei temi fondamentali ma solo di idiozie e di accuse reciproche. Sia quel che sia, proviamo sinceramente pietà per i tanti capita insanabilia che ancora si illudono che il partito del generale possa rappresentare l'alternativa: costoro si meritano altri cent'anni di Mario Draghi e di Meloni, di Elly Schlein e di Salvini. Il generale non soltanto è liberista e atlantista (altro che alternativa all'ordine dominante!), ma come prima mossa riafferma lo schema dicotomico di destra e sinistra che, come abbiamo mostrato nel nostro studio "Demofobia", corrisponde alla mappa tolemaica con la quale i dominanti vogliono che continuiamo a orientarci di modo che mai prendiamo coscienza del fatto che oggi la contrapposizione è tra il basso dei dominati e l’alto dei dominanti e che destra e sinistra rappresentano ugualmente l'interesse dell'alto contro il basso. Se ancora non volete capire che il partito del generale non rappresenta l'alternativa ma soltanto l'ennesima variante del Partito Unico del capitale siete irrecuperabili e indegni di essere elevati al rango di interlocutori filosofico-politici. La domanda da porsi è una soltanto: il partito neofondato del Vannacci rappresenta una alternativa o si tratta dell’ennesimo partito sistemico? La risposta corretta coincide con la seconda ipotesi: e non, si badi, per un possibile tradimento del Vannacci, ma per le intrinseche regioni del suo stesso profilo politico. Non intendo cioè dire che, una volta ottenuto il potere, Vannacci tradirà il suo elettorato: mi sembra invece che le sue posizioni siano già ampiamente sistemiche fin da ora. Sistemica è indubbiamente la sua difesa del libero mercato e del capitalismo come modo della produzione, con tanto di aperta adesione alla teoria neoliberale dello sgocciolamento. In questo senso, il Vannacci è liberista come Giorgia Meloni e come Elly Schlein. Antisistemico sarebbe quel partito che si opponesse al capitalismo e proponesse vie di fuga rispetto alla sua dominazione. In secondo luogo, il profilo politico del generale non mette in discussione realmente la Nato e l’imperialismo statunitense, limitandosi a invocare un patriottismo general-generico che, se anche può essere condiviso nella sua enunciazione generale, risulta concretamente impraticabile fintantoché la patria resta sottomessa all’imperialismo di Washington, cioè a quell’imperialismo che il Vannacci non mette realmente in discussione. Come si può difendere la patria e al tempo stesso accettare la sua subalternità a Washington? Un partito realmente anti-sistemico e patriottico sarebbe quello che si opponesse in maniera incondizionata all’Unione europea e all’imperialismo di Washington, percorrendo la difficile via del multipolarismo e dunque della apertura alla Russia e alla Cina. Soprattutto per queste ragioni crediamo che il neonato partito del Vannacci non possa, allo stato dell’arte, considerarsi anti-sistemico. Temiamo che si tratti dell’eterno ritorno del medesimo, vale a dire del partito unico capitalistico fintamente articolato.

08/02/2026 12:30
Vannacci fonda il suo movimento: l'eterno ritorno del partito unico del capitalismo

Vannacci fonda il suo movimento: l'eterno ritorno del partito unico del capitalismo

Come ampiamente prevedibile, il prode generale Vannacci, autore del fortunato e controverso best seller "Il mondo al contrario", ha depositato il simbolo e il nome del suo nuovo movimento. Si chiama "Futuro nazionale" e presenta le classiche sfumature della destra bluette neoliberale. Che vi fosse aria di divorzio tra il generale e la Lega del ruspante Salvini (dico ruspante perché lo ricordiamo a bordo della ruspa) era evidente ormai da tempo. Molte delle posizioni del Vannacci erano in effetti ormai incompatibili con quelle del Carroccio, anzitutto l'opposizione del generale rispetto al continuo invio sciagurato di armi all'Ucraina del guitto di Kiev. Che cosa accadrà realmente, se il generale fonderà un proprio partito e attuerà la secessione dalla Lega? Sparirà il generale o sparirà la Lega? Sembra non trascurabile il consenso del generale, un consenso che forse potrebbe generare uno smottamento nel partito di Salvini, oltretutto in caduta libera nei consensi per l'evidente tradimento delle proprie premesse e delle proprie promesse, in primo luogo l'antica opposizione all'Unione Europea e la antica vicinanza alla Russia. Se la fondazione del partito di Vannacci rappresentasse realmente un colpo al partito di Salvini e a quello della Meloni – partiti sistemici al cento per cento – sarebbe indubbiamente una buona cosa. Ma non pensiamo affatto che il generale rappresenti un'alternativa: rappresenta invece l’eterno ritorno del medesimo, voglio dire dell'ordine neoliberale egemonico a destra come a sinistra. Molti si ostinano scioccamente a dire che il generale è fascista: in realtà è un liberista classico, che riconosce la superiorità dell'economia sulla politica, del mercato sullo Stato, proprio come Meloni, Salvini e Schlein. Per non tacere, poi, della vannacciana vicinanza a Israele e della sua conseguente opposizione alle ragioni del popolo palestinese. I limiti macroscopici delle tesi espresse nel best seller "Il mondo al contrario" li ho evidenziati a più riprese in passato. In sintesi, è nel vero Vannacci, allorché sostiene che viviamo in un “mondo al contrario”. E però egli omette di evidenziare quali sono i due pilastri del mondo al contrario, dai quali derivano le altre contraddizioni dell’esistente: il capitalismo globalizzato e l’imperialismo statunitense. Se si accettano questi due punti, allora si è parte del mondo al contrario che pure si dice di voler contestare. Ed è appunto ciò che accade, volens nolens, al Vannacci, liberista e atlantista. Del resto, il generale ha apertamente sostenuto una prospettiva liberale, riconoscendo l’importanza del mercato e di fatto negando che esso possa coincidere con il mondo al contrario. Di fatto, egli ha difeso l’idea del trickle down o sgocciolamento: facendo crescere la ricchezza, il mercato lascia sgocciolare verso il basso quote di ricchezza quote di ricchezza. Si tratta di un mantra del pensiero neoliberale, un mantra che però è intrinsecamente falso: se di sgocciolamento vogliamo parlare, nella società capitalistica, allora dobbiamo riconoscere che è in atto uno sgocciolamento inverso, tale per cui dai più poveri le gocce di ricchezza salgono verso i piani alti, poiché il capitalismo sta strutturalmente impoverendo la base per arricchire il vertice, come peraltro dimostrato scientificamente da quanto accaduto con la crisi economica del 2007 e con il salvataggio delle banche con i soldi dei cittadini. Insomma, con il generale Vannacci ci ritroviamo dinanzi all'eterno ritorno del medesimo, ossia del Partito Unico fintamente articolato del capitale, che trova sempre gonzi e citrulli pronti a credere che il partitino di volta in volta emergente rappresenti la novità e l'alternativa, quando in realtà si tratta sempre della solita alternanza che nega ogni reale alternativa.   Già si vedono torme di gonzi, citrulli e militonti che si esaltano per il possibile partito del Vannacci come alternativa all'ordine dominante: vulgus vult decipi, ergo decipiatur. Non siamo andati poi molto più in là rispetto alla caverna di Platone.

01/02/2026 12:40
Trump vuole la Groenlandia: Draghi mette in guardia dai nemici della UE

Trump vuole la Groenlandia: Draghi mette in guardia dai nemici della UE

La Groenlandia è parte della Danimarca: con queste parole semplicissime, inconfutabili e di buon senso, Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, prende posizione sulla controversa questione della Groenlandia. Come è noto, Donald Trump, il presidente della civiltà del dollaro, già da tempo ha deciso di mettere le mani sulla Groenlandia e di annetterla agli Stati Uniti d’America:”la Groenlandia ci serve”, così ha dichiarato Trump, candidamente facendo ammissione dello jus sive potentia. Per parte sua, l’Unione Europea si trova decisamente spiazzata: in quanto colonia senza dignità al traino di Washington, è naturalmente indotta ad accettare cadavericamente le decisioni del padrone a stelle e strisce; ma questa volta, per la prima volta, si tratterebbe di una aggressione militare imperialistica statunitense contro la stessa Europa. Non per caso, Francia e Germania hanno già mandato le loro truppe in Groenlandia. Il paradosso della situazione sta nel fatto che Trump, che sulla carta dovrebbe essere amico dell’Europa, le sta di fatto dichiarando guerra, laddove Putin, che sulla carta dovrebbe essere il principale nemico dell’Europa, ne prende almeno teoricamente le difese ricordando l’ovvio, ovvero che la Groenlandia è parte della Danimarca. Ci hanno raccontato per mesi che la Russia voleva invadere l’Europa e poi l’invasione arriva invece da Washington, che i media occidentali hanno sempre celebrato come il baluardo della Libertà, della democrazia e dei diritti. Forse adesso le cose diverranno più chiare a tutti: Il nemico è e resta Washington, non certo Mosca. Gli euroinomani di Bruxelles stentano a prenderne coscienza ma in ogni caso hanno già cambiato indirizzo, dato che hanno ammesso recentemente l’esigenza di dialogare con quel Putin che fino al giorno prima era considerato il nemico irriducibile con il quale era d’uopo guerreggiare. Intanto così ha dichiarato Draghi: “l’Europa non ha mai avuto così tanti nemici, sia interni, sia esterni”. Queste le recenti dichiarazioni dell’unto dai mercati, l’euroinomane delle brume di Bruxelles, l’uomo nato per comandare senza mai dover essere votato da qualcuno. Secondo l’ex Goldman Sachs ed ex BCE, l’Unione Europea si trova a un tornante storico della propria esistenza, vivendo un momento di crisi senza precedenti per via dei troppinemici che le si parano dinanzi o che vivono al suo interno: tanti nemici, poco onore; così bisognerebbe forse dire in relazione alla tecnocrazia repressiva e depressiva di Bruxelles, tempio vuoto che santifica il turbocapitale sans frontières. Per quel che ci riguarda, ci corre l’obbligo di far notare all’euroinomane di Bruxelles che il principale nemico dell’Europa è la stessa Unione Europea, culmine del neoliberismo e della distruzione preordinata dei diritti sociali dei popoli europei. Per quel che riguarda i nemici esterni, va detto che, a rigore, l’Unione Europea ha fatto di tutto per crearseli: prendiamo il caso della Russia di Putin, un tempo amica dell’Europa, fino aquando l’Europa stessa non decise scelleratamente di interrompere le relazioni e di assumere una ridicola postura bellica, fingendo però che fosse quest’ultima a cercare il conflitto. E che dire, poi, di Donald Trump e dell’America, ora pronti a occupare la Groenlandia? Non erano i nostri amici e preziosi alleati? In verità, Washington non è mai stata amica e alleata dell’Europa, essendo da sempre invece dominatrice dell’Europa intesa e trattata come colonia e come serva sciocca della civiltà del dollaro. Come non mi stanco di ripetere a tambur battente, il nostro nemico oggi non è a Mosca o a Pechino, ma a Bruxelles e a Washington. Non va dimenticato. Se vuoi, nel prossimo passaggio posso ridurre o aumentare l’intensità dei grassetti (più neutri o più polemici) a seconda della piattaforma di pubblicazione.

25/01/2026 11:30
EDITORIALE - "Con l’Iran che resiste alla rivolta colorata made in Usa"

EDITORIALE - "Con l’Iran che resiste alla rivolta colorata made in Usa"

La storia insegna ma non ha scolari, diceva Gramsci. Per questo – aggiungiamo noi – siamo condannati a riviverla, con tutte le sue tragedie e i suoi supplizi. E così, adesso, Donald Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo, l'attuale presidente della civiltà del dollaro, lo ha detto chiaramente e senza infingimenti: "o iraniani, continuate a protestare, presto arriverà il nostro intervento". Quod erat demonstrandum! Non abbiamo, allo stato dell'arte, la certezza che questa rivolta colorata o velvet revolution che dir si voglia sia direttamente finanziata da Washington, ma ora siamo certi che la civiltà del dollaro la supporta pienamente e – se non la ha direttamente propiziata – non poteva desiderare di meglio per i propri interessi imperialistici senza frontiere. Non è una novità, del resto: non soltanto l'Iran è un territorio ricchissimo ma è altresì uno stato resistente e disallineato rispetto alla globalizzazione made in USA. Non sfugga oltretutto la protervia del discorso di Trump, che avrebbe potuto tranquillamente essere quello di Biden o di Bush, di Obama o di Bush Junior: la protervia di chi si sente titolare di una special mission autoassegnata e del ruolo autoattribuito di gendarme del pianeta. Il copione, come non ci stanchiamo di sottolineare, resta sempre il medesimo dal 1989 ad oggi, da quando cioè scoppiò la quarta guerra mondiale, voglio dire il conflitto che la civiltà del dollaro ha dichiarato a tutto il mondo non ancora genuflesso a Washington. Si propiziano e si finanziano rivoluzioni colorate dal basso ma volute da Washington con l'obiettivo di far cadere di volta in volta i governi non allineati alla civiltà del dollaro, la quale interviene in astratto per difendere le ragioni dei popoli oppressi e in concreto per tutelare il proprio interesse imperialistico nel mondo intero, sempre calpestando il diritto internazionale e violando la sovranità altrui. Non è certo la prima rivoluzione colorata gestita in questa maniera nella storia recente. Basti ricordare tra i tanti il caso di Kiev nel 2014 con il colpo di stato di Euromaidan, la cui onda d’urto oltretutto ha portato al conflitto ucraino tutt’ora in corso. Dopo il golpe in Venezuela dei giorni scorsi, siamo prossimi a un colpo di stato in Iran teso a instaurare un governo amico di Washington? Non è affatto un’ipotesi implausibile. Il canovaccio In ogni caso sembra restare sempre il medesimo: dall’ordine discorsivo imperante viene chiamata liberazione la transizione dei Paesi sotto la dominazione a stelle e strisce. Con il Venezuela l’operazione è riuscita piuttosto facilmente. Con l’Iran l’operazione potrebbe dare qualche problema in più agli Stati Uniti d’America. Con la Russia e con la Cina difficilmente si potrà risolvere la questione della loro resistenza a Washington se non con un conflitto a tutti gli effetti. Per parte nostra, non ci stanchiamo di sottolinearlo: bisogna sostenere pienamente tutti gli stati che resistono alla globalizzazione imperialistica statunitense, del tutto a prescinderedal loro governo interno, che a seconda dei casi può essere più o meno condivisibile. Nessuno di noi, credo, si sogna di celebrare il governo teocratico dell’Iran in quanto tale, ma ogni testa pensante dovrebbe ancor di più aborrire l’intervento imperialistico statunitense con bombe umanitarie e missili democratici. Possiamo affermarlo senza tema di smentita: se le inventeranno tutte pur di poter aggredire l'Iran e pur di far passare la loro aggressione imperialistica per intervento umanitario nel nome dei diritti umani da asporto con bombe umanitarie e missili democratici. Si può tranquillamente non avere alcuna stima del governo teocratico di Teheran, ma deve essere chiaro che ancor peggio è l'imperialismo statunitense che, tra l'altro, non produce mai il passaggio dei cosiddetti stati "liberati" alla libertà e alla democrazia, come ci insegna una lunga serie di casi dall'Iraq alla Libia. Per questo motivo, a ragion veduta, dobbiamo sperare che l'Iran riesca a resistere alla rivoluzione colorata e all'aggressione imperialistica made in Usa. Come sempre, è d’uopo supportare tutti i governi che resistono all’imperialismo fintamente umanitario della civiltà dell’hamburger.

18/01/2026 12:00
EDITORIALE - "Viva il Venezuela di Maduro, contro l’imperialismo USA!"

EDITORIALE - "Viva il Venezuela di Maduro, contro l’imperialismo USA!"

Quel che è accaduto in questi giorni in Venezuela segna una svolta radicale nel quadro delle politiche imperialistiche della civiltà dell’hamburger: un vero e proprio salto di qualità senza precedenti. Maduro e la moglie sono stati rapiti da Washington. Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo, ha vigliaccamente pubblicato sui suoi canali social una foto del presidente venezuelano bendato mentre veniva trasportato negli Stati Uniti d’America per essere processato da chi, per ironia della sorte, dovrebbe sedere al banco degli imputati e invece si erge vergognosamente a giudice del mondo intero. È un nuovo tassello dell’ideologia imperiale: la legittimazione del banditismo di Stato, del gangsterismo come prassi politica giustificata, ovviamente umanitaria e democratica. I soliti capita insanabilia del mainstream e dell’ordine mentale allineato a Washington vanno ripetendo che comunque “Maduro era un dittatore”: ebbene, chi lo ha stabilito e su quali basi? Il New York Times, la Casa Bianca? L’Unione europea, la Banca Centrale Europea o il Fondo Monetario Internazionale? Per noi Maduro è e resta un patriota socialista che ha gloriosamente resistito per anni al vile imperialismo neoliberale della civiltà del dollaro. Quand’anche Maduro fosse stato un dittatore, a che titolo e in nome di chi, con quale legittimità e sulla base di quali principi Washington è intervenuta aggredendo uno stato sovrano nazionale e rapendone il presidente nonché la consorte? Se non altro, ora Donald Trump ha definitivamente gettato la maschera: egli non è l’alternativa, ma parte integrante del problema, figurando come un legittimo continuatore delle infami politiche imperialistiche di Bush, di Obama e di Biden. Altro che redentore dell’umanità! Washington, con o senza Trump, resta il nemico principale sul piano geopolitico. Non è difficile prevedere il futuro in questo caso: verosimilmente verrà nominata nuova presidente del Venezuela la signora Machado, già premiata con il Nobel per la pace per la sua collaudata fedeltà all’ordine neoliberale sotto cupola atlantista. Con ciò, il Venezuela, da eroico stato resistente, diverrà l’ennesimo giardino di casa in Sudamerica della civiltà a stelle e strisce. L’essenziale sulla questione credo di averlo già evidenziato: l’eroico patriota socialista Maduro è stato rapito barbaramente da Washington in quanto resistente all’ordine mondiale a stelle e strisce e al neoliberismo, cosicché adesso la civiltà del dollaro potrà prendere il controllo del Paese e del suo petrolio. Desidero però richiamare l’attenzione sulla narrazione ideologica occidentale con cui si prova miserabilmente a giustificare l’impresa barbara della civiltà a stelle e strisce. Si dice anzitutto che Maduro era un dittatore e dunque meritava di essere rovesciato manu militari, come ha fatto Washington: lasciamo da parte la questione del “Maduro dittatore”, una falsità spudorata, se si considera che Maduro è stato eletto ben due volte democraticamente. E lasciamo anche da parte la questione penosa per cui oggi si dice dittatore chiunque risulti sgradito a Washington in quanto resistente alla sua dominazione. Soffermiamoci invece sulla modalità operativa con cui Washington ha agito: ammesso e non concesso che Maduro fosse un dittatore (e, come ho già detto, non lo era), su che basi ciò rende legittimo l’intervento imperialistico militare di Washington, violando palesemente il diritto internazionale e la sovranità dello Stato venezuelano? Chi ha mai dato mandato a Washington per ergersi a poliziotto del mondo e per arrogarsi il diritto di fare missioni umanitarie con bombardamenti etici e missili democratici? Altra questione da considerare: la narrazione ufficiale dice che il popolo venezuelano sta festeggiando la caduta di Maduro. Questa narrazione oscena si basa soltanto sulla realtà mediatica occidentale, che ovviamente dà spazio solo a quanti stanno realmente festeggiando la caduta di Maduro: d’altro canto, se si presta fede alla narrazione mediatica, in Russia esistono solo oppositori di Putin, in Ucraina solo sostenitori del guitto di Kiev, come in Siria esistevano solo oppositori di Assad e a Cuba oppositori di Fidel. Gli sciocchi però si bevono questa narrazione e continuano a ripetere che il Venezuela festeggia la propria liberazione, cioè il proprio passaggio sotto la dominazione di Washington. Qualche cenno merita ancora il contegno osceno delle destre e delle sinistre europee. Quanto alle sinistre, esse condannano fermamente Maduro e insieme riconoscono la violazione del diritto internazionale compiuta da Washington: meglio che niente, certo, ma è ancora troppo poco, se si considera che le sinistre accettano miserabilmente la narrazione liberale secondo cui è dittatore chiunque non si pieghi a Washington e al verbo neoliberale. Lo ripeto ancora più forte: Maduro è stato un eroico patriota socialista che ha continuato la gloriosa linea di Chavez e dell’opposizione all’imperialismo neoliberale a stelle e strisce. Per quel che riguarda le destre, ancora più ignobile è il loro contegno: esse apertamente appoggiano il miserabile e vigliacco contegno di Washington, in quanto odiano Maduro perché socialista. Si autoproclamano astrattamente patriottiche e sovraniste e poi negano il diritto alla sovranità del Venezuela, appoggiando in maniera deplorevole l’interventismo imperialistico della civiltà del dollaro, alla quale sono mentalmente subalterne in tutto e per tutto. È il vecchio vizio del risibile postfascismo italiano, da Almirante a Fratelli d’Italia: dietro il loro patriottismo astratto si nasconde il più esasperato atlantismo, con annessa riduzione dell’Italia a semplice serva di Washington e delle sue nefandezze planetarie. Lo ribadiamo allora con enfasi: viva Maduro e il socialismo patriottico! Viva gli stati che resistono e si oppongono alla globalizzazione imperialistica sotto cupola atlantista!

11/01/2026 10:45
La Bulgaria entra nell'euro: se ne pentirà presto

La Bulgaria entra nell'euro: se ne pentirà presto

  Ebbene sì. Dal primo gennaio 2026 la Bulgaria è entrata ufficialmente nel sistema euro. Ovviamente i più letti e, soprattutto, più venduti giornali nazionali e internazionali celebrano la notizia con giubilo, presentandola come un successo planetario per l’Unione Europea e per la Bulgaria. Procedendo, come sempre, controvento, commentiamo la notizia con le parole del sommo poeta: lasciate ogni speranza, voi che entrate. Il popolo bulgaro apprenderà presto sulla propria pelle che cosa significa realiter entrare nell’inferno del sistema eurocratico. Al di là del vitreo teatro delle ideologie e della propaganda, l’euro non è soltanto, né soprattutto, una moneta, essendo invece un preciso metodo di governo neoliberale; un metodo di governo in grazia del quale si rovescia e si perverte Il canonico rapporto tra politica ed economia, tra Stato e mercato. Infatti, grazie al paradigma della moneta unica, lo Stato si trova in posizione subordinata rispetto al mercato, cosicché in ultima istanza la sovranità appartiene alla Banca Centrale Europea, rispetto alla quale gli Stati dell’Unione Europea si trovano a dipendere pressoché in tutto. Più precisamente, la sovranità monetaria si trasla dagli Stati nazionali alla banca centrale, con la conseguenza per cui gli Stati nazionali debbono indebitarsi con la Banca Centrale Europea, magari trovandosi anche costretti ad attuare le riforme volute da quest’ultima, come accadde alla nostra sventurata Italia nel 2012, allorché ricevette la famosa o, meglio, famigerata letterina che chiedeva deplorevoli riforme in direzione neoliberale. Coerente compimento della dinamica del capitale, l’euro non è una moneta, ma un preciso metodo di governo in cui la politica è integralmente sussunta sotto l’economico. La violenza del capitalismo realizzato in forma assoluta è una violenza puramente economica: con lo spread in luogo del carro armato, con il “debito pubblico” in luogo dei cannoni. Al di là delle retoriche per “anime belle”, la moneta unica europea è servita a cancellare in una volta centocinquant’anni di conquiste sociali e di diritti ottenuti tramite lotte e rivendicazioni. Di più, ha posto in essere una vera e propria “schiavitù del debito” artatamente gestita dall’Unione Europea e dal suo “Patto di Bilancio Europeo”, il Fiscal Compact entrato in vigore nel 2013 e centrato sui sacri dogmi del pareggio di bilancio e dell’abbattimento del debito. Per queste ragioni, il problema che oggi si pone non è come salvare l’euro, bensì come salvarsi dall’euro. E la sola via consiste nel ritorno alla sovranità monetaria di uno Stato nazionale compatibile con il welfare state e tale da anteporre la communitas democratica all’ordo eoconomicus. Teologi della globalizzazione e taumaturghi dell’economia hanno correttamente individuato nell’area mediterranea dell’Europa quello che potremmo definire, con Lenin, l’“anello debole della catena” del capitalismo europeo, il punto su cui fare leva per disarticolarlo e per introdurre il paradigma americano. È, pertanto, sull’area mediterranea che si sta abbattendo la “furia del dileguare” propria della politica economica europea, diretta dalle logiche di riproduzione del capitale finanziario globale: non soltanto sulla Grecia, prima vittima sacrificale immolata al Moloch capitalistico, ma anche sulla Spagna degli Indignados e sull’Italia, perennemente sotto ricatto. Senza esagerazioni è, pertanto, possibile rivolgersi ai popoli che stanno entrando (o che entreranno) nel progetto criminale eurocratico le parole dell’Inferno di Dante: “lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” (III, 9). Insomma, quello che dall’ideologia dominante viene salutato come un giorno felice per la Bulgaria rappresenta invece un giorno massimamente funesto. Come non ci stanchiamo di ripetere ad nauseam, non si tratta di salvare l’euro whatever it takes, come disse l’euroinomane Mario Draghi, l’unto dai mercati: si tratta, semmai, di salvarsi dall’euro il prima possibile. Gli amici Bulgari lo scopriranno presto. E non potranno che maledire il giorno del loro ingresso nell’inferno eurocratico. Un giorno orrendo, da non dimenticare.        

04/01/2026 13:48
Si vis pacem para bellum: Giorgia Meloni la spara grossa

Si vis pacem para bellum: Giorgia Meloni la spara grossa

Ebbene sì, lo ha detto nuovamente. L’ha sparata grossa, anzi grossissima. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio ed esponente di punta del giullaresco governo della destra bluette neoliberale e filoatlantista, filobancaria e filoisraeliana, ha infatti di nuovo dichiarato si vis pacem, para bellum. Deve piacerle particolarmente questa frase latina o forse, si potrebbe malignamente commentare, è la sola che conosca. Sia quel che sia, l’ha nuovamente pronunciata per giustificare l’inaudito e demenziale riarmo dell’Europa sotto l’egida del manicomiale Piano Rearm Europe, voluto dalla sacerdotessa dei mercati apatridi Ursula von der Leyen. Sarebbe d’uopo ricordare a Giorgia Meloni che sprecare risorse pubbliche per il riarmo o per l’invio di armi a Kiev, sacrificando i diritti dei cittadini italiani o, come il suo governo ha fatto, alzando l’età pensionabile, non rappresenta una brillante mossa politica. Oltretutto, continuare a provocare sciaguratamente la Russia, nel tentativo folle di trascinarla nel conflitto, fingendo che sia la Russia stessa a volerlo, rappresenta la pietra angolare di ogni velleità suicidaria di un’Europa sempre più simile a un treno in corsa verso l’abisso. Eppure, se il governo giullaresco di Giorgia Meloni continua a godere di ampio consenso, nonostante le malefatte che produce indefessamente, lo deve a una opposizione inesistente, composta da una vera e propria armata Brancaleone politica, che di fatto condivide la stessa visione atlantista e neoliberale. Pur non nutrendo alcuna simpatia per l’esiziale governo Meloni, lo si può affermare senza tema di smentita e senza perifrasi edulcoranti: con un’opposizione di questo genere, il governo è destinato a rimanere in carica per i prossimi 200 anni. Come sempre, destra e sinistra rappresentano oggi soltanto l’omogeneità bipolare e l’alternanza senza alternativa, ossia le due ali dell’aquila neoliberale che vola dominante nei cieli della globalizzazione turbocapitalistica. Al pari della destra bluette dei sovranisti di cartone e dei patrioti del Fiscal Compact, la sinistra fucsia – sinistrash – non può essere la soluzione, perché è essa stessa il problema. Destra e sinistra sono oggi le due ali dell’aquila neoliberale. La miseria della politica italiana contemporanea riflette in modo perfetto la miseria della politica occidentale, o meglio dell’“uccidente” liberal-atlantista, come sarebbe ormai più corretto definirlo. Secondo quanto analizzato nello studio “Demofobia”, viviamo da anni nel tempo dell’alternanza senza alternativa, in cui destra neoliberale e sinistra neoliberale si succedono al governo garantendo la perpetuazione dell’ordine liberale dominante.

28/12/2025 12:00
No, signora von der Leyen, la UE non è una democrazia: è una tecnocrazia repressiva

No, signora von der Leyen, la UE non è una democrazia: è una tecnocrazia repressiva

La signora Ursula von der Leyen, sacerdotessa dei mercati apolidi e vestale del turbocapitalismo liberal-finanziario, ha recentemente tuonato contro Donald Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo: ha detto enfaticamente che la democrazia europea la decidono i cittadini europei. In sé considerata, la frase sarebbe anche massimamente condivisibile, dacché in effetti dovrebbero essere i cittadini europei a decidere sovranamente nel campo delle questioni inerenti alla vita pubblica europea, contro le continue interferenze di quella civiltà del dollaro che, di fatto, figura come il padrone occupante dell’Europa fin dal 1945. Peccato, però, che negli spazi tetri e alienati di quel costrutto tecnocratico e repressivo chiamato pudicamente Unione Europea i cittadini non abbiano mai deciso nulla e, anzi, le decisioni autocraticamente prese dagli euroinomani e dagli austerici delle brume di Bruxelles siano puntualmente avvenute contro la volontà dei cittadini europei. Come non mi stanco di ribadire, l’Unione Europea si è venuta costituendo come culmine della riorganizzazione verticistica del capitalismo post-1989 e, dunque, come decostruzione dei residui spazi di democrazia che ancora vivevano negli Stati nazionali della vecchia Europa. Oltre a ciò, l’Unione Europea non ha affatto rappresentato il costituirsi di un’Europa indipendente e sovrana, ma al contrario ha potenziato, se mai è possibile, la subalternità del vecchio continente alla civiltà del dollaro. Indi per cui le parole della sacerdotessa dei mercati apatridi suonano come meramente propagandistiche e prive di riscontro nella realtà fattuale. Diciamolo ancor più direttamente: l’Unione Europea, gelido mostro tecnocratico, rappresenta la decostruzione più radicale dei residui spazi democratici che ancora erano presenti negli Stati nazionali europei. Mediante i processi di sovranazionalizzazione, la sovranità dei parlamenti nazionali si è trasferita in una struttura – quella dell’Unione Europea – che tutto è fuorché democratica e che, in ultima istanza, ha collocato la sovranità direttamente nella Banca Centrale Europea, quella banca che, per inciso, nel 2011 mandò la famosa letterina all’Italia, imponendole dall’alto le riforme in chiave ultraliberista. A un’analisi attenta e ideologicamente non condizionata, l’Unione Europea corrisponde a una “rivoluzione passiva” (Gramsci) con cui i dominanti, dopo il 1989, hanno stabilizzato il nesso di forza capitalistico: e l’hanno fatto rimuovendo la potenza che ancora in parte lo contrastava, lo Stato nazionale sovrano, con primato del politico sull’economico e con diritti sociali garantiti. Trionfo di un turbocapitalismo ormai assoluto, la creazione dell’Unione Europea ha provveduto a esautorare l’egemonia del politico: ha aperto la strada all’irresistibile ciclo delle privatizzazioni e dei tagli alla spesa pubblica, della precarizzazione forzata del lavoro e della riduzione sempre più netta dei diritti sociali, imponendo la violenza economica ai danni dei subalterni e dei popoli economicamente più deboli. Per questo, la sola via per riaprire il futuro, per difendere i popoli e il lavoro e per continuare nella lotta che fu di Marx e di Gramsci deve oggi muovere da una critica radicale dell’Europa dell’euro e della finanza. A motivo di ciò, bisogna riconoscere serenamente che oggi l’Unione Europea è il principale nemico dei popoli europei: chi realmente ami l’Europa e la sua storia deve oggi opposersi fermamente a quella Unione Europea che ne rappresenta il più tragico pervertimento.   Il nostro nemico non sta a Mosca o a Pechino, ma a Bruxelles e a Washington.

21/12/2025 13:00
La Russia non vuole la guerra con l’Europa: è l’Europa a volerla

La Russia non vuole la guerra con l’Europa: è l’Europa a volerla

Davvero la Russia vuole invadere l’Europa? Ne dubitiamo fortemente. Del resto, in un suo recente intervento, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha dichiarato testualmente di non avere alcuna intenzione di fare guerra all'Europa. Ha altresì affermato che se però l'Europa volesse la guerra, la Russia sarebbe pronta a combattere. Insomma, per sunteggiare, la Russia non ha alcun interesse a fare la guerra all'Europa, ma, nel caso di un attacco preventivo come quello evocato sciaguratamente da Cavo Dragone, sarebbe ragionevolmente pronta a difendersi con le unghie e con i denti. Queste parole tuttavia sono state completamente travisate in maniera tutt'altro che innocente dai giornali più letti e soprattutto più venduti d'Europa. I quali, con titoli a caratteri cubitali, si sono affannati a dire che la Russia di Putin minaccia l'Europa. Ciò contribuisce a corroborare la tesi dello stesso Putin, il quale in passato ebbe ad affermare che l'Occidente rappresenta oggi l’impero della menzogna, più precisamente l’impero della propaganda. Ovviamente, le masse teledipendenti e tecnonarcotizzate leggono soltanto i titoli dei giornali e non vanno poi ad ascoltarsi cosa realmente abbia detto Putin: di conseguenza ripetono pavlovianamente che Putin è un dittatore perfido, pronto a invadere l'Europa. Così del resto funziona il regno della propaganda: le menzogne vengono ripetute urbi et orbi ipnoticamente, senza spazio alcuno per la verità, cosicché la menzogna stessa può agevolmente imporsi come unica verità. È la dialettica del giornalismo europeo, in forza della quale la propaganda si dà mediante l'informazione e l'informazione si offre come propaganda. La narrazione, come sappiamo, risulta nel caso specifico funzionale alla preparazione delle masse manipolate all'idea di una guerra con la Russia: in particolare, serve a giustificare l'altrimenti ingiustificabile riarmo europeo e magari anche l’aggressione preventiva ai danni della Russia, secondo la sciagurata strategia delineata qualche settimana addietro dal già citato Cavo Dragone. Insomma, se la Russia combatterà con l’Europa sarà per volontà di quest’ultima, vuoi perché aggredirà la Russia, vuoi perché la provocherà allo sfinimento. In ogni caso, lo scenario è tutto fuorché entusiasmante.

14/12/2025 11:10
L'Europa sta per entrare in guerra con la Russia?

L'Europa sta per entrare in guerra con la Russia?

Apprendiamo che la Nato potrebbe compiere ai danni della Russia una aggressione preventiva. Lo ha recentemente dichiarato al “Financial Times” l’ammiraglio Cavo Dragone. Proprio ora che sembrava si fosse trovato un possibile accordo tra Stati Uniti e Russia in relazione alla guerra d’Ucraina, la Nato ammette candidamente la possibilità di una guerra preventiva contro la Russia: la guerra preventiva risulta oltretutto uno degli strumenti bellici più infami, mediante il quale si finge di intraprendere un’azione difensiva nell’atto stesso con cui si aggredisce un altro Stato, giudicato pericoloso e in procinto di aggredire a propria volta. In maniera classicamente orwelliana, si fa passare l’attacco per difesa. Ciò oltretutto si inquadra perfettamente nel regime discorsivo demenziale a cui ormai siamo abituati da anni, quello secondo cui la Russia di Putin si accinge a invadere l’Europa e dunque occorre riarmarsi fino ai denti e, dulcis in fundo, compiere un’aggressione preventiva ai danni della Russia stessa. In ogni caso, con l’emersione di questa sconvolgente verità appare con adamantino profilo quanto già dicevamo da tempo: e cioè che la guerra d'Ucraina è in realtà la guerra che l’occidente a trazione atlantista ha dichiarato alla Russia di Putin, utilizzando l’Ucraina del guitto di Kiev e attore Nato come mero instrumentum belli. Fin dagli anni Novanta, del resto, la Nato si è indebitamente allargata negli spazi post-sovietici, mettendo a profitto la situazione prodottasi con l’ingloriosa implosione dell’Unione Sovietica e con gli ignobili interregni di Gorbaciov e Eltsin. L’obiettivo ultimo appare esso stesso chiarissimo: prendersi la Russia, normalizzarla in senso liberale e atlantista, devitalizzarne ogni velleità di sovranità e di resistenza. Sia quel che sia, deve essere chiaro che la Nato non ha a che fare in questo caso con la Serbia o con l’Iraq, ma con una potenza mondiale sovrana militarmente ed economicamente e, oltretutto, appoggiata direttamente dal dragone cinese. Come si suol dire, Putin venderà cara la pelle e la Russia difenderà fino in fondo la propria autonomia rispetto alle mire neobarbariche della libido dominandi della civiltà del dollaro. Il cupio dissolvi e la pulsione autodistruttiva dell’Occidente, anzi dell’uccidente, si manifestano ormai in forma eclatante e tragicomica. Ci pare comunque che sia davvero giunto il momento di tracciare un bilancio, sia pure provvisorio, sulla guerra di Ucraina e sulla lezione che, anche questa volta, la Russia ci ha impartito: dico “anche questa volta”, dacché la Russia ha storicamente impartito molteplici lezioni all’Europa, segnatamente tutte le volte che essa ha sciaguratamente provato a muoverle guerra. Ebbene, la lezione che apprendiamo ancora una volta è che non si può sconfiggere la Russia e che è votato allo scacco ogni tentativo di aggredirla: come abbiamo infinite volte evidenziato, la guerra d’Ucraina non è affatto la guerra che la Russia ha dichiarato a Kiev, come sempre è stata presentata dagli autoproclamati professionisti delle informazioni. È, invece, il conflitto lungamente preparato dall’occidente a trazione atlantista, mediante un graduale accerchiamento della Russia, culminato con il tentativo di far passare Kiev sotto la Nato e dunque di portare le basi militari a stelle e strisce ai confini con Mosca. A Obama che diceva Yes we can, Putin rispose idealmente asserendo No you can’t. La Russia è oggi una potenza sovrana sul piano economico e militare, geopolitico e culturale: una potenza che oltretutto è supportata dal dragone cinese ed è dunque in grado di resistere fermamente alla anglobalizzazione, ossia alla americanizzazione imperialistica. La funzione svolta dai Brics in questo senso è preziosissima ed è auspicabile che l’alleanza si potenzi e si allarghi in funzione anti-imperialistica. Questo è il fabula docet: Donald Trump l’ha capito e infatti ha scelto, non certo per presunta dote umanitaria, ma con sobrio e cauto realismo, di trattare con Putin e di cercare insieme a lui la via della pace. L’Europa, per parte sua, sempre più simile a un treno in corsa verso l’abisso, sembra non volerlo capire in alcun modo, tant’è che si ostina stoltamente a cercare in ogni maniera la prosecuzione del conflitto e l’irragionevole supporto al guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, dittatore e attore, in una parola “dittattore”.

07/12/2025 12:17
La famiglia del bosco: cosa non vi dicono e dovreste sapere…

La famiglia del bosco: cosa non vi dicono e dovreste sapere…

In queste ore, si dibatte senza tregua intorno alla controversa vicenda della famiglia che viveva nei boschi in Abruzzo e alla quale è stata portata via la prole per decisione presa dal tribunale. Si leggono in effetti opinioni contrastanti e il dibattito pare essere polarizzato, come spesso del resto accade quando si verificano vicende di questo genere. Sia quel che sia, dalla vicenda della famiglia che viveva nel bosco e alla quale hanno portato via i figli apprendiamo quattro punti saldi dell’ordine nel quale ci troviamo, nostro malgrado, a vivere: 1. L’ecologismo è incentivato se e solo se inscritto nell’ordine capitalistico (modalità green economy o ambientalismo neoliberale che dir si voglia). I paladini dell’economia verde non accettano ricette che non siano quelle sotto l’egida del capitale, perché in fondo il verde che a loro interessa è quello dei dollari, non certo quello della natura. Business is business, as usual... E dire che con il suo ritorno into the wild la famiglia dell’Abruzzo ha compiuto la transizione ecologica più radicale: anziché essere stata premiata, è stata duramente punita. 2. A essere repressa dal potere non è solo la rivoluzione che cambia l’ordine delle cose, ma anche la ribellione individuale di chi compie la propria secessione dall’ordine della civiltà dei consumi, modalità “ribelle” di Jünger (letteralmente Waldgaenger, “colui che passa al bosco”). Autrement dit, viene represso non soltanto il soggetto politico che progetti una trasformazione sociale complessiva, secondo il modello della rivoluzione messo a tema da Marx: viene represso anche semplicemente chi compia l’esodo individuale dalla civiltà dei consumi, scegliendo di passare al bosco e di scollegarsi dall’ordine tecnomorfo. La ribellione di Jünger resta un gesto individuale e, non di meno, politico. Infatti, mette in discussione le forme dominanti della politica ritirando il consenso e ridefinendo il senso stesso dell’appartenenza politica. “Ribelle”, Waldgaenger, è letteralmente colui che “passa al bosco” in quanto individuo, compiendo una secessione personale dall’ordine politico. Richiamandosi alle fonti di una moralità non ancora dispersa nei canali delle istituzioni, il ribelle si dà alla macchia, come gli antichi fuorilegge medievali. Sceglie di condurre un’esistenza libera e rischiosa, esterna rispetto alla legge, strutturalmente non istituzionalizzabile nei dispositivi universalizzanti della politica: “il Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto”, scrive Jünger. Gli elementi che stanno alla base della sua scelta anticonformista sono, anzitutto, la volontà di opporre resistenza nell’hic et nunc, di “dare battaglia, sia pure disperata”, rigettando l’automatismo della civiltà della tecnica, il sistema elettorale come finzione che occulta le scelte già sovranamente prese dal potere, e il fatalismo come rinuncia all’agire trasformativo. 3. L’ordine neoliberale non è più nemmeno in grado di garantire i diritti individuali: ormai reprime apertamente chiunque non si allinei ai moduli della civiltà del consumo. La civiltà liberale una volta di più ammette apertamente che la sola libertà che le stia a cuore è quella del mercato, sul cui altare è pronta in ogni istante a sacrificare la libertà degli individui. Ne discende una società del controllo e della sorveglianza totali. 4. Nella civiltà del tardo capitalismo, viene rimossa non soltanto la sovranità sul proprio corpo individuale (già da tempo di proprietà delle multinazionali no border), ma anche quella sui propri figli, che ormai appartengono evidentemente al potere, che può disporne liberamente. Manca ancora qualche anno al 2030, eppure l’agenda 2030 sembra già in larga parte realizzata: non avrai più niente – nemmeno i tuoi figli – e sarai felice… Insomma, more solito, il capolavoro del potere tecnocapitalistico.

30/11/2025 13:00
Bassetti lo ammette: metà dei morti non erano per Covid-19

Bassetti lo ammette: metà dei morti non erano per Covid-19

La commissione d'inchiesta sul cosiddetto nemico invisibile ha nei giorni scorsi interrogato il dottor Bassetti, protagonista indiscusso della stagione virologica superstar, con epifanie catodiche costanti garantite a tutte le ore su tutti i canali. Al cospetto di una domanda sollevata da Alberto Bagnai, il noto medico genovese ha candidamente ammesso che almeno il 50% dei dichiarati deceduti a causa del nemico invisibile in verità sono morti con il nemico invisibile ma non a causa di esso. Quod erat demonstrandum! Al tempo dell'emergenza, ogni persona deceduta con il nemico invisibile in corpo veniva ipso facto certificata come morta a causa del nemico invisibile, con effetti spesso sorprendenti e demenziali, come, tra i tanti, quello del signore affogato nel mare di Termoli nel 2020, registrato come morto a causa del nemico invisibile, da cui pure era infetto. Avevamo segnalato questa anomalia nel nostro studio "Golpe globale. Capitalismo terapeutico e grande reset": la logica aberrante sottesa a quella narrazione era quella per cui il “post hoc, ergo propter hoc” veniva fatto valere sempre e comunque senza distinguo, con il malcelato scopo di alimentare il clima di panico e di emergenza e indurre la popolazione impaurita ad accettare l’inaccettabile. Su “Il Corriere della Sera” (28.8.2020) si leggeva, con un titolo altamente esplicativo, "Mio padre morto di morte naturale, ma è stato classificato come Covid". Sulla “Attestazione Covid salme” che risponde alle esigenze dell’emergenza epidemiologica, vi è scritto che non è stato eseguito alcun tampone, e dunque non si è in attesa del referto, né si dichiara che il defunto sia risultato negativo o positivo. Al contrario – così leggiamo – è "indeterminato (salma da considerarsi positiva)". Ora, che l’indeterminato sia da considerarsi positivo è quanto meno problematico. Quante salme “indeterminate” sono state egualmente conteggiate come “decessi a causa di Covid-19”? È anche alla luce di questa non innocente e palesemente non responsabile informazione che si spiega il clima di terrore psicologico vissuto dalla popolazione. Resterà un enigma il modo in cui milioni di persone si siano lasciate manipolare e terrorizzare da siffatta narrazione contraddittoria, superficiale, incoerente e approssimativa: narrazione che, com’è evidente, è essa stessa stata, nei mesi di marzo e aprile, la sola realtà esperita dai cittadini reclusi agli arresti domiciliari. Il principio generale, forse, potrebbe essere quello che desumiamo da 1984 di Orwell: "se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera". Il nuovo regime sanitario, con i suoi docili schiavi marchiati con la mascherina, potrebbe anche ribattezzarsi: Covid-1984. Nella piena attuazione dell’esse est percipi di Berkeley, la realtà si risolve nella sua narrazione, nella quale nulla è neutro o imparziale. Non esistono fatti sciolti da interpretazioni: e la scelta di enunciare certi fatti a esclusione di altri non può certo dirsi neutrale. Si dà sempre – come bene sapeva Foucault – un reticolo di sapere e potere: reticolo in grazia del quale non vi è sapere che non veicoli potere e non vi è potere che non produca un suo specifico sapere. Così, ad esempio, le migliaia di morti per Covid-19 sono una cifra certo sorprendente, che assume un aspetto radicalmente differente se posta in connessione con i dati statistici annuali. È questa, come sappiamo, la cifra dell’emergenza come stile di governo: si fa in modo che la popolazione impaurita sia disposta ad accettare ciò che nella normalità mai accetterebbe, come ad esempio confinamenti domiciliari coatti o la tessera verde. Come diceva Seneca, la verità, anche se sommersa, viene presto o tardi a galla. Ed è ciò che sta accadendo. Sta emergendo con limpido profilo come ciò che abbiamo vissuto nel 2020 fosse un grande laboratorio sociale di produzione dei nuovi assetti del turbocapitalismo dell'emergenza perpetua, come nuova normalità.

23/11/2025 14:00
Il tatuaggio di Calenda e le nuove ondate di censura liberale

Il tatuaggio di Calenda e le nuove ondate di censura liberale

Continuano a manifestarsi in Europa e in Italia episodi di censura liberale con tanto di mordacchia democratica. Non soltanto vengono proibiti i concerti e le esibizioni di artisti russi, come pochi giorni fa è accaduto a Verona. Vengono anche boicottate le conferenze di studiosi, come è successo a Torino, ove è è stata annullata la conferenza sulla Russia che sarebbe dovuta essere svolta da Angelo D'Orsi, storico professore di scienze politiche ed esperto studioso di Antonio Gramsci. Per impedire la conferenza, leggiamo sul "Fatto quotidiano", pare siano intervenuti direttamente Pina Picierno e Carlo Calenda, l'uomo che si è fatto tatuare sul braccio il tridente ucraino. La situazione si fa ogni giorno più grave e merita qualche pur telegrafica considerazione critica. Una sedicente democrazia che proibisca attività culturali e conferenze pubbliche in cosa si distingue ancora da un regime dittatoriale? Ovviamente, la narrazione liberale dice che rientra pienamente nei perimetri della democrazia liberale impedire la diffusione di idee pericolose per la conservazione della stessa democrazia liberale. È il noto paradosso di Popper, secondo cui nella open society non bisogna essere tolleranti con gli intolleranti: dico paradosso, dacché basta indicare colui che ha idee diverse dalle nostre come intollerante per potergli agevolmente negare il diritto di parola. Anche qui, oltretutto, si esibisce la mediocrità della filosofia politica di Popper (che resta un valido filosofo della scienza ma un pessimo filosofo della politica): mediocrità che, come è noto, raggiunge il suo punto massimo nella liquidazione, da parte di Popper, di Platone, Hegel e Marx come totalitari. Tanto più grande di Popper appare allora Spinoza, il massimo teorico moderno della democrazia: nella democrazia, spiega Spinoza, ciascuno deve avere il diritto di dire liberamente tutto ciò che pensa (libertas philosophandi). Del resto, come si nota nel "Trattato teologico-politico", probabilmente il testo più rivoluzionario dell'intera modernità filosofica, se si nega ai cittadini tale libertà, essi continueranno a pensare in privato ciò che vogliono e, oltre a ciò, nutriranno sentimenti di crescente ostilità verso lo Stato che reprime il loro pensiero. Trascuro scientemente di fare anche solo un raffronto fra la cultura di Angelo D'Orsi e quella di Picierno e di Calenda: basti ricordare che gli ultimi due già da tempo si battono in nome della censura democratica e della mordacchia liberale, traendo diletto dal proibire conferenze e dal vietare esibizioni culturali di varia natura. Intelligenti pauca, come dicevano i romani. Se anche vogliamo ammettere, ex hypothesi, che le idee diffuse da Angelo D'Orsi siano false (cosa tutta da dimostrare), ebbene le idee false si combattono con le idee vere, non certo con la censura e con la repressione. Come diceva ancora Spinoza, il vero è index sui et falsi: basta esibire la verità per confutare il falso. È il falso che, non potendo confutare il vero, deve impedirne la libera espressione. La censura oltretutto non serve ed è anzi controproducente, dacché rivela soltanto l'incapacità di confutare le idee del censurato. E, in effetti, fatico e non poco a immaginare un pubblico dibattito culturale in cui la signora Picierno e il tatuato Calenda riescano a confutare con la forza delle idee e del logon didonai le posizioni di Angelo D'Orsi... Intanto sta avendo una certa diffusione in rete l'immagine trionfale dello stesso Calenda, uno tra i più impenitenti liberal-atlantisti d'Europa, che ostenta baldanzosamente il tatuaggio del tridente ucraino recentemente fatto sul proprio braccio. Con orgoglio, l'araldo del pensiero unico liberal-atlantista dice così: "Ce lo siamo tatuati per la vita". Una prova ulteriore a sostegno della tesi che da tempo andiamo sostenendo, ossia che, accanto agli invasori e agli invasi, esistono anche gli "invasati", ossia quelli che si lasciano annebbiare lo sguardo dall'ideologia. Già da tempo, in effetti, Calenda sostiene posizioni radicalmente ideologiche, propugnando la difesa delle irragionevoli ragioni di Zelensky, attore Nato, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. Quando si parla di Ucraina, letteralmente Carlo Calenda smette di ragionare e spara come una mitraglia sentenze ad alto tasso ideologico se not propagandistico. Ognuno naturalmente fa tatuare sul proprio corpo ciò che desidera, su questo nulla quaestio. Ma mi punge vaghezza di far pacatamente notare a Carlo Calenda che i tatuaggi hanno la prerogativa di essere indelebili o, se si preferisce, non così facilmente cancellabili. E spesse volte i tatuaggi testimoniano di storie d'amore finite male. Nel caso specifico, che ne sarà del tatuaggio del tridente ucraino quando, presto o tardi, emergerà tutta la verità su questa oscena guerra d'Ucraina, conflitto voluto e propiziato dall'occidente a trazione americana con l'obiettivo di far capitolare la Russia di Putin e, oltretutto, utilizzando a mo' di manovalanza il battaglione Azov?   Segnatevi comunque questo giorno: tra 5 o 6 anni vedremo se sul braccio di Calenda verrà ancora ostentato il tatuaggio col tridente ucraino. O se sarà una storia d'amore finita male, come non ci pare del tutto implausibile che potrà accadere...

16/11/2025 11:27
USA pronti ad aggredire il Venezuela? Noi stiamo con Maduro e con il patriottismo socialista

USA pronti ad aggredire il Venezuela? Noi stiamo con Maduro e con il patriottismo socialista

La situazione pare poter precipitare da un momento all’altro. Sta salendo vertiginosamente di ora in ora la tensione tra Stati Uniti d’America e Venezuela. Leggiamo che, tra l’altro, è in arrivo nei Caraibi la portaerei Usa Gerald Ford. Dunque, la civiltà dell’hamburger si prepara a una nuova nefanda opera di esportazione della democrazia e dei diritti umani a suon di bombardamenti umanitari, missili democratici, embarghi terapeutici e imperialismo etico? Non è affatto da escludere, benché Donald Trump stia provando a smentire almeno teoricamente questa eventualità. Se gli Stati Uniti d’America dovessero aggredire il Venezuela o propiziare un regime change, non ce ne stupiremmo affatto. Si tratterebbe, a ben vedere, di un episodio coerente di questa quarta guerra mondiale, divampata nel 1989, successiva alla terza (la cosiddetta guerra fredda) e caratterizzata dall’espansionismo militare statunitense contro tutti i paesi non ancora allineati al Washington consensus, subito delegittimati come stati canaglia e come dittature degne di essere rovesciate manu militari. Le ragioni della eventuale aggressione statunitense ai danni del Venezuela sarebbero soprattutto due: anzitutto, il petrolio, che abbonda in Venezuela e che con tutta evidenza fa gola a Washington e alla sua fame di dominio. In secondo luogo, il governo di Maduro risulta massimamente detestabile per la civiltà dell’hamburger. Maduro, infatti, è un patriota socialista, antiglobalista e anti-imperialista, che sta con coraggio difendendo la gloriosa eredità di Chavez, opponendosi fermamente tanto al modello neoliberale, quanto all’imperialismo della civiltà del dollaro. Per questo, i media occidentali e l’ordine discorsivo monopolisticamente gestito dai padroni della parola continuano da anni a diffamarlo e a presentarlo come un efferato dittatore degno di essere abbattuto. Non sfugga che, poche settimane fa, è stata insignita del Nobel per la pace la signora Machado, ferma oppositrice di Maduro e aperta sostenitrice di Washington e della neoliberalizzazione del Venezuela. Per parte sua, Maduro ha già telefonato a Putin chiedendo supporto. È da sperare che Russia, Cina e Paesi disallineati supportino il Venezuela in caso di infame aggressione statunitense. Per parte nostra, auguriamo lunga vita a Maduro e al Venezuela libero dal neoliberismo e dall’imperialismo. Quanto a Washington, non ci stupiamo del suo contegno: continua pomposamente a presentarsi come soluzione, quando in realtà è il principale problema. Per questo, noi stiamo con il patriota socialista Maduro e con tutti gli Stati che resistono al criminale imperialismo a stelle e strisce. È da anni che Washington prova a destabilizzare il Venezuela di Maduro: prima con il guitto Guaidò, ora con la signora Machado. Il Venezuela di Maduro è uno degli eroici Stati a socialismo patriottico che costellano l’America Latina, dalla Cuba del defunto Fidel alla Bolivia dell’eroico Morales. La monarchia del dollaro ha inscenato, ancora una volta, la sua patetica commedia volta a delegittimare il Venezuela per poterlo poi aggredire manu militari. La stagione del chavismo può anche essere letta in questa chiave: un governo socialista sottoposto al vile e sempre reiterato tentativo di destabilizzazione ad opera della potenza del dollaro. In nome di un pluriverso multipolare, resistente alle bieche logiche del mondialismo a stelle e strisce, è bene appoggiare gli Stati che resistono e che mantengono vivo il senso della resistenza e della lotta contro i crimini dell’imperialismo made in Usa. Con le parole di Che Guevara: “Patria o muerte”.

09/11/2025 13:10
Draghi e Orban, due visioni opposte dell'Unione Europea

Draghi e Orban, due visioni opposte dell'Unione Europea

"L'Europa è sotto attacco": sono queste le recenti e demenziali dichiarazioni di Mario Draghi, l'euroinomane delle brume di Bruxelles, l'impenitente austerico nonché unto dai mercati. Continua dunque indefessamente la narrazione propagandistica dell'Unione Europea, treno in corsa verso l'abisso, tempio vuoto che santifica il turbocapitalismo finanziario e la disidentificazione coatta del vecchio continente. Come non mi stanco di sottolineare, la penosa narrazione secondo cui la Russia di Putin si accinge a invadere l'Europa non si regge se non su una propaganda sfacciata e senza fondamento, buona solo a giustificare l'ingiustificabile riarmo europeo, secondo il manicomiale piano del Rearm Europe voluto dalla vestale dei mercati apatridi Ursula von der Leyen. Oltretutto il piano è stato recentemente ribattezzato col nome ancora più orwelliano di Preserving Peace: nel migliore stile orwelliano, la pace è guerra (e l'informazione è propaganda). Se la Russia entrerà in guerra con l'Europa, ciò dipenderà unicamente dalla continua e oscena provocazione attuata dall'Europa stessa, che di tutto sta facendo acciocché la Russia sia trascinata nel conflitto. Per questo, contro l'euroinomane Draghi, bisogna ripetere una volta di più, con enfasi, che non bisogna salvare a ogni costo l'euro e la UE, ma bisogna, viceversa, salvarsi a ogni costo dall'euro e dalla UE. Il nostro nemico non è a Mosca o a Pechino: è a Bruxelles e a Washington. Opposta a quella di Mario Draghi è la posizione di Viktor Orban, l'indomito presidente dell'Ungheria, ha recentemente dichiarato, senza perifrasi, che l'Unione Europea non conta nulla. Difficile dargli torto, in effetti, ferma restando la nostra critica radicale al liberalismo di Orban e alla la sua vicinanza a Israele. L'Unione Europea risulta oggi semplicemente una colonia della civiltà a stelle e strisce, figurando di più come la sua serva sciocca. Ma l'Unione Europea non conta nulla non soltanto sul piano militare, risultando in fondo una grande base militare statunitense, ma anche sul piano economico, essendosi condannata stoltamente al ruolo di semplice famulo di Washington. Spezzando sciaguratamente le proprie relazioni con la Russia, infatti, l'Unione Europea deve attualmente comprare a costi decisamente esosi il gas dagli Stati Uniti d'America, dai quali finisce per dipendere in tutto e per tutto. Oltre a ciò, Orban ha dichiarato che Donald Trump sbaglia con Putin, dacché le sanzioni alla Russia sono un grave errore: ha altresì affermato che proverà in prima persona a far cambiare idea a Trump. Inutile negarlo: Orban, insieme con Robert Fico, resta attualmente una vera e propria spina nel fianco per l'Unione Europea, treno in corsa verso l’abisso e tempio vuoto che santifica il turbocapitale sans frontières a beneficio del sinedrio liberal-finanziario. E, almeno sotto questo profilo, Orban merita rispetto, poiché l'opposizione all'Unione Europea resta il pilastro, in Europa, della guerra contro il sistema capitalistico.

02/11/2025 11:00
Ennesima lite tra Trump e Zelensky: una situazione comica, oltreché tragica

Ennesima lite tra Trump e Zelensky: una situazione comica, oltreché tragica

Ebbene sì, Donald Trump ha recentemente svolto alcune dichiarazioni che meritano davvero un pur telegrafico commento. Il codino biondo che fa impazzire il mondo così si è rivolto duramente al guitto di Kiev, l'attore Nato Zelensky: "Cedi il Donbass o sarai distrutto". Parole inequivocabili, con le quali il presidente della civiltà dell’hamburger chiarisce senza perifrasi, una volta di più, la propria posizione tanto rispetto all’Ucraina, quanto rispetto alla Russia. Con sobrio realismo, Trump ha capito ciò che sfuggiva all’arcobalenico e vegliardo Biden, ossia che la Russia di Putin non può essere sconfitta e che con essa bisogna dunque trattare diplomaticamente. Con le parole poc’anzi menzionate, inoltre, ha ribadito una volta di più la propria epidermica idiosincrasia per il guitto di Kiev: una idiosincrasia che, oltretutto, era già emersa limpidamente durante il memorabile incontro presso la sala ovale di qualche mese addietro, allorché l’attore Nato era stato sbertucciato e ridicolizzato davanti al mondo intero. Come se non bastasse, sempre nei giorni scorsi, Trump ha dichiarato testualmente che l’Ucraina potrebbe vincere la guerra ma che non crede ce la farà. Una frase emblematica e irresistibilmente beffarda, con la quale Trump ammette in astratto la possibilità di vittoria per l'Ucraina e poi in concreto si dice convinto che ciò non potrà accadere. Anche in questo caso, non si tratta se non di un solido e robusto realismo: anche perché - inutile negarlo - l'Ucraina continuerà a combattere fintantoché sarà supportata da Washington e da Bruxelles, che finora l’hanno utilizzata come instrumentum belli contro la Russia di Putin, colpevole di non genuflettersi al nuovo ordine mondiale a stelle e strisce e, di più, di organizzare intorno a sé la resistenza di tutti gli Stati disallineati a Washington. Insomma, sembra davvero che si stia profilando lo scenario che avevamo già da tempo previsto: il guitto di Kiev, burattino telecomandato da Washington, si trova ora con il cerino in mano, pronto a fare la fine impietosa delle marionette di Mangiafuoco, gettate nelle fiamme quando lo spettacolo è finito. E intanto il guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky torna a piagnucolare goffamente, più malmostoso che mai. E recita la solita e ormai logora parte della vittima incompresa, abbandonata ingiustamente dagli amici più fedeli. D’altro canto, il guitto di Kiev nasce come attore e fino alla fine continua a recitare la sua parte. Esordì nella serie televisiva "The servant of the people", prima di passare a recitare direttamente nei palazzi del potere in qualità di "servant of the american ruling class". Ora egli si lagna per il fatto che gli alleati non lo stanno supportando a dovere e reclama nuovi missili. Dice accoratamente che l’Ucraina ne ha disperato bisogno per poter continuare nella sua folle guerra contro la Russia di Putin. Per parte sua, Mark Rutte, segretario della NATO dal cognome particolarmente evocativo (nomina sunt omina), ha chiarito che anche quest’anno gli aiuti della NATO a Kiev saranno in linea con quelli dell’anno precedente. Dunque, la Nato, braccio armato dell’imperialismo a stelle e strisce e della sua libido dominandi planetaria, continua a investire nella manicomiale guerra ucraina; una guerra che, come non ci stanchiamo di sottolineare ad nauseam, è principalmente la guerra che la Nato, la civiltà del dollaro e l’occidente, rectius l’uccidente liberal-atlantista, vogliono condurre contro la Russia di Putin per piegarla in quanto Stato disallineato al nuovo ordine mondiale liberal-atlantista e, di più, resistente alla sua dinamica espansionistica. Il quadro è piuttosto chiaro, almeno per quanti non vogliano come sempre compiere il gesto dello struzzo, che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere ciò che gli sta intorno. D’altro canto, il guitto di Kiev tutto l’interesse ha a fare in modo che il conflitto proceda sine die: infatti, il giorno in cui dovesse terminare, egli sarebbe finalmente giudicato dal suo popolo e verosimilmente il giudizio sarebbe tutt’altro che benigno.

26/10/2025 12:20
L’estinzione del cromosoma Y: una società senza più maschi?

L’estinzione del cromosoma Y: una società senza più maschi?

In questi giorni, leggiamo su diverse testate (ad esempio su “Fanpage”) che, secondo una ricerca scientifica recentissima, il cromosoma Y starebbe sparendo, con il rischio della scomparsa definitiva del genere maschile. Si tratta naturalmente di una notizia ampiamente allarmante, di cui tuttavia non debbono essere trascurati i possibili risvolti ideologici. Vorrei formularli nel modo che segue: la sparizione del genere maschile corrisponde a una asettica descrizione scientifica della realtà o a un desideratum del nostro Zeitgeist e del blocco oligarchico neoliberale? Mi spiego meglio: come ho cercato di chiarire nel mio studio "Il nuovo ordine erotico", la società del turbocapitalismo sans frontières e della deregolamentazione integrale ha già da tempo preso di mira la figura del maschio e, segnatamente, quella del padre, utilizzando la logora categoria della lotta contro il patriarcato per giustificare tale aggressione al maschio in quanto tale. La civiltà dei consumi, infatti, si basa sull'abbattimento di ogni regola e di ogni tabù, dunque sulla decostruzione della figura del padre in quanto simbolo della legge: nell'accezione di Lacan, il padre è la figura che pone in essere la legge, dal padre eterno al padre biologico. L'impero del tecnocapitale con deregulation integrale si fonda sull'abbattimento della legge come ostacolo per l'illimitata circolazione della merce e per l'infinita autovalorizzazione del capitale. La stessa lotta contro il patriarcato non ha di mira realmente il patriarcato, che in Europa non esiste più da almeno 70 anni, avendo invece come obiettivo critico la figura del padre in quanto tale. La nostra società sempre più viene configurandosi come la società dal padre evaporato, senza padre biologico e senza padre eterno: una società edipica, che letteralmente uccide ogni possibile determinazione del padre. La donna ha, per molti versi, cessato di essere un sesso. È divenuta un ideale universale prescrittivo, con annesso imperativo della svirilizzazione integrale della società sfociante nella sempre iterata accusa al maschio come figura autoritaria e aggressiva, quando non "superata" dalla storia. È, ad esempio, quanto apertis verbis sostenuto da Telmo Pievani in un programmatico testo dal titolo Il maschio è inutile (2014), nel quale la terminologia scientifica darwiniana occulta una lampante vocazione ideologica e politica, che conduce l’autore a disinvolte esternazioni come la seguente: "In natura il sesso debole è quello maschile, non c’è più dubbio. Il futuro evolutivo è donna". Siffatte tesi, nelle quali si coagula lo spirito del tempo, sono largamente diffuse. Basti, ancora, rammentare a mo’ di exemplum il testo di Aldo Cazzullo, dall’inequivocabile titolo Le donne erediteranno la terra (2016): nelle cui pagine, in riferimento all’evo flessibile, si tematizza senza pudore "il secolo del sorpasso della femmina sul maschio". Si tratta, a rigore, di tesi dalla forte valenza discriminatoria, che de facto applicano al genere ciò che a suo tempo De Gobineau, non meno sciaguratamente, riferì alle razze nel suo Essai sur l’inégalité des races humaines, ritenendo di aver individuato una nuova razza superiore. Si può, allora, interpretare secondo questa chiave ermeneutica il risultato dello studio scientifico di cui si diceva in apertura? Si tratta forse, nemmeno troppo obliquamente, dell'ennesimo attacco ideologico alla figura del maschio e del padre, in coerenza con l'assetto della società della Tecnica e del turbocapitalismo? È una possibilità che non possiamo in alcun caso escludere, anche considerato il fatto che la scienza non è mai uno sguardo "da nessun luogo", ma è sempre incorporata nei rapporti di produzione e dunque nel diagramma dei nessi di forza.

19/10/2025 12:00
Rutte (Nato): "Siamo tutti in pericolo". E intanto Zelensky piagnucola

Rutte (Nato): "Siamo tutti in pericolo". E intanto Zelensky piagnucola

Ebbene sì, il segretario della NATO Rutte (nomina sunt omina) ha recentemente dichiarato, senza perifrasi, che "siamo tutti in pericolo". Ha spiegato che i missili russi potrebbero, da un momento all’altro, colpire Roma o Londra. Continua, dunque, imperterrita la narrazione propagandistica incardinata sul terrore: terrore che, come ormai dovremmo ben sapere, rappresenta un vero e proprio metodo di governo, dacché le masse terrorizzate sono disposte ad accettare docilmente tutte le misure liberticide poste in essere, a patto che siano presentate come atte a garantire la sicurezza minacciata. L’emergenza epidemica dovrebbe pur averci insegnato qualcosa. Governare mediante la paura rappresenta un punto cardinale dell’ordine neoliberale contemporaneo. Non più il nemico invisibile identificato con il patogeno, ma la Russia di Putin viene ora utilizzata come minaccia per giustificare le politiche emergenziali, secondo una narrazione propagandistica in accordo con la quale la Russia di Putin sarebbe in procinto di invadere e aggredire l’Europa: con la conseguenza per cui quest’ultima dovrebbe prepararsi bellicamente a reagire all’attacco. Per questa via, l’ordine dominante può presentare il proprio riarmo (in specie, il folle piano del Rearm Europe) e magari anche il conflitto come se fosse dovuto alla Russia, quando in realtà, come sappiamo, allo stato dell’arte, è l’Europa che si sta riarmando fino ai denti e che sta provocando la Russia, quasi come se volesse trascinarla a tutti i costi nel conflitto. In secondo luogo, non ci stupiremmo se, come già accadde con l’emergenza epidemica, venissero presto poste in essere misure liberticide e palesemente repressive, giustificate come necessarie per fronteggiare l’emergenza bellica cagionata dalla Russia di Putin. Insomma, cambia l’oggetto dell’emergenza, ma persiste lo schema operativo e narrativo di ordine emergenziale, utilizzato come ars regendi da parte del sinedrio liberal-atlantista per potenziare il proprio dominio. Intanto, il guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood, continua a fare la parte che più gli compete, quella dell’attore di second’ordine. E adesso inscena una tragedia greca in piena regola, piagnucolando in mondovisione e lagnandosi accoratamente del fatto che i suoi alleati non supportano adeguatamente l’Ucraina. Con tutta evidenza, le cose stanno andando ben altrimenti rispetto ai desiderata del guitto di Kiev e del suo padrone a stelle e strisce. Non soltanto la Russia di Putin non accenna a crollare, come pure i professionisti dell’informazione ci avevano garantito sarebbe accaduto nel volgere di pochi mesi: la Russia sembra oggi più ringalluzzita che mai, forte economicamente e militarmente, aperta a un mare magnum di nuove relazioni commerciali e politiche. Oltretutto, nei giorni scorsi la Russia ha abbattuto ben 250 droni ucraini. In difficoltà, semmai, sono l’Ucraina del guitto di Kiev, l’Unione Europea degli euroinomani delle brume di Bruxelles e, dulcis in fundo, la civiltà talassocratica dell’hamburger. Mentre l’occidente, anzi l’uccidente liberal-atlantista, affonda gradualmente come il Titanic, il veliero russo procede speditamente e, come avrebbero detto i latini, ventis secundis.   Che cosa vuole dunque di più dai suoi alleati il guitto di Kiev? Vuole altre armi e altri soldi? Non ne ha già avuti a sufficienza? Una cosa deve essere chiara al di là di ogni ragionevole dubbio: l’attore Nato non vuole in alcun modo che si giunga alla pace, anche perché nel momento in cui dovesse terminare il conflitto, egli dovrebbe rendere conto del proprio operato al suo popolo e siamo certi che il giudizio non sarebbe particolarmente benigno.

12/10/2025 11:00
La Ue si prepara per la guerra con la Russia: è ormai inevitabile?

La Ue si prepara per la guerra con la Russia: è ormai inevitabile?

Muro di droni e scudo spaziale: sono queste - apprendiamo in queste ore - le priorità della difesa per l'Unione Europea. Ne danno notizia con zelo i più letti e, soprattutto, più venduti quotidiani nazionali ed europei, con il tono trionfale di chi annuncia una saggia decisione. Francamente, nel leggere questa notizia dal carattere vagamente fumettistico sovviene alla memoria quella sigla di un noto cartone degli anni che furono, che recitava grossomodo così: “Si trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole, tra le stelle sprinta e va...”. In effetti, tutto questo farebbe anche ridere, se solo non facesse piangere. La situazione va tragicamente peggiorando di ora in ora: sembra che l'Unione Europea sia ormai decisa a trascinare la Russia di Putin nella guerra, naturalmente fingendo che sia la Russia stessa a volere il conflitto e a essere in procinto di invadere l'Europa. D'altro canto, tutto questo risulta perfettamente coerente con la forma mentis oggi egemonica in Occidente, anzi in uccidente: poiché l'invaso ha sempre ragione - come hanno ripetuto in forma martellante per giustificare il sostegno all'Ucraina - e la dichiarazione di guerra da parte dell'Europa potrebbe suonare sgradita all'opinione pubblica europea, non vi è soluzione più efficace che fingere che sia la Russia a dichiarare guerra e che conseguentemente l'Europa stia soltanto difendendo se stessa. Chiaro, no? Si provoca il nemico in ogni modo, portandolo al conflitto, magari anche con menzogne eclatanti come per più versi sembra fare abitualmente l'occidente: e si fa passare la propria volontà bellica e la propria aggressività imperialistica per esigenza difensiva, lasciando credere alle masse tecnonarcotizzate e teledipendenti che l'Europa si stia soltanto difendendo dal perfido nemico invasore e invasato. Una strategia narrativa quasi perfetta, che però, va detto, può far presa soltanto su quanti ancora non abbiano inquadrato il reale modus operandi della civiltà uccidentale. Intanto, il ministro tedesco della difesa, Boris Pistorius, ha recentemente dichiarato con sicumera che la Russia “diventa sempre più pericolosa per la Nato”. Nulla di nuovo sotto il sole, a dire il vero: continua come sempre la solita e ormai logora propaganda russofobica; propaganda in forza della quale si assume che la Russia sia in procinto di invadere l’Europa e che, conseguentemente, l’Europa debba con diritto riarmarsi fino ai denti per potersi così difendere in caso di attacco (attacco che, secondo un generale della NATO britannico, dovrebbe scattare il 3 novembre: manca solo l’ora esatta…). Con spirito critico, dovremmo provare a rovesciare la narrazione: e se fossero la Nato, l’Europa e l’occidente, anzi l’uccidente liberal-atlantista, a volere realmente la guerra contro la Russia, fingendo che sia quest’ultima ad attaccare e in realtà provocandola ogni altra misura per rendere inevitabile il conflitto? Un’ipotesi da non sottovalutare, a nostro giudizio, anche in ragione del fatto che il comparto manifatturiero teutonico, profondamente in crisi, può trarre nuova linfa vitale dalla produzione di armi. In ogni caso, si può rovesciare sicuramente l’affermazione del ministro teutonico della difesa: la Nato rappresenta sempre più un pericolo per la Russia, secondo una climax principiata negli anni Novanta, quando l’uccidente prese ad allargarsi negli spazi un tempo sovietici, e culminante nel nostro presente, con la Russia accerchiata dalla Nato e con l’Ucraina utilizzata come testa d’ariete contro la Russia stessa, grazie all’appoggio del guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. D’altro canto, se non erriamo, dal 1989 ad oggi la massima parte delle guerre scaturite nel mondo sono state occasionate proprio dall’imperialismo etico dell’Occidente, non dalla presunta aggressività espansionistica della Russia.

05/10/2025 11:19
Copyright © 2020 Picchio News s.r.l.s | P.IVA 01914260433
Registrazione al Tribunale di Macerata n. 4235/2019 R.G.N.C. - n. 642/2020 Reg. Pubbl. - n. 91 Cron.