di Diego Fusaro

La Bulgaria entra nell'euro: se ne pentirà presto

La Bulgaria entra nell'euro: se ne pentirà presto

  Ebbene sì. Dal primo gennaio 2026 la Bulgaria è entrata ufficialmente nel sistema euro. Ovviamente i più letti e, soprattutto, più venduti giornali nazionali e internazionali celebrano la notizia con giubilo, presentandola come un successo planetario per l’Unione Europea e per la Bulgaria. Procedendo, come sempre, controvento, commentiamo la notizia con le parole del sommo poeta: lasciate ogni speranza, voi che entrate. Il popolo bulgaro apprenderà presto sulla propria pelle che cosa significa realiter entrare nell’inferno del sistema eurocratico. Al di là del vitreo teatro delle ideologie e della propaganda, l’euro non è soltanto, né soprattutto, una moneta, essendo invece un preciso metodo di governo neoliberale; un metodo di governo in grazia del quale si rovescia e si perverte Il canonico rapporto tra politica ed economia, tra Stato e mercato. Infatti, grazie al paradigma della moneta unica, lo Stato si trova in posizione subordinata rispetto al mercato, cosicché in ultima istanza la sovranità appartiene alla Banca Centrale Europea, rispetto alla quale gli Stati dell’Unione Europea si trovano a dipendere pressoché in tutto. Più precisamente, la sovranità monetaria si trasla dagli Stati nazionali alla banca centrale, con la conseguenza per cui gli Stati nazionali debbono indebitarsi con la Banca Centrale Europea, magari trovandosi anche costretti ad attuare le riforme volute da quest’ultima, come accadde alla nostra sventurata Italia nel 2012, allorché ricevette la famosa o, meglio, famigerata letterina che chiedeva deplorevoli riforme in direzione neoliberale. Coerente compimento della dinamica del capitale, l’euro non è una moneta, ma un preciso metodo di governo in cui la politica è integralmente sussunta sotto l’economico. La violenza del capitalismo realizzato in forma assoluta è una violenza puramente economica: con lo spread in luogo del carro armato, con il “debito pubblico” in luogo dei cannoni. Al di là delle retoriche per “anime belle”, la moneta unica europea è servita a cancellare in una volta centocinquant’anni di conquiste sociali e di diritti ottenuti tramite lotte e rivendicazioni. Di più, ha posto in essere una vera e propria “schiavitù del debito” artatamente gestita dall’Unione Europea e dal suo “Patto di Bilancio Europeo”, il Fiscal Compact entrato in vigore nel 2013 e centrato sui sacri dogmi del pareggio di bilancio e dell’abbattimento del debito. Per queste ragioni, il problema che oggi si pone non è come salvare l’euro, bensì come salvarsi dall’euro. E la sola via consiste nel ritorno alla sovranità monetaria di uno Stato nazionale compatibile con il welfare state e tale da anteporre la communitas democratica all’ordo eoconomicus. Teologi della globalizzazione e taumaturghi dell’economia hanno correttamente individuato nell’area mediterranea dell’Europa quello che potremmo definire, con Lenin, l’“anello debole della catena” del capitalismo europeo, il punto su cui fare leva per disarticolarlo e per introdurre il paradigma americano. È, pertanto, sull’area mediterranea che si sta abbattendo la “furia del dileguare” propria della politica economica europea, diretta dalle logiche di riproduzione del capitale finanziario globale: non soltanto sulla Grecia, prima vittima sacrificale immolata al Moloch capitalistico, ma anche sulla Spagna degli Indignados e sull’Italia, perennemente sotto ricatto. Senza esagerazioni è, pertanto, possibile rivolgersi ai popoli che stanno entrando (o che entreranno) nel progetto criminale eurocratico le parole dell’Inferno di Dante: “lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” (III, 9). Insomma, quello che dall’ideologia dominante viene salutato come un giorno felice per la Bulgaria rappresenta invece un giorno massimamente funesto. Come non ci stanchiamo di ripetere ad nauseam, non si tratta di salvare l’euro whatever it takes, come disse l’euroinomane Mario Draghi, l’unto dai mercati: si tratta, semmai, di salvarsi dall’euro il prima possibile. Gli amici Bulgari lo scopriranno presto. E non potranno che maledire il giorno del loro ingresso nell’inferno eurocratico. Un giorno orrendo, da non dimenticare.        

04/01/2026 13:48
Si vis pacem para bellum: Giorgia Meloni la spara grossa

Si vis pacem para bellum: Giorgia Meloni la spara grossa

Ebbene sì, lo ha detto nuovamente. L’ha sparata grossa, anzi grossissima. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio ed esponente di punta del giullaresco governo della destra bluette neoliberale e filoatlantista, filobancaria e filoisraeliana, ha infatti di nuovo dichiarato si vis pacem, para bellum. Deve piacerle particolarmente questa frase latina o forse, si potrebbe malignamente commentare, è la sola che conosca. Sia quel che sia, l’ha nuovamente pronunciata per giustificare l’inaudito e demenziale riarmo dell’Europa sotto l’egida del manicomiale Piano Rearm Europe, voluto dalla sacerdotessa dei mercati apatridi Ursula von der Leyen. Sarebbe d’uopo ricordare a Giorgia Meloni che sprecare risorse pubbliche per il riarmo o per l’invio di armi a Kiev, sacrificando i diritti dei cittadini italiani o, come il suo governo ha fatto, alzando l’età pensionabile, non rappresenta una brillante mossa politica. Oltretutto, continuare a provocare sciaguratamente la Russia, nel tentativo folle di trascinarla nel conflitto, fingendo che sia la Russia stessa a volerlo, rappresenta la pietra angolare di ogni velleità suicidaria di un’Europa sempre più simile a un treno in corsa verso l’abisso. Eppure, se il governo giullaresco di Giorgia Meloni continua a godere di ampio consenso, nonostante le malefatte che produce indefessamente, lo deve a una opposizione inesistente, composta da una vera e propria armata Brancaleone politica, che di fatto condivide la stessa visione atlantista e neoliberale. Pur non nutrendo alcuna simpatia per l’esiziale governo Meloni, lo si può affermare senza tema di smentita e senza perifrasi edulcoranti: con un’opposizione di questo genere, il governo è destinato a rimanere in carica per i prossimi 200 anni. Come sempre, destra e sinistra rappresentano oggi soltanto l’omogeneità bipolare e l’alternanza senza alternativa, ossia le due ali dell’aquila neoliberale che vola dominante nei cieli della globalizzazione turbocapitalistica. Al pari della destra bluette dei sovranisti di cartone e dei patrioti del Fiscal Compact, la sinistra fucsia – sinistrash – non può essere la soluzione, perché è essa stessa il problema. Destra e sinistra sono oggi le due ali dell’aquila neoliberale. La miseria della politica italiana contemporanea riflette in modo perfetto la miseria della politica occidentale, o meglio dell’“uccidente” liberal-atlantista, come sarebbe ormai più corretto definirlo. Secondo quanto analizzato nello studio “Demofobia”, viviamo da anni nel tempo dell’alternanza senza alternativa, in cui destra neoliberale e sinistra neoliberale si succedono al governo garantendo la perpetuazione dell’ordine liberale dominante.

28/12/2025 12:00
No, signora von der Leyen, la UE non è una democrazia: è una tecnocrazia repressiva

No, signora von der Leyen, la UE non è una democrazia: è una tecnocrazia repressiva

La signora Ursula von der Leyen, sacerdotessa dei mercati apolidi e vestale del turbocapitalismo liberal-finanziario, ha recentemente tuonato contro Donald Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo: ha detto enfaticamente che la democrazia europea la decidono i cittadini europei. In sé considerata, la frase sarebbe anche massimamente condivisibile, dacché in effetti dovrebbero essere i cittadini europei a decidere sovranamente nel campo delle questioni inerenti alla vita pubblica europea, contro le continue interferenze di quella civiltà del dollaro che, di fatto, figura come il padrone occupante dell’Europa fin dal 1945. Peccato, però, che negli spazi tetri e alienati di quel costrutto tecnocratico e repressivo chiamato pudicamente Unione Europea i cittadini non abbiano mai deciso nulla e, anzi, le decisioni autocraticamente prese dagli euroinomani e dagli austerici delle brume di Bruxelles siano puntualmente avvenute contro la volontà dei cittadini europei. Come non mi stanco di ribadire, l’Unione Europea si è venuta costituendo come culmine della riorganizzazione verticistica del capitalismo post-1989 e, dunque, come decostruzione dei residui spazi di democrazia che ancora vivevano negli Stati nazionali della vecchia Europa. Oltre a ciò, l’Unione Europea non ha affatto rappresentato il costituirsi di un’Europa indipendente e sovrana, ma al contrario ha potenziato, se mai è possibile, la subalternità del vecchio continente alla civiltà del dollaro. Indi per cui le parole della sacerdotessa dei mercati apatridi suonano come meramente propagandistiche e prive di riscontro nella realtà fattuale. Diciamolo ancor più direttamente: l’Unione Europea, gelido mostro tecnocratico, rappresenta la decostruzione più radicale dei residui spazi democratici che ancora erano presenti negli Stati nazionali europei. Mediante i processi di sovranazionalizzazione, la sovranità dei parlamenti nazionali si è trasferita in una struttura – quella dell’Unione Europea – che tutto è fuorché democratica e che, in ultima istanza, ha collocato la sovranità direttamente nella Banca Centrale Europea, quella banca che, per inciso, nel 2011 mandò la famosa letterina all’Italia, imponendole dall’alto le riforme in chiave ultraliberista. A un’analisi attenta e ideologicamente non condizionata, l’Unione Europea corrisponde a una “rivoluzione passiva” (Gramsci) con cui i dominanti, dopo il 1989, hanno stabilizzato il nesso di forza capitalistico: e l’hanno fatto rimuovendo la potenza che ancora in parte lo contrastava, lo Stato nazionale sovrano, con primato del politico sull’economico e con diritti sociali garantiti. Trionfo di un turbocapitalismo ormai assoluto, la creazione dell’Unione Europea ha provveduto a esautorare l’egemonia del politico: ha aperto la strada all’irresistibile ciclo delle privatizzazioni e dei tagli alla spesa pubblica, della precarizzazione forzata del lavoro e della riduzione sempre più netta dei diritti sociali, imponendo la violenza economica ai danni dei subalterni e dei popoli economicamente più deboli. Per questo, la sola via per riaprire il futuro, per difendere i popoli e il lavoro e per continuare nella lotta che fu di Marx e di Gramsci deve oggi muovere da una critica radicale dell’Europa dell’euro e della finanza. A motivo di ciò, bisogna riconoscere serenamente che oggi l’Unione Europea è il principale nemico dei popoli europei: chi realmente ami l’Europa e la sua storia deve oggi opposersi fermamente a quella Unione Europea che ne rappresenta il più tragico pervertimento.   Il nostro nemico non sta a Mosca o a Pechino, ma a Bruxelles e a Washington.

21/12/2025 13:00
La Russia non vuole la guerra con l’Europa: è l’Europa a volerla

La Russia non vuole la guerra con l’Europa: è l’Europa a volerla

Davvero la Russia vuole invadere l’Europa? Ne dubitiamo fortemente. Del resto, in un suo recente intervento, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha dichiarato testualmente di non avere alcuna intenzione di fare guerra all'Europa. Ha altresì affermato che se però l'Europa volesse la guerra, la Russia sarebbe pronta a combattere. Insomma, per sunteggiare, la Russia non ha alcun interesse a fare la guerra all'Europa, ma, nel caso di un attacco preventivo come quello evocato sciaguratamente da Cavo Dragone, sarebbe ragionevolmente pronta a difendersi con le unghie e con i denti. Queste parole tuttavia sono state completamente travisate in maniera tutt'altro che innocente dai giornali più letti e soprattutto più venduti d'Europa. I quali, con titoli a caratteri cubitali, si sono affannati a dire che la Russia di Putin minaccia l'Europa. Ciò contribuisce a corroborare la tesi dello stesso Putin, il quale in passato ebbe ad affermare che l'Occidente rappresenta oggi l’impero della menzogna, più precisamente l’impero della propaganda. Ovviamente, le masse teledipendenti e tecnonarcotizzate leggono soltanto i titoli dei giornali e non vanno poi ad ascoltarsi cosa realmente abbia detto Putin: di conseguenza ripetono pavlovianamente che Putin è un dittatore perfido, pronto a invadere l'Europa. Così del resto funziona il regno della propaganda: le menzogne vengono ripetute urbi et orbi ipnoticamente, senza spazio alcuno per la verità, cosicché la menzogna stessa può agevolmente imporsi come unica verità. È la dialettica del giornalismo europeo, in forza della quale la propaganda si dà mediante l'informazione e l'informazione si offre come propaganda. La narrazione, come sappiamo, risulta nel caso specifico funzionale alla preparazione delle masse manipolate all'idea di una guerra con la Russia: in particolare, serve a giustificare l'altrimenti ingiustificabile riarmo europeo e magari anche l’aggressione preventiva ai danni della Russia, secondo la sciagurata strategia delineata qualche settimana addietro dal già citato Cavo Dragone. Insomma, se la Russia combatterà con l’Europa sarà per volontà di quest’ultima, vuoi perché aggredirà la Russia, vuoi perché la provocherà allo sfinimento. In ogni caso, lo scenario è tutto fuorché entusiasmante.

14/12/2025 11:10
L'Europa sta per entrare in guerra con la Russia?

L'Europa sta per entrare in guerra con la Russia?

Apprendiamo che la Nato potrebbe compiere ai danni della Russia una aggressione preventiva. Lo ha recentemente dichiarato al “Financial Times” l’ammiraglio Cavo Dragone. Proprio ora che sembrava si fosse trovato un possibile accordo tra Stati Uniti e Russia in relazione alla guerra d’Ucraina, la Nato ammette candidamente la possibilità di una guerra preventiva contro la Russia: la guerra preventiva risulta oltretutto uno degli strumenti bellici più infami, mediante il quale si finge di intraprendere un’azione difensiva nell’atto stesso con cui si aggredisce un altro Stato, giudicato pericoloso e in procinto di aggredire a propria volta. In maniera classicamente orwelliana, si fa passare l’attacco per difesa. Ciò oltretutto si inquadra perfettamente nel regime discorsivo demenziale a cui ormai siamo abituati da anni, quello secondo cui la Russia di Putin si accinge a invadere l’Europa e dunque occorre riarmarsi fino ai denti e, dulcis in fundo, compiere un’aggressione preventiva ai danni della Russia stessa. In ogni caso, con l’emersione di questa sconvolgente verità appare con adamantino profilo quanto già dicevamo da tempo: e cioè che la guerra d'Ucraina è in realtà la guerra che l’occidente a trazione atlantista ha dichiarato alla Russia di Putin, utilizzando l’Ucraina del guitto di Kiev e attore Nato come mero instrumentum belli. Fin dagli anni Novanta, del resto, la Nato si è indebitamente allargata negli spazi post-sovietici, mettendo a profitto la situazione prodottasi con l’ingloriosa implosione dell’Unione Sovietica e con gli ignobili interregni di Gorbaciov e Eltsin. L’obiettivo ultimo appare esso stesso chiarissimo: prendersi la Russia, normalizzarla in senso liberale e atlantista, devitalizzarne ogni velleità di sovranità e di resistenza. Sia quel che sia, deve essere chiaro che la Nato non ha a che fare in questo caso con la Serbia o con l’Iraq, ma con una potenza mondiale sovrana militarmente ed economicamente e, oltretutto, appoggiata direttamente dal dragone cinese. Come si suol dire, Putin venderà cara la pelle e la Russia difenderà fino in fondo la propria autonomia rispetto alle mire neobarbariche della libido dominandi della civiltà del dollaro. Il cupio dissolvi e la pulsione autodistruttiva dell’Occidente, anzi dell’uccidente, si manifestano ormai in forma eclatante e tragicomica. Ci pare comunque che sia davvero giunto il momento di tracciare un bilancio, sia pure provvisorio, sulla guerra di Ucraina e sulla lezione che, anche questa volta, la Russia ci ha impartito: dico “anche questa volta”, dacché la Russia ha storicamente impartito molteplici lezioni all’Europa, segnatamente tutte le volte che essa ha sciaguratamente provato a muoverle guerra. Ebbene, la lezione che apprendiamo ancora una volta è che non si può sconfiggere la Russia e che è votato allo scacco ogni tentativo di aggredirla: come abbiamo infinite volte evidenziato, la guerra d’Ucraina non è affatto la guerra che la Russia ha dichiarato a Kiev, come sempre è stata presentata dagli autoproclamati professionisti delle informazioni. È, invece, il conflitto lungamente preparato dall’occidente a trazione atlantista, mediante un graduale accerchiamento della Russia, culminato con il tentativo di far passare Kiev sotto la Nato e dunque di portare le basi militari a stelle e strisce ai confini con Mosca. A Obama che diceva Yes we can, Putin rispose idealmente asserendo No you can’t. La Russia è oggi una potenza sovrana sul piano economico e militare, geopolitico e culturale: una potenza che oltretutto è supportata dal dragone cinese ed è dunque in grado di resistere fermamente alla anglobalizzazione, ossia alla americanizzazione imperialistica. La funzione svolta dai Brics in questo senso è preziosissima ed è auspicabile che l’alleanza si potenzi e si allarghi in funzione anti-imperialistica. Questo è il fabula docet: Donald Trump l’ha capito e infatti ha scelto, non certo per presunta dote umanitaria, ma con sobrio e cauto realismo, di trattare con Putin e di cercare insieme a lui la via della pace. L’Europa, per parte sua, sempre più simile a un treno in corsa verso l’abisso, sembra non volerlo capire in alcun modo, tant’è che si ostina stoltamente a cercare in ogni maniera la prosecuzione del conflitto e l’irragionevole supporto al guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, dittatore e attore, in una parola “dittattore”.

07/12/2025 12:17
La famiglia del bosco: cosa non vi dicono e dovreste sapere…

La famiglia del bosco: cosa non vi dicono e dovreste sapere…

In queste ore, si dibatte senza tregua intorno alla controversa vicenda della famiglia che viveva nei boschi in Abruzzo e alla quale è stata portata via la prole per decisione presa dal tribunale. Si leggono in effetti opinioni contrastanti e il dibattito pare essere polarizzato, come spesso del resto accade quando si verificano vicende di questo genere. Sia quel che sia, dalla vicenda della famiglia che viveva nel bosco e alla quale hanno portato via i figli apprendiamo quattro punti saldi dell’ordine nel quale ci troviamo, nostro malgrado, a vivere: 1. L’ecologismo è incentivato se e solo se inscritto nell’ordine capitalistico (modalità green economy o ambientalismo neoliberale che dir si voglia). I paladini dell’economia verde non accettano ricette che non siano quelle sotto l’egida del capitale, perché in fondo il verde che a loro interessa è quello dei dollari, non certo quello della natura. Business is business, as usual... E dire che con il suo ritorno into the wild la famiglia dell’Abruzzo ha compiuto la transizione ecologica più radicale: anziché essere stata premiata, è stata duramente punita. 2. A essere repressa dal potere non è solo la rivoluzione che cambia l’ordine delle cose, ma anche la ribellione individuale di chi compie la propria secessione dall’ordine della civiltà dei consumi, modalità “ribelle” di Jünger (letteralmente Waldgaenger, “colui che passa al bosco”). Autrement dit, viene represso non soltanto il soggetto politico che progetti una trasformazione sociale complessiva, secondo il modello della rivoluzione messo a tema da Marx: viene represso anche semplicemente chi compia l’esodo individuale dalla civiltà dei consumi, scegliendo di passare al bosco e di scollegarsi dall’ordine tecnomorfo. La ribellione di Jünger resta un gesto individuale e, non di meno, politico. Infatti, mette in discussione le forme dominanti della politica ritirando il consenso e ridefinendo il senso stesso dell’appartenenza politica. “Ribelle”, Waldgaenger, è letteralmente colui che “passa al bosco” in quanto individuo, compiendo una secessione personale dall’ordine politico. Richiamandosi alle fonti di una moralità non ancora dispersa nei canali delle istituzioni, il ribelle si dà alla macchia, come gli antichi fuorilegge medievali. Sceglie di condurre un’esistenza libera e rischiosa, esterna rispetto alla legge, strutturalmente non istituzionalizzabile nei dispositivi universalizzanti della politica: “il Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto”, scrive Jünger. Gli elementi che stanno alla base della sua scelta anticonformista sono, anzitutto, la volontà di opporre resistenza nell’hic et nunc, di “dare battaglia, sia pure disperata”, rigettando l’automatismo della civiltà della tecnica, il sistema elettorale come finzione che occulta le scelte già sovranamente prese dal potere, e il fatalismo come rinuncia all’agire trasformativo. 3. L’ordine neoliberale non è più nemmeno in grado di garantire i diritti individuali: ormai reprime apertamente chiunque non si allinei ai moduli della civiltà del consumo. La civiltà liberale una volta di più ammette apertamente che la sola libertà che le stia a cuore è quella del mercato, sul cui altare è pronta in ogni istante a sacrificare la libertà degli individui. Ne discende una società del controllo e della sorveglianza totali. 4. Nella civiltà del tardo capitalismo, viene rimossa non soltanto la sovranità sul proprio corpo individuale (già da tempo di proprietà delle multinazionali no border), ma anche quella sui propri figli, che ormai appartengono evidentemente al potere, che può disporne liberamente. Manca ancora qualche anno al 2030, eppure l’agenda 2030 sembra già in larga parte realizzata: non avrai più niente – nemmeno i tuoi figli – e sarai felice… Insomma, more solito, il capolavoro del potere tecnocapitalistico.

30/11/2025 13:00
Bassetti lo ammette: metà dei morti non erano per Covid-19

Bassetti lo ammette: metà dei morti non erano per Covid-19

La commissione d'inchiesta sul cosiddetto nemico invisibile ha nei giorni scorsi interrogato il dottor Bassetti, protagonista indiscusso della stagione virologica superstar, con epifanie catodiche costanti garantite a tutte le ore su tutti i canali. Al cospetto di una domanda sollevata da Alberto Bagnai, il noto medico genovese ha candidamente ammesso che almeno il 50% dei dichiarati deceduti a causa del nemico invisibile in verità sono morti con il nemico invisibile ma non a causa di esso. Quod erat demonstrandum! Al tempo dell'emergenza, ogni persona deceduta con il nemico invisibile in corpo veniva ipso facto certificata come morta a causa del nemico invisibile, con effetti spesso sorprendenti e demenziali, come, tra i tanti, quello del signore affogato nel mare di Termoli nel 2020, registrato come morto a causa del nemico invisibile, da cui pure era infetto. Avevamo segnalato questa anomalia nel nostro studio "Golpe globale. Capitalismo terapeutico e grande reset": la logica aberrante sottesa a quella narrazione era quella per cui il “post hoc, ergo propter hoc” veniva fatto valere sempre e comunque senza distinguo, con il malcelato scopo di alimentare il clima di panico e di emergenza e indurre la popolazione impaurita ad accettare l’inaccettabile. Su “Il Corriere della Sera” (28.8.2020) si leggeva, con un titolo altamente esplicativo, "Mio padre morto di morte naturale, ma è stato classificato come Covid". Sulla “Attestazione Covid salme” che risponde alle esigenze dell’emergenza epidemiologica, vi è scritto che non è stato eseguito alcun tampone, e dunque non si è in attesa del referto, né si dichiara che il defunto sia risultato negativo o positivo. Al contrario – così leggiamo – è "indeterminato (salma da considerarsi positiva)". Ora, che l’indeterminato sia da considerarsi positivo è quanto meno problematico. Quante salme “indeterminate” sono state egualmente conteggiate come “decessi a causa di Covid-19”? È anche alla luce di questa non innocente e palesemente non responsabile informazione che si spiega il clima di terrore psicologico vissuto dalla popolazione. Resterà un enigma il modo in cui milioni di persone si siano lasciate manipolare e terrorizzare da siffatta narrazione contraddittoria, superficiale, incoerente e approssimativa: narrazione che, com’è evidente, è essa stessa stata, nei mesi di marzo e aprile, la sola realtà esperita dai cittadini reclusi agli arresti domiciliari. Il principio generale, forse, potrebbe essere quello che desumiamo da 1984 di Orwell: "se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera". Il nuovo regime sanitario, con i suoi docili schiavi marchiati con la mascherina, potrebbe anche ribattezzarsi: Covid-1984. Nella piena attuazione dell’esse est percipi di Berkeley, la realtà si risolve nella sua narrazione, nella quale nulla è neutro o imparziale. Non esistono fatti sciolti da interpretazioni: e la scelta di enunciare certi fatti a esclusione di altri non può certo dirsi neutrale. Si dà sempre – come bene sapeva Foucault – un reticolo di sapere e potere: reticolo in grazia del quale non vi è sapere che non veicoli potere e non vi è potere che non produca un suo specifico sapere. Così, ad esempio, le migliaia di morti per Covid-19 sono una cifra certo sorprendente, che assume un aspetto radicalmente differente se posta in connessione con i dati statistici annuali. È questa, come sappiamo, la cifra dell’emergenza come stile di governo: si fa in modo che la popolazione impaurita sia disposta ad accettare ciò che nella normalità mai accetterebbe, come ad esempio confinamenti domiciliari coatti o la tessera verde. Come diceva Seneca, la verità, anche se sommersa, viene presto o tardi a galla. Ed è ciò che sta accadendo. Sta emergendo con limpido profilo come ciò che abbiamo vissuto nel 2020 fosse un grande laboratorio sociale di produzione dei nuovi assetti del turbocapitalismo dell'emergenza perpetua, come nuova normalità.

23/11/2025 14:00
Il tatuaggio di Calenda e le nuove ondate di censura liberale

Il tatuaggio di Calenda e le nuove ondate di censura liberale

Continuano a manifestarsi in Europa e in Italia episodi di censura liberale con tanto di mordacchia democratica. Non soltanto vengono proibiti i concerti e le esibizioni di artisti russi, come pochi giorni fa è accaduto a Verona. Vengono anche boicottate le conferenze di studiosi, come è successo a Torino, ove è è stata annullata la conferenza sulla Russia che sarebbe dovuta essere svolta da Angelo D'Orsi, storico professore di scienze politiche ed esperto studioso di Antonio Gramsci. Per impedire la conferenza, leggiamo sul "Fatto quotidiano", pare siano intervenuti direttamente Pina Picierno e Carlo Calenda, l'uomo che si è fatto tatuare sul braccio il tridente ucraino. La situazione si fa ogni giorno più grave e merita qualche pur telegrafica considerazione critica. Una sedicente democrazia che proibisca attività culturali e conferenze pubbliche in cosa si distingue ancora da un regime dittatoriale? Ovviamente, la narrazione liberale dice che rientra pienamente nei perimetri della democrazia liberale impedire la diffusione di idee pericolose per la conservazione della stessa democrazia liberale. È il noto paradosso di Popper, secondo cui nella open society non bisogna essere tolleranti con gli intolleranti: dico paradosso, dacché basta indicare colui che ha idee diverse dalle nostre come intollerante per potergli agevolmente negare il diritto di parola. Anche qui, oltretutto, si esibisce la mediocrità della filosofia politica di Popper (che resta un valido filosofo della scienza ma un pessimo filosofo della politica): mediocrità che, come è noto, raggiunge il suo punto massimo nella liquidazione, da parte di Popper, di Platone, Hegel e Marx come totalitari. Tanto più grande di Popper appare allora Spinoza, il massimo teorico moderno della democrazia: nella democrazia, spiega Spinoza, ciascuno deve avere il diritto di dire liberamente tutto ciò che pensa (libertas philosophandi). Del resto, come si nota nel "Trattato teologico-politico", probabilmente il testo più rivoluzionario dell'intera modernità filosofica, se si nega ai cittadini tale libertà, essi continueranno a pensare in privato ciò che vogliono e, oltre a ciò, nutriranno sentimenti di crescente ostilità verso lo Stato che reprime il loro pensiero. Trascuro scientemente di fare anche solo un raffronto fra la cultura di Angelo D'Orsi e quella di Picierno e di Calenda: basti ricordare che gli ultimi due già da tempo si battono in nome della censura democratica e della mordacchia liberale, traendo diletto dal proibire conferenze e dal vietare esibizioni culturali di varia natura. Intelligenti pauca, come dicevano i romani. Se anche vogliamo ammettere, ex hypothesi, che le idee diffuse da Angelo D'Orsi siano false (cosa tutta da dimostrare), ebbene le idee false si combattono con le idee vere, non certo con la censura e con la repressione. Come diceva ancora Spinoza, il vero è index sui et falsi: basta esibire la verità per confutare il falso. È il falso che, non potendo confutare il vero, deve impedirne la libera espressione. La censura oltretutto non serve ed è anzi controproducente, dacché rivela soltanto l'incapacità di confutare le idee del censurato. E, in effetti, fatico e non poco a immaginare un pubblico dibattito culturale in cui la signora Picierno e il tatuato Calenda riescano a confutare con la forza delle idee e del logon didonai le posizioni di Angelo D'Orsi... Intanto sta avendo una certa diffusione in rete l'immagine trionfale dello stesso Calenda, uno tra i più impenitenti liberal-atlantisti d'Europa, che ostenta baldanzosamente il tatuaggio del tridente ucraino recentemente fatto sul proprio braccio. Con orgoglio, l'araldo del pensiero unico liberal-atlantista dice così: "Ce lo siamo tatuati per la vita". Una prova ulteriore a sostegno della tesi che da tempo andiamo sostenendo, ossia che, accanto agli invasori e agli invasi, esistono anche gli "invasati", ossia quelli che si lasciano annebbiare lo sguardo dall'ideologia. Già da tempo, in effetti, Calenda sostiene posizioni radicalmente ideologiche, propugnando la difesa delle irragionevoli ragioni di Zelensky, attore Nato, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. Quando si parla di Ucraina, letteralmente Carlo Calenda smette di ragionare e spara come una mitraglia sentenze ad alto tasso ideologico se not propagandistico. Ognuno naturalmente fa tatuare sul proprio corpo ciò che desidera, su questo nulla quaestio. Ma mi punge vaghezza di far pacatamente notare a Carlo Calenda che i tatuaggi hanno la prerogativa di essere indelebili o, se si preferisce, non così facilmente cancellabili. E spesse volte i tatuaggi testimoniano di storie d'amore finite male. Nel caso specifico, che ne sarà del tatuaggio del tridente ucraino quando, presto o tardi, emergerà tutta la verità su questa oscena guerra d'Ucraina, conflitto voluto e propiziato dall'occidente a trazione americana con l'obiettivo di far capitolare la Russia di Putin e, oltretutto, utilizzando a mo' di manovalanza il battaglione Azov?   Segnatevi comunque questo giorno: tra 5 o 6 anni vedremo se sul braccio di Calenda verrà ancora ostentato il tatuaggio col tridente ucraino. O se sarà una storia d'amore finita male, come non ci pare del tutto implausibile che potrà accadere...

16/11/2025 11:27
USA pronti ad aggredire il Venezuela? Noi stiamo con Maduro e con il patriottismo socialista

USA pronti ad aggredire il Venezuela? Noi stiamo con Maduro e con il patriottismo socialista

La situazione pare poter precipitare da un momento all’altro. Sta salendo vertiginosamente di ora in ora la tensione tra Stati Uniti d’America e Venezuela. Leggiamo che, tra l’altro, è in arrivo nei Caraibi la portaerei Usa Gerald Ford. Dunque, la civiltà dell’hamburger si prepara a una nuova nefanda opera di esportazione della democrazia e dei diritti umani a suon di bombardamenti umanitari, missili democratici, embarghi terapeutici e imperialismo etico? Non è affatto da escludere, benché Donald Trump stia provando a smentire almeno teoricamente questa eventualità. Se gli Stati Uniti d’America dovessero aggredire il Venezuela o propiziare un regime change, non ce ne stupiremmo affatto. Si tratterebbe, a ben vedere, di un episodio coerente di questa quarta guerra mondiale, divampata nel 1989, successiva alla terza (la cosiddetta guerra fredda) e caratterizzata dall’espansionismo militare statunitense contro tutti i paesi non ancora allineati al Washington consensus, subito delegittimati come stati canaglia e come dittature degne di essere rovesciate manu militari. Le ragioni della eventuale aggressione statunitense ai danni del Venezuela sarebbero soprattutto due: anzitutto, il petrolio, che abbonda in Venezuela e che con tutta evidenza fa gola a Washington e alla sua fame di dominio. In secondo luogo, il governo di Maduro risulta massimamente detestabile per la civiltà dell’hamburger. Maduro, infatti, è un patriota socialista, antiglobalista e anti-imperialista, che sta con coraggio difendendo la gloriosa eredità di Chavez, opponendosi fermamente tanto al modello neoliberale, quanto all’imperialismo della civiltà del dollaro. Per questo, i media occidentali e l’ordine discorsivo monopolisticamente gestito dai padroni della parola continuano da anni a diffamarlo e a presentarlo come un efferato dittatore degno di essere abbattuto. Non sfugga che, poche settimane fa, è stata insignita del Nobel per la pace la signora Machado, ferma oppositrice di Maduro e aperta sostenitrice di Washington e della neoliberalizzazione del Venezuela. Per parte sua, Maduro ha già telefonato a Putin chiedendo supporto. È da sperare che Russia, Cina e Paesi disallineati supportino il Venezuela in caso di infame aggressione statunitense. Per parte nostra, auguriamo lunga vita a Maduro e al Venezuela libero dal neoliberismo e dall’imperialismo. Quanto a Washington, non ci stupiamo del suo contegno: continua pomposamente a presentarsi come soluzione, quando in realtà è il principale problema. Per questo, noi stiamo con il patriota socialista Maduro e con tutti gli Stati che resistono al criminale imperialismo a stelle e strisce. È da anni che Washington prova a destabilizzare il Venezuela di Maduro: prima con il guitto Guaidò, ora con la signora Machado. Il Venezuela di Maduro è uno degli eroici Stati a socialismo patriottico che costellano l’America Latina, dalla Cuba del defunto Fidel alla Bolivia dell’eroico Morales. La monarchia del dollaro ha inscenato, ancora una volta, la sua patetica commedia volta a delegittimare il Venezuela per poterlo poi aggredire manu militari. La stagione del chavismo può anche essere letta in questa chiave: un governo socialista sottoposto al vile e sempre reiterato tentativo di destabilizzazione ad opera della potenza del dollaro. In nome di un pluriverso multipolare, resistente alle bieche logiche del mondialismo a stelle e strisce, è bene appoggiare gli Stati che resistono e che mantengono vivo il senso della resistenza e della lotta contro i crimini dell’imperialismo made in Usa. Con le parole di Che Guevara: “Patria o muerte”.

09/11/2025 13:10
Draghi e Orban, due visioni opposte dell'Unione Europea

Draghi e Orban, due visioni opposte dell'Unione Europea

"L'Europa è sotto attacco": sono queste le recenti e demenziali dichiarazioni di Mario Draghi, l'euroinomane delle brume di Bruxelles, l'impenitente austerico nonché unto dai mercati. Continua dunque indefessamente la narrazione propagandistica dell'Unione Europea, treno in corsa verso l'abisso, tempio vuoto che santifica il turbocapitalismo finanziario e la disidentificazione coatta del vecchio continente. Come non mi stanco di sottolineare, la penosa narrazione secondo cui la Russia di Putin si accinge a invadere l'Europa non si regge se non su una propaganda sfacciata e senza fondamento, buona solo a giustificare l'ingiustificabile riarmo europeo, secondo il manicomiale piano del Rearm Europe voluto dalla vestale dei mercati apatridi Ursula von der Leyen. Oltretutto il piano è stato recentemente ribattezzato col nome ancora più orwelliano di Preserving Peace: nel migliore stile orwelliano, la pace è guerra (e l'informazione è propaganda). Se la Russia entrerà in guerra con l'Europa, ciò dipenderà unicamente dalla continua e oscena provocazione attuata dall'Europa stessa, che di tutto sta facendo acciocché la Russia sia trascinata nel conflitto. Per questo, contro l'euroinomane Draghi, bisogna ripetere una volta di più, con enfasi, che non bisogna salvare a ogni costo l'euro e la UE, ma bisogna, viceversa, salvarsi a ogni costo dall'euro e dalla UE. Il nostro nemico non è a Mosca o a Pechino: è a Bruxelles e a Washington. Opposta a quella di Mario Draghi è la posizione di Viktor Orban, l'indomito presidente dell'Ungheria, ha recentemente dichiarato, senza perifrasi, che l'Unione Europea non conta nulla. Difficile dargli torto, in effetti, ferma restando la nostra critica radicale al liberalismo di Orban e alla la sua vicinanza a Israele. L'Unione Europea risulta oggi semplicemente una colonia della civiltà a stelle e strisce, figurando di più come la sua serva sciocca. Ma l'Unione Europea non conta nulla non soltanto sul piano militare, risultando in fondo una grande base militare statunitense, ma anche sul piano economico, essendosi condannata stoltamente al ruolo di semplice famulo di Washington. Spezzando sciaguratamente le proprie relazioni con la Russia, infatti, l'Unione Europea deve attualmente comprare a costi decisamente esosi il gas dagli Stati Uniti d'America, dai quali finisce per dipendere in tutto e per tutto. Oltre a ciò, Orban ha dichiarato che Donald Trump sbaglia con Putin, dacché le sanzioni alla Russia sono un grave errore: ha altresì affermato che proverà in prima persona a far cambiare idea a Trump. Inutile negarlo: Orban, insieme con Robert Fico, resta attualmente una vera e propria spina nel fianco per l'Unione Europea, treno in corsa verso l’abisso e tempio vuoto che santifica il turbocapitale sans frontières a beneficio del sinedrio liberal-finanziario. E, almeno sotto questo profilo, Orban merita rispetto, poiché l'opposizione all'Unione Europea resta il pilastro, in Europa, della guerra contro il sistema capitalistico.

02/11/2025 11:00
Ennesima lite tra Trump e Zelensky: una situazione comica, oltreché tragica

Ennesima lite tra Trump e Zelensky: una situazione comica, oltreché tragica

Ebbene sì, Donald Trump ha recentemente svolto alcune dichiarazioni che meritano davvero un pur telegrafico commento. Il codino biondo che fa impazzire il mondo così si è rivolto duramente al guitto di Kiev, l'attore Nato Zelensky: "Cedi il Donbass o sarai distrutto". Parole inequivocabili, con le quali il presidente della civiltà dell’hamburger chiarisce senza perifrasi, una volta di più, la propria posizione tanto rispetto all’Ucraina, quanto rispetto alla Russia. Con sobrio realismo, Trump ha capito ciò che sfuggiva all’arcobalenico e vegliardo Biden, ossia che la Russia di Putin non può essere sconfitta e che con essa bisogna dunque trattare diplomaticamente. Con le parole poc’anzi menzionate, inoltre, ha ribadito una volta di più la propria epidermica idiosincrasia per il guitto di Kiev: una idiosincrasia che, oltretutto, era già emersa limpidamente durante il memorabile incontro presso la sala ovale di qualche mese addietro, allorché l’attore Nato era stato sbertucciato e ridicolizzato davanti al mondo intero. Come se non bastasse, sempre nei giorni scorsi, Trump ha dichiarato testualmente che l’Ucraina potrebbe vincere la guerra ma che non crede ce la farà. Una frase emblematica e irresistibilmente beffarda, con la quale Trump ammette in astratto la possibilità di vittoria per l'Ucraina e poi in concreto si dice convinto che ciò non potrà accadere. Anche in questo caso, non si tratta se non di un solido e robusto realismo: anche perché - inutile negarlo - l'Ucraina continuerà a combattere fintantoché sarà supportata da Washington e da Bruxelles, che finora l’hanno utilizzata come instrumentum belli contro la Russia di Putin, colpevole di non genuflettersi al nuovo ordine mondiale a stelle e strisce e, di più, di organizzare intorno a sé la resistenza di tutti gli Stati disallineati a Washington. Insomma, sembra davvero che si stia profilando lo scenario che avevamo già da tempo previsto: il guitto di Kiev, burattino telecomandato da Washington, si trova ora con il cerino in mano, pronto a fare la fine impietosa delle marionette di Mangiafuoco, gettate nelle fiamme quando lo spettacolo è finito. E intanto il guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky torna a piagnucolare goffamente, più malmostoso che mai. E recita la solita e ormai logora parte della vittima incompresa, abbandonata ingiustamente dagli amici più fedeli. D’altro canto, il guitto di Kiev nasce come attore e fino alla fine continua a recitare la sua parte. Esordì nella serie televisiva "The servant of the people", prima di passare a recitare direttamente nei palazzi del potere in qualità di "servant of the american ruling class". Ora egli si lagna per il fatto che gli alleati non lo stanno supportando a dovere e reclama nuovi missili. Dice accoratamente che l’Ucraina ne ha disperato bisogno per poter continuare nella sua folle guerra contro la Russia di Putin. Per parte sua, Mark Rutte, segretario della NATO dal cognome particolarmente evocativo (nomina sunt omina), ha chiarito che anche quest’anno gli aiuti della NATO a Kiev saranno in linea con quelli dell’anno precedente. Dunque, la Nato, braccio armato dell’imperialismo a stelle e strisce e della sua libido dominandi planetaria, continua a investire nella manicomiale guerra ucraina; una guerra che, come non ci stanchiamo di sottolineare ad nauseam, è principalmente la guerra che la Nato, la civiltà del dollaro e l’occidente, rectius l’uccidente liberal-atlantista, vogliono condurre contro la Russia di Putin per piegarla in quanto Stato disallineato al nuovo ordine mondiale liberal-atlantista e, di più, resistente alla sua dinamica espansionistica. Il quadro è piuttosto chiaro, almeno per quanti non vogliano come sempre compiere il gesto dello struzzo, che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere ciò che gli sta intorno. D’altro canto, il guitto di Kiev tutto l’interesse ha a fare in modo che il conflitto proceda sine die: infatti, il giorno in cui dovesse terminare, egli sarebbe finalmente giudicato dal suo popolo e verosimilmente il giudizio sarebbe tutt’altro che benigno.

26/10/2025 12:20
L’estinzione del cromosoma Y: una società senza più maschi?

L’estinzione del cromosoma Y: una società senza più maschi?

In questi giorni, leggiamo su diverse testate (ad esempio su “Fanpage”) che, secondo una ricerca scientifica recentissima, il cromosoma Y starebbe sparendo, con il rischio della scomparsa definitiva del genere maschile. Si tratta naturalmente di una notizia ampiamente allarmante, di cui tuttavia non debbono essere trascurati i possibili risvolti ideologici. Vorrei formularli nel modo che segue: la sparizione del genere maschile corrisponde a una asettica descrizione scientifica della realtà o a un desideratum del nostro Zeitgeist e del blocco oligarchico neoliberale? Mi spiego meglio: come ho cercato di chiarire nel mio studio "Il nuovo ordine erotico", la società del turbocapitalismo sans frontières e della deregolamentazione integrale ha già da tempo preso di mira la figura del maschio e, segnatamente, quella del padre, utilizzando la logora categoria della lotta contro il patriarcato per giustificare tale aggressione al maschio in quanto tale. La civiltà dei consumi, infatti, si basa sull'abbattimento di ogni regola e di ogni tabù, dunque sulla decostruzione della figura del padre in quanto simbolo della legge: nell'accezione di Lacan, il padre è la figura che pone in essere la legge, dal padre eterno al padre biologico. L'impero del tecnocapitale con deregulation integrale si fonda sull'abbattimento della legge come ostacolo per l'illimitata circolazione della merce e per l'infinita autovalorizzazione del capitale. La stessa lotta contro il patriarcato non ha di mira realmente il patriarcato, che in Europa non esiste più da almeno 70 anni, avendo invece come obiettivo critico la figura del padre in quanto tale. La nostra società sempre più viene configurandosi come la società dal padre evaporato, senza padre biologico e senza padre eterno: una società edipica, che letteralmente uccide ogni possibile determinazione del padre. La donna ha, per molti versi, cessato di essere un sesso. È divenuta un ideale universale prescrittivo, con annesso imperativo della svirilizzazione integrale della società sfociante nella sempre iterata accusa al maschio come figura autoritaria e aggressiva, quando non "superata" dalla storia. È, ad esempio, quanto apertis verbis sostenuto da Telmo Pievani in un programmatico testo dal titolo Il maschio è inutile (2014), nel quale la terminologia scientifica darwiniana occulta una lampante vocazione ideologica e politica, che conduce l’autore a disinvolte esternazioni come la seguente: "In natura il sesso debole è quello maschile, non c’è più dubbio. Il futuro evolutivo è donna". Siffatte tesi, nelle quali si coagula lo spirito del tempo, sono largamente diffuse. Basti, ancora, rammentare a mo’ di exemplum il testo di Aldo Cazzullo, dall’inequivocabile titolo Le donne erediteranno la terra (2016): nelle cui pagine, in riferimento all’evo flessibile, si tematizza senza pudore "il secolo del sorpasso della femmina sul maschio". Si tratta, a rigore, di tesi dalla forte valenza discriminatoria, che de facto applicano al genere ciò che a suo tempo De Gobineau, non meno sciaguratamente, riferì alle razze nel suo Essai sur l’inégalité des races humaines, ritenendo di aver individuato una nuova razza superiore. Si può, allora, interpretare secondo questa chiave ermeneutica il risultato dello studio scientifico di cui si diceva in apertura? Si tratta forse, nemmeno troppo obliquamente, dell'ennesimo attacco ideologico alla figura del maschio e del padre, in coerenza con l'assetto della società della Tecnica e del turbocapitalismo? È una possibilità che non possiamo in alcun caso escludere, anche considerato il fatto che la scienza non è mai uno sguardo "da nessun luogo", ma è sempre incorporata nei rapporti di produzione e dunque nel diagramma dei nessi di forza.

19/10/2025 12:00
Rutte (Nato): "Siamo tutti in pericolo". E intanto Zelensky piagnucola

Rutte (Nato): "Siamo tutti in pericolo". E intanto Zelensky piagnucola

Ebbene sì, il segretario della NATO Rutte (nomina sunt omina) ha recentemente dichiarato, senza perifrasi, che "siamo tutti in pericolo". Ha spiegato che i missili russi potrebbero, da un momento all’altro, colpire Roma o Londra. Continua, dunque, imperterrita la narrazione propagandistica incardinata sul terrore: terrore che, come ormai dovremmo ben sapere, rappresenta un vero e proprio metodo di governo, dacché le masse terrorizzate sono disposte ad accettare docilmente tutte le misure liberticide poste in essere, a patto che siano presentate come atte a garantire la sicurezza minacciata. L’emergenza epidemica dovrebbe pur averci insegnato qualcosa. Governare mediante la paura rappresenta un punto cardinale dell’ordine neoliberale contemporaneo. Non più il nemico invisibile identificato con il patogeno, ma la Russia di Putin viene ora utilizzata come minaccia per giustificare le politiche emergenziali, secondo una narrazione propagandistica in accordo con la quale la Russia di Putin sarebbe in procinto di invadere e aggredire l’Europa: con la conseguenza per cui quest’ultima dovrebbe prepararsi bellicamente a reagire all’attacco. Per questa via, l’ordine dominante può presentare il proprio riarmo (in specie, il folle piano del Rearm Europe) e magari anche il conflitto come se fosse dovuto alla Russia, quando in realtà, come sappiamo, allo stato dell’arte, è l’Europa che si sta riarmando fino ai denti e che sta provocando la Russia, quasi come se volesse trascinarla a tutti i costi nel conflitto. In secondo luogo, non ci stupiremmo se, come già accadde con l’emergenza epidemica, venissero presto poste in essere misure liberticide e palesemente repressive, giustificate come necessarie per fronteggiare l’emergenza bellica cagionata dalla Russia di Putin. Insomma, cambia l’oggetto dell’emergenza, ma persiste lo schema operativo e narrativo di ordine emergenziale, utilizzato come ars regendi da parte del sinedrio liberal-atlantista per potenziare il proprio dominio. Intanto, il guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood, continua a fare la parte che più gli compete, quella dell’attore di second’ordine. E adesso inscena una tragedia greca in piena regola, piagnucolando in mondovisione e lagnandosi accoratamente del fatto che i suoi alleati non supportano adeguatamente l’Ucraina. Con tutta evidenza, le cose stanno andando ben altrimenti rispetto ai desiderata del guitto di Kiev e del suo padrone a stelle e strisce. Non soltanto la Russia di Putin non accenna a crollare, come pure i professionisti dell’informazione ci avevano garantito sarebbe accaduto nel volgere di pochi mesi: la Russia sembra oggi più ringalluzzita che mai, forte economicamente e militarmente, aperta a un mare magnum di nuove relazioni commerciali e politiche. Oltretutto, nei giorni scorsi la Russia ha abbattuto ben 250 droni ucraini. In difficoltà, semmai, sono l’Ucraina del guitto di Kiev, l’Unione Europea degli euroinomani delle brume di Bruxelles e, dulcis in fundo, la civiltà talassocratica dell’hamburger. Mentre l’occidente, anzi l’uccidente liberal-atlantista, affonda gradualmente come il Titanic, il veliero russo procede speditamente e, come avrebbero detto i latini, ventis secundis.   Che cosa vuole dunque di più dai suoi alleati il guitto di Kiev? Vuole altre armi e altri soldi? Non ne ha già avuti a sufficienza? Una cosa deve essere chiara al di là di ogni ragionevole dubbio: l’attore Nato non vuole in alcun modo che si giunga alla pace, anche perché nel momento in cui dovesse terminare il conflitto, egli dovrebbe rendere conto del proprio operato al suo popolo e siamo certi che il giudizio non sarebbe particolarmente benigno.

12/10/2025 11:00
La Ue si prepara per la guerra con la Russia: è ormai inevitabile?

La Ue si prepara per la guerra con la Russia: è ormai inevitabile?

Muro di droni e scudo spaziale: sono queste - apprendiamo in queste ore - le priorità della difesa per l'Unione Europea. Ne danno notizia con zelo i più letti e, soprattutto, più venduti quotidiani nazionali ed europei, con il tono trionfale di chi annuncia una saggia decisione. Francamente, nel leggere questa notizia dal carattere vagamente fumettistico sovviene alla memoria quella sigla di un noto cartone degli anni che furono, che recitava grossomodo così: “Si trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole, tra le stelle sprinta e va...”. In effetti, tutto questo farebbe anche ridere, se solo non facesse piangere. La situazione va tragicamente peggiorando di ora in ora: sembra che l'Unione Europea sia ormai decisa a trascinare la Russia di Putin nella guerra, naturalmente fingendo che sia la Russia stessa a volere il conflitto e a essere in procinto di invadere l'Europa. D'altro canto, tutto questo risulta perfettamente coerente con la forma mentis oggi egemonica in Occidente, anzi in uccidente: poiché l'invaso ha sempre ragione - come hanno ripetuto in forma martellante per giustificare il sostegno all'Ucraina - e la dichiarazione di guerra da parte dell'Europa potrebbe suonare sgradita all'opinione pubblica europea, non vi è soluzione più efficace che fingere che sia la Russia a dichiarare guerra e che conseguentemente l'Europa stia soltanto difendendo se stessa. Chiaro, no? Si provoca il nemico in ogni modo, portandolo al conflitto, magari anche con menzogne eclatanti come per più versi sembra fare abitualmente l'occidente: e si fa passare la propria volontà bellica e la propria aggressività imperialistica per esigenza difensiva, lasciando credere alle masse tecnonarcotizzate e teledipendenti che l'Europa si stia soltanto difendendo dal perfido nemico invasore e invasato. Una strategia narrativa quasi perfetta, che però, va detto, può far presa soltanto su quanti ancora non abbiano inquadrato il reale modus operandi della civiltà uccidentale. Intanto, il ministro tedesco della difesa, Boris Pistorius, ha recentemente dichiarato con sicumera che la Russia “diventa sempre più pericolosa per la Nato”. Nulla di nuovo sotto il sole, a dire il vero: continua come sempre la solita e ormai logora propaganda russofobica; propaganda in forza della quale si assume che la Russia sia in procinto di invadere l’Europa e che, conseguentemente, l’Europa debba con diritto riarmarsi fino ai denti per potersi così difendere in caso di attacco (attacco che, secondo un generale della NATO britannico, dovrebbe scattare il 3 novembre: manca solo l’ora esatta…). Con spirito critico, dovremmo provare a rovesciare la narrazione: e se fossero la Nato, l’Europa e l’occidente, anzi l’uccidente liberal-atlantista, a volere realmente la guerra contro la Russia, fingendo che sia quest’ultima ad attaccare e in realtà provocandola ogni altra misura per rendere inevitabile il conflitto? Un’ipotesi da non sottovalutare, a nostro giudizio, anche in ragione del fatto che il comparto manifatturiero teutonico, profondamente in crisi, può trarre nuova linfa vitale dalla produzione di armi. In ogni caso, si può rovesciare sicuramente l’affermazione del ministro teutonico della difesa: la Nato rappresenta sempre più un pericolo per la Russia, secondo una climax principiata negli anni Novanta, quando l’uccidente prese ad allargarsi negli spazi un tempo sovietici, e culminante nel nostro presente, con la Russia accerchiata dalla Nato e con l’Ucraina utilizzata come testa d’ariete contro la Russia stessa, grazie all’appoggio del guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. D’altro canto, se non erriamo, dal 1989 ad oggi la massima parte delle guerre scaturite nel mondo sono state occasionate proprio dall’imperialismo etico dell’Occidente, non dalla presunta aggressività espansionistica della Russia.

05/10/2025 11:19
"Il 3 novembre la Russia invaderà l'Europa": la previsione Nato e l'ambiguo contegno di Trump

"Il 3 novembre la Russia invaderà l'Europa": la previsione Nato e l'ambiguo contegno di Trump

"Il 3 novembre la Russia invaderà l'Europa e ci sarà la terza guerra mondiale": sono queste le parole decisamente allarmanti pronunziate dall’ex vice comandante supremo alleato in Europa della NATO, il generale britannico Richard Shirreff, in un video diffuso dall'emittente televisiva 'La7'. Continua dunque imperterrita la narrazione dell'imminente invasione russa dell'Europa, il pezzo forte dello storytelling odierno della NATO e dell'Unione Europea. Finora gli zelanti pretoriani del discorso a senso unico, politicamente e geopoliticamente corretto, si erano limitati a parlare vagamente di imminente invasione russa dell'Europa: adesso si spingono oltre, e addirittura prevedono il giorno esatto, quasi come se si trattasse di un'eclissi solare. Nella previsione, manca solo l'ora esatta, in effetti... Non abbiamo naturalmente alcun argomento per dire se la previsione del generale britannico sia vera o falsa. Quel che possiamo dire con ragionevole certezza è, però, che essa si inscrive perfettamente nel quadro ideologico e nella cornice cognitiva (ampiamente propagandistica) dell'odierno Occidente, anzi dell’u(c)cidente liberal-atlantista, che di tutto sta facendo per provocare la Russia e per propiziare l'incipit del conflitto, salvo poi fingere che sia la Russia stessa a voler invadere l'Europa. E non possiamo neppure nascondere di essere attraversati dal sottile sospetto che dietro questo modus operandi si nasconda la longa manus di Washington, forse pronta a mandare avanti in avanscoperta il suo alleato sciocco, cioè l’Unione Europea, per poi poter intervenire attivamente con bombe umanitarie e missili democratici, una volta che la miccia della guerra sia stata innescata. Ipotesi interpretative le nostre, certo; ipotesi che tuttavia riteniamo degne di essere seriamente prese in considerazione. Del resto, risulta piuttosto difficile in questa fase seguire le dichiarazioni di Donald Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo: esse appaiono spesso contraddittorie e senza una logica interna, quasi come se fossero trovate del momento e Trump si esprimesse per intervalla insaniae, come si diceva di Lucrezio. L'ultima sua dichiarazione ci pare che possa essere letta in questo quadro ermeneutico: il codino biondo ha infatti dichiarato che il guitto di Kiev, l'attore Nato Zelensky, è "un grande uomo" (sic!) e che deve "riconquistare i territori occupati". Dichiarazione curiosa, invero, se si considera che in un passato non remoto Donald Trump aveva apostrofato piuttosto sprezzantemente la marionetta della NATO, peraltro maltrattandola incondizionatamente durante l’incontro che ebbero in presenza nei mesi scorsi. Perché adesso Trump celebra il guitto di Kiev e, di più, lo esorta a rioccupare i territori e dunque a procedere nel conflitto? Non diceva con orgoglio Trump di volere la pace e la fine di ogni conflittualità con la Russia? A che giuoco sta realmente giocando? Sorge sempre più il sospetto che gli Stati Uniti d'America stiano conducendo una guerra per procura contro la Russia di Putin, mandando avanti al massacro anzitutto l’Ucraina del guitto di Kiev e, a seguire, l’Unione Europea, sempre più condannata al ruolo lugubre di serva sciocca di Washington. Quasi come se Washington attendesse il divampare del conflitto dell'Europa con la Russia per poi poter intervenire trionfalmente, presentandosi come suo solito alla stregua della potenza liberatrice e democratica e interviene per promuovere la pace e la libertà.   Sono sospetti suffragati, oltretutto, dal fatto che fin dagli anni Novanta la civiltà del dollaro, grazie al suo braccio armato detto Nato, si va espandendo negli spazi postsovietici con l’obiettivo di accercare la Russia in vista della sua normalizzazione in senso liberale e atlantista.

28/09/2025 11:20
Il drone era polacco, non russo: la prova che è l'Europa a volere la guerra

Il drone era polacco, non russo: la prova che è l'Europa a volere la guerra

Alla fine, la verità viene a galla, nonostante gli sforzi di chi prova a tenerla sommersa per il proprio interesse. E così, adesso, leggiamo sugli organi ufficiali della stampa che il famoso drone che aveva colpito Lublino, in Polonia, non era russo, come tutti in Europa senza un attimo di esitazione avevano invece sostenuto a tambur battente. Pare infatti che fosse polacco, secondo quanto ora ammesso dagli stessi organi della propaganda che inizialmente non avevano alcun dubbio sull'origine russa del drone. In effetti, benché non ne avessimo le prove, ci pareva decisamente strano che il drone potesse essere russo: da subito, la notizia puzzava di false flag, di invenzione della propaganda per giustificare, more solito, il manicomiale riarmo europeo e la demenziale narrazione secondo cui la Russia di Putin aspira a invadere l'Europa. Perché dunque Varsavia ha taciuto? Perché non si è ammesso da subito che non era russo il drone in questione? La vicenda ricorda, a tratti e con le debite proporzioni, quella della famosa provetta agitata da Colin Powell per giustificare l'invasione dell'Iraq. A stupire non è soltanto il vergognoso livello della propaganda europea, ma anche il fatto che, al cospetto di una così grave notizia, non si sia registrato il dovuto moto di indignazione da parte delle istituzioni europee. Ricordiamo che, dopo l'accaduto, Varsavia aveva schierato 40.000 uomini dell'Esercito e Macron aveva inviato tre caccia a sostegno della Polonia. L'Italia, per parte sua, aveva giurato fedeltà agli alleati del Patto Atlantico. Perché non si ammette onestamente che quella della imminente invasione russa dell'Europa è una menzogna, utilizzata dagli euroinomani delle brume di Bruxelles soltanto per giustificare l'ingiustificabile riarmo dell'Europa fatto sulle spalle degli ignari cittadini europei? Perché non si ammette che non è la Russia, ma l'Europa a volere a tutti i costi la guerra? L'abbiamo ribadito diverse volte e lo facciamo anche ora: se la Russia aggredirà l'Europa, ciò accadrà perché l'Europa l'avrà portata allo sfinimento e l'avrà provocata oltre ogni misura, come in effetti sta facendo oscenamente da mesi. E dire che in un suo recente intervento, Papa Leone XIV si è rivolto con parole decisamente critiche alla Russia di Vladimir Putin: ha dichiarato, infatti, che "la Nato non ha cominciato alcuna guerra". Con queste parole, il pontefice intende dire che la responsabilità reale del conflitto in atto è integralmente russa e deve essere ravvisata nell'invasione dell'Ucraina nel 2022. Insomma, la logora narrazione dell'Occidente imperialista o, meglio, dell'uoccidente liberal-atlantista: il quale, come non ci stanchiamo di sottolineare, ha gradualmente preso ad accerchiare la Russia fin dagli anni Novanta, quando, venuta meno l'Unione Sovietica ingloriosamente, ha mirato unicamente a normalizzare la Russia e a renderla, per così dire, una dependance di Washington, trovando però in Vladimir Putin una fermissima resistenza. Insomma, in antitesi con quanto sostenuto dal pontefice, la guerra è stata indubbiamente occasionata dalla NATO e dalla sua libido dominandi planetaria. Gioverebbe oltretutto far notare pacatamente a Leone XIV che di guerre la NATO ne ha principiante davvero parecchie, dalla Serbia all'Iraq per citarne due soltanto.   Insomma, il nuovo pontefice - le cui origini americane potrebbero indubbiamente orientarne lo sguardo - sposa integralmente la causa dell'imperialismo di Washington. Non l'avremmo mai immaginato, ma ci troviamo oggi a rimpiangere perfino Bergoglio, il quale, nonostante la sua teologia del nulla e la sua religione smart e low cost, sul tema bellico era perfettamente nel vero, quando sosteneva che la guerra era principiata per via dell'abbaiare scomposto della NATO ai confini della Russia.

21/09/2025 12:10
La guerra con la Russia parte dalla Polonia?

La guerra con la Russia parte dalla Polonia?

A un'analisi attenta, la storia degli ultimi tre anni e mezzo si potrebbe anche ragionevolmente leggere come una lunga vicenda di preparazione dell'Occidente, anzi dell’uoccidente liberal-atlantista, alla guerra con la Russia. A voler essere più elastici con la periodizzazione, si potrebbe dire che tutto è principiato già negli anni Novanta, quando la NATO ha preso ad allargarsi indebitamente negli spazi dell'ex Unione Sovietica, caduta ingloriosamente, con l’obiettivo di normalizzare la Russia e trasformarla in una innocua colonia di Washington. L'inimicizia con Putin nacque proprio quando con il suo avvento la Russia cominciò a opporsi fermamente all'allargamento imperialistico della NATO verso Oriente. Adesso siamo davvero giunti al redde rationem. Nei giorni scorsi, infatti, la Polonia ha abbattuto dei droni russi che, a suo dire, stavano sorvolando il suo spazio aereo. E, di più, ha invocato l'intervento della NATO, appellandosi all'articolo 4 del Patto Atlantico. L'Italia è già coinvolta, poiché un suo aereo è già intervenuto in Polonia. Il ministro Crosetto ha detto senza perifrasi che l'Italia interviene a sostegno dei suoi alleati. E il guitto Zelensky, attore NATO e prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood, ha nelle ore scorse accusato i leader europei di non aver agito prima contro la Russia. È dunque ormai inevitabile il conflitto con la Russia di Putin? E soprattutto dove ci porterà questa guerra, considerata la disparità delle forze in campo e lo scarso interesse che per ora Donald Trump sembra nutrire per il conflitto? È dunque giunto il momento perché l'Europa, come da tempo vuole sire Macron, invii le sue truppe in Ucraina a combattere contro la Russia? La macchina della propaganda ripeterà a oltranza che è d'uopo combattere in difesa dei sacri valori dell'occidente: ma quali sono oggi detti valori? Cancel culture e arcobaleno, finanza e liberismo? In verità, se guerra ci sarà, l'Europa combatterà soltanto in difesa del nulla che ha innalzato a proprio orizzonte di senso, rinnegando la propria storia e la propria cultura. E, come sappiamo, tutte le guerre che in passato gli europei hanno provato ad avviare contro la Russia hanno avuto esiti catastrofici, naturalmente per l'Europa. Intanto, la Germania del cancelliere Merz sta allestendo gli ospedali come se già di fatto fosse in guerra: le strutture ospedaliere teutoniche si stanno infatti attrezzando per ricevere fino a cento feriti gravi al giorno. La notizia, senz'altro allarmante, non ci sorprende poi molto: l'Unione Europea sta facendo di tutto per propiziare il conflitto con la Russia di Putin, provocandola in ogni modo e continuando stoltamente a supportare le irragionevoli ragioni del guitto di Kiev, l’attore NATO Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha recentemente dichiarato che l'Unione Europea non ha mai scatenato un conflitto: ora potrebbe essere la volta buona, aggiungiamo noi, considerato il contegno irresponsabile dei cosiddetti volenterosi europei. L'abbiamo sottolineato abbondantemente: il folle piano del Rearm Europe, voluto dalla sacerdotessa dei mercati apatridi Ursula von der Leyen, presenta solo in astratto una funzione difensiva, essendo in realtà volto a preparare l'Europa a confliggere con la Russia di Putin; Russia di Putin che di per sé non avrebbe alcun interesse a entrare in guerra con l'Europa e che, a nostro giudizio, lo farebbe soltanto se venisse ulteriormente provocata, come l’Unione Europea si sta con zelo impegnando a fare. Non dimentichiamo che la Francia di sire Macron si sta impegnando in ogni modo affinché l'Unione Europea mandi le proprie truppe sul fronte ucraino a immolarsi nel nome dell’imperialismo dell’occidente, anzi dell’uoccidente liberal-atlantista. Sicché il noto teorema, cavallo di battaglia degli euroinomani di Bruxelles, secondo cui "l'Unione Europea ci protegge dal ritorno delle guerre" risulta vero quanto l’altro teorema, quello in accordo con il quale - Romano Prodi dixit - "grazie all'euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se avessimo lavorato un giorno in più".

14/09/2025 12:40
D'Alema in Cina da Xi e l'ira goffa delle destre atlantiste

D'Alema in Cina da Xi e l'ira goffa delle destre atlantiste

Nei giorni scorsi, Massimo D'Alema era alla parata di Xi Jinping in Cina. Premetto che non ho affatto dimenticato le invereconde posizioni di Massimo D'Alema in tema di liberalizzazioni neoliberali e di sostegno alle politiche economiche del capitale. Né ho obliato le sue posizioni ai tempi della guerra di Serbia, quando sostenne deplorevolmente l'aggressione imperialistica della Nato contro Belgrado. Fu una delle tante oscenità dell’imperialismo a stelle e strisce, in quel caso sostenuto pienamente da Massimo D'Alema. Ciò detto, questa volta Massimo D'Alema è dalla parte giusta: la Cina di Xi Jinping rappresenta oggi un’alternativa reale al mondo della anglobalizzazione coatta e dell’imperialismo del capitale sans frontières. Xi Jinping è oggi probabilmente lo statista più lucido, più sobrio e più lungimirante esistente sullo scacchiere geopolitico internazionale. D'Alema sbagliò grandemente nel 1999 e ora in parte si redime collocandosi dalla parte giusta della storia. La destra bluette filoatlantista, filoisraeliana e filobancaria lo sta attaccando spietatamente con ogni mezzo. Leggo ad esempio un demenziale post della pagina ufficiale di Fratelli d'Italia, con cui viene preso di mira D’Alema con parole assai dure. Fratelli d'Italia, o meglio fratelli di NATO, come ormai andrebbe più opportunamente ribattezzato il partito date le sue posizioni ultra-atlantiste, lo accusa di schierarsi dalla parte di una nascente coalizione antioccidentale. Insomma, secondo lo schemino puerile di Fratelli d'Italia, da un lato c’è l’Occidente buono, che deve essere comunque difeso, e dall’altro c’è l’Oriente cattivo, abitato da neocomunisti come Putin e Xi Jinping. Forse a Fratelli d'Italia e alla sua giullaresca narrazione sfugge che ciò che chiamano pomposamente Occidente coincide oggi semplicemente con l’imperialismo statunitense e dunque anche con la subalternità permanente della nostra patria alla civiltà del dollaro e alla sua libido dominandi planetaria. Forse sfugge a Fratelli d'Italia che Russia e Cina rappresentano oggi una speranza per l'umanità tutta e per la genesi di un mondo multipolare, sottratto al mortifero imperialismo della civiltà del dollaro, che il partito di Giorgia Meloni finisce per supportare goffamente, nascondendosi dietro la categoria di patriottismo: un patriottismo di cartone, invero, quello di Fratelli d’Italia, considerato il fatto che il partito di Giorgia Meloni finisce per supportare la subalternità eterna della nostra patria all'imperialismo di Washington giustificando il cosiddetto Occidente, o meglio uccidente; nome che, lo ripeto, oltre a dire il tramonto tragicomico della nostra civiltà, allude soltanto alla subalternità dell’Europa tutta al leviatano a stelle e strisce. D’altro canto, è la storia ben poco gloriosa della destra dall’Msi ad Alleanza Nazionale fino al precipitato ultimo di Fratelli d'Italia: quanto più invocano a gran voce il patriottismo, tanto più si genuflettono a Washington, da Almirante a Giorgia Meloni (fatte naturalmente le debite proporzioni tra i personaggi e il loro spessore politico e culturale). Il post-fascismo, come ebbe a rilevare Costanzo Preve, è stato semplicemente un pittoresco fenomeno di normalizzazione atlantista e liberale della destra.   Ci permettiamo di dare una piccola lezione non richiesta di patriottismo a Fratelli d'Italia: il vero patriottismo oggi consiste anzitutto nel rivendicare la liberazione della patria dall'imperialismo di Washington e dalle basi militari americane; per farlo, occorre aprirsi ad alleanze con l’Eurasia, sganciandosi dalla subalternità a Washington. Meglio amici di Mosca e di Pechino che zerbini di Washington, non v’è dubbio.

07/09/2025 12:10
La nuova moda del ciuccio per adulti: la società infantilizzata

La nuova moda del ciuccio per adulti: la società infantilizzata

Sta largamente prendendo piede una nuova moda, che va diffondendosi direttamente dal Brasile: è la moda degli adulti che usano il ciuccio. Aveva ragione Lukács, allorché sosteneva che nel capitalismo la vita avvizzisce tra alienazione e stravaganza. La nuova moda testimonia in modo adamantino del regressus ad pueritiam del nostro tempo: la civiltà tecnocapitalistica è l’evo dell’infantilizzazione generale, in forza della quale tutti si diventa eterni bambini senza mai essere adulti e maturi. Il fanciullo, come notava Aristotele, è colui il quale ha il logos solo in potenza, e che pertanto deve restare sotto la giurisdizione e la tutela degli adulti. Il "parco umano" al tempo del capitalismo globalizzato figura in effetti come un Kindergarten allargato, in cui i soggetti sono infanti a tempo determinato e vivono "come color che son sospesi". L La società si riconfigura, così, nell’inedita forma di un immenso luna park, popolato da adulti infantilizzati sine die e da bambini dalla crescita negata, condannati a quella "depauperizzazione psicologica" che li porta a desiderare tutto, fuorché una società altrimenti strutturata. Con le parole del Nietzsche della seconda delle Considerazioni inattuali, l’abitatore della cosmopoli mercificata lavora alacremente "nella fabbrica delle utilità generali" allo scopo di "non diventare mai un uomo maturo". Sotto il cielo, regna oggi un generale infantilismo intriso di avidità puerile: il bambino non sopporta autocontrollo ed educazione del limite, né accetta gratificazione ritardata o senso della legge e dell’interdizione. Ancora, non sopporta ordine razionale che disciplini il principio di piacere. Era nel vero Pasolini, allorché sosteneva che i "personaggi principali" del "penitenziario del consumismo" erano i giovani. Il capriccio puerile del tempo dell’egocrazia nega alla radice l’idea stessa della mancanza come condicio humana: esige incondizionatamente di avere tutto a sua disposizione nell’immediato spazio dell’hic et nunc del godimento scevro di interdizioni e di differimenti. Tale è la condizione del puer eternus in balia della sindrome di Peter Pan. La società del turbocapitalismo planetario mira, per questo, a una infantilizzazione integrale dell’uomo, secondo il principio di una vera e propria regressione psichica dominata dal principio del pathos. In virtù di questo regressus ad pueritiam, si impone il nuovo infantilismo consumistico neoedonista, in cui domina la pulsione all’acquisto immediato e al consumo senza interdizioni. Anche in questa chiave si spiega l’adiaforizzazione generalizzata che la civiltà dei consumi genera su vasta scala: i suoi sudditi, i consumatori apolidi, sono pervasi dal senso di indifferenza e di apatia, nel trionfo iperbolico di quella figura che Simmel chiama blasé e che Benjamin appella flâneur. La meccanica dei desideri della civiltà dei consumi, in effetti, ci vuole tutti eternamente bambini e desideranti, votati al consumo di merci e all’incapacità di conoscere l’esperienza del limite. Poiché il padre – come sottolineato ad esempio da Lacan – è la figura che educa il fanciullo alla legge e al senso della misura, non stupisce che la nostra civiltà voglia annientare ogni determinazione del padre e fare in modo che i bambini non crescano mai e mai apprendano il senso del limite e della legge. Chiamano lotta contro il patriarcato quella che semplicemente è la lotta contro la figura del padre, coerente con il dispositivo della civiltà dei consumi e della sua infantilizzazione allargata del parco umano. La nuova moda giunta dal Brasile appare dunque perfettamente consona al carattere della nostra civiltà occidentale, o meglio uccidentale. La situazione è tragica, ma non seria.

31/08/2025 11:21
Vertice in Alaska. Putin esce vincitore: UE e Kiev con le ossa rotte

Vertice in Alaska. Putin esce vincitore: UE e Kiev con le ossa rotte

Nulla di fatto in relazione al vertice dell'Alaska tra Putin, presidente russo, e Trump, presidente della civiltà del dollaro. Non si è trovato l'accordo su Kiev, come d’altro canto sembrava plausibile dovesse accadere fin da subito. Trump ha comunque assicurato che ci sono stati "grandi progressi", e ha altresì dichiarato che sentirà Zelensky (dichiarazione, quest'ultima, che suona inavvertitamente comica, dato che il guitto di Kiev è stato tenuto ai margini delle trattative). Putin non ha perso occasione per rivolgersi criticamente all'Europa, esortandola a non ostacolare la pace, come evidentemente dal suo punto di vista sta facendo nella misura in cui continua a supportare le irragionevoli ragioni del guitto di Kiev, l'attore Nato Zelensky. A ogni modo, il vertice in Alaska con Putin e Trump rivela alcune cose interessanti: 1) che questa, fin dall'inizio, era la guerra tra USA e Russia; 2) che l'Ucraina ha già perso la guerra e dovrà subire le decisioni altrui; 3) che la Russia, come prevedibile, non è stata sconfitta e ora può dettare le condizioni; 4) che gli USA hanno finalmente capito di non poter sconfiggere la Russia e di dover scendere a compromessi; 5) che Trump, meno ottuso di Biden, prova a uscirne dignitosamente dialogando con Putin. Insomma, tutta un'altra storia rispetto a quella che da anni ci raccontano gli autoproclamati professionisti dell'informazione politicamente e geopoliticamente corretta. Il guitto di Kiev, l'attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood, è con le spalle al muro. Escluso dal vertice in Alaska, egli è il grande sconfitto della guerra in Ucraina; guerra che egli ha propiziato in ogni modo e che si ostina a voler far continuare. Tant'è che adesso rifiuta di incontrarsi con Putin e si avventura a sostenere scioccamente che il solo modo per fermare la Russia è la forza. Come più volte abbiamo ricordato, il guitto di Kiev - adesso col cerino in mano - appare del tutto simile ai burattini di mangiafuoco nel capolavoro di Collodi "Pinocchio": una volta che essi non servano più per gli spettacoli del famelico burattinaio, vengono gettati alle fiamme. La vera domanda da porre così suona: perché l'attore Nato, sapendo perfettamente che la guerra è persa, si ostina a fare di tutto acciocché essa continui? La risposta è piuttosto semplice: il guitto vuole procrastinare il più possibile il momento del redde rationem, dacché sa benissimo che allora dovrà rendere conto delle proprie malefatte; e sa bene anche che i soggetti come lui molto spesso non fanno una fine particolarmente soave, perché il popolo non li perdona per i loro guai. Il guitto di Kiev, con buona pace della narrazione propagandistica occidentale, non si è battuto per la sovranità dell'Ucraina e per l'interesse del suo popolo: ha sacrificato entrambi sull'altare dell'imperialismo dell'Occidente, anzi dell'uccidente. Il popolo ucraino lo sa bene e non è certo disposto ad accettare in silenzio. Ecco perché il guitto teme decisamente più la fine della guerra che non la sua continuazione.

24/08/2025 10:30
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