di Diego Fusaro
Caso Roggero: "Non fu legittima difesa. Assurda la richiesta della grazia"
Sta facendo assai dibattere la sentenza di questi giorni, che prevede il carcere per il gioielliere del cuneese che ha ucciso due rapinatori che stavano fuggendo dalla sua gioielleria dopo aver compiuto una rapina. Come sempre accade, l’opinione pubblica risulta divisa secondo le due tifoserie dei sostenitori e degli avversari: ma, si sa, l’opinione pubblica non pensa e si muove solo per istinti privi di riflessione (gli stessi che, con ogni probabilità, troverete a commento di queste mie riflessioni…). Sgombriamo subito il campo da ogni equivoco: i due uomini uccisi non sono eroi ma delinquenti, che certo hanno pagato in modo esageratamente alto la loro colpa. Il fatto che addirittura lo Stato risarcisca le loro famiglie è un pessimo segnale, considerato il fatto che non sono morti sul lavoro, a meno che per lavoro non si intenda lo svaligiare le gioiellerie puntando la pistola contro il proprietario. Ugualmente non deve passare per eroe il gioielliere, come invece stanno provando a fare i militonti della destra neoliberale: ricordiamo infatti che il gioielliere ha aperto il fuoco sui ladri quando questi erano già in fuga. Non è legittima difesa, con buona pace di chi la va evocando in relazione all’accaduto. Se si spara a qualcuno che sta fuggendo come può essere legittima difesa? Va tuttavia detto che, se volessimo ragionare con il paradigma di Tommaso Hobbes, chi punta la pistola contro un cittadino sta per ciò stesso uscendo dai perimetri dello Stato per ricadere in quelli dello stato di natura, ove prevale la legge del più forte. Per ciò stesso, l’uomo a cui viene puntata la pistola si deve egli stesso muovere nello stato di natura, poiché là lo ha condotto, contro la sua volontà, l’aggressore. Come si può a questo punto pretendere che l’aggredito rispetti le leggi dello stato che sono state violate dall’aggressore, il quale ha così precipitato se stesso e l’aggredito nello stato di natura? Questo mi pare un punto dirimente: se il gioielliere avesse sparato quando gli stavano puntando l’arma, avrebbe per ciò stesso agito per legittima difesa e andrebbe assolto. Ma il fatto che egli abbia aperto il fuoco quando i malviventi erano già in fuga non ha giustificazioni possibili: il crimine dei rapinatori, che merita indubbiamente di essere punito come la legge prevede, appare poca cosa rispetto a quello compiuto dal gioielliere. Il reato dei malviventi riguarda la proprietà privata, quello del gioielliere concerne la vita: solo la dilagante idiozia neoliberale, che anima i militonti di destra e la loro ottusità inscalfibile, può giustificare la morte per chi violi la proprietà privata, con ciò riconfermando, oltretutto, che per il liberalismo nella sua variante odierna la sola libertà che realmente conti è quella della proprietà e del mercato. Dunque, nessuna giustificazione per i malviventi, ma nessuna giustificazione ugualmente per il gioielliere che ha sparato a delinquenti che stavano fuggendo senza più mettere in pericolo la sua vita. In molti stanno evocando la possibilità della grazia per il gioielliere del cuneese Roggero, colpevole di aver freddato a colpi di revolver i delinquenti che avevano svaligiato la sua gioielleria. Si tratta di una richiesta profondamente sbagliata, anzitutto in ragione del fatto che non siamo al cospetto di un caso di legittima difesa o di eccesso di legittima difesa: giuridicamente parlando, si tratta di ritorsione, considerato il fatto che i malviventi (come tali vanno qualificati) stavano fuggendo e che il gioielliere – a cui era stato revocato il porto d’armi – ha sparato loro alle spalle e per di più in mezzo alla strada, con il rischio di colpire i passanti. Reato è quello dei malviventi che hanno compiuto la rapina e ugualmente reato, ancora più grave, è quello commesso dal gioielliere, che ha vigliaccamente sparato alle spalle. Se, oltretutto, venisse concessa la grazia, si creerebbe un precedente pericoloso: un precedente che, oltre a costituire una palese ingiustizia per quanti hanno subito una condanna per motivi analoghi senza ricevere la grazia, finirebbe per sdoganare la folle idea che in Italia vale la legge del taglione o, se si preferisce, il Far West per cui ognuno può farsi giustizia da sé. Sbagliano tanto coloro i quali stanno provando a santificare i delinquenti che hanno compiuto la rapina e che sono sciaguratamente stati uccisi, quanto coloro i quali stanno glorificando il gioielliere, che oltretutto propriamente un santo non era: nel 2005, aveva puntato la pistola contro il fidanzato della figlia e, a cagione di ciò, aveva patteggiato due mesi di carcere. Quella del gioielliere sarebbe stata legittima difesa, se egli avesse sparato mentre la rapina si stava svolgendo, quando la vita sua e dei suoi familiari effettivamente era in pericolo. Questo dice la legge: tutto il resto sono chiacchiere ideologiche, care soprattutto a quella demenziale e squallida destra neoliberale che è talmente serva di Washington da averne metabolizzato il concetto stesso di “giustizia” come far west legalizzato e fai da te. (Foto Roggero Ansa)
Le ignobili parole di Macron: siamo pronti a versare il (vostro) sangue
"Siamo pronti a difendere la libertà anche a costo di versare il sangue": così ha dichiarato in questi giorni sire Macron, presidente gallico e prodotto in vitro dei Rothschild, durante l'ultima riunione dei cosiddetti "volenterosi d'Europa". La frase risulta demenziale oltreché pomposa: come d'altro canto è demenziale il nome stesso dei "volenterosi d'Europa", che più opportunamente andrebbero appellati volenterosi guerrafondai europei, considerato il fatto che si stanno adoperando in ogni modo per occasionare la guerra con la Russia di Putin, fingendo però, in maniera ipocrita, che sia la Russia stessa a cercare il conflitto. Deve essere chiaro che, se sangue verrà versato, non sarà certo quello dei "volenterosi" e, in generale, di chi comanda il treno in corsa verso l'abisso chiamato Unione Europea. Sarà invece, come sempre, il sangue della povera gente, ossia dei cittadini europei, che all'occorrenza verranno spediti al fronte a immolarsi per i sacri valori della spending review e del Fiscal Compact, ossia i fondamenti dell'Unione Europea come tecnocrazia depressiva e repressiva, buona solo a santificare il turbocapitalismo finanziario. Sembra che ormai siamo davvero a un passo dalla guerra dell'Europa con la Russia di Putin e le parole di Macron chiedono di essere lette in questa lugubre cornice di senso. Fa oltretutto sorridere il fatto che Macron, con l'usuale postura propagandistica, proclami l'Europa regno della libertà, contrapponendole ideologicamente l'impero della dittatura russa. A conti fatti, l'Unione Europea è soltanto il regno della libertà del mercato e della Tecnica, sul cui altare vengono quotidianamente sacrificate le libertà dei cittadini europei. Come non mi stanco di ribadire, il pericolo massimo è rappresentato, oggi, dalla UE e dal nichilismo "uccidentale" ben più che dalla Russia, dall'Iran o dalla Cina, che anzi a detto nichilismo stanno provando a resistere.
Trump molla definitivamente il "guitto" Zelensky
Recentemente, Donald Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo, l’imperatore a stelle e strisce, ha fissato alcuni punti che meritano di essere celermente richiamati. Anzitutto ha chiarito che Washington non sarà più dalla parte di Kiev: sembra, a tutta prima, un paradosso, se si considera che la guerra d’Ucraina nacque proprio per volontà di Washington, che utilizzò il guitto di Kiev, attore Nato, come testa d’ariete contro la Russia, con l’obiettivo malcelato di piegare quest’ultima alla dominazione made in USA. Era il vecchio sogno americano, vivo fin dagli anni Novanta, di neutralizzare la potenza resistente della Russia dopo l’ingloriosa caduta dell’Unione Sovietica. Con sobrio realismo, Donald trump ha tuttavia compreso l’irrealizzabilità di questo progetto malsano: la Russia non è disposta a genuflettersi all’imperialismo americano, essendo anzi pronta a difendere fino in fondo la propria sovranità culturale, economica, politica e militare. A cagione di ciò, il guitto di Kiev è stato abbandonato da Washington, proprio come vengono gettati nelle fiamme i burattini del famelico burattinaio Mangiafuoco quando non servono più. In secondo luogo, Donald Trump, che ha recentemente sentito telefonicamente Vladimir Putin, ha sostenuto che quest’ultimo desidera porre rapidamente fine al conflitto. Insomma, la Russia non ha alcun interesse a far proseguire oltre la guerra, già durata troppo tempo: ben altrimenti sembra operare l’attore Nato, sponsorizzato da Bruxelles. Egli continua ad adoperarsi in ogni modo per far sì che il conflitto prosegua e non si addivenga mai alla pace, anche perché, se si ponesse fine alla guerra, egli dovrebbe essere giudicato dal suo popolo per le troppe malefatte che ha compiuto in questi anni. Insomma, a conti fatti, chi è oggi il reale responsabile della prosecuzione della guerra, se non il guitto di Kiev supportato da Bruxelles? Parafrasando Cicerone: per quanto tempo ancora, guitto di Kiev, abuserai della nostra pazienza?
Vannacci nemico di Giorgia Meloni? La guerra nel centrodestra liberal-atlantista
Prosegue la tensione nel centrodestra. "Il generale Vannacci è contro di noi". Così ha recentemente asserito Giorgia Meloni, presidente del consiglio ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale e filoatlantista, filoisraeliana e filoucraina, nemica giurata dell'interesse nazionale e vestale di un patriottismo di cartapesta. La frase sembra, a un tempo, dire il vero e il falso. Dice qualcosa di plausibile, nella misura in cui il neofondato partito del generale sta letteralmente svuotando non soltanto la Lega di Matteo Salvini, ma anche Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. Lo segnalano i sondaggi, che parlano di una crescita vertiginosa di "Futuro nazionale" e di un considerevole calo del partito di Giorgia Meloni. A sua volta, detto calo si spiega tanto in relazione al tradimento operato da Fratelli d'Italia, partito che si autoproclamava patriottico fintantoché era all'opposizione, e che, una volta giunto al governo, si è rivelato penosamente genuflesso a Washington, a Israele e al sistema finanziario, quanto in relazione al travaso di consensi che sta avvenendo a favore del partito del Vannacci. La frase di Giorgia Meloni, tuttavia, risulta infondata, se si considera che "Futuro nazionale" è alfiere di posizioni che, grosso modo, coincidono con quelle predicate da Giorgia Meloni fintantoché era all'opposizione: anche il partito del Vannacci è fondamentalmente liberista e antisocialista, atlantista e antimultipolarista, e, dulcis in fundo, collocato a destra e dunque tale da mantenere in vita la demenziale dicotomia di destra e sinistra, cuore segreto della riproduzione capitalistica. Il Vannacci si oppone, è vero, alla guerra in Ucraina, e bene fa a opporsi, ma non perviene nemmeno lontanamente a una messa in discussione radicale dell'ordine monopolare americanocentrico. Per quel che concerne la Palestina, si è già apertamente schierato dalla parte di Israele. Vero è che, allo stato dell'arte, il prode generale ha affermato di non voler fare da stampella al centro-destra, e questo va indubbiamente a suo onore: siamo però convinti che, quando le elezioni si avvicineranno, anche il partito del generale si riavvicinerà al centro-destra, svolgendo come prevedibile la parte di traghettatore del dissenso antisistemico verso il binario morto del sistema stesso; sistema al quale, giova insistervi, nemmeno ora si oppone realmente, per le ragioni già chiarite dell'atlantismo, del liberismo e del mantenimento della demenziale coppia dicotomica di destra e sinistra. Insomma, come abbiamo mostrato nel nostro studio "Demofobia", che vinca la destra bluette o la sinistra fucsia, poco cambia: trionfa in ogni caso il partito unico fintamente articolato del turbocapitalismo.
La regione Marche contro il kebab: mai una volta contro le multinazionali del cibo
La giunta regionale delle Marche ha deciso di bandire dai centri storici i negozi etnici e i venditori di kebab. Si tratta di un provvedimento palesemente demenziale, da qualsiasi prospettiva noi lo guardiamo. In primo luogo, la giullaresca destra bluette neoliberale e filoatlantista, filoisraeliana e filoucraina che amministra la regione oltreché la nazione è cultrice indefessa del libero mercato, al quale poi contravviene quando si tratta di negarlo per chi sia portatore di identità differenti. Insomma un libero mercato su basi etniche, quanto di peggio si possa immaginare. In secondo luogo, questi sedicenti numi tutelari dell'identità italica si accaniscono contro i venditori di kebab e mai una volta prendono posizione contro le multinazionali del World Food, le quali evidentemente non rappresentano per loro una minaccia all'identità nazionale. È il vecchio vizietto della destra Italica, da Almirante a Fratelli d'Italia, quella che ha tradito oltretutto anche il messaggio socialista di Mussolini, per farsi vestale del libero mercato e dell'atlantismo: proprio così, il neofascismo in Italia, da Almirante in poi, resta solo un tragicomico episodio di normalizzazione liberale e atlantista della patria. Se la prendono coi venditori di kebab ma non con le multinazionali del cibo americanizzato, con i disperati che migrano e non con i padroni che sfruttano l'immigrazione o con le banche capitalistiche che vivono in maniera parassitaria sulla pelle dei ceti medi e delle classi lavoratrici. Costoro andrebbero rispediti alla scuola elementare della saggezza, per dirla con Hegel: dovrebbero presto o tardi imparare che il nostro nemico non è chi ha un'identità diversa dalla nostra, ma chi, non avendo un'identità, si batte contro tutte le identità. Il barbaro non è chi viene da lontano ma chi, vicino o lontano che sia, si adopera per distruggere tutte le identità, la nostra come quella altrui. Chi realmente abbia un'identità forte e la ami, per ciò stesso rispetta e ama anche le identità degli altri. Difendere chi siamo non vuol dire fare la guerra agli altri che non siamo, ma opporsi ai processi di sradicamento disidentificante turbocapitalistico; processi ai quali la destra come la sinistra, non solo nelle Marche, sono pienamente organici. In accordo con la concezione non ideologica dell’universale, la verità coincide – parafrasando Hegel – con il processo mediante il quale l’umanità pensata come un solo Soggetto perviene alla piena consapevolezza di sé come Intero differenziato (identità dell’identità e della non-identità) e pone in essere forme obiettive socio-economiche che, in maniera comunitaria, rendano possibile l’eguale libertà di tutti e la tutela dell’identità di ognuno.
Il demenziale patentino antifascista per editori: tornano i metodi del fascismo
Siamo alle solite. Leggiamo in questi giorni della nuova proposta di istituire un “patentino antifascista” per gli editori in relazione alla fiera libraria romana “Più libri più liberi”. Magari prossimamente aggiungeranno anche la richiesta, per gli editori, di avere in catalogo almeno 3 libri della Murgia, 5 di Scurati, 7 di Carofiglio e 4 di Saviano. Non ce ne stupiremmo affatto. Si tratta di una proposta che definire demenziale è ancora poco. Siamo al cospetto del solito, collaudatissimo antifascismo in assenza di fascismo, risorsa simbolica fondamentale della riproduzione dell’odierno capitalismo sans frontières. Come ho provato ad argomentare estesamente nel mio libro “Sinistrash”, l’antifascismo in assenza di fascismo è solo l’alibi per non essere anticapitalisti in presenza di capitalismo: serve a dirottare lo sguardo dalla contraddizione oggi dominante, la violenza del mercato capitalistico, verso un nemico morto e sepolto, il fascismo mussoliniano. L’antifascismo in assenza di fascismo a sinistra e l’anticomunismo in assenza di comunismo a destra lasciano intendere che l’unica forma politica ammessa e praticabile sia il liberalismo, ovvero l’involucro politico di legittimazione del totalitarismo glamour del capitalismo. Il paradosso, oltretutto, risiede nel fatto che l’idea di istituire un patentino di legittimità per poter parlare e per poter lavorare richiama direttamente i metodi che furono del regime fascista, quando, come è noto, era richiesta la tessera del partito per poter fare pressoché qualsiasi cosa. Per parte nostra, sulle orme di Spinoza, rivendichiamo la libertas philosophandi: in una libera repubblica democratica, ciascuno deve poter sostenere le tesi che vuole, le quali, se false, saranno poi confutate dalle tesi vere, poiché il contrario di falsità è verità, non censura. Le idee si combattono con le idee. Tra l’altro, il patentino potrebbe costituire un pericoloso precedente, quasi come se si aprisse una insidiosa finestra di Overton: per poter parlare e lavorare oggi ci viene chiesto di sottoscrivere il patentino di antifascismo, ma domani potrebbero chiederci di sottoscrivere un patentino con il quale ci si impegna a supportare Washington, Israele e il liberalismo occidentale. Ciò costituisce un ulteriore argomento per supportare la tesi di Spinoza circa la libertas philosophandi. Lo diciamo senza perifrasi. Preferiamo un mondo in cui anche i sedicenti fascisti possano esprimere le loro tesi rispetto a un mondo in cui, con l’alibi della lotta al fascismo, prevalga la censura e siano in pericolo le tesi critiche e disallineate di tutti. La libertà di espressione non si tocca. (Credit foto: Facebook Più Libri Più Liberi)
Gay pride: ode al capitalismo assoluto-totalitario
La CGIL era presente al Pride di Ancona con un proprio carro. Sono e non da poco finiti i tempi in cui il sindacato si occupava dei lavoratori e dei loro diritti, delle loro rivendicazioni e delle loro battaglie. L’odierno trionfo del sistema capitalistico avviene anche grazie alla desindacalizzazione del lavoro, ciò che rinsalda il processo di individualizzazione dei lavoratori e la loro iperbolica solitudine. La stessa sinistra, facendo ormai a gara con la destra, parla e opera come se i lavoratori nemmeno più esistessero: li ha, di fatto, sostituiti con nuove categorie, dai migranti alle donne, dagli Lgbt alle femministe in lotta contro il patriarcato. La defocalizzazione dello sguardo rispetto alla lotta di classe e alla difesa del lavoro contro il capitale resta un punto fermo del nostro presente e del quotidiano rinsaldarsi della dominazione capitalistica del mondo della vita. Le rivendicazioni arcobaleno, oltretutto, non si limitano a dirottare lo sguardo dal conflitto di classe, ma risultano in toto funzionali alla riorganizzazione capitalistica del mondo della vita e alla neoliberalizzazione integrale dell’immaginario, nel nome della deregolamentazione antropologica di completamento della deregolamentazione economica. Le parrucche fucsia e gli uomini camuffati da donne dei pride debbono essere interpretati non certo como rivendicazioni di emancipazione in chiave anticapitalistica, bensì come momenti di neoliberalizzazione del mondo della vita e di deregolamentazione capitalistica dell’immaginario, aventi per obiettivo la decostruzione della vecchia visione borghese e proletaria incardinata sul concetto di famiglia. Rhodes l’ha opportunamente definito woke capitalism e noi, per parte nostra, già da tempo lo qualifichiamo come capitalismo arcobaleno. Ciò rivela come oggi non soltanto la destra e la sinistra, ma anche il sindacato siano del tutto organici alla riproduzione capitalistica. Molti ancora non hanno capito che parrucche fucsia, uomini camuffati da donne e trampoli con soggetti discinti non sono momenti di emancipazione dal capitalismo, ma di emancipazione del capitalismo stesso, che si libera dall’idea di famiglia naturale e dal concetto di dimorfismo per poter estendere in maniera totale il dominio della forma merce e la neoliberalizzazione del mondo della vita. riproduzione e all’allargamento del modo capitalistico della produzione. (Foto di repertorio)
Il drone in Romania: per la UE e per Crosetto è colpa di Putin
Nei giorni scorsi, un drone ha colpito un palazzo in Romania. Subito, il coro unificato del pensiero unico europeisticamente corretto ha tuonato contro la Russia di Putin, indicandola come responsabile dell’accaduto. La Russia di Putin, per parte sua, ha cautamente chiesto le prove in relazione a tale accusa, chiedendo altresì di poter visionare i resti in modo da accertare l’eventuale responsabilità propria. Ma per l’Unione Europea non vi è alcun bisogno, evidentemente, di stabilire con certezza le responsabilità, perché comunque la colpa deve necessariamente essere attribuita, come sempre, alla Russia di Putin. L’obiettivo resta sempre immancabilmente lo stesso: presentare la Russia di Putin come il nemico irriducibile dell’Europa, per poter in tal guisa preparare l’opinione pubblica Europea alla guerra contro la Russia che gli euroinomani delle brume di Bruxelles stanno alacremente preparando da tempo, con le loro ridicole piazze a sostegno del riarmo e con i loro demenziali programmi di Rearm Europe. Il fatto, poi, che gli austerici di Bruxelles vogliano condurre l’Ucraina del guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, nei perimetri dell’Unione Europea segnala in maniera inconfutabile come l’Europa si stia adoperando in ogni modo per occasionare la guerra con la Russia di Putin, fingendo però, con somma ipocrisia, che sia quest’ultima a volerla. Ricapitolando: l’Unione Europea vuole a tutti i costi la guerra con la Russia di Putin, ma finge ipocritamente che a volerla sia quest’ultima, in modo da poter vendere all’opinione pubblica tecnonarcotizzata e teledipendente l’idea che la guerra contro la Russia sia una guerra difensiva contro un aggressore cinico e irriducibile. Recentemente, Guido Crosetto, ministro ed esponente di spicco del giullaresco governo della destra bluette neoliberale e filoatlantista, filoucraina e filoisraeliana, ha svolto alcune dichiarazioni degne di essere commentate criticamente. Ha asserito il Crosetto che l’attacco russo per mezzo di droni al palazzo della Romania rivela la strutturale debolezza in cui attualmente versa la Russia di Putin. La frase del ministro, goffa e infondata come poche altre, riesce nel difficile intento di racchiudere ben due errori in poche righe. Anzitutto, su che basi Crosetto, in compagnia di tutto il coro virtuoso degli euroinomani di Bruxelles, può dichiarare con certezza che il drone che ha colpito il palazzo in Romania sia russo? Come sappiamo, non vi è certezza allo stato dell’arte e la Russia di Putin ha chiesto di poter visionare i resti per poter così accertare la reale responsabilità dell’accaduto. In secondo luogo, il Crosetto si avventura a sostenere a cuor leggero che la Russia di Putin si trova in una situazione di debolezza: su che basi egli svolge tali affermazioni? A conti fatti, sembra che la situazione di debolezza contrassegni, semmai, l’Ucraina del guitto di Kiev e quell’Unione Europea che, con stolida ottusità, seguita a supportarla indefessamente. In fondo, ci pare che le maldestre dichiarazioni del Crosetto debbano essere lette secondo l’usuale chiave ermeneutica della propaganda occidentale; propaganda in forza della quale si prova meticolosamente a persuadere l’opinione pubblica manipolata circa l’imminente crollo della Russia di Putin, quando, nella realtà dei fatti, a crollare sembra sempre più evidente che siano proprio l’Ucraina dell’attore Nato Zelensky e l’Unione Europea, treno in corsa verso il baratro.
Vannacci sceglie Israele e si rivela allineato all'ordine dominante
Vannacci ha definitivamente chiarito la propria posizione, come usa dire. Non che non fosse in qualche modo chiaro il suo reale posizionamento nel diagramma dei rapporti di forza, in qualità di uomo politico organico al partito unico fintamente articolato del capitale. Da tempo era ampiamente nota la sua professione di fede liberista e atlantista, nonché la sua adesione al risibile schema della contrapposizione tra destra e sinistra, perfettamente funzionale alla riproduzione capitalistica e alla alternanza senza alternativa. Adesso però il Vannacci si spinge oltre e getta la maschera in relazione al proprio posizionamento rispetto a Israele. Così scrive il generale sulla propria pagina Facebook: “L’alleanza tra sinistra radicale e Islam è palese. Emerge grazie alle manifestazioni Propal con tanto di bandiere. […] La causa palestinese incarna la lotta contro gli ebrei, intrecciando religione e identità, e usa la retorica anti-occidentale per suscitare empatia. In Occidente, la sinistra antimperialista, globalista e talvolta antisemita abbraccia la stessa causa, sfruttando la propaganda emotiva sulle vittime per alimentare consenso”. Proviamo a fare chiarezza in questo delirio vacuo, in queste parole in libertà dadaista, in questo nulla mischiato al niente. Anzitutto, per il generale il nemico non è il nichilismo capitalistico, che aspira a neutralizzare ogni religione della trascendenza, dunque tanto l’Islam quanto il Cristianesimo. Niente affatto: per il prode generale passato dal campo militare a quello politico, il problema è l’Islam, religione della trascendenza che, come il Cristianesimo, ha oggi il merito di resistere al nulla della civiltà dei mercati. Come direbbe il vecchio Hegel, vi sono gli elementi per rispedirlo alla scuola elementare della saggezza. In secondo luogo, il generale prende di mira la sinistra, non il sistema capitalistico. Per la destra il nemico è la sinistra, per la sinistra il nemico è la destra, e intanto il sistema capitalistico può riprodursi indisturbatamente e le classi dominanti possono continuare a fare le loro malefatte senza interferenze, mentre i capita insanabilia di destra sono occupati nella lotta con i capita insanabilia di sinistra. Non sfugga nemmeno il passaggio, quasi lirico, con cui il generale identifica l’anti-imperialismo e il globalismo. Alla scuola elementare della saggezza di cui sopra, il generale potrà apprendere facilmente che la lotta contro l’imperialismo è l’opposto del cosmopolitismo, poiché chi lotta contro l’imperialismo rivendica le ragioni sacrosante dell’indipendenza della propria patria contro le ingerenze di Washington, facendo valere una dinamica antitetica rispetto a quella di quel cosmopolitismo che vuole l’unificazione del mondo sotto le insegne del libero mercato sotto cupola atlantista. Verrebbe da domandare al prode generale: se l’opposizione all’imperialismo corrisponde al male globalista, l’accettazione dell’imperialismo è invece una forma di resistenza al “mondo al contrario”? Veniamo infine alla questione del conflitto tra Israele e Palestina. Era nell’aria da tempo, ma mai il generale si era sbilanciato in maniera tanto chiara e inequivocabile. In passato si era limitato a dire che Israele aveva il diritto di difendersi, legittimando dunque la narrazione ideologica di Netanyahu, che usa quel teorema per poter aggredire i palestinesi qualificando come difesa l’aggressione. Ora, come dicevo, il generale si spinge più in là e delegittima la benemerita resistenza palestinese contro l’imperialismo israeliano, derubricando oltretutto sotto la voce “sinistra” la posizione di chi supporta quella benemerita resistenza. Per puntellare la propria posizione strutturalmente scricchiolante, il generale rispolvera il vecchio argomento logoro dell’identificazione tra critica dell’imperialismo di Israele e antisemitismo, il classico asylum ignorantiae, il caposaldo dell’ideologia dominante di quel “mondo al contrario” a cui il generale, volens nolens, risulta pienamente organico. Le posizioni del generale, sia chiaro, non ci stupiscono affatto: sono i pilastri programmatici della vecchia e collaudata destra bluette liberista e atlantista. Ci stupisce, invece, vedere tanti uomini e tante donne di buona volontà che si lasciano per l’ennesima volta abbindolare come citrulli dal mito di un nuovo che coincide perennemente con il vecchio. Il sistema dominante del liberal-capitalismo ha trovato la sua nuova dramatis persona.
Marco Pannella: tutti lo celebrano, io no
Seguitano ubiquitariamente le celebrazioni in stile santificante per Marco Pannella a dieci anni dalla scomparsa. Non vi è giornale, non vi è televisione e non vi è radio che non magnifichi ininterrottamente la figura di Marco Pannella, celebrato come un eroe della politica che si è battuto strenuamente per difendere la libertà. Mi permetto di dissentire da questa narrazione oggi egemonica e di mostrare per quali ragioni, al di là del giusto rispetto umano per la figura di Pannella, la sua posizione politica risulti massimamente criticabile. Non parlerò di "più Europa", l’erede contemporaneo del partito fondato da Pannella, poiché probabilmente sarebbe ingiusto attribuire al fondatore della ditta le responsabilità di ciò che è venuto dopo, anche se, come si dice, il frutto non cade mai troppo distante dall’albero: “più Europa” è soltanto un episodio della normalizzazione liberal-atlantista del nostro Paese, con, in aggiunta, un elogio sperticato del costrutto tecnocratico e repressivo dell’Unione Europea. Per quel che riguarda la politica di Pannella in senso stretto, il Partito Radicale da lui fondato rappresentò unicamente una forza di individualizzazione di massa, vuoi anche un completamento ideologico della liberalizzazione dei consumi e dei costumi che la civiltà del capitale aveva avviato a partire dal '68. La libertà difesa e celebrata da Pannella era sempre e solo la libertà dell’individuo consumatore, intesa come liberalizzazione dei consumi, droghe comprese. Insomma, la libertà come capriccio di consumo e non certo come sostanza etica nell’accezione hegeliana. Costanzo Preve considerava Pannella l'esponente di un "libertarismo dei costumi": le battaglie radicali riflettevano una deriva borghese e neoliberista della sinistra, che aveva abbandonato la storica questione sociale in favore di istanze individualiste, funzionali alla civiltà dei consumi. Scriveva Preve: "Quanto ai radicali, Pannella und Bonino, non li considero personalmente una forza politica, ma un elemento culturale di profonda corruzione civile e umana, avanguardia di un individualismo estremo e anomico". Non meno disastrosa fu la politica estera del partito fondato da Pannella: atlantista e filoisraeliano fino al midollo, nella convinzione che Washington e Israele rappresentassero il paradigma ideale della libertà a cui ogni popolo del pianeta era chiamato ad adeguarsi. Insomma, benché le celebrazioni di Pannella continuino ininterrottamente, mi pare che non manchino gli elementi per criticare aspramente le sue politiche. Mi spingo più in là e dico che non ho mai francamente capito per quali ragioni Pier Paolo Pasolini stimasse tanto sul piano politico Pannella e i radicali, considerato il fatto che essi rappresentavano l’opposto di ciò che Pasolini teorizzava. Insomma, rispetto per la figura umana di Pannella, ma massima distanza dal suo progetto politico!
Hantavirus: si tornerà presto allo stato d'emergenza?
Già da giorni, comincia a salire la tensione mediatica intorno all’Hantavirus. I modi e le strategie narrative ricordano tragicamente quelli del coronavirus, cosicché ci troviamo a vivere una sorta di déjà vu. Si vocifera nemmeno troppo obliquamente del possibile ritorno di una epidemia in Europa, proprio nei giorni in cui, per ironia della sorte, il governo italiano ha varato il nuovo piano pandemico, attivo fino al 2029. Non sappiamo, ovviamente, come andrà a finire, ma non ci stupiremmo affatto se dovesse ripresentarsi uno scenario analogo a quello del 2020, con il ritorno in pompa magna del Leviatano tecnosanitario. I virus e le epidemie esistono purtroppo da sempre, ma la vera novità della civiltà tecnomorfa contemporanea consiste nell’utilizzarle ad arte per riorganizzare il potere e il governo delle cose e delle persone, cavalcando l’emergenza come ars regendi. Come non mi stanco di sottolineare, neoliberismo ed emergenza fanno sistema, cosicché l’ordine neoliberale e l’emergenza permanente si rovesciano dialetticamente l’uno nell’altra. L’emergenza infatti, soprattutto se amplificata dal discorso mediatico e dai monopolisti della parola, permette al potere neoliberale di imporre misure e norme proprie dello Stato d’eccezione che, in una condizione di normalità, mai verrebbero accettate e che è invece la situazione dell’emergenza a rendere non solo accettabili, ma, di più, necessarie. D’altro canto, la tesi che avevamo sostenuto nel nostro libro del 2021, “Golpe globale”, è quella secondo cui l’emergenza presenta ormai un andamento a YoYo, alternando fasi 1 di emergenza radicale a fasi 2 di emergenza più blanda o latente. Stiamo dunque, dopo una lunga fase 2, per tornare alla fase 1? È una domanda che non possiamo eludere e per la quale tuttavia non abbiamo una risposta certa. Lo scopriremo presto. Intanto, la sensazione è, inevitabilmente, quella del déjà vu. L’Hantavirus sembra a tutti gli effetti ricondurci alla stagione epidemica principiata nel 2020: l’allarmismo mediatico ha già cominciato a scaldare i motori e, oltretutto, si è già registrato il primo caso di quarantena per un italiano. L’immarcescibile Burioni è intervenuto, spiegando che potremo tirare un sospiro di sollievo solo se tra 50 giorni non vi saranno contagi. Dulcis in fundo, riparte la corsa al siero santissimo, il sacro Graal delle multinazionali del farmaco. L’emergenza permanente - giova insistervi - costituisce la cifra dell’ordine neo-liberale, che utilizza l’emergenza stessa come arte di governo per riplasmare le nostre vite e per riorganizzare a suo beneficio l’amministrazione delle cose e delle persone. Governare con l’emergenza è a tutti gli effetti la strategia più specifica dell’ordine tecnocapitalistico contemporaneo. Perché questa peculiare ars regendi possa funzionare a pieno regime, occorre ovviamente terrorizzare ad arte la popolazione, amplificando mediaticamente le crisi: parafrasando Spinoza, la passione triste della paura rende i cittadini passivi e disposti a subire letteralmente tutto, a patto che quel tutto sia presentato come funzionale alla salvezza. Come sempre, a dover essere messa in discussione non è certo l’existence delle emergenze, compresa quella epidemica: deve invece essere messo in discussione l’uso politico ed economico che di esse viene fatto dalla raison neoliberale, che le impiega per potenziare la propria struttura, per rinsaldare il proprio dominio di classe e per attuare più velocemente e senza impedimenti il proprio tableau de bord su scala planetaria.
Giorgia Meloni e Guido Crosetto non vogliono che gli USA se ne vadano dall'Italia: altro che patrioti!
Ebbene sì, Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio italiano ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale e filoatlantista, si è detta insoddisfatta in relazione al proposito di disimpegno statunitense in Europa. Come è noto, Washington è profondamente delusa dal contegno degli Europei, soprattutto di quello della Spagna e dell’Italia, le quali non hanno adeguatamente supportato la civiltà del dollaro nella sua sciagurata missione imperialistica in Iran. Sicché adesso Donald Trump minaccia l’Europa dicendo di voler ritirare le truppe americane dal vecchio continente. Ogni vero patriota dovrebbe giubilare al cospetto di questa notizia, leggendola come l’auspicato spiraglio di un ritorno alla sovranità militare grazie alla fine della occupazione americana dell’Europa con basi e milizie. E invece Giorgia Meloni si dice contraria e insoddisfatta, sperando di poter far cambiare idea al codino biondo che fa impazzire il mondo: tant’è che Guido Crosetto è già pronto ad andare in missione a Washington per ricucire il rapporto sfilacciato con Trump. Ebbene, l’Italia, anziché cogliere al volo questa memorabile occasione di affrancamento dalla dominazione americana, piagnucola con la postura tipica del servo che ama le proprie catene e che anzi è disposto a battersi per conservarle quando il padrone decide di affrancarlo. È in questa chiave ermeneutica che deve essere spiegata la missione a Washington di Crosetto di cui stiamo parlando, il non plus ultra della subalternità del nostro Paese, per ironia della sorte a opera di un governo che ha pure il coraggio e la sfacciataggine di definirsi patriottico e difensore dell’interesse nazionale. Come non mi stanco di ripetere, quello di Giorgia Meloni e dei suoi sodali è un patriottismo di cartapesta, un sovranismo di cartone, dietro al quale si nasconde l’usuale ridicola sudditanza italiana all’impero a stelle e strisce. La si dovrebbe finire una volta tanto di qualificare come fascista il governo di Giorgia Meloni: è un governo totalmente liberista e atlantista, perfettamente sovrapponibile a quelli della sinistra fucsia. Il fascismo – e lo dico da gramsciano, alieno da ogni possibile simpatia per il ventennio – aveva se non altro, al netto di tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, il senso dei diritti sociali, in quanto figlio ribelle del Partito Socialista. La destra neoliberale di Giorgia Meloni e la sinistra neoliberale di Elly Schlein non hanno nulla a che fare, rispettivamente, con il fascismo e con il comunismo, essendo soltanto due episodi tragicomici di neoliberismo atlantista contemporaneo. Lo ripeto per l’ennesima volta: i due capisaldi di ogni politica seria, che voglia contrapporsi all’ordine dominante, risiedono nell’anticapitalismo e nell’antimperialismo, ossia nei due elementi che egualmente mancano oggi a destra come a sinistra.
Silvia Salis, il nuovo volto della politica funzionale all'ordine dominante
Sembra che il sindaco di Genova in quota alla sinistra fucsia, Silvia Salis, sia il nuovo volto politicamente prescelto dal potere dominante per rappresentare le sue istanze. L’ordine del discorso e dell’immagine continua a proporre a pie’ sospinto la figura di Silvia Salis, presentandola come il nuovo volto della politica e financo come la possibile nuova guida del Paese dopo che la figura di Giorgia Meloni, come già ha iniziato a fare, sarà definitivamente tramontata sul piano politico. Addirittura il noto rotocalco iperliberista “Vanity Fair” ha dedicato la copertina a Silvia Salis, come già fece a suo tempo con il tosco rottamatore Matteo Renzi. In effetti, Silvia Salis pare la figura ottimale per rappresentare le istanze dell’ordine dominante: anzitutto non ha una provenienza politica ed è dunque perfettamente malleabile per l’ordine discorsivo e politico dominante. Non ha un’identità politica sua propria e dunque è pronta ad assumere quella di volta in volta richiesta dallo spirito del tempo, dunque dalla globalizzazione neoliberale in tinta arcobaleno. Nei suoi discorsi, il grande assente è la politica, poiché ella parla soltanto di questioni irrilevanti e marginali legate alle chiacchiere arcobaleno e ai temi vuoti dell’inclusività, buoni sempre e solo a nascondere il conflitto di classe e lo sfruttamento annesso, l’imperialismo americano e la questione sociale. Insomma, sembra proprio che Silvia Salis farà ancora parlare molto di sé e anzi diventerà, come in parte già sta diventando, la protagonista dello scenario politico a venire, traghettando come sempre il consenso delle masse verso il potere della globalizzazione neoliberale. E intanto, puntuale come un orologio elvetico, adesso spunta il marchio depositato dalla Salis: si chiama “Futuro Democratico”, come rivelato da diversi quotidiani nazionali. Tutto come da copione, dunque: Silvia Salis, come abbiamo già sottolineato, rappresenta il nuovo volto della politica spuntato dal nulla, almeno in apparenza; in realtà, si tratta dell’ennesimo prodotto politico dell’ordine dominante e in funzione della riproduzione dei rapporti di forza dominanti. Incessantemente le classi dominanti sono alla ricerca di nuovi personaggi politici affidabili, che possano rappresentare al meglio le loro istanze e il loro programma liberalprogressista, ma poi anche – non dimentichiamolo – di personaggi che rappresentino al meglio l’opposizione controllata e la messa in scena di un dissenso funzionale esso stesso allo status quo. In questa luce debbono leggersi tanto il “Futuro Democratico” di Silvia Salis, quanto il “Futuro Nazionale” del generale Vannacci. Il primo rappresenta il lato del consenso alla civiltà dei consumi e al sinedrio liberalprogressista, il secondo simboleggia il lato della contestazione addomesticata ed essa stessa funzionale alla dominazione dell’ordine egemonico (giacché il Vannacci non mette in discussione il liberismo, l’atlantismo e lo schema di destra e sinistra). Sia la Salis, sia il Vannacci – i nuovi volti politici del presente – accettano senza batter ciglio il neoliberismo e l’atlantismo, cosicché, dietro l’opposizione fittizia, si nasconde l’identità di vedute che garantisce l’indisturbata dominazione dei gruppi egemonici e delle classi dirigenti, voglio dire il mantenimento dello status quo della civiltà liberalatlantista. Il potere dominante crea le sue immagini politiche prodotte in vitro grazie a martellanti campagne mediatiche e pubblicitarie, con le quali propone alle masse teledipendenti e tecnonarcotizzate figure che non hanno storia politica e che sembrano spuntate dal nulla, quando in realtà sono selezionate con cura dall’ordine dominante per rappresentare al meglio le proprie istanze e per illudere le masse popolari circa l’esistenza di un’alternativa in realtà inesistente, poiché a esistere nel quadro politico dominante è soltanto l’alternanza tra partiti tutti interni al partito unico fintamente articolato del turbocapitale sans frontières.
Putin ripristina i busti di Stalin, Meloni sta sempre con Zelensky
Diversi tra i più letti e, soprattutto, più venduti quotidiani nazionali e internazionali danno con sgomento la notizia secondo cui Putin avrebbe fatto chiudere il museo del Gulag e ripristinato i busti di Stalin. La scelta del presidente russo appare chiara e coerente, in perfetta continuità con la sua volontà di rivendicare per intero il passato della Russia e dell’Unione Sovietica, rispondendo anche in questo alle tendenze nefaste di un Occidente consacrato al nulla della cancel culture. Come sappiamo, i Gulag vengono utilizzati da decenni come arma ideologica per screditare il socialismo e la Russia, proprio come la figura di Stalin viene trasfigurata ideologicamente e presentata come sineddoche della dittatura totalitaria con il solo scopo di demonizzare tanto il comunismo storico novecentesco, quanto la Russia. Ricordare l’orrore dei Gulag sicuramente è giusto, ma guai a trasformare quella esperienza tragica in arma ideologica per delegittimare la grande esperienza del socialismo, che rappresentò nel secolo breve l’ideale dell’alternativa, la reale resistenza all’imperialismo statunitense e la concretizzazione della liberazione dell’Europa dal nazismo. Lo stesso si deve dire per la figura di Stalin, il quale, lungi dall’essere semplicemente un dittatore senza dignità, come ripetono gli araldi del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto, ebbe il merito non solo di liberare l’Europa dal nazismo, ma di mantenere vivo il socialismo in un solo paese, resistendo all’imperialismo e ai molteplici tentativi di far crollare quella gloriosa esperienza. La scelta di Putin si spiega esattamente in questa cornice di senso: rivendicare, contro la macchina orrenda della propaganda liberal-atlantista, l’intera storia russa e quindi anche la grandezza dell’Unione Sovietica, faro di libertà e di resistenza contro il nulla della civiltà capitalistica sotto cupola atlantista, arcobalenica e liberal-progressista. Diciamolo apertamente e senza infrangimenti: la Russia di Putin rappresenta oggi la continuazione, nel mutato contesto, dell’esperienza sovietica di opposizione all’imperialismo e di difesa della possibilità di un mondo multipolare, sottratto all’oppressione planetaria a stelle e strisce. Mentre l’occidente appare goffamente intento a cancellare la sua storia, la Russia difende il proprio percorso in tutte le sue anse e si rivela pronta a opporre ancora resistenza alla barbarie che ovunque avanza. Intanto, Giorgia Meloni ribadisce la sua fedeltà a Kiev. “L’Italia sempre al fianco di Kiev”: sono queste le agghiaccianti parole recentemente pronunziate da Giorgia Meloni, presidente del consiglio ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale e filoatlantista. Giorgia Meloni, oltretutto, ha recentemente accolto con un grande abbraccio il guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. Come se non bastasse, a fare da grancassa delle posizioni governative, recentemente l’europarlamentare Letizia Moratti, in una sua epifania catodica su la7, ha spiegato che l’Ucraina è l’aggredito e la Russia è l’aggressore e che il guitto di Kiev sta difendendo i valori democratici. Siamo al non plus ultra dell’ideologia e della propaganda, ma poi anche della umiliazione del nostro sventurato Paese. L’Italia della destra bluette neoliberale continua a dare supporto alle irragionevoli ragioni del guitto e della sua guerra a oltranza con la Russia di Putin, dilapidando i soldi degli italiani in armi e finanziamenti a flusso continuo verso Kiev. E continua altresì a ripetere la fable convenue secondo cui il guitto di Kiev starebbe difendendo i valori democratici, quando in realtà, lo sanno anche i bambini, Zelensky non rappresenta in alcun modo i valori democratici, dato che ha perseguitato la chiesa ortodossa, chiuso diversi partiti di opposizione, imposto il canale televisivo unico e perfino riabilitato l’uso delle mine antiuomo. Un governo che fosse autenticamente patriottico dovrebbe immediatamente chiamare fuori l’Italia da questa sciagurata guerra, ma, come sanno ormai anche i muri, il governo di Giorgia Meloni è tutto fuorché patriottico, essendo invece genuflesso in toto a Washington e a Bruxelles. Vi sarebbe da ridere, se non vi fosse da piangere.
Trump si piega e accetta l’accordo con l’Iran
Donald Trump è, infine, sceso a miti consigli e non ha “fatto morire un’intera civiltà”, come aveva apocalitticamente e demenzialmente annunciato. Si è infatti trovato – Deo gratias – un provvisorio accordo in Iran, un accordo che prevede la sospensione del conflitto per due settimane e la completa riapertura dello Stretto di Hormuz. Provvidenziale è stato l’intervento della Cina, che ha spinto l’Iran ad accettare l’accordo, rivelandosi ancora una volta lo Stato più lungimirante oggi esistente sulla faccia della Terra. Dopo minacce su minacce, rivelandosi essa stessa integralista, fanatica e teocratica, la civiltà del dollaro scende a compromessi, comprendendo, meglio tardi che mai, la propria impossibilità di piegare l’Iran come invece pensava di poter agevolmente fare. Questo accordo ci segnala incontrovertibilmente la potenza dell’Iran, in grado di costringere gli USA all’accordo e alla tregua. Ci segnala altresì, una volta di più, l’intelligenza strategica della Cina, ormai la vera guida del pianeta, faro di civiltà e di pace. E ci segnala, infine, il lento e inesorabile tramonto dell’Occidente americanocentrico, regno del nulla che, abitato dal nichilismo, produce solo morte e distruzione. Tanto rumore per nulla, per dirla con il vecchio Shakespeare: la barbarie sconfinata di cui Trump è portavoce ha dovuto fare i conti con il principio di realtà e soprattutto con l’encomiabile potenza dell’Iran, protetto e supportato dalla Cina. Intanto, il senatore Claudio Borghi, della Lega di Matteo Salvini, ha commentato l'accordo trovato tra Iran e Stati Uniti sostenendo testualmente che Trump "vi ha trollato tutti". Il verbo trollare, proprio della neolingua contemporanea, vale come sinonimo di prendere in giro e gabellare. La tesi del Borghi, dunque, è quella secondo cui Trump ha preso in giro tutti, fingendo di voler portare il conflitto fino alle sue estreme conseguenze, per poi risolverlo, almeno provvisoriamente, mediante la tregua che si è raggiunta nei giorni scorsi. Apprezziamo lo sforzo ermeneutico particolarmente fantasioso e acrobatico del Borghi, ma ci pare che, a conti fatti, le cose stiano decisamente altrimenti. La realtà - al cui principio ci permettiamo di invitare il Borghi - è che Donald Trump è stato costretto dai rapporti di forza a scendere a più miti consigli, ben sapendo di non poter piegare l'Iran e di dover necessariamente scendere a patti con esso. Come non mi stanco di ripetere, Washington pensava di chiudere la partita persiana in una settimana: questa era la sua strategia. Se ne inferisce che la strategia è fallita miseramente e che attualmente Washington non ne ha più una, cosicché è ora è costretta a muoversi scompostamente, tra minacce e accordi repentini. Viceversa, la Persia una strategia ce l'ha e la sta seguendo meticolosamente. Essa consiste in tre punti fondamentali: in primo luogo, usare lo Stretto come arma di ricatto e di strangolamento per l'Europa; in secondo luogo, resistere a oltranza e a ogni costo contro il barbaro invasore; in terzo luogo, generare zizzania tra i membri del Patto Atlantico. Insomma, Trump non ha "trollato" proprio nessuno, ma semmai, se proprio vogliamo usare questo verbo disgustoso, è stato trollato pesantemente dalla Persia: inutile negarlo.

cielo sereno (MC)



