di Diego Fusaro

Il drone in Romania: per la UE e per Crosetto è colpa di Putin

Il drone in Romania: per la UE e per Crosetto è colpa di Putin

Nei giorni scorsi, un drone ha colpito un palazzo in Romania. Subito, il coro unificato del pensiero unico europeisticamente corretto ha tuonato contro la Russia di Putin, indicandola come responsabile dell’accaduto. La Russia di Putin, per parte sua, ha cautamente chiesto le prove in relazione a tale accusa, chiedendo altresì di poter visionare i resti in modo da accertare l’eventuale responsabilità propria. Ma per l’Unione Europea non vi è alcun bisogno, evidentemente, di stabilire con certezza le responsabilità, perché comunque la colpa deve necessariamente essere attribuita, come sempre, alla Russia di Putin. L’obiettivo resta sempre immancabilmente lo stesso: presentare la Russia di Putin come il nemico irriducibile dell’Europa, per poter in tal guisa preparare l’opinione pubblica Europea alla guerra contro la Russia che gli euroinomani delle brume di Bruxelles stanno alacremente preparando da tempo, con le loro ridicole piazze a sostegno del riarmo e con i loro demenziali programmi di Rearm Europe. Il fatto, poi, che gli austerici di Bruxelles vogliano condurre l’Ucraina del guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, nei perimetri dell’Unione Europea segnala in maniera inconfutabile come l’Europa si stia adoperando in ogni modo per occasionare la guerra con la Russia di Putin, fingendo però, con somma ipocrisia, che sia quest’ultima a volerla. Ricapitolando: l’Unione Europea vuole a tutti i costi la guerra con la Russia di Putin, ma finge ipocritamente che a volerla sia quest’ultima, in modo da poter vendere all’opinione pubblica tecnonarcotizzata e teledipendente l’idea che la guerra contro la Russia sia una guerra difensiva contro un aggressore cinico e irriducibile. Recentemente, Guido Crosetto, ministro ed esponente di spicco del giullaresco governo della destra bluette neoliberale e filoatlantista, filoucraina e filoisraeliana, ha svolto alcune dichiarazioni degne di essere commentate criticamente. Ha asserito il Crosetto che l’attacco russo per mezzo di droni al palazzo della Romania rivela la strutturale debolezza in cui attualmente versa la Russia di Putin. La frase del ministro, goffa e infondata come poche altre, riesce nel difficile intento di racchiudere ben due errori in poche righe. Anzitutto, su che basi Crosetto, in compagnia di tutto il coro virtuoso degli euroinomani di Bruxelles, può dichiarare con certezza che il drone che ha colpito il palazzo in Romania sia russo? Come sappiamo, non vi è certezza allo stato dell’arte e la Russia di Putin ha chiesto di poter visionare i resti per poter così accertare la reale responsabilità dell’accaduto. In secondo luogo, il Crosetto si avventura a sostenere a cuor leggero che la Russia di Putin si trova in una situazione di debolezza: su che basi egli svolge tali affermazioni? A conti fatti, sembra che la situazione di debolezza contrassegni, semmai, l’Ucraina del guitto di Kiev e quell’Unione Europea che, con stolida ottusità, seguita a supportarla indefessamente. In fondo, ci pare che le maldestre dichiarazioni del Crosetto debbano essere lette secondo l’usuale chiave ermeneutica della propaganda occidentale; propaganda in forza della quale si prova meticolosamente a persuadere l’opinione pubblica manipolata circa l’imminente crollo della Russia di Putin, quando, nella realtà dei fatti, a crollare sembra sempre più evidente che siano proprio l’Ucraina dell’attore Nato Zelensky e l’Unione Europea, treno in corsa verso il baratro.

07/06/2026 14:20
Vannacci sceglie Israele e si rivela allineato all'ordine dominante

Vannacci sceglie Israele e si rivela allineato all'ordine dominante

Vannacci ha definitivamente chiarito la propria posizione, come usa dire. Non che non fosse in qualche modo chiaro il suo reale posizionamento nel diagramma dei rapporti di forza, in qualità di uomo politico organico al partito unico fintamente articolato del capitale. Da tempo era ampiamente nota la sua professione di fede liberista e atlantista, nonché la sua adesione al risibile schema della contrapposizione tra destra e sinistra, perfettamente funzionale alla riproduzione capitalistica e alla alternanza senza alternativa. Adesso però il Vannacci si spinge oltre e getta la maschera in relazione al proprio posizionamento rispetto a Israele. Così scrive il generale sulla propria pagina Facebook: “L’alleanza tra sinistra radicale e Islam è palese. Emerge grazie alle manifestazioni Propal con tanto di bandiere. […] La causa palestinese incarna la lotta contro gli ebrei, intrecciando religione e identità, e usa la retorica anti-occidentale per suscitare empatia. In Occidente, la sinistra antimperialista, globalista e talvolta antisemita abbraccia la stessa causa, sfruttando la propaganda emotiva sulle vittime per alimentare consenso”. Proviamo a fare chiarezza in questo delirio vacuo, in queste parole in libertà dadaista, in questo nulla mischiato al niente. Anzitutto, per il generale il nemico non è il nichilismo capitalistico, che aspira a neutralizzare ogni religione della trascendenza, dunque tanto l’Islam quanto il Cristianesimo. Niente affatto: per il prode generale passato dal campo militare a quello politico, il problema è l’Islam, religione della trascendenza che, come il Cristianesimo, ha oggi il merito di resistere al nulla della civiltà dei mercati. Come direbbe il vecchio Hegel, vi sono gli elementi per rispedirlo alla scuola elementare della saggezza. In secondo luogo, il generale prende di mira la sinistra, non il sistema capitalistico. Per la destra il nemico è la sinistra, per la sinistra il nemico è la destra, e intanto il sistema capitalistico può riprodursi indisturbatamente e le classi dominanti possono continuare a fare le loro malefatte senza interferenze, mentre i capita insanabilia di destra sono occupati nella lotta con i capita insanabilia di sinistra. Non sfugga nemmeno il passaggio, quasi lirico, con cui il generale identifica l’anti-imperialismo e il globalismo. Alla scuola elementare della saggezza di cui sopra, il generale potrà apprendere facilmente che la lotta contro l’imperialismo è l’opposto del cosmopolitismo, poiché chi lotta contro l’imperialismo rivendica le ragioni sacrosante dell’indipendenza della propria patria contro le ingerenze di Washington, facendo valere una dinamica antitetica rispetto a quella di quel cosmopolitismo che vuole l’unificazione del mondo sotto le insegne del libero mercato sotto cupola atlantista. Verrebbe da domandare al prode generale: se l’opposizione all’imperialismo corrisponde al male globalista, l’accettazione dell’imperialismo è invece una forma di resistenza al “mondo al contrario”? Veniamo infine alla questione del conflitto tra Israele e Palestina. Era nell’aria da tempo, ma mai il generale si era sbilanciato in maniera tanto chiara e inequivocabile. In passato si era limitato a dire che Israele aveva il diritto di difendersi, legittimando dunque la narrazione ideologica di Netanyahu, che usa quel teorema per poter aggredire i palestinesi qualificando come difesa l’aggressione. Ora, come dicevo, il generale si spinge più in là e delegittima la benemerita resistenza palestinese contro l’imperialismo israeliano, derubricando oltretutto sotto la voce “sinistra” la posizione di chi supporta quella benemerita resistenza. Per puntellare la propria posizione strutturalmente scricchiolante, il generale rispolvera il vecchio argomento logoro dell’identificazione tra critica dell’imperialismo di Israele e antisemitismo, il classico asylum ignorantiae, il caposaldo dell’ideologia dominante di quel “mondo al contrario” a cui il generale, volens nolens, risulta pienamente organico. Le posizioni del generale, sia chiaro, non ci stupiscono affatto: sono i pilastri programmatici della vecchia e collaudata destra bluette liberista e atlantista. Ci stupisce, invece, vedere tanti uomini e tante donne di buona volontà che si lasciano per l’ennesima volta abbindolare come citrulli dal mito di un nuovo che coincide perennemente con il vecchio. Il sistema dominante del liberal-capitalismo ha trovato la sua nuova dramatis persona.

31/05/2026 11:45
Marco Pannella: tutti lo celebrano, io no

Marco Pannella: tutti lo celebrano, io no

Seguitano ubiquitariamente le celebrazioni in stile santificante per Marco Pannella a dieci anni dalla scomparsa. Non vi è giornale, non vi è televisione e non vi è radio che non magnifichi ininterrottamente la figura di Marco Pannella, celebrato come un eroe della politica che si è battuto strenuamente per difendere la libertà. Mi permetto di dissentire da questa narrazione oggi egemonica e di mostrare per quali ragioni, al di là del giusto rispetto umano per la figura di Pannella, la sua posizione politica risulti massimamente criticabile. Non parlerò di "più Europa", l’erede contemporaneo del partito fondato da Pannella, poiché probabilmente sarebbe ingiusto attribuire al fondatore della ditta le responsabilità di ciò che è venuto dopo, anche se, come si dice, il frutto non cade mai troppo distante dall’albero: “più Europa” è soltanto un episodio della normalizzazione liberal-atlantista del nostro Paese, con, in aggiunta, un elogio sperticato del costrutto tecnocratico e repressivo dell’Unione Europea. Per quel che riguarda la politica di Pannella in senso stretto, il Partito Radicale da lui fondato rappresentò unicamente una forza di individualizzazione di massa, vuoi anche un completamento ideologico della liberalizzazione dei consumi e dei costumi che la civiltà del capitale aveva avviato a partire dal '68. La libertà difesa e celebrata da Pannella era sempre e solo la libertà dell’individuo consumatore, intesa come liberalizzazione dei consumi, droghe comprese. Insomma, la libertà come capriccio di consumo e non certo come sostanza etica nell’accezione hegeliana. Costanzo Preve considerava Pannella l'esponente di un "libertarismo dei costumi": le battaglie radicali riflettevano una deriva borghese e neoliberista della sinistra, che aveva abbandonato la storica questione sociale in favore di istanze individualiste, funzionali alla civiltà dei consumi. Scriveva Preve: "Quanto ai radicali, Pannella und Bonino, non li considero personalmente una forza politica, ma un elemento culturale di profonda corruzione civile e umana, avanguardia di un individualismo estremo e anomico". Non meno disastrosa fu la politica estera del partito fondato da Pannella: atlantista e filoisraeliano fino al midollo, nella convinzione che Washington e Israele rappresentassero il paradigma ideale della libertà a cui ogni popolo del pianeta era chiamato ad adeguarsi. Insomma, benché le celebrazioni di Pannella continuino ininterrottamente, mi pare che non manchino gli elementi per criticare aspramente le sue politiche. Mi spingo più in là e dico che non ho mai francamente capito per quali ragioni Pier Paolo Pasolini stimasse tanto sul piano politico Pannella e i radicali, considerato il fatto che essi rappresentavano l’opposto di ciò che Pasolini teorizzava. Insomma, rispetto per la figura umana di Pannella, ma massima distanza dal suo progetto politico!

24/05/2026 13:00
Hantavirus: si tornerà presto allo stato d'emergenza?

Hantavirus: si tornerà presto allo stato d'emergenza?

Già da giorni, comincia a salire la tensione mediatica intorno all’Hantavirus. I modi e le strategie narrative ricordano tragicamente quelli del coronavirus, cosicché ci troviamo a vivere una sorta di déjà vu. Si vocifera nemmeno troppo obliquamente del possibile ritorno di una epidemia in Europa, proprio nei giorni in cui, per ironia della sorte, il governo italiano ha varato il nuovo piano pandemico, attivo fino al 2029. Non sappiamo, ovviamente, come andrà a finire, ma non ci stupiremmo affatto se dovesse ripresentarsi uno scenario analogo a quello del 2020, con il ritorno in pompa magna del Leviatano tecnosanitario. I virus e le epidemie esistono purtroppo da sempre, ma la vera novità della civiltà tecnomorfa contemporanea consiste nell’utilizzarle ad arte per riorganizzare il potere e il governo delle cose e delle persone, cavalcando l’emergenza come ars regendi. Come non mi stanco di sottolineare, neoliberismo ed emergenza fanno sistema, cosicché l’ordine neoliberale e l’emergenza permanente si rovesciano dialetticamente l’uno nell’altra. L’emergenza infatti, soprattutto se amplificata dal discorso mediatico e dai monopolisti della parola, permette al potere neoliberale di imporre misure e norme proprie dello Stato d’eccezione che, in una condizione di normalità, mai verrebbero accettate e che è invece la situazione dell’emergenza a rendere non solo accettabili, ma, di più, necessarie. D’altro canto, la tesi che avevamo sostenuto nel nostro libro del 2021, “Golpe globale”, è quella secondo cui l’emergenza presenta ormai un andamento a YoYo, alternando fasi 1 di emergenza radicale a fasi 2 di emergenza più blanda o latente. Stiamo dunque, dopo una lunga fase 2, per tornare alla fase 1? È una domanda che non possiamo eludere e per la quale tuttavia non abbiamo una risposta certa. Lo scopriremo presto. Intanto, la sensazione è, inevitabilmente, quella del déjà vu. L’Hantavirus sembra a tutti gli effetti ricondurci alla stagione epidemica principiata nel 2020: l’allarmismo mediatico ha già cominciato a scaldare i motori e, oltretutto, si è già registrato il primo caso di quarantena per un italiano. L’immarcescibile Burioni è intervenuto, spiegando che potremo tirare un sospiro di sollievo solo se tra 50 giorni non vi saranno contagi. Dulcis in fundo, riparte la corsa al siero santissimo, il sacro Graal delle multinazionali del farmaco. L’emergenza permanente - giova insistervi - costituisce la cifra dell’ordine neo-liberale, che utilizza l’emergenza stessa come arte di governo per riplasmare le nostre vite e per riorganizzare a suo beneficio l’amministrazione delle cose e delle persone. Governare con l’emergenza è a tutti gli effetti la strategia più specifica dell’ordine tecnocapitalistico contemporaneo. Perché questa peculiare ars regendi possa funzionare a pieno regime, occorre ovviamente terrorizzare ad arte la popolazione, amplificando mediaticamente le crisi: parafrasando Spinoza, la passione triste della paura rende i cittadini passivi e disposti a subire letteralmente tutto, a patto che quel tutto sia presentato come funzionale alla salvezza. Come sempre, a dover essere messa in discussione non è certo l’existence delle emergenze, compresa quella epidemica: deve invece essere messo in discussione l’uso politico ed economico che di esse viene fatto dalla raison neoliberale, che le impiega per potenziare la propria struttura, per rinsaldare il proprio dominio di classe e per attuare più velocemente e senza impedimenti il proprio tableau de bord su scala planetaria.

17/05/2026 12:20
Giorgia Meloni e Guido Crosetto non vogliono che gli USA se ne vadano dall'Italia: altro che patrioti!

Giorgia Meloni e Guido Crosetto non vogliono che gli USA se ne vadano dall'Italia: altro che patrioti!

Ebbene sì, Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio italiano ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale e filoatlantista, si è detta insoddisfatta in relazione al proposito di disimpegno statunitense in Europa. Come è noto, Washington è profondamente delusa dal contegno degli Europei, soprattutto di quello della Spagna e dell’Italia, le quali non hanno adeguatamente supportato la civiltà del dollaro nella sua sciagurata missione imperialistica in Iran. Sicché adesso Donald Trump minaccia l’Europa dicendo di voler ritirare le truppe americane dal vecchio continente. Ogni vero patriota dovrebbe giubilare al cospetto di questa notizia, leggendola come l’auspicato spiraglio di un ritorno alla sovranità militare grazie alla fine della occupazione americana dell’Europa con basi e milizie. E invece Giorgia Meloni si dice contraria e insoddisfatta, sperando di poter far cambiare idea al codino biondo che fa impazzire il mondo: tant’è che Guido Crosetto è già pronto ad andare in missione a Washington per ricucire il rapporto sfilacciato con Trump. Ebbene, l’Italia, anziché cogliere al volo questa memorabile occasione di affrancamento dalla dominazione americana, piagnucola con la postura tipica del servo che ama le proprie catene e che anzi è disposto a battersi per conservarle quando il padrone decide di affrancarlo. È in questa chiave ermeneutica che deve essere spiegata la missione a Washington di Crosetto di cui stiamo parlando, il non plus ultra della subalternità del nostro Paese, per ironia della sorte a opera di un governo che ha pure il coraggio e la sfacciataggine di definirsi patriottico e difensore dell’interesse nazionale. Come non mi stanco di ripetere, quello di Giorgia Meloni e dei suoi sodali è un patriottismo di cartapesta, un sovranismo di cartone, dietro al quale si nasconde l’usuale ridicola sudditanza italiana all’impero a stelle e strisce. La si dovrebbe finire una volta tanto di qualificare come fascista il governo di Giorgia Meloni: è un governo totalmente liberista e atlantista, perfettamente sovrapponibile a quelli della sinistra fucsia. Il fascismo – e lo dico da gramsciano, alieno da ogni possibile simpatia per il ventennio – aveva se non altro, al netto di tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, il senso dei diritti sociali, in quanto figlio ribelle del Partito Socialista. La destra neoliberale di Giorgia Meloni e la sinistra neoliberale di Elly Schlein non hanno nulla a che fare, rispettivamente, con il fascismo e con il comunismo, essendo soltanto due episodi tragicomici di neoliberismo atlantista contemporaneo. Lo ripeto per l’ennesima volta: i due capisaldi di ogni politica seria, che voglia contrapporsi all’ordine dominante, risiedono nell’anticapitalismo e nell’antimperialismo, ossia nei due elementi che egualmente mancano oggi a destra come a sinistra.

10/05/2026 11:40
Silvia Salis, il nuovo volto della politica funzionale all'ordine dominante

Silvia Salis, il nuovo volto della politica funzionale all'ordine dominante

Sembra che il sindaco di Genova in quota alla sinistra fucsia, Silvia Salis, sia il nuovo volto politicamente prescelto dal potere dominante per rappresentare le sue istanze. L’ordine del discorso e dell’immagine continua a proporre a pie’ sospinto la figura di Silvia Salis, presentandola come il nuovo volto della politica e financo come la possibile nuova guida del Paese dopo che la figura di Giorgia Meloni, come già ha iniziato a fare, sarà definitivamente tramontata sul piano politico. Addirittura il noto rotocalco iperliberista “Vanity Fair” ha dedicato la copertina a Silvia Salis, come già fece a suo tempo con il tosco rottamatore Matteo Renzi. In effetti, Silvia Salis pare la figura ottimale per rappresentare le istanze dell’ordine dominante: anzitutto non ha una provenienza politica ed è dunque perfettamente malleabile per l’ordine discorsivo e politico dominante. Non ha un’identità politica sua propria e dunque è pronta ad assumere quella di volta in volta richiesta dallo spirito del tempo, dunque dalla globalizzazione neoliberale in tinta arcobaleno. Nei suoi discorsi, il grande assente è la politica, poiché ella parla soltanto di questioni irrilevanti e marginali legate alle chiacchiere arcobaleno e ai temi vuoti dell’inclusività, buoni sempre e solo a nascondere il conflitto di classe e lo sfruttamento annesso, l’imperialismo americano e la questione sociale. Insomma, sembra proprio che Silvia Salis farà ancora parlare molto di sé e anzi diventerà, come in parte già sta diventando, la protagonista dello scenario politico a venire, traghettando come sempre il consenso delle masse verso il potere della globalizzazione neoliberale. E intanto, puntuale come un orologio elvetico, adesso spunta il marchio depositato dalla Salis: si chiama “Futuro Democratico”, come rivelato da diversi quotidiani nazionali. Tutto come da copione, dunque: Silvia Salis, come abbiamo già sottolineato, rappresenta il nuovo volto della politica spuntato dal nulla, almeno in apparenza; in realtà, si tratta dell’ennesimo prodotto politico dell’ordine dominante e in funzione della riproduzione dei rapporti di forza dominanti. Incessantemente le classi dominanti sono alla ricerca di nuovi personaggi politici affidabili, che possano rappresentare al meglio le loro istanze e il loro programma liberalprogressista, ma poi anche – non dimentichiamolo – di personaggi che rappresentino al meglio l’opposizione controllata e la messa in scena di un dissenso funzionale esso stesso allo status quo. In questa luce debbono leggersi tanto il “Futuro Democratico” di Silvia Salis, quanto il “Futuro Nazionale” del generale Vannacci. Il primo rappresenta il lato del consenso alla civiltà dei consumi e al sinedrio liberalprogressista, il secondo simboleggia il lato della contestazione addomesticata ed essa stessa funzionale alla dominazione dell’ordine egemonico (giacché il Vannacci non mette in discussione il liberismo, l’atlantismo e lo schema di destra e sinistra). Sia la Salis, sia il Vannacci – i nuovi volti politici del presente – accettano senza batter ciglio il neoliberismo e l’atlantismo, cosicché, dietro l’opposizione fittizia, si nasconde l’identità di vedute che garantisce l’indisturbata dominazione dei gruppi egemonici e delle classi dirigenti, voglio dire il mantenimento dello status quo della civiltà liberalatlantista. Il potere dominante crea le sue immagini politiche prodotte in vitro grazie a martellanti campagne mediatiche e pubblicitarie, con le quali propone alle masse teledipendenti e tecnonarcotizzate figure che non hanno storia politica e che sembrano spuntate dal nulla, quando in realtà sono selezionate con cura dall’ordine dominante per rappresentare al meglio le proprie istanze e per illudere le masse popolari circa l’esistenza di un’alternativa in realtà inesistente, poiché a esistere nel quadro politico dominante è soltanto l’alternanza tra partiti tutti interni al partito unico fintamente articolato del turbocapitale sans frontières.

03/05/2026 12:30
Putin ripristina i busti di Stalin, Meloni sta sempre con Zelensky

Putin ripristina i busti di Stalin, Meloni sta sempre con Zelensky

Diversi tra i più letti e, soprattutto, più venduti quotidiani nazionali e internazionali danno con sgomento la notizia secondo cui Putin avrebbe fatto chiudere il museo del Gulag e ripristinato i busti di Stalin. La scelta del presidente russo appare chiara e coerente, in perfetta continuità con la sua volontà di rivendicare per intero il passato della Russia e dell’Unione Sovietica, rispondendo anche in questo alle tendenze nefaste di un Occidente consacrato al nulla della cancel culture. Come sappiamo, i Gulag vengono utilizzati da decenni come arma ideologica per screditare il socialismo e la Russia, proprio come la figura di Stalin viene trasfigurata ideologicamente e presentata come sineddoche della dittatura totalitaria con il solo scopo di demonizzare tanto il comunismo storico novecentesco, quanto la Russia. Ricordare l’orrore dei Gulag sicuramente è giusto, ma guai a trasformare quella esperienza tragica in arma ideologica per delegittimare la grande esperienza del socialismo, che rappresentò nel secolo breve l’ideale dell’alternativa, la reale resistenza all’imperialismo statunitense e la concretizzazione della liberazione dell’Europa dal nazismo. Lo stesso si deve dire per la figura di Stalin, il quale, lungi dall’essere semplicemente un dittatore senza dignità, come ripetono gli araldi del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto, ebbe il merito non solo di liberare l’Europa dal nazismo, ma di mantenere vivo il socialismo in un solo paese, resistendo all’imperialismo e ai molteplici tentativi di far crollare quella gloriosa esperienza. La scelta di Putin si spiega esattamente in questa cornice di senso: rivendicare, contro la macchina orrenda della propaganda liberal-atlantista, l’intera storia russa e quindi anche la grandezza dell’Unione Sovietica, faro di libertà e di resistenza contro il nulla della civiltà capitalistica sotto cupola atlantista, arcobalenica e liberal-progressista. Diciamolo apertamente e senza infrangimenti: la Russia di Putin rappresenta oggi la continuazione, nel mutato contesto, dell’esperienza sovietica di opposizione all’imperialismo e di difesa della possibilità di un mondo multipolare, sottratto all’oppressione planetaria a stelle e strisce. Mentre l’occidente appare goffamente intento a cancellare la sua storia, la Russia difende il proprio percorso in tutte le sue anse e si rivela pronta a opporre ancora resistenza alla barbarie che ovunque avanza. Intanto, Giorgia Meloni ribadisce la sua fedeltà a Kiev. “L’Italia sempre al fianco di Kiev”: sono queste le agghiaccianti parole recentemente pronunziate da Giorgia Meloni, presidente del consiglio ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale e filoatlantista. Giorgia Meloni, oltretutto, ha recentemente accolto con un grande abbraccio il guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. Come se non bastasse, a fare da grancassa delle posizioni governative, recentemente l’europarlamentare Letizia Moratti, in una sua epifania catodica su la7, ha spiegato che l’Ucraina è l’aggredito e la Russia è l’aggressore e che il guitto di Kiev sta difendendo i valori democratici. Siamo al non plus ultra dell’ideologia e della propaganda, ma poi anche della umiliazione del nostro sventurato Paese. L’Italia della destra bluette neoliberale continua a dare supporto alle irragionevoli ragioni del guitto e della sua guerra a oltranza con la Russia di Putin, dilapidando i soldi degli italiani in armi e finanziamenti a flusso continuo verso Kiev. E continua altresì a ripetere la fable convenue secondo cui il guitto di Kiev starebbe difendendo i valori democratici, quando in realtà, lo sanno anche i bambini, Zelensky non rappresenta in alcun modo i valori democratici, dato che ha perseguitato la chiesa ortodossa, chiuso diversi partiti di opposizione, imposto il canale televisivo unico e perfino riabilitato l’uso delle mine antiuomo. Un governo che fosse autenticamente patriottico dovrebbe immediatamente chiamare fuori l’Italia da questa sciagurata guerra, ma, come sanno ormai anche i muri, il governo di Giorgia Meloni è tutto fuorché patriottico, essendo invece genuflesso in toto a Washington e a Bruxelles. Vi sarebbe da ridere, se non vi fosse da piangere.

26/04/2026 10:50
Trump si piega e accetta l’accordo con l’Iran

Trump si piega e accetta l’accordo con l’Iran

Donald Trump è, infine, sceso a miti consigli e non ha “fatto morire un’intera civiltà”, come aveva apocalitticamente e demenzialmente annunciato. Si è infatti trovato – Deo gratias – un provvisorio accordo in Iran, un accordo che prevede la sospensione del conflitto per due settimane e la completa riapertura dello Stretto di Hormuz. Provvidenziale è stato l’intervento della Cina, che ha spinto l’Iran ad accettare l’accordo, rivelandosi ancora una volta lo Stato più lungimirante oggi esistente sulla faccia della Terra. Dopo minacce su minacce, rivelandosi essa stessa integralista, fanatica e teocratica, la civiltà del dollaro scende a compromessi, comprendendo, meglio tardi che mai, la propria impossibilità di piegare l’Iran come invece pensava di poter agevolmente fare. Questo accordo ci segnala incontrovertibilmente la potenza dell’Iran, in grado di costringere gli USA all’accordo e alla tregua. Ci segnala altresì, una volta di più, l’intelligenza strategica della Cina, ormai la vera guida del pianeta, faro di civiltà e di pace. E ci segnala, infine, il lento e inesorabile tramonto dell’Occidente americanocentrico, regno del nulla che, abitato dal nichilismo, produce solo morte e distruzione. Tanto rumore per nulla, per dirla con il vecchio Shakespeare: la barbarie sconfinata di cui Trump è portavoce ha dovuto fare i conti con il principio di realtà e soprattutto con l’encomiabile potenza dell’Iran, protetto e supportato dalla Cina. Intanto, il senatore Claudio Borghi, della Lega di Matteo Salvini, ha commentato l'accordo trovato tra Iran e Stati Uniti sostenendo testualmente che Trump "vi ha trollato tutti". Il verbo trollare, proprio della neolingua contemporanea, vale come sinonimo di prendere in giro e gabellare. La tesi del Borghi, dunque, è quella secondo cui Trump ha preso in giro tutti, fingendo di voler portare il conflitto fino alle sue estreme conseguenze, per poi risolverlo, almeno provvisoriamente, mediante la tregua che si è raggiunta nei giorni scorsi. Apprezziamo lo sforzo ermeneutico particolarmente fantasioso e acrobatico del Borghi, ma ci pare che, a conti fatti, le cose stiano decisamente altrimenti. La realtà - al cui principio ci permettiamo di invitare il Borghi - è che Donald Trump è stato costretto dai rapporti di forza a scendere a più miti consigli, ben sapendo di non poter piegare l'Iran e di dover necessariamente scendere a patti con esso. Come non mi stanco di ripetere, Washington pensava di chiudere la partita persiana in una settimana: questa era la sua strategia. Se ne inferisce che la strategia è fallita miseramente e che attualmente Washington non ne ha più una, cosicché è ora è costretta a muoversi scompostamente, tra minacce e accordi repentini. Viceversa, la Persia una strategia ce l'ha e la sta seguendo meticolosamente. Essa consiste in tre punti fondamentali: in primo luogo, usare lo Stretto come arma di ricatto e di strangolamento per l'Europa; in secondo luogo, resistere a oltranza e a ogni costo contro il barbaro invasore; in terzo luogo, generare zizzania tra i membri del Patto Atlantico. Insomma, Trump non ha "trollato" proprio nessuno, ma semmai, se proprio vogliamo usare questo verbo disgustoso, è stato trollato pesantemente dalla Persia: inutile negarlo.

12/04/2026 12:20
Il caso osceno di Sigonella e le minacce di Trump all'Iran

Il caso osceno di Sigonella e le minacce di Trump all'Iran

Decisamente surreale e demenziale è quanto accaduto nei giorni scorsi in relazione alla base militare di Sigonella. Si era infatti inizialmente diffusa la notizia, riportata ad esempio dal "Fatto Quotidiano", secondo cui l'Italia aveva negato agli Stati Uniti d'America l'utilizzo della base: sembrava si stesse ripetendo, in miniatura, una scena analoga a quella di Bettino Craxi che con patriottismo eroico si oppose agli americani, tra l'altro pagando poi carissimo quella fiera opposizione. Non si poteva che giubilare al cospetto di una tale notizia, quasi un tardivo riscatto del desolante governo di Giorgia Meloni. Poche ore dopo, è intervenuto prontamente Guido Crosetto, esponente di spicco della giullaresca destra neoliberale e atlantista, a smentire la notizia, ribadendo come sempre la totale subalternità della nostra patria all'imperialismo assassino di Washington. Il prode Crosetto, infatti, ha chiarito che l'Italia continua a dare il suo pieno supporto a Washington e alle sue operazioni, come da copione e come del resto si richiede a una serva a tutti gli effetti quale è oggi la nostra sventurata Italia, poco cambia se con la destra o con la sinistra al governo. Lo stesso Crosetto, in altra sede, ha ammesso di non riuscire a dormire la notte al pensiero di quello che attende l'Italia in relazione alla guerra iraniana. Peccato però che Crosetto non faccia concretamente nulla per evitare la tragedia e anzi con il suo giullaresco governo si adoperi attivamente per trascinare l'Italia verso l'abisso, lasciandola sempre e comunque al soldo di Washington e della sua dominazione della nostra patria. Come sempre, la cosa più assurda è che gli sfasciacarrozze che ci troviamo al governo abbiano pure il coraggio di definirsi patrioti, quando il loro è un patriottismo di cartapesta, dietro il quale si nasconde come sempre la totale subalternità all'imperialismo a stelle e strisce. Intanto, Donald Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo, l’attuale presidente della civiltà del dollaro, minaccia ancora una volta l’Iran: "Accordo subito o distruggeremo i vostri siti". Sono parole evidentemente deliranti, del tutto indegne del presidente di uno dei più importanti stati del pianeta, che oltretutto si fregia a sproposito del titolo di "più grande democrazia del mondo". A ben vedere, si tratta di parole degne massimamente di un qualsivoglia gangster di periferia, avvezzo a trattare soltanto mediante il ricorso alla violenza e alle minacce. Lo stesso contegno, insomma, che abbiamo visto dispiegarsi in relazione al Venezuela, reso oggetto di un vero e proprio golpe militare con tanto di rapimento del suo presidente. Ciò oltretutto rivela come Trump e Netanyahu, criminale di guerra genocidario, siano palesemente in difficoltà e abbiano decisamente fatto male i conti per quel che concerne la Persia: quest’ultima non soltanto non si sta piegando all’imperialismo assassino dell’Occidente sotto cupola atlantista, ma sta fieramente opponendo resistenza, mobilitando ogni risorsa materiale e immateriale per difendere la propria sovranità contro le mire imperialistiche di USraele. Quest’ultimo vorrebbe neutralizzare la Persia per poter in tal maniera controllarne il petrolio e per poter devitalizzare in via definitiva quello che resta il più grande fortilizio di resistenza contro le politiche criminali dell’imperialismo di USraele. Ora, dalle parole di Trump si inserisce in maniera adamantina una insicurezza completa, voglio dire la sempre più chiara consapevolezza di non essere in grado di piegare la Persia, sempre più simile a un Vietnam 2.0, ovvero a un pantano senza ritorno.

05/04/2026 11:00
Referendum giustizia: la sacrosanta vittoria del No e la crisi del governo

Referendum giustizia: la sacrosanta vittoria del No e la crisi del governo

L'esito del referendum sulla giustizia chiede di essere serenamente commentato, al di là del vitreo teatro delle ideologie e delle posizioni partitiche. Il no ha trionfato con un non trascurabile scarto sul sì e questo risultato deve essere reso oggetto di una attenta riflessione. Se è vero che la destra bluette neoliberale attualmente è maggioritaria nel Paese, ciò significa inequivocabilmente che anche parte del suo elettorato si è espressa per il no. E verosimilmente per il no si è espressa anche quella parte degli italiani, compreso il sottoscritto, che non si identifica né con la destra bluette neoliberale, né con la sinistra fucsia neoliberale. Questo significa che l'esito referendario rappresenta indubbiamente una sconfitta per Giorgia Meloni, ma niente affatto una vittoria per Elly Schlein, che pure ha provato goffamente a intestarsi la vittoria, facendo finta di non sapere che molta parte di coloro i quali hanno votato no, compreso il sottoscritto, mai metterebbero la x sul suo nome e sul suo partito atlantista e neoliberale tanto quanto lo schieramento di Giorgia Meloni. Non si tratta allora di una vittoria della sinistra sulla destra, ma di un trionfo del basso contro l’alto, delle classi popolari italiane contro l'ennesimo tentativo infausto di riforma neoliberale della nostra Costituzione. Inutile ribadirlo: in regime neoliberale, ogni tentativo di riforma della Costituzione avviene in direzione neoliberale, cioè al fine di decostruire quegli ultimi residui di socialità presenti nella nostra Costituzione che si rivelano intrinsecamente incompatibili con la galoppante neoliberalizzazione integrale del mondo della vita. Ed è per questa ragione che occorre sempre respingere tutte le riforme della Costituzione, che provengano da destra o da sinistra poco cambia, essendo attualmente destra e sinistra le due propaggini del Partito Unico del capitale. Dobbiamo agire, nel nostro piccolo, come il grande filosofo Parmenide, il quale, dopo aver dato le leggi a Elea, abbandonò la città perché il suo ordinamento prevedeva che non si potessero più cambiare le leggi della polis in assenza di colui che le aveva date. Così dobbiamo fare: adoperarci per non far cambiare la Costituzione. Non perché essa sia in sé perfetta, ma semplicemente perché, lo ripeto, in regime neoliberale, ogni tentativo di trasformarla equivale a un tentativo di abbattere gli ultimi suoi residui di socialità. Intanto Elly Schlein, vestale della sinistra fucsia padronale, che ha tradito Marx e le classi lavoratrici, ha dichiarato di essere pronta a governare il Paese. Lo ha detto in relazione all'esito del referendum sulla giustizia, che ha visto la catastrofe di Giorgia Meloni e del suo giullaresco governo genuflesso pateticamente a Washington e Israele. Sarebbe d'uopo che qualcuno spiegasse a Elly Schlein e alla sinistrash della upper class che gli italiani che hanno votato No al referendum non hanno votato il Partito Democratico e anzi molto difficilmente lo voterebbero qualora si andasse alle urne. Gli italiani hanno votato no alla deplorevole riforma della Giustizia e della Costituzione proposta dal giullaresco governo di Giorgia Meloni ma sanno bene che la sinistrash di Elly Schlein non rappresenta affatto l'alternativa, essendo il gioco della politica secondo lo schemino logoro di destra e sinistra il trionfo della alternanza che nega l'alternativa e garantisce sempre e comunque la vittoria a senso unico del partito del capitale fintamente articolato. Come già ho detto, il fatto che con questo referendum Giorgia Meloni abbia indubbiamente perso non significa in alcun modo che Elly Schlein abbia vinto. La destrash bluette e la sinistrash fucsia rappresentano l'omogeneità bipolare, figurando come i due zelanti maggiordomi, diversi solo per il colore della livrea indossata, pronti a servire cadavericamente il padrone rappresentato dal capitale senza frontiere. Sottrarsi al demenziale giuoco dell'alternanza senza alternativa tra destra neoliberale e sinistra neoliberale è il primo passo da compiere per poter fare la rivoluzione copernicana del pensiero politico e pensare realmente la politica, nonché per poter cercare piste di emancipazione dalla contraddizione in cui siamo, nostro malgrado.

29/03/2026 11:10
Iran: una guerra insensata, in cui USraele ha fatto male i conti

Iran: una guerra insensata, in cui USraele ha fatto male i conti

Donald Trump è tenuto sotto ricatto da Netanyahu, criminale di guerra e come tale giudicato perfino del tribunale internazionale dell’Aja? Non è una domanda oziosa, se si considera che questa sciagurata guerra contro l’Iran è stata voluta e propiziata soprattutto da Israele per le ben note ragioni: l’Iran è un fortilizio di resistenza in Medio Oriente contro le politiche imperialiste e assassine di Netanyahu. Ciò non deve tuttavia indurre a dimenticare il fatto che anche gli Stati Uniti d’America hanno ostentato negli ultimi decenni un vero e proprio odio incontenibile contro la Persia, fortilizio di resistenza non solo contro le politiche imperialistiche di Israele ma anche contro la americanizzazione colonialistica dell’intero pianeta. Questo mi permette di dire che sarebbe superficiale liquidare la guerra in corso come frutto della volontà esclusiva di Netanyahu. Anche Washington voleva questa guerra già da tempo e forse possiamo riconoscere ragionevolmente che a indurla a prendere la decisione folle dell’attacco è stato proprio Netanyahu. D’altro canto, già da tempo Israele e USA, in una parola USraele, rappresentano il mostro bicefalo dell’imperialismo capitalistico che si scaglia violentemente contro tutti gli stati resistenti alla dominazione occidentale del pianeta. Intanto, leggiamo sui quotidiani che gli Stati Uniti d’America hanno recentemente inviato contro l’Iran ben 5000 Marines. La notizia segnala in maniera inequivocabile come Washington insieme con Israele abbia fatto decisamente male i conti: pensava di poter sconfiggere agevolmente la Persia, che invece sta rivelando una incredibile capacità di resistenza contro l’imperialismo assassino di USraele. Detto altrimenti, la Persia non si piega e anzi venderà cara la pelle. Oltretutto, l’Iran ha recentemente definito gli Stati Uniti d’America e Israele come “la banda di Epstein”, con un chiaro riferimento ai controversi files che stanno facendo tremare le élites plutocratiche senza frontiere. Abbiamo anzi più volte sottolineato come questa guerra sia principiata probabilmente anche con il non secondario obiettivo di dirottare l’attenzione rispetto ai file Epstein. Sia quel che sia, la guerra continua e non è affatto così scontato che gli Stati Uniti ne escano facilmente vincitori. Per quel che ci riguarda, lo ribadiamo ancora una volta: lunga vita alla resistenza dell’Iran e di tutti gli stati che si oppongono all’imperialismo assassino di USraele.

22/03/2026 12:00
Iran: due aggressori e un aggredito. Cuba il prossimo obiettivo di Trump

Iran: due aggressori e un aggredito. Cuba il prossimo obiettivo di Trump

Ebbene sì, ci sono due aggressori e un aggredito: Israele e Stati Uniti d’America, nella violazione della lettera e dello spirito del diritto internazionale, stanno sottoponendo l’Iran a una infame e deplorevole aggressione imperialistica, volta a piegare uno degli Stati che più resistono all’imperialismo assassino di USraele. Ma, curiosamente, non è più di moda la narrazione secondo cui l’aggressore ha sempre ragione e l’aggredito ha sempre torto: detta narrazione andava bene, evidentemente, quando si trattava di delegittimare la Russia di Putin, che oltretutto non ha aggredito proprio nessuno, essendo stata essa stessa aggredita gradualmente dall’occidente mediante un accerchiamento principiato fin dagli anni novanta. Quando l’aggressore coincide con la civiltà occidentale sotto cupola atlantista, allora diventa per magia benefica ed emancipativa, e l’aggredito prende a essere delegittimato come terrorista e retrogrado. Donald Trump ha recentemente dichiarato che la guerra in Iran è praticamente completata. Corregge lievemente il tiro il criminale di guerra Netanyahu, il quale precisa contro la Persia quanto segue: “vi stiamo spezzando le ossa e non abbiamo finito”. Parole che non hanno nulla a che vedere con la postura che si richiederebbe a un dignitoso capo politico, essendo invece proprie di un qualsivoglia gangster di periferia. E tuttavia la scellerata banda imperialistica di Washington e di Tel Aviv sembra aver fatto male i conti, in ragione del fatto che l’Iran sta rivelando una straordinaria capacità di resistenza: centinaia di manifestazioni ogni giorno per le piazze iraniane contro l’invasione imperialistica e una incredibile capacità di difesa da parte dell’esercito iraniano. Neppure bisogna dimenticare di fare i conti con la storia: in passato, non è mai andata bene a chi provò a invadere la Persia. L’Iran resiste eroicamente e noi non possiamo che supportare pienamente la sua sacrosanta resistenza patriottica contro l’invasore imperialista. A questo riguardo, già da alcune settimane, Donald Trump va dichiarando che Cuba è in procinto di essere "liberata" dall’interventismo imperialistico della civiltà del dollaro. Più precisamente, il presidente americano ha chiarito che presto si attuerà un cambio di regime sotto la guida dell’imperialismo etico americano con bombe intelligenti e missili democratici. Ciò permette di svolgere alcune considerazioni. Anzitutto, Donald Trump si pone in perfetta continuità con il ben collaudato imperialismo statunitense, poco cambia se con Bush o con Trump, con Obama o con Clinton. In secondo luogo, gli Stati Uniti d’America non sembrano disposti a fermarsi: dopo il Venezuela e dopo l’Iran sarà la volta di Cuba e di chissà quanti altri Stati disallineati ancora. In terzo luogo, la vicenda di Cuba fa definitivamente crollare l’ordine discorsivo imperialistico: nessuno può seriamente dire che attualmente Cuba rappresenti una minaccia per il mondo. Semplicemente, Cuba figura come uno stato non ancora inglobato nell’ordine del mondialismo capitalistico sotto l’egida di Washington. Gli Stati Uniti d’America stanno provando in maniera scomposta a far valere ancora una volta la loro dominazione sul mondo intero, fingendo che la Russia e la Cina non esistano, quando in realtà si sta platealmente disegnando un nuovo ordine mondiale di tipo multipolare, in cui l’egemonia statunitense sta sempre più rapidamente tramontando.

15/03/2026 12:30
L'EDITORIALE DI FUSARO - Iran: il nuovo "capolavoro dell'imperialismo assassino di USraele"

L'EDITORIALE DI FUSARO - Iran: il nuovo "capolavoro dell'imperialismo assassino di USraele"

L’imperialismo assassino e criminale di USraele ha aggredito l’Iran e, nel farlo, ha tra l’altro colpito una scuola femminile, causando più di 100 morti: verosimilmente si tratta di donne morte, essendo, come ricordavo, una scuola femminile. Abbiamo in tal maniera una plastica raffigurazione della sempre celebrata liberazione occidentale delle donne persiane dal velo islamico. Abbiamo, ancora, l’ennesima prova del modus operandi dell’imperialismo dell’Occidente, anzi dell’uccidente sotto cupola atlantista e del suo agire con missili umanitari, bombe intelligenti e cannoni democratici. Parafrasando il vecchio Tacito, fanno il deserto e lo chiamano pace. Lo schema, del resto, rimane sempre il medesimo e stupisce vedere tanti capita insanabilia che non lo capiscono e continuano a celebrare l’aggressione occidentale come emancipativa e liberatoria: si presenta lo stato che si è deciso di aggredire come se fosse totalitario, si ostenta mediaticamente il popolo come unito nella volontà di liberarsi dal dittatore e poi, dulcis in fundo, interviene l’imperialismo etico occidentale con bombardamenti umanitari e missili intelligenti. Come è possibile che tanti stolti ancora non lo capiscano e celebrino l’interventismo assassino di USraele resta un mistero della storia. D’altro canto, è noto che è più facile ingannare le persone che mostrare loro che sono state ingannate. I tanti stolti continuano a bersi la sciagurata narrazione dell’imperialismo etico volto a liberare i popoli. Molti capita insanabilia hanno ripetuto per mesi che Donald Trump non soltanto era il salvatore del mondo, ma che era il solo presidente americano in grado di opporsi a ogni tipo di guerra. Si trattava, con tutta evidenza, di una narrazione del tutto mendace degna delle anime belle che ancora non hanno capito che la contraddizione principale è rappresentata da Washington, poco cambia se sulla plancia di comando vi siano Biden o Obama, Bush o Trump. E adesso infatti Donald Trump ha definitivamente gettato la maschera, rivelandosi in perfetta continuità con i precedenti presidenti imperialisti della civiltà del dollaro. Dall’inizio di questo tumultuoso 2026, il codino biondo che fa impazzire il mondo ha già di fatto prodotto due guerre, aggredendo vigliaccamente il Venezuela di Maduro e, più recentemente, compiendo una altrettanto vile aggressione dell’Iran. In entrambi i casi, abbiamo a che fare con stati ricchi di petrolio e, per di più, fieramente resistenti alla globalizzazione imperialistica di Washington. Vi è una novitas nel modus operandi di Trump, che segna, per così dire, una svolta nella prassi imperialistica della civiltà dell’hamburger. Con Trump, infatti, si registra ora un inedito imperialismo gangsteristico, che interviene rapendo i presidenti, come nel caso di Maduro, o direttamente giustiziziandoli, come nel caso di Khamenei. Ancora una volta, il diritto internazionale è saltato gambe all’aria e si è tornati allo ius sive potentia, secondo una figura concettuale che non può non richiamare alla memoria le parole di Trasimaco nel primo libro della Repubblica di Platone: "il giusto non è altro se non l’utile del più forte". Come se non bastasse, viene ancora una volta rovesciato il ritornello con cui per anni hanno condannato la Russia, quello secondo cui l’ha aggredito ha sempre ragione e l’aggressore sempre torto: quando l’aggressore coincide con la civiltà del dollaro, allora esso ha per definizione sempre ragione, dacché il suo è un imperialismo etico con bombe umanitarie e missili intelligenti. Che cosa diranno ora i capita insanabilia della celebrazione agiografica di Trump? Avranno ancora il coraggio di asserire che egli contrasta le guerre e che segna una svolta nelle politiche statunitensi? L’abbiamo ripetuto infinite volte: la salvezza, se vogliamo scomodare una categoria teologica, potrà arrivare solo dagli Stati disallineati e resistenti rispetto alla globalizzazione imperialistica di Washington. Come infinite volte Abbiamo ripetuto che il nemico principale resta Washington e che gli europei dovrebbero una volta tanto avere il coraggio di mettere in discussione la loro sciagurata subalternità rispetto all’imperialismo della civiltà del dollaro.

08/03/2026 12:10
L'EDITORIALE DI FUSARO - "Quattro anni di guerra dell'Occidente contro la Russia"

L'EDITORIALE DI FUSARO - "Quattro anni di guerra dell'Occidente contro la Russia"

Grosso modo in questi giorni, quattro anni fa, cominciò l'oscena guerra d'Ucraina che tuttora continua e pare ben lungi dal dirsi esaurita. Ci siano allora consentite due telegrafiche considerazioni intorno al tema. La prima considerazione riguarda il fatto che la Russia non è affatto crollata, come gli autoproclamati professionisti dell'informazione ci avevano garantito sarebbe accaduto nel volgere di poche settimane: non solo la Russia non è crollata, ma sta tenendo testa sia all'Ucraina sia all'occidente sotto cupola atlantista. Lo stesso Trump, con sobrio realismo, ha compreso perfettamente l'impossibilità di sconfiggere la Russia e sta ora cercando già da tempo il dialogo con essa. La seconda considerazione, invece, riguarda il fatto che questa non è la guerra della Russia contro l'Ucraina, come sempre è stata presentata dagli amministratori del consenso e dai monopolisti della parola: questa è, invece, la guerra dell'occidente liberal-atlantista contro la Russia di Putin, colpevole di non piegarsi al nuovo ordine mondiale a stelle e strisce; l'Ucraina del guitto di Kiev, attore Nato e prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood, svolge semplicemente la parte di testa d'ariete e di instrumentum belli manovrato da Washington. Speravano di poter piegare facilmente la Russia di Putin ma si sbagliavano grandemente. Non è finita la storia, come credeva Fukuyama, ma è finita una storia, quella della dominazione monopolare del mondo da parte di Washington. Oltretutto, nella ricorrenza del quarto anno del cominciamento della guerra di Ucraina, la Russia di Putin ha fatto una dichiarazione perentoria: "la guerra continua", così ha dichiarato il Cremlino. Si tratta di una dichiarazione programmatica, che merita di essere analizzata criticamente per cogliere ciò che si nasconde "sotto 'l velame delli versi strani". In specie, la dichiarazione del Cremlino riteniamo debba leggersi in questa maniera: la Russia di Putin non intende arretrare di un millimetro e non ha alcuna intenzione di genuflettersi alla americanizzazione imperialistica, che è poi il vero motivo di questa oscena guerra che, come non ci stanchiamo di ripetere da quattro anni, non è il conflitto della Russia contro l'Ucraina, essendo invece la guerra che l'occidente a stelle e strisce ha dichiarato alla Russia utilizzando l'Ucraina del guitto di Kiev, attore Nato, come semplice testa d'ariete. Gli Stati Uniti d'America speravano di poter normalizzare facilmente in senso atlantista la Russia, cosa che sembrava d'altro canto quasi fatta ai tempi di Gorbaciov e poi di Eltsin. E invece, con Putin, hanno trovato una eroica resistenza al proprio criminale progetto di americanizzazione della Russia. Così debbono dunque essere lette le parole del Cremlino, a mo' di manifesto programmatico della Resistenza russa contro l'imperialismo e altresì della volontà di Putin di propiziare l'avvento di un mondo autenticamente multipolare, sottratto alla dominazione americana. Per questo, come non mi stanco di sottolineare, abbiamo bisogno di una Russia e di una Cina forti e coese, in grado di resistere insieme all'americanizzazione imperialistica del pianeta e di favorire dunque l'emergenza di un mondo multilaterale.

01/03/2026 14:00
EDITORIALE - "Il mago del Cremlino": il film contro Putin, capolavoro della propaganda

EDITORIALE - "Il mago del Cremlino": il film contro Putin, capolavoro della propaganda

“Il mago del Cremlino”: è questo il titolo, demenziale e programmatico, della nuova pellicola uscita su Vladimir Putin, anzi contro Vladimir Putin. L’ennesimo capolavoro dell’ideologia e della propaganda di un Occidente nichilista che deve in ogni modo demonizzare la Russia di Putin, colpevole di non piegarsi alla americanizzazione imperialistica del pianeta e, di più, di organizzare intorno a sé la resistenza multipolare. Proprio vero, l’industria culturale e la macchina della propaganda non dormono mai: e sempre di nuovo provano a far sì che scambiamo gli amici per nemici e i nemici per amici, abituandoci ad amare le nostre catene e a odiare ogni possibile tentativo di evasione dalla platonica caverna. Gli organi della propaganda continuano a ripetere a tambur battente che la Russia di Putin è una minaccia per il mondo “libero” dell’occidente, quando in realtà le cose stanno in maniera diametralmente opposta: è l’occidente nichilista che si sta con zelo impegnando per accerchiare la Russia e per farla capitolare, cosa che oltretutto con Gorbaciov prima e con Eltsin dopo sembrava stesse realmente per accadere. La colpa di Putin, agli occhi di Washington, risiede proprio nella resistenza che da subito egli ha fatto valere contro la libido dominandi della civiltà del dollaro e della sua smania di comandare il mondo. Il nuovo film non fa altro che dare voce a questa logora narrazione ideologica, volta a capovolgere il rapporto tra realtà e discorso e a giustificare l’ingiustificabile imperialismo dell’Occidente a stelle e strisce. Come accade nella caverna caliginosa di Platone, vediamo scorrere sul fondo dell’altro le immagini e le scambiamo per la realtà, convincendoci della bontà dello spazio blindato che ci tiene prigionieri. Così, nel discorso di Platone, replica a Socrate l’interlocutore: “strana immagine quella che proponi, e strani i prigionieri: assomigliano a noi”. E intanto il Cremlino ha recentemente dichiarato che quello del 2014 in Ucraina fu un vero e proprio colpo di stato orchestrato e gestito dall’occidente. Nulla di nuovo sotto il sole, a dire il vero: ma, variando il noto detto, anche l’ovvio vuole la sua parte. E dire la verità, in tempi di menzogna universale, risulta effettivamente un gesto rivoluzionario. Euromaidan, letteralmente Piazza Europa, fu nel 2014 un vero e proprio colpo di stato che portò l’Ucraina sempre più vicina alla Nato e alla dominazione occidentale, preparando il terreno all’ascesa del guitto di Kiev, l’attore Nato, il prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. Che vi fossero state ingerenze vistose da parte dell’occidente era ovvio a tutti, almeno a quanti non continuino a compiere il noto gesto dello struzzo, che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere ciò che gli sta intorno. Euromaidan fu un momento decisivo del lungo processo di accerchiamento occidentale della Russia, processo principiato fin dagli anni novanta, con la fine ingloriosa dell’Unione Sovietica. A motivo di ciò, come non ci stanchiamo di sottolineare ad nauseam, la guerra in corso non è la guerra della Russia contro l’Ucraina, come viene sempre presentata dagli autoproclamati professionisti dell’informazione: è, invece, la guerra che l’occidente a stelle e strisce sta conducendo in maniera strisciante contro la Russia fin dagli anni novanta, secondo un piano inclinato che ci conduce fino al nostro tumultuoso presente. Dobbiamo più che mai oggi decolonizzare il nostro immaginario, affrancandolo dalla martellante propaganda che mira sempre e solo a giustificare l’imperialismo dell’occidente sotto cupola atlantista. La colpa della Russia di Putin, agli occhi di Washington, risiede nel non genuflettersi servilmente alla dominazione della civiltà dell’hamburger e, di più, nell’organizzare intorno a sé una resistenza multipolare contro l’americanizzazione coatta dell’intero pianeta. Come sempre, occorre supportare i popoli e i governi che, per una via o per un’altra, giungono alla resistenza contro l’imperialismo a stelle e strisce.

22/02/2026 12:10
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