La dittatura della mente sulle sensazioni ci priva della libertà e ci condanna a relazioni poco autentiche. A volte si crea una frattura che separa ciò che avvertiamo sulla pelle da ciò che decidiamo di raccontarci.
Già agli albori della filosofia, Eraclito di Efeso intuiva che la natura profonda del cosmo risiede nel cambiamento continuo: tutto scorre e muta forma. Le nostre sensazioni non erano inganni, ma gli unici strumenti in grado di mantenerci agganciati a questo flusso perpetuo.
Tuttavia, la filosofia successiva, intimorita dall'instabilità di un mondo senza punti fissi, ha preferito attribuire il primato al pensiero per arginare il caos. Gli Stoici, più di tutti, cercarono di addomesticare le passioni, traducendo le impressioni immediate in giudizi razionali. La ragione divenne così un freno necessario a disinnescare la potenziale confusione generata dai molti stimoli della realtà.
Di questo stesso avviso sembra essere lo scrittore Igor Sibaldi, che in una sua intuizione linguistica scompone i meccanismi con cui nominiamo il nostro mondo interiore. In particolare spiega come le parole "sentimento" e "sensazione", pur derivando entrambe dal verbo sentire, descrivano due movimenti opposti dello spirito.
Il sentimento (-mento), come molte parole che terminano con questo suffisso, indica un'azione, un processo attivo sostenuto dalla ragione che seleziona ciò che conferma una visione già costruita. È una scelta rassicurante, ma anche profondamente limitante.
La sensazione (-zione), invece, indica una ricezione, un'accoglienza della realtà senza filtri, una percezione che illumina e orienta. Chi sa accogliere le sensazioni non vive in una struttura rigida, non rimane ancorato al passato, ma resta costantemente aperto al cambiamento.
Oggi assistiamo al trionfo dei sentimenti artificiali a discapito delle sensazioni autentiche. Spesso, senza rendercene conto, rimaniamo intrappolati in relazioni – di coppia, di amicizia o professionali – che hanno ormai esaurito la loro forza vitale. Continuiamo a portarle avanti per inseguire la coerenza, per difendere un'idea romantica o per rispondere a un mandato sociale.
Ma chi ha davvero il coraggio, dopo anni di convivenza, di guardare l'altro negli occhi e chiedersi, liberandosi da ogni sovrastruttura: «Cosa percepisco in questo esatto momento? È ancora la stessa vibrazione o qualcosa è cambiato in me, nell'altro, nel noi?»
Svincolare la sensazione dalla razionalità significa attivare un pensiero creativo, l'unico capace di farci sperimentare l'impatto autentico della realtà su di noi.
Naturalmente, scegliere di vivere seguendo le proprie sensazioni è una strada impegnativa. Richiede presenza, equilibrio interiore e la maturità necessaria per sostenere il peso delle proprie risonanze emotive senza fuggire.
Ma è anche il prezzo della libertà. Ripartendo dalla verità del corpo e della percezione immediata possiamo sottrarci alle manipolazioni esterne e rifiutare il giudizio facile, figlio di un sentimento che, troppo spesso, qualcun altro ha costruito al posto nostro.

nubi sparse (MC)
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