di Barbara Trasatti Instagram:@barbaratrasatti

30.000 visualizzazioni: ma quante persone ti hanno davvero guardata?

30.000 visualizzazioni: ma quante persone ti hanno davvero guardata?

Ti è mai capitata quell’amica che ti manda tutta felice lo screenshot del suo video con scritto, bello grande, 30.000 visualizzazioni? Magari accompagnato da tre punti esclamativi, perché trentamila fa comunque il suo effetto. Lo guardi e pensi: caspita. Poi però, se conosci un po’ come funzionano i social, la domanda viene spontanea: sì, ma quelle 30.000 persone ti hanno davvero guardata? Perché una visualizzazione non significa necessariamente che qualcuno si sia fermato sul tuo reel, lo abbia seguito, ascoltato o si ricordi di te. Molto spesso significa semplicemente che quel contenuto è partito sullo schermo di qualcuno mentre stava scorrendo. E oggi questa differenza conta ancora di più, visto che anche YouTube ha reso il conteggio delle visualizzazioni dei video brevi più simile a quello di Instagram e TikTok: il video parte e la view viene conteggiata. Poi magari, mezzo secondo dopo, il famoso pollice è già passato oltre. È un po’ come avere un negozio su una strada molto trafficata e dire che tutte le persone passate davanti alla vetrina sono state clienti. Magari fossero entrate tutte! Il punto è proprio questo: passare davanti ed entrare sono due cose molto diverse. E sui social succede esattamente la stessa cosa. Le views ci piacciono perché sono il numero più evidente, quello che fa scena, quello che viene bene nello screenshot. Danno quella piccola soddisfazione che conosciamo tutti: “Mi hanno vista in 30.000”. Però essere viste ed essere guardate non è la stessa cosa. Puoi apparire davanti a migliaia di persone senza lasciare una traccia, oppure avere numeri molto più piccoli e trovare qualcuno che si ferma davvero, guarda fino alla fine, salva il video, lo manda a un’amica, entra nel tuo profilo o decide di scriverti. E questi numeri, guarda caso, sono molto meno glamour. Nessuno manda alle amiche lo screenshot dicendo: “Guarda, 27 persone hanno salvato il mio post!”. Eppure quelle 27 persone, forse, valgono molto di più di migliaia di passaggi veloci. Perché se qualcuno salva un tuo contenuto significa che vuole ritrovarlo. Se lo condivide, pensa che valga la pena mostrarlo a qualcun altro. Se entra nel tuo profilo, gli hai acceso almeno una curiosità. Quindi festeggiamo pure le 30.000 views, ci mancherebbe, ma magari senza lasciarci impressionare troppo dal numerone. Alla fine la differenza sta tutta qui: puoi passare davanti agli occhi di tantissime persone e sparire un secondo dopo, oppure puoi essere vista da meno persone e restare nella testa di qualcuna. E, se devo scegliere, preferisco decisamente la seconda! Cich / NON CHIC CHIC: essere felici delle views e poi andare a vedere cosa è successo davvero. NON CHIC: pensare che un numero grande significhi automaticamente un grande risultato.

29/08/2026 12:00
Belforte, “Giustizia Donna”: quando riconoscere la violenza è il primo passo per uscirne

Belforte, “Giustizia Donna”: quando riconoscere la violenza è il primo passo per uscirne

C’è una frase che è rimasta impressa a chi ha partecipato all’incontro “Giustizia Donna” all’ex oratorio di Belforte del Chienti, ed è quella pronunciata dalla dottoressa Elisa Giusti, coordinatrice del Cav Sos Donna Macerata: la violenza spegne. Spegne piano, senza che quasi te ne accorga, ed è proprio questo il motivo per cui riconoscerla resta il passaggio più difficile per chi la vive. L’appuntamento, patrocinato dalla Commissione Pari Opportunità della Regione Marche in collaborazione con il Comune e Pro Belforte, ha riunito tre voci diverse ma complementari: quella giuridica, quella dell’accoglienza e quella delle forze dell’ordine, per raccontare insieme un fenomeno che riguarda tutte le famiglie, senza distinzioni. Elisa Giusti ha spiegato come tutto spesso cominci con il cosiddetto love bombing, quell’eccesso di attenzioni che fa innamorare e che poi, lentamente, si trasforma in controllo, nel linguaggio, nelle scelte, nei no che diventano sempre più difficili da pronunciare. Le donne che si rivolgono al Cav, ha raccontato, spesso lo fanno quando la violenza è già consumata, perché manca la consapevolezza di cosa sia davvero questo servizio e di come possa aiutare prima che sia troppo tardi. Il numero 1522, attivo 24 ore su 24, è proprio pensato per questo: non è una denuncia, ma un primo passo per non sentirsi più sole. L’avvocato Marco Massei ha invece messo l’accento su un aspetto molto concreto, quello delle prove. La violenza psicologica, ha spiegato, è difficile da dimostrare in tribunale proprio perché non lascia segni visibili, ed è per questo che diventa fondamentale conservare messaggi, registrazioni, testimonianze di chi sta vicino a chi soffre. Anche il mancato pagamento di un mantenimento, ha ricordato, è una forma di violenza economica che va documentata nel tempo. E per chi ha paura di raccontare, esiste la possibilità di essere ascoltate a porte chiuse, con domande che tutelano la persona durante l’audizione. A completare il quadro è arrivata la testimonianza del maggiore Giulia Maggi, comandante della Compagnia Carabinieri di Tolentino, che durante la serata è stata anche salutata e ringraziata per il servizio svolto sul territorio in occasione del suo trasferimento ad altro incarico. Il maggiore ha raccontato quanto sia importante, per chi lavora sul campo, saper leggere i segnali che una donna porta con sé quando si presenta in caserma: una ciabatta al posto delle scarpe, l’assenza del cellulare, l’agitazione di chi vuole andare via subito, anche senza lesioni visibili, anche quando poi torna sui suoi passi e nega tutto. Sono dettagli che le forze dell’ordine devono imparare a cogliere, perché la vergogna e il timore del giudizio degli altri restano ancora oggi tra i freni più forti al parlare. Rispetto al periodo della pandemia, ha sottolineato il maggiore Maggi, le denunce sono aumentate, segno che qualcosa si sta muovendo. E la comunità maceratese, ha aggiunto, dimostra ogni giorno di più il desiderio di esserci, di fare rete, perché è proprio lavorando insieme, tra istituzioni, forze dell’ordine e associazioni, che si ottengono i risultati migliori. Un incontro che ha unito riflessione e strumenti concreti, per ricordare a tutti che nessuna donna dovrebbe mai sentirsi sola davanti alla violenza, e che ogni piccolo passo verso la consapevolezza è già un passo verso la libertà.

26/08/2026 11:30
Morrovalle saluta San Bartolomeo con una grande festa: folla per Angelo Famao e un’edizione da ricordare (FOTO e VIDEO)

Morrovalle saluta San Bartolomeo con una grande festa: folla per Angelo Famao e un’edizione da ricordare (FOTO e VIDEO)

Quattro giorni di piazze piene, musica, tradizione e spettacolo hanno accompagnato Morrovalle fino al gran finale della Festa di San Bartolomeo, che lunedì 24 agosto ha chiuso un’edizione particolarmente partecipata. Una manifestazione che, anno dopo anno, continua a essere uno degli appuntamenti più sentiti dell’estate morrovallese. A catalizzare l’attenzione del pubblico è stato soprattutto Angelo Famao, protagonista del concerto conclusivo in un Piazzale Matteotti gremito. Uno spettacolo trascinante, seguito in particolare da tantissimi giovani che hanno cantato e ballato insieme all’artista trasformando il concerto in una vera festa collettiva. La serata è poi proseguita con l’estrazione della tombola e, a seguire, con il DJ set di Matteo Cecchi, accompagnato dalla voce di Giorgio Paciarelli. Ma il successo di San Bartolomeo 2026 si misura soprattutto guardando all’intero programma. Fin dalla prima serata la risposta del pubblico è stata importante: dalla commedia dialettale “Roba da matti” al Festival Internazionale del Folklore con Li Pistacoppi, passando per i momenti più legati alla tradizione e alla devozione, come la processione in onore di San Bartolomeo, fino al concerto del Corpo Bandistico “G. Verdi” di Morrovalle. Serate diverse tra loro, capaci però di riunire generazioni e pubblici differenti e di riportare ogni volta tante persone nel cuore della città. E quest’anno anche una piccola novità, decisamente golosa: durante il concerto conclusivo sono arrivati i bomboloni caldi, alla crema e alla crema al cioccolato, che hanno aggiunto un ultimo sapore di festa a una notte già piena di musica. Grande la soddisfazione dell’Amministrazione comunale per la riuscita della manifestazione e, soprattutto, grande il ringraziamento rivolto alla Pro Loco Morrovalle, ai suoi volontari e alle associazioni del territorio che hanno lavorato dietro le quinte. Perché dietro una piazza piena ci sono sempre molte persone che montano, organizzano, preparano, sistemano e restano fino all’ultimo. San Bartolomeo 2026 si chiude così: con Morrovalle piena di gente e con quella sensazione, difficile da costruire a tavolino, che per qualche sera un paese intero abbia avuto voglia di ritrovarsi per festeggiare.

25/08/2026 11:50
Grazie per il tuo prezioso contributo: quando il commento profuma di ChatGPT

Grazie per il tuo prezioso contributo: quando il commento profuma di ChatGPT

L’altro giorno pubblico un post e, dopo poco, arriva un commento. Lo leggo e dice così: “Grazie per aver condiviso questa preziosa riflessione, la tua analisi offre spunti davvero stimolanti che arricchiscono il dibattito e invitano a una profonda considerazione sul tema”. Lo leggo. Poi lo rileggo. Educatissimo, impeccabile, neanche una virgola fuori posto. Ed è proprio lì che mi viene il dubbio: ma il mio post l’hai letto davvero oppure l’hai semplicemente dato in pasto a ChatGPT chiedendogli di rispondere al posto tuo? Perché ormai esiste un vero e proprio mood: il commento che profuma di intelligenza artificiale. Lo riconosci subito, ha un tono sempre molto educato, una lunghezza perfetta, parole importanti distribuite al punto giusto. Spesso parte con un “che riflessione stimolante” o con un “grazie per questo prezioso contributo”, continua dicendo cose apparentemente profondissime senza entrare mai davvero nel merito e termina con qualche solenne invito a “continuare a coltivare il dialogo”. Tutto giusto. Forse troppo. Ed è proprio questo che mi fa sorridere e, allo stesso tempo, riflettere. Perché un commento dovrebbe essere uno dei momenti più umani dei social: il punto in cui una persona vera si ferma davanti a quello che hai scritto e reagisce. Magari con una frase imperfetta, magari con un errore di battitura, magari semplicemente dicendo: “Questo mi ha fatto pensare a mia madre”. Eppure, in quelle poche parole, senti che dall’altra parte c’è qualcuno che ha letto davvero e ha sentito il bisogno di dirti qualcosa. Un commento autentico può essere buttato là, frettoloso, persino grammaticalmente discutibile. Non importa, se nasce da una reazione vera, arriva dritto. Quello perfettino, lucidato, ruffiano, invece lascia spesso una sensazione strana: è cortese, è elegante, ma potrebbe stare sotto qualsiasi post. Ed è proprio lì che perde valore. Naturalmente il problema non è ChatGPT. Sarebbe piuttosto curioso che fossi io a demonizzare l’intelligenza artificiale. La uso, la studio, la consiglio e penso che oggi chi lavora nella comunicazione debba conoscerla molto bene. Il punto non è usarla o non usarla. Il punto è capire come usarla e, soprattutto, quando. Tra farsi aiutare e farsi sostituire passa una bella differenza. Hai un pensiero, sai cosa vuoi dire, ma vuoi esprimerlo meglio? Benissimo. Chiedi all’intelligenza artificiale di aiutarti a renderlo più chiaro, più sintetico, magari anche più elegante. Quello è un uso intelligente dello strumento. Ma se il pensiero non c’è e chiedi alla macchina di inventarlo al posto tuo, il risultato cambia completamente. Può essere perfetto, può suonare benissimo, può sembrare autorevole, solo che non sei tu. E sui social, dove siamo già sommersi da contenuti, parole, reazioni e commenti, aggiungere altro rumore educatissimo non serve a nessuno. La mia regola sul bon ton dell’intelligenza artificiale, alla fine, è molto semplice: l’AI può aiutarti a trovare le parole. Il pensiero, però, devi mettercelo tu. L’ordine è tutto. Perché quando c’è un’idea vera dietro, l’intelligenza artificiale può persino valorizzarla, aiutarti a darle forma, renderla più efficace. Quando manca l’idea, invece, può soltanto confezionare molto bene il nulla cosmico. E il nulla, anche se scritto in modo impeccabile, resta il nulla. Quindi la prossima volta che un post ti piace davvero, prova con il metodo più rivoluzionario del momento: scrivi quello che pensi. Anche in due righe, anche senza parole perfette. Un “mi hai fatto pensare a…” scritto da te vale molto più di un “prezioso contributo alla riflessione collettiva” scritto da qualcun altro. Anche se quel qualcun altro è bravissimo a scrivere! CHIC / NON CHIC CHIC: usare ChatGPT per migliorare un’idea che hai avuto tu.NON CHIC: chiedergli un post, copiarlo e pubblicarlo senza neppure rileggerlo.

22/08/2026 12:00
Ferragosto sui social: istruzioni per un feed che sembra tutto uguale

Ferragosto sui social: istruzioni per un feed che sembra tutto uguale

Stamattina ho aperto il telefono ancora mezza addormentata e in tre minuti di scroll ho visto quattordici piedi in riva al mare, sei tramonti praticamente identici, tre grigliate fumanti, due cocomeri tagliati a fette perfette e almeno cinque persone che hanno scritto "buon Ferragosto a tutti" sopra la foto del mare. E ho pensato: eccoci, ci siamo, è il giorno più social dell'anno, quello in cui l'Italia intera si sposta chi al mare chi in montagna e documenta ogni singolo istante come se fosse la prima volta che qualcuno va in vacanza nella storia dell'umanità. Perché il Ferragosto ha le sue regole non scritte, i suoi rituali fotografici precisi, e li rispettiamo tutti con una devozione quasi commovente. C'è la foto dei piedi al mare, quella intramontabile, con le onde che arrivano e la didascalia che parla di pace e di relax anche se magari cinque minuti prima stavi litigando per il posto sotto l'ombrellone. C'è il piatto della grigliata, immancabile, perché a Ferragosto se non fotografi la carne sul fuoco è come se non l'avessi mai fatta davvero. C'è chi è in montagna e ci tiene a farti sapere che lui il caldo lo evita, con la foto del panorama fresco e la frase leggermente polemica su quelli che si ammassano in spiaggia. E c'è il tramonto, sempre lui, quello che ogni sera migliaia di persone fotografano convinte di aver catturato qualcosa di irripetibile, e che invece nel feed sono tutti perfettamente uguali. La cosa che mi fa più sorridere, è il retroscena che si nasconde dietro ogni foto apparentemente spontanea. Perché quella foto dei piedi al mare che sembra così casuale in realtà è il risultato di sette scatti, tre spostamenti dell'asciugamano e una lunga trattativa con la luce. Quel gruppo di amici sorridenti attorno al falò ha impiegato dieci minuti buoni a sistemarsi, con qualcuno che diceva "no aspetta, rifacciamola che avevo gli occhi chiusi". E quella storia in cui sembra che ti stia godendo il momento con serenità zen l'hai postata mentre gli altri ti aspettavano spazientiti per andare a mangiare. Il bello del Ferragosto social è tutto qui, in questa distanza tenerissima tra la vacanza che mostriamo e quella che stiamo davvero vivendo, spesso molto più sudata e caotica. E poi ci sono loro, le vere protagoniste silenziose del Ferragosto digitale, quelle che a differenza di tutti gli altri non staccano mai davvero: le aziende. Perché mentre tu ti godi la tua grigliata, da qualche parte c'è un social media manager che alle otto di mattina ha già programmato il post del brand con la scritta "Buon Ferragosto" su uno sfondo di ombrelloni stock, quello uguale a quello di altri quattromila brand, tutti identici, tutti con lo stesso ombrellone finto e la stessa frase di auguri copiata e incollata. Ecco, se posso dare un consiglio a chi comunica per lavoro anche oggi, è proprio questo: se vuoi fare gli auguri, falli come li faresti a un amico, con la tua voce, con una foto vera del tuo mondo, e non con l'ennesimo ombrellone di plastica che non dice niente a nessuno. Ma al di là dei trucchi, dei retroscena e dei cliché, c'è una cosa bella nel Ferragosto sui social, e ve la dico con affetto. Che poi in fondo, dietro tutti quei piedi al mare e quei tramonti fotocopia, c'è semplicemente un sacco di gente che sta bene, che si sta godendo un giorno di festa, che ha voglia di dire al mondo "guardate, oggi sono felice". E questo, sotto tutti i filtri e le pose, è un messaggio che vale sempre la pena di condividere. Quindi fotografate pure quello che volete, ma ogni tanto, alzate lo sguardo e guardatelo davvero, quel mare. Perché quello, nessun filtro potrà mai renderlo come lo vedono i vostri occhi. Buon Ferragosto da me!

15/08/2026 12:00
Anche il tuo profilo può andare in vacanza (ma non lasciare la reception vuota)

Anche il tuo profilo può andare in vacanza (ma non lasciare la reception vuota)

Inizio agosto, mi scrive un cliente: "Barbara, sospendiamo tutto fino a settembre? Tanto non c'è nessuno." Lo stesso giorno, un altro cliente fa esattamente il contrario, e mi ritrovo il suo profilo aziendale invaso di foto di spiagge, tramonti e piedi nella sabbia che non c'entrano niente con quello che fa, pubblicate una dietro l'altra solo per non sparire. E guardando questi due estremi opposti ho pensato che raccontano perfettamente il grande dilemma di ogni agosto, quello che vivono tutti i profili professionali quando arriva il caldo e la voglia di staccare. Perché ad agosto ci si divide sempre in due categorie sbagliate. Da una parte c'è chi sparisce completamente, chiude bottega, non pubblica più niente per tre settimane e riappare a settembre come se niente fosse, sperando che gli algoritmi e le persone si ricordino ancora di lui. Dall'altra c'è chi invece si fa prendere dall'ansia di dover esserci a tutti i costi, e allora pubblica qualunque cosa, riempie il feed di contenuti a caso, di frasi motivazionali sull'estate, di foto personali senza contesto, pur di non lasciare il profilo fermo. E il risultato, in entrambi i casi, è che la presenza online ne esce indebolita, perché sparire ti fa dimenticare e strafare ti fa sembrare confuso. La verità è che esiste una terza via, molto più elegante e molto più intelligente, ed è quella che consiglio sempre ai miei clienti. Il tuo profilo può andare in vacanza, ci mancherebbe, hai tutto il diritto di rallentare e di goderti l'estate come tutti. Ma andare in vacanza non vuol dire abbandonare la reception dell'albergo. Pensa a un bell'hotel a Ferragosto: rallenta i ritmi, magari il ristorante fa orari ridotti, il personale è meno numeroso, ma alla reception c'è sempre qualcuno, e se arrivi trovi chi ti accoglie, ti sorride e ti dà una risposta. Il tuo profilo dovrebbe funzionare esattamente così, con una comunicazione più leggera, non più trascurata. E la differenza tra leggero e trascurato è tutta lì, in pochi accorgimenti semplici. Leggero significa ridurre la frequenza, pubblicare meno ma con senso, usare format più semplici che non ti rubano ore, magari recuperare qualche contenuto evergreen che funziona sempre, mostrare qualche dettaglio estivo ma coerente con quello che fai, e soprattutto continuare a rispondere a chi ti scrive un messaggio o ti lascia un commento, perché quella è la vera reception, quella è la porta che deve restare aperta. Trascurato invece è tutto il resto, è sparire senza dire niente, è rispondere dopo dieci giorni, è lasciare le persone davanti a un profilo muto. Il trucco pratico, quello che ti fa dormire sereno anche sotto l'ombrellone, è preparare in anticipo giusto tre contenuti essenziali e non pensarci più. Il primo è un post di servizio, semplice e chiaro, in cui dici come funzionano le cose ad agosto, se sei operativo, quando rispondi, quando riapri a pieno ritmo. Il secondo è un contenuto leggero ma coerente con il tuo mondo, qualcosa che sappia di estate senza tradire chi sei. E il terzo è un contenuto utile, di quelli che la gente salva per rileggerlo con calma, magari proprio a settembre quando riprende in mano le cose. Tre contenuti, e sei a posto per tutto il mese. Quello che invece ti sconsiglio con tutto il cuore sono le cadute di stile classiche di agosto, quelle che vedo ogni anno e che fanno più danni del silenzio. Le foto personali buttate a caso su un profilo aziendale senza una parola di spiegazione, i messaggi automatici freddi che sembrano scritti da un robot annoiato, i post pieni di cliché estivi tutti uguali, e soprattutto il grande classico, il "anche noi ci prendiamo una pausa". Alla fine la vera classe, online come nella vita, non è esserci sempre a tutti i costi né sparire senza salutare. È saper rallentare con grazia, anche a Ferragosto, anche con i piedi nella sabbia.

08/08/2026 12:00
"Questo devi vederlo": la frase che vale più di mille like

"Questo devi vederlo": la frase che vale più di mille like

Martedì sera, un'amica mi manda un messaggio su WhatsApp. Nessun testo, solo un link e tre parole: "Questo devi vederlo". Apro, guardo, e in effetti aveva ragione, era esattamente il tipo di cosa che sapeva mi avrebbe fatto sorridere. Le rispondo, ci scriviamo un po', e mentre chiudo la conversazione mi rendo conto di una cosa che a chi fa il mio mestiere dovrebbe essere ovvia, ma che a volte dimentichiamo tutti: quel piccolo gesto, quel contenuto passato in privato da una persona a un'altra persona, vale infinitamente più di qualsiasi post con mille like. Perché mettere un like, ormai, non significa quasi più niente. È diventato un gesto automatico, quasi involontario, lo facciamo scorrendo senza nemmeno fermarci davvero, un colpo di pollice e via! Ma inoltrare un contenuto a qualcuno con la frase "questo devi vederlo" è tutta un'altra cosa, perché lì ci metti la faccia, scegli una persona precisa, ti esponi, dici "ho pensato a te mentre guardavo questo". È il contrario esatto dell'applauso pubblico di un like, è intimità, è fiducia, è un piccolo atto di relazione vera dentro un mondo che di solito premia solo i grandi numeri. E la cosa interessante, per chi come me osserva questi meccanismi da anni, è che anche le piattaforme se ne stanno accorgendo. Le analisi più recenti sull'algoritmo di Instagram raccontano che le condivisioni, i salvataggi e il tempo che passiamo davanti a un contenuto stanno diventando molto più importanti del semplice like, e in particolare che l'invio di un post a un'altra persona è considerato il segnale più forte in assoluto. In altre parole, anche la macchina ha capito quello che noi sappiamo istintivamente: che una cosa mandata in privato a un amico conta più di cento cuoricini pubblici, perché dietro c'è una scelta, un pensiero, una persona che ha detto "questo merita di arrivare proprio a te". Il che cambia completamente il modo in cui dovremmo pensare a quello che pubblichiamo. Per anni ci siamo chiesti "come faccio a farmi vedere, come ottengo più like, come divento virale", e ci siamo riempiti i feed di frasi motivazionali, di immagini belle ma vuote, di contenuti costruiti per piacere a tutti e che proprio per questo non dicono niente a nessuno. Ma il contenuto che viaggia davvero, quello che le persone si passano di mano in mano, non è quasi mai il post genericamente ispirazionale. È il consiglio molto specifico, la piccola lista utile, l'osservazione intelligente che ti fa pensare "questo lo mando subito a Paola", l'errore comune spiegato bene, la cosa concreta che risolve un problema o che fa ridere per quanto è vera. Ed è qui che si nasconde il trucco più semplice e più prezioso che posso darti, quello che uso io stessa prima di pubblicare qualsiasi cosa. Fermati un attimo, guarda il tuo contenuto e chiediti: a chi verrebbe voglia di mandarlo, e soprattutto perché? Se ti viene in mente subito una persona, un nome, una situazione, allora quel contenuto ha una ragione di esistere, ha dentro un'utilità, un'emozione o un punto di vista abbastanza forte da meritare di essere passato a qualcuno. Ma se non ti viene in mente nessuno, se la risposta non arriva, allora probabilmente stai pubblicando qualcosa di carino ma inutile, qualcosa che verrà guardato per un secondo e dimenticato subito dopo. Perché alla fine è sempre la stessa storia, quella che continuo a raccontarti settimana dopo settimana da questa rubrica. I numeri grandi, la platea, la visibilità, contano molto meno di quanto pensiamo. E non c'è like al mondo che possa competere.

01/08/2026 11:30
Le locandine sono tutte uguali (e non ricordo più a quale festa sono invitata!)

Le locandine sono tutte uguali (e non ricordo più a quale festa sono invitata!)

L'altro giorno un amico mi invita a una festa e mi manda la locandina su WhatsApp. Io la guardo, la leggo di sfuggita e gli rispondo tranquilla: "Ma non è la settimana prossima?" E lui: "No Barbara, quella è un'altra cosa, ti stai confondendo."Aveva ragione lui. Mi ero confusa con un altro evento, di un'altra associazione, in un altro posto, che però aveva esattamente la stessa identica locandina. Stesso fondo scuro, stesse luci sfumate, stessa geolocalizzazione con il pin, stessa iconcina del calendario, stesso font, stessa atmosfera vagamente misteriosa che non voleva dire assolutamente niente. Ed è lì che ho capito che dovevo scriverne, perché non è un caso isolato, è diventata la regola dell'estate. Apri il telefono e ti arrivano locandine di concerti, di sagre, di presentazioni di libri, di degustazioni in cantina, di feste sulla spiaggia, di incontri culturali, e sono tutte, dico tutte, la stessa cosa. Sfondi neri o blu notte, effetti di luce che sembrano usciti da un thriller, colori tenebrosi che non hanno niente a che vedere con un aperitivo estivo, e sopra il pin della posizione e l'icona dell'orologio, come se senza quelle due iconcine nessuno riuscisse più a capire dove e quando si svolge una cosa. Il motivo lo sappiamo tutti: sono fatte con l'intelligenza artificiale, in tre minuti, scrivendo due righe di richiesta e accettando il primo risultato che esce. E capisco benissimo la tentazione, perché chi organizza un evento ha mille cose da fare, il budget per un grafico spesso non c'è, e l'idea di risolvere la grafica in un lampo è comprensibilmente irresistibile. Ma il risultato è che l'estate di quest'anno ha un'unica identità visiva, cupa e anonima, in cui la serata della band rock è indistinguibile dalla presentazione del libro di poesie, e la festa in spiaggia sembra identica al convegno sull'agricoltura sostenibile. E questa non è una questione estetica da fissati della grafica, è un problema di comunicazione vera. Perché una locandina serve a farti riconoscere, a farti ricordare, a dire chi sei prima ancora che il lettore abbia finito di leggere il titolo. Se la tua locandina è uguale a quella di altri quaranta eventi, non stai comunicando, stai solo occupando spazio nel feed di qualcuno che scorrerà oltre senza fermarsi. E se anche si ferma, come è successo a me, rischia pure di confondersi e di presentarsi alla serata sbagliata. La cosa curiosa è che il mondo si sta già muovendo nella direzione opposta. YouTube, TikTok, Pinterest, Meta e perfino LinkedIn stanno introducendo sistemi per riconoscere ed etichettare i contenuti generati in serie con l'intelligenza artificiale, quelli che ormai vengono chiamati con una definizione spietata "AI slop", la brodaglia dell'intelligenza artificiale. Non perché l'AI sia il nemico, tutt'altro, ma perché quando la usi per sostituire completamente la testa e il gusto di una persona il risultato si vede, e si vede subito. L'AI è meravigliosa quando affianca il lavoro umano, quando ti fa risparmiare tempo sulle cose noiose, quando ti dà spunti. Diventa una trappola quando le deleghi anche l'identità. Quindi ti faccio un appello, con tutto l'affetto di chi ha passato trentasei anni a costruire immagini per gli altri: se organizzi un evento, prenditi cinque minuti in più. Se presenti un libro, metti la copertina del libro, che è già bellissima e l'ha disegnata qualcuno con un'idea in testa. Se fai una festa in spiaggia, usa i colori del mare e non quelli di un film horror. Se hai una band, mettici la faccia dei musicisti. Se sei una cantina, fotografa le tue bottiglie vere, la tua terra, le tue mani. Perché le persone non vengono ai tuoi eventi per il pin della geolocalizzazione. Vengono perché hanno riconosciuto qualcosa di tuo. E quel qualcosa di tuo, credimi, nessuna intelligenza artificiale te lo può inventare.

25/07/2026 12:00
Gli aristo-influencer, ovvero il lusso che non urla più

Gli aristo-influencer, ovvero il lusso che non urla più

C'è stata un'epoca, nemmeno troppo lontana, in cui l'influencer perfetta era quella che ti sbatteva in faccia tutto quello che aveva. La borsa firmata con il logo grande come un'insegna, l'auto sportiva parcheggiata davanti all'hotel a cinque stelle, il polso carico di orologi, la vacanza da diecimila euro. Era il lusso che gridava, quello che aveva bisogno di essere visto, fotografato, ostentato, perché altrimenti non esisteva. E noi lì a guardare, un po' affascinati e un po' infastiditi, con quella sensazione strana di assistere a qualcosa che aveva a che fare più con l'insicurezza che con l'eleganza. Poi, piano piano, qualcosa è cambiato. E oggi il fenomeno più interessante che Vogue Business sta analizzando è esattamente l'opposto di tutto questo: l'ascesa degli aristo-influencer, creator che raccontano uno stile di vita fatto di eleganza discreta, dimore storiche, tradizioni di famiglia e un lusso che si vede proprio perché non si mostra. Niente loghi appariscenti, niente ostentazione, niente urla. Una camicia di lino perfetta, una casa antica con i mobili ereditati dalla nonna, una tazza di tè in un giardino inglese, colori neutri, gesti misurati. È il trionfo di quello che ormai tutti chiamano lusso silenzioso. La cosa che trovo affascinante, è che dietro questo cambiamento estetico si nasconde un cambiamento culturale molto più profondo. Perché quando la gente inizia a preferire l'eleganza discreta all'ostentazione, sta dicendo qualcosa di importante su di sé e sul momento che stiamo vivendo. Sta dicendo che è stanca. Stanca di anni di consumismo sfrenato, di haul in cui gli influencer mostravano sacchetti su sacchetti di roba comprata, di trend che sparivano prima ancora di togliere il cartellino. Sta dicendo che vuole tornare a qualcosa di vero, di duraturo, di autentico. E che il vero lusso, quello che conta davvero, non è avere l'ultima borsa alla moda, ma avere il gusto di scegliere una cosa bella e tenerla per sempre. C'è una frase di Coco Chanel che riassume tutto questo meglio di qualsiasi analisi di tendenza, e dice più o meno che il vero lusso non si nota, si riconosce. Ed è esattamente il principio su cui si fonda tutto questo movimento. Il capo di quiet luxury non ha il logo, non ha la scritta, non ha niente che lo renda immediatamente identificabile a chi non capisce. Ha però un tessuto meraviglioso, un taglio perfetto, una cura nei dettagli che solo chi se ne intende sa cogliere. E qui, per me, sta la parte più interessante e anche un po' ironica di tutta la faccenda. Perché il quiet luxury, il lusso che non vuole essere notato, che rifiuta l'ostentazione, che predica la discrezione, è diventato comunque un trend su TikTok con miliardi di visualizzazioni. In altre parole, abbiamo trasformato anche la discrezione in un contenuto, anche il non-mostrarsi in un modo per mostrarsi. Gli aristo-influencer che raccontano le loro giornate nelle dimore di campagna, con i loro maglioni di cashmere color cammello e le loro tazze di porcellana, stanno pur sempre facendo la stessa cosa che facevano gli influencer di prima: si stanno mettendo in scena. Solo che lo fanno con più garbo, con più eleganza, con un'estetica che sussurra invece di urlare. Ma sempre di messa in scena si tratta. Non lo dico per criticare, sia chiaro, perché personalmente questa tendenza mi piace moltissimo e la trovo un enorme passo avanti rispetto alla volgarità ostentata degli anni scorsi. Preferisco mille volte un feed pieno di eleganza discreta che uno pieno di logo firmati e macchine di lusso. La verità, credo, è che questo trend ci racconta un desiderio profondo e sincero, quello di autenticità, di qualità, di raffinatezza vera, in un'epoca che ci ha stancati con l'eccesso e il rumore. È lo stesso desiderio che vediamo emergere ovunque, nella voglia di rallentare, di tornare alle cose fatte bene, di dare valore a ciò che dura invece che a ciò che passa. E questa, al di là delle pose e dei meccanismi social, è una tendenza bellissima, perché ci ricorda una cosa che le nostre nonne sapevano benissimo e che noi avevamo dimenticato: che l'eleganza vera non ha bisogno di gridare, che la classe non si compra ma si coltiva, e che le cose più belle sono spesso quelle che sussurrano.   E se anche gli aristo-influencer, in fondo, un pochino ci marciano, poco importa. Almeno ci stanno riportando verso il bello. E il bello, quello vero, vale sempre la pena.  

18/07/2026 13:00
L'estate degli scontrini: quando l'indignazione diventa un selfie

L'estate degli scontrini: quando l'indignazione diventa un selfie

C'è un nuovo genere fotografico che sta conquistando i social di questa estate, e non è il tramonto, non è il piatto di spaghetti alle vongole, non è nemmeno il piede abbronzato in riva al mare. È lo scontrino. Fotografato con cura, inquadrato bene, magari con un dettaglio sfocato del mare sullo sfondo, e pubblicato con la giusta dose di indignazione. 44 euro per due coppette di gelato a Piazza Navona. 8 euro per una bottiglia d'acqua e 12 euro per una Coca Cola in un noto ristorante di Capri. E poi il mio preferito, quello della nuotatrice Elena Di Liddo, che ha denunciato un euro e cinquanta di sovrapprezzo per aver chiesto la pizza senza pomodorini, perché a quanto pare anche togliere qualcosa, di questi tempi, ha un costo! Ogni giorno ne spunta uno nuovo, ogni giorno diventa virale, ogni giorno l'Italia intera si divide tra chi grida allo scandalo e chi alza le spalle dicendo che in certi posti bisogna aspettarselo.  E fin qui potrebbe sembrare la solita, sana indignazione popolare contro i prezzi gonfiati delle località turistiche. Ma se ci pensi bene, c'è qualcosa di molto più interessante che si nasconde dietro questa ondata di scontrini fotografati, qualcosa che dice più su di noi che sui ristoratori.  Perché quando fotografi lo scontrino da 8 euro dell'acqua di Capri e lo pubblichi, stai facendo due cose contemporaneamente, e sono cose quasi opposte. Da una parte ti stai lamentando, ti stai indignando, stai denunciando il caro prezzi. Dall'altra, e questa è la parte che nessuno ammette, stai dicendo al mondo intero una cosa molto semplice: io a Capri ci sono stato. Perché lo scontrino non è solo la prova di quanto hai speso, è anche la prova di dove eri. E Capri, o Piazza Navona, diciamocelo, non sono esattamente posti dove ci si va per caso.  È il paradosso perfetto dei nostri tempi. Ci lamentiamo del prezzo, ma intanto facciamo sapere a tutti che eravamo lì. Protestiamo per i diciotto euro del cocktail, ma quella foto racconta anche che stavamo sorseggiando un cocktail in un locale esclusivo con vista sui Faraglioni. La denuncia e la vanteria diventano la stessa identica cosa, si fondono in un unico gesto, in un'unica fotografia. E la genialità involontaria di tutto questo è che ti permette di vantarti senza sembrare uno che si vanta, perché formalmente ti stai lamentando, e lamentarsi è socialmente accettabile, è democratico, è simpatico, mentre dire apertamente "guardate, sono a Capri" ti farebbe sembrare presuntuoso.  Poi c'è l'altra categoria, quella di chi lo scontrino lo fotografa semplicemente perché è diventato un modo per raccontare le vacanze. Una volta si postava la foto del panorama, oggi si posta la ricevuta del ristorante stellato, perché quella ricevuta contiene tutto in un colpo solo: il nome del locale famoso, i piatti ordinati, il prezzo che parla da sé. È il racconto della vacanza compresso in un pezzo di carta termica, molto più eloquente di mille foto del mare, perché il mare è uguale per tutti mentre lo scontrino da duecento euro è tuo, personale, esclusivo.  Quello che mi affascina, è come i ristoratori si trovino improvvisamente in balìa di questo fenomeno. Perché ogni cliente oggi è un potenziale recensore, ogni scontrino una possibile notizia, ogni conto salato una gogna mediatica in agguato. E la cosa curiosa è che spesso per ogni persona indignata che giura di non metterci mai piede, ce ne sono altre dieci incuriosite che vogliono vedere com'è quel posto dove l'acqua costa otto euro.  La verità è che lo scontrino fotografato è il perfetto contenuto social del nostro tempo, non è un caso che sia esploso proprio d'estate, quando le vacanze diventano il grande palcoscenico su cui recitiamo la nostra vita migliore, quella più bella, più costosa, più degna di essere raccontata.  Quindi la prossima volta che vedi uno scontrino indignato sul tuo feed, fermati un attimo e guarda oltre il prezzo. Perché quella foto non ti sta dicendo solo quanto ha speso quella persona. Ti sta dicendo, con eleganza, esattamente dove ha passato le vacanze. E magari, senza volerlo, ti sta anche facendo venire voglia di andarci.  Otto euro per l'acqua compresi!

11/07/2026 12:16
Il contenuto imperfetto che batte lo spot perfetto

Il contenuto imperfetto che batte lo spot perfetto

Mercoledì mattina, un cliente in videochiamata mi mostra orgoglioso il video prodotto per i suoi social: location curata, luce professionale, montaggio impeccabile. Ha speso una cifra importante. Poi gli mostro il video pubblicato tre settimane prima, quello girato con il telefono in cucina, lui con il grembiule, mentre spiegava come nasce il suo prodotto con il cane che gli girava intorno. Quel video aveva ottenuto il doppio delle visualizzazioni, quattro volte i commenti e le persone continuavano a scrivergli: "Finalmente un'azienda vera". Silenzio dall'altra parte dello schermo. Poi la domanda: "Ma quindi ho buttato i soldi?". Non esattamente. Ma è il momento di parlare di una rivoluzione silenziosa che sta cambiando tutto. Per anni abbiamo inseguito la perfezione sui social: foto ritoccate, caption studiate parola per parola, feed esteticamente inattaccabili. Ci siamo convinti che più un contenuto fosse bello, più avrebbe funzionato. Poi è successa una cosa strana: le persone hanno smesso di fermarsi. Perché il contenuto perfetto, nel feed del 2026, lo guardi, magari lo apprezzi, ma raramente ti spinge a commentare o a taggare un'amica. Il contenuto imperfetto, invece, cattura l'attenzione. Quel video in cucina con il cane funziona perché è reale. Riconosci quella cucina, pensi che quell'uomo con il grembiule potrebbe essere tuo marito o tuo padre e percepisci che c'è una persona vera che sta parlando con te, non a te. Questa differenza, tra parlare con qualcuno e parlare a qualcuno, oggi è evidente nei numeri, nei commenti e nella capacità di un contenuto di diffondersi. Il 71% della Generazione Z dichiara di non fidarsi dei contenuti professionali dei brand, mentre crescono a doppia cifra quelli che mostrano il dietro le quinte, le imperfezioni e i momenti autentici. In Italia lo dimostrano esempi come l'Estetista Cinica, che ha costruito un impero nel settore cosmetico parlando come farebbe con un'amica, senza filtri e senza paura di risultare scomoda. Oppure la ginecologa Calcagni, che su TikTok racconta in forma anonima episodi ispirati alla propria esperienza professionale e ha superato il milione di follower. L'ho incontrata personalmente a Matelica e posso dire che è esattamente come appare sui social: autentica, diretta e umana. Non è un caso che sia seguita da oltre un milione di persone. Le persone si sono stancate di essere trattate come un pubblico. Non vogliono più limitarsi ad ammirare un contenuto: vogliono riconoscersi. E per farlo hanno bisogno di quella piccola imperfezione che dice: "Anch'io sono così, anche a me capita, anch'io ho questo dubbio". Per chi lavora nella comunicazione questa è una delle notizie più liberatorie degli ultimi anni. Significa che una storia vera, raccontata con la propria voce e il proprio stile, può valere molto più di uno spot costruito a tavolino. Al mio cliente ho consigliato di fare entrambe le cose: utilizzare il video professionale quando serve e tornare alla cucina con il cane quando vuole creare un dialogo autentico con le persone. Non si tratta di scegliere tra perfezione e imperfezione, ma di capire quando è il momento giusto per ciascuna. E soprattutto di non avere paura di mostrarsi umani, anche quando si rappresenta un'azienda. Perché, alla fine, le persone non comprano dai brand: comprano dalle persone.

04/07/2026 12:00
Quando il caldo spegne i social: la disconnessione più naturale dell’anno

Quando il caldo spegne i social: la disconnessione più naturale dell’anno

Martedì pomeriggio, trentaquattro gradi. Una collega mi scrive su WhatsApp: “Non ce la faccio più, sto scoppiando dal caldo.” Le rispondo. Poi non risponde più. La richiamo dopo un’ora, pensando a qualcosa di urgente. “Scusa, mi ero addormentata sotto l’ombrellone con il telefono in mano.”Ecco, è iniziata l’estate. Quella vera, quella fatta di caldo che ti spalma sul lettino, di serate in cui l’unica cosa sensata da fare è sedersi fuori e guardare il niente, di pranzi che durano tre ore non perché ci sia qualcosa di speciale da dire, ma perché nessuno ha voglia di alzarsi. E in tutta questa bellissima pigrizia collettiva, succede qualcosa che mesi di app per il benessere digitale, articoli sul detox dai social e guru della mindfulness non erano riusciti a ottenere: il telefono finisce in borsa e ci rimane. Non è una scelta consapevole, non è una disciplina, non è il risultato di settimane di lavoro su se stessi. È il caldo. È l’afa che ti toglie anche solo la voglia di sollevare il braccio per prendere il telefono. È la luce del sole che rende illeggibile qualsiasi display. È quella sensazione fisica, concreta, quasi brutale, per cui quando sei al mare o in piscina o semplicemente seduta fuori in una sera di giugno, scrollare TikTok ti sembra la cosa più inutile del mondo, e non perché sei diventata improvvisamente saggia, ma perché c’è il tramonto davanti e fa troppo caldo per fare anche quello. Per anni abbiamo inseguito la disconnessione come un obiettivo. Abbiamo comprato app per bloccare le app, abbiamo impostato limiti di tempo sullo schermo che puntualmente ignoravamo dopo tre giorni, abbiamo letto articoli sul digital detox, abbiamo provato il weekend senza telefono con risultati misti e molta ansia. E invece eccolo qui, il segreto che nessuno ci aveva detto: basta aspettare luglio. L’estate risolve tutto da sola, senza sforzo, senza disciplina, senza nemmeno accorgersene. I dati lo confermano in modo quasi comico: nel 2026 il bisogno di rallentare è diventato un trend globale e il 79% di Millennials e Gen Z dichiara di cercare esperienze che uniscano stimoli intellettuali e manuali, ovvero leggere, cucinare, camminare, stare con le persone. Tutte cose che l’estate favorisce naturalmente, senza che nessuno abbia bisogno di dichiararlo trend o di farci un podcast. Perché in estate succede qualcosa di molto semplice: la vita reale torna a essere più interessante di quella virtuale. La serata in piazza con gli amici non ha bisogno di filtri per essere bella. Il gelato non va fotografato, va mangiato, e in fretta, prima che si sciolga. La conversazione sotto le stelle non può essere messa in pausa per rispondere a una notifica, perché sarebbe uno spreco. E il mare, quel rumore costante e ipnotico, è l’unico feed che non stanca mai, quello che puoi guardare per ore senza sentire il bisogno di qualcosa di diverso. Certo, non mancano le eccezioni. C’è chi anche sotto l’ombrellone riesce a fare call di lavoro, chi posta ogni tramonto con caption filosofica, chi non riesce a staccare nemmeno in vacanza perché “ormai sono così”. Ma anche loro, a un certo punto della stagione, si fermano. Magari è il terzo giorno al mare, magari è una sera in cui il telefono è rimasto in camera, magari è semplicemente quella stanchezza buona che viene dopo una giornata di sole e di acqua e di dolce far niente, quella stanchezza che ti fa dormire come non dormivi da mesi. E in quel momento, i social aspettano. E va benissimo così. La verità è che questo periodo dell’anno ci restituisce qualcosa che durante i mesi invernali dimentichiamo di avere: il tempo presente. Non il tempo da ottimizzare, da riempire, da documentare. Il tempo da vivere, quello un po’ pigro e un po’ felice che sa di crema solare e di cene lunghe e di conversazioni che iniziano senza un argomento preciso e finiscono tardi. È il tempo che nessuna piattaforma riesce a catturare davvero, perché il bello di quei momenti sta esattamente nel fatto che non vengono registrati, non vengono condivisi, non lasciano traccia tranne che nella memoria di chi c’era. Quindi godetevela, questa disconnessione involontaria. Godetevela voi che potete, voi che non siete condannati a restare svegli a programmare post anche con trentaquattro gradi. Perché chi fa questo lavoro lo sa bene: per i social media manager l’estate non esiste davvero. I contenuti vanno pianificati, i post programmati, i commenti monitorati anche da sotto l’ombrellone, anche con il telefono che scotta tra le mani, anche quando l’unica cosa sensata sarebbe tuffarsi e non tornare a galla fino a settembre. Noi lavoriamo perché voi possiate disconnettervi. Ed è un lavoro che facciamo volentieri, anche se ogni tanto guardiamo il mare con un filo di invidia. Ma questa è un’altra storia.

27/06/2026 13:37
Maturità e social: i ragazzi li usano per studiare (ma le previsioni di TikTok erano tutte sbagliate)

Maturità e social: i ragazzi li usano per studiare (ma le previsioni di TikTok erano tutte sbagliate)

Mercoledì mattina, la figlia di una mia cara amica, 18 anni, maturità il giorno dopo. La chiamo per sapere come sta. "Sto studiando", mi dice. "Bene", rispondo io. "Sì, sto guardando una diretta su TikTok con altri ragazzi che studiano." Silenzio dalla mia parte. "Una diretta su TikTok per studiare?" "Sì Bà, si chiama Study with me. Siamo in duemila collegati in questo momento. Tutti in silenzio, ognuno alla propria scrivania. Mi aiuta a concentrarmi." Ho dovuto fermarmi un momento a riflettere, perché questa cosa mi ha colpita davvero. Duemila ragazzi connessi in silenzio, ognuno sui propri libri, insieme ma ognuno nella propria stanza. Un'aula studio virtuale che non avremmo mai immaginato. Il fenomeno Study with me è esploso in queste settimane su TikTok, YouTube e Twitch. Funziona in modo elementare: uno studente avvia una diretta puntando la telecamera sulla propria scrivania, quaderni e libri in vista, e studia in silenzio. Chi ha bisogno di una spinta per mettersi sui libri si collega e studia insieme, in quella compagnia silenziosa che allontana l'ansia e il senso di solitudine. E i numeri dicono che funziona davvero, perché migliaia di maturandi in tutta Italia stanno usando questo formato per ripassare, concentrarsi e sentirsi meno soli in uno dei momenti più carichi di aspettative della loro giovinezza. Ma c'è un altro lato della storia, quello che fa sorridere e riflettere allo stesso tempo. Per mesi, su TikTok e su tutti i siti specializzati nelle cosiddette "toto tracce", si sono rincorsi pronostici, previsioni e anticipazioni sulle tracce della maturità 2026. Pirandello era dato per certo. D'Annunzio quasi sicuro. Grazia Deledda, a cent'anni dal Nobel, sembrava impossibile da ignorare. Creator con centinaia di migliaia di follower hanno costruito video su video spiegando ai maturandi su cosa concentrarsi, cosa studiare, cosa aspettarsi. E poi le tracce sono uscite: l'oracolo di TikTok aveva sbagliato tutto. E questo ci porta al cuore di una domanda che agita il dibattito da mesi: dobbiamo bloccare i social ai ragazzi più giovani, o dobbiamo insegnare loro a usarli meglio? Nel frattempo Meta ha introdotto anche in Italia i profili "Teen" per gli under 18, con contenuti filtrati e interazioni limitate, come una sorta di zona protetta all'interno della piattaforma. Un passo nella direzione giusta, dicono alcuni. Un cerotto su una ferita che richiederebbe punti di sutura, dicono altri. La verità è che i maturandi di quest'anno ci stanno dando una lezione. Non sono vittime passive dei social, come spesso li dipingiamo. Sono ragazzi che hanno imparato, in modo autonomo, a usare questi strumenti anche per fare cose serie. Studiano insieme in silenzio su TikTok, si interrogano su ChatGPT, si scambiano appunti su Instagram. E poi sbagliano, come sempre hanno fatto i ragazzi di ogni generazione, fidandosi troppo dell'oracolo sbagliato, che una volta era il compagno di banco secchione e oggi è il creator con più follower. Il punto non è vietare. Il punto è educare. Insegnare ai ragazzi a distinguere il contenuto utile da quello inutile, la fonte affidabile dalla bufala costruita per fare visualizzazioni, la community che ti aiuta dalla distrazione che ti svuota. Ed è un lavoro che non possono fare i social da soli, né i genitori da soli, né la scuola da sola. Va fatto insieme. Forse non è così semplice come sembra.  

20/06/2026 12:00
Nonna Maxxing: i giovani vogliono vivere come le nostre nonne (e noi lo facevamo già)

Nonna Maxxing: i giovani vogliono vivere come le nostre nonne (e noi lo facevamo già)

La settimana scorsa una ragazza di vent'anni mi mostra il telefono orgogliosa. "Barbara, hai visto questo trend? Si chiama Nonna Maxxing, sto cercando di adottarlo". Guardo il video su TikTok: una ragazza impasta la pasta a mano, poi fa una passeggiata lenta nel quartiere, poi cucina il ragù per tre ore, poi chiama la nonna al telefono. E racconta tutto come se fosse una rivoluzione. Io la guardo e penso a mia madre, penso alle donne della mia generazione, e non riesco a trattenere un sorriso. Benvenuti nel Nonna Maxxing! Il trend del 2026 che ha conquistato TikTok e Instagram, dove milioni di ragazzi della Gen Z hanno deciso che il segreto della felicità è vivere esattamente come le nonne italiane di una volta: lentamente, con le mani in pasta, in mezzo alla gente, senza fretta e senza ansia. Il termine nasce dalla combinazione di "nonna" e "maxxing", che in gergo web significa ottimizzare qualcosa al massimo. Ottimizzare la vita come farebbe una nonna. Ci vuole coraggio, a dirlo nel 2026. Il paradosso è bellissimo. Una generazione cresciuta con lo smartphone in mano, con TikTok che cambia video ogni quindici secondi, con l'ansia da performance costante e il confronto sociale continuo, ha guardato al passato e ha detto: voglio vivere come mia nonna. Voglio cucinare il pane, fare passeggiate lente, stare con la famiglia, impicciarmi degli affari di tutti. Senza notifiche, senza algoritmi e senza l'ossessione di dover mostrare tutto. Forbes ne ha parlato a marzo, il Guardian ha titolato "La Gen Z si rivolta alle nonne per vivere fino a 100 anni", citando l'Italia come una delle Blue Zone del mondo, quei luoghi dove le persone vivono più a lungo grazie alla dieta mediterranea, ai legami familiari forti e a uno stile di vita lento e radicato nella comunità. La nonna italiana, con il suo ragù che bolle per ore, la sua camminata mattutina, la sua capacità di stare presente senza un telefono in mano, è diventata un'icona globale di benessere. E lo so cosa stai pensando, lo sto pensando anch'io: noi lo facevamo già. Non lo chiamavamo Nonna Maxxing, non ci facevamo i video su TikTok, non lo hashtaggavamo su Instagram. Lo facevamo e basta, perché era la normalità. Cucinare era cucinare, non content creation. Passeggiare era passeggiare, non un atto di resistenza digitale. Stare con la famiglia era ovvio, non una scelta di vita rivoluzionaria da documentare. Ma ecco il punto che mi ha fatto riflettere: se i giovani oggi devono trasformare queste cose in un trend per darsi il permesso di farle, significa che qualcosa si è rotto nel mezzo. Significa che la vita digitale ha reso così normale la velocità, la performance e la connessione continua, che tornare alla lentezza richiede uno sforzo consapevole. E la nonna boomer? Quella vera, quella di oggi? Be', quella è impegnata. Ha il pilates alle dieci, la conferenza in biblioteca alle tre, il cappuccino con le amiche, il volontariato, il corso di public speaking. La nonna che aspetta a casa con la crostata fumante è un'icona poetica, non sempre una realtà. In fondo il Nonna Maxxing ci dice una cosa semplice: siamo stanchi. Stanchi di scrollare, di correre, di perfor¬mare, di essere sempre connessi e sempre disponibili. E la risposta che abbiamo trovato non è la tecnologia del futuro, ma la saggezza del passato. Non l'app che ci salva, ma il ragù che bolle sul fuoco. Noi, che quelle nonne le abbiamo avute davvero, sappiamo che avevano ragione. Ci mancava solo un trend su TikTok per ricordarcelo.

13/06/2026 12:11
Silenzio elettorale, finalmente: il rumore dei social e la stanchezza della campagna

Silenzio elettorale, finalmente: il rumore dei social e la stanchezza della campagna

Finalmente è finita. La campagna elettorale per il ballottaggio si è chiusa e da oggi, per legge, nessuno potrà più parlarci di candidati, di programmi, di promesse. Il silenzio elettorale. Una di quelle parole che normalmente suona burocratica, fredda, tecnica. Questa volta no. Questa volta la sento come un sollievo vero, come quando finisce un temporale lungo e improvvisamente torna il sole. Perché questi ultimi quindici giorni sono stati davvero pesanti, uno specchio di tutto quello che non si dovrebbe fare sui social. E io che con i social ci lavoro quotidianamente, mi sono trovata a guardare questa campagna elettorale con un misto di incredulità e amarezza. La prima tornata era già stata intensa, con i post quotidiani, i candidati che si spiegavano su TikTok, le bio scritte da ChatGPT, i volantini digitali sparati a raffica. Avevo scritto un articolo chiedendo: basta post, fate una telefonata in più, incontrate la gente. Ma evidentemente il messaggio non era arrivato, perché in questa seconda quindicina è andato tutto peggio. Insulti, botte e risposte pubbliche, articoli scritti apposta per attaccare, per demolire, per ferire. Commenti volgari sotto i post, parole che non avrei mai voluto leggere, soprattutto nei confronti delle donne candidate che hanno subito attacchi personali che nulla avevano a che fare con la politica. Il problema è che i social, in mano a chi non li sa usare, diventano armi. E le armi, se non le sai maneggiare, ti esplodono in faccia. L'effetto boomerang è reale, misurabile, inevitabile. Ogni insulto pubblicato ha detto più sul carattere di chi lo scriveva che su quello di chi lo riceveva. Ogni attacco gratuito ha allontanato qualche voto. Ogni post aggressivo ha contribuito a quella sensazione di stanchezza collettiva che in questa città si respira da settimane. E adesso si va a votare. Domenica, ballottaggio. Ma molte persone andranno alle urne con la testa pesante, con le idee confuse, con quella sensazione di aver visto troppo e di aver capito poco. Non perché siano poco attenti o poco interessati, ma perché sono stati bombardati da una comunicazione che puntava a disorientare, a provocare, a colpire. Non a convincere, non a spiegare, non a costruire fiducia. Una volta si diceva che la politica dovrebbe aiutarci a capire, a scegliere, a decidere con consapevolezza. Questa volta è successo il contrario: siamo noi cittadini che dovremmo aiutare i politici a capire come funzionano i social. Che non sono un ring o uno sfogatoio. La gente legge, ricorda e giudica, non solo il contenuto, ma il modo in cui viene detto e che un candidato che insulta su Facebook non diventa più credibile, diventa più lontano. I social sono strumenti potenti, enormemente potenti, e chi li usa bene lo sa. Ma la potenza senza controllo è pericolosa. È come guidare a tutta velocità su una strada che non conosci: prima o poi vai fuori strada. E in questa campagna elettorale, qualcuno è andato fuori strada più volte. Oggi e domani il silenzio, e io, lo ammetto, ne ho bisogno. Ne abbiamo bisogno tutti. Per respirare, per pensare, per ricordarci che dietro ogni schermo ci sono persone reali, con idee reali, che meritano rispetto reale. Non post, non like, non insulti. Rispetto. Buona domenica, Macerata. Vota con la testa libera, se riesci!

06/06/2026 12:03
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