di Diego Fusaro

Giorgia Meloni e Guido Crosetto non vogliono che gli USA se ne vadano dall'Italia: altro che patrioti!

Giorgia Meloni e Guido Crosetto non vogliono che gli USA se ne vadano dall'Italia: altro che patrioti!

Ebbene sì, Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio italiano ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale e filoatlantista, si è detta insoddisfatta in relazione al proposito di disimpegno statunitense in Europa. Come è noto, Washington è profondamente delusa dal contegno degli Europei, soprattutto di quello della Spagna e dell’Italia, le quali non hanno adeguatamente supportato la civiltà del dollaro nella sua sciagurata missione imperialistica in Iran. Sicché adesso Donald Trump minaccia l’Europa dicendo di voler ritirare le truppe americane dal vecchio continente. Ogni vero patriota dovrebbe giubilare al cospetto di questa notizia, leggendola come l’auspicato spiraglio di un ritorno alla sovranità militare grazie alla fine della occupazione americana dell’Europa con basi e milizie. E invece Giorgia Meloni si dice contraria e insoddisfatta, sperando di poter far cambiare idea al codino biondo che fa impazzire il mondo: tant’è che Guido Crosetto è già pronto ad andare in missione a Washington per ricucire il rapporto sfilacciato con Trump. Ebbene, l’Italia, anziché cogliere al volo questa memorabile occasione di affrancamento dalla dominazione americana, piagnucola con la postura tipica del servo che ama le proprie catene e che anzi è disposto a battersi per conservarle quando il padrone decide di affrancarlo. È in questa chiave ermeneutica che deve essere spiegata la missione a Washington di Crosetto di cui stiamo parlando, il non plus ultra della subalternità del nostro Paese, per ironia della sorte a opera di un governo che ha pure il coraggio e la sfacciataggine di definirsi patriottico e difensore dell’interesse nazionale. Come non mi stanco di ripetere, quello di Giorgia Meloni e dei suoi sodali è un patriottismo di cartapesta, un sovranismo di cartone, dietro al quale si nasconde l’usuale ridicola sudditanza italiana all’impero a stelle e strisce. La si dovrebbe finire una volta tanto di qualificare come fascista il governo di Giorgia Meloni: è un governo totalmente liberista e atlantista, perfettamente sovrapponibile a quelli della sinistra fucsia. Il fascismo – e lo dico da gramsciano, alieno da ogni possibile simpatia per il ventennio – aveva se non altro, al netto di tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, il senso dei diritti sociali, in quanto figlio ribelle del Partito Socialista. La destra neoliberale di Giorgia Meloni e la sinistra neoliberale di Elly Schlein non hanno nulla a che fare, rispettivamente, con il fascismo e con il comunismo, essendo soltanto due episodi tragicomici di neoliberismo atlantista contemporaneo. Lo ripeto per l’ennesima volta: i due capisaldi di ogni politica seria, che voglia contrapporsi all’ordine dominante, risiedono nell’anticapitalismo e nell’antimperialismo, ossia nei due elementi che egualmente mancano oggi a destra come a sinistra.

10/05/2026 11:40
Silvia Salis, il nuovo volto della politica funzionale all'ordine dominante

Silvia Salis, il nuovo volto della politica funzionale all'ordine dominante

Sembra che il sindaco di Genova in quota alla sinistra fucsia, Silvia Salis, sia il nuovo volto politicamente prescelto dal potere dominante per rappresentare le sue istanze. L’ordine del discorso e dell’immagine continua a proporre a pie’ sospinto la figura di Silvia Salis, presentandola come il nuovo volto della politica e financo come la possibile nuova guida del Paese dopo che la figura di Giorgia Meloni, come già ha iniziato a fare, sarà definitivamente tramontata sul piano politico. Addirittura il noto rotocalco iperliberista “Vanity Fair” ha dedicato la copertina a Silvia Salis, come già fece a suo tempo con il tosco rottamatore Matteo Renzi. In effetti, Silvia Salis pare la figura ottimale per rappresentare le istanze dell’ordine dominante: anzitutto non ha una provenienza politica ed è dunque perfettamente malleabile per l’ordine discorsivo e politico dominante. Non ha un’identità politica sua propria e dunque è pronta ad assumere quella di volta in volta richiesta dallo spirito del tempo, dunque dalla globalizzazione neoliberale in tinta arcobaleno. Nei suoi discorsi, il grande assente è la politica, poiché ella parla soltanto di questioni irrilevanti e marginali legate alle chiacchiere arcobaleno e ai temi vuoti dell’inclusività, buoni sempre e solo a nascondere il conflitto di classe e lo sfruttamento annesso, l’imperialismo americano e la questione sociale. Insomma, sembra proprio che Silvia Salis farà ancora parlare molto di sé e anzi diventerà, come in parte già sta diventando, la protagonista dello scenario politico a venire, traghettando come sempre il consenso delle masse verso il potere della globalizzazione neoliberale. E intanto, puntuale come un orologio elvetico, adesso spunta il marchio depositato dalla Salis: si chiama “Futuro Democratico”, come rivelato da diversi quotidiani nazionali. Tutto come da copione, dunque: Silvia Salis, come abbiamo già sottolineato, rappresenta il nuovo volto della politica spuntato dal nulla, almeno in apparenza; in realtà, si tratta dell’ennesimo prodotto politico dell’ordine dominante e in funzione della riproduzione dei rapporti di forza dominanti. Incessantemente le classi dominanti sono alla ricerca di nuovi personaggi politici affidabili, che possano rappresentare al meglio le loro istanze e il loro programma liberalprogressista, ma poi anche – non dimentichiamolo – di personaggi che rappresentino al meglio l’opposizione controllata e la messa in scena di un dissenso funzionale esso stesso allo status quo. In questa luce debbono leggersi tanto il “Futuro Democratico” di Silvia Salis, quanto il “Futuro Nazionale” del generale Vannacci. Il primo rappresenta il lato del consenso alla civiltà dei consumi e al sinedrio liberalprogressista, il secondo simboleggia il lato della contestazione addomesticata ed essa stessa funzionale alla dominazione dell’ordine egemonico (giacché il Vannacci non mette in discussione il liberismo, l’atlantismo e lo schema di destra e sinistra). Sia la Salis, sia il Vannacci – i nuovi volti politici del presente – accettano senza batter ciglio il neoliberismo e l’atlantismo, cosicché, dietro l’opposizione fittizia, si nasconde l’identità di vedute che garantisce l’indisturbata dominazione dei gruppi egemonici e delle classi dirigenti, voglio dire il mantenimento dello status quo della civiltà liberalatlantista. Il potere dominante crea le sue immagini politiche prodotte in vitro grazie a martellanti campagne mediatiche e pubblicitarie, con le quali propone alle masse teledipendenti e tecnonarcotizzate figure che non hanno storia politica e che sembrano spuntate dal nulla, quando in realtà sono selezionate con cura dall’ordine dominante per rappresentare al meglio le proprie istanze e per illudere le masse popolari circa l’esistenza di un’alternativa in realtà inesistente, poiché a esistere nel quadro politico dominante è soltanto l’alternanza tra partiti tutti interni al partito unico fintamente articolato del turbocapitale sans frontières.

03/05/2026 12:30
Putin ripristina i busti di Stalin, Meloni sta sempre con Zelensky

Putin ripristina i busti di Stalin, Meloni sta sempre con Zelensky

Diversi tra i più letti e, soprattutto, più venduti quotidiani nazionali e internazionali danno con sgomento la notizia secondo cui Putin avrebbe fatto chiudere il museo del Gulag e ripristinato i busti di Stalin. La scelta del presidente russo appare chiara e coerente, in perfetta continuità con la sua volontà di rivendicare per intero il passato della Russia e dell’Unione Sovietica, rispondendo anche in questo alle tendenze nefaste di un Occidente consacrato al nulla della cancel culture. Come sappiamo, i Gulag vengono utilizzati da decenni come arma ideologica per screditare il socialismo e la Russia, proprio come la figura di Stalin viene trasfigurata ideologicamente e presentata come sineddoche della dittatura totalitaria con il solo scopo di demonizzare tanto il comunismo storico novecentesco, quanto la Russia. Ricordare l’orrore dei Gulag sicuramente è giusto, ma guai a trasformare quella esperienza tragica in arma ideologica per delegittimare la grande esperienza del socialismo, che rappresentò nel secolo breve l’ideale dell’alternativa, la reale resistenza all’imperialismo statunitense e la concretizzazione della liberazione dell’Europa dal nazismo. Lo stesso si deve dire per la figura di Stalin, il quale, lungi dall’essere semplicemente un dittatore senza dignità, come ripetono gli araldi del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto, ebbe il merito non solo di liberare l’Europa dal nazismo, ma di mantenere vivo il socialismo in un solo paese, resistendo all’imperialismo e ai molteplici tentativi di far crollare quella gloriosa esperienza. La scelta di Putin si spiega esattamente in questa cornice di senso: rivendicare, contro la macchina orrenda della propaganda liberal-atlantista, l’intera storia russa e quindi anche la grandezza dell’Unione Sovietica, faro di libertà e di resistenza contro il nulla della civiltà capitalistica sotto cupola atlantista, arcobalenica e liberal-progressista. Diciamolo apertamente e senza infrangimenti: la Russia di Putin rappresenta oggi la continuazione, nel mutato contesto, dell’esperienza sovietica di opposizione all’imperialismo e di difesa della possibilità di un mondo multipolare, sottratto all’oppressione planetaria a stelle e strisce. Mentre l’occidente appare goffamente intento a cancellare la sua storia, la Russia difende il proprio percorso in tutte le sue anse e si rivela pronta a opporre ancora resistenza alla barbarie che ovunque avanza. Intanto, Giorgia Meloni ribadisce la sua fedeltà a Kiev. “L’Italia sempre al fianco di Kiev”: sono queste le agghiaccianti parole recentemente pronunziate da Giorgia Meloni, presidente del consiglio ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale e filoatlantista. Giorgia Meloni, oltretutto, ha recentemente accolto con un grande abbraccio il guitto di Kiev, l’attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. Come se non bastasse, a fare da grancassa delle posizioni governative, recentemente l’europarlamentare Letizia Moratti, in una sua epifania catodica su la7, ha spiegato che l’Ucraina è l’aggredito e la Russia è l’aggressore e che il guitto di Kiev sta difendendo i valori democratici. Siamo al non plus ultra dell’ideologia e della propaganda, ma poi anche della umiliazione del nostro sventurato Paese. L’Italia della destra bluette neoliberale continua a dare supporto alle irragionevoli ragioni del guitto e della sua guerra a oltranza con la Russia di Putin, dilapidando i soldi degli italiani in armi e finanziamenti a flusso continuo verso Kiev. E continua altresì a ripetere la fable convenue secondo cui il guitto di Kiev starebbe difendendo i valori democratici, quando in realtà, lo sanno anche i bambini, Zelensky non rappresenta in alcun modo i valori democratici, dato che ha perseguitato la chiesa ortodossa, chiuso diversi partiti di opposizione, imposto il canale televisivo unico e perfino riabilitato l’uso delle mine antiuomo. Un governo che fosse autenticamente patriottico dovrebbe immediatamente chiamare fuori l’Italia da questa sciagurata guerra, ma, come sanno ormai anche i muri, il governo di Giorgia Meloni è tutto fuorché patriottico, essendo invece genuflesso in toto a Washington e a Bruxelles. Vi sarebbe da ridere, se non vi fosse da piangere.

26/04/2026 10:50
Trump si piega e accetta l’accordo con l’Iran

Trump si piega e accetta l’accordo con l’Iran

Donald Trump è, infine, sceso a miti consigli e non ha “fatto morire un’intera civiltà”, come aveva apocalitticamente e demenzialmente annunciato. Si è infatti trovato – Deo gratias – un provvisorio accordo in Iran, un accordo che prevede la sospensione del conflitto per due settimane e la completa riapertura dello Stretto di Hormuz. Provvidenziale è stato l’intervento della Cina, che ha spinto l’Iran ad accettare l’accordo, rivelandosi ancora una volta lo Stato più lungimirante oggi esistente sulla faccia della Terra. Dopo minacce su minacce, rivelandosi essa stessa integralista, fanatica e teocratica, la civiltà del dollaro scende a compromessi, comprendendo, meglio tardi che mai, la propria impossibilità di piegare l’Iran come invece pensava di poter agevolmente fare. Questo accordo ci segnala incontrovertibilmente la potenza dell’Iran, in grado di costringere gli USA all’accordo e alla tregua. Ci segnala altresì, una volta di più, l’intelligenza strategica della Cina, ormai la vera guida del pianeta, faro di civiltà e di pace. E ci segnala, infine, il lento e inesorabile tramonto dell’Occidente americanocentrico, regno del nulla che, abitato dal nichilismo, produce solo morte e distruzione. Tanto rumore per nulla, per dirla con il vecchio Shakespeare: la barbarie sconfinata di cui Trump è portavoce ha dovuto fare i conti con il principio di realtà e soprattutto con l’encomiabile potenza dell’Iran, protetto e supportato dalla Cina. Intanto, il senatore Claudio Borghi, della Lega di Matteo Salvini, ha commentato l'accordo trovato tra Iran e Stati Uniti sostenendo testualmente che Trump "vi ha trollato tutti". Il verbo trollare, proprio della neolingua contemporanea, vale come sinonimo di prendere in giro e gabellare. La tesi del Borghi, dunque, è quella secondo cui Trump ha preso in giro tutti, fingendo di voler portare il conflitto fino alle sue estreme conseguenze, per poi risolverlo, almeno provvisoriamente, mediante la tregua che si è raggiunta nei giorni scorsi. Apprezziamo lo sforzo ermeneutico particolarmente fantasioso e acrobatico del Borghi, ma ci pare che, a conti fatti, le cose stiano decisamente altrimenti. La realtà - al cui principio ci permettiamo di invitare il Borghi - è che Donald Trump è stato costretto dai rapporti di forza a scendere a più miti consigli, ben sapendo di non poter piegare l'Iran e di dover necessariamente scendere a patti con esso. Come non mi stanco di ripetere, Washington pensava di chiudere la partita persiana in una settimana: questa era la sua strategia. Se ne inferisce che la strategia è fallita miseramente e che attualmente Washington non ne ha più una, cosicché è ora è costretta a muoversi scompostamente, tra minacce e accordi repentini. Viceversa, la Persia una strategia ce l'ha e la sta seguendo meticolosamente. Essa consiste in tre punti fondamentali: in primo luogo, usare lo Stretto come arma di ricatto e di strangolamento per l'Europa; in secondo luogo, resistere a oltranza e a ogni costo contro il barbaro invasore; in terzo luogo, generare zizzania tra i membri del Patto Atlantico. Insomma, Trump non ha "trollato" proprio nessuno, ma semmai, se proprio vogliamo usare questo verbo disgustoso, è stato trollato pesantemente dalla Persia: inutile negarlo.

12/04/2026 12:20
Il caso osceno di Sigonella e le minacce di Trump all'Iran

Il caso osceno di Sigonella e le minacce di Trump all'Iran

Decisamente surreale e demenziale è quanto accaduto nei giorni scorsi in relazione alla base militare di Sigonella. Si era infatti inizialmente diffusa la notizia, riportata ad esempio dal "Fatto Quotidiano", secondo cui l'Italia aveva negato agli Stati Uniti d'America l'utilizzo della base: sembrava si stesse ripetendo, in miniatura, una scena analoga a quella di Bettino Craxi che con patriottismo eroico si oppose agli americani, tra l'altro pagando poi carissimo quella fiera opposizione. Non si poteva che giubilare al cospetto di una tale notizia, quasi un tardivo riscatto del desolante governo di Giorgia Meloni. Poche ore dopo, è intervenuto prontamente Guido Crosetto, esponente di spicco della giullaresca destra neoliberale e atlantista, a smentire la notizia, ribadendo come sempre la totale subalternità della nostra patria all'imperialismo assassino di Washington. Il prode Crosetto, infatti, ha chiarito che l'Italia continua a dare il suo pieno supporto a Washington e alle sue operazioni, come da copione e come del resto si richiede a una serva a tutti gli effetti quale è oggi la nostra sventurata Italia, poco cambia se con la destra o con la sinistra al governo. Lo stesso Crosetto, in altra sede, ha ammesso di non riuscire a dormire la notte al pensiero di quello che attende l'Italia in relazione alla guerra iraniana. Peccato però che Crosetto non faccia concretamente nulla per evitare la tragedia e anzi con il suo giullaresco governo si adoperi attivamente per trascinare l'Italia verso l'abisso, lasciandola sempre e comunque al soldo di Washington e della sua dominazione della nostra patria. Come sempre, la cosa più assurda è che gli sfasciacarrozze che ci troviamo al governo abbiano pure il coraggio di definirsi patrioti, quando il loro è un patriottismo di cartapesta, dietro il quale si nasconde come sempre la totale subalternità all'imperialismo a stelle e strisce. Intanto, Donald Trump, il codino biondo che fa impazzire il mondo, l’attuale presidente della civiltà del dollaro, minaccia ancora una volta l’Iran: "Accordo subito o distruggeremo i vostri siti". Sono parole evidentemente deliranti, del tutto indegne del presidente di uno dei più importanti stati del pianeta, che oltretutto si fregia a sproposito del titolo di "più grande democrazia del mondo". A ben vedere, si tratta di parole degne massimamente di un qualsivoglia gangster di periferia, avvezzo a trattare soltanto mediante il ricorso alla violenza e alle minacce. Lo stesso contegno, insomma, che abbiamo visto dispiegarsi in relazione al Venezuela, reso oggetto di un vero e proprio golpe militare con tanto di rapimento del suo presidente. Ciò oltretutto rivela come Trump e Netanyahu, criminale di guerra genocidario, siano palesemente in difficoltà e abbiano decisamente fatto male i conti per quel che concerne la Persia: quest’ultima non soltanto non si sta piegando all’imperialismo assassino dell’Occidente sotto cupola atlantista, ma sta fieramente opponendo resistenza, mobilitando ogni risorsa materiale e immateriale per difendere la propria sovranità contro le mire imperialistiche di USraele. Quest’ultimo vorrebbe neutralizzare la Persia per poter in tal maniera controllarne il petrolio e per poter devitalizzare in via definitiva quello che resta il più grande fortilizio di resistenza contro le politiche criminali dell’imperialismo di USraele. Ora, dalle parole di Trump si inserisce in maniera adamantina una insicurezza completa, voglio dire la sempre più chiara consapevolezza di non essere in grado di piegare la Persia, sempre più simile a un Vietnam 2.0, ovvero a un pantano senza ritorno.

05/04/2026 11:00
Referendum giustizia: la sacrosanta vittoria del No e la crisi del governo

Referendum giustizia: la sacrosanta vittoria del No e la crisi del governo

L'esito del referendum sulla giustizia chiede di essere serenamente commentato, al di là del vitreo teatro delle ideologie e delle posizioni partitiche. Il no ha trionfato con un non trascurabile scarto sul sì e questo risultato deve essere reso oggetto di una attenta riflessione. Se è vero che la destra bluette neoliberale attualmente è maggioritaria nel Paese, ciò significa inequivocabilmente che anche parte del suo elettorato si è espressa per il no. E verosimilmente per il no si è espressa anche quella parte degli italiani, compreso il sottoscritto, che non si identifica né con la destra bluette neoliberale, né con la sinistra fucsia neoliberale. Questo significa che l'esito referendario rappresenta indubbiamente una sconfitta per Giorgia Meloni, ma niente affatto una vittoria per Elly Schlein, che pure ha provato goffamente a intestarsi la vittoria, facendo finta di non sapere che molta parte di coloro i quali hanno votato no, compreso il sottoscritto, mai metterebbero la x sul suo nome e sul suo partito atlantista e neoliberale tanto quanto lo schieramento di Giorgia Meloni. Non si tratta allora di una vittoria della sinistra sulla destra, ma di un trionfo del basso contro l’alto, delle classi popolari italiane contro l'ennesimo tentativo infausto di riforma neoliberale della nostra Costituzione. Inutile ribadirlo: in regime neoliberale, ogni tentativo di riforma della Costituzione avviene in direzione neoliberale, cioè al fine di decostruire quegli ultimi residui di socialità presenti nella nostra Costituzione che si rivelano intrinsecamente incompatibili con la galoppante neoliberalizzazione integrale del mondo della vita. Ed è per questa ragione che occorre sempre respingere tutte le riforme della Costituzione, che provengano da destra o da sinistra poco cambia, essendo attualmente destra e sinistra le due propaggini del Partito Unico del capitale. Dobbiamo agire, nel nostro piccolo, come il grande filosofo Parmenide, il quale, dopo aver dato le leggi a Elea, abbandonò la città perché il suo ordinamento prevedeva che non si potessero più cambiare le leggi della polis in assenza di colui che le aveva date. Così dobbiamo fare: adoperarci per non far cambiare la Costituzione. Non perché essa sia in sé perfetta, ma semplicemente perché, lo ripeto, in regime neoliberale, ogni tentativo di trasformarla equivale a un tentativo di abbattere gli ultimi suoi residui di socialità. Intanto Elly Schlein, vestale della sinistra fucsia padronale, che ha tradito Marx e le classi lavoratrici, ha dichiarato di essere pronta a governare il Paese. Lo ha detto in relazione all'esito del referendum sulla giustizia, che ha visto la catastrofe di Giorgia Meloni e del suo giullaresco governo genuflesso pateticamente a Washington e Israele. Sarebbe d'uopo che qualcuno spiegasse a Elly Schlein e alla sinistrash della upper class che gli italiani che hanno votato No al referendum non hanno votato il Partito Democratico e anzi molto difficilmente lo voterebbero qualora si andasse alle urne. Gli italiani hanno votato no alla deplorevole riforma della Giustizia e della Costituzione proposta dal giullaresco governo di Giorgia Meloni ma sanno bene che la sinistrash di Elly Schlein non rappresenta affatto l'alternativa, essendo il gioco della politica secondo lo schemino logoro di destra e sinistra il trionfo della alternanza che nega l'alternativa e garantisce sempre e comunque la vittoria a senso unico del partito del capitale fintamente articolato. Come già ho detto, il fatto che con questo referendum Giorgia Meloni abbia indubbiamente perso non significa in alcun modo che Elly Schlein abbia vinto. La destrash bluette e la sinistrash fucsia rappresentano l'omogeneità bipolare, figurando come i due zelanti maggiordomi, diversi solo per il colore della livrea indossata, pronti a servire cadavericamente il padrone rappresentato dal capitale senza frontiere. Sottrarsi al demenziale giuoco dell'alternanza senza alternativa tra destra neoliberale e sinistra neoliberale è il primo passo da compiere per poter fare la rivoluzione copernicana del pensiero politico e pensare realmente la politica, nonché per poter cercare piste di emancipazione dalla contraddizione in cui siamo, nostro malgrado.

29/03/2026 11:10
Iran: una guerra insensata, in cui USraele ha fatto male i conti

Iran: una guerra insensata, in cui USraele ha fatto male i conti

Donald Trump è tenuto sotto ricatto da Netanyahu, criminale di guerra e come tale giudicato perfino del tribunale internazionale dell’Aja? Non è una domanda oziosa, se si considera che questa sciagurata guerra contro l’Iran è stata voluta e propiziata soprattutto da Israele per le ben note ragioni: l’Iran è un fortilizio di resistenza in Medio Oriente contro le politiche imperialiste e assassine di Netanyahu. Ciò non deve tuttavia indurre a dimenticare il fatto che anche gli Stati Uniti d’America hanno ostentato negli ultimi decenni un vero e proprio odio incontenibile contro la Persia, fortilizio di resistenza non solo contro le politiche imperialistiche di Israele ma anche contro la americanizzazione colonialistica dell’intero pianeta. Questo mi permette di dire che sarebbe superficiale liquidare la guerra in corso come frutto della volontà esclusiva di Netanyahu. Anche Washington voleva questa guerra già da tempo e forse possiamo riconoscere ragionevolmente che a indurla a prendere la decisione folle dell’attacco è stato proprio Netanyahu. D’altro canto, già da tempo Israele e USA, in una parola USraele, rappresentano il mostro bicefalo dell’imperialismo capitalistico che si scaglia violentemente contro tutti gli stati resistenti alla dominazione occidentale del pianeta. Intanto, leggiamo sui quotidiani che gli Stati Uniti d’America hanno recentemente inviato contro l’Iran ben 5000 Marines. La notizia segnala in maniera inequivocabile come Washington insieme con Israele abbia fatto decisamente male i conti: pensava di poter sconfiggere agevolmente la Persia, che invece sta rivelando una incredibile capacità di resistenza contro l’imperialismo assassino di USraele. Detto altrimenti, la Persia non si piega e anzi venderà cara la pelle. Oltretutto, l’Iran ha recentemente definito gli Stati Uniti d’America e Israele come “la banda di Epstein”, con un chiaro riferimento ai controversi files che stanno facendo tremare le élites plutocratiche senza frontiere. Abbiamo anzi più volte sottolineato come questa guerra sia principiata probabilmente anche con il non secondario obiettivo di dirottare l’attenzione rispetto ai file Epstein. Sia quel che sia, la guerra continua e non è affatto così scontato che gli Stati Uniti ne escano facilmente vincitori. Per quel che ci riguarda, lo ribadiamo ancora una volta: lunga vita alla resistenza dell’Iran e di tutti gli stati che si oppongono all’imperialismo assassino di USraele.

22/03/2026 12:00
Iran: due aggressori e un aggredito. Cuba il prossimo obiettivo di Trump

Iran: due aggressori e un aggredito. Cuba il prossimo obiettivo di Trump

Ebbene sì, ci sono due aggressori e un aggredito: Israele e Stati Uniti d’America, nella violazione della lettera e dello spirito del diritto internazionale, stanno sottoponendo l’Iran a una infame e deplorevole aggressione imperialistica, volta a piegare uno degli Stati che più resistono all’imperialismo assassino di USraele. Ma, curiosamente, non è più di moda la narrazione secondo cui l’aggressore ha sempre ragione e l’aggredito ha sempre torto: detta narrazione andava bene, evidentemente, quando si trattava di delegittimare la Russia di Putin, che oltretutto non ha aggredito proprio nessuno, essendo stata essa stessa aggredita gradualmente dall’occidente mediante un accerchiamento principiato fin dagli anni novanta. Quando l’aggressore coincide con la civiltà occidentale sotto cupola atlantista, allora diventa per magia benefica ed emancipativa, e l’aggredito prende a essere delegittimato come terrorista e retrogrado. Donald Trump ha recentemente dichiarato che la guerra in Iran è praticamente completata. Corregge lievemente il tiro il criminale di guerra Netanyahu, il quale precisa contro la Persia quanto segue: “vi stiamo spezzando le ossa e non abbiamo finito”. Parole che non hanno nulla a che vedere con la postura che si richiederebbe a un dignitoso capo politico, essendo invece proprie di un qualsivoglia gangster di periferia. E tuttavia la scellerata banda imperialistica di Washington e di Tel Aviv sembra aver fatto male i conti, in ragione del fatto che l’Iran sta rivelando una straordinaria capacità di resistenza: centinaia di manifestazioni ogni giorno per le piazze iraniane contro l’invasione imperialistica e una incredibile capacità di difesa da parte dell’esercito iraniano. Neppure bisogna dimenticare di fare i conti con la storia: in passato, non è mai andata bene a chi provò a invadere la Persia. L’Iran resiste eroicamente e noi non possiamo che supportare pienamente la sua sacrosanta resistenza patriottica contro l’invasore imperialista. A questo riguardo, già da alcune settimane, Donald Trump va dichiarando che Cuba è in procinto di essere "liberata" dall’interventismo imperialistico della civiltà del dollaro. Più precisamente, il presidente americano ha chiarito che presto si attuerà un cambio di regime sotto la guida dell’imperialismo etico americano con bombe intelligenti e missili democratici. Ciò permette di svolgere alcune considerazioni. Anzitutto, Donald Trump si pone in perfetta continuità con il ben collaudato imperialismo statunitense, poco cambia se con Bush o con Trump, con Obama o con Clinton. In secondo luogo, gli Stati Uniti d’America non sembrano disposti a fermarsi: dopo il Venezuela e dopo l’Iran sarà la volta di Cuba e di chissà quanti altri Stati disallineati ancora. In terzo luogo, la vicenda di Cuba fa definitivamente crollare l’ordine discorsivo imperialistico: nessuno può seriamente dire che attualmente Cuba rappresenti una minaccia per il mondo. Semplicemente, Cuba figura come uno stato non ancora inglobato nell’ordine del mondialismo capitalistico sotto l’egida di Washington. Gli Stati Uniti d’America stanno provando in maniera scomposta a far valere ancora una volta la loro dominazione sul mondo intero, fingendo che la Russia e la Cina non esistano, quando in realtà si sta platealmente disegnando un nuovo ordine mondiale di tipo multipolare, in cui l’egemonia statunitense sta sempre più rapidamente tramontando.

15/03/2026 12:30
L'EDITORIALE DI FUSARO - Iran: il nuovo "capolavoro dell'imperialismo assassino di USraele"

L'EDITORIALE DI FUSARO - Iran: il nuovo "capolavoro dell'imperialismo assassino di USraele"

L’imperialismo assassino e criminale di USraele ha aggredito l’Iran e, nel farlo, ha tra l’altro colpito una scuola femminile, causando più di 100 morti: verosimilmente si tratta di donne morte, essendo, come ricordavo, una scuola femminile. Abbiamo in tal maniera una plastica raffigurazione della sempre celebrata liberazione occidentale delle donne persiane dal velo islamico. Abbiamo, ancora, l’ennesima prova del modus operandi dell’imperialismo dell’Occidente, anzi dell’uccidente sotto cupola atlantista e del suo agire con missili umanitari, bombe intelligenti e cannoni democratici. Parafrasando il vecchio Tacito, fanno il deserto e lo chiamano pace. Lo schema, del resto, rimane sempre il medesimo e stupisce vedere tanti capita insanabilia che non lo capiscono e continuano a celebrare l’aggressione occidentale come emancipativa e liberatoria: si presenta lo stato che si è deciso di aggredire come se fosse totalitario, si ostenta mediaticamente il popolo come unito nella volontà di liberarsi dal dittatore e poi, dulcis in fundo, interviene l’imperialismo etico occidentale con bombardamenti umanitari e missili intelligenti. Come è possibile che tanti stolti ancora non lo capiscano e celebrino l’interventismo assassino di USraele resta un mistero della storia. D’altro canto, è noto che è più facile ingannare le persone che mostrare loro che sono state ingannate. I tanti stolti continuano a bersi la sciagurata narrazione dell’imperialismo etico volto a liberare i popoli. Molti capita insanabilia hanno ripetuto per mesi che Donald Trump non soltanto era il salvatore del mondo, ma che era il solo presidente americano in grado di opporsi a ogni tipo di guerra. Si trattava, con tutta evidenza, di una narrazione del tutto mendace degna delle anime belle che ancora non hanno capito che la contraddizione principale è rappresentata da Washington, poco cambia se sulla plancia di comando vi siano Biden o Obama, Bush o Trump. E adesso infatti Donald Trump ha definitivamente gettato la maschera, rivelandosi in perfetta continuità con i precedenti presidenti imperialisti della civiltà del dollaro. Dall’inizio di questo tumultuoso 2026, il codino biondo che fa impazzire il mondo ha già di fatto prodotto due guerre, aggredendo vigliaccamente il Venezuela di Maduro e, più recentemente, compiendo una altrettanto vile aggressione dell’Iran. In entrambi i casi, abbiamo a che fare con stati ricchi di petrolio e, per di più, fieramente resistenti alla globalizzazione imperialistica di Washington. Vi è una novitas nel modus operandi di Trump, che segna, per così dire, una svolta nella prassi imperialistica della civiltà dell’hamburger. Con Trump, infatti, si registra ora un inedito imperialismo gangsteristico, che interviene rapendo i presidenti, come nel caso di Maduro, o direttamente giustiziziandoli, come nel caso di Khamenei. Ancora una volta, il diritto internazionale è saltato gambe all’aria e si è tornati allo ius sive potentia, secondo una figura concettuale che non può non richiamare alla memoria le parole di Trasimaco nel primo libro della Repubblica di Platone: "il giusto non è altro se non l’utile del più forte". Come se non bastasse, viene ancora una volta rovesciato il ritornello con cui per anni hanno condannato la Russia, quello secondo cui l’ha aggredito ha sempre ragione e l’aggressore sempre torto: quando l’aggressore coincide con la civiltà del dollaro, allora esso ha per definizione sempre ragione, dacché il suo è un imperialismo etico con bombe umanitarie e missili intelligenti. Che cosa diranno ora i capita insanabilia della celebrazione agiografica di Trump? Avranno ancora il coraggio di asserire che egli contrasta le guerre e che segna una svolta nelle politiche statunitensi? L’abbiamo ripetuto infinite volte: la salvezza, se vogliamo scomodare una categoria teologica, potrà arrivare solo dagli Stati disallineati e resistenti rispetto alla globalizzazione imperialistica di Washington. Come infinite volte Abbiamo ripetuto che il nemico principale resta Washington e che gli europei dovrebbero una volta tanto avere il coraggio di mettere in discussione la loro sciagurata subalternità rispetto all’imperialismo della civiltà del dollaro.

08/03/2026 12:10
L'EDITORIALE DI FUSARO - "Quattro anni di guerra dell'Occidente contro la Russia"

L'EDITORIALE DI FUSARO - "Quattro anni di guerra dell'Occidente contro la Russia"

Grosso modo in questi giorni, quattro anni fa, cominciò l'oscena guerra d'Ucraina che tuttora continua e pare ben lungi dal dirsi esaurita. Ci siano allora consentite due telegrafiche considerazioni intorno al tema. La prima considerazione riguarda il fatto che la Russia non è affatto crollata, come gli autoproclamati professionisti dell'informazione ci avevano garantito sarebbe accaduto nel volgere di poche settimane: non solo la Russia non è crollata, ma sta tenendo testa sia all'Ucraina sia all'occidente sotto cupola atlantista. Lo stesso Trump, con sobrio realismo, ha compreso perfettamente l'impossibilità di sconfiggere la Russia e sta ora cercando già da tempo il dialogo con essa. La seconda considerazione, invece, riguarda il fatto che questa non è la guerra della Russia contro l'Ucraina, come sempre è stata presentata dagli amministratori del consenso e dai monopolisti della parola: questa è, invece, la guerra dell'occidente liberal-atlantista contro la Russia di Putin, colpevole di non piegarsi al nuovo ordine mondiale a stelle e strisce; l'Ucraina del guitto di Kiev, attore Nato e prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood, svolge semplicemente la parte di testa d'ariete e di instrumentum belli manovrato da Washington. Speravano di poter piegare facilmente la Russia di Putin ma si sbagliavano grandemente. Non è finita la storia, come credeva Fukuyama, ma è finita una storia, quella della dominazione monopolare del mondo da parte di Washington. Oltretutto, nella ricorrenza del quarto anno del cominciamento della guerra di Ucraina, la Russia di Putin ha fatto una dichiarazione perentoria: "la guerra continua", così ha dichiarato il Cremlino. Si tratta di una dichiarazione programmatica, che merita di essere analizzata criticamente per cogliere ciò che si nasconde "sotto 'l velame delli versi strani". In specie, la dichiarazione del Cremlino riteniamo debba leggersi in questa maniera: la Russia di Putin non intende arretrare di un millimetro e non ha alcuna intenzione di genuflettersi alla americanizzazione imperialistica, che è poi il vero motivo di questa oscena guerra che, come non ci stanchiamo di ripetere da quattro anni, non è il conflitto della Russia contro l'Ucraina, essendo invece la guerra che l'occidente a stelle e strisce ha dichiarato alla Russia utilizzando l'Ucraina del guitto di Kiev, attore Nato, come semplice testa d'ariete. Gli Stati Uniti d'America speravano di poter normalizzare facilmente in senso atlantista la Russia, cosa che sembrava d'altro canto quasi fatta ai tempi di Gorbaciov e poi di Eltsin. E invece, con Putin, hanno trovato una eroica resistenza al proprio criminale progetto di americanizzazione della Russia. Così debbono dunque essere lette le parole del Cremlino, a mo' di manifesto programmatico della Resistenza russa contro l'imperialismo e altresì della volontà di Putin di propiziare l'avvento di un mondo autenticamente multipolare, sottratto alla dominazione americana. Per questo, come non mi stanco di sottolineare, abbiamo bisogno di una Russia e di una Cina forti e coese, in grado di resistere insieme all'americanizzazione imperialistica del pianeta e di favorire dunque l'emergenza di un mondo multilaterale.

01/03/2026 14:00
EDITORIALE - "Il mago del Cremlino": il film contro Putin, capolavoro della propaganda

EDITORIALE - "Il mago del Cremlino": il film contro Putin, capolavoro della propaganda

“Il mago del Cremlino”: è questo il titolo, demenziale e programmatico, della nuova pellicola uscita su Vladimir Putin, anzi contro Vladimir Putin. L’ennesimo capolavoro dell’ideologia e della propaganda di un Occidente nichilista che deve in ogni modo demonizzare la Russia di Putin, colpevole di non piegarsi alla americanizzazione imperialistica del pianeta e, di più, di organizzare intorno a sé la resistenza multipolare. Proprio vero, l’industria culturale e la macchina della propaganda non dormono mai: e sempre di nuovo provano a far sì che scambiamo gli amici per nemici e i nemici per amici, abituandoci ad amare le nostre catene e a odiare ogni possibile tentativo di evasione dalla platonica caverna. Gli organi della propaganda continuano a ripetere a tambur battente che la Russia di Putin è una minaccia per il mondo “libero” dell’occidente, quando in realtà le cose stanno in maniera diametralmente opposta: è l’occidente nichilista che si sta con zelo impegnando per accerchiare la Russia e per farla capitolare, cosa che oltretutto con Gorbaciov prima e con Eltsin dopo sembrava stesse realmente per accadere. La colpa di Putin, agli occhi di Washington, risiede proprio nella resistenza che da subito egli ha fatto valere contro la libido dominandi della civiltà del dollaro e della sua smania di comandare il mondo. Il nuovo film non fa altro che dare voce a questa logora narrazione ideologica, volta a capovolgere il rapporto tra realtà e discorso e a giustificare l’ingiustificabile imperialismo dell’Occidente a stelle e strisce. Come accade nella caverna caliginosa di Platone, vediamo scorrere sul fondo dell’altro le immagini e le scambiamo per la realtà, convincendoci della bontà dello spazio blindato che ci tiene prigionieri. Così, nel discorso di Platone, replica a Socrate l’interlocutore: “strana immagine quella che proponi, e strani i prigionieri: assomigliano a noi”. E intanto il Cremlino ha recentemente dichiarato che quello del 2014 in Ucraina fu un vero e proprio colpo di stato orchestrato e gestito dall’occidente. Nulla di nuovo sotto il sole, a dire il vero: ma, variando il noto detto, anche l’ovvio vuole la sua parte. E dire la verità, in tempi di menzogna universale, risulta effettivamente un gesto rivoluzionario. Euromaidan, letteralmente Piazza Europa, fu nel 2014 un vero e proprio colpo di stato che portò l’Ucraina sempre più vicina alla Nato e alla dominazione occidentale, preparando il terreno all’ascesa del guitto di Kiev, l’attore Nato, il prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. Che vi fossero state ingerenze vistose da parte dell’occidente era ovvio a tutti, almeno a quanti non continuino a compiere il noto gesto dello struzzo, che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere ciò che gli sta intorno. Euromaidan fu un momento decisivo del lungo processo di accerchiamento occidentale della Russia, processo principiato fin dagli anni novanta, con la fine ingloriosa dell’Unione Sovietica. A motivo di ciò, come non ci stanchiamo di sottolineare ad nauseam, la guerra in corso non è la guerra della Russia contro l’Ucraina, come viene sempre presentata dagli autoproclamati professionisti dell’informazione: è, invece, la guerra che l’occidente a stelle e strisce sta conducendo in maniera strisciante contro la Russia fin dagli anni novanta, secondo un piano inclinato che ci conduce fino al nostro tumultuoso presente. Dobbiamo più che mai oggi decolonizzare il nostro immaginario, affrancandolo dalla martellante propaganda che mira sempre e solo a giustificare l’imperialismo dell’occidente sotto cupola atlantista. La colpa della Russia di Putin, agli occhi di Washington, risiede nel non genuflettersi servilmente alla dominazione della civiltà dell’hamburger e, di più, nell’organizzare intorno a sé una resistenza multipolare contro l’americanizzazione coatta dell’intero pianeta. Come sempre, occorre supportare i popoli e i governi che, per una via o per un’altra, giungono alla resistenza contro l’imperialismo a stelle e strisce.

22/02/2026 12:10
La farsa delle Olimpiadi: ammessa Israele, non la Russia

La farsa delle Olimpiadi: ammessa Israele, non la Russia

Si stanno svolgendo in pompa magna le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina: come è ormai evidente da tempo, le olimpiadi hanno cessato di essere un evento sportivo per trasformarsi in evento mediatico e ideologico volto a ortopedizzare le masse in senso liberalprogressista. A questo riguardo, desidero richiamare l’attenzione su un aspetto che non può certo passare inosservato e che rappresenta la chiave di volta per comprendere la valenza ideologica dell’evento olimpionico in sé considerato: la Russia di Putin non è stata ammessa, mentre Israele può gareggiare come se nulla fosse, voglio dire come se non stesse realizzando un deplorevole genocidio ai danni del popolo palestinese, orchestrato e diretto dal criminale di guerra Netanyahu. Insomma, la Russia non viene ammessa dacché è indicata come responsabile del conflitto in corso in Ucraina, quando in realtà, come sappiamo, detto conflitto non è altro se non la guerra dell’Occidente contro la Russia utilizzando il guitto di Kiev come semplice strumento bellico. Invece, Israele, che pure sta compiendo un genocidio ai danni del popolo di Gaza, può essere tranquillamente ammesso dato che è parte integrante dell’occidente e con gli Stati Uniti d’America forma oltretutto il mostro bicefalo dell’imperialismo globale. Intelligenti pauca, come avrebbero detto i nostri antenati romani: ovvero a chi è dotato di intelligenza basta davvero poco per capire, in questo caso per comprendere la gravità ma puoi anche l’ipocrisia insopportabile della situazione olimpionica e non solo olimpionica. E, intanto, Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio ed esponente di spicco della giullaresca destra bluette neoliberale, filoisraeliana, filoucraina, filoatlantista e filobancaria, ha dichiarato che chi si oppone alle Olimpiadi è nemico dell’Italia. Lo ha dichiarato in relazione alle forti opposizioni e alle nette contestazioni che stanno emergendo in questi giorni in relazione all’evento olimpionico, che in effetti come ormai da tempo più che una gara sportiva si presenta come un grande evento mediatico di diffusione degli schemi del pensiero unico a supporto dell’imperialismo occidentale e del suo controverso lifestyle liquido e deregolamentato. L’infame espressione “nemici dell’Italia” richiama in maniera piuttosto evidente il gergo di Mussolini, senza che ovviamente Giorgia Meloni abbia nulla a che vedere con l’esperienza del fascismo in quanto tale, essendo lei e il suo partitino risibile l’espressione quintessenziale del neoliberismo atlantista. Se proprio vogliamo a tutti i costi individuare i veri nemici dell’Italia oggi, ebbene li dobbiamo ravvisare proprio nel giullaresco e risibile governo di Giorgia Meloni: un governo che sta mandando armi e soldi all’Ucraina lasciando nella solitudine più radicale gli italiani in difficoltà dalle Marche terremotate alla Sicilia sott’acqua, per non tacere poi dello squallido aumento dell’età pensionabile a nocumento della popolazione della nostra patria. E che dire poi della deplorevole subalternità della nostra patria con il governo Meloni proprio come con i precedenti governi della sinistra neo-liberale rispetto a Washington e a Israele? E della rottura dei rapporti con la Russia di Putin nel nome delle richieste dell’Unione Europea? Insomma, se proprio vogliamo vedere i nemici dell’Italia, ebbene oggi essi sono al potere come lo erano con i precedenti governi della sinistra fucsia. La situazione è tragica, ma non seria...

15/02/2026 11:40
Il partito di Vannacci: altro che alternativa, è l'ennesimo prodotto del sistema dominante

Il partito di Vannacci: altro che alternativa, è l'ennesimo prodotto del sistema dominante

Era del fatto resto ampiamente prevedibile: parte piuttosto male il neofondato partito del generale Vannacci, autore del controverso e puerile saggio sul mondo al contrario e ora esule dalla Lega di Salvini. Dico che parte piuttosto male, poiché come prima mossa rivendica il proprio essere di destra e, di più, di rappresentare la vera destra, a differenza naturalmente della lega di Salvini, accusata di tradimento. Più precisamente, Salvini e Vannacci si stanno reciprocamente accusando di tradimento, dando luogo a un teatrino pietoso degno del livello rasoterra della politica italiana, politica italiana presso la quale non si dibatte mai dei temi fondamentali ma solo di idiozie e di accuse reciproche. Sia quel che sia, proviamo sinceramente pietà per i tanti capita insanabilia che ancora si illudono che il partito del generale possa rappresentare l'alternativa: costoro si meritano altri cent'anni di Mario Draghi e di Meloni, di Elly Schlein e di Salvini. Il generale non soltanto è liberista e atlantista (altro che alternativa all'ordine dominante!), ma come prima mossa riafferma lo schema dicotomico di destra e sinistra che, come abbiamo mostrato nel nostro studio "Demofobia", corrisponde alla mappa tolemaica con la quale i dominanti vogliono che continuiamo a orientarci di modo che mai prendiamo coscienza del fatto che oggi la contrapposizione è tra il basso dei dominati e l’alto dei dominanti e che destra e sinistra rappresentano ugualmente l'interesse dell'alto contro il basso. Se ancora non volete capire che il partito del generale non rappresenta l'alternativa ma soltanto l'ennesima variante del Partito Unico del capitale siete irrecuperabili e indegni di essere elevati al rango di interlocutori filosofico-politici. La domanda da porsi è una soltanto: il partito neofondato del Vannacci rappresenta una alternativa o si tratta dell’ennesimo partito sistemico? La risposta corretta coincide con la seconda ipotesi: e non, si badi, per un possibile tradimento del Vannacci, ma per le intrinseche regioni del suo stesso profilo politico. Non intendo cioè dire che, una volta ottenuto il potere, Vannacci tradirà il suo elettorato: mi sembra invece che le sue posizioni siano già ampiamente sistemiche fin da ora. Sistemica è indubbiamente la sua difesa del libero mercato e del capitalismo come modo della produzione, con tanto di aperta adesione alla teoria neoliberale dello sgocciolamento. In questo senso, il Vannacci è liberista come Giorgia Meloni e come Elly Schlein. Antisistemico sarebbe quel partito che si opponesse al capitalismo e proponesse vie di fuga rispetto alla sua dominazione. In secondo luogo, il profilo politico del generale non mette in discussione realmente la Nato e l’imperialismo statunitense, limitandosi a invocare un patriottismo general-generico che, se anche può essere condiviso nella sua enunciazione generale, risulta concretamente impraticabile fintantoché la patria resta sottomessa all’imperialismo di Washington, cioè a quell’imperialismo che il Vannacci non mette realmente in discussione. Come si può difendere la patria e al tempo stesso accettare la sua subalternità a Washington? Un partito realmente anti-sistemico e patriottico sarebbe quello che si opponesse in maniera incondizionata all’Unione europea e all’imperialismo di Washington, percorrendo la difficile via del multipolarismo e dunque della apertura alla Russia e alla Cina. Soprattutto per queste ragioni crediamo che il neonato partito del Vannacci non possa, allo stato dell’arte, considerarsi anti-sistemico. Temiamo che si tratti dell’eterno ritorno del medesimo, vale a dire del partito unico capitalistico fintamente articolato.

08/02/2026 12:30
Vannacci fonda il suo movimento: l'eterno ritorno del partito unico del capitalismo

Vannacci fonda il suo movimento: l'eterno ritorno del partito unico del capitalismo

Come ampiamente prevedibile, il prode generale Vannacci, autore del fortunato e controverso best seller "Il mondo al contrario", ha depositato il simbolo e il nome del suo nuovo movimento. Si chiama "Futuro nazionale" e presenta le classiche sfumature della destra bluette neoliberale. Che vi fosse aria di divorzio tra il generale e la Lega del ruspante Salvini (dico ruspante perché lo ricordiamo a bordo della ruspa) era evidente ormai da tempo. Molte delle posizioni del Vannacci erano in effetti ormai incompatibili con quelle del Carroccio, anzitutto l'opposizione del generale rispetto al continuo invio sciagurato di armi all'Ucraina del guitto di Kiev. Che cosa accadrà realmente, se il generale fonderà un proprio partito e attuerà la secessione dalla Lega? Sparirà il generale o sparirà la Lega? Sembra non trascurabile il consenso del generale, un consenso che forse potrebbe generare uno smottamento nel partito di Salvini, oltretutto in caduta libera nei consensi per l'evidente tradimento delle proprie premesse e delle proprie promesse, in primo luogo l'antica opposizione all'Unione Europea e la antica vicinanza alla Russia. Se la fondazione del partito di Vannacci rappresentasse realmente un colpo al partito di Salvini e a quello della Meloni – partiti sistemici al cento per cento – sarebbe indubbiamente una buona cosa. Ma non pensiamo affatto che il generale rappresenti un'alternativa: rappresenta invece l’eterno ritorno del medesimo, voglio dire dell'ordine neoliberale egemonico a destra come a sinistra. Molti si ostinano scioccamente a dire che il generale è fascista: in realtà è un liberista classico, che riconosce la superiorità dell'economia sulla politica, del mercato sullo Stato, proprio come Meloni, Salvini e Schlein. Per non tacere, poi, della vannacciana vicinanza a Israele e della sua conseguente opposizione alle ragioni del popolo palestinese. I limiti macroscopici delle tesi espresse nel best seller "Il mondo al contrario" li ho evidenziati a più riprese in passato. In sintesi, è nel vero Vannacci, allorché sostiene che viviamo in un “mondo al contrario”. E però egli omette di evidenziare quali sono i due pilastri del mondo al contrario, dai quali derivano le altre contraddizioni dell’esistente: il capitalismo globalizzato e l’imperialismo statunitense. Se si accettano questi due punti, allora si è parte del mondo al contrario che pure si dice di voler contestare. Ed è appunto ciò che accade, volens nolens, al Vannacci, liberista e atlantista. Del resto, il generale ha apertamente sostenuto una prospettiva liberale, riconoscendo l’importanza del mercato e di fatto negando che esso possa coincidere con il mondo al contrario. Di fatto, egli ha difeso l’idea del trickle down o sgocciolamento: facendo crescere la ricchezza, il mercato lascia sgocciolare verso il basso quote di ricchezza quote di ricchezza. Si tratta di un mantra del pensiero neoliberale, un mantra che però è intrinsecamente falso: se di sgocciolamento vogliamo parlare, nella società capitalistica, allora dobbiamo riconoscere che è in atto uno sgocciolamento inverso, tale per cui dai più poveri le gocce di ricchezza salgono verso i piani alti, poiché il capitalismo sta strutturalmente impoverendo la base per arricchire il vertice, come peraltro dimostrato scientificamente da quanto accaduto con la crisi economica del 2007 e con il salvataggio delle banche con i soldi dei cittadini. Insomma, con il generale Vannacci ci ritroviamo dinanzi all'eterno ritorno del medesimo, ossia del Partito Unico fintamente articolato del capitale, che trova sempre gonzi e citrulli pronti a credere che il partitino di volta in volta emergente rappresenti la novità e l'alternativa, quando in realtà si tratta sempre della solita alternanza che nega ogni reale alternativa.   Già si vedono torme di gonzi, citrulli e militonti che si esaltano per il possibile partito del Vannacci come alternativa all'ordine dominante: vulgus vult decipi, ergo decipiatur. Non siamo andati poi molto più in là rispetto alla caverna di Platone.

01/02/2026 12:40
Trump vuole la Groenlandia: Draghi mette in guardia dai nemici della UE

Trump vuole la Groenlandia: Draghi mette in guardia dai nemici della UE

La Groenlandia è parte della Danimarca: con queste parole semplicissime, inconfutabili e di buon senso, Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, prende posizione sulla controversa questione della Groenlandia. Come è noto, Donald Trump, il presidente della civiltà del dollaro, già da tempo ha deciso di mettere le mani sulla Groenlandia e di annetterla agli Stati Uniti d’America:”la Groenlandia ci serve”, così ha dichiarato Trump, candidamente facendo ammissione dello jus sive potentia. Per parte sua, l’Unione Europea si trova decisamente spiazzata: in quanto colonia senza dignità al traino di Washington, è naturalmente indotta ad accettare cadavericamente le decisioni del padrone a stelle e strisce; ma questa volta, per la prima volta, si tratterebbe di una aggressione militare imperialistica statunitense contro la stessa Europa. Non per caso, Francia e Germania hanno già mandato le loro truppe in Groenlandia. Il paradosso della situazione sta nel fatto che Trump, che sulla carta dovrebbe essere amico dell’Europa, le sta di fatto dichiarando guerra, laddove Putin, che sulla carta dovrebbe essere il principale nemico dell’Europa, ne prende almeno teoricamente le difese ricordando l’ovvio, ovvero che la Groenlandia è parte della Danimarca. Ci hanno raccontato per mesi che la Russia voleva invadere l’Europa e poi l’invasione arriva invece da Washington, che i media occidentali hanno sempre celebrato come il baluardo della Libertà, della democrazia e dei diritti. Forse adesso le cose diverranno più chiare a tutti: Il nemico è e resta Washington, non certo Mosca. Gli euroinomani di Bruxelles stentano a prenderne coscienza ma in ogni caso hanno già cambiato indirizzo, dato che hanno ammesso recentemente l’esigenza di dialogare con quel Putin che fino al giorno prima era considerato il nemico irriducibile con il quale era d’uopo guerreggiare. Intanto così ha dichiarato Draghi: “l’Europa non ha mai avuto così tanti nemici, sia interni, sia esterni”. Queste le recenti dichiarazioni dell’unto dai mercati, l’euroinomane delle brume di Bruxelles, l’uomo nato per comandare senza mai dover essere votato da qualcuno. Secondo l’ex Goldman Sachs ed ex BCE, l’Unione Europea si trova a un tornante storico della propria esistenza, vivendo un momento di crisi senza precedenti per via dei troppinemici che le si parano dinanzi o che vivono al suo interno: tanti nemici, poco onore; così bisognerebbe forse dire in relazione alla tecnocrazia repressiva e depressiva di Bruxelles, tempio vuoto che santifica il turbocapitale sans frontières. Per quel che ci riguarda, ci corre l’obbligo di far notare all’euroinomane di Bruxelles che il principale nemico dell’Europa è la stessa Unione Europea, culmine del neoliberismo e della distruzione preordinata dei diritti sociali dei popoli europei. Per quel che riguarda i nemici esterni, va detto che, a rigore, l’Unione Europea ha fatto di tutto per crearseli: prendiamo il caso della Russia di Putin, un tempo amica dell’Europa, fino aquando l’Europa stessa non decise scelleratamente di interrompere le relazioni e di assumere una ridicola postura bellica, fingendo però che fosse quest’ultima a cercare il conflitto. E che dire, poi, di Donald Trump e dell’America, ora pronti a occupare la Groenlandia? Non erano i nostri amici e preziosi alleati? In verità, Washington non è mai stata amica e alleata dell’Europa, essendo da sempre invece dominatrice dell’Europa intesa e trattata come colonia e come serva sciocca della civiltà del dollaro. Come non mi stanco di ripetere a tambur battente, il nostro nemico oggi non è a Mosca o a Pechino, ma a Bruxelles e a Washington. Non va dimenticato. Se vuoi, nel prossimo passaggio posso ridurre o aumentare l’intensità dei grassetti (più neutri o più polemici) a seconda della piattaforma di pubblicazione.

25/01/2026 11:30
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