La violenza contro le donne può iniziare molto prima dell'età adulta e lasciare conseguenze che attraversano gli anni. È quanto emerge dal nuovo report Istat “Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta”, realizzato nell’ambito della terza Indagine sulla Sicurezza delle donne, condotta tra marzo 2025 e gennaio 2026.
Tra le donne italiane tra i 16 e i 75 anni, il 15,3% dichiara di aver subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni, circa 3 milioni di donne. Tra le cittadine straniere la quota è dell’11,4%, pari a oltre 244mila donne. Considerando entrambe le popolazioni, il dato complessivo è del 14,9%.
Il 9,2% delle italiane riferisce di aver subìto violenza fisica prima dei 16 anni, mentre l'8,2% ha subìto almeno una forma di violenza sessuale. Per le straniere le percentuali sono rispettivamente del 9,6% e del 3,4%.
Le violenze avvengono soprattutto per mano di persone conosciute. Tra le italiane, il 13,5% dichiara di aver subìto violenza fisica e/o sessuale da parte di almeno una persona conosciuta, compresi familiari e parenti, mentre il dato riferito agli sconosciuti è del 2,1%. Nel caso della violenza fisica, padre o patrigno sono indicati come autori nel 27,3% dei casi, seguiti da amici, amici di famiglia o compagni di scuola con il 25,4%.
Particolarmente significativo il dato sul silenzio: il 58,4% delle italiane che hanno subìto una violenza sessuale prima dei 16 anni non ne ha parlato con nessuno al momento dell'episodio. Tra le straniere la percentuale è del 58,3%. Quando le vittime hanno raccontato quanto accaduto, le italiane si sono rivolte soprattutto a un familiare o parente, nel 29,9% dei casi. Solo il 2,6% ne ha parlato a scuola con professori o insegnanti e l'1,1% alla polizia.
L'indagine prende in considerazione anche la violenza assistita, ovvero l'esposizione durante l'infanzia a violenze o umiliazioni all'interno della famiglia. Il 10,3% delle donne italiane dichiara di aver assistito a violenze verbali o fisiche tra i genitori, oppure a umiliazioni rivolte ai fratelli. E il legame con la violenza subita direttamente appare particolarmente evidente: tra le italiane che non hanno assistito a violenza fisica tra i genitori, il 2,8% ha subìto violenza fisica o sessuale da parte dei genitori prima dei 16 anni; la quota sale al 34,8% tra quelle che vi hanno assistito.
Il rapporto tra le esperienze dell'infanzia e quelle dell'età adulta emerge anche dai dati successivi. Tra le italiane che hanno subìto violenza sessuale prima dei 16 anni, il 57,2% ha subìto violenza fisica o sessuale anche dopo i 16 anni, contro il 31,9% rilevato complessivamente. Tra le straniere il dato passa dal 27,4% complessivo al 56,8% tra quelle che hanno subìto violenza sessuale da bambine.
L'Istat parla di un carattere intergenerazionale della violenza, già rilevato nelle precedenti indagini del 2006 e del 2014. I dati mostrano dunque una forte associazione tra l'esposizione alla violenza durante l'infanzia e quella subita successivamente, senza indicare però un rapporto deterministico tra i due fenomeni.
Nel confronto con il 2014 emerge infine una diminuzione della violenza sessuale subita prima dei 16 anni: considerando le donne tra i 16 e i 70 anni, la quota passa dal 10,6% del 2014 al 7,8% del 2025.
Il bollo auto si ferma, almeno per il 2027. Il Consiglio dei ministri ha previsto l'esenzione dal pagamento della tassa automobilistica per le auto con potenza fino a 80 kW e per i motocicli. La misura, secondo le stime diffuse dal Governo, potrebbe interessare circa 14,5 milioni di veicoli e oltre il 70% delle auto attualmente in circolazione.
L'esenzione non sarà però generalizzata: ogni contribuente potrà beneficiarne per un solo veicolo. Nel caso di più auto che rientrano nei requisiti, lo stop riguarderà quella con la potenza più bassa; in caso di pari potenza, quella per cui il bollo sarebbe stato meno oneroso. La misura vale per i versamenti con scadenza tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2027.
Il provvedimento arriva nel quadro degli interventi messi in campo dal Governo per contenere gli effetti dell'aumento del costo dei carburanti. Per le Regioni, che incassano il bollo auto, è previsto un fondo statale da circa 2,3 miliardi di euro per compensare il mancato gettito del 2027.
Una misura che, anche tra gli automobilisti, viene letta in modi diversi. C'è chi guarda con scetticismo alla decisione e teme che lo stop possa essere soprattutto una misura legata al consenso e alla prossima stagione elettorale. Il dubbio riguarda anche la durata: al momento l'esenzione è prevista per un solo anno, mentre il Governo ha parlato della volontà di renderla strutturale.
Dall'altra parte c'è chi, senza entrare nel merito delle motivazioni politiche, guarda al dato più immediato: una tassa in meno da pagare. Per chi possiede un'auto o una moto che rientra nei requisiti, il 2027 significherà infatti un risparmio rispetto alla situazione attuale.
Il video con i commenti degli automobilisti:
Sul fronte politico, le reazioni sono state differenti. Matteo Ricci, europarlamentare del Partito Democratico, ha definito la misura una «mossa che sa di spot elettorale del Governo», sollevando dubbi anche sulle coperture finanziarie. Ricci ha contestato in particolare l'ipotesi di utilizzare residui del PNRR per finanziare la misura, sostenendo che si tratterebbe di risorse destinate agli investimenti, mentre il bollo rappresenta una spesa corrente regionale. Ha inoltre richiamato il tema della sanità pubblica e chiesto come verranno garantite le coperture dal 2028.
Di segno opposto la posizione di Lucia Albano, sottosegretaria al Ministero dell'Economia e delle Finanze e deputata marchigiana di Fratelli d'Italia. Albano ha definito l'intervento «una scelta politica chiara» e una «boccata d'ossigeno per milioni di famiglie», sostenendo che il taglio del bollo permetterà di lasciare risorse nelle tasche dei cittadini.
Anche il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli figura tra i governatori di centrodestra che hanno espresso apprezzamento per il provvedimento. In una dichiarazione congiunta, Acquaroli e gli altri presidenti hanno sottolineato come l'esenzione possa alleggerire un onere fiscale per una parte significativa dei cittadini e, allo stesso tempo, come lo Stato abbia previsto il ristoro delle risorse alle Regioni.
Il confronto, quindi, non riguarda soltanto quanto si risparmierà nel 2027. La questione aperta è anche quella del dopo: se e come l'esenzione verrà confermata negli anni successivi e quali saranno le modalità con cui verrà garantita la copertura finanziaria. Per ora, il dato certo è che lo stop al bollo riguarda il solo 2027.
Dove potranno essere installati i nuovi impianti da fonti rinnovabili nelle Marche? È questa la domanda al centro del confronto avviato dalla Regione sulla proposta di legge per l'individuazione delle cosiddette "aree idonee", cioè le zone nelle quali potranno essere localizzati gli impianti per la produzione di energia rinnovabile.
Il punto di partenza è l'obiettivo fissato per il 2030: le Marche dovranno aggiungere 2,3 gigawatt di nuova potenza rinnovabile rispetto al 2020. Il Piano Regionale Energia e Clima quantifica il traguardo in 2.347 megawatt.
A pesare maggiormente sarà il fotovoltaico, con 1.747 MW, circa il 74% della nuova potenza prevista. I pannelli trasformano la luce del sole in energia elettrica e potranno trovare spazio soprattutto su tetti, aree industriali e zone già urbanizzate. Una parte dell'obiettivo riguarda anche l'agrivoltaico, dove produzione di energia e attività agricola possono convivere sullo stesso terreno.
L'altra grande voce è l'eolico, con 600 MW previsti. Si tratta degli impianti che sfruttano il vento per produrre elettricità. Il piano regionale attribuisce un ruolo importante all'eolico offshore, quindi realizzato in mare, mentre considera più limitato il potenziale dell'eolico terrestre.
Il tema delle aree idonee nasce proprio dalla necessità di capire dove collocare questi nuovi impianti. La Regione punta a privilegiare superfici già trasformate, come le aree industriali, cercando di limitare il consumo di nuovo suolo.
Secondo le stime regionali, per raggiungere l'obiettivo del 2030 saranno necessari circa 25 chilometri quadrati, pari allo 0,25% della superficie delle Marche.
Ed è proprio sul rapporto tra transizione energetica e tutela del territorio che interviene Giacomo Bugaro, assessore regionale all'Energia. «Lo sviluppo energetico non può però avvenire a discapito del territorio: vogliamo salvaguardare le colline, i terreni agricoli e il paesaggio delle Marche, coniugando la crescita delle rinnovabili con la tutela dell'agricoltura e dell'identità dei nostri territori», ha dichiarato Bugaro, come riportato dall'ANSA.
L'assessore ha inoltre spiegato che il confronto appena avviato con categorie economiche e portatori di interesse rappresenta un «percorso di ascolto» utile a migliorare il testo della proposta di legge, prima del passaggio in Giunta e poi in Consiglio regionale.
“Area idonea”, però, non significa automaticamente che lì verrà costruito un impianto. L'individuazione indica che quella zona può essere considerata compatibile con la localizzazione di determinati impianti, mentre ogni singolo progetto dovrà comunque rispettare vincoli e procedure autorizzative.
La partita, quindi, non riguarda soltanto quanta energia rinnovabile produrre, ma anche dove produrla, cercando di conciliare gli obiettivi energetici con la tutela del paesaggio, dell'agricoltura e del territorio marchigiano.
Capire cosa rende vivo un territorio, quali sono le sue risorse e dove invece intervenire. È l'obiettivo di CALEIDOS – Indice di Vitalità Territoriale, il progetto presentato oggi dall'Università di Camerino insieme alla Provincia di Macerata, pensato per leggere i Comuni andando oltre i tradizionali dati demografici ed economici.
Il punto di partenza è semplice: non tutti gli elementi che rendono attrattivo un territorio finiscono nelle statistiche. Relazioni sociali, identità, ambiente, servizi, cultura e opportunità contribuiscono a determinare la qualità della vita e la capacità di un luogo di trattenere o attirare nuovi abitanti.
A spiegare il progetto è Emanuele Tondi, prorettore di Unicam e responsabile scientifico di CALEIDOS, che parla di una vera e propria "firma territoriale". Non una classifica tra Comuni, quindi, ma uno strumento per individuare punti di forza e criticità di ciascun territorio.
La lettura avverrà attraverso otto dimensioni: Comunità, Ambiente, Luoghi, Esperienze, Innovazione, Diversità, Opportunità e Storia. A queste saranno affiancati dati, sopralluoghi, interviste, questionari e confronti con amministratori, cittadini, associazioni e imprese.
Per il rettore Graziano Leoni, CALEIDOS può diventare una sorta di carta d'identità dei territori, utile a far emergere le loro peculiarità e a trasformarle in strumenti di promozione e sviluppo.
Il progetto guarda in particolare alle aree interne e al problema dello spopolamento. Un tema sottolineato anche da Guido Egidi, fondatore e presidente di Friends for the Marche Italy: conoscere un territorio non basta, occorre approfondirne le caratteristiche e intervenire. In questo senso, CALEIDOS può diventare uno strumento per gli amministratori, attraverso tre parole chiave: conoscere, confrontare e agire.
Per il presidente della Provincia di Macerata Alessandro Gentilucci, il progetto può invece aiutare a orientare in modo più consapevole le scelte sul territorio, con l'obiettivo di creare condizioni più favorevoli per abitare, investire e tornare a vivere nei Comuni dell'entroterra.
La prima sperimentazione partirà ora da un gruppo di Comuni pilota. I risultati confluiranno in una banca dati aperta, nell'Atlante della Vitalità Territoriale e in una piattaforma digitale multilingue. Un lavoro che, nelle intenzioni dei promotori, dovrà trasformare la conoscenza dei territori in uno strumento concreto per affrontare il loro futuro.
Anche quest’anno il Micam, arrivato alla sua 102ª edizione, ha riunito a Fiera Milano Rho 758 marchi di cui 378 italiani e 380 internazionali. La manifestazione si conferma l’appuntamento internazionale di riferimento per il settore calzaturiero e anche quest’anno il Made in Marche è protagonista, con una forte presenza di imprese, tra cui diverse realtà della provincia di Macerata.
Una fiera che per le aziende rappresenta soprattutto un’occasione per incontrare buyer internazionali, consolidare i rapporti con i mercati già acquisiti e cercare nuove opportunità. Le sensazioni raccolte tra gli espositori sono di un cauto ottimismo, con una buona presenza di operatori stranieri, soprattutto dal Nord Europa. Per la prossima stagione emergono il ritorno dell’heritage e del vintage, insieme a linee più semplici e femminili, senza rinunciare a colore e sperimentazione. Segnali positivi arrivano anche da Mipel, dove la pelletteria guarda soprattutto a Europa, Nord Africa e Stati Uniti.
Ed è proprio l’internazionalizzazione a essere al centro della sfida per il comparto marchigiano. Un tema sul quale interviene anche la Regione: l’assessore Bugaro ha annunciato un nuovo sportello per il credito da 11,2 milioni di euro, oltre 500 le domande già arrivate, e il prossimo avvio del mini basket bond. Sul fronte dell’estero, invece, è previsto un nuovo strumento destinato a sostenere la creazione di reti commerciali nei mercati internazionali.
A Milano il punto di vista di Confindustria Macerata, con il presidente Marco Ragni e il direttore Gianni Niccolò, che sottolineano il valore del Micam non soltanto come vetrina, ma come vera e propria piattaforma commerciale per le imprese.
«Questa non è solo un’esposizione di prodotti, ma il Micam costituisce proprio una struttura commerciale per le nostre aziende», spiega Marco Ragni, che evidenzia alcuni segnali di ripresa nonostante un contesto ancora complesso. La direzione, secondo il presidente, è quella di organizzarsi per affrontare nuovi mercati e fare sistema.
Una necessità condivisa anche da Gianni Niccolò, che richiama l’importanza di rafforzare la collaborazione tra i territori: «Bisogna fare rete, bisogna fare squadra». In questo senso, la sinergia tra Macerata, Ancona e Fermo viene indicata come fondamentale, insieme alla necessità di ampliare l’attività di incoming, coinvolgendo sempre più buyer professionali e grandi catene con maggiore capacità di acquisto.
Ma il segnale più incoraggiante, secondo il direttore di Confindustria Macerata, arriva direttamente dagli imprenditori: «Nonostante le difficoltà, vedi negli occhi dell’imprenditore un coraggio, una voglia di investire ancora importante».
Perché questa voglia possa tradursi in crescita, però, serve il sostegno delle istituzioni. Regione ed enti pubblici, sottolinea Ragni, devono facilitare i processi di innovazione di prodotto e di processo, la ricerca e la qualificazione delle maestranze, sostenendo soprattutto le imprese che continuano a investire.
Dal Micam 2026 arriva così un segnale di fiducia prudente. La sfida per il Made in Marche, e in particolare per il distretto maceratese, è ora trasformare i contatti della fiera in nuove occasioni commerciali e continuare a conquistare spazio sui mercati internazionali.
Due teatri storici del Maceratese aprono contemporaneamente le loro porte al pubblico per celebrare il riconoscimento dei Teatri condominiali all'italiana nel Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Sabato 12 settembre sarà possibile visitare il Teatro Lauro Rossi di Macerata e il Teatro Feronia di San Severino Marche, nell'ambito dell'iniziativa regionale del FAI Marche “Lo splendore dei teatri Unesco nelle Marche”.
È la prima volta che gli otto teatri marchigiani inseriti nel riconoscimento aprono le loro porte nell'ambito di un'unica iniziativa coordinata. Sei saranno visitabili nella giornata di sabato, mentre gli altri due apriranno domenica.
A Macerata il Lauro Rossi sarà visitabile dalle 17 alle 19, con turni di visita guidata. Un'occasione per entrare in uno degli spazi simbolo della città e conoscerne più da vicino la storia e le caratteristiche architettoniche.
«Questo riconoscimento ci ha riempiti di orgoglio come città», sottolinea Lorella Benedetti, assessore alla Cultura e all'Istruzione del Comune di Macerata. L'amministrazione ha seguito la preparazione del dossier per la candidatura e ora punta a trasformare il riconoscimento in una nuova occasione di fruizione del teatro.
L'apertura di sabato, spiega Benedetti, non sarà infatti un appuntamento isolato. Il Comune ha già organizzato altre visite e intende proseguire con nuove aperture straordinarie, conciliandole con la normale attività del Lauro Rossi, che continua a ospitare spettacoli, rassegne, concerti e convegni.
L'obiettivo è fare in modo che il teatro possa essere conosciuto non soltanto durante gli spettacoli, ma anche attraverso visite guidate capaci di raccontarne la storia e il patrimonio. Un modello che, nelle intenzioni dell'amministrazione, dovrà inserirsi in una valorizzazione coordinata dei teatri marchigiani.
La giornata coinvolgerà anche il Teatro Feronia di San Severino Marche, che aprirà al pubblico alle 21.30 con un turno unico di visita.
«Siamo molto onorati», racconta la sindaca Rosa Piermattei, ricordando il legame tra il teatro e la comunità settempedana. Il Feronia, spiega, rappresenta da sempre una sorta di “salotto buono” invernale della città, sede di spettacoli, manifestazioni e appuntamenti istituzionali.
Il riconoscimento Unesco diventa così anche un'occasione per rafforzare il rapporto tra il teatro e la comunità che lo vive. «È stato veramente qualcosa di molto importante sia per la comunità ma soprattutto per il teatro», sottolinea Piermattei, ricordando come il Feronia abbia mantenuto negli anni una forte funzione sociale e culturale.
Anche a San Severino l'interesse per la scoperta del teatro attraverso le visite guidate è già emerso. Il direttore artistico ha organizzato due appuntamenti che, riferisce la sindaca, hanno registrato un afflusso particolarmente significativo.
Il doppio appuntamento di sabato rappresenta quindi una prima occasione per mettere in rete due dei teatri del Maceratese inseriti nel patrimonio Unesco e, allo stesso tempo, per invitare il pubblico a guardare questi luoghi non soltanto come contenitori di spettacoli, ma come beni culturali da conoscere e vivere.
Le canzoni come un ponte che attraversa i confini, accorcia le distanze e restituisce prospettive. Ieri pomeriggio, nella Casa di reclusione di Barcaglione ad Ancona, si è rinnovata la magia de “La casa in riva al mare”, il progetto culturale e sociale promosso dal Garante regionale dei diritti della persona, l’avvocato Giancarlo Giulianelli, in stretta sinergia con Musicultura.
Un appuntamento che, catalogato come best practice dal Dipartimento nazionale dell’Amministrazione penitenziaria, rappresenta un unicum nel panorama nazionale. Al centro dell'iniziativa, i laboratori musicali curati dall'associazione e l'istituzione di un'apposita giuria composta da più di 25 detenuti che, dopo settimane di ascolto e confronto, hanno decretato il vincitore del Premio omonimo, accompagnato da un riconoscimento di 2.500 euro.
L'emozione è stata la vera protagonista della giornata, palpabile sui volti dei ragazzi detenuti e degli artisti presenti. Tra i momenti più intensi spicca l'esibizione di Rosita Brucoli con il brano "Agente!", un pezzo che scava nella vita di chi resta fuori ad attendere chi in carcere c'è. La cantante ha voluto lanciare un messaggio forte e di speranza ai presenti: «Non siete solo i vostri sbagli e la vostra pena, potete dimostrare fuori chi siete, vi aspetta una vita da cui ripartire».
Tanta emozione anche per la vincitrice del premio di quest'anno, Dduma, visibilmente commossa nell'esibirsi proprio davanti a chi l'ha votata e premiata. L'artista si è detta onorata e grata che il messaggio della sua canzone sia stato compreso a fondo. Dduma ha chiuso la carrellata delle esibizioni con il brano "Fimmine di guerra", un momento culminato in un gesto simbolico: la firma della sua maglietta da parte dei detenuti del laboratorio che le hanno assegnato il riconoscimento. Già due di loro, lo ricordiamo, erano stati ospiti d'onore sul palco dello Sferisterio di Macerata durante la finalissima del festival per consegnare materialmente il premio.
Il racconto della giornata si è arricchito di ulteriori sfumature grazie alla lettura di poesie — una autografa e l'altra firmata da un autore tunisino — interpretate da due detenuti, a testimonianza della profondità del lavoro svolto durante gli incontri.
Grande la soddisfazione espressa dalla direttrice dell'istituto penitenziario, Sonia Razzetti: «Siamo onorati e soddisfatti, questo è un progetto di rilievo, non solo un'occasione formativa, ma anche di ascolto e di confronto. Complimenti ai detenuti, capaci di cogliere quest'opportunità».
A tracciare il bilancio dell'iniziativa è il Garante Giancarlo Giulianelli, che ha voluto innanzitutto rivolgere il proprio pensiero ai veri protagonisti dell'intero percorso, ringraziando calorosamente le persone detenute che hanno scelto di mettersi in gioco. Nel sottolineare la costante crescita dell'iniziativa — che quest'anno ha visto la partecipazione attiva di oltre venticinque ospiti della struttura —, Giulianelli ha evidenziato con orgoglio come questo modello continui a rappresentare un unicum in tutto il territorio nazionale.
«Ci piace continuare così, con progetti sempre più ricchi», ha affermato il Garante, ribadendo la volontà di potenziare ulteriormente le attività. Nel suo intervento, inoltre, ha voluto estendere un sentito ringraziamento a chi ha contribuito concretamente a migliorare gli spazi di aggregazione, menzionando quanti hanno donato i nuovi strumenti musicali destinati alla stanza della musica.
La giornata si è chiusa in un clima di festa, condivisione e leggerezza. I detenuti e i cantanti di Musicultura si sono esibiti insieme sul palco, chi suonando e chi cantando, sulle note intramontabili di "Vivere" di Vasco Rossi. Un finale corale e travolgente che ha suggellato il senso più profondo di questa esperienza: un carcere di rieducazione dove i confronti aperti con l'esterno trasformano il tempo della detenzione in un'autentica opportunità di partecipazione, dimostrando come la musica sappia azzerare le distanze tra dentro e fuori.
È stato inaugurato e restituito alla cittadinanza il nuovo ponte sul fosso Bagnolo, lungo la strada provinciale 6 a Morrovalle, nella zona di Trodica. Un'opera da 2,5 milioni di euro, realizzata dalla ditta Mannocchi, che interviene su uno dei punti più delicati del territorio dal punto di vista del rischio idrogeologico e, allo stesso tempo, migliora la sicurezza della viabilità.
Il nuovo ponte è lungo 25 metri ed è sostenuto da 23 manufatti in cemento armato. I lavori hanno riguardato anche la sistemazione e la messa in sicurezza del Fosso Bagnolo, con l'obiettivo di favorire il deflusso delle acque e ridurre il rischio per il territorio in occasione di precipitazioni particolarmente intense.
Per il sindaco Andrea Staffolani, si tratta di un intervento atteso da anni e destinato a segnare un passo importante per Morrovalle. «Un lavoro importante e fondamentale per la messa in sicurezza idrogeologica di questo territorio», ha sottolineato, ricordando il percorso già avviato con gli interventi sul torrente Trodica. «Ma soprattutto i cittadini possono dormire sonni più tranquilli nei momenti difficili di pioggia», ha aggiunto, evidenziando anche il miglioramento della viabilità.
Un intervento che, secondo il presidente della Regione Francesco Acquaroli, permette di affrontare in maniera strutturale una criticità che da tempo interessava l'area. «Questa è una zona particolarmente fragile», ha spiegato, sottolineando come il nuovo ponte consenta di «iniziare a rimuovere strutturalmente una criticità» che in occasione delle precipitazioni più abbondanti coinvolgeva il territorio di Morrovalle e Trodica.
Ma il nuovo ponte non rappresenta un punto di arrivo isolato. È infatti uno dei tasselli di un progetto più ampio che guarda anche alla viabilità della zona e, in prospettiva, alla realizzazione del sottopasso ferroviario. «È proprio propedeutico alla realizzazione di una grande opera, che sarà il sottopasso», ha spiegato Acquaroli, riferendosi alla necessità di superare una criticità storica nei collegamenti tra Morrovalle, Monte San Giusto e l'area compresa tra la valle del Potenza e quella del Chienti.
Sul territorio è infatti in corso un programma coordinato tra Regione Marche, Provincia e RFI, inserito in un più ampio Master Plan per la mitigazione del rischio idrogeologico e il miglioramento della viabilità. L'area, infatti, è caratterizzata dalla presenza di zone esondabili e il nuovo ponte rappresenta soltanto uno dei diversi interventi previsti.
«Si tratta di una decina di interventi», ha spiegato Stefano Stefoni, dirigente della Protezione civile, ricostruendo il percorso che parte dai lavori realizzati alcuni anni fa sul torrente Trodica e prosegue ora lungo il Bagnolo, fino alla ferrovia e oltre. Il programma prevede la pulizia e la sistemazione del fosso, il rifacimento del ponte ferroviario, alcune opere viarie a servizio della popolazione e, successivamente, il sottopasso destinato a chiudere il passaggio a livello.
A questi interventi si aggiunge il lavoro della Provincia sulla viabilità, con una nuova rotatoria prevista nella zona della bretella che conduce alla stazione. Nel complesso, ha spiegato Stefoni, si tratta di un sistema di opere che supera i 20 milioni di euro.
L'obiettivo non è soltanto evitare allagamenti, ma garantire che la viabilità rimanga percorribile anche durante gli eventi meteorologici più intensi.
Sul fronte regionale, l'assessore Tiziano Consoli ha sottolineato proprio il doppio valore dell'intervento: da una parte la riapertura della provinciale 6, dall'altra la messa in sicurezza del Fosso Bagnolo. «È un intervento importante di 2,5 milioni di euro», ha ricordato, evidenziando i lavori realizzati sul corso d'acqua e la struttura del nuovo ponte.
Il progetto, ha aggiunto Consoli, si inserisce nel più ampio impegno della Regione sul fronte della sicurezza idraulica e del dissesto idrogeologico. «Gli investimenti fatti finora sono pari a 140 milioni di euro», ha spiegato, sottolineando la collaborazione tra Regione, Consorzio di Bonifica e Comune.
Anche il presidente della Provincia Alessandro Gentilucci ha evidenziato la doppia funzione dell'opera, definendola «di fondamentale importanza» sia per la mitigazione del dissesto idrogeologico sia per la viabilità. «Prendiamo in carico questa importante opera nell'attesa di riuscire a realizzare anche il sottopasso della ferrovia», ha dichiarato, ricordando inoltre l'impegno per le nuove rotatorie.
A chiudere il quadro è il Consorzio di Bonifica Marche, che ha realizzato l'intervento in delega dalla Regione. Il vice direttore Paride Prussiani ha ricordato il ruolo dell'ente: «La Regione ci delega opere importanti come questa di sicurezza idraulica sul territorio. Noi diligentemente aiutiamo la Regione a fare questo». Un lavoro che, ha aggiunto, contribuisce concretamente alla sicurezza della cittadinanza.
Con la riapertura del ponte sul Bagnolo, dunque, un primo tassello del progetto è completato. Ma il programma guarda già ai prossimi interventi: la sistemazione del fosso fino alla ferrovia, il nuovo ponte ferroviario, le rotatorie e soprattutto il sottopasso, con l'obiettivo di rendere più sicura la viabilità e ridurre progressivamente la vulnerabilità idraulica di tutta l'area di Trodica.
A un decennio dalle scosse che hanno sconvolto il Centro Italia, fare il punto sulla ricostruzione pubblica è un atto dovuto. Tuttavia, addentrarsi tra le pieghe dei dati non è semplice, ed è proprio da un paio di settimane a questa parte che il dibattito si è riacceso con forza, rendendo necessario fare chiarezza su una questione di fondo: come si misura davvero l'avanzamento di un'opera pubblica? Il tema è rimbalzato al centro dell'attenzione in seguito alle analisi e ai rilievi emersi dal report di ActionAid “Dieci anni dopo: i dati raccontano”, pubblicato nell’agosto 2026, che ha messo in luce il divario tra la comunicazione istituzionale e la realtà fisica dei cantieri.
La questione assume un peso rilevante nel Maceratese, la provincia che concentra la quota più consistente della ricostruzione pubblica marchigiana, con ben 1.048 interventi programmati. Secondo il Rapporto sulla ricostruzione 2026 della Struttura Commissariale, queste opere ammontano a un valore che supera 1,46 miliardi di euro, inserite in un quadro regionale marchigiano che conta complessivamente 1.872 interventi per oltre 2,51 miliardi.
Ed è proprio per rispondere alle sollecitazioni sollevate dal monitoraggio civico che si innestano le recenti dichiarazioni rilasciate dal Commissario Straordinario alla Ricostruzione, Guido Castelli, a margine della camminata di supervisione al Campus di Tolentino.
Nel suo dossier, ActionAid ha preso come esempio emblematico proprio la struttura tolentinate da 31 milioni di euro per spiegare il cuore della questione. Per capire cosa sta succedendo bisogna comprendere la differenza metodologica tra i due report: per la Struttura Commissariale un'opera risulta "avviata" quando entra nella macchina burocratica, ovvero quando le viene assegnato il CUP (Codice Unico di Progetto) che è unicamente una targa amministrativa, ma che non ha nulla a che fare con l'apertura del cantiere. Per ActionAid, invece, un'opera è "avviata" solo ed esclusivamente quando raggiunge la Fase 7, ossia quando gli operai entrano in cantiere e i lavori partono concretamente. Tutto ciò che sta prima, nelle fasi da 0 a 6 — tra pareri, carteggi e gare d'appalto — per il monitoraggio civico è ancora semplice burocrazia.
Emblematico il caso del Liceo Filelfo: pratica aperta nel 2019 ma ancora registrata come burocrazia nei report 2026, proprio mentre se ne annunciava l'avvio dei cantieri. È la denuncia di ActionAid: senza dati aggiornati, si crea un corto circuito tra gli annunci pubblici e la realtà delle carte.
Durante il sopralluogo al cantiere tolentinate, Castelli ha voluto replicare punto su punto, rivendicando la concretezza dei fatti rispetto al ritardo delle banche dati: «In occasione del decennale c'erano state delle sottolineature probabilmente non corrette da parte di alcune associazioni che legittimamente monitorano l'andamento di questo cantiere, che qualcuno sosteneva non essere neanche avviato. In realtà c'è stato un tema probabilmente di dati non aggiornati, ma spesso e volentieri la ricostruzione va ancora più veloce di quanto vadano le informazioni. Questo è un fatto positivo perché non sono importanti i dati, sono importanti la realtà dei fatti. Qualche volta ci sono asimmetrie, come nel caso del Filelfo. La realtà è quella che è rappresentata dietro le mie spalle».
Il caso del Filelfo racchiude in sé l'intera questione: da un lato una macchina burocratica i cui registri faticano a stare al passo con l'evoluzione dei cantieri reali; dall'altro, la dimostrazione di come due sguardi diversi possano condurre a narrazioni opposte.
Ma quindi, concretamente, quanto differiscono i dati di ActionAid da quelli del commissario? E perché? La risposta sta proprio nel confronto tra queste due lenti. Applicando i due diversi metri di misura ai medesimi dati ufficiali dell'intero cratere, le cifre si ribaltano completamente.
Secondo la Struttura Commissariale, il 97,5% delle opere pubbliche è sbloccato e avviato, con un residuale 2,5% di interventi non ancora avviati e circa il 40% della programmazione totale coperta da lavori in corso o già conclusi. Guardando invece ai cantieri reali, ActionAid rileva che le opere entrate in Fase 7 (quelle che hanno visto l'effettivo inizio dei lavori o la loro conclusione) sono appena il 33,6%, pari a 1.232 interventi su 3.667 analizzati nell'intero cratere.
La differenza emerge forte anche sul piano economico: se per la Struttura quasi tutti i 4,85 miliardi di euro stanziati risultano in movimento, per ActionAid il 74,4% delle risorse (circa 3,6 miliardi) è ancora immobilizzato in opere che non hanno mai visto la posa della prima pietra. Nella nostra regione, infine, ActionAid rileva che 1.243 interventi (il 66,4%) sono ancora fermi alla sola fase burocratica, trattenendo il 73,9% dei fondi regionali destinati alle opere pubbliche.
Questo non significa sminuire i progressi istituzionali. Tra il 2025 e il 2026 i numeri mostrano comunque una progressione: le opere in attesa di cantiere sono scese da 2.521 a 2.432, quelle con cantiere aperto sono salite da 444 a 548 e quelle tra fine lavori e collaudo da 574 a 684.
Ma per le comunità, la distinzione tra fase burocratica ed esecutiva non è un mero esercizio tecnico. Un'opera può essere sbloccata, finanziata e progettata, ma il passaggio decisivo resta quello in cui le ruspe entrano e il cantiere apre. A dieci anni dal sisma, la misura della ricostruzione si gioca tutta nella distanza che separa un faldone avviato su una scrivania da un edificio restituito alla collettività.
A Macerata gli affitti sono aumentati negli ultimi sette anni, ma con una particolarità: nel 2025 il canone medio dei nuovi contratti a canone concordato risulta più alto di quello a libero mercato.
È quanto emerge dai dati dell'Osservatorio sul mercato immobiliare (Omi) dell'Agenzia delle Entrate, elaborati dal Sole 24 Ore, che ha confrontato i nuovi contratti di locazione registrati nei capoluoghi italiani tra il 2018 e il 2025.
A Macerata, nel 2025, il canone medio dei nuovi contratti a libero mercato è di 416 euro al mese. Rispetto al 2018, il valore è cresciuto del 13,5%.
Il canone concordato, invece, raggiunge i 461 euro al mese, con una crescita del 13,3% rispetto al 2018.
Tradotto in cifre, oggi la differenza tra le due formule è di circa 45 euro al mese: sulla media dei nuovi contratti, il concordato risulta quindi più alto del libero mercato.
È un dato che può sembrare sorprendente, perché il canone concordato nasce proprio per offrire affitti più accessibili rispetto al normale contratto a libero mercato. Ma i numeri vanno letti con attenzione: i dati Omi non mettono a confronto la stessa abitazione con due contratti diversi. Le case considerate possono infatti avere dimensioni, caratteristiche e posizione differenti.
Il dato di Macerata va quindi letto soprattutto come una fotografia del mercato dei nuovi contratti. E racconta che, tra il 2018 e il 2025, entrambe le formule sono diventate più care, con aumenti molto simili: +13,5% per il libero e +13,3% per il concordato.
Il caso marchigiano si inserisce in un fenomeno più ampio. A livello nazionale, nei 103 capoluoghi analizzati, il canone libero è aumentato mediamente del 27,9%, mentre quello concordato è cresciuto del 24,6%.
Ma il rapporto tra le due formule sta cambiando. Nel 2025, nei capoluoghi monitorati, i nuovi contratti a canone concordato sono arrivati a circa 145mila, superando i circa 141mila contratti a libero mercato. Nel 2018 il concordato rappresentava il 43,6% dei nuovi affitti lunghi; nel 2025 è arrivato al 50,8%.
Per Macerata, quindi, il dato più significativo non è soltanto quanto è aumentato l'affitto, ma come si sono avvicinati i due tipi di contratto. Nel 2025 la differenza media è di 45 euro al mese, con il concordato sopra il libero.
In concreto, però, questo non significa che per un inquilino maceratese sia sempre più conveniente scegliere un contratto libero. Il prezzo effettivo dipende dall'abitazione, dalla zona e dalle caratteristiche dell'immobile. I dati mostrano piuttosto come è cambiato, nel complesso, il valore dei nuovi affitti registrati in città.
Dieci anni. È il tempo trascorso da quella notte del 24 agosto 2016, quando alle 3:36 una scossa di magnitudo 6.0 colpì il Centro Italia. Dieci anni durante i quali il terremoto ha cambiato il volto di paesi e città, svuotato abitazioni, chiuso scuole e attività e aperto migliaia di cantieri.
Il decennale arriva però con un'altra data già cerchiata sul calendario: 31 dicembre 2026.
Entro quella giornata sono fissate la scadenza dello stato di emergenza e della gestione straordinaria commissariale del sisma 2016. La fine di questa fase non coinciderà con la fine della ricostruzione, che proseguirà attraverso gli strumenti ordinari e le risorse già previste.
A dieci anni dalla prima scossa, dunque, la domanda è una: a che punto è davvero la ricostruzione?
La risposta parte dalla geografia. La provincia di Macerata è il territorio marchigiano che concentra la quota più consistente della ricostruzione. La mappa dei comuni del cratere racconta un'area vasta dell'entroterra coinvolta dal sisma: da Camerino a Visso, da Ussita a Pieve Torina, passando per San Ginesio, Tolentino e San Severino Marche.
Non un singolo paese da ricostruire, ma un territorio intero da rimettere in piedi.
A fotografare la situazione è il Rapporto sulla ricostruzione 2026 del Commissario straordinario Guido Castelli, che mette in fila quasi dieci anni di pratiche, cantieri e risorse.
Nel Maceratese 5,74 miliardi per la ricostruzione privata. Al 31 maggio 2026, nelle Marche sono state presentate 20.429 richieste di contributo per la ricostruzione privata. Di queste, 14.844 sono state approvate, per un importo richiesto di circa 11,79 miliardi di euro.
I contributi concessi hanno superato gli 8,76 miliardi, mentre le somme liquidate hanno oltrepassato i 5,72 miliardi.
Il Maceratese concentra da solo la parte più consistente di questo quadro: 12.955 richieste, di cui 9.281 approvate. I contributi concessi superano i 5,74 miliardi di euro, mentre quelli già liquidati ammontano a oltre 3,61 miliardi.
Numeri che fotografano il peso della provincia nella ricostruzione marchigiana: più della metà delle richieste presentate nelle Marche arriva dal Maceratese.
23.361 cantieri, 14.968 conclusi. Le pratiche diventano cantieri. Nell'intero cratere del sisma 2016 sono 23.361 gli interventi autorizzati. Di questi, 14.968 sono già conclusi, pari a oltre il 64%. Restano quindi 8.393 cantieri ancora in corso.
La macchina della ricostruzione ha accelerato: nell'ultimo anno sono stati conclusi 2.231 cantieri in più rispetto al Rapporto 2025.
Ma proprio nella parte ancora aperta si concentra la maggiore complessità. Le domande relative agli edifici con danni gravi rappresentano oltre il 56% del totale, con una particolare concentrazione nei 44 comuni maggiormente colpiti.
Il terremoto si misura anche attraverso chi non è ancora tornato a casa. Nel 2026 i nuclei familiari ancora assistiti nel cratere sono 8.759, quasi il 40% in meno rispetto al 2022, quando erano 14.211.
Anche qui Macerata presenta il dato più alto tra le province marchigiane. Tra marzo 2025 e marzo 2026 i nuclei ancora assistiti sono passati da 4.298 a 3.770: 528 in meno, ma ancora migliaia di famiglie dentro il lungo percorso del post-sisma.
Nelle Marche sono 1.872 gli interventi pubblici programmati, distribuiti in 157 comuni, per oltre 2,51 miliardi di euro. Anche in questo caso Macerata è in testa: 1.048 interventi, per oltre 1,46 miliardi di euro.
Nel complesso del cratere gli interventi pubblici programmati salgono a 3.667, per un valore superiore a 4,85 miliardi.
Ed è qui che torna la data del decennale. 31 dicembre 2026.
Quel giorno termineranno lo stato di emergenza e la gestione straordinaria commissariale. Ma con 8.393 cantieri ancora in corso nell'intero cratere, è evidente che non potrà essere considerato il giorno della fine della ricostruzione.
Sarà piuttosto il passaggio da una fase straordinaria a una nuova stagione, nella quale il lavoro iniziato dopo quelle scosse dovrà continuare.
Dieci anni dopo, il bilancio è quindi fatto di cantieri conclusi e lavori ancora aperti, miliardi già concessi e risorse ancora da utilizzare, famiglie rientrate e altre ancora in attesa.
Per il Maceratese, il decennale non è soltanto una ricorrenza. È una fotografia a metà strada: abbastanza lontana dal 2016 per misurare ciò che è stato fatto, ma ancora troppo vicina al 31 dicembre 2026 per poter parlare di una ricostruzione conclusa.
Novant'anni e una vita intera consegnata alla musica italiana. Mogol, al secolo Giulio Rapetti, festeggia oggi un traguardo importante. E tra le tante tappe della sua lunghissima carriera ce n'è una che, a Macerata, ha lasciato un ricordo particolare: quella del 2023, quando fu ospite d'onore della 34ª edizione di Musicultura.
Un ritorno che aveva portato il grande autore nel cuore della città, tra gli appuntamenti de La Controra e le serate finali allo Sferisterio. Un passaggio che Musicultura volle dedicare a una delle figure che più hanno segnato la storia della canzone italiana.
Ma prima delle luci dello Sferisterio, Mogol incontrò il pubblico di Musicultura attraverso la redazione Sciuscià, il progetto editoriale del Festival curato dai giovani giornalisti. A intervistarlo fu proprio una ragazza della redazione, in un confronto che mise in luce la grande umanità e semplicità dell'autore.
Mogol ripercorse alcuni momenti della sua carriera, dal legame con Lucio Battisti a quello con Mario Lavezzi, raccontando ricordi e riflessioni sul suo lungo percorso artistico.
Poi arrivò il momento dello Sferisterio. Durante la serata conclusiva di Musicultura 2023, Mogol fu accolto da una standing ovation. Sul palco parlò anche del suo modo di intendere la creatività e la nascita delle canzoni, prima di essere raggiunto da Gianmarco Carroccia, interprete del repertorio di Mogol e Battisti. Insieme riportarono sul palco alcuni brani simbolo di quel sodalizio: Emozioni, I giardini di marzo e Il mio canto libero.
Ma quella sera non fu soltanto musica. Arrivò anche il riconoscimento che Musicultura aveva scelto di dedicargli: la Targa per Alti Meriti Artistici, conferita dalle Università di Macerata e Camerino.
Un premio per una carriera che, all'epoca, superava già i sessant'anni e che ha attraversato la scrittura musicale, l'editoria, la tutela del diritto d'autore e la formazione. La motivazione parlava di una storia capace di diventare leggenda e di parole trasformatesi in patrimonio condiviso da più generazioni.
Così, quel giugno del 2023, Mogol visse Musicultura da entrambe le parti: prima il confronto diretto, quasi informale, con una giovane voce della redazione Sciuscià; poi il grande palco dello Sferisterio, davanti a migliaia di persone, per ricevere un riconoscimento alla carriera.
Due momenti molto diversi, ma forse accomunati dalla stessa caratteristica: la disponibilità di un grande autore a raccontarsi senza mettersi su un piedistallo.
Ed è anche per questo che, a distanza di tre anni, il passaggio di Mogol a Musicultura resta una delle immagini più significative da ricordare oggi, nel giorno dei suoi 90 anni: un maestro della canzone italiana seduto davanti a una giovane intervistatrice, pronto a raccontare la propria storia, e poche ore dopo sotto le luci dello Sferisterio, circondato dagli applausi e dalla musica che quella storia ha contribuito a costruire.
C'è anche un pezzo di Ancona nella storica qualificazione dell'Italia di flag football alle Olimpiadi di Los Angeles 2028. A contribuire al percorso azzurro ci sono infatti Riccardo Petrilli e Raffaele Rotelli, due atleti legati ai GLS Dolphins Ancona, ormai da anni protagonisti nel movimento nazionale.
La storia dei due giocatori non nasce però oggi. Entrambi fanno parte da tempo della famiglia Dolphins e hanno costruito proprio nel capoluogo marchigiano il loro percorso nel flag football. Nel 2026, Petrilli e Rotelli hanno scelto di concentrarsi sul programma della Nazionale, rinunciando anche alla stagione del football americano con i Dolphins per dedicarsi alla preparazione verso i Mondiali. La società dorica aveva sottolineato come i due fossero tra i propri atleti inseriti stabilmente nel programma federale.
Il loro percorso azzurro ha raggiunto un primo grande traguardo nel settembre 2025, quando l'Italia ha conquistato il titolo europeo a Parigi. Petrilli e Rotelli erano entrambi nella rosa della Nazionale che ha affrontato la competizione continentale.
Da lì è iniziata la corsa verso Düsseldorf. Nel marzo 2026 entrambi sono stati convocati per il raduno della Nazionale al Centro di Preparazione Olimpica Giulio Onesti di Roma, nell'ambito della preparazione ai Mondiali.
E proprio ai Mondiali tedeschi è arrivata la svolta storica. L'Italia ha superato la fase a gironi battendo Gran Bretagna, Panama e Francia, poi ha eliminato la Germania nei quarti di finale. In semifinale gli azzurri hanno affrontato il Canada, imponendosi per 41-36 e conquistando per la prima volta nella storia la finale mondiale.
Ma quella vittoria valeva molto più di una medaglia: il piazzamento tra le prime due squadre del torneo ha garantito all'Italia anche la qualificazione ai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028, dove il flag football farà il suo debutto nel programma olimpico. L'Italia è così diventata la prima squadra italiana a ottenere una carta olimpica per Los Angeles.
Per Petrilli e Rotelli si tratta dell'ennesimo capitolo di una storia cominciata molto prima del sogno olimpico. Nel 2021, Petrilli era già stato protagonista con la Nazionale ai Mondiali di Gerusalemme, mentre Raffaele Rotelli era stato convocato nel gruppo azzurro per il percorso verso quella competizione.
Oggi entrambi rappresentano anche il lavoro portato avanti negli anni dai Dolphins Ancona, una delle realtà che hanno contribuito alla crescita del flag football nelle Marche. Nel gennaio scorso, in occasione del passaggio della Fiamma Olimpica ad Ancona, Petrilli e Rotelli erano stati celebrati proprio dalla società dorica insieme alle giovani atlete dei Dolphins campionesse d'Europa Under 17. Allora il sogno era Los Angeles. Ora quel sogno è diventato una certezza.
E per Ancona, che da anni investe nel football e nel flag football anche attraverso i propri programmi giovanili, vedere due dei suoi atleti arrivare fino alla Nazionale e alla qualificazione olimpica rappresenta un riconoscimento importante. Un traguardo che porta il nome dei Dolphins ben oltre i confini delle Marche.
A Ferragosto non tutti scelgono il mare. C'è anche chi, per sfuggire alla calura e alla confusione delle spiagge, punta verso l'entroterra e sceglie la montagna. A Pieve Torina, nel cuore dell'area dei Sibillini, la risposta a questo bisogno di fresco passa dall'acqua.
È il Sentiero delle Acque una delle attrazioni che in questi giorni sta richiamando visitatori anche da fuori regione e dall'estero. Tra chi percorre il sentiero ci sono turisti arrivati da Bologna, ma anche visitatori provenienti dalla Spagna, tutti alla ricerca di una giornata diversa dal tradizionale Ferragosto in riva al mare.
Il percorso si sviluppa per circa 4 chilometri, da Pieve Torina fino alla frazione di Fiume, per un totale di circa 8 chilometri tra andata e ritorno. È prevalentemente pianeggiante, ombreggiato e costeggia il torrente Sant'Angelo, caratteristica che lo rende particolarmente adatto anche alle giornate più calde. Lungo il cammino si incontrano ponti, cascate e il Mulino ad acqua di Fiume.
Ma il vero richiamo, soprattutto d'estate, è il percorso Kneipp, inserito all'inizio del Sentiero delle Acque. Qui le scarpe vanno lasciate da parte: il tracciato è infatti pensato per essere percorso a piedi nudi, immergendo i piedi nell'acqua fresca del torrente e camminando su diverse superfici naturali, tra ciottoli, ghiaia, cortecce e altri materiali. Un'esperienza che permette di entrare letteralmente nell'acqua e trasformare una semplice passeggiata in un percorso sensoriale.
L'accesso al percorso Kneipp è libero e gratuito e, per affrontarlo, è consigliabile avere con sé un asciugamano e un cambio asciutto, oltre alle scarpe per proseguire sul resto del sentiero.
Ed è proprio qui che il Ferragosto cambia prospettiva: niente ombrelloni e spiagge affollate, ma piedi nell'acqua, bosco e il rumore del torrente. Una scelta che porta a Pieve Torina visitatori anche molto lontani dalle Marche e che conferma come, nei giorni più caldi dell'estate, la montagna possa diventare un'alternativa sempre più ricercata al mare.
L’Etna erutta e i suoi effetti arrivano fino alle Marche. Non è la cenere del vulcano a raggiungere Ancona, ma il suo impatto sul traffico aereo: l’eruzione in corso in Sicilia ha infatti costretto a modificare alcuni dei collegamenti tra l’Aeroporto delle Marche di Falconara e Catania, proprio alla vigilia di Ferragosto.
Oggi, giovedì 13 agosto, il volo Ryanair delle 14.20 diretto ad Ancona è stato dirottato su Trapani, mentre il collegamento Volotea delle 20.20 è stato cancellato. L’aeroporto di Catania resterà chiuso almeno fino alle 2 di venerdì 14 agosto, quando sarà effettuata una nuova valutazione della situazione.
Per chi parte dalle Marche, dunque, l’eruzione del vulcano siciliano si traduce in un cambio di programma: una destinazione che improvvisamente diventa irraggiungibile e un aeroporto alternativo che entra nel tabellone delle partenze.
Il motivo è la presenza della cenere vulcanica, un pericolo tutt’altro che trascurabile per gli aerei.
La cenere dell’Etna non è semplice fumo. È composta da minuscole particelle minerali che possono essere estremamente abrasive e, soprattutto, fondersi all’interno dei motori a reazione.
Se aspirata dai motori, la cenere può depositarsi sulle componenti interne e comprometterne il funzionamento. Può inoltre danneggiare le superfici dell’aereo e ridurre la visibilità dalla cabina di pilotaggio.
Per questo, quando una nube di cenere interessa le rotte aeree, vengono introdotte limitazioni o sospensioni dei voli nelle aree considerate a rischio. Non basta quindi semplicemente “aggirare” il vulcano: è necessario conoscere con precisione dove si sta spostando la nube e come sta evolvendo.
Ed è così che un’eruzione in Sicilia finisce per avere conseguenze anche a Falconara: il vulcano è a centinaia di chilometri, ma basta la sua cenere per cambiare la destinazione di un volo lontano.
Quando l'estate alza le temperature, c'è un appuntamento a cui in pochi rinunciano: il gelato. Una pausa fresca e golosa che, nelle serate più calde, diventa per molti un vero e proprio rimedio alla calura.
A Macerata lo racconta bene l'atmosfera di Tutto Gelato. Il locale, in una calda serata d'agosto, è pieno tra clienti affezionati e nuovi arrivi. "Gente c'è, tantissima. Abbiamo riscontrato circa un 25% in più - racconta la titolare Barbara Trozzo - Naturalmente è dovuto alle alte temperature. L'unico momento di piacere, di gusto, di conforto è il gelato".
E basta guardarsi intorno per capire quanto il gelato faccia parte della routine estiva. C'è chi entra e ordina ormai a memoria il solito gusto, senza pensarci troppo, e chi invece davanti alla vetrina si prende tutto il tempo necessario per scegliere. C'è chi punta sui grandi classici e chi si lascia tentare da coppe, variegati e cialde, costruendo una combinazione diversa ogni volta.
Tra i clienti c'è anche chi il gelato lo considera una vera e propria cena. E non certo in versione minimal: c'è chi si presenta al bancone e ordina una quantità decisamente generosa, una vera e propria "fiamminga" di gelato, trasformando la pausa serale in una cena a tutti gli effetti.
A cambiare, però, non sono solo le quantità, ma anche i gusti scelti. "Mi piace mettere ogni giorno un gusto in vetrina", spiega Trozzo. La vera sorpresa dell'estate è stato il Dubai, probabilmente spinto anche dalla popolarità sui social, seguito dal caramello salato. Restano immancabili i grandi classici come cioccolato, nocciola e pistacchio.
Tra le proposte che caratterizzano la gelateria c'è poi Eccellenza Italiana, presente dal 2016: un mix di noci, nocciole, mandorle e pistacchi, in un variegato leggermente salato. "Non lo possiamo più togliere perché è tanto richiesto".
E il gelato non è più soltanto quello da mangiare passeggiando. Crescono infatti anche le richieste di torte gelato, sempre più utilizzate per compleanni e ricorrenze. "Non possiamo dire che la gelateria è solo stagionale. Adesso c'è l'abitudine di mangiare gelato anche d'inverno", sottolinea Trozzo.
Ma d'estate, con il termometro che continua a salire, il gelato resta soprattutto una piccola tregua dal caldo. Che sia il gusto di sempre, una coppa esagerata o una cialda piena di variegati, a Macerata la formula contro la calura sembra essere sempre la stessa: un buon gelato.
Chi in questi giorni ha fatto il bagno lungo le coste marchigiane potrebbe aver avuto una sensazione insolita: un mare tutt’altro che fresco. Le misurazioni effettuate dall’ISPRA attraverso la Rete Mareografica Nazionale hanno registrato temperature dell’acqua arrivate a 29,5 gradi ad Ancona.
Un dato che diventa ancora più significativo se confrontato con quello registrato nella stessa zona vent’anni fa. Il confronto tra le temperature rilevate dalla stazione di Ancona nel 2006 e quelle del 2026 mostra infatti differenze importanti, soprattutto all'inizio dell'estate.
Il 1° luglio 2006, la temperatura dell'acqua ad Ancona era di 25 gradi. Vent'anni dopo, nello stesso giorno, il termometro dell'ISPRA ha segnato 29,2 gradi: quasi quattro gradi e mezzo in più.
Anche il confronto con agosto restituisce un mare più caldo. Il 1° agosto 2006 la temperatura era di 27,6 gradi, mentre il 1° agosto 2026 è arrivata a 29,5 gradi, con una differenza di 1,9 gradi.
Il dato di Ancona non rappresenta naturalmente l'intero Adriatico né permette, da solo, di stabilire l'andamento climatico di tutte le coste marchigiane. È però un confronto tra due misurazioni effettuate nello stesso punto e nello stesso periodo dell'anno, a vent'anni di distanza, e mostra una differenza che non passa inosservata.
Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio che riguarda tutto il Mediterraneo. E non si tratta soltanto di una percezione legata alle temperature estive. Il Mediterraneo è considerato un "hotspot climatico", cioè una delle aree del pianeta in cui gli effetti del cambiamento climatico risultano particolarmente marcati.
A livello globale, inoltre, il 2026 sta mostrando temperature eccezionalmente elevate degli oceani. Secondo Copernicus, la temperatura media globale della superficie dei mari e degli oceani nel luglio 2026 ha raggiunto 20,96 gradi, superando il precedente record di 20,89 gradi registrato nel 2023.
Tra gennaio e giugno 2026, secondo i dati del servizio marino di Copernicus, le ondate di calore marine hanno interessato quasi l'intero bacino mediterraneo, con circa l'80% dell'area colpita da eventi classificati come forti, severi o estremi.
Le cosiddette marine heatwaves sono periodi prolungati nei quali la temperatura del mare rimane molto più alta rispetto ai valori normalmente registrati in quella zona e in quel periodo dell'anno. E non sono prive di conseguenze.
Un mare più caldo significa infatti modificare le condizioni nelle quali vivono numerose specie marine. Alcuni organismi possono essere particolarmente vulnerabili alle temperature elevate, mentre specie provenienti da aree più calde possono trovare condizioni sempre più favorevoli per espandersi nel Mediterraneo.
Il riscaldamento delle acque può inoltre avere conseguenze sulle attività economiche legate al mare, dalla pesca all'acquacoltura. Gli ecosistemi costieri sono particolarmente sensibili a variazioni prolungate della temperatura e agli altri effetti collegati alla crisi climatica.
C'è poi un altro aspetto. Un mare più caldo può contribuire a fornire maggiore energia e umidità all'atmosfera, creando condizioni favorevoli per fenomeni meteorologici più intensi quando si verificano le condizioni necessarie.
Per le Marche, dunque, quei 29,5 gradi registrati ad Ancona dall'ISPRA raccontano qualcosa che va oltre la semplice curiosità estiva. Il confronto con i dati del 2006 mostra che, nello stesso periodo dell'anno, oggi l'acqua può raggiungere temperature sensibilmente più elevate.
Non significa che ogni estate futura sarà necessariamente più calda della precedente, né che la differenza registrata in una singola stazione possa essere attribuita esclusivamente al cambiamento climatico. Ma vent'anni di distanza e quasi due gradi in più nel confronto di agosto, insieme alla differenza ancora maggiore registrata a luglio, sono un dato che merita attenzione.
A guardarla così, sembra quasi che qualcuno abbia premuto il tasto pausa. Le strade del centro sono vuote, le piazze attraversate da poche persone, il rumore della città sembra essersi ritirato insieme a chi è partito per le vacanze.
Restano le mura, i palazzi, le vie di pietra e il sole di agosto, che nelle ore più calde sembra occupare ogni spazio. Macerata, nella settimana di Ferragosto, assume quasi le sembianze di un quadro metafisico: una città reale, ma sospesa, dove il tempo sembra essersi fermato.
Eppure basta tornare indietro di qualche settimana per ritrovare un'immagine completamente diversa. È stata un'estate piena di appuntamenti, concerti, spettacoli e iniziative che hanno portato persone nel centro storico, restituendo alle piazze il loro vociare e alle strade quel movimento che oggi sembra lontanissimo.
Una Macerata che, di fronte agli eventi, ha risposto con presenze e partecipazione. Ora, invece, il centro sembra essersi svuotato proprio nel momento in cui l'estate raggiunge il suo culmine.
C'è anche un'altra assenza che si percepisce: quella degli studenti. Una delle componenti più riconoscibili della vita quotidiana maceratese, ad agosto, lascia spazio a una città prevalentemente abitata da chi è rimasto.
Le voci che normalmente animano le vie del centro, i gruppi che si spostano tra una lezione e un aperitivo, i tavolini occupati e il continuo viavai legato alla vita universitaria sembrano improvvisamente appartenere a un'altra stagione. È come se, insieme agli studenti, fosse partito anche una parte del ritmo quotidiano della città.
Non è una città morta, naturalmente. È una città che, per qualche giorno, ha semplicemente smesso di correre. Le sue pietre sono ancora lì, le serrande torneranno ad alzarsi e le piazze torneranno a riempirsi.
Ma nella settimana di Ferragosto Macerata sembra appartenere a un'altra dimensione: quella delle città sospese, dove il sole allunga le ombre e il silenzio fa sembrare infinito anche il tempo che separa un'estate dalla successiva.
La foce del Musone, sulla costa della provincia di Macerata, torna sotto i riflettori di Goletta Verde. Nel bilancio finale 2026 della campagna di Legambiente, il punto di campionamento è stato classificato come “fortemente inquinato”, confermando una criticità che si ripete nel tempo: secondo l'associazione, la foce del Musone ha superato i limiti nei monitoraggi degli ultimi sei anni, con la sola eccezione del 2024.
Un dato che inserisce il corso d'acqua tra i punti considerati più problematici lungo le coste italiane. Nel monitoraggio di quest'anno, infatti, su 391 campioni analizzati in 19 regioni, il 34% è risultato oltre i limiti di legge. La situazione appare ancora più critica alle foci: dei 188 punti campionati, il 54% è risultato inquinato o fortemente inquinato.
Il Musone non è l'unico punto sotto osservazione nella regione. Nel monitoraggio marchigiano sono risultati inquinati anche il punto della Calata Caio Duilio a Pesaro e la foce del torrente Arzilla a Fano, in provincia di Pesaro Urbino.
Il quadro regionale conferma così una tendenza evidenziata anche a livello nazionale: foci di fiumi, torrenti e canali sono tra i punti più vulnerabili, perché rappresentano il punto di arrivo al mare di acque che possono trasportare contaminanti.
I campionamenti di Goletta Verde vengono realizzati dai volontari formati da Legambiente e riguardano sia aree di mare frequentate dai bagnanti sia punti considerati maggiormente esposti al rischio di inquinamento, come appunto le foci.
Le analisi prendono in considerazione principalmente la presenza di Escherichia coli ed enterococchi intestinali, parametri utilizzati anche dalla normativa italiana per valutare la qualità delle acque di balneazione. I risultati vengono poi confrontati con i limiti previsti dalla legge.
Per Legambiente, tra le principali cause delle criticità rilevate c'è la mala depurazione, un problema che continua a interessare diversi territori italiani. L'associazione richiama quindi la necessità di migliorare il trattamento delle acque reflue e il controllo degli scarichi, soprattutto nei territori dove i superamenti dei limiti si ripetono negli anni.
Nel caso del Musone, proprio la continuità delle criticità nel tempo rende il dato particolarmente significativo.
C'è infine anche il tema della sicurezza e dell'informazione ai bagnanti. Secondo il bilancio nazionale di Goletta Verde, nel 70% delle foci monitorate non sono stati trovati cartelli che indicassero il divieto di balneazione.
Un elemento che Legambiente considera problematico, perché le aree in prossimità delle foci possono essere frequentate dai bagnanti nonostante rappresentino, dati alla mano, alcuni dei punti maggiormente esposti all'inquinamento.
(foto e fonte: sito Legambiente)
Quando arriva il grande caldo, in città anche l'ombra può diventare una questione di salute e vivibilità. Asfalto, cemento ed edifici assorbono il calore durante il giorno e lo restituiscono lentamente, mentre la presenza di alberi può contribuire a creare zone d'ombra e a raffrescare l'ambiente attraverso l'evapotraspirazione. È il fenomeno delle cosiddette isole di calore urbane, particolarmente evidente durante le ondate di temperature elevate.
E proprio mentre le estati diventano sempre più segnate da episodi di caldo intenso, i dati sulla presenza di alberi nei capoluoghi marchigiani raccontano una situazione molto diversa da città a città. E Macerata è quella con il dato più basso tra i capoluoghi marchigiani per i quali l'Istat ha raccolto il numero di alberi.
Nel capoluogo maceratese risultano infatti 12,41 alberi ogni 100 abitanti. Un dato che colloca Macerata al 69esimo posto nella graduatoria nazionale dei capoluoghi presenti nella rilevazione.
Davanti ci sono tutte le altre città marchigiane comprese nel dataset. Fermo è nettamente prima, con 39,06 alberi ogni 100 abitanti, e si trova all'11esimo posto nazionale. Segue Pesaro, con 28,09 alberi ogni 100 abitanti e 23esima posizione. Più distaccata Ascoli Piceno, con 12,86 alberi ogni 100 abitanti, appena sopra Macerata.
C'è però un'assenza importante nella fotografia regionale: Ancona non compare nella graduatoria, perché per il capoluogo regionale il dato sugli alberi non è disponibile. Il confronto tra le città marchigiane, quindi, riguarda soltanto Fermo, Pesaro, Ascoli Piceno e Macerata.
Il dato diventa particolarmente interessante se messo in relazione con quello che è successo sul fronte delle temperature. Macerata è stata infatti una delle città marchigiane maggiormente esposte alle ondate di calore di questa estate, arrivando in una delle giornate più calde a un livello di allerta massimo e a una temperatura apparente di 42 gradi. Il 17 luglio, secondo il bollettino della Protezione civile regionale riportato dalla Tgr Marche, erano previsti 39 gradi a Macerata, con una temperatura percepita di 42.
Ed è qui che si apre una domanda: può esserci una relazione tra la quantità di alberi presenti in una città e la sua esposizione al caldo?
Non si tratta di dire che i 12,41 alberi ogni 100 abitanti di Macerata siano la causa delle temperature elevate registrate quest'estate. Il clima di una città dipende da moltissimi fattori, dalla posizione geografica alla conformazione urbana, dai materiali utilizzati alla ventilazione. Ma la relazione tra vegetazione e temperatura urbana è un tema ormai centrale nella progettazione delle città.
Lo stesso Istat, nel suo rapporto sull'Ambiente urbano 2023, segnala infatti la crescita delle aree di forestazione urbana proprio in relazione alla necessità di mitigare l'isola di calore: nel 2023 queste aree sono aumentate del 6,7% rispetto all'anno precedente.
Gli alberi possono intervenire sul microclima in diversi modi. La chioma intercetta la radiazione solare e crea ombra, mentre attraverso l'evapotraspirazione le piante contribuiscono allo scambio di calore e quindi al raffrescamento dell'ambiente circostante. Il beneficio, naturalmente, dipende anche dalla posizione, dalle dimensioni delle alberature, dalla specie e dalla disponibilità di acqua.
Per questo 12,41 alberi ogni 100 abitanti non significa automaticamente che Macerata sia una città più calda di altre, così come 117,44 alberi ogni 100 abitanti non rendono automaticamente Modena una città fresca. Il dato Istat fotografa infatti una componente specifica del verde urbano e mette in rapporto gli alberi censiti con la popolazione residente.
Ma proprio il confronto tra i numeri e le temperature apre una riflessione. Macerata è ultima tra le città marchigiane presenti nella rilevazione per numero di alberi e, nello stesso tempo, quest'estate è stata ripetutamente interessata da condizioni di caldo intenso. Una coincidenza che non dimostra un rapporto di causa-effetto, ma che pone una domanda concreta sulla capacità della città di mitigare il calore nei propri spazi urbani.
La distanza rispetto alle prime posizioni nazionali è del resto enorme. Modena guida la graduatoria con 117,44 alberi ogni 100 abitanti, seguita da Trieste con 113,66 e Cremona con 107,53. Mantova arriva a 94,2, Brescia a 86,85 e Cosenza a 70,64. In fondo alla classifica si trovano invece Napoli, con 4,38 alberi ogni 100 abitanti, e Siracusa, ultima con 2,49.
Il confronto, però, va letto con cautela. Il numero di alberi per abitante non coincide con la quantità complessiva di verde di una città e non dice dove siano collocate le alberature, quanto siano estese le loro chiome o quanto siano accessibili ai cittadini. È un indicatore utile per confrontare la dotazione arborea, ma non esaurisce la fotografia del verde urbano.
Perché se il caldo estremo è destinato a diventare una delle sfide delle città dei prossimi anni, la domanda non è soltanto quanto alte potranno diventare le temperature. È anche quanto le città saranno attrezzate per renderle più sopportabili. E, tra le possibili risposte, gli alberi sono una delle infrastrutture naturali che l'Istat stessa indica come strumenti per la mitigazione dell'isola di calore.
I dati sugli alberi provengono dall'indagine Istat “Dati ambientali nelle città – Ambiente urbano, anno 2023”, riferita ai 109 Comuni capoluogo di provincia o città metropolitana. L'Istat ha pubblicato il rapporto l'8 luglio 2025.