di Silvia Ardini

Quando Figaro racconta il presente: Daniele Menghini e il suo Barbiere di Siviglia (VIDEO)

Quando Figaro racconta il presente: Daniele Menghini e il suo Barbiere di Siviglia (VIDEO)

Attento alle pieghe meno evidenti dei grandi classici, curioso nel mettere in dialogo passato e presente, capace di guardare alla tradizione senza lasciarla immobile: sono caratteristiche che raccontano il lavoro di Daniele Menghini e che trovano piena espressione nel suo Barbiere di Siviglia, lo spettacolo nato allo Sferisterio di Macerata e oggi nuovamente protagonista del cartellone del Macerata Opera Festival. Per Menghini confrontarsi con un’opera così conosciuta significa soprattutto provare a scoprire cosa si nasconde dietro ciò che tutti credono di conoscere già. Il Barbiere è la commedia brillante per eccellenza, l’opera degli equivoci, delle risate e dell’energia travolgente di Rossini, ma sotto quella leggerezza custodisce anche una dimensione più inquieta, fatta di ambizioni, apparenze e giochi di potere. È proprio da questa doppia anima che nasce la lettura del regista. Lo spettacolo torna sul palco che lo ha visto nascere, in uno spazio che ha rappresentato fin dall’inizio una sfida e un’opportunità. Perché portare il Barbiere di Siviglia allo Sferisterio significa confrontarsi con un’opera pensata come un piccolo meccanismo teatrale e con un palcoscenico dalla dimensione monumentale. La domanda da cui Menghini è partito è quindi semplice solo in apparenza: come dare a questa musica e a questi personaggi il respiro necessario per abitare un luogo così ampio? La risposta è stata cercare una nuova energia, avvicinando il mondo di Siviglia a quello di un grande concerto rock. Una scelta che trova la sua chiave proprio in Figaro. Il celebre barbiere rossiniano, nella visione di Menghini, non è soltanto il factotum brillante che muove gli ingranaggi della storia, ma un uomo che ha costruito il proprio successo trasformandosi in un personaggio pubblico. «Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono»: nelle sue parole c’è già il ritratto di una star, di qualcuno che dal piccolo salone di provincia è arrivato sotto i riflettori. Ma dietro il sorriso di Figaro e la comicità dell’opera emerge anche un lato più oscuro. È questo uno degli aspetti che più interessa il regista: ricordare che Rossini non racconta soltanto il divertimento, ma anche una società dove la reputazione può essere manipolata, dove la voce collettiva può diventare strumento di potere e dove l’immagine spesso conta più della realtà. La calunnia di Don Basilio, il meccanismo della diffusione delle voci, l’opportunismo dei personaggi sono elementi che sembrano parlare direttamente al presente. Un mondo fatto di visibilità e consenso che rende il Barbiere sorprendentemente contemporaneo, quasi come se Rossini avesse intuito alcune dinamiche della società dello spettacolo di oggi. Nel lavoro di Menghini, però, la contemporaneità non arriva mai dall’esterno: nasce dalla musica stessa. «Il primo regista dell’opera è il compositore», racconta, perché è nella partitura che sono già contenuti il movimento, i colori e il respiro dei personaggi. Il compito del regista è ascoltare quella materia e accompagnarla verso una nuova vita scenica. Poi arriva l’incontro con gli interpreti, con la loro sensibilità e la loro unicità. Perché ogni personaggio cambia ogni volta che incontra un nuovo artista: Figaro rimane Figaro, ma non è mai esattamente lo stesso. È in questo spazio tra ciò che è scritto e ciò che può ancora nascere che prende forma il lavoro della regia. Scene, costumi, luci e movimenti costruiscono lentamente lo spettacolo, fino al momento in cui arriva l’orchestra. È allora che, per Menghini, tutto finalmente prende vita: ciò che fino a quel momento era un’idea, un progetto, una pagina studiata, diventa un organismo vivo capace di respirare insieme agli interpreti e al pubblico. A chi conosce già il Barbiere di Siviglia, il regista chiede di arrivare senza aspettative troppo definite, lasciando spazio alla sorpresa. A chi invece non ha mai incontrato l’opera, propone di lasciarsi accompagnare dentro un mondo fatto di musica, teatro e meraviglia. Perché, anche dopo quasi due secoli, Figaro ha ancora qualcosa da raccontare. E forse è proprio questa la forza del lavoro di Menghini: ricordare che dietro la risata più brillante può nascondersi una domanda ancora attuale, quella su quanto il mondo che Rossini raccontava assomigli ancora al nostro.

18/07/2026 17:00
Un deserto di pietra, un coro di popoli: il Nabucco inaugura il MOF 2026

Un deserto di pietra, un coro di popoli: il Nabucco inaugura il MOF 2026

Lo si sente prima ancora che lo si guardi. Scricchiola, vibra, rimbomba sotto i passi di un popolo in fuga, sotto la rabbia di una regina mancata, sotto il peso di un re che si crede Dio e finisce per inginocchiarsi davanti alla propria fragilità. In questo Nabucco che inaugura il Macerata Opera Festival, il protagonista inatteso è proprio il palcoscenico dello Sferisterio: una superficie immensa che gli interpreti percorrono senza tregua, trasformandola in materia viva, capace di raccontare quanto le voci. È un Nabucco a tutto palco. E non potrebbe essere altrimenti. La regia di Paul-Émile Fourny sceglie la monumentalità, ma è la scenografia di Benito Leonori a darle corpo. Una gigantesca architettura di pietra, una sorta di Stonehenge contemporanea, domina la scena e cambia continuamente funzione: tempio, rovina, trono, prigione. Poi si frantuma, si apre, si ricompone, fino al lampo che conclude il secondo atto. È forse il momento in cui l'intero impianto scenico raggiunge la sua massima efficacia: la luce squarcia il cielo, la struttura cede, la distruzione diventa racconto e lo stupore nasce naturalmente dalla perfetta alleanza tra musica, spazio e teatro.  Ma questa monumentalità non cerca l'opulenza del Nabucco tradizionale: non ci sono palazzi scintillanti né un Oriente da cartolina. La vicenda si colloca in un paesaggio arido, duro, quasi post-apocalittico, un deserto di pietra dove non esistono più regni, ma soltanto sopravvissuti. Babilonesi ed ebrei, apparentemente nemici, condividono la stessa condizione: sono popoli reduci, privati delle proprie certezze e alla ricerca di un'identità perduta. In questo spazio spoglio la vicenda di Verdi acquista una dimensione più universale: la guerra non è soltanto lo scontro tra due popoli, ma il racconto di uomini che hanno perso tutto. A completare questo universo visivo sono i costumi disegnati da Giovanna Fiorentini, che accompagnano la narrazione senza mai diventare decorazione. Il contrasto tra i popoli emerge anche dagli abiti: la durezza dei babilonesi vestiti di pelli dalle strutture rigide e dai volumi aggressivi, si contrappone agli ebrei avvolti in tessuti leggeri e dai colori della terra. Particolarmente riuscito il mantello-gilet indossato da Abigaille nel momento della conquista del potere, richiamo della giacca portata da Nabucco nel primo atto, che racconta, senza bisogno di parole, il furto del trono al padre. Più altalenante, invece, il dialogo con le videoproiezioni. Quando accompagnano la drammaturgia, amplificandone il significato, funzionano magistralmente: è il caso del crollo finale del secondo atto o del Va', pensiero, dove il mare che accoglie il popolo ebraico si fonde con il cielo dello Sferisterio, cancellando il confine tra palcoscenico e orizzonte. L'immagine è semplice, poetica, necessaria. Meno persuasive risultano altre scelte: la cavalcata dei soldati all'ingresso di Nabucco, le fiamme che insistono sulla distruzione o il mare in tempesta che avvolge Zaccaria e il coro nel terzo atto. L'impatto visivo è innegabile, ma in questi momenti la tecnologia sembra raccontare ciò che il teatro aveva già saputo esprimere da solo. Lo Sferisterio non ha bisogno di diventare uno schermo monumentale: possiede già la forza della pietra, della prospettiva e di centinaia di corpi in movimento. È l'unico appunto che si può muovere a un allestimento di grande intelligenza visiva: quando tutto cerca di stupire, lo stupore rischia di perdere parte della sua forza. Chi non ha avuto bisogno di alcun artificio per conquistare il pubblico è stata Anastasia Bartoli, che ha dato corpo alla sua Abigaille sotto lo sguardo attento della madre Cecilia Gasdia, presente in platea. Se l'attesa della serata inaugurale era tutta per il suo debutto all'aperto, Bartoli non ha deluso. Non sorprende, perché il valore della sua interpretazione era già noto. Ma incanta. La sua Abigaille non è soltanto la donna feroce e assetata di potere consegnata da Verdi alla storia dell'opera: Bartoli ne scava le crepe, mostrando una figura sospesa tra rabbia e dolore, forza e fragilità. In "Ben io t'invenni... Anch'io dischiuso un giorno" la voce si fa intima e malinconica, lasciando emergere la solitudine di un personaggio che dietro la sete di vendetta nasconde un disperato bisogno di riconoscimento. Il culmine arriva in "Su me... morente", dove la sua voce danza con il corno inglese in un dialogo struggente: due linee sonore che si intrecciano fino a fondersi in un unico respiro di dolore. È un momento di grande sincerità interpretativa, in cui ogni frase sembra consumarsi insieme al personaggio. Il teatro si fa silenzio, prima ancora che applauso. Brividi, autentici. Tra gli uomini emerge con autorevolezza lo Zaccaria di Alberto Comes. La voce corre con facilità nello spazio aperto dello Sferisterio, mantenendo sempre compattezza timbrica e autorevolezza. Le arie e le cabalette sono affrontate con sicurezza, ma è soprattutto la presenza scenica a convincere. Dialoga con il coro senza esserne mai travolto, imponendosi come il riferimento maschile dell'intera produzione. Nel ruolo del protagonista Ariun Ganbaatar costruisce un Nabucco dalla forte presenza scenica, una figura che trova nello spazio dello Sferisterio il luogo ideale per esprimere la propria imponenza. La voce possiede ampiezza e corpo, con un colore naturalmente adatto al repertorio verdiano e una proiezione capace di attraversare l'intera arena. Qualche asperità non compromette un'interpretazione che cresce con il personaggio: è infatti nel momento della caduta, quando il re si confronta con la propria fragilità, che arriva la parte più convincente della sua prova. In Dio di Giuda emerge tutta la sua potenza drammatica: il conflitto interiore di Nabucco trova finalmente una voce piena, intensa, capace di restituire il peso della colpa e dello smarrimento. È un momento in cui il personaggio abbandona la dimensione del conquistatore per diventare un uomo spezzato, e Ganbaatar riesce a dare concretezza a questa trasformazione. Accanto ai protagonisti, Alessandro Scotto Di Luzio tratteggia un Ismaele dalla buona presenza scenica, mentre Laura Verrecchia offre una Fenena raccolta e delicata, interpreti che contribuiscono all'equilibrio dell'insieme. A dare ulteriore forza a questo impianto è la direzione di Fabrizio Maria Carminati, capace di guidare la partitura verdiana con equilibrio e slancio. L'orchestra cresce, esplode e si ritrae con naturalezza, sfruttando lo spazio dello Sferisterio senza mai perdere il controllo del dettaglio, trasformandolo in una vera cassa di risonanza emotiva. Accanto a lui, il Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini" è un corpo vivo della tragedia: non soltanto una massa sonora, ma un popolo che occupa il palco, lo attraversa e lo modifica. Nei grandi affreschi corali e soprattutto nel Va', pensiero, la compattezza, la dinamica e la forza espressiva del coro restituiscono tutta la potenza collettiva della pagina verdiana. Alla fine resta proprio questa immagine: un teatro che non è più soltanto un luogo, ma un organismo vivo. La pietra dello Sferisterio ha vibrato sotto i passi degli interpreti, sotto il peso della storia raccontata da Verdi, sotto una musica che ancora oggi riesce a trasformare una vicenda antica in emozione presente. Questo Nabucco convince non perché sia perfetto. Qualche effetto scenico poteva essere risparmiato, qualche immagine lasciata alla fantasia dello spettatore. Ma perché riesce a ricordare che il teatro, prima di essere tecnologia, è spazio, pietra, corpi e voci. E quando questi elementi trovano il loro equilibrio, come accade in questa inaugurazione del Macerata Opera Festival, il resto diventa semplicemente contorno.  

18/07/2026 11:30
Giovanna Fiorentini, vestire il Nabucco tra guerra, memoria e umanità al Macerata Opera Festival

Giovanna Fiorentini, vestire il Nabucco tra guerra, memoria e umanità al Macerata Opera Festival

Circondata dai costumi che prenderanno vita sul palcoscenico dello Sferisterio, la costumista Giovanna Fiorentini racconta il lungo viaggio creativo che si nasconde dietro ogni abito di scena. Un percorso fatto di studio, ricerca, confronto e trasformazione, che porterà il pubblico del Macerata Opera Festival dentro un Nabucco sospeso tra passato e presente, tra deserto e memoria, tra conflitto e possibilità di dialogo. «È sempre una bella emozione quando vedi trasformati in realtà quelli che erano i tuoi sogni», racconta Fiorentini davanti ai costumi appena realizzati. Disegni che inizialmente esistono solo sulla carta, immagini bidimensionali che lentamente diventano materia, tessuto, colore e infine personaggi. Per una costumista, infatti, l’abito non è mai soltanto un elemento estetico, ma uno strumento narrativo capace di raccontare una storia prima ancora che siano le parole e la musica a farlo. Il lavoro nasce dal confronto con il regista: «Si parte dallo studio dell’opera, del libretto, dall’ascolto della musica e dal dialogo con tutto il team creativo per capire che cosa vogliamo raccontare e come vogliamo raccontarlo». Prima ancora del disegno arriva quindi la ricerca, una fase lunga e fondamentale fatta di documentazione iconografica, suggestioni, immagini e riferimenti culturali. È il momento in cui si costruiscono le radici del progetto, si definisce una direzione e si inizia a dare forma all’universo nel quale i personaggi si muoveranno. Il figurino diventa così un vero e proprio racconto visivo: deve permettere al regista di immaginare i personaggi e, allo stesso tempo, fornire alla sartoria tutte le indicazioni necessarie per trasformare il progetto in realtà. Colori, materiali, proporzioni e dettagli contribuiscono alla costruzione psicologica dei protagonisti, perché il costume non veste semplicemente un corpo, ma definisce un’identità. Per questo Nabucco nasce da una scelta precisa: non raccontare soltanto lo scontro storico tra babilonesi ed ebrei, ma una dimensione più universale, quella dell’incomunicabilità tra popoli e della difficoltà di trovare un punto d’incontro. «La volontà è stata quella di non raccontare due popoli specifici, ma due realtà che sembrano non trovare una comunicazione possibile», spiega Fiorentini. Il punto di partenza visivo è il deserto, elemento centrale della scenografia: uno spazio sospeso, quasi fuori dal tempo, che diventa simbolo di ciò che resta dopo il conflitto. L’ispirazione arriva anche dal linguaggio cinematografico, in particolare da un’estetica vicina al mondo post-apocalittico di Mad Max: uomini e donne ridotti a sopravvissuti, reduci di una storia di distruzione, costretti a confrontarsi con ciò che rimane. Anche la scelta cromatica segue questa lettura. Il popolo ebraico viene rappresentato attraverso tonalità più chiare, dai bianchi ai beige, colori vicini alla sabbia del deserto; il mondo babilonese invece si muove tra nero, bordeaux e materiali più duri come pelle e cuoio, elementi che richiamano la dimensione militare e guerriera. Una distinzione visiva che aiuta lo spettatore a orientarsi all’interno della grande scena dello Sferisterio, dove le masse corali assumono un ruolo fondamentale. «È importante che i codici siano chiari, perché il pubblico non sia confuso ma venga aiutato nella comprensione», racconta la costumista. In uno spazio così ampio, infatti, il costume diventa anche uno strumento per rendere immediatamente riconoscibili gruppi e personaggi, soprattutto in un’opera come Nabucco, dove i cori hanno una forza drammatica e visiva enorme. All’interno di questa cornice collettiva emergono però le figure individuali dei protagonisti. Il Nabucco di Fiorentini è un guerriero, definito da un cappotto rosso che richiama il sangue, la passione e la violenza del potere. Lo stesso elemento cromatico ritorna nel manto di Abigaille, personaggio complesso che non viene raccontato come semplice antagonista, ma attraverso la sua fragilità e il suo bisogno di riconoscimento. «La nostra volontà non è stata quella di condannare Abigaille, ma quasi di comprenderla umanamente», spiega Fiorentini, sottolineando il dolore di una donna segnata dal rifiuto e dal desiderio di amore. Diverso è invece il percorso di Fenena, figura di equilibrio e di mediazione tra due mondi opposti. Anche il suo costume richiama il mondo babilonese attraverso l’uso della pelle e del cuoio, ma declinati in tonalità più morbide e delicate, capaci di riflettere il suo ruolo di ponte tra le due realtà. Tra gli elementi più simbolici dello spettacolo c’è il grande manto finale di Nabucco. Nato inizialmente come una sorta di bandiera, un’immagine capace di raccontare il sangue versato dai popoli, trova poi una nuova forma attraverso l’utilizzo di un materiale proveniente dall’ambito militare: un telo utilizzato per i lanci dagli elicotteri. Da oggetto legato alla guerra si trasforma così in un simbolo di possibile riconciliazione, accompagnando il momento della conversione del protagonista. La realizzazione dei costumi porta con sé anche un forte legame con il territorio. Una parte importante del lavoro è stata affidata alla sartoria interna dello Sferisterio, coinvolgendo le maestranze locali, mentre altri elementi sono stati prodotti da laboratori della zona. Anche i materiali, soprattutto quelli legati alla pelletteria, arrivano in buona parte dal territorio marchigiano, creando un progetto che coinvolge diverse professionalità e competenze. A poche ore dalla prima, il lavoro non è ancora completamente concluso: piccoli interventi, ritocchi e nuove patine vengono applicati per restituire ai costumi quell’aspetto vissuto e segnato dalla storia che il progetto richiede. Perché nel Nabucco di Giovanna Fiorentini ogni abito porta con sé una traccia: quella di una guerra, di un viaggio, di una memoria. E sotto il cielo dello Sferisterio, dove le voci del coro si intrecciano alla potenza della musica verdiana, anche i costumi diventano parte di un racconto più grande: non soltanto la storia di due popoli contrapposti, ma quella, ancora attuale, di esseri umani alla ricerca di un dialogo possibile.  

17/07/2026 16:30
Marco Vinco, il direttore artistico con l’anima del cantante: la sfida del Macerata Opera Festival

Marco Vinco, il direttore artistico con l’anima del cantante: la sfida del Macerata Opera Festival

Cantante, interprete, direttore artistico. Tre definizioni che raccontano altrettante fasi della vita di Marco Vinco, ma che in realtà appartengono a un unico percorso: quello di un uomo cresciuto dentro l’opera e arrivato oggi dall’altra parte del sipario, a immaginare e costruire gli spettacoli che prendono vita sul palco dello Sferisterio. Veronese, Vinco nasce in una famiglia in cui la lirica non è soltanto una professione, ma un linguaggio quotidiano. Lo zio Ivo Vinco e la zia Fiorenza Cossotto, due protagonisti assoluti dell’opera internazionale, sono presenze che segnano il suo rapporto con il canto fin dall’infanzia. Eppure il suo ingresso nel mondo della lirica non segue un percorso già scritto: arriva quasi per caso, da ragazzo, quando cerca un modo per proteggere la voce mentre canta rock con gli amici. Quello che doveva essere soltanto un aiuto tecnico si trasforma in una scoperta. Dietro quella voce c’è una possibilità inattesa, un mondo nuovo da esplorare. Da lì nasce una carriera durata vent’anni sui grandi palcoscenici, fino alla scelta di cambiare prospettiva: lasciare il centro della scena per dedicarsi alla costruzione artistica, passando dall’interpretazione alla visione. Una trasformazione che non è una rottura, ma una naturale evoluzione. Perché oggi, nel ruolo di direttore artistico del Macerata Opera Festival, Vinco porta con sé proprio lo sguardo di chi l’opera l’ha vissuta in prima persona: conosce la fatica, la responsabilità e la magia che si nascondono dietro una voce. Alla guida del MOF si trova davanti a uno dei luoghi più suggestivi della lirica italiana: lo Sferisterio, un teatro unico nel suo genere, capace di unire la forza della storia alla spettacolarità di uno spazio all’aperto.Costruire una stagione qui significa muoversi tra tradizione e futuro, tra titoli che appartengono alla memoria collettiva e nuove possibilità di racconto. Ma nel modo di intendere la direzione artistica di Vinco c’è un elemento che occupa un posto centrale: le voci. Il suo passato da cantante influenza inevitabilmente la ricerca degli interpreti, perché un artista non è soltanto tecnica, ma capacità di dare anima a un personaggio e creare un legame con chi ascolta. Per questo, nella sua idea di festival, accanto ai grandi interpreti internazionali trovano spazio anche giovani talenti chiamati a confrontarsi con un palcoscenico complesso e prestigioso come quello dello Sferisterio. Una scelta che è anche una scommessa: dare fiducia alle nuove generazioni significa accettare il rischio, ma anche contribuire alla nascita degli artisti di domani. La stessa attenzione verso il futuro riguarda il pubblico. Una delle sfide più importanti della lirica contemporanea è riuscire a riaprire un dialogo con le nuove generazioni, mostrando loro che l’opera non è un linguaggio lontano o appartenente soltanto al passato. Per Marco Vinco la strada non è quella di modificare l’opera per renderla più semplice o più vicina alle mode del momento, ma di permettere alle persone di incontrarla nella sua autenticità. La sua forza, infatti, sta proprio nella capacità di attraversare il tempo e continuare a parlare attraverso emozioni universali: l’amore, il dolore, la passione, il conflitto. Il percorso di Marco Vinco, dalla scena alla direzione artistica, sembra quindi seguire un filo preciso: creare connessioni. Tra passato e presente, tra grandi nomi e nuove voci, tra il palcoscenico e il pubblico. È questa la sfida del Macerata Opera Festival: custodire una storia importante senza trasformarla in memoria immobile, ma restituirle energia e futuro, sotto il cielo dello Sferisterio.

16/07/2026 19:50
Dieci anni dopo il sisma, Sarnano riapre la sua caserma dei Carabinieri: “Un simbolo di rinascita” (VIDEO e FOTO)

Dieci anni dopo il sisma, Sarnano riapre la sua caserma dei Carabinieri: “Un simbolo di rinascita” (VIDEO e FOTO)

Un presidio dello Stato che torna pienamente operativo e un simbolo concreto della rinascita delle aree interne. È stata inaugurata ufficialmente la nuova caserma dei Carabinieri con sede a Sarnano, ricostruita dopo i danni provocati dal sisma del 2016 e restituita all’Arma e alla comunità al termine di un percorso che ha accompagnato il territorio negli anni della ricostruzione. La caserma rappresenta un presidio strategico non solo per il territorio comunale, ma per un comprensorio più ampio: i Carabinieri operano infatti anche a supporto del Comune di Gualdo e garantiscono il controllo di un tratto della Strada Statale 78 Picena, importante collegamento dell’entroterra maceratese. Un punto di riferimento fondamentale per un’area che richiama residenti, turisti ed escursionisti durante tutto l’anno. Il sindaco di Sarnano Fabio Fantegrossi ha sottolineato proprio questo aspetto, evidenziando come una caserma sia fatta prima di tutto di persone e dei rapporti che riescono a costruire con il territorio. Dopo il sisma, ha ricordato, la comunità ha continuato a contare sulla presenza dei Carabinieri, in un percorso complesso che oggi restituisce però anche un’immagine positiva: quella di un paese che continua a vivere e a guardare avanti. «Siamo un paese in cantiere, con qualche cerotto che racconta le ferite, ma anche la vita che continua con determinazione e orgoglio», ha spiegato il primo cittadino, invitando a guardare a Sarnano non soltanto come a un territorio colpito dal sisma, ma come a un luogo vivo, da frequentare e abitare. Nel corso dell’inaugurazione è stato ribadito più volte il ruolo dell’Arma come punto di riferimento per la sicurezza e per la vicinanza alla popolazione. Il comandante provinciale dei Carabinieri di Macerata, il colonnello Raffaele Ruocco, ha evidenziato come la riapertura della sede rappresenti un ulteriore segnale della vitalità di questi territori e ha ringraziato la proprietà privata dell’immobile per la disponibilità dimostrata e i Carabinieri Forestali per aver condiviso gli spazi durante il periodo necessario alla ricostruzione. «La caserma è un luogo dove ogni giorno si intrecciano storie diverse, dalle situazioni più difficili ai momenti in cui la presenza dei militari diventa sostegno e conforto per i cittadini». Un ringraziamento particolare è arrivato anche dal presidente della Provincia di Macerata Alessandro Gentilucci, che ha voluto ricordare il ruolo svolto dai Carabinieri nei giorni immediatamente successivi al terremoto, quando «hanno rappresentato un punto fermo per una popolazione profondamente colpita». Per Gentilucci quella di oggi non è stata una semplice inaugurazione, ma la celebrazione della rinascita di una comunità che ha scelto di restare nelle aree interne nonostante le difficoltà, con la consapevolezza che lo Stato continua a essere presente e vicino. Il commissario straordinario alla ricostruzione Guido Castelli ha sottolineato come la ricostruzione non sia soltanto una questione di edifici e infrastrutture, ma anche di cura delle comunità. «La nuova caserma rappresenta un ulteriore tassello in questo percorso perché garantisce sicurezza e rafforza la presenza dello Stato nei territori colpiti dal sisma». Castelli ha parlato di una ricostruzione possibile solo grazie al lavoro di squadra tra istituzioni, amministrazioni e cittadini, ricordando che «se vuoi arrivare lontano lo fai insieme agli altri». Sulla stessa linea il comandante della Legione Carabinieri Marche, generale Nicola Conforti, che ha richiamato il valore della collaborazione concreta tra istituzioni e territorio. «La sinergia non può rimanere soltanto un principio scritto nei protocolli, ma deve tradursi in rapporti quotidiani e nella fiducia che i Carabinieri riescono a costruire con le comunità. Le caserme sono contemporaneamente la casa dei Carabinieri e la casa dei cittadini: luoghi dove rigore e comprensione devono convivere, perché anche questo significa svolgere il servizio nell’Arma». Durante la giornata è intervenuto anche il sindaco di Gualdo Giovanni Zavaglini, che ha voluto ricordare con commozione il luogotenente Gaetano Esposito, protagonista in prima persona della fase più difficile vissuta dal territorio dopo il terremoto. Zavaglini ne ha evidenziato il grande sacrificio, l’impegno costante e la dedizione dimostrata nel sostenere la comunità in un periodo segnato dall’emergenza. La nuova caserma di Sarnano diventa così un simbolo della ricostruzione che procede: non solo un’opera restituita alla sua funzione, ma un presidio che rafforza il rapporto tra cittadini e istituzioni, confermando la presenza dello Stato in un territorio che continua a costruire il proprio futuro.    

16/07/2026 17:00
Dal bancone alla tv: da Otto Seaside Bruno Vanzan racconta il suo viaggio nel mondo della mixology (FOTO e VIDEO)

Dal bancone alla tv: da Otto Seaside Bruno Vanzan racconta il suo viaggio nel mondo della mixology (FOTO e VIDEO)

Per il secondo anno consecutivo Bruno Vanzan ha fatto tappa da Otto Seaside, dove è stato protagonista di una serata dedicata alla mixology. Per l'occasione il bartender, tra i più noti del panorama italiano, ha firmato una drink list pensata esclusivamente per l'evento, proponendo una selezione di grandi classici reinterpretati in chiave contemporanea. «Abbiamo voluto creare dei twist on classic, cocktail che partono dalla tradizione ma con un approccio moderno, in grado di incontrare i gusti di un pubblico molto ampio», racconta Vanzan, soddisfatto di tornare in un locale che lo scorso anno aveva già accolto con entusiasmo. Oggi il suo nome è legato al mondo della miscelazione, della televisione e della divulgazione, ma il suo percorso è iniziato in modo molto diverso. Dietro il successo, infatti, non c'è stata una folgorazione improvvisa, bensì la voglia di costruirsi un futuro. «Ho iniziato a lavorare a 16 anni perché avevo bisogno di guadagnare i primi soldi. Poi, con il tempo, mi sono reso conto che questo poteva diventare molto più di un semplice lavoro». Da quel momento è nata la volontà di crescere professionalmente, spinta da un carattere che lui stesso definisce orientato a dare sempre il massimo.  Quella determinazione lo ha portato negli anni a diventare uno dei primi bartender italiani a portare la cultura della mixology in televisione. Un percorso iniziato quando, racconta, il mondo del beverage aveva ancora pochissimo spazio sul piccolo schermo. Mentre i programmi di cucina conquistavano il pubblico, lui sceglieva di raccontare il lavoro dietro al bancone, anticipando una tendenza che oggi è diventata sempre più diffusa. A guidarlo, però, non sono soltanto l'ambizione e la ricerca dell'eccellenza. Vanzan indica alcuni valori che considera imprescindibili: energia, passione, determinazione e, soprattutto, il rispetto per un mestiere che, come lui stesso sottolinea, gli ha cambiato la vita. Accanto al lavoro, un posto centrale è occupato anche dalla famiglia, punto di riferimento del suo percorso personale e professionale. E se dovesse raccontarsi attraverso un cocktail, la scelta ricade su un grande classico: il gin tonic. Non una ricetta spettacolare o ricca di effetti scenici, ma un drink apparentemente semplice che, proprio come la professione del bartender, richiede tecnica, equilibrio e attenzione ai dettagli per essere eseguito davvero a regola d'arte.

12/07/2026 13:50
Anastasia Bartoli, Abigaille tra dramma e redenzione al Macerata Opera Festival (FOTO e VIDEO)

Anastasia Bartoli, Abigaille tra dramma e redenzione al Macerata Opera Festival (FOTO e VIDEO)

Non convenzionale, rock, moderna, aggettivi che descrivono pienamente la soprano Anastasia Bartoli, ma che possono essere accostati senza nessuna forzatura, anche al personaggio di cui vestirà i panni allo Sferisterio di Macerata: l’Abigaille del Nabucco di Giuseppe Verdi, che verrà messo in scena per il Macerata Opera Festival a partire dal 17 luglio. Anastasia Bartoli è per la prima volta a Macerata e, ciò che ci racconta in un caldo pomeriggio estivo, è il primo impatto con la città e con lo Sferisterio. Teatro atipico, molto ampio e soprattutto all’aperto. Infatti se per Anastasia Bartoli questa non sarà la prima volta in cui interpreterà Abigaille, sarà invece la prima occasione di cantare in un teatro all’aperto. Di certo non è spaventata ma «rinvigorita», «accolta» e coccolata dall’«acustica meravigliosamente generosa» che offre lo Sferisterio. Ci racconta della sua "vita precedente" in cui praticava paracadutismo acrobatico, e di quel «click» che le ha fatto desiderare di diventare una cantante, di tornare al canto che per lei «è sempre stata la prima parola, la prima attività». Scelta rischiosa, anche se poteva apparire naturale essendo lei cresciuta nella musica lirica sin da dentro il ventre materno, quello della celebre soprano Cecilia Gasdia che non è stata solo madre, ma anche insegnante. La verve «metallara», alternativa che la caratterizza come persona, non viene dimenticata quando sale sul palco, anzi, viene utilizzata come motore per donare ai personaggi il meglio di sé; quelle donne (Abigaille in questo caso, ma anche l’Ermione o la Zelmira Rossiniane), che spesso vengono inquadrate in personaggi monodimensionali, ma che nascondono sfaccettature complesse e squisitamente moderne. L’Abigaille della Bartoli non sarà sicuramente solo la cattiva Abigaille: «perché sembra la cattivona di turno ma fondamentalmente si incattivisce, perché lei vuole solo una cosa, l'amore»; ci regalerà la sofferenza, il desiderio d’amore e la dignità di un’antagonista femminile che è tra le più complesse (vocalmente e interpretativamente) del panorama verdiano. E quale ambientazione migliore per un’opera, il Nabucco, se non lo Sferisterio? Un’opera caratterizzata da monumentali scene corali (basti pensare al celeberrimo Va’ pensiero) e epicità del dramma sia personale che storico, che, come ci anticipa la Bartoli, sarà fuso sapientemente alla tipologia dei costumi (a cura di Giovanna Fiorentini) e alle scenografie (a cura di Benito Leonori) in questo insieme studiato perfettamente sotto la direzione della regia di Paul-Émile Fourny. Per chi non ha mai avuto l’occasione di lasciarsi avvolgere da un’opera lirica, il Macerata Opera Festival sembra disegnare un invito difficile da ignorare. Questo Nabucco si annuncia come un’esperienza capace di unire spettacolo e suggestione, affidata a un cast che vede accanto ad Anastasia Bartoli il giovane baritono rivelazione di quest’anno Ariun Ganbaatar nel ruolo del titolo, Laura Verrecchia nei panni di Fenena, Alessandro Scotto di Luzio come Ismaele e il basso Alberto Comes, al debutto nel ruolo di Zaccaria.  E sarà proprio Anastasia Bartoli, con la sua Abigaille intensa, moderna e profondamente umana, a rappresentarne una delle interpretazioni più attese. Voci e presenze che, sotto il cielo dello Sferisterio, promettono di accendere la scena e di restituire, in tutta la sua potenza, il respiro epico e insieme intimo del capolavoro verdiano.

12/07/2026 10:30
Sanità nelle Marche, la 'pagella' del Ministero: prevenzione area critica, performance ospedaliere in calo

Sanità nelle Marche, la 'pagella' del Ministero: prevenzione area critica, performance ospedaliere in calo

Sono state anticipate dal Sole 24 Ore le nuove "pagelle" del Ministero della Salute sulla qualità della sanità regionale italiana. Il monitoraggio riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), cioè l’insieme delle cure e dei servizi che il Servizio sanitario nazionale deve garantire gratuitamente ai cittadini. La valutazione prende in esame diversi aspetti, dalla prevenzione alle cure ospedaliere fino all’assistenza sul territorio, attraverso i dati del 2024 elaborati dal Nuovo Sistema di Garanzia (NSG). Per le Marche il quadro che emerge è fatto di luci e ombre. La Regione non rientra tra quelle insufficienti, ma viene indicata tra le realtà che presentano ancora criticità, soprattutto nel settore della prevenzione. In questo ambito, insieme a Campania e Calabria, le Marche non hanno registrato miglioramenti significativi, evidenziando la necessità di rafforzare attività fondamentali come vaccinazioni e programmi di screening. Un altro elemento di attenzione riguarda l’area ospedaliera. Le Marche sono infatti tra le tredici Regioni che hanno registrato un peggioramento delle performance negli ospedali. Un dato che si inserisce in un contesto nazionale segnato dalla carenza di medici specialisti, in particolare nei settori più delicati come pronto soccorso, anestesia e radiologia, e dalla riduzione dei posti letto avvenuta negli ultimi anni. A livello generale, la fotografia del Ministero mostra comunque un miglioramento della sanità italiana: le Regioni insufficienti passano da otto a tre, con la soglia di adeguatezza fissata a 60 punti su 100. Ai primi posti della classifica si trovano Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, mentre in fondo restano soprattutto Regioni del Sud, con Calabria, Molise e Sicilia nelle posizioni più critiche. Il quadro conferma quindi una sanità italiana in evoluzione, ma ancora caratterizzata da differenze territoriali. Per le Marche la priorità resta il rafforzamento della prevenzione e il miglioramento della risposta ospedaliera, due settori fondamentali per garantire ai cittadini servizi sanitari sempre più efficaci.

10/07/2026 18:30
Future Campus Tolentino, si chiude l'edizione 2026: undici giorni tra imprese e formazione (VIDEO)

Future Campus Tolentino, si chiude l'edizione 2026: undici giorni tra imprese e formazione (VIDEO)

Si è concluso oggi il Future Campus Tolentino 2026, il progetto estivo di orientamento e formazione promosso da Confindustria Macerata insieme all’Associazione Paesaggio dell’Eccellenza, che ha coinvolto studenti delle scuole secondarie di secondo grado in un percorso di undici giornate tra aziende, università, laboratori ed esperienze sul campo. L’incontro finale è stato l’occasione per fare il punto sul lavoro svolto, sulle esperienze vissute e sulle competenze sviluppate dai ragazzi, che hanno potuto conoscere da vicino realtà produttive e professionali del territorio, lavorando su comunicazione, collaborazione, autonomia e problem solving. Il campus si è sviluppato attraverso un modello itinerante che ha portato i partecipanti in aziende, enti e luoghi simbolo della provincia di Macerata. Tra le tappe: Simonelli Group, Pasta di Camerino, Lube Academy, Poltrona Frau, l’Università di Camerino, la Distilleria Varnelli, il Teatro Politeama di Tolentino e le attività legate all’agricoltura sociale con SI.GI e ANFFAS. Un percorso fatto di visite aziendali, laboratori pratici e attività di gruppo, con l’obiettivo di aiutare i giovani a conoscere meglio il mondo del lavoro e a sviluppare maggiore consapevolezza sulle proprie capacità e sulle scelte future. A portare i saluti dell’amministrazione comunale di Belforte del Chienti è stato il consigliere Carlo Santini, che ha evidenziato il valore della collaborazione tra scuola e imprese: “La sinergia tra scuola e mondo del lavoro è fondamentale, così come la conoscenza del territorio e delle aziende”. Soddisfazione anche da parte di Maurizio Giuli di Simonelli Group, che ha ricordato il valore dell’esperienza vissuta con gli studenti: “Spero che sia stata un’esperienza utile e piacevole”. Sul fronte della formazione personale, Mirko Giardetti di Lube Academy ha rimarcato l’importanza di confrontarsi con realtà diverse: “Un’esperienza così vi permette di conoscere ciò che avete attorno e di capire anche cosa non vi piace, iniziando a fare scelte più consapevoli”. A chiudere gli interventi è stato il sindaco di Tolentino Mauro Sclavi, che ha invitato i ragazzi a mantenere uno spirito critico: “Prendete informazioni ovunque, ma poi pensate con la vostra testa”. Il Future Campus Tolentino 2026 si chiude così con un bilancio positivo, lasciando ai giovani partecipanti strumenti concreti per orientarsi nel proprio percorso futuro e una conoscenza più diretta delle opportunità offerte dal territorio.

10/07/2026 11:20
C'era una volta l'Italia che vinceva i Mondiali: 20 anni fa, l'indimenticabile estate 2006 (FOTOGALLERY)

C'era una volta l'Italia che vinceva i Mondiali: 20 anni fa, l'indimenticabile estate 2006 (FOTOGALLERY)

Ci sono notti che non appartengono soltanto allo sport, ma alla memoria di un Paese. Il 9 luglio 2006 è una di quelle. Vent'anni fa l'Italia conquistava il suo quarto titolo mondiale, battendo la Francia ai calci di rigore al termine di una finale entrata nella storia. Una vittoria che trasformò strade e piazze in un'unica, immensa festa. Riguardare oggi quelle immagini significa fare un viaggio in un'epoca che sembra lontanissima, vista anche la tripla esclusione consecutiva dai Mondiali della nostra Nazionale di calcio, tristemente spettatrice della rassegna in corso negli Usa, in Canada e in Messico. Nelle fotografie che vi proponiamo ci sono i volti sorridenti di chi si abbraccia senza conoscersi, bambini avvolti nel tricolore, cani "vestiti" a festa, famiglie intere scese in strada e automobili che oggi sembrano quasi reperti di un'altra epoca, sommerse da bandiere e cortei festanti. Scatti che raccontano non solo un trionfo sportivo, ma anche un modo diverso di vivere la città, condividere la gioia e sentirsi parte di una comunità. Il direttore Guido Picchio, allora come oggi, era tra la gente con la macchina fotografica. I suoi scatti immortalano i luoghi simbolo di Macerata invasi da migliaia di persone, tra cori, fumogeni, clacson e un entusiasmo che sembra uscire dalle fotografie anche a distanza di vent'anni. La galleria che proponiamo raccoglie le immagini di quei giorni indimenticabili: non solo la notte della finale del 9 luglio, ma anche l'esplosione di felicità dopo la semifinale vinta contro la Germania, quando la città aveva già iniziato a sognare. Un patrimonio di immagini che restituisce l'atmosfera di un'estate destinata a rimanere nella storia e nel cuore di un'intera generazione. Per la galleria fotografica completa scorri in fondo all'articolo, sotto la sezione pubblicitaria!  

09/07/2026 17:30
Cinema all'aperto, un'estate di film sotto le stelle: da Ussita a Civitanova, ecco tutte le rassegne in provincia

Cinema all'aperto, un'estate di film sotto le stelle: da Ussita a Civitanova, ecco tutte le rassegne in provincia

L'estate maceratese si guarda sul grande schermo, ma senza soffitto. Piazze, giardini, aree verdi e luoghi simbolo del territorio tornano a trasformarsi in sale cinematografiche all'aperto, offrendo un cartellone che attraversa generi, pubblici e paesaggi. Dai film d'autore alle grandi produzioni per famiglie, passando per il cinema horror, le rassegne estive confermano una formula capace ogni anno di richiamare residenti e turisti. Ad aprire la stagione è CROC – Una specie di cinema, in programma all'Area Caraceni di Ussita fino al 28 agosto. La rassegna propone undici appuntamenti con proiezioni alle 21.15, precedute da momenti di incontro e convivialità. Un progetto che negli anni è diventato uno dei punti di riferimento dell'estate nei Sibillini. A Civitanova Marche il grande schermo raddoppia. Allo Spazio Aperto Cecchetti torna Cinema sotto le stelle, con film per famiglie e grandi classici, mentre piazza Ramovecchi ospita Cinema in Piazzetta, quattro serate in programma ogni mercoledì di luglio alle 21.15. Tutte le proiezioni sono gratuite e accompagnano il calendario degli eventi estivi del centro cittadino. Dal 9 al 12 luglio Tolentino accende invece i riflettori sul Distesi Fear Fest, festival dedicato al cinema horror e fantastico organizzato dal Distesi Film Project. Quattro serate tra proiezioni e ospiti che richiamano appassionati del genere da tutta la regione. Lo stesso Distesi Film Project è promotore anche di Sasso d'Autore, in programma dal 30 luglio al 2 agosto al Sasso d'Italia di Macerata. Una rassegna dedicata al cinema d'autore che unisce la visione dei film alla suggestione di una delle location più caratteristiche della città. A chiudere il calendario è I Giovedì del Cinema in Piazza di San Severino Marche. Fino ai primi di agosto Piazza del Popolo si trasforma ogni settimana in una sala cinematografica all'aperto, con proiezioni gratuite alle 21.30 organizzate dal Comune e dal Cinema Teatro San Paolo. Cinque rassegne, cinque modi diversi di vivere il cinema, accomunati dalla voglia di trasformare le sere d'estate in un'esperienza condivisa. Perché, quando il sole tramonta e si accendono le luci del proiettore, basta una sedia e uno schermo per fare di una piazza o di un prato la sala cinematografica più bella.  

09/07/2026 16:30
Marche, guida ai saldi 2026 : cinque regole per risparmiare davvero (Video)

Marche, guida ai saldi 2026 : cinque regole per risparmiare davvero (Video)

I saldi estivi sono tornati puntuali anche quest'anno. Nelle Marche la stagione degli sconti ha preso ufficialmente il via il 4 luglio e, come da tradizione, le vetrine si sono riempite di cartelli colorati che promettono ribassi dal 20 al 70 per cento. Entrare in un negozio, però, può trasformarsi rapidamente in una vera e propria caccia al tesoro: centinaia di articoli, offerte apparentemente imperdibili e percentuali diverse che rischiano di confondere anche i consumatori più attenti. Per il commercio marchigiano i saldi restano comunque un momento importante. Secondo le stime dell'Ufficio Studi di Confcommercio Marche, la spesa media prevista per questa stagione si aggira intorno ai 200 euro a famiglia, circa 90 euro a persona. Un appuntamento che coinvolge sia i consumatori, alla ricerca di prezzi più convenienti, sia i negozianti, che vedono nei saldi un'occasione per sostenere le vendite e rinnovare il magazzino. Ma cosa conviene davvero acquistare durante i saldi? Per aiutare i lettori a orientarsi nel mare delle promozioni estive, abbiamo raccolto alcuni consigli utili per fare acquisti consapevoli e sfruttare al meglio la stagione degli sconti. Ecco cinque regole per evitare spese inutili e trasformare lo shopping in un vero risparmio La prima regola è non farsi conquistare solo dallo sconto. Un -50% o un -70% fa sempre effetto, ma la percentuale da sola non basta. Prima di acquistare è importante guardare il prezzo finale e chiedersi se il prodotto valga davvero quella cifra. La seconda è scegliere la qualità, non soltanto la quantità. I saldi sono il momento ideale per comprare quei capi destinati a durare nel tempo: una buona giacca, un paio di scarpe resistenti o un capo passe-partout possono rivelarsi investimenti più intelligenti rispetto a tanti acquisti dettati solo dall'entusiasmo del momento. La terza regola è comprare solo ciò che verrà realmente utilizzato. La domanda da porsi è semplice: "Lo avrei comprato anche senza lo sconto?". Se la risposta è no, probabilmente non si tratta di un vero affare, ma solo di una spesa in più. La quarta riguarda l'attenzione al prodotto, oltre che al cartellino. Prima di pagare è sempre bene controllare tessuti, cuciture e condizioni del capo. Un prezzo basso non deve mai significare rinunciare alla qualità. Infine, è importante entrare in negozio con un piano. Una lista di ciò che serve e un budget stabilito sono i migliori alleati contro gli acquisti impulsivi. I saldi premiano chi cerca occasioni, non chi si lascia trascinare dalle offerte. I saldi restano un'occasione interessante per risparmiare, soprattutto su prodotti di qualità che avremmo acquistato comunque. Con qualche controllo in più e un po' di pianificazione, anche il giro tra le vetrine può trasformarsi in un affare davvero vantaggioso.  

07/07/2026 19:53
L’estate ha la sua playlist: tutti i festival musicali in provincia di Macerata

L’estate ha la sua playlist: tutti i festival musicali in provincia di Macerata

Da luglio ad agosto la provincia di Macerata si riempie di concerti, festival e appuntamenti musicali: dai palchi nei borghi alle location immerse nella natura, dalle grandi produzioni agli eventi più indipendenti. Una mappa di serate da segnare in agenda per chi cerca musica dal vivo, nuovi artisti e occasioni per vivere il territorio in modo diverso. A luglio, in diversi luoghi dell’entroterra marchigiano, torna IncantoMarche, il festival nato dall’esperienza di RisorgiMarche. La rassegna mantiene la sua formula originale: portare la musica fuori dai circuiti tradizionali, tra paesaggi naturali, borghi e luoghi simbolo del territorio. Il programma 2026 prevede appuntamenti a San Severino Marche, con l’apertura affidata a Neri Marcorè e Ditonellapiaga a Castel San Pietro, la tappa di Sefro il 26 luglio con I Patagarri e il concerto del 30 luglio al Convento di San Salvatore in Colpersito con Mario Tozzi ed Enzo Favata. A Recanati il 9, il 17 e il 24 luglio torna Lunaria, la rassegna firmata Musicultura dedicata alla musica d’autore. Tre appuntamenti con tre protagonisti della scena italiana: sul palco arrivano Morgan, Giorgio Poi e Dimartino, per tre serate tra cantautorato, ricerca musicale e nuove contaminazioni. A Morrovalle dal 9 all’11 luglio torna il Fool Festival, uno degli appuntamenti più legati alla scena indipendente marchigiana. Il festival porta sul palco musica alternativa e nuove tendenze: tra gli ospiti annunciati ci sono I Ministri, protagonisti della serata del 10 luglio. A Macerata, all’Arena Sferisterio, dal 17 luglio al 9 agosto torna il Macerata Opera Festival, uno degli appuntamenti più importanti del calendario culturale cittadino. Il cartellone 2026 propone Nabucco, Il barbiere di Siviglia, Il trovatore e lo spettacolo speciale dedicato ai Carmina Burana. A Montecassiano dal 21 al 30 luglio spazio al MACSI Festival, rassegna che intreccia musica, cultura e spettacolo nel centro storico del borgo. Tra gli appuntamenti annunciati ci sono il concerto di Chiara il 21 luglio, lo spettacolo di Giobbe Covatta il 23 luglio e l’incontro con Lucrezia Ercoli il 30 luglio. Nei borghi della provincia di Macerata durante tutta l’estate torna anche Borghi in Jazz Festival, il progetto che porta il jazz nelle piazze e nei centri storici dell’entroterra. Il programma 2026 è ancora in aggiornamento: date e artisti verranno comunicati nelle prossime settimane. A San Severino Marche e negli altri comuni coinvolti tra luglio e agosto torna il San Severino Blues Festival, una delle rassegne storiche dedicate al blues e alle sue contaminazioni. Un appuntamento per gli appassionati di soul, rhythm’n’blues e musica afroamericana, con concerti diffusi sul territorio. A Montecosaro dal 29 luglio al 2 agosto arriva il MIND Festival, uno degli appuntamenti più vicini alla scena musicale contemporanea. Cinque giornate tra indie, pop, elettronica e nuove sonorità con un cartellone che comprende Pippo Sowlo, Ruggero De I Timidi, I Cani, Ditonellapiaga, Camoufly, Benny Benassi, Parisi, Mauro Repetto, Sayf e Mind Enterprises. A San Ginesio dal 31 luglio al 2 agosto torna il Soul & Blues Festival, tre giorni dedicati alle radici della musica afroamericana. Nel cuore del borgo si incontrano blues, soul e rhythm’n’blues, con concerti pensati per chi ama le grandi voci e le sonorità nate dall’incontro tra culture diverse. Dai piccoli borghi ai grandi palchi, l’estate musicale maceratese offre una playlist fatta di generi diversi e atmosfere diverse. Una stagione da vivere tra concerti, piazze e luoghi del territorio, scegliendo ogni sera la propria colonna sonora.    

07/07/2026 19:39
Dalle ferite del sisma alla rinascita: riapre la Pinacoteca di Serrapetrona (FOTO e VIDEO)

Dalle ferite del sisma alla rinascita: riapre la Pinacoteca di Serrapetrona (FOTO e VIDEO)

Dopo i lavori di ricostruzione e recupero seguiti agli eventi sismici del 2016, la Pinacoteca di Serrapetrona torna ad aprire le sue porte, restituendo alla comunità e ai visitatori un luogo che si propone come vero e proprio scrigno di arte, memoria e identità locale. Un ritorno atteso, che segna non solo la riapertura di uno spazio espositivo, ma anche un passaggio simbolico di rinascita per il territorio. All’interno della Pinacoteca trovano posto opere d’arte sacra e contemporanea, il Museo dell’Uomo – custode di strumenti e testimonianze legate alle arti e ai mestieri dell’età preindustriale – oltre a una suggestiva sezione dedicata alla mostra ornitologica. Un percorso museale articolato che restituisce la complessità della vita rurale e culturale del territorio. A sottolineare il valore simbolico e comunitario dell’iniziativa è intervenuta per prima il sindaco di Serrapetrona Silvia Pinzi, che ha richiamato il significato profondo del legame tra comunità e territorio: «Pavese in La luna e i falò disse che un paese vuole dire non sentirsi soli, nel paese ci sono le nostre radici. Questo è quello che rappresenta questo luogo». Come ben si sa, il sisma segna un prima e un dopo, ed è proprio il “dopo” quello che la Pinacoteca significa per Serrapetrona: la restituzione alla comunità di un luogo così identitario rappresenta un tassello fondamentale nel percorso di rinascita che le popolazioni del cratere stanno costruendo giorno dopo giorno. «Oggi parliamo di rinascita, non di resilienza. Resilienti lo siamo per natura», ha affermato il primo cittadino. «Siamo come la vernaccia, vitigno prepotente coltivato in un piccolo pezzo di terra: il chicco è duro, ma diventa amabile da chi sa come trattarlo». Un’immagine efficace per raccontare la capacità di trasformazione della natura e delle persone. Tra gli interventi tecnici, Luca Vallesi ha evidenziato la funzione del museo come spazio di trasmissione della memoria: «Un museo ha il compito di tramandare, fare in modo che le radici non si perdano». Il percorso espositivo, ha spiegato, restituisce pienamente questo intento, esprimendo la ruralità del territorio attraverso tre sezioni capaci di raccontare l’eterogeneità dell’entroterra marchigiano. Sul versante venatorio è intervenuto il presidente provinciale di Federcaccia, Nazzareno Galassi, che ha sottolineato quanto la caccia e la salvaguardia della fauna selvatica siano radicate nella cultura locale. Ne è testimonianza proprio la sezione museale di ornitologia, che conserva tracce e documenti di questa tradizione. Il direttore artistico dell’Appennino Foto Festival, Stefano Ciocchetti, ha invece rimarcato il valore simbolico del tema scelto per l’edizione: «Il tema è rinascita e questo luogo lo incarna in pieno. Anche noi proviamo a portare rinascita attraverso piccoli eventi». La giornata inaugurale è stata arricchita anche dall’apertura della mostra temporanea “Quello che resta”, del poeta e fotografo Emiliano Cribari, inserita nel programma dell’Appennino Foto Festival. Lo stesso Cribari ha offerto una riflessione sul senso del suo lavoro: «Attraverso la fotografia cerco di ascoltare ciò che i luoghi comunicano. L’arte serve a far passare il sangue della ferita, ma anche la luce della rigenerazione». Momenti di forte partecipazione hanno accompagnato anche l’intervento dell’ex sindaco e presidente dell’Unione Montana, Giampiero Feliciotti, che ha espresso soddisfazione per il percorso di recupero e per il ruolo svolto dalle associazioni e dal volontariato nella gestione degli spazi pubblici. La chiusura istituzionale è stata affidata al senatore e commissario straordinario per la ricostruzione Guido Castelli, che ha richiamato il valore trasformativo degli eventi sismici: «La catastrofe lascia cicatrici ma anche segni di vitalità». E ancora: «Da questi piccoli borghi, grazie alla concretezza che vi contraddistingue, si schiude una capacità operativa che diventa anche sorriso». Un invito a non cedere alla rassegnazione: «Il nostro solo nemico è la rassegnazione». La giornata si è conclusa con la benedizione di don Osman e il ringraziamento a don Aronne, in un clima di partecipazione corale che ha suggellato il ritorno della Pinacoteca alla vita pubblica. A chiudere simbolicamente la cerimonia, un brindisi ideale alla comunità e alla sua identità: «Viva Serrapetrona, viva la vernaccia».

05/07/2026 10:00
Macerata, Alemanno racconta il carcere: "Se a un detenuto uccidi la speranza, si sdraia in branda e non ne esce più" (FOTO e VIDEO)

Macerata, Alemanno racconta il carcere: "Se a un detenuto uccidi la speranza, si sdraia in branda e non ne esce più" (FOTO e VIDEO)

Nel quadro di Macerata Racconta, festival promosso dall’Associazione culturale ConTesto, si è svolto un dialogo pubblico dedicato al libro di Gianni Alemanno "L’emergenza negata, il collasso delle carceri italiane". Un confronto che ha riportato al centro del dibattito la condizione del sistema penitenziario italiano. In apertura, l'assessore Riccardo Sacchi ha portato i saluti dell’amministrazione comunale, sottolineando il valore del festival come spazio di confronto culturale e l’urgenza di “accendere un faro sul durante e sul dopo”, cioè sulla detenzione e sul reinserimento sociale, troppo spesso ai margini del dibattito pubblico. Il dialogo tra Lina Caraceni, Giancarlo Giulianelli e Gianni Alemanno ha offerto tre sguardi diversi ma convergenti sulla crisi del sistema penitenziario. Lina Caraceni, professoressa di diritto processuale penale, ha richiamato il valore civile dell’iniziativa, parlando apertamente di condizioni che restano “incivili” e di una situazione che non può più essere rimossa dal dibattito pubblico. Ha insistito sul fatto che il carcere "è un pezzo di tutte le nostre vite" e che la trasformazione culturale e politica passa dalla capacità collettiva di ascoltare chi quella realtà l’ha vissuta direttamente: "La politica cambia soltanto se noi siamo disposti a cambiarla". Giancarlo Giulianelli, garante regionale dei diritti della persona, ha invece posto l’accento sulle criticità strutturali del sistema, richiamando la situazione di alcuni istituti marchigiani in condizioni definite "disastrate". Ha utilizzato una metafora efficace per descrivere il limite dell’approccio attuale: "Il carcere è come un ospedale, ma a differenza di un sistema sanitario non distingue tra i pazienti e finisce per applicare a tutti la stessa cura, la restrizione, senza una reale personalizzazione del trattamento". Al centro del confronto, l’intervento di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma ed ex detenuto del carcere di Rebibbia, ha offerto una lettura critica e fortemente esperienziale del sistema penitenziario. L’ex sindaco ha ricordato di essere intervenuto per presentare il volume scritto insieme a Fabio Falbo, con la collaborazione di un terzo autore che ha scelto di non comparire pubblicamente, un lavoro nato proprio dall’esperienza diretta della detenzione. Alemanno ha descritto il carcere come una realtà segnata da una crescente "deriva securitaria" e da condizioni materiali spesso critiche, legate al sovraffollamento e alla difficoltà di garantire percorsi trattamentali efficaci. Richiamando la propria esperienza nel carcere di Rebibbia, ha parlato di situazioni “disastrose” e di un contesto in cui la perdita di speranza rischia di bloccare ogni processo di recupero: "Se a un detenuto uccidi la speranza, si sdraia in branda e non ne esce più". Nel suo intervento ha insistito anche sul fatto che il carcere non debba essere un tema confinato a chi lo ha vissuto direttamente o a chi ha familiari detenuti, ma una questione che riguarda l’intera società. Non si tratta, ha sottolineato, di una realtà lontana o eccezionale: "La gente finisce in carcere erroneamente e non tutti i giorni", richiamando così la possibilità concreta che errori giudiziari e fragilità del sistema coinvolgano persone comuni. Alemanno ha inoltre criticato l’idea di una corrispondenza automatica tra sicurezza e durezza della pena, sostenendo che "certezza della pena non vuol dire certezza del carcere", e indicando nelle misure alternative - come semilibertà, lavoro esterno e messa alla prova - strumenti fondamentali per rendere il sistema più efficace e meno disfunzionale. Il confronto si è chiuso su una riflessione condivisa: il carcere non può essere affrontato come un’emergenza permanente, ma come un nodo strutturale della società italiana che richiede interventi organici su detenzione, giustizia e reinserimento sociale.

03/07/2026 19:50
Copyright © 2020 Picchio News s.r.l.s | P.IVA 01914260433
Registrazione al Tribunale di Macerata n. 4235/2019 R.G.N.C. - n. 642/2020 Reg. Pubbl. - n. 91 Cron.