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Cultura Macerata

Il Trovatore prende fuoco: dietro l'allestimento dello Sferisterio con Louis Désiré e Diego Méndez (Video)

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Dietro ogni allestimento d'opera c'è un universo fatto di simboli, intuizioni e scelte che il pubblico scopre solo quando il sipario si alza. Per il Trovatore di Giuseppe Verdi, in scena allo Sferisterio per il Macerata Opera Festival, questo universo prende forma grazie alle scenografie di Louis Désiré e ai costumi di Diego Méndez, protagonisti di un allestimento nato nel 2013 proprio per lo spazio monumentale dell'arena maceratese e oggi riproposto con la regia di Francisco Negrin.

Seduti sul palcoscenico dello Sferisterio, proprio su alcuni degli elementi scenici che di lì a poche ore sarebbero diventati parte dello spettacolo, Louis Désiré e Diego Méndez raccontano come sia nata l'idea di dare una forma visiva a una delle opere più amate – e spesso considerate più complesse – del repertorio verdiano.

Per Louis Désiré il punto di partenza non è stata tanto la vicenda del Trovatore, quanto il rapporto tra la musica di Verdi e la narrazione. «Qualche volta, ascoltando il Trovatore, ci si dimentica quasi della storia perché la musica è troppo bella», racconta. Da qui nasce il desiderio di costruire uno spettacolo che aiutasse il pubblico a seguire il dramma, mettendone in evidenza il vero cuore: personaggi incapaci di vivere il presente, prigionieri di un passato che continua a determinarne ogni scelta.

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È proprio questa idea a diventare scenografia. Due enormi tavole attraversano il palcoscenico: una intatta, quasi a rappresentare un futuro ancora possibile; l'altra devastata, bruciata, segno di un passato che continua a pesare sui protagonisti. Al centro, la torre di Saragozza, elemento simbolico dell'opera, mentre una parete di lampade sembra restringere progressivamente lo spazio, come se il tempo stesso si chiudesse attorno ai personaggi, conducendoli verso un destino inevitabile.

L'allestimento, spiega lo scenografo francese, nasce anche da un'esigenza di semplicità. L'idea iniziale era molto più ambiziosa, ma venne ripensata per adattarsi alle possibilità produttive del festival. Una scelta che, a distanza di oltre dieci anni, si è rivelata vincente: dopo il debutto del 2013, la realizzazione di un DVD e una ripresa cancellata dalla pandemia, il Trovatore torna oggi sul palcoscenico dello Sferisterio con la stessa forza evocativa.

Accanto alle scenografie, i costumi di Diego Méndez contribuiscono a costruire un mondo sospeso, volutamente privo di riferimenti storici precisi. Non c'è un Medioevo da ricostruire fedelmente, ma un universo dominato dai sentimenti e dalle ossessioni dei personaggi.

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«I costumi parlano più dei sentimenti che di un'epoca», spiega Méndez. Per questo la tavolozza cromatica è ridotta all'essenziale: grigi, neri e blu dominano la scena, mentre il rosso, riservato al Conte di Luna, diventa l'unico colore capace di emergere con forza. Anche questa scelta risponde alla volontà di alleggerire la dimensione storica dell'opera, evitando un realismo medievale che rischierebbe di appesantire una vicenda già ricca di tensione.

Il fuoco, elemento centrale dello spettacolo e della storia stessa del Trovatore, influenza inevitabilmente anche il lavoro sui costumi. Ma più che un effetto scenico, diventa un simbolo che attraversa tutto l'allestimento. Lo stesso vale per il coro maschile, immaginato come un "regno dei morti", presenza costante che manipola lo spazio e accompagna i protagonisti all'interno di un universo dal quale sembra impossibile fuggire.

Al centro di questo mondo c'è la vendetta, il sentimento che muove Azucena e che, secondo Désiré, rappresenta il vero motore dell'opera. Una forza che si oppone alla vita e al futuro, rinchiudendo tutti i personaggi in un tempo immobile, incapace di lasciarsi alle spalle il dolore.

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Così il Trovatore immaginato da Louis Désiré e Diego Méndez rinuncia a raccontare un'epoca per raccontare una condizione umana. Le scenografie monumentali e i costumi essenziali dialogano con lo spazio dello Sferisterio trasformando il dramma verdiano in un racconto fatto di memoria, fuoco e destino. Un allestimento che non cerca di spiegare tutto, ma accompagna lo spettatore dentro la tragedia, lasciando che siano le immagini, insieme alla musica di Verdi, a fare il resto.

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