Aggiornato alle: 17:27 Venerdì, 17 Luglio 2026 cielo sereno (MC)
Cultura Macerata

Giovanna Fiorentini, vestire il Nabucco tra guerra, memoria e umanità al Macerata Opera Festival

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Circondata dai costumi che prenderanno vita sul palcoscenico dello Sferisterio, la costumista Giovanna Fiorentini racconta il lungo viaggio creativo che si nasconde dietro ogni abito di scena. Un percorso fatto di studio, ricerca, confronto e trasformazione, che porterà il pubblico del Macerata Opera Festival dentro un Nabucco sospeso tra passato e presente, tra deserto e memoria, tra conflitto e possibilità di dialogo.

«È sempre una bella emozione quando vedi trasformati in realtà quelli che erano i tuoi sogni», racconta Fiorentini davanti ai costumi appena realizzati. Disegni che inizialmente esistono solo sulla carta, immagini bidimensionali che lentamente diventano materia, tessuto, colore e infine personaggi. Per una costumista, infatti, l’abito non è mai soltanto un elemento estetico, ma uno strumento narrativo capace di raccontare una storia prima ancora che siano le parole e la musica a farlo.

Il lavoro nasce dal confronto con il regista: «Si parte dallo studio dell’opera, del libretto, dall’ascolto della musica e dal dialogo con tutto il team creativo per capire che cosa vogliamo raccontare e come vogliamo raccontarlo». Prima ancora del disegno arriva quindi la ricerca, una fase lunga e fondamentale fatta di documentazione iconografica, suggestioni, immagini e riferimenti culturali. È il momento in cui si costruiscono le radici del progetto, si definisce una direzione e si inizia a dare forma all’universo nel quale i personaggi si muoveranno.

Il figurino diventa così un vero e proprio racconto visivo: deve permettere al regista di immaginare i personaggi e, allo stesso tempo, fornire alla sartoria tutte le indicazioni necessarie per trasformare il progetto in realtà. Colori, materiali, proporzioni e dettagli contribuiscono alla costruzione psicologica dei protagonisti, perché il costume non veste semplicemente un corpo, ma definisce un’identità.

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Per questo Nabucco nasce da una scelta precisa: non raccontare soltanto lo scontro storico tra babilonesi ed ebrei, ma una dimensione più universale, quella dell’incomunicabilità tra popoli e della difficoltà di trovare un punto d’incontro. «La volontà è stata quella di non raccontare due popoli specifici, ma due realtà che sembrano non trovare una comunicazione possibile», spiega Fiorentini.

Il punto di partenza visivo è il deserto, elemento centrale della scenografia: uno spazio sospeso, quasi fuori dal tempo, che diventa simbolo di ciò che resta dopo il conflitto. L’ispirazione arriva anche dal linguaggio cinematografico, in particolare da un’estetica vicina al mondo post-apocalittico di Mad Max: uomini e donne ridotti a sopravvissuti, reduci di una storia di distruzione, costretti a confrontarsi con ciò che rimane.

Anche la scelta cromatica segue questa lettura. Il popolo ebraico viene rappresentato attraverso tonalità più chiare, dai bianchi ai beige, colori vicini alla sabbia del deserto; il mondo babilonese invece si muove tra nero, bordeaux e materiali più duri come pelle e cuoio, elementi che richiamano la dimensione militare e guerriera. Una distinzione visiva che aiuta lo spettatore a orientarsi all’interno della grande scena dello Sferisterio, dove le masse corali assumono un ruolo fondamentale.

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«È importante che i codici siano chiari, perché il pubblico non sia confuso ma venga aiutato nella comprensione», racconta la costumista. In uno spazio così ampio, infatti, il costume diventa anche uno strumento per rendere immediatamente riconoscibili gruppi e personaggi, soprattutto in un’opera come Nabucco, dove i cori hanno una forza drammatica e visiva enorme.

All’interno di questa cornice collettiva emergono però le figure individuali dei protagonisti. Il Nabucco di Fiorentini è un guerriero, definito da un cappotto rosso che richiama il sangue, la passione e la violenza del potere. Lo stesso elemento cromatico ritorna nel manto di Abigaille, personaggio complesso che non viene raccontato come semplice antagonista, ma attraverso la sua fragilità e il suo bisogno di riconoscimento. «La nostra volontà non è stata quella di condannare Abigaille, ma quasi di comprenderla umanamente», spiega Fiorentini, sottolineando il dolore di una donna segnata dal rifiuto e dal desiderio di amore.

Diverso è invece il percorso di Fenena, figura di equilibrio e di mediazione tra due mondi opposti. Anche il suo costume richiama il mondo babilonese attraverso l’uso della pelle e del cuoio, ma declinati in tonalità più morbide e delicate, capaci di riflettere il suo ruolo di ponte tra le due realtà.

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Tra gli elementi più simbolici dello spettacolo c’è il grande manto finale di Nabucco. Nato inizialmente come una sorta di bandiera, un’immagine capace di raccontare il sangue versato dai popoli, trova poi una nuova forma attraverso l’utilizzo di un materiale proveniente dall’ambito militare: un telo utilizzato per i lanci dagli elicotteri. Da oggetto legato alla guerra si trasforma così in un simbolo di possibile riconciliazione, accompagnando il momento della conversione del protagonista.

La realizzazione dei costumi porta con sé anche un forte legame con il territorio. Una parte importante del lavoro è stata affidata alla sartoria interna dello Sferisterio, coinvolgendo le maestranze locali, mentre altri elementi sono stati prodotti da laboratori della zona. Anche i materiali, soprattutto quelli legati alla pelletteria, arrivano in buona parte dal territorio marchigiano, creando un progetto che coinvolge diverse professionalità e competenze.

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A poche ore dalla prima, il lavoro non è ancora completamente concluso: piccoli interventi, ritocchi e nuove patine vengono applicati per restituire ai costumi quell’aspetto vissuto e segnato dalla storia che il progetto richiede. Perché nel Nabucco di Giovanna Fiorentini ogni abito porta con sé una traccia: quella di una guerra, di un viaggio, di una memoria.

E sotto il cielo dello Sferisterio, dove le voci del coro si intrecciano alla potenza della musica verdiana, anche i costumi diventano parte di un racconto più grande: non soltanto la storia di due popoli contrapposti, ma quella, ancora attuale, di esseri umani alla ricerca di un dialogo possibile.

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