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L’ultimo rigore di Faruk, Gigi Riva e Hadzibegic ospiti del nostro podcast: calcio e guerra nella fine della Jugoslavia

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Negli studi di Picchio News abbiamo ospitato Gigi Riva e Faruk Hadžibegić, ospiti di questa edizione di Overtime, che li ha portati davanti alle nostre telecamere per ripercorrere la genesi di L’ultimo rigore di Faruk. Nel libro, Riva ricostruisce una vicenda in cui la memoria di un singolo gesto sportivo si intreccia con la dissoluzione della Jugoslavia e con le conseguenze umane di una delle pagine più drammatiche della storia europea recente. Al centro del racconto c’è il rigore sbagliato da Hadžibegić il 30 giugno 1990, a Firenze, nei quarti di finale dei Mondiali di Italia ’90 contro l’Argentina di Diego Armando Maradona.

Quella sera, dopo lo 0-0 nei tempi regolamentari e supplementari, la Jugoslavia venne eliminata ai calci di rigore. La nazionale, ricca di talento e capace di riunire giocatori provenienti da diverse realtà del Paese, sarebbe rimasta l’ultima rappresentativa jugoslava a disputare una fase finale dei Mondiali prima della dissoluzione dello Stato. Negli anni successivi, il tiro fallito dal suo capitano avrebbe assunto un significato ben più ampio di quello legato alla sconfitta sportiva, fino a diventare, nella memoria collettiva, una sorta di immagine simbolica della fine di un Paese. Non fu quel rigore a provocare la guerra, ma gli eventi che seguirono finirono per caricarlo di un peso che, in quel momento, nessuno avrebbe potuto prevedere.

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La genesi del libro risale al 1994, quando Gigi Riva, giornalista e inviato nei Balcani durante i conflitti degli anni Novanta, incontrò per la prima volta Hadžibegić. In quell’occasione, l’ex capitano jugoslavo si presentò come «l’uomo che con un calcio di rigore aveva distrutto la Jugoslavia». Una frase rimasta impressa nella memoria di Riva, che continuò a interrogarsi sul significato di quelle parole e sul modo in cui un episodio calcistico potesse trasformarsi, agli occhi di chi lo aveva vissuto, in una responsabilità personale per una tragedia collettiva. Circa vent’anni dopo, il giornalista decise di ricontattarlo per tornare su quella storia. Da quel confronto nacque L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e guerra, pubblicato nel 2016.

Nel ricordare quel momento, Hadžibegić ha spiegato che, quando si presentò sul dischetto, pensava soltanto alla partita e alla responsabilità che sentiva nei confronti dei compagni. Non avvertiva il peso delle tensioni politiche che attraversavano il Paese, né immaginava che quel tiro sarebbe rimasto legato, negli anni, alla dissoluzione della Jugoslavia. Anche all’interno della nazionale, ha raccontato, le divisioni che agitavano il Paese non si traducevano in scontri tra i giocatori. L’allenatore Ivica Osim contribuiva a mantenere il gruppo concentrato sul calcio, senza aggiungere ulteriori pressioni. La sconfitta lasciò spazio alla delusione, ma fu solo negli anni successivi, con lo scoppio della guerra e la fine della Jugoslavia, che Faruk iniziò a sentire il peso di quell’errore in modo diverso. Un ricordo che, ancora oggi, riaffiora quando qualcuno lo ferma per strada per parlargli di quel rigore, spesso con un rimprovero scherzoso.

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Da questa vicenda individuale, il racconto si allarga al rapporto tra calcio e politica, uno dei temi centrali del lavoro di Riva. Nel corso dell’intervista, il giornalista ha ricordato come lo sport sia stato spesso utilizzato dal potere per alimentare il consenso e rafforzare un’identità nazionale. È quanto accadde anche in Italia, con i Mondiali vinti nel 1934 e nel 1938, successi che il regime fascista sfruttò a fini propagandistici. Nella ex Jugoslavia, il legame tra appartenenza nazionale e calcio assunse contorni particolarmente drammatici: le divisioni politiche e identitarie attraversavano anche il mondo sportivo, mentre gli stadi diventavano luoghi in cui quelle tensioni potevano manifestarsi apertamente. La storia della nazionale jugoslava restituisce così l’immagine di un Paese in cui le fratture della società si riflettevano anche sul campo, fino a diventare parte di una crisi destinata a travolgerlo.

L’ultimo rigore di Faruk ha trovato una nuova forma anche a teatro, attraverso il monologo scritto dallo stesso Riva e interpretato da Damiano Grasselli, attore e direttore artistico di Teatro Caverna. Ai microfoni di Picchio News, Grasselli ha sottolineato l’universalità di una storia che, pur partendo dal calcio, finisce per parlare di esperienze e sentimenti condivisi. Al centro della rappresentazione c’è un personaggio complesso, attraversato da emozioni diverse, che cambiano con il passare del tempo e assumono significati nuovi senza scomparire. Il percorso di Faruk diventa così il modo per raccontare come un episodio apparentemente circoscritto possa continuare a influenzare la vita di una persona, soprattutto quando la storia collettiva finisce per sovrapporsi a quella individuale.

Dal libro al palcoscenico, la vicenda di Hadžibegić continua a offrire una prospettiva umana sulla dissoluzione della Jugoslavia. Il rigore di Firenze resta il punto di partenza di un racconto che va oltre il risultato di una partita e restituisce voce a chi si è trovato, suo malgrado, a portare il peso simbolico di una tragedia molto più grande.

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