di Paola Pauri Instagram: paolapauri11
L'arte dell'attesa e la lezione del mare: la vela insegna a ritrovare la rotta
Di fronte all’isolamento digitale e all’ossessione contemporanea per il controllo, la tappa napoletana della Louis Vuitton America’s Cup ci ha regalato una lezione tanto inattesa quanto preziosa. Nel Golfo l'orizzonte è immobile, il vento tarda ad arrivare e il programma delle regate slitta di ora in ora. Un tempo mortificante per la nostra società dell'istantaneo, ma una palestra di vita per i giovani atleti in gara. Qui lo sport insegna alle nuove generazioni una virtù ormai dimenticata: l’arte di saper aspettare, dominare l’ansia e affidarsi a ciò che non si può governare. Non ci sono motori da accendere, né algoritmi da interrogare: manca semplicemente l’aria. I ragazzi delle imbarcazioni: italiani, francesi, svizzeri, neozelandesi, americani, sono rimasti tutti sospesi in un tempo vuoto, che per un ventenne di oggi ha del quasi inconcepibile. Abituati alla risposta immediata ad ogni impulso, il mare ci insegna un’ inversione di marcia sia spirituale che mentale. Qui è la natura a dettare le regole, e il velista lo sa bene: contro gli elementi non si vince imponendosi, ma imparando ad assecondarli. Osservare questi giovani nel gestire l'imprevisto offre un'incredibile lezione di maturità emotiva. Per essere fiduciosi e pronti hanno imparato a rimanere saldi, senza disperdere energie mentali. Trasformare il tempo morto in concentrazione pura è un esercizio di disciplina interiore che travalica i confini dello sport. In barca non ci si può rifugiare dietro uno schermo né isolarsi nella propria solitudine. La presenza fisica deve essere assoluta, e la gestione della pressione personale diventa immediatamente una responsabilità collettiva. Ci si affida al compagno di squadra come ci si affida alle correnti. Lo sport ci ricorda che la vera forza giovanile non sta nel piegare il mondo ai propri desideri, ma nel conoscere i propri limiti, e nel non perdere la bussola di fronte all'imprevisto.
Gli "young-old": la rivoluzione culturale dei nuovi "giovani vecchi"
Non più la terza età del declino: oggi gli over 60, i cosiddetti young-old, reinventano il proprio tempo, riscoprono la solitudine felice e si innamorano con il cuore da ragazzi. A un certo punto della vita si cominciava a parlare al passato, si rallentava e ci si adattava alla stagione che la società aveva classificato come "terza età". Oggi quel confine non esiste più. C’è una nuova fascia di popolazione, quella degli ultrasessantenni, che sta riscrivendo leregole del gioco. In sociologia li chiamano young-old o la generazione dell'Invecchiamento Attivo (Active Ageing): persone che hanno conquistato una speranza di vita più lunga, soprattutto in salute. Bernice L. Neugarten (1916–2001), sociologa e psicologa americana, è stata una pioniera nello studio dello sviluppo nell’età adulta e dell’invecchiamento. Le sue ricerche hanno sostenuto il concetto che la vecchiaia non debba coincidere inevitabilmente con una fase dideclino, dimostrando che il benessere nella tarda età varia notevolmente in base alle esperienze individuali, ai ruoli sociali, alle condizioni economiche, alla famiglia, al lavoro e alle aspettative culturali. Chi sono gli "young-old"? Sono persone non più giovanissime dal punto di vista anagrafico, ma con condizioni psicofisiche ed economiche buone. Per loro invecchiare non significa spegnersi né rinunciare alla propria identità. Significa evolvere e guardare al futuro con uno sguardo più curioso di prima. Il tempo che passa non viene vissuto come una perdita di forze o di desideri, ma come una conquista di consapevolezza. Il lavoro, per molti di loro, ha perso la componente di pura necessità per diventare un’espressione di sé e delle proprie passioni. Così l'idea della pensione classica non rappresenta più l'unico traguardo desiderabile. Chi ama la propria attività continua a svolgerla, magari con ritmi diversi, ma con inalterato entusiasmo. Si tratta di una vera rivoluzione culturale: il passaggio dal subire il tempo che passa al trasformarlo in una libera scelta. E chi decide di lasciare il lavoro non si isola, ma riscopre una nuova linfa: trasforma il tempo ritrovato in viaggi, letture ed esplorazioni, oppure vive una "lentezza scelta", fatta di silenzio e pace interiore. I figli sono ormai grandi e autonomi, e così si riaprono spazi di libertà. Uomini e donne hanno imparato a vivere da soli senza che ciò si traduca in isolamento: non è più una mancanza, ma una solitudine consapevole. Questa autonomia modifica anche il modo di vivere le relazioni. Non cercano un partner per definire se stessi o per conformismo, perché sanno già chi sono e cosa vogliono. L'altro non viene cercato per colmare un vuoto o per bisogno di sicurezza, ma rappresenta un valore che si aggiunge: un compagno di strada facoltativo e prezioso. Ci si avvicina in modo libero, senza aspettative. Di fronte a un nuovo incontro, questi sessantenni sanno riscoprire una freschezza inaspettata. Si innamorano con la stessa meraviglia degli adolescenti che si affacciano all'amore per la prima volta, ma con la saggezza di chi sagodersi il presente. Gli young-old non inseguono la giovinezza, ma dimostrano che si può invecchiare senza rinunciare a ciò che ci rende vivi. Non rincorrono il tempo che scappa, ma abitano ogni fase della vita con la stessa energia. Sono ultrasessantenni che hanno compreso che non occorre essere giovani per continuare a essere felici, curiosi e appassionati.
Un viaggio nel benessere olistico e nella consapevolezza con Sibilla Leanza
Cosa significa riscoprire la propria natura autentica e imparare ad ascoltare l'intelligenza del proprio corpo? Nel nuovo episodio del podcast Nati per…, condotto da Paola Pauri, esploriamo il mondo della relazione d'aiuto, del counseling e della crescita personale insieme a un'ospite speciale: Sibilla Leanza. Sibilla, un nome ed un destino, per chi ha fatto dell’ascolto la sua missione di vita. Naturopata, counselor professionista e insegnante di yoga e bioenergetica Sibilla Leanza dedica da oltre vent'anni la propria vita ad accompagnare le persone nella ricerca dell'armonia tra mente, corpo e spirito. Con un approccio integrato che unisce l'ascolto empatico alle discipline bionaturali, la nostra ospite ci guida attraverso le dinamiche necessarie per superare i blocchi emotivi, gestire i momenti di cambiamento e riattivare le risorse interiori che ognuno di noi possiede. L'intervista ripercorre anche l'esperienza di un appuntamento di grande impatto per il territorio: Harmònias, Festival Olistico delle Marche, un grande evento dedicato al benessere integrato che si è tenuto pochi giorni fa all’ Eurosuole Forum di Civitanova Marche e che ha visto Sibilla nel ruolo di direttrice olistica. Attraverso il racconto del festival, tra laboratori pratici, bagni di suoni, conferenze con ospiti internazionali, analizziamo il forte bisogno collettivo di ritrovare equilibrio e connessione. In questa puntata dialoghiamo con Sibilla su come riconnettersi al proprio centro quotidiano, sull’importanza del silenzio, del “saper stare” e sul valore del comprendere "per cosa siamo nati". 🎧 Ascolta la storia di Sibilla Leanza: la puntata di "Nati per..." è disponibile ora su YouTube, Facebook e Spotify!
La prima pioggia dopo l'estate
C’è un momento preciso in cui l'estate smette di essere attesa per diventare, già, ricordo. All’improvviso giunge un acquazzone che spezza l'incantesimo della bella stagione, costringendoci a chiudere quelle finestre lasciate spalancate per mesi. Così, insieme a esse, finiamo per chiuderci un po’ anche noi. Il fragore, la luce, le risate, i corpi esposti al sole, tutto sfuma in pochi minuti. La terra, dopo una lunga estate arida, riceve assetata l'acqua piovana, mentre l'aria sembra finalmente alleggerirsi dagli eccessi. La natura si rilassa e ci richiama all’ordine, invitandoci a ritirarci nelle nostre case per raccogliere quelle energie che, fino a quel momento, abbiamo disperso nel mondo esterno. Si fa strada un senso di sollievo entro quella soglia domestica che torna a delimitare il confine che ci protegge dalla realtà fuori. La pioggia ci libera dall’ansia di esserci, dal dovere sociale di godere di ogni singolo istante di luce. Ci autorizza a fare spazio a una dimensione più intima, immersa nel silenzio. Il «dolce rumore della pioggia» di cui scriveva Paul Verlaine arriva al cuore e rallenta il ritmo del quotidiano, lasciando decantare i pensieri per far posto a un nuovo progetti. La socialità delle piazze cede il passo alla solitudine delle pareti domestiche, portando con sé anche un inevitabile senso di vuoto, che svela le fragilità rimaste in pausa nei mesi caldi. Sentirsi di colpo soli, mentre fuori tutto tace e s'imbruna, è il prezzo necessario di questo passaggio. La pioggia ci riconnette con le nostre mancanze, mentre l’anima diventa malinconica. In questo vuoto apparente, però, non c'è soltanto assenza, ma uno spazio sacro in cui guardarsi per davvero, qui la coscienza ritira la propria energia dal mondo esterno per integrarla nell’intimo. Questo ritiro protetto ci permette di riconoscerci in una nuova versione di noi stessi, arricchita dall'esperienza estiva, prima che l'inverno chieda il resto.
L'eredità delle anime gentili: come l'assenza trasforma la vita di chi resta
Quando un’esistenza giunge al termine, il lutto trasforma il senso di ciò che resta: ridimensiona le futilità quotidiane e ci insegna ad abitare con maggiore autenticità il tempo che ci è concesso. Trascorriamo gran parte della vita immersi nella routine, inconsapevoli, inseguendo falsi bisogni e ambizioni di poco conto che ci distraggono dalla nostra finitudine. Poi, quando la scomparsa di una persona cara sopraggiunge all'improvviso, il dolore acuto ci spezza dentro, rivelandoci in un istante il significato più profondo del nostro cammino. Le anime gentili tendono ad andarsene senza clamore, nel silenzio, dimostrando un’accettazione del flusso dell'esistenza che spesso comprendiamo tardi. Questa esperienza ci pone di fronte alla precarietà della condizione umana, svelando senza veli l'illusione di un tempo che crediamo infinito. Da quel momento, ogni istante acquista una densità diversa: ogni sguardo e ogni gesto diventano preziosi, sottraendosi per sempre alla superficialità. La vita ritrova la sua misura più intensa, mentre il brusio del superfluo sfuma in un sottofondo in cui la musica cambia ritmo e melodia. La morte, in fondo, restituisce verità all’esistenza e riordina le priorità: ciò che un tempo appariva fondamentale si scopre improvvisamente banale. Tuttavia, la perdita di una figura luminosa non si dissolve nel vuoto, ma si radica nel cuore di chi l’ha amata. La sua energia interiore si fonde con chi resta, trasformandosi in un’eredità che ridisegna la trama delle relazioni umani: nulla e nessuno potrà più essere come prima. Si conquista così un’inedita essenzialità. Le incomprensioni e le futili discussioni perdono di senso per far spazio a ciò che conta davvero: legami autentici, emozioni manifeste e congruenza nell’agire. Comprendiamo che non c’è più tempo per sprecarlo. La gentilezza seminata in vita continua a portare i suoi frutti: chi ha avuto la grazia di essere toccato da quella luce tende, spesso inconsciamente, a rifletterla sugli altri. In questo modo, l'esistenza di chi se ne va trova un riscatto nella sua stessa permanenza nel tempo. Chi ha vissuto nel rispetto e nella sensibilità lascia dietro di sé un’impronta luminosa capaci di guidare gli altri anche nell’assenza. Il dolore acuto dell'inizio cede così il passo a una vera e propria metamorfosi: la presenza, un tempo fisica, diventa voce e guida interiore. I valori e la visione del mondo di chi non c'è più vengono assimilati da chi rimane. Chi resta si trova allora a fare i conti con la propria identità passata, con quella versione di sé che esisteva in relazione a chi è scomparso. Se la memoria delle dinamiche quotidiane tende a sfumare, rimane invece intatto il ricordo di come ci si sentiva accanto a quella persona. La morte non interrompe la relazione tra due anime, ne muta soltanto la forma. Ed è precisamente in questa nuova dimensione che impariamo a camminare di nuovo: non più fianco a fianco a chi abbiamo amato, ma attraverso l’amore che ci ha lasciato in eredità, facendo della sua assenza la nostra guida più profonda. (Buon viaggio Andrea…)
Dal garage in Super-8 al progetto con Zara Larsson e le Winx Club: la vocazione visiva di Paolo Doppieri (FOTO e VIDEO)
In questa puntata di "Nati per…" abbiamo come ospite Paolo Doppieri: un viaggio nel mondo della regia e nell’esplorazione del proprio talento. Secondo la teoria dello psicoanalista James Hillman, ognuno di noi viene al mondo come una ghianda racchiudendo un’impronta unica, un talento innato, una vocazione che chiede solo di essere ascoltata per trasformarsi in una quercia rigogliosa. Quando chiediamo a Paolo Doppieri il momento in cui ha riconosciuto la chiamata del proprio destino, la sua risposta ci porta indietro nel tempo, in un garage delle Marche alla fine degli anni ’70. Lì, un bambino non si limitava a giocare impugnando la Canon 814 Super-8 del padre, ma trasformava già i compagni di scuola in attori per girare i suoi primi cortometraggi horror e di fantascienza. Quella passione, nutrita con lo studio, il coraggio e un’insaziabile curiosità visiva, non si è mai fermata. Un percorso senza confini: dagli schermi di Rai 3 ai palcoscenici del mondo Il percorso artistico di Paolo Doppieri è una lezione di libertà e di avversione alla "zona di comfort". Non c’è un solo linguaggio visivo che non abbia esplorato e fatto suo: La consacrazione d'autore: Giovanissimo, firma Fetus, corto sperimentale premiato al Bellaria Film Festival e notato dal leggendario critico Enrico Ghezzi, che lo propone nella notte cult di Rai 3 all'interno del programma Fuori Orario. La musica e la TV: Ha curato la regia televisiva del celebre musical Pinocchio con la Compagnia della Rancia e ha diretto videoclip per icone della musica come Elisa, i Negrita, i Linea 77 e Roy Paci insieme a Manu Chao. La pubblicità: Per anni ha firmato spot e branded content internazionali per marchi del calibro di Disney, Mattel, Frecciarossa e Lube, dirigendo sul set campioni olimpici e stelle dello spettacolo. L'arte matura: Fino ad arrivare ai giorni nostri con Sakura – Land of Symphony, un’opera di grande impatto visivo realizzata per l’Expo di Osaka e presentata nei più importanti festival cinematografici. L'ultimissimo grande progetto di Paolo Doppieri lo ha visto dirigere l’icona pop Zara Larsson per Winx Club. Paolo ha firmato la regia del nuovo video musicale internazionale MIDNIGHT SUN: una collaborazione straordinaria che unisce l’universo delle Winx alla star svedese. Il videoclip è visibile sul canale ufficiale di Winx Club.
Quando la malinconia diventa una resistenza alla vita vera
Può la malinconia edulcorare il passato, rubandoci il valore del presente? La malinconia è un sentimento capace di plasmare la realtà vissuta: possiede una sorta di magia innata, un potere quasi alchemico di addolcire il passato. L’essere umano tende spesso a ripercorrere le esperienze trascorse con uno sguardo diverso da quello che posa sulla vita presente, smussando i ricordi a proprio piacimento e rielaborandoli fino a costruire un’immagine quasi perfetta. Inconsciamente si genera così una vera e propria fuga nell'idealizzazione di ciò che è stato: un rifugio protetto in cui insediarsi per non dover scegliere, rischiare e agire nell'ora. Si innesca una resistenza interna a vivere il presente, una tacita rassegnazione nel credere che il bello sia già stato interamente sperimentato. Una convinzione rassicurante che finirà, inevitabilmente, per giustificare la mancanza di coraggio nel vivere l'oggi con rinnovata energia e con l'entusiasmo per ciò che potrebbe ancora accadere. E se invece riuscissimo a dare lo stesso valore anche alla realtà presente nel momento esatto in cui la viviamo, senza darla per scontata? La mente applica ancora una volta il suo sottile inganno. Mette in campo una memoria che agisce come un filtro abbellente sul passato, ancorandoci a una vita che è ormai già stata vissuta e che avrebbe invece bisogno di rinnovarsi attraverso nuove esperienze. Ma perché la mente distorce la realtà con questa pervicacia? La risposta risiede nella natura stessa del tempo. Il passato è concluso: non porta con sé l’ansia per l’incerto né l’angoscia delle scelte da compiere. Attraverso una ricostruzione interna, la memoria elimina la banalità della quotidianità, le attese snervanti, i dubbi e le emozioni conflittuali. Il presente, al contrario, è disordinato, esigente, privo di sceneggiatura; richiede presenza vera e consapevolezza, apparendo così imperfetto e più impegnativo. Eppure, è proprio in questa apparente imperfezione che risiede l’esistenza. La vita vera nasce dalla fiducia nell'incompiuto, da quella crepa in cui l'inaspettato si rivela. Il passato ideale ci offre quel conforto per poi farci compiere il salto verso l’imprevedibilità del presente. La malinconia rischia così di svelare la sua natura più insidiosa: una forma sofisticata di resistenza alla vita vera. Riconoscere questo meccanismo è l'unico modo per sottrarsi al suo incantesimo e restituire all'ora presente la dignità e la bellezza che merita.
Paolo Crepet allo Sferisterio: "Chi s'accontenta soffre. La vita si costruisce dall'imperfezione, non sull'algoritmo che ci dice ciò che vogliamo sentire"
Alla domanda: «Professor Crepet, cos’è per lei l’anima?», con un sorriso che non ti aspetti, risponde: «Dipende… ognuno ha la propria, io ho la mia e lei ha la sua». Paolo Crepet arriva sul palco dello Sferisterio vestito di arancione e verde, con in sottofondo la musica dei Pink Floyd che cantano "Another Brick in the Wall". Una scenografia cromatica e sonora che anticipa la forza provocatoria delle sue parole, a partire da una buona notizia d’attualità: la decisione che vede Meta chiamata a rispondere e a pagare per i danni arrecati ai ragazzi, un primo segnale di tutela per le giovani generazioni. Crepet attinge subito al bagaglio dei ricordi personali. Rievoca quando, da ragazzo, il padre lo costrinse ad andare a Londra: un giovane di provincia che improvvisamente scopriva lo Speakers’ Corner – il tempio della libertà di parola – e l'impatto culturale della minigonna. «Un bambino inquieto è interessante» sostiene lo psichiatra; per poter costruire una buona vita fin da giovani bisogna uscire dalla bolla protettiva dei genitori e affrontare qualche tribolazione. Non averne significa adagiarsi nell’illusione che l'esistenza sia comoda, anestetizzando la crescita. La perfezione, spiega Crepet, è negativa. La cerchiamo continuamente, come se la bellezza dovesse per forza coincidere con essa. Il progresso ci porta a non guardare la frattura, che è invece esattamente ciò che accade nella realtà. A questo proposito, condivide un ricordo: «Quando abitavo in India e lavoravo in un college nel Punjab, al confine con il Pakistan, andai in un tempio in mezzo alla foresta. Prima che facesse notte, mentre tornavo al villaggio, vidi tutte le scimmie sugli alberi che andavano nella stessa direzione, verso una radura. C’era uno scimmione capo avanti e tutti gli altri dietro che, mentre guardavano il sole scendere, piangevano commossi di fronte a un giorno che non sarebbe più tornato». Da quell'immagine arcaica imparò un insegnamento fondamentale: la gratitudine per ogni singolo giorno e la profonda dignità nella fragilità del commuoversi. Il discorso si sposta poi sul presente e sul futuro imminente. Crepet parla dell’avvento dei robot, che saranno sempre più numerosi, ed ironizza amaro sulla possibilità di trovarci circondati da tassisti, camerieri e bidelli robotizzati, mettendoci in guardia dall’alienazione di una realtà che, così concepita, perderebbe il sapore della spontaneità dei rapporti umani. Ritorna più volte sulla critica all'iperprotezione genitoriale. Dice senza mezzi termini che i padri e le madri che accompagnano costantemente i figli al liceo in macchina sono «rincoglioniti», poiché li privano dell’esperienza di poter andare in motorino per far colpo su un’ipotetica Giulia, a cui chiedere un passaggio che lei magari rifiuterà. Un rifiuto che si rivelerà necessario per scoprire ed elaborare la frustrazione, oltre che per comprendere che l’amore è fatto di tentativi. «Mia nonna marchigiana mi diceva sempre: “Badati!”, ovvero arrangiati!». Bisogna lasciare che i ragazzi crescano anche da soli, per alimentare il fuoco della loro creatività. Solo dalle imperfezioni dell’esperienza nascono le emozioni dalle quali si impara e si cresce, mentre la perfezione ci limita. Dai fatti concreti si crea la vita. Crepet è convinto che la tecnologia abbia introdotto un profondo cambiamento antropologico. E questo nuovo mondo non gli piace: ha creato degli zombie che chattano in continuazione ma non si conoscono più, incapaci di confrontarsi con il vuoto. La speranza è che ci siano ancora dei giovani disposti a tracciare la propria strada in maniera meno scontata, rivendicando l’unicità dell’individuo. E questo lo si può fare solo trovando la propria anima. Ironizza osservando come la chat dell’intelligenza artificiale ti dica esattamente ciò che vorresti sentirti dire, mentre l’amico vero ti sveglia dalle tue convinzioni e smentisce i tuoi autoinganni, invece di alimentarli come fa l'algoritmo. L’ironia resta la parte più interessante di noi e l’arte del parlarsi consiste nell'ascoltare senza la mania di dover definire e classificare tutto. Sul finale, Crepet demolisce un vecchio proverbio: «Chi s’accontenta gode? Che cavolata! Chi s’accontenta soffre! Insegniamo, invece, ai giovani a essere intrepidi!».
Il mare come viaggio nell’anima: tra inconscio, fragilità e rinascita interiore
I Greci usavano diverse parole per definire il mare. Una di queste era Pontos, un termine con cui descrivevano l'orizzonte aperto come un passaggio: quello spazio immenso e necessario da attraversare per raggiungere altre terre o, in senso filosofico, per esplorare parti ancora sconosciute di se stessi. Se la terraferma è l’immagine prevedibile e rassicurante della certezza, il mare simboleggia l’inconscio e la dimensione sommersa delle emozioni non espresse. Immergersi equivale a inabissarsi nella propria interiorità. È per questo che molte persone provano un’istintiva resistenza ad abbandonarsi del tutto all’acqua: farlo significherebbe rischiare di perdere il controllo razionale della mente. Nella sua immensità, il mare ci spoglia dell'Ego, costringendoci a un confronto diretto con la nostra fragilità e con i desideri più intimi. Eppure, l’acqua possiede un profondo potere catartico. Il semplice osservare il moto perpetuo e ciclico delle onde ci riconcilia con il ritmo stesso dell’esistenza. Ci insegna l'importanza di rimanere saldi e centrati a terra anche quando la vita viene scossa da eventi esterni, consapevoli che ogni tempesta è destinata a passare e che ogni flusso custodisce l'arte di saper lasciar andare. Il mare non offre una fuga dalla realtà, ma un ritorno all'essenziale. Entrare in acqua significa concedersi la possibilità di percepire una fusione profonda con l’universo, dissolvendo il confine rigido tra il nostro "Io" e il mondo circostante. L'acqua accoglie e ricompone le fratture interiori: di fronte all’infinito, le ferite della mente perdono il loro peso, sostituite da un gratificante senso di appartenenza a qualcosa di immensamente più grande. In fondo, il mare ci insegna che la vera serenità non nasce dal rimanere ancorati a certezze immobili. Richiede, invece, il coraggio di attraversare le proprie profondità per poi far ritorno alla terraferma con una nuova e più matura consapevolezza.
Alla scoperta di Barbara Trasatti: comunicazione, imprenditoria e riscatto al femminile (VIDEO)
In questo episodio del podcast Nati per… incontriamo Barbara Trasatti, una delle figure più poliedriche e carismatiche della comunicazione visiva e del personal branding nelle Marche. Insieme a lei affronteremo un viaggio affascinante tra creatività, business e indipendenza femminile. Pioniera del settore, Trasatti ha fondato il suo storico Studio Grafico a Macerata nel 1989, costruendo nel tempo una carriera solida e autonoma. La sua è una storia di pura determinazione: dall'ideazione del rivoluzionario format PersonalGraphicVIP (vincitore del Premio Innovazione nel 2011) fino al recente incarico all'interno della Commissione Regionale per le Pari Opportunità della Regione Marche. Aperta al confronto e da sempre pronta a mettere la propria esperienza a disposizione degli altri, ha saputo racchiudere la sua visione del mondo in tre fortunate pubblicazioni: Chic For Life: un agile "minibook" da borsetta fatto di aforismi brevi e battute sagaci, pensato per donne curiose e intraprendenti che hanno imparato a scegliersi. Un vero prontuario di autoironia per affrontare la vita quotidiana con stile ed eleganza; Gettami in pasto ai lupi e tornerò alla guida del branco: un manuale di crescita personale per eroi di tutti i giorni; una lezione di resilienza e forza interiore per imparare a superare le avversità; Chic For Life 2: naturale evoluzione del primo progetto, il volume consolida un percorso di pillole di saggezza moderna, promuovendo l'idea di una femminilità forte, indipendente e capace di tracciare la propria strada. Un’opera dedicata a chi sta ricominciando e desidera continuare a crescere. 🎧 Ascolta la storia di Barbara Trasatti: la puntata di "Nati per..." è disponibile ora su YouTube, Facebook e Spotify!
I due movimenti della vita: fuori e dentro
La psicologia analitica di Carl Gustav Jung ci insegna che l’esistenza umana si snoda attraverso due movimenti fondamentali, due respiri opposti e complementari. La prima fase della vita è un moto direzionato verso l’esterno. È il tempo della costruzione, dell’affermazione, della conquista di un ruolo nel mondo. Spinti dal bisogno di definire la nostra identità sociale, aderiamo con convinzione alle regole del contesto che ci ospita: studiamo, ricerchiamo un posizionamento professionale, costruiamo legami affettivi ed una famiglia. È una traiettoria che appare quasi prescritta, percorsa da gran parte di noi con una sorta di ingenua certezza. In questo stadio non c’è spazio per il dubbio o per la ricerca di strade alternative; procediamo protetti da convinzioni sociali così radicate in noi da essere ciechi di fronte alla nostra complessità interiore. Poi, imprevedibile, sopraggiunge l’inciampo. Un fallimento, una perdita, un dolore: un evento che spezza il ritmo e ci costringe alla resa. Indipendentemente dall’età anagrafica, la crisi ci richiama a noi stessi, invertendo la polarità del nostro viaggio: non più da dentro verso fuori, ma da fuori verso dentro. Ha così inizio la seconda metà della vita, il tempo del risveglio. Cade la necessità del riconoscimento sociale, si dissolve il peso del giudizio altrui e ci si affranca dalle aspettative genitoriali. Inizia un’opera di liberazione da ogni condizionamento ed un’azione di profonda selezione: le amicizie si filtrano, la carriera si riconsidera, la sintonia con il partner viene messa a nudo, chiedendoci se la persona che abbiamo a fianco respiri ancora in sintonia con la nostra anima. È un processo tutt’altro che indolore. Cambiare pelle richiede la fatica di smantellare l’immagine ideale che avevamo proiettato nel mondo per integrare le nostre fragilità e abitare la nostra Ombra. Ma sono proprio quelle parti nascoste che, se osservate e comprese, si rivelano la risorsa più preziosa a nostra disposizione. È da qui che nasce la maturità: smettiamo di sentirci vittime degli eventi, ci assumiamo la responsabilità di ogni nostra decisione e riconosciamo il potere di guidare il nostro destino, accogliendo ogni esperienza come un insegnamento fondamentale per crescere. Non ci interessa più raggiungere una meta prestabilita, ma avere il coraggio di attraversare il proprio disorientamento. Quando smettiamo di cercare la nostra immagine negli occhi degli altri, possiamo incontrare noi stessi.
"Serve un'alleanza tra Meloni e Vannacci": Giuseppe Cruciani al White Beach Club di Numana
MARCELLI DI NUMANA – Una terrazza affacciata sulla spiaggia di Marcelli e, lì accanto, il Monte Conero con la sua maestosa presenza. Ieri sera l’evento della rassegna “FilosofARTE” si è svolto qui, al White Beach Club, il nuovo concept firmato da Arturo Neumann, imprenditore e figura storica dell’accoglienza e dello sviluppo turistico della Riviera del Conero (erede della celebre tradizione di famiglia che ha legato il proprio nome alla nascita e allo sviluppo del prestigioso Villaggio Taunus). Con il White, Neumann ha lanciato una location che si distingue non solo per una proposta enogastronomica di alta qualità, ma anche per la sua atmosfera suggestiva: un salotto sotto le stelle di fronte al mare. A fare gli onori di casa e ad introdurre la serata è stato Gianluca Crocetti, ideatore e fondatore del format culturale FilosofARTE, affiancato dallo stesso Arturo Neumann. L'imprenditore si è detto particolarmente sensibile e vicino alle tematiche di attualità, libertà d'espressione e dibattito civile portate avanti con veemenza da Giuseppe Cruciani. Tra le prime file del numeroso pubblico presente ha assistito all'incontro anche l’assessore al turismo di Civitanova Marche, Mara Orazi. In questo scenario suggestivo, la serata di mercoledì 12 agosto ha visto protagonista Giuseppe Cruciani, intervistato dal giornalista Gianmarco Landi, per la presentazione del suo ultimo libro: “Libertà. Tutto Cruciani dalla A alla Z – L’alfabeto del politicamente scorretto” (Cairo). Con il consueto tono provocatorio e senza filtri, il conduttore de La Zanzara ha aperto il suo intervento analizzando l'attuale scenario politico e concentrandosi su Roberto Vannacci. Per Cruciani, il generale rappresenta «un politico anomalo, di vecchio stampo, che sa stare in mezzo alla gente facendo una campagna elettorale porta a porta». Il suo successo, ha sottolineato l'autore, è il sintomo di qualcosa che non ha funzionato nelle dinamiche tradizionali del centrodestra. La ricetta per la vittoria alle urne? «Un’alleanza tra la Meloni e Vannacci», figura quest’ultima che ha proposto, come nuovo sindaco di Milano, un generale che preveda soluzioni drastiche come il «rastrellamento di Rogoredo e fare piazza pulita dei maranza». Cruciani non ha risparmiato stoccate al sistema politico nel suo complesso: «La politica non è una cosa seria: vende sogni e cavalca le emozioni dell’elettorato. Per vincere spesso si vende fumo, e chi sceglie di non farlo, alla fine, non raccoglie risultati», riferendosi in particolare a Carlo Calenda. Sui temi dell'ordine pubblico, il giornalista ha espresso una critica diretta all'esecutivo guidato da Giorgia Meloni, considerata rea di non essere riuscita a portare avanti una campagna sulla sicurezza davvero incisiva. Secondo Cruciani serve una linea dura: «Bisogna militarizzare le stazioni delle grandi città come Milano e Roma, presidiando non solo i piazzali antistanti, ma soprattutto le vie limitrofe». Sul fronte immigrazione, la polemica si è concentrata contro quello che definisce il «finto buonismo» delle sinistre, ribadendo la necessità del blocco dei flussi clandestini: «Considero l’Italia come casa mia: non posso fare entrare a casa mia chi non conosco, persone di cui si ignorano identità, data di nascita o se abbiano un lavoro». Sollecitato da Landi, Cruciani ha poi attaccato le derive del femminismo militante, colpevole a suo dire di «attaccarsi a ogni singola parola o atteggiamento per usarlo in chiave anti-maschile, arrivando al paradosso di giudicare perfino un semplice sguardo come una molestia». Sulla questione dei diritti omosessuali, pur rifiutando categoricamente le classificazioni basate sugli orientamenti personali («Ognuno è libero di fare ciò che vuole e la classificazione è del tutto inutile»), ha ribadito un principio per lui fondamentale: «Affinché uno Stato possa prosperare, alla base della società deve esserci una struttura composta da un uomo e una donna che fanno figli». Un passaggio importante dell'incontro è stata la difesa di Mario Roggero, il gioielliere piemontese condannato a 14 anni e 9 mesi di reclusione (con un risarcimento di 3 milioni di euro) per aver reagito a una rapina. Cruciani, che ha perorato la sua causa per oltre due anni, precisa: «Non lo considero un eroe, né un modello da seguire. È un anti-eroe, un borghese che desiderava solo lavorare, non amato dalla stampa o dai VIP. Ma Pannella mi ha insegnato che portando avanti casi estremi si possono cambiare le cose». Per il giornalista è inaccettabile che chi subisce un'aggressione nel proprio luogo di lavoro non venga tutelato: «È assurdo non essere protetti dallo Stato. Servono riforme immediate sulla legittima difesa: al momento dell'aggressione non si può misurare con il bilancino lo stato di turbamento psicologico della vittima». Cruciani chiude l’intervento affrontando il tema ambientale, con un attacco frontale alle politiche europee di transizione ecologica: «L’ideologia green sta distruggendo il tessuto industriale e le aziende italiane. Per me l'ambientalismo radicale non è altro che un volto del comunismo».
Bambini perfetti, futuri adulti smarriti: l'adattamento precoce che priva dei confini emotivi in età matura
Siamo cresciuti lodando il bambino buono, ubbidiente e responsabile. Ma dietro ad ogni «sì» detto per non deludere o non creare problemi, quel bambino perde pian piano una parte di sé, fino a scomparire. In psicologia, la maturità arrivata troppo presto è un meccanismo di difesa e di adattamento. Si impara precocemente ad annullare i propri bisogni per garantire l'armonia familiare o per ricevere amore e approvazione. Si smette così di piangere, di fare i capricci, di essere "di peso". Quella maturità elogiata dagli adulti diventa una gabbia dorata dove il bambino si convince che il suo valore risieda unicamente nella capacità di essere utile e invisibile. Si parla di un'infanzia repressa nel silenzio di chi ha imparato a trattenere i propri bisogni, le proprie azioni e persino la rabbia pur di non disturbare, nel tentativo di ottenere accettazione. È una dinamica che si innesca di frequente in contesti familiari complessi, dove i genitori – sopraffatti dalle proprie fragilità – faticano a ricoprire il ruolo di adulti. In un equilibrio domestico già in bilico, il "bravo bambino" intuisce rapidamente che l'unica via è non gravare sugli altri: si adatta, silenzia se stesso e diventa un adulto in miniatura, iper-autonomo e perennemente accomodante. Ma il prezzo di questa maturità precoce è altissimo: quel bambino perde la libertà di essere vulnerabile, disimparando a dire «ho paura», «sono arrabbiato» o «ho bisogno di aiuto». Crescendo, faticherà a definire i propri confini emotivi, rimanendo intrappolato in un copione esistenziale che lo ha costretto a essere grande molto prima del tempo. Ciò che nell'infanzia è servito per "sopravvivere" all'ambiente, in età adulta si trasforma in una prigione. Il risultato comprende: Un senso di colpa da riposo: l'incapacità di fermarsi, perché il valore personale rimane legato unicamente al "fare" o nell'aiutar gli altri; La convinzione profonda che chiedere aiuto sia una colpa o un segno di debolezza; Somatizzazione e stanchezza cronica: uno stato permanente di esaurimento psicofisico e iper-controllo. Abituati fin da piccoli a mettere da parte se stessi, questi bambini crescono diventando il porto sicuro di tutti: persone empatiche, capaci di accogliere il dolore altrui, ma del tutto incapaci di proteggersi da esso. Nelle relazioni d'amore e d'amicizia, questo schema si riflette chiaramente: senza confini emotivi definiti, ci si convince che per essere accettati e amati sia necessario dare sempre di più, sacrificandosi. Si impara così ad ascoltare il mondo, diventando però estranei a se stessi. Come ci si può liberare da questa trappola? Il primo passo è prendere consapevolezza di questa dinamica e intraprendere un percorso di riconquista emotiva. È necessario iniziare a chiedersi "di cosa ho bisogno io?", per riappropriarsi del diritto di: - Avere desideri e bisogni propri; - Potersi concedere la possibilità di sbagliare; - Validare ed esprimere tutte le emozioni, anche quelle più "scomode" come la rabbia. L’Analisi Transazionale ci insegna il concetto di Rigenitorializzazione interna in cui l'Adulto di oggi smette di pretendere la perfezione da se stesso e assume il ruolo del "genitore ideale" verso il proprio Bambino Interiore, concedendogli finalmente il permesso di fallire, crollare e piangere. Diamo finalmente valore alla nostra esistenza non per quello che facciamo, ma semplicemente per quello che siamo.
Meta condannata nel New Mexico: 567 milioni di dollari di multa per danno sui minori e la svolta del "disturbo pubblico"
New Mexico – Un tribunale ha inflitto a Meta (società proprietaria di Facebook e Instagram) una sanzione di 567 milioni di dollari per non aver protetto i minori dal forte impatto sulla loro salute mentale e sicurezza. La cifra si aggiunge ai 375 milioni di dollari già comminati nel marzo precedente dalla giuria dello stesso Stato. In quell'occasione, la condanna era stata emessa per pratiche commerciali ingannevoli: Meta è stata ritenuta responsabile di aver fuorviato genitori e utenti sulla reale sicurezza per i minori delle piattaforme Facebook e Instagram. Inoltre, è stato accertato che gli algoritmi dell'azienda spingevano contenuti di carattere sessuale verso gli account dei più giovani. Questa sentenza ha rappresentato la prima condanna storica negli Stati Uniti contro una Big Tech in materia di sicurezza dei minori sui social media. Totale della somma dovuta: circa 1 miliardo di dollari! Oggi il giudice Bryan Biedscheid, nella seconda fase del processo, ha definito l'impatto dei social sui giovani come un "disturbo pubblico", paragonandolo all'inquinamento atmosferico. Il giudice ha infatti accostato Meta a una fabbrica inquinante: "Proprio come l'inquinamento nocivo prodotto da una fabbrica danneggia il comune diritto della popolazione ad avere aria pulita, così gli effetti dannosi delle piattaforme di Meta non rimangono confinati sui loro server, ma arrivano al mondo reale, creando un fardello sociale e un danno per i minori e le loro famiglie." Da responsabilità individuale a rischio ambientale: non si tratta più solo della scelta del singolo utente (o del genitore) di attivare o meno un profilo, ma di un problema di salute pubblica diffuso. I giudici hanno stabilito che la maggior parte dei fondi da versare (circa 420 milioni di dollari) sarà destinata a finanziamenti diretti per trattamenti di salute mentale giovanile, programmi di prevenzione e supporto alle famiglie per i prossimi cinque anni. Un precedente che può travolgere il modello Big Tech: il concetto di "disturbo pubblico" apre una crepa nella difesa storica delle aziende tecnologiche. Far rientrare i social nella categoria delle attività industriali inquinanti apre la strada a migliaia di cause analoghe già pendenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Dal canto suo, Meta ha dichiarato che impugnerà la sentenza in appello, sostenendo di aver sviluppato numerosi strumenti di tutela per i teenager e di aver operato in buona fede. In sintesi, la sentenza del New Mexico lancia un messaggio chiaro: la "tossicità digitale" non è più una questione privata, ma un problema pubblico, e chi inquina deve pagare.
Nati per... con Gianluca Salvucci: la storia di Delsa tra tradizione e futuro
Cinquantasei anni di storia non si misurano solo in metri di seta o precisione dei ricami, ma nella capacità di traghettare un sogno artigianale nel futuro. È questa l’essenza di Delsa, maison di abiti da sposa e cerimonia nata nel 1969 nel cuore delle Marche. Una realtà che ha saputo trasformare l'intuizione della fondatrice, Maria Cristina Craglia — che apprese i segreti del cucito in un convento di clausura —, in un brand di respiro internazionale, simbolo del Made in Italy più autentico. Il segreto di questa longevità risiede in un delicato equilibrio tra fedeltà alle proprie radici e coraggio nell'innovare. Superate le grandi sfide che hanno scosso il settore del wedding negli ultimi anni, l'azienda di Belforte del Chienti ha dimostrato una straordinaria resilienza, espandendo i propri confini territoriali con l'apertura di un grande e moderno atelier ad Ancona. Al timone di questa evoluzione c’è Gianluca Salvucci, Amministratore Delegato e figlio della fondatrice. Salvucci incarna una leadership che va oltre la semplice gestione dei bilanci. Sotto la sua direzione, Delsa ha saputo coniugare la complessità della produzione industriale con la poesia del "su misura", mantenendo intatta quell'atmosfera familiare che si respira fin dalle origini. La sua è una visione manageriale profondamente etica: non a caso l’azienda è stata insignita del prestigioso premio "Women Value Company" della Fondazione Marisa Bellisario, un riconoscimento nazionale per le politiche d'inclusione e la valorizzazione del talento femminile, pilastro storico del brand. Ma il successo di Delsa non è fatto solo di strategie di mercato; è guidato da una profonda sensibilità personale. Cresciuto tra stoffe pregiate e dettagli di alta sartoria, Gianluca Salvucci ha saputo infondere il proprio gusto e la propria creatività nelle collezioni, dimostrando che un grande manager nella moda deve possedere, prima di tutto, un'anima artistica. Per lui, l'abito da sposa non è un semplice prodotto, ma il custode di una promessa d'amore che si rinnova nel tempo. Oggi, la sfida del passaggio generazionale è già una realtà vincente. Collaborando in stretta sinergia con la terza generazione — rappresentata dalla figlia Anna Cristina —, Gianluca Salvucci sta guidando Delsa incontro alle spose contemporanee. Un ponte perfetto tra la sapienza manuale di ieri e i linguaggi iper-connessi di oggi, dimostrando che il vero segreto del successo è l’espressione della propria passione. 🎧 Ascolta la storia di Gianluca Salvucci: la puntata di "Nati per..." è disponibile ora su YouTube, Facebook e Spotify!

cielo sereno (MC)



