di Paola Pauri Instagram: paolapauri11

Paolo Crepet allo Sferisterio: "Chi s'accontenta soffre. La vita si costruisce dall'imperfezione, non sull'algoritmo che ci dice ciò che vogliamo sentire"

Paolo Crepet allo Sferisterio: "Chi s'accontenta soffre. La vita si costruisce dall'imperfezione, non sull'algoritmo che ci dice ciò che vogliamo sentire"

Alla domanda: «Professor Crepet, cos’è per lei l’anima?», con un sorriso che non ti aspetti, risponde: «Dipende… ognuno ha la propria, io ho la mia e lei ha la sua». Paolo Crepet arriva sul palco dello Sferisterio vestito di arancione e verde, con in sottofondo la musica dei Pink Floyd che cantano "Another Brick in the Wall". Una scenografia cromatica e sonora che anticipa la forza provocatoria delle sue parole, a partire da una buona notizia d’attualità: la decisione che vede Meta chiamata a rispondere e a pagare per i danni arrecati ai ragazzi, un primo segnale di tutela per le giovani generazioni. Crepet attinge subito al bagaglio dei ricordi personali. Rievoca quando, da ragazzo, il padre lo costrinse ad andare a Londra: un giovane di provincia che improvvisamente scopriva lo Speakers’ Corner – il tempio della libertà di parola – e l'impatto culturale della minigonna. «Un bambino inquieto è interessante» sostiene lo psichiatra; per poter costruire una buona vita fin da giovani bisogna uscire dalla bolla protettiva dei genitori e affrontare qualche tribolazione. Non averne significa adagiarsi nell’illusione che l'esistenza sia comoda, anestetizzando la crescita. La perfezione, spiega Crepet, è negativa. La cerchiamo continuamente, come se la bellezza dovesse per forza coincidere con essa. Il progresso ci porta a non guardare la frattura, che è invece esattamente ciò che accade nella realtà. A questo proposito, condivide un ricordo: «Quando abitavo in India e lavoravo in un college nel Punjab, al confine con il Pakistan, andai in un tempio in mezzo alla foresta. Prima che facesse notte, mentre tornavo al villaggio, vidi tutte le scimmie sugli alberi che andavano nella stessa direzione, verso una radura. C’era uno scimmione capo avanti e tutti gli altri dietro che, mentre guardavano il sole scendere, piangevano commossi di fronte a un giorno che non sarebbe più tornato». Da quell'immagine arcaica imparò un insegnamento fondamentale: la gratitudine per ogni singolo giorno e la profonda dignità nella fragilità del commuoversi. Il discorso si sposta poi sul presente e sul futuro imminente. Crepet parla dell’avvento dei robot, che saranno sempre più numerosi, ed ironizza amaro sulla possibilità di trovarci circondati da tassisti, camerieri e bidelli robotizzati, mettendoci in guardia dall’alienazione di una realtà che, così concepita, perderebbe il sapore della spontaneità dei rapporti umani. Ritorna più volte sulla critica all'iperprotezione genitoriale. Dice senza mezzi termini che i padri e le madri che accompagnano costantemente i figli al liceo in macchina sono «rincoglioniti», poiché li privano dell’esperienza di poter andare in motorino per far colpo su un’ipotetica Giulia, a cui chiedere un passaggio che lei magari rifiuterà. Un rifiuto che si rivelerà necessario per scoprire ed elaborare la frustrazione, oltre che per comprendere che l’amore è fatto di tentativi. «Mia nonna marchigiana mi diceva sempre: “Badati!”, ovvero arrangiati!». Bisogna lasciare che i ragazzi crescano anche da soli, per alimentare il fuoco della loro creatività. Solo dalle imperfezioni dell’esperienza nascono le emozioni dalle quali si impara e si cresce, mentre la perfezione ci limita. Dai fatti concreti si crea la vita. Crepet è convinto che la tecnologia abbia introdotto un profondo cambiamento antropologico. E questo nuovo mondo non gli piace: ha creato degli zombie che chattano in continuazione ma non si conoscono più, incapaci di confrontarsi con il vuoto. La speranza è che ci siano ancora dei giovani disposti a tracciare la propria strada in maniera meno scontata, rivendicando l’unicità dell’individuo. E questo lo si può fare solo trovando la propria anima. Ironizza osservando come la chat dell’intelligenza artificiale ti dica esattamente ciò che vorresti sentirti dire, mentre l’amico vero ti sveglia dalle tue convinzioni e smentisce i tuoi autoinganni, invece di alimentarli come fa l'algoritmo. L’ironia resta la parte più interessante di noi e l’arte del parlarsi consiste nell'ascoltare senza la mania di dover definire e classificare tutto. Sul finale, Crepet demolisce un vecchio proverbio: «Chi s’accontenta gode? Che cavolata! Chi s’accontenta soffre! Insegniamo, invece, ai giovani a essere intrepidi!».

27/08/2026 16:20
Il mare come viaggio nell’anima: tra inconscio, fragilità e rinascita interiore

Il mare come viaggio nell’anima: tra inconscio, fragilità e rinascita interiore

I Greci usavano diverse parole per definire il mare. Una di queste era Pontos, un termine con cui descrivevano l'orizzonte aperto come un passaggio: quello spazio immenso e necessario da attraversare per raggiungere altre terre o, in senso filosofico, per esplorare parti ancora sconosciute di se stessi. Se la terraferma è l’immagine prevedibile e rassicurante della certezza, il mare simboleggia l’inconscio e la dimensione sommersa delle emozioni non espresse. Immergersi equivale a inabissarsi nella propria interiorità. È per questo che molte persone provano un’istintiva resistenza ad abbandonarsi del tutto all’acqua: farlo significherebbe rischiare di perdere il controllo razionale della mente. Nella sua immensità, il mare ci spoglia dell'Ego, costringendoci a un confronto diretto con la nostra fragilità e con i desideri più intimi. Eppure, l’acqua possiede un profondo potere catartico. Il semplice osservare il moto perpetuo e ciclico delle onde ci riconcilia con il ritmo stesso dell’esistenza. Ci insegna l'importanza di rimanere saldi e centrati a terra anche quando la vita viene scossa da eventi esterni, consapevoli che ogni tempesta è destinata a passare e che ogni flusso custodisce l'arte di saper lasciar andare. Il mare non offre una fuga dalla realtà, ma un ritorno all'essenziale. Entrare in acqua significa concedersi la possibilità di percepire una fusione profonda con l’universo, dissolvendo il confine rigido tra il nostro "Io" e il mondo circostante. L'acqua accoglie e ricompone le fratture interiori: di fronte all’infinito, le ferite della mente perdono il loro peso, sostituite da un gratificante senso di appartenenza a qualcosa di immensamente più grande. In fondo, il mare ci insegna che la vera serenità non nasce dal rimanere ancorati a certezze immobili. Richiede, invece, il coraggio di attraversare le proprie profondità per poi far ritorno alla terraferma con una nuova e più matura consapevolezza.

23/08/2026 10:30
Alla scoperta di Barbara Trasatti: comunicazione, imprenditoria e riscatto al femminile (VIDEO)

Alla scoperta di Barbara Trasatti: comunicazione, imprenditoria e riscatto al femminile (VIDEO)

In questo episodio del podcast Nati per… incontriamo Barbara Trasatti, una delle figure più poliedriche e carismatiche della comunicazione visiva e del personal branding nelle Marche. Insieme a lei affronteremo un viaggio affascinante tra creatività, business e indipendenza femminile. Pioniera del settore, Trasatti ha fondato il suo storico Studio Grafico a Macerata nel 1989, costruendo nel tempo una carriera solida e autonoma. La sua è una storia di pura determinazione: dall'ideazione del rivoluzionario format PersonalGraphicVIP (vincitore del Premio Innovazione nel 2011) fino al recente incarico all'interno della Commissione Regionale per le Pari Opportunità della Regione Marche. Aperta al confronto e da sempre pronta a mettere la propria esperienza a disposizione degli altri, ha saputo racchiudere la sua visione del mondo in tre fortunate pubblicazioni: Chic For Life: un agile "minibook" da borsetta fatto di aforismi brevi e battute sagaci, pensato per donne curiose e intraprendenti che hanno imparato a scegliersi. Un vero prontuario di autoironia per affrontare la vita quotidiana con stile ed eleganza; Gettami in pasto ai lupi e tornerò alla guida del branco: un manuale di crescita personale per eroi di tutti i giorni; una lezione di resilienza e forza interiore per imparare a superare le avversità; Chic For Life 2: naturale evoluzione del primo progetto, il volume consolida un percorso di pillole di saggezza moderna, promuovendo l'idea di una femminilità forte, indipendente e capace di tracciare la propria strada. Un’opera dedicata a chi sta ricominciando e desidera continuare a crescere. 🎧 Ascolta la storia di Barbara Trasatti: la puntata di "Nati per..." è disponibile ora su YouTube, Facebook e Spotify!

18/08/2026 11:20
I due movimenti della vita: fuori e dentro

I due movimenti della vita: fuori e dentro

La psicologia analitica di Carl Gustav Jung ci insegna che l’esistenza umana si snoda attraverso due movimenti fondamentali, due respiri opposti e complementari. La prima fase della vita è un moto direzionato verso l’esterno. È il tempo della costruzione, dell’affermazione, della conquista di un ruolo nel mondo. Spinti dal bisogno di definire la nostra identità sociale, aderiamo con convinzione alle regole del contesto che ci ospita: studiamo, ricerchiamo un posizionamento professionale, costruiamo legami affettivi ed una famiglia. È una traiettoria che appare quasi prescritta, percorsa da gran parte di noi con una sorta di ingenua certezza. In questo stadio non c’è spazio per il dubbio o per la ricerca di strade alternative; procediamo protetti da convinzioni sociali così radicate in noi da essere ciechi di fronte alla nostra complessità interiore. Poi, imprevedibile, sopraggiunge l’inciampo. Un fallimento, una perdita, un dolore: un evento che spezza il ritmo e ci costringe alla resa. Indipendentemente dall’età anagrafica, la crisi ci richiama a noi stessi, invertendo la polarità del nostro viaggio: non più da dentro verso fuori, ma da fuori verso dentro. Ha così inizio la seconda metà della vita, il tempo del risveglio. Cade la necessità del riconoscimento sociale, si dissolve il peso del giudizio altrui e ci si affranca dalle aspettative genitoriali. Inizia un’opera di liberazione da ogni condizionamento ed un’azione di profonda selezione: le amicizie si filtrano, la carriera si riconsidera, la sintonia con il partner viene messa a nudo, chiedendoci se la persona che abbiamo a fianco respiri ancora in sintonia con la nostra anima. È un processo tutt’altro che indolore. Cambiare pelle richiede la fatica di smantellare l’immagine ideale che avevamo proiettato nel mondo per integrare le nostre fragilità e abitare la nostra Ombra. Ma sono proprio quelle parti nascoste che, se osservate e comprese, si rivelano la risorsa più preziosa a nostra disposizione. È da qui che nasce la maturità: smettiamo di sentirci vittime degli eventi, ci assumiamo la responsabilità di ogni nostra decisione e riconosciamo il potere di guidare il nostro destino, accogliendo ogni esperienza come un insegnamento fondamentale per crescere. Non ci interessa più raggiungere una meta prestabilita, ma avere il coraggio di attraversare il proprio disorientamento. Quando smettiamo di cercare la nostra immagine negli occhi degli altri, possiamo incontrare noi stessi.

16/08/2026 11:00
"Serve un'alleanza tra Meloni e Vannacci": Giuseppe Cruciani al White Beach Club di Numana

"Serve un'alleanza tra Meloni e Vannacci": Giuseppe Cruciani al White Beach Club di Numana

MARCELLI DI NUMANA – Una terrazza affacciata sulla spiaggia di Marcelli e, lì accanto, il Monte Conero con la sua maestosa presenza. Ieri sera l’evento della rassegna “FilosofARTE” si è svolto qui, al White Beach Club, il nuovo concept firmato da Arturo Neumann, imprenditore e figura storica dell’accoglienza e dello sviluppo turistico della Riviera del Conero (erede della celebre tradizione di famiglia che ha legato il proprio nome alla nascita e allo sviluppo del prestigioso Villaggio Taunus). Con il White, Neumann ha lanciato una location che si distingue non solo per una proposta enogastronomica di alta qualità, ma anche per la sua atmosfera suggestiva: un salotto sotto le stelle di fronte al mare. A fare gli onori di casa e ad introdurre la serata è stato Gianluca Crocetti, ideatore e fondatore del format culturale FilosofARTE, affiancato dallo stesso Arturo Neumann. L'imprenditore si è detto particolarmente sensibile e vicino alle tematiche di attualità, libertà d'espressione e dibattito civile portate avanti con veemenza da Giuseppe Cruciani. Tra le prime file del numeroso pubblico presente ha assistito all'incontro anche l’assessore al turismo di Civitanova Marche, Mara Orazi. In questo scenario suggestivo, la serata di mercoledì 12 agosto ha visto protagonista Giuseppe Cruciani, intervistato dal giornalista Gianmarco Landi, per la presentazione del suo ultimo libro: “Libertà. Tutto Cruciani dalla A alla Z – L’alfabeto del politicamente scorretto” (Cairo). Con il consueto tono provocatorio e senza filtri, il conduttore de La Zanzara ha aperto il suo intervento analizzando l'attuale scenario politico e concentrandosi su Roberto Vannacci. Per Cruciani, il generale rappresenta «un politico anomalo, di vecchio stampo, che sa stare in mezzo alla gente facendo una campagna elettorale porta a porta». Il suo successo, ha sottolineato l'autore, è il sintomo di qualcosa che non ha funzionato nelle dinamiche tradizionali del centrodestra. La ricetta per la vittoria alle urne? «Un’alleanza tra la Meloni e Vannacci», figura quest’ultima che ha proposto, come nuovo sindaco di Milano, un generale che preveda soluzioni drastiche come il «rastrellamento di Rogoredo e fare piazza pulita dei maranza». Cruciani non ha risparmiato stoccate al sistema politico nel suo complesso: «La politica non è una cosa seria: vende sogni e cavalca le emozioni dell’elettorato. Per vincere spesso si vende fumo, e chi sceglie di non farlo, alla fine, non raccoglie risultati», riferendosi in particolare a Carlo Calenda. Sui temi dell'ordine pubblico, il giornalista ha espresso una critica diretta all'esecutivo guidato da Giorgia Meloni, considerata rea di non essere riuscita a portare avanti una campagna sulla sicurezza davvero incisiva. Secondo Cruciani serve una linea dura: «Bisogna militarizzare le stazioni delle grandi città come Milano e Roma, presidiando non solo i piazzali antistanti, ma soprattutto le vie limitrofe». Sul fronte immigrazione, la polemica si è concentrata contro quello che definisce il «finto buonismo» delle sinistre, ribadendo la necessità del blocco dei flussi clandestini: «Considero l’Italia come casa mia: non posso fare entrare a casa mia chi non conosco, persone di cui si ignorano identità, data di nascita o se abbiano un lavoro». Sollecitato da Landi, Cruciani ha poi attaccato le derive del femminismo militante, colpevole a suo dire di «attaccarsi a ogni singola parola o atteggiamento per usarlo in chiave anti-maschile, arrivando al paradosso di giudicare perfino un semplice sguardo come una molestia». Sulla questione dei diritti omosessuali, pur rifiutando categoricamente le classificazioni basate sugli orientamenti personali («Ognuno è libero di fare ciò che vuole e la classificazione è del tutto inutile»), ha ribadito un principio per lui fondamentale: «Affinché uno Stato possa prosperare, alla base della società deve esserci una struttura composta da un uomo e una donna che fanno figli». Un passaggio importante dell'incontro è stata la difesa di Mario Roggero, il gioielliere piemontese condannato a 14 anni e 9 mesi di reclusione (con un risarcimento di 3 milioni di euro) per aver reagito a una rapina. Cruciani, che ha perorato la sua causa per oltre due anni, precisa: «Non lo considero un eroe, né un modello da seguire. È un anti-eroe, un borghese che desiderava solo lavorare, non amato dalla stampa o dai VIP. Ma Pannella mi ha insegnato che portando avanti casi estremi si possono cambiare le cose». Per il giornalista è inaccettabile che chi subisce un'aggressione nel proprio luogo di lavoro non venga tutelato: «È assurdo non essere protetti dallo Stato. Servono riforme immediate sulla legittima difesa: al momento dell'aggressione non si può misurare con il bilancino lo stato di turbamento psicologico della vittima». Cruciani chiude l’intervento affrontando il tema ambientale, con un attacco frontale alle politiche europee di transizione ecologica: «L’ideologia green sta distruggendo il tessuto industriale e le aziende italiane. Per me l'ambientalismo radicale non è altro che un volto del comunismo».

13/08/2026 14:40
Bambini perfetti, futuri adulti smarriti: l'adattamento precoce che priva dei confini emotivi in età matura

Bambini perfetti, futuri adulti smarriti: l'adattamento precoce che priva dei confini emotivi in età matura

Siamo cresciuti lodando il bambino buono, ubbidiente e responsabile. Ma dietro ad ogni «sì» detto per non deludere o non creare problemi, quel bambino perde pian piano una parte di sé, fino a scomparire. In psicologia, la maturità arrivata troppo presto è un meccanismo di difesa e di adattamento. Si impara precocemente ad annullare i propri bisogni per garantire l'armonia familiare o per ricevere amore e approvazione. Si smette così di piangere, di fare i capricci, di essere "di peso". Quella maturità elogiata dagli adulti diventa una gabbia dorata dove il bambino si convince che il suo valore risieda unicamente nella capacità di essere utile e invisibile. Si parla di un'infanzia repressa nel silenzio di chi ha imparato a trattenere i propri bisogni, le proprie azioni e persino la rabbia pur di non disturbare, nel tentativo di ottenere accettazione. È una dinamica che si innesca di frequente in contesti familiari complessi, dove i genitori – sopraffatti dalle proprie fragilità – faticano a ricoprire il ruolo di adulti. In un equilibrio domestico già in bilico, il "bravo bambino" intuisce rapidamente che l'unica via è non gravare sugli altri: si adatta, silenzia se stesso e diventa un adulto in miniatura, iper-autonomo e perennemente accomodante. Ma il prezzo di questa maturità precoce è altissimo: quel bambino perde la libertà di essere vulnerabile, disimparando a dire «ho paura», «sono arrabbiato» o «ho bisogno di aiuto». Crescendo, faticherà a definire i propri confini emotivi, rimanendo intrappolato in un copione esistenziale che lo ha costretto a essere grande molto prima del tempo. Ciò che nell'infanzia è servito per "sopravvivere" all'ambiente, in età adulta si trasforma in una prigione. Il risultato comprende: Un senso di colpa da riposo: l'incapacità di fermarsi, perché il valore personale rimane legato unicamente al "fare" o nell'aiutar gli altri; La convinzione profonda che chiedere aiuto sia una colpa o un segno di debolezza; Somatizzazione e stanchezza cronica: uno stato permanente di esaurimento psicofisico e iper-controllo. Abituati fin da piccoli a mettere da parte se stessi, questi bambini crescono diventando il porto sicuro di tutti: persone empatiche, capaci di accogliere il dolore altrui, ma del tutto incapaci di proteggersi da esso. Nelle relazioni d'amore e d'amicizia, questo schema si riflette chiaramente: senza confini emotivi definiti, ci si convince che per essere accettati e amati sia necessario dare sempre di più, sacrificandosi. Si impara così ad ascoltare il mondo, diventando però estranei a se stessi. Come ci si può liberare da questa trappola? Il primo passo è prendere consapevolezza di questa dinamica e intraprendere un percorso di riconquista emotiva. È necessario iniziare a chiedersi "di cosa ho bisogno io?", per riappropriarsi del diritto di: - Avere desideri e bisogni propri; - Potersi concedere la possibilità di sbagliare; - Validare ed esprimere tutte le emozioni, anche quelle più "scomode" come la rabbia. L’Analisi Transazionale ci insegna il concetto di Rigenitorializzazione interna in cui l'Adulto di oggi smette di pretendere la perfezione da se stesso e assume il ruolo del "genitore ideale" verso il proprio Bambino Interiore, concedendogli finalmente il permesso di fallire, crollare e piangere. Diamo finalmente valore alla nostra esistenza non per quello che facciamo, ma semplicemente per quello che siamo.

09/08/2026 11:00
Meta condannata nel New Mexico: 567 milioni di dollari di multa per danno sui minori e la svolta del "disturbo pubblico"

Meta condannata nel New Mexico: 567 milioni di dollari di multa per danno sui minori e la svolta del "disturbo pubblico"

New Mexico – Un tribunale ha inflitto a Meta (società proprietaria di Facebook e Instagram) una sanzione di 567 milioni di dollari per non aver protetto i minori dal forte impatto sulla loro salute mentale e sicurezza. La cifra si aggiunge ai 375 milioni di dollari già comminati nel marzo precedente dalla giuria dello stesso Stato. In quell'occasione, la condanna era stata emessa per pratiche commerciali ingannevoli: Meta è stata ritenuta responsabile di aver fuorviato genitori e utenti sulla reale sicurezza per i minori delle piattaforme Facebook e Instagram. Inoltre, è stato accertato che gli algoritmi dell'azienda spingevano contenuti di carattere sessuale verso gli account dei più giovani. Questa sentenza ha rappresentato la prima condanna storica negli Stati Uniti contro una Big Tech in materia di sicurezza dei minori sui social media. Totale della somma dovuta: circa 1 miliardo di dollari! Oggi il giudice Bryan Biedscheid, nella seconda fase del processo, ha definito l'impatto dei social sui giovani come un "disturbo pubblico", paragonandolo all'inquinamento atmosferico. Il giudice ha infatti accostato Meta a una fabbrica inquinante: "Proprio come l'inquinamento nocivo prodotto da una fabbrica danneggia il comune diritto della popolazione ad avere aria pulita, così gli effetti dannosi delle piattaforme di Meta non rimangono confinati sui loro server, ma arrivano al mondo reale, creando un fardello sociale e un danno per i minori e le loro famiglie." Da responsabilità individuale a rischio ambientale: non si tratta più solo della scelta del singolo utente (o del genitore) di attivare o meno un profilo, ma di un problema di salute pubblica diffuso. I giudici hanno stabilito che la maggior parte dei fondi da versare (circa 420 milioni di dollari) sarà destinata a finanziamenti diretti per trattamenti di salute mentale giovanile, programmi di prevenzione e supporto alle famiglie per i prossimi cinque anni. Un precedente che può travolgere il modello Big Tech: il concetto di "disturbo pubblico" apre una crepa nella difesa storica delle aziende tecnologiche. Far rientrare i social nella categoria delle attività industriali inquinanti apre la strada a migliaia di cause analoghe già pendenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Dal canto suo, Meta ha dichiarato che impugnerà la sentenza in appello, sostenendo di aver sviluppato numerosi strumenti di tutela per i teenager e di aver operato in buona fede. In sintesi, la sentenza del New Mexico lancia un messaggio chiaro: la "tossicità digitale" non è più una questione privata, ma un problema pubblico, e chi inquina deve pagare.

07/08/2026 15:57
Nati per... con Gianluca Salvucci: la storia di Delsa tra tradizione e futuro

Nati per... con Gianluca Salvucci: la storia di Delsa tra tradizione e futuro

Cinquantasei anni di storia non si misurano solo in metri di seta o precisione dei ricami, ma nella capacità di traghettare un sogno artigianale nel futuro. È questa l’essenza di Delsa, maison di abiti da sposa e cerimonia nata nel 1969 nel cuore delle Marche. Una realtà che ha saputo trasformare l'intuizione della fondatrice, Maria Cristina Craglia — che apprese i segreti del cucito in un convento di clausura —, in un brand di respiro internazionale, simbolo del Made in Italy più autentico. Il segreto di questa longevità risiede in un delicato equilibrio tra fedeltà alle proprie radici e coraggio nell'innovare. Superate le grandi sfide che hanno scosso il settore del wedding negli ultimi anni, l'azienda di Belforte del Chienti ha dimostrato una straordinaria resilienza, espandendo i propri confini territoriali con l'apertura di un grande e moderno atelier ad Ancona. Al timone di questa evoluzione c’è Gianluca Salvucci, Amministratore Delegato e figlio della fondatrice. Salvucci incarna una leadership che va oltre la semplice gestione dei bilanci. Sotto la sua direzione, Delsa ha saputo coniugare la complessità della produzione industriale con la poesia del "su misura", mantenendo intatta quell'atmosfera familiare che si respira fin dalle origini. La sua è una visione manageriale profondamente etica: non a caso l’azienda è stata insignita del prestigioso premio "Women Value Company" della Fondazione Marisa Bellisario, un riconoscimento nazionale per le politiche d'inclusione e la valorizzazione del talento femminile, pilastro storico del brand. Ma il successo di Delsa non è fatto solo di strategie di mercato; è guidato da una profonda sensibilità personale. Cresciuto tra stoffe pregiate e dettagli di alta sartoria, Gianluca Salvucci ha saputo infondere il proprio gusto e la propria creatività nelle collezioni, dimostrando che un grande manager nella moda deve possedere, prima di tutto, un'anima artistica. Per lui, l'abito da sposa non è un semplice prodotto, ma il custode di una promessa d'amore che si rinnova nel tempo. Oggi, la sfida del passaggio generazionale è già una realtà vincente. Collaborando in stretta sinergia con la terza generazione — rappresentata dalla figlia Anna Cristina —, Gianluca Salvucci sta guidando Delsa incontro alle spose contemporanee. Un ponte perfetto tra la sapienza manuale di ieri e i linguaggi iper-connessi di oggi, dimostrando che il vero segreto del successo è l’espressione della propria passione. 🎧 Ascolta la storia di Gianluca Salvucci: la puntata di "Nati per..." è disponibile ora su YouTube, Facebook e Spotify!

04/08/2026 12:00
Il déjà-vu, quando l’inconscio vede prima degli occhi

Il déjà-vu, quando l’inconscio vede prima degli occhi

Ci sono quei primi incontri che, dietro un “piacere di conoscerti”, nascondono la sensazione di un “ritrovarsi”. Uno sguardo, una stretta di mano, due parole e dentro di noi si accende una sensazione di familiarità: un vero déjà-vu dell’anima. Sentiamo subito di poterci fidare, anche se non conosciamo nulla dell’altro. Crediamo di dover misurare e spiegare tutto con la logica, eppure la vita ci ricorda che la natura umana abita anche dimensioni più sottili. Quel senso di riconoscimento non è un’illusione, ma è la nostra parte più profonda che comunica con noi. La psicologia analitica e la filosofia confermano che, quando incontriamo qualcuno, la nostra mente razionale arriva dopo. È invece l'inconscio a recepire valori, fragilità e stati emotivi dell'altro, restituendoli sotto forma di intuizione, con quell'inspiegabile fiducia a prima vista. Carl Gustav Jung ci insegna che l’inconscio vede prima degli occhi. Nella sua opera “Gli archetipi e l'inconscio collettivo”, lo psicoanalista svizzero ha spiegato come la nostra psiche custodisca una galleria di forme primordiali, immagini interiori ed esperienze accumulate non solo durante la nostra vita, ma ereditate dall'esperienza umana globale: gli archetipi. In particolare, Jung sostiene che non abbiamo soltanto un inconscio personale, fatto di ricordi rimossi, ma anche un inconscio collettivo condiviso da tutti gli esseri umani. Un patrimonio psichico al cui interno si trovano gli archetipi, cioè immagini universali: la madre, l’eroe, l’ombra. Tutti questi orientano il nostro modo di percepire gli altri e il mondo. Quando incontriamo una persona, l'inconscio lavora in una frazione di secondo. Prima ancora che il nostro cervello possa analizzare l'abito o le parole dell'altro, la psiche ha già decodificato il suo sguardo, la sua postura, la sua energia emotiva e la sua risonanza interiore. Se i tratti della personalità dell’altro coincidono con un archetipo che portiamo dentro, l'inconscio "riconosce" nell'altro un pezzo del proprio mondo interiore, facendoci sentire al sicuro al di là di ogni ragionamento logico. Gli altri diventano così specchi che riflettono le nostre paure e i nostri desideri più intimi. E quando una persona ci appare d'un tratto familiare, in realtà stiamo ritrovando una parte di noi stessi.

02/08/2026 11:40
Civitanova riabbraccia il Varco sul Mare. Ciarapica: "Nessun lastricato di cemento, restituiamo un luogo di condivisione"

Civitanova riabbraccia il Varco sul Mare. Ciarapica: "Nessun lastricato di cemento, restituiamo un luogo di condivisione"

Le polemiche sulle finiture e l’accusa di aver realizzato «una semplice distesa di cemento»: la risposta dell’amministrazione comunale è arrivata proprio nel momento del taglio del nastro. Ieri sera, 30 luglio, Civitanova Marche ha riabbracciato ufficialmente il suo Varco sul Mare, completamente riqualificato grazie a un investimento di circa 4,5 milioni di euro. Un intervento imponente che segna una nuova fase per la città, regalando alla comunità un collegamento urbano moderno capace di unire in un unico respiro Piazza XX Settembre e il mare. Ad aprire la cerimonia è stato l'intervento del sindaco Fabrizio Ciarapica, che prima di consegnare lo spazio ai cittadini ha voluto fare chiarezza sulle voci critiche emerse nelle ultime ore: «Oggi il Varco sul Mare torna a essere un fondamentale luogo di collegamento e di cerniera tra il centro cittadino -con la nostra Piazza XX Settembre - e quel mare che, più di ogni altra cosa, rappresenta e identifica Civitanova. Questo non è un semplice intervento urbanistico: è la concretizzazione di una visione, un investimento sulla bellezza e sul miglioramento della qualità della vita, pensato per valorizzare gli spazi di aggregazione e condivisione». «A chi dice che si tratta di un semplice lastricato di cemento rispondiamo che abbiamo utilizzato materiali di pregio indicati dalla Soprintendenza: la stessa pietra scelta è una graniglia con sassolini e sabbia che ricorda la storia di questo posto, quando un tempo qui c’era il mare». «A chi sostiene che le aree verdi siano inesistenti, rispondo che in realtà ve ne sono molte. È uno spazio polivalente con un campo da basket e una fontana a terra con giochi di ritmo e luci. Ci tengo però a precisare che questo intervento ha dovuto tener conto della storia del luogo, mantenendone l’impostazione originale». «Per la stesura del preliminare e dello studio di fattibilità ci siamo rivolti al Politecnico di Milano, un’eccellenza riconosciuta in Italia e in Europa tra le migliori realtà nel campo della riqualificazione e rigenerazione urbana. Successivamente, il testimone è passato al nostro Ufficio Tecnico per la redazione del progetto esecutivo, mentre la fase finale si è avvalsa della collaborazione dello Studio Andreoli, che ringrazio nella figura dell’Arch. Maurizio Andreoli». «Oggi finalmente, dopo anni di lavori, apriamo una pagina nuova per la nostra città. Da questa sera il Varco non è più un cantiere dell'amministrazione comunale, ma appartiene a tutti voi: abbiatene cura e riempite questo spazio di allegria e di condivisione». Alla serata ha preso parte anche il presidente della Provincia, Alessandro Gentilucci, che ha ribadito il ruolo chiave di Civitanova Marche come punto di riferimento turistico per l'intero territorio. Successivamente è intervenuto l’assessore ai Lavori Pubblici, Ermanno Carassai, prima di lasciare la parola all’architetto Andreoli per l'illustrazione tecnica del progetto. Tra le autorità presenti, anche i consiglieri comunali Gianluca Crocetti e Paolo Campetella. Il Varco sul Mare si presenta oggi un spazio polivalente: l’area comprende zone dedicate allo sport e al fitness- con un grande campo da basket- ampie aree verdi, percorsi pedonali e ciclabili, oltre a una scenografica fontana a terra animata da giochi di ritmo e luci.

31/07/2026 14:33
Da Marilyn a Moulin Rouge: a Popsophia il mito delle dive e la filosofia del musical

Da Marilyn a Moulin Rouge: a Popsophia il mito delle dive e la filosofia del musical

«The show must go on», cantavano i Queen. Ma a quale prezzo? Cosa spinge l’essere umano a ricercare il riconoscimento pubblico  pur di non rimanere nell'ombra? Se lo chiede Popsophia, il festival  nato 15 anni fa e che fino a lunedì trasformerà Civitanova Alta in un laboratorio di riflessioni sul presente. L’apertura di ieri sera, sotto la direzione artistica di Lucrezia Ercoli, ha inaugurato tre giorni dedicati al mondo dello spettacolo, all’illusione della fama e alla complessa anatomia del successo. La prima giornata si è aperta con una potente immersione nell'immaginario femminile del Novecento. Tre dive, tre icone universali, esplorate e svelate oltre la superficie della pura estetica. Brigitte Bardot e il mito della liberazione: Il sociologo Ivo Stefano Germano ha ripercorso l'impatto culturale della B.B. nazionale. Non una semplice stella del cinema, ma il simbolo di un'emancipazione sfrontata, capace di scandalizzare e rivoluzionare i costumi di un'intera epoca. Marilyn Monroe, cent'anni di enigma: nel centenario della nascita dell'attrice, lo scrittore Guido Vitiello ha tratteggiato la parabola tragica della diva per eccellenza. Monroe viene restituita come icona di una fragilità specchio di Hollywood: un corpo desiderato da tutti, ma una solitudine compresa da pochi. Claudia Cardinale, la metamorfosi della voce: ampio spazio è stato dedicato alla stella del nostro cinema da Gennaro Carillo. Per anni la Cardinale è stata solo «un corpo bellissimo senza voce», costretta a farsi doppiare per via della cadenza francese. È stato Federico Fellini, nel suo capolavoro 8½, a compiere il miracolo: restituirle la sua voce profonda, permettendole di abitare il film non più solo come oggetto dello sguardo, ma come soggetto narrativo. «Che cos'è la bellezza?» si è chiesto Carillo durante l’incontro. La risposta è stata: «Tutto ciò che turba, che sgomenta, che spezza l’equilibrio». Esattamente ciò che la Cardinale ha saputo fare sul grande schermo. La serata è poi proseguita con  il primo Philoshow: “È nata una stella. Filosofia del musical da Moulin Rouge a La La Land”. Sotto la direzione artistica di Lucrezia Ercoli, affiancata dalla filosofa e scrittrice Ilaria Gaspari, la musica diventa una  lente d'ingrandimento filosofica. Tra le note dei brani più celebri di Broadway e Hollywood, eseguiti dal vivo, l'analisi si è mossa sui seguenti temi:  Il bisogno primordiale di “essere visti”: Quanto la ricerca del successo risponde a una necessità identitaria e quanto alla paura dell'oblio? Il prezzo dell'ambizione: la gloria chiede sempre un prezzo, che spesso coincide con il sacrificio degli affetti o della propria autenticità. Il confine sottile tra finzione e realtà: Quando il riflettore si spegne, cosa rimane dell'artista? PopSophia conferma la sua cifra stilistica unica: abbattere la distanza  tra cultura alta e pop, dimostrando che anche dietro le  luci di un musical si nascondono le grandi domande che da sempre tormentano la filosofia. Lo spettacolo continuerà nella giornata di oggi e domani con altri incontri, spettacoli e philoshow.

26/07/2026 14:22
Perdersi un po' di vista per continuare ad amarsi: il desiderio ha bisogno di spazio

Perdersi un po' di vista per continuare ad amarsi: il desiderio ha bisogno di spazio

Per generazioni abbiamo creduto che l’amore romantico fosse fusione. Condividere tutto - spazio, tempo, amicizie - è stato a lungo considerato il metro di misura della solidità di una coppia, una garanzia contro l'infedeltà e l'abbandono. Eppure, questa presenza fisica costante ha spesso rivelato i suoi limiti: la saturazione, l'illusione di possedere l'altro e il progressivo spegnimento del desiderio. Nella contemporaneità sta emergendo una nuova consapevolezza: l’allontanamento non è più vissuto come una minaccia, ma come un luogo psichico in cui far nascere la mancanza e, con essa, la passione. La psicoterapeuta e saggista belga Esther Perel lo spiega nel suo lavoro Mating in Captivity: la scrittrice si chiede come possiamo desiderare ciò che già abbiamo, dato che il desiderio non si nutre di certezza, ma di mistero e di spazio. Perel evidenzia un paradosso fondamentale della vita di coppia: «L'amore vuole accorciare le distanze per unire, ma il desiderio ha bisogno di distanza per esistere». Da un lato l’amore necessita di vicinanza e sicurezza, mentre dall'altro il desiderio trae linfa da ciò che è imprevedibile e nuovo. Sono due forze intense e al contempo opposte: la spinta a fondersi rischia di far morire l’erotismo, che al contrario vive di conquista. Per cui il problema non è scegliere tra amore e sesso, ma trovare il giusto equilibrio tra il bisogno di sicurezza e libertà. Quando l'altro diventa del tutto prevedibile, quando la trasparenza è totale e l'individualità viene sacrificata per il "noi", l'eros si spegne perché non c'è più nulla da scoprire o da rincorrere. Spesso pretendiamo che il nostro partner racchiuda in sé la figura del genitore ideale, del migliore amico e del supporto emotivo, ma tutto ciò finisce per schiacciare la passione. Secondo la scrittrice, un modo per mantenere viva la fascinazione è permettere al proprio compagno di alimentare la sua sfera autonoma, in cui continuare a crescere ed evolvere con le proprie inclinazioni. Solo così è possibile vederlo come un individuo indipendente anche in contesti diversi, ricreando la giusta distanza emotiva. Il concetto di "presenza ad ogni costo" confonde la vicinanza con la sicurezza. Ma la presenza fisica non è garanzia di presenza emotiva: l'amore adulto richiede il passaggio dall'invischiamento ad una relazione matura. Questa capacità di vivere serenamente la distanza affonda le radici nella teoria dell'attaccamento di John Bowlby. Solo chi ha sviluppato un attaccamento sicuro possiede la vera "capacità di stare solo": la certezza interna che l'altro continui ad esistere e ad amarci anche quando non si trova nel nostro campo visivo. Ciò richiede la facoltà di rimanere se stessi, pur all'interno di un legame profondo in cui l'individualità è una risorsa (poiché i momenti di separazione permettono di coltivare i propri interessi, la carriera e il proprio mondo interiore) e il ritorno è un arricchimento, dato che tornare dall'altro con nuove esperienze e nuovi racconti impedisce alla coppia di ripiegarsi su se stessa. Il coraggio di un amore adulto sta nel superare la convinzione per cui "se non ti vedo, ti perdo". Richiede invece fiducia in se stessi, nella propria stabilità emotiva e nel legame stabilito con il partner. La solidità nasce dalla libera scelta di ritrovarsi ogni volta. La distanza elimina il superfluo del quotidiano e trasforma il riavvicinamento in una riconquista consapevole.

26/07/2026 11:38
Piscine, via libera della Camera alla stretta sulla sicurezza degli impianti

Piscine, via libera della Camera alla stretta sulla sicurezza degli impianti

La Camera ha approvato un emendamento al decreto legge Sport che introduce nuove misure per la sicurezza delle piscine, prevedendo la chiusura degli impianti dotati di bocchettoni di aspirazione e grate non conformi alle norme vigenti. L'obiettivo del provvedimento è ridurre il rischio del cosiddetto "effetto ventosa", un fenomeno che può provocare l'intrappolamento dei bagnanti e che negli anni è stato all'origine di numerosi incidenti, molti dei quali hanno coinvolto bambini. L'approvazione arriva all'indomani della tragedia avvenuta a Monterotondo, dove ha perso la vita un bambino di cinque anni. La misura, elaborata in Commissione Cultura e sostenuta trasversalmente da tutte le forze politiche, si applica alle piscine pubbliche e private aperte al pubblico, comprese quelle di strutture ricettive e circoli. Per proprietari e gestori degli impianti la scelta sarà obbligata: adeguare i sistemi di aspirazione oppure sospendere l'attività. Tra le principali novità introdotte dal provvedimento figura l'obbligo di installare sistemi anti-intrappolamento, con griglie e bocchettoni progettati per distribuire i flussi di aspirazione ed evitare fenomeni vorticosi in grado di bloccare i bagnanti. È prevista inoltre la sospensione immediata dell'impianto qualora i controlli accertino irregolarità non sanate. Il testo istituisce anche un fondo statale da 4,7 milioni di euro per il 2026, destinato a sostenere Comuni ed enti pubblici nell'adeguamento delle piscine di loro competenza. A sottolineare l'importanza dell'intervento è stato il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e presidente della Federnuoto, Paolo Barelli, secondo cui l'approvazione "rappresenta un passaggio significativo per rafforzare la sicurezza nelle strutture acquatiche e prevenire nuovi incidenti". Una volta entrata in vigore la norma, saranno i controlli sul territorio a verificare il rispetto degli obblighi previsti.

23/07/2026 15:19
Nati per… racconta Andrea Foglia: quando il talento diventa cura (Video)

Nati per… racconta Andrea Foglia: quando il talento diventa cura (Video)

Benvenuti a Nati per…, con questo Podcast ho scelto di dar voce a chi è riuscito a liberare il proprio Daimon (Destino) Avete presente la "teoria della ghianda" dello psicoanalista James Hillman? L’idea è che ognuno di noi nasca con un codice unico, un destino dell’anima che chiede di essere realizzato per poter raggiungere la felicità; che altro non è, se non  la buona riuscita del proprio Daimon. Una piccola ghianda che  fin dall'inizio sa che diventerà una quercia maestosa. In questo viaggio racconteremo le storie di persone che hanno saputo ascoltare quella chiamata: donne e uomini che hanno riconosciuto il proprio talento e hanno acceso la propria vita, illuminando anche quella degli altri. L’ospite di questa puntata è Andrea Foglia, pronto a raccontarci il suo percorso e come sia riuscito a esprimere il suo daimon. Ci sono persone che passano la vita a cercare la propria strada e altre che sembrano possedere una bussola interna fin da bambini. Il percorso di Andrea appartiene decisamente a questa seconda categoria. Dottore in Fisioterapia specializzato in Riabilitazione Sportiva e Ortopedica, docente all'Università di Ferrara, Presidente di RED – Rete Educazione Digitale APS e Coordinatore del Tavolo Tecnico per la Salute delle Nuove Generazioni a Civitanova Marche: guardando la sua storia, si ha l'impressione che ogni tassello sia guidato da un'unica, nitida vocazione: l'arte della cura. Un talento, il suo, che non si ferma alla conoscenza scientifica, ma affonda le radici in una straordinaria capacità di leggere l'essere umano. Nel suo studio Riabilita a Civitanova Marche, Andrea esercita prima di tutto l'arte dell'ascolto. Sul suo lettino da terapia ha capito che un corpo contratto o una postura scorretta sono quasi sempre il riflesso di una storia, di una tensione interna o di un dolore che non trova le parole per essere spiegato. Ascoltare il corpo, per lui, significa ascoltare l'anima. La svolta arriva quando Andrea si accorge che il malessere non è più solo individuale. Osservando i più giovani, intercetta una sofferenza collettiva, una "frattura sociale" invisibile ma profonda, spesso alimentata dall'indifferenza del mondo adulto di fronte all'ansia e alle fragilità dei ragazzi. È qui che la sua scintilla innata si espande, trasformandolo da professionista della salute a vero e proprio punto di riferimento per un'intera comunità. La storia di Andrea Foglia ci insegna che il talento non è un semplice possesso, ma un modo di stare al mondo. Per lui la "postura" non è solo fisica ma l'atteggiamento morale con cui decidiamo di guardare la realtà. 🎧 Ascolta la storia di Andrea Foglia: la puntata di "Nati per..." è disponibile ora su YouTube, Facebook e Spotify!

21/07/2026 12:00
Il rischio dell’incompiuto: quando difendere un amore nel silenzio ci impedisce di vivere

Il rischio dell’incompiuto: quando difendere un amore nel silenzio ci impedisce di vivere

            Ogni giorno, nell’incontro con l’altro misuriamo il rischio. Cerchiamo relazioni "assicurate" contro danni, ancora non ben definiti, dove dichiararsi appare pura utopia. Ci muoviamo con lentezza, a volte in modo incoerente, nel tentativo di dare un senso a ciò che proviamo. Stiliamo calcoli dettagliati sulle probabilità di successo o di fallimento; aspettiamo che sia l’altro a fare la prima mossa e rimandiamo la confessione per il terrore di un "no". E intanto, la vita scorre silenziosa. Da dove nasce questa paralisi? Ma soprattutto: richiede una forza maggiore rivelarsi o custodire il proprio sentimento nel segreto, pur di proteggersi dal dolore? Dichiararsi significa abbandonare la terra ferma della razionalità per abbracciare l'assoluto dell'altro, senza alcuna garanzia. Chi tace, chi aspetta che "qualcosa dentro di sé o nell'altro cambi" senza agire, resta sospeso in un limbo consolatorio. È un rifugio di infinite possibilità, un mondo di sogni dove non si rischia nulla e si coltiva l'illusione che l’amore, prima o poi, si realizzi da sé. In realtà, in questo spazio non accade nulla. Il silenzio diventa una ritirata strategica: permette al sentimento di rimanere perfetto e ideale nella mente, piuttosto che consegnarlo alla realtà, dove l’altro potrebbe ridimensionarlo o rifiutarlo. Costruiamo giustificazioni per rimanere fermi: «Non è il momento giusto», «Capirà da solo». Ci raccontiamo menzogne per non assumerci la responsabilità di un'azione e delle sue conseguenze, terrorizzati all'idea di infrangere un sogno ben orchestrato. Scegliere la paralisi per evitare la sofferenza significa, di fatto, rinunciare a esistere. Una vita non espressa diventa una vita subita. Viene da chiedersi se l'amore possa aspettare o se possieda una sua intrinseca urgenza. Forse non si tratta di una fretta cronologica, ma di un allenamento emotivo: ascoltare i nostri stati d’animo ci aiuta a vivere il presente con maggiore consapevolezza, insegnandoci ad afferrare l’istante prima che si dissolva. Spesso, invece, è la mente a prendere il sopravvento, innalzando barriere di filtri razionali. Ci illudiamo, così, di poter gestire un’emozione, impedendole di esprimersi. La salute psicologica e la pienezza dell'esistenza passano inevitabilmente attraverso l'azione. Chi sceglie di non sbilanciarsi per paura di soffrire finisce per condurre un'esistenza protetta, ma spenta. L’amore è una forza attiva che richiede l’ardire di fare il primo passo, il coraggio di mettersi a nudo e di accettare la propria fragilità, compresa la possibilità di un rifiuto. Ma il rifiuto appartiene alla vita ed è un motore fondamentale per la nostra crescita. Al contrario, tacere significa reprimere il domani, scivolando in una rassegnazione sterile.

19/07/2026 12:00
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