di Paola Pauri Instagram: paolapauri11
Il déjà-vu, quando l’inconscio vede prima degli occhi
Ci sono quei primi incontri che, dietro un “piacere di conoscerti”, nascondono la sensazione di un “ritrovarsi”. Uno sguardo, una stretta di mano, due parole e dentro di noi si accende una sensazione di familiarità: un vero déjà-vu dell’anima. Sentiamo subito di poterci fidare, anche se non conosciamo nulla dell’altro. Crediamo di dover misurare e spiegare tutto con la logica, eppure la vita ci ricorda che la natura umana abita anche dimensioni più sottili. Quel senso di riconoscimento non è un’illusione, ma è la nostra parte più profonda che comunica con noi. La psicologia analitica e la filosofia confermano che, quando incontriamo qualcuno, la nostra mente razionale arriva dopo. È invece l'inconscio a recepire valori, fragilità e stati emotivi dell'altro, restituendoli sotto forma di intuizione, con quell'inspiegabile fiducia a prima vista. Carl Gustav Jung ci insegna che l’inconscio vede prima degli occhi. Nella sua opera “Gli archetipi e l'inconscio collettivo”, lo psicoanalista svizzero ha spiegato come la nostra psiche custodisca una galleria di forme primordiali, immagini interiori ed esperienze accumulate non solo durante la nostra vita, ma ereditate dall'esperienza umana globale: gli archetipi. In particolare, Jung sostiene che non abbiamo soltanto un inconscio personale, fatto di ricordi rimossi, ma anche un inconscio collettivo condiviso da tutti gli esseri umani. Un patrimonio psichico al cui interno si trovano gli archetipi, cioè immagini universali: la madre, l’eroe, l’ombra. Tutti questi orientano il nostro modo di percepire gli altri e il mondo. Quando incontriamo una persona, l'inconscio lavora in una frazione di secondo. Prima ancora che il nostro cervello possa analizzare l'abito o le parole dell'altro, la psiche ha già decodificato il suo sguardo, la sua postura, la sua energia emotiva e la sua risonanza interiore. Se i tratti della personalità dell’altro coincidono con un archetipo che portiamo dentro, l'inconscio "riconosce" nell'altro un pezzo del proprio mondo interiore, facendoci sentire al sicuro al di là di ogni ragionamento logico. Gli altri diventano così specchi che riflettono le nostre paure e i nostri desideri più intimi. E quando una persona ci appare d'un tratto familiare, in realtà stiamo ritrovando una parte di noi stessi.
Civitanova riabbraccia il Varco sul Mare. Ciarapica: "Nessun lastricato di cemento, restituiamo un luogo di condivisione"
Le polemiche sulle finiture e l’accusa di aver realizzato «una semplice distesa di cemento»: la risposta dell’amministrazione comunale è arrivata proprio nel momento del taglio del nastro. Ieri sera, 30 luglio, Civitanova Marche ha riabbracciato ufficialmente il suo Varco sul Mare, completamente riqualificato grazie a un investimento di circa 4,5 milioni di euro. Un intervento imponente che segna una nuova fase per la città, regalando alla comunità un collegamento urbano moderno capace di unire in un unico respiro Piazza XX Settembre e il mare. Ad aprire la cerimonia è stato l'intervento del sindaco Fabrizio Ciarapica, che prima di consegnare lo spazio ai cittadini ha voluto fare chiarezza sulle voci critiche emerse nelle ultime ore: «Oggi il Varco sul Mare torna a essere un fondamentale luogo di collegamento e di cerniera tra il centro cittadino -con la nostra Piazza XX Settembre - e quel mare che, più di ogni altra cosa, rappresenta e identifica Civitanova. Questo non è un semplice intervento urbanistico: è la concretizzazione di una visione, un investimento sulla bellezza e sul miglioramento della qualità della vita, pensato per valorizzare gli spazi di aggregazione e condivisione». «A chi dice che si tratta di un semplice lastricato di cemento rispondiamo che abbiamo utilizzato materiali di pregio indicati dalla Soprintendenza: la stessa pietra scelta è una graniglia con sassolini e sabbia che ricorda la storia di questo posto, quando un tempo qui c’era il mare». «A chi sostiene che le aree verdi siano inesistenti, rispondo che in realtà ve ne sono molte. È uno spazio polivalente con un campo da basket e una fontana a terra con giochi di ritmo e luci. Ci tengo però a precisare che questo intervento ha dovuto tener conto della storia del luogo, mantenendone l’impostazione originale». «Per la stesura del preliminare e dello studio di fattibilità ci siamo rivolti al Politecnico di Milano, un’eccellenza riconosciuta in Italia e in Europa tra le migliori realtà nel campo della riqualificazione e rigenerazione urbana. Successivamente, il testimone è passato al nostro Ufficio Tecnico per la redazione del progetto esecutivo, mentre la fase finale si è avvalsa della collaborazione dello Studio Andreoli, che ringrazio nella figura dell’Arch. Maurizio Andreoli». «Oggi finalmente, dopo anni di lavori, apriamo una pagina nuova per la nostra città. Da questa sera il Varco non è più un cantiere dell'amministrazione comunale, ma appartiene a tutti voi: abbiatene cura e riempite questo spazio di allegria e di condivisione». Alla serata ha preso parte anche il presidente della Provincia, Alessandro Gentilucci, che ha ribadito il ruolo chiave di Civitanova Marche come punto di riferimento turistico per l'intero territorio. Successivamente è intervenuto l’assessore ai Lavori Pubblici, Ermanno Carassai, prima di lasciare la parola all’architetto Andreoli per l'illustrazione tecnica del progetto. Tra le autorità presenti, anche i consiglieri comunali Gianluca Crocetti e Paolo Campetella. Il Varco sul Mare si presenta oggi un spazio polivalente: l’area comprende zone dedicate allo sport e al fitness- con un grande campo da basket- ampie aree verdi, percorsi pedonali e ciclabili, oltre a una scenografica fontana a terra animata da giochi di ritmo e luci.
Da Marilyn a Moulin Rouge: a Popsophia il mito delle dive e la filosofia del musical
«The show must go on», cantavano i Queen. Ma a quale prezzo? Cosa spinge l’essere umano a ricercare il riconoscimento pubblico pur di non rimanere nell'ombra? Se lo chiede Popsophia, il festival nato 15 anni fa e che fino a lunedì trasformerà Civitanova Alta in un laboratorio di riflessioni sul presente. L’apertura di ieri sera, sotto la direzione artistica di Lucrezia Ercoli, ha inaugurato tre giorni dedicati al mondo dello spettacolo, all’illusione della fama e alla complessa anatomia del successo. La prima giornata si è aperta con una potente immersione nell'immaginario femminile del Novecento. Tre dive, tre icone universali, esplorate e svelate oltre la superficie della pura estetica. Brigitte Bardot e il mito della liberazione: Il sociologo Ivo Stefano Germano ha ripercorso l'impatto culturale della B.B. nazionale. Non una semplice stella del cinema, ma il simbolo di un'emancipazione sfrontata, capace di scandalizzare e rivoluzionare i costumi di un'intera epoca. Marilyn Monroe, cent'anni di enigma: nel centenario della nascita dell'attrice, lo scrittore Guido Vitiello ha tratteggiato la parabola tragica della diva per eccellenza. Monroe viene restituita come icona di una fragilità specchio di Hollywood: un corpo desiderato da tutti, ma una solitudine compresa da pochi. Claudia Cardinale, la metamorfosi della voce: ampio spazio è stato dedicato alla stella del nostro cinema da Gennaro Carillo. Per anni la Cardinale è stata solo «un corpo bellissimo senza voce», costretta a farsi doppiare per via della cadenza francese. È stato Federico Fellini, nel suo capolavoro 8½, a compiere il miracolo: restituirle la sua voce profonda, permettendole di abitare il film non più solo come oggetto dello sguardo, ma come soggetto narrativo. «Che cos'è la bellezza?» si è chiesto Carillo durante l’incontro. La risposta è stata: «Tutto ciò che turba, che sgomenta, che spezza l’equilibrio». Esattamente ciò che la Cardinale ha saputo fare sul grande schermo. La serata è poi proseguita con il primo Philoshow: “È nata una stella. Filosofia del musical da Moulin Rouge a La La Land”. Sotto la direzione artistica di Lucrezia Ercoli, affiancata dalla filosofa e scrittrice Ilaria Gaspari, la musica diventa una lente d'ingrandimento filosofica. Tra le note dei brani più celebri di Broadway e Hollywood, eseguiti dal vivo, l'analisi si è mossa sui seguenti temi: Il bisogno primordiale di “essere visti”: Quanto la ricerca del successo risponde a una necessità identitaria e quanto alla paura dell'oblio? Il prezzo dell'ambizione: la gloria chiede sempre un prezzo, che spesso coincide con il sacrificio degli affetti o della propria autenticità. Il confine sottile tra finzione e realtà: Quando il riflettore si spegne, cosa rimane dell'artista? PopSophia conferma la sua cifra stilistica unica: abbattere la distanza tra cultura alta e pop, dimostrando che anche dietro le luci di un musical si nascondono le grandi domande che da sempre tormentano la filosofia. Lo spettacolo continuerà nella giornata di oggi e domani con altri incontri, spettacoli e philoshow.
Perdersi un po' di vista per continuare ad amarsi: il desiderio ha bisogno di spazio
Per generazioni abbiamo creduto che l’amore romantico fosse fusione. Condividere tutto - spazio, tempo, amicizie - è stato a lungo considerato il metro di misura della solidità di una coppia, una garanzia contro l'infedeltà e l'abbandono. Eppure, questa presenza fisica costante ha spesso rivelato i suoi limiti: la saturazione, l'illusione di possedere l'altro e il progressivo spegnimento del desiderio. Nella contemporaneità sta emergendo una nuova consapevolezza: l’allontanamento non è più vissuto come una minaccia, ma come un luogo psichico in cui far nascere la mancanza e, con essa, la passione. La psicoterapeuta e saggista belga Esther Perel lo spiega nel suo lavoro Mating in Captivity: la scrittrice si chiede come possiamo desiderare ciò che già abbiamo, dato che il desiderio non si nutre di certezza, ma di mistero e di spazio. Perel evidenzia un paradosso fondamentale della vita di coppia: «L'amore vuole accorciare le distanze per unire, ma il desiderio ha bisogno di distanza per esistere». Da un lato l’amore necessita di vicinanza e sicurezza, mentre dall'altro il desiderio trae linfa da ciò che è imprevedibile e nuovo. Sono due forze intense e al contempo opposte: la spinta a fondersi rischia di far morire l’erotismo, che al contrario vive di conquista. Per cui il problema non è scegliere tra amore e sesso, ma trovare il giusto equilibrio tra il bisogno di sicurezza e libertà. Quando l'altro diventa del tutto prevedibile, quando la trasparenza è totale e l'individualità viene sacrificata per il "noi", l'eros si spegne perché non c'è più nulla da scoprire o da rincorrere. Spesso pretendiamo che il nostro partner racchiuda in sé la figura del genitore ideale, del migliore amico e del supporto emotivo, ma tutto ciò finisce per schiacciare la passione. Secondo la scrittrice, un modo per mantenere viva la fascinazione è permettere al proprio compagno di alimentare la sua sfera autonoma, in cui continuare a crescere ed evolvere con le proprie inclinazioni. Solo così è possibile vederlo come un individuo indipendente anche in contesti diversi, ricreando la giusta distanza emotiva. Il concetto di "presenza ad ogni costo" confonde la vicinanza con la sicurezza. Ma la presenza fisica non è garanzia di presenza emotiva: l'amore adulto richiede il passaggio dall'invischiamento ad una relazione matura. Questa capacità di vivere serenamente la distanza affonda le radici nella teoria dell'attaccamento di John Bowlby. Solo chi ha sviluppato un attaccamento sicuro possiede la vera "capacità di stare solo": la certezza interna che l'altro continui ad esistere e ad amarci anche quando non si trova nel nostro campo visivo. Ciò richiede la facoltà di rimanere se stessi, pur all'interno di un legame profondo in cui l'individualità è una risorsa (poiché i momenti di separazione permettono di coltivare i propri interessi, la carriera e il proprio mondo interiore) e il ritorno è un arricchimento, dato che tornare dall'altro con nuove esperienze e nuovi racconti impedisce alla coppia di ripiegarsi su se stessa. Il coraggio di un amore adulto sta nel superare la convinzione per cui "se non ti vedo, ti perdo". Richiede invece fiducia in se stessi, nella propria stabilità emotiva e nel legame stabilito con il partner. La solidità nasce dalla libera scelta di ritrovarsi ogni volta. La distanza elimina il superfluo del quotidiano e trasforma il riavvicinamento in una riconquista consapevole.
Piscine, via libera della Camera alla stretta sulla sicurezza degli impianti
La Camera ha approvato un emendamento al decreto legge Sport che introduce nuove misure per la sicurezza delle piscine, prevedendo la chiusura degli impianti dotati di bocchettoni di aspirazione e grate non conformi alle norme vigenti. L'obiettivo del provvedimento è ridurre il rischio del cosiddetto "effetto ventosa", un fenomeno che può provocare l'intrappolamento dei bagnanti e che negli anni è stato all'origine di numerosi incidenti, molti dei quali hanno coinvolto bambini. L'approvazione arriva all'indomani della tragedia avvenuta a Monterotondo, dove ha perso la vita un bambino di cinque anni. La misura, elaborata in Commissione Cultura e sostenuta trasversalmente da tutte le forze politiche, si applica alle piscine pubbliche e private aperte al pubblico, comprese quelle di strutture ricettive e circoli. Per proprietari e gestori degli impianti la scelta sarà obbligata: adeguare i sistemi di aspirazione oppure sospendere l'attività. Tra le principali novità introdotte dal provvedimento figura l'obbligo di installare sistemi anti-intrappolamento, con griglie e bocchettoni progettati per distribuire i flussi di aspirazione ed evitare fenomeni vorticosi in grado di bloccare i bagnanti. È prevista inoltre la sospensione immediata dell'impianto qualora i controlli accertino irregolarità non sanate. Il testo istituisce anche un fondo statale da 4,7 milioni di euro per il 2026, destinato a sostenere Comuni ed enti pubblici nell'adeguamento delle piscine di loro competenza. A sottolineare l'importanza dell'intervento è stato il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e presidente della Federnuoto, Paolo Barelli, secondo cui l'approvazione "rappresenta un passaggio significativo per rafforzare la sicurezza nelle strutture acquatiche e prevenire nuovi incidenti". Una volta entrata in vigore la norma, saranno i controlli sul territorio a verificare il rispetto degli obblighi previsti.
Nati per… racconta Andrea Foglia: quando il talento diventa cura (Video)
Benvenuti a Nati per…, con questo Podcast ho scelto di dar voce a chi è riuscito a liberare il proprio Daimon (Destino) Avete presente la "teoria della ghianda" dello psicoanalista James Hillman? L’idea è che ognuno di noi nasca con un codice unico, un destino dell’anima che chiede di essere realizzato per poter raggiungere la felicità; che altro non è, se non la buona riuscita del proprio Daimon. Una piccola ghianda che fin dall'inizio sa che diventerà una quercia maestosa. In questo viaggio racconteremo le storie di persone che hanno saputo ascoltare quella chiamata: donne e uomini che hanno riconosciuto il proprio talento e hanno acceso la propria vita, illuminando anche quella degli altri. L’ospite di questa puntata è Andrea Foglia, pronto a raccontarci il suo percorso e come sia riuscito a esprimere il suo daimon. Ci sono persone che passano la vita a cercare la propria strada e altre che sembrano possedere una bussola interna fin da bambini. Il percorso di Andrea appartiene decisamente a questa seconda categoria. Dottore in Fisioterapia specializzato in Riabilitazione Sportiva e Ortopedica, docente all'Università di Ferrara, Presidente di RED – Rete Educazione Digitale APS e Coordinatore del Tavolo Tecnico per la Salute delle Nuove Generazioni a Civitanova Marche: guardando la sua storia, si ha l'impressione che ogni tassello sia guidato da un'unica, nitida vocazione: l'arte della cura. Un talento, il suo, che non si ferma alla conoscenza scientifica, ma affonda le radici in una straordinaria capacità di leggere l'essere umano. Nel suo studio Riabilita a Civitanova Marche, Andrea esercita prima di tutto l'arte dell'ascolto. Sul suo lettino da terapia ha capito che un corpo contratto o una postura scorretta sono quasi sempre il riflesso di una storia, di una tensione interna o di un dolore che non trova le parole per essere spiegato. Ascoltare il corpo, per lui, significa ascoltare l'anima. La svolta arriva quando Andrea si accorge che il malessere non è più solo individuale. Osservando i più giovani, intercetta una sofferenza collettiva, una "frattura sociale" invisibile ma profonda, spesso alimentata dall'indifferenza del mondo adulto di fronte all'ansia e alle fragilità dei ragazzi. È qui che la sua scintilla innata si espande, trasformandolo da professionista della salute a vero e proprio punto di riferimento per un'intera comunità. La storia di Andrea Foglia ci insegna che il talento non è un semplice possesso, ma un modo di stare al mondo. Per lui la "postura" non è solo fisica ma l'atteggiamento morale con cui decidiamo di guardare la realtà. 🎧 Ascolta la storia di Andrea Foglia: la puntata di "Nati per..." è disponibile ora su YouTube, Facebook e Spotify!
Il rischio dell’incompiuto: quando difendere un amore nel silenzio ci impedisce di vivere
Ogni giorno, nell’incontro con l’altro misuriamo il rischio. Cerchiamo relazioni "assicurate" contro danni, ancora non ben definiti, dove dichiararsi appare pura utopia. Ci muoviamo con lentezza, a volte in modo incoerente, nel tentativo di dare un senso a ciò che proviamo. Stiliamo calcoli dettagliati sulle probabilità di successo o di fallimento; aspettiamo che sia l’altro a fare la prima mossa e rimandiamo la confessione per il terrore di un "no". E intanto, la vita scorre silenziosa. Da dove nasce questa paralisi? Ma soprattutto: richiede una forza maggiore rivelarsi o custodire il proprio sentimento nel segreto, pur di proteggersi dal dolore? Dichiararsi significa abbandonare la terra ferma della razionalità per abbracciare l'assoluto dell'altro, senza alcuna garanzia. Chi tace, chi aspetta che "qualcosa dentro di sé o nell'altro cambi" senza agire, resta sospeso in un limbo consolatorio. È un rifugio di infinite possibilità, un mondo di sogni dove non si rischia nulla e si coltiva l'illusione che l’amore, prima o poi, si realizzi da sé. In realtà, in questo spazio non accade nulla. Il silenzio diventa una ritirata strategica: permette al sentimento di rimanere perfetto e ideale nella mente, piuttosto che consegnarlo alla realtà, dove l’altro potrebbe ridimensionarlo o rifiutarlo. Costruiamo giustificazioni per rimanere fermi: «Non è il momento giusto», «Capirà da solo». Ci raccontiamo menzogne per non assumerci la responsabilità di un'azione e delle sue conseguenze, terrorizzati all'idea di infrangere un sogno ben orchestrato. Scegliere la paralisi per evitare la sofferenza significa, di fatto, rinunciare a esistere. Una vita non espressa diventa una vita subita. Viene da chiedersi se l'amore possa aspettare o se possieda una sua intrinseca urgenza. Forse non si tratta di una fretta cronologica, ma di un allenamento emotivo: ascoltare i nostri stati d’animo ci aiuta a vivere il presente con maggiore consapevolezza, insegnandoci ad afferrare l’istante prima che si dissolva. Spesso, invece, è la mente a prendere il sopravvento, innalzando barriere di filtri razionali. Ci illudiamo, così, di poter gestire un’emozione, impedendole di esprimersi. La salute psicologica e la pienezza dell'esistenza passano inevitabilmente attraverso l'azione. Chi sceglie di non sbilanciarsi per paura di soffrire finisce per condurre un'esistenza protetta, ma spenta. L’amore è una forza attiva che richiede l’ardire di fare il primo passo, il coraggio di mettersi a nudo e di accettare la propria fragilità, compresa la possibilità di un rifiuto. Ma il rifiuto appartiene alla vita ed è un motore fondamentale per la nostra crescita. Al contrario, tacere significa reprimere il domani, scivolando in una rassegnazione sterile.
Sul red carpet del Nabucco a Macerata va in scena la "rivoluzione casual"
Il debutto della stagione lirica allo Sferisterio di Macerata è da sempre un rito di appartenenza, un appuntamento in cui la comunità si riconosce e si celebra. Ieri sera, venerdì 17 luglio, il palcoscenico marchigiano ha inaugurato il suo Macerata Opera Festival con un nuovo allestimento del Nabucco di Giuseppe Verdi, firmato dalla direzione artistica di Marco Vinco. Un debutto che ha richiamato in platea le massime autorità regionali e un parterre di ospiti nazionali e internazionali. Ma un altro spettacolo sorprendente è iniziato un’ora prima dell’opera, lungo la sfilata che conduce ai cancelli dell’arena. Sul red carpet dei maceratesi e dei tanti turisti è andato in scena un vero e proprio confronto generazionale sulla scelta del look, sospeso tra il rigore della tradizione e l’avanzata della casual revolution. Fino a qualche anno fa, il codice d’abbigliamento per la Prima dello Sferisterio non ammetteva repliche: abito lungo per le signore, smoking o rigoroso papillon per gli uomini. Un formalismo che risponde ancora oggi al desiderio di onorare l’evento. Vestirsi eleganti significa uscire dalla consuetudine, staccarsi dalla quotidianità e regalarsi un momento speciale. Anche ieri sera questo mondo ha brillato: lo si è visto nelle sete preziose, nei gioielli di famiglia e nel portamento fiero di chi sente che «la Prima sia una cosa seria». A pochi centimetri da loro, tuttavia, si è visto un altro tipo di pubblico, composto anche da numerosi turisti stranieri, che hanno interpretato l’opera con la rilassatezza tipica di chi si appresta a vivere un concerto pop. L’effetto visivo all’ingresso è stato un gioco di contrasti: il rosso e l’oro degli abiti eleganti si sono mescolati ai toni pastello delle camicie di lino sbottonate, ai mocassini comodi e alle T-shirt. Così, lo strascico e il sandalo gioiello della signora della Macerata bene hanno camminato accanto alle sneakers del ragazzo della porta accanto. Questo nuovo filone contemporaneo rivendica una visione della cultura più democratica e accessibile: quella di chi vuole vivere la musica colta in totale libertà, rifiutando i vecchi cliché borghesi. Mentre sul palcoscenico il capolavoro verdiano raccontava, attraverso le note immortali del “Va’, pensiero”, la storia del riscatto di un popolo oppresso, in platea andava in scena il riscatto di un pubblico moderno. Quando però le luci si sono spente e la musica ha preso il sopravvento, l’abito è scomparso e le due generazioni si sono scoperte unite dalla stessa emozione: la magia delle note di Giuseppe Verdi.
Allo Shada la sorpresa della platea: tanti giovani per Vannacci, l’analisi del fenomeno
CIVITANOVA MARCHE – Chi si aspettava la solita platea nostalgica, composta da militanti di mezza età, è rimasto spiazzato. Allo Shada Beach di Civitanova Marche, sotto il sole di metà luglio, la scena si è presentata radicalmente diversa. Davanti a Roberto Vannacci, leader indiscusso e fondatore di Futuro Nazionale, si è accalcata una folla per il 70% composta da giovani. Ventenni lo hanno accolto e acclamato con il trasporto emotivo e la foga che solitamente si riserva a una rockstar. Cosa sta succedendo in questa fascia d’età? Perché un discorso apparentemente rigido, identitario e d’ordine fa breccia proprio tra i nativi digitali, la generazione teoricamente più fluida della storia? Si avverte una richiesta di protezione: i giovani cercano un’ancora in un mare in tempesta e, se lo Stato non la fornisce, la cercano in chi offre una guida con una direzione chiara. Per decenni, la sociologia ha descritto la gioventù come un soggetto in perenne ribellione contro l’autorità. Oggi, la tendenza sembra essersi invertita. Cresciuti in un mondo privo di punti di riferimento stabili, costantemente esposti alla precarietà economica e sociale, i ventenni odierni sperimentano l’assenza di limiti non come una libertà, ma come un’angoscia. Forse hanno bisogno di nuovi confini? In questo contesto, sembrerebbe che il manifesto politico di Vannacci e di Futuro Nazionale agisca come un catalizzatore di bisogni insoddisfatti. Gli ideali del movimento offrono risposte a specifiche esigenze della gioventù contemporanea che sente, in questo modo, la politica più vicina alla propria vita. La certezza e la regola come bussola: in una società liquida dove tutto è negoziabile, i giovani cercano linee guida chiare per orientarsi. La domanda di sicurezza urbana: i ragazzi, che vivono la notte e la socialità all’aperto, avvertono la mancanza di protezione e vedono nell’ordine non una minaccia alla libertà, ma la condizione per esercitarla. La meritocrazia contro il caos: il pensiero del generale, basato sul rigore, l’impegno e lo sforzo individuale come strumento valido per un’ascesa sociale ed economica, risuona con forza in una generazione che si sente tradita da un sistema scolastico e lavorativo che percepisce come privo di garanzie per il futuro. La ricerca di una leadership verticale: di fronte alla percezione di una classe politica debole, una figura carismatica, militare nell’approccio e diretta nel linguaggio, offre l’illusione di una guida solida, capace di assumersi responsabilità e “indicare la rotta”. Altra forza di attrazione di Vannacci sui ragazzi risiede nel metodo comunicativo. Il Generale parla senza i filtri del politicamente corretto. Agli occhi di un adolescente, questo stile viene percepito come l’estrema forma di ribellione disponibile oggi. L’anticonformismo di destra di Futuro Nazionale diventa la nuova controcultura. I ventenni che lo applaudono a Civitanova sembrano chiedere garanzie per poter costruire qualcosa di nuovo. Vogliono la certezza che il loro sforzo domani varrà qualcosa, che le regole del gioco sociale siano chiare e uguali per tutti, e che lo spazio pubblico in cui si muovono sia sicuro. Forse Vannacci ha intuito questo ed è riuscito a intercettare la solitudine di una generazione. Ora resta da capire se Futuro Nazionale saprà strutturare questa spinta emotiva in un progetto politico di lungo respiro.
Civitanova, la coppia Antonio Razzi-Filippo Roma protagonista a "Filosofarte" tra ironia e riscatto sociale
C’era un tempo in cui Filippo Roma, storica e affilata firma de Le Iene, inseguiva il senatore Antonio Razzi fuori dai palazzi della politica romana, armato di microfono e sarcasmo. Ieri sera, sulla spiaggia di Arturo Mare a Civitanova Marche, quell’inseguimento si è trasformato in un incontro tra due amici. La rassegna "FilosofARTE", ideata da Gianluca Crocetti, ha regalato al pubblico una serata dove l’umanità ha sposato la cultura, dimostrando come la vita sappia a volte scrivere sceneggiature imprevedibili. Due caratteri apparentemente diversi, eppure complementari: da un lato la travolgente simpatia e la spontanea autoironia dell’ex senatore Razzi, uomo pratico e d’azione; dall’altro il colto sense of humour di Filippo Roma. Una strana coppia che, a forza di confrontarsi davanti alle telecamere, ha scoperto una sincera amicizia. Tanto che ieri Filippo Roma ha vestito i panni del presentatore d’eccezione per l’ultima opera dell'ex parlamentare, volume di cui ha anche firmato la prefazione. Il libro di Razzi, dal titolo "Mamma, sai: dalla fabbrica sono arrivato al Senato" (Graus Edizioni), è molto più di un'autobiografia politica. È il racconto di una parabola umana che parte dall'Abruzzo rurale e passa per i sacrifici dell'emigrazione a Lucerna, in Svizzera, come operaio in una fabbrica tessile. Una scalata verso le vette delle istituzioni guidata da una determinazione d’acciaio. Nelle parole di Razzi emerge un messaggio potente dedicato soprattutto ai giovani: l'invito a non mollare mai, a credere nei propri sogni e a comprendere che non esistono limiti invalicabili, se si persegue un obiettivo con autentica convinzione. Ognuno di noi, ha ricordato l'ex senatore, custodisce una scintilla interiore capace di generare qualcosa di grande. La serata ha anche rivelato una sensibilità letteraria degli altri protagonisti. A partire dallo stesso Filippo Roma, che uscendo dai panni di Iena ha svelato la sua veste di "scrittore dell’anima" parlando del suo romanzo, "Si ami chi può" (Armando Curcio Editore). Un'opera intensa che scava nei legami familiari, nei segreti inconfessabili e nella forza terapeutica del perdono; tutto in un viaggio catartico tra madre e figlio. Lo stesso padrone di casa, Gianluca Crocetti, è fresco di stampa con il suo libro "Filosofarte. Il codice della rinascita", edito da Cairo. Un testo che ci racconta di come la fragilità umana possa, se elaborata, mutare in una forza in grado di farci raggiungere alti obiettivi. Un'opera impreziosita dalla prefazione di Vittorio Sgarbi. Ieri si è vissuto un confronto inaspettato di esperienze di vita, tra il riscatto sociale di Razzi, il viaggio interiore di Roma e la rinascita di Crocetti.
L’inganno dei sentimenti: perché abbiamo dimenticato l’arte di sentire
La dittatura della mente sulle sensazioni ci priva della libertà e ci condanna a relazioni poco autentiche. A volte si crea una frattura che separa ciò che avvertiamo sulla pelle da ciò che decidiamo di raccontarci. Già agli albori della filosofia, Eraclito di Efeso intuiva che la natura profonda del cosmo risiede nel cambiamento continuo: tutto scorre e muta forma. Le nostre sensazioni non erano inganni, ma gli unici strumenti in grado di mantenerci agganciati a questo flusso perpetuo. Tuttavia, la filosofia successiva, intimorita dall'instabilità di un mondo senza punti fissi, ha preferito attribuire il primato al pensiero per arginare il caos. Gli Stoici, più di tutti, cercarono di addomesticare le passioni, traducendo le impressioni immediate in giudizi razionali. La ragione divenne così un freno necessario a disinnescare la potenziale confusione generata dai molti stimoli della realtà. Di questo stesso avviso sembra essere lo scrittore Igor Sibaldi, che in una sua intuizione linguistica scompone i meccanismi con cui nominiamo il nostro mondo interiore. In particolare spiega come le parole "sentimento" e "sensazione", pur derivando entrambe dal verbo sentire, descrivano due movimenti opposti dello spirito. Il sentimento (-mento), come molte parole che terminano con questo suffisso, indica un'azione, un processo attivo sostenuto dalla ragione che seleziona ciò che conferma una visione già costruita. È una scelta rassicurante, ma anche profondamente limitante. La sensazione (-zione), invece, indica una ricezione, un'accoglienza della realtà senza filtri, una percezione che illumina e orienta. Chi sa accogliere le sensazioni non vive in una struttura rigida, non rimane ancorato al passato, ma resta costantemente aperto al cambiamento. Oggi assistiamo al trionfo dei sentimenti artificiali a discapito delle sensazioni autentiche. Spesso, senza rendercene conto, rimaniamo intrappolati in relazioni – di coppia, di amicizia o professionali – che hanno ormai esaurito la loro forza vitale. Continuiamo a portarle avanti per inseguire la coerenza, per difendere un'idea romantica o per rispondere a un mandato sociale. Ma chi ha davvero il coraggio, dopo anni di convivenza, di guardare l'altro negli occhi e chiedersi, liberandosi da ogni sovrastruttura: «Cosa percepisco in questo esatto momento? È ancora la stessa vibrazione o qualcosa è cambiato in me, nell'altro, nel noi?» Svincolare la sensazione dalla razionalità significa attivare un pensiero creativo, l'unico capace di farci sperimentare l'impatto autentico della realtà su di noi. Naturalmente, scegliere di vivere seguendo le proprie sensazioni è una strada impegnativa. Richiede presenza, equilibrio interiore e la maturità necessaria per sostenere il peso delle proprie risonanze emotive senza fuggire. Ma è anche il prezzo della libertà. Ripartendo dalla verità del corpo e della percezione immediata possiamo sottrarci alle manipolazioni esterne e rifiutare il giudizio facile, figlio di un sentimento che, troppo spesso, qualcun altro ha costruito al posto nostro.
Emanuele Filiberto di Savoia, il volto inedito di un principe tra ricordi d'infanzia, beneficenza e verità storica (FOTO)
PORTO RECANATI - Siamo all'Abbazia di Santa Maria in Potenza a Porto Recanati. Questa sera la storia millenaria di una dinastia si spoglia della rigidità dei protocolli per farsi condivisione. Accolti dal calore dei padroni di casa, Stefano Rossi e Franca Ottaviani, ci si ritrova immersi in un'atmosfera sospesa tra passato e presente. L'occasione è nobile: un gran gala di beneficenza in favore dell'Opera Nazionale di Assistenza per gli Orfani dei Militari di Carriera dell'Esercito, organizzato dalla Sezione Giovanile della Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon. A catturare lo sguardo è l'ospite d'onore: il Principe Emanuele Filiberto di Savoia. Si muove tra la gente con la compostezza innata che il suo nome esige, eppure nei suoi occhi brilla la luce di una visione ampia, uno spirito allegro e aperto che sorprende chi si aspetta la freddezza di un blasone. Nato a Ginevra e rimasto lontano dall'Italia fino al 2002, Emanuele Filiberto non nasconde l'amore per il suo Paese: "È stato difficile mantenere la distanza da esiliato", confessa. Mentre lo dice, lo sguardo si fa intenso, velato da una dignitosa nostalgia. Poi il ritorno in Italia, la televisione, i reality e la vittoria a "Ballando con le stelle", che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico. Oggi quell'esposizione mediatica si è trasformata nel carburante per una missione di beneficenza internazionale, che lo vede impegnato in numerose iniziative anche fuori dai confini italiani. Parlando, gli si illuminano gli occhi quando ricorda con orgoglio i quattro campionati del mondo di sci nautico vinti dalla madre Marina Doria. Alla domanda su quale sia il suo Daimon, ovvero il talento per cui sente di essere nato, risponde con una battuta: "Non ho un Daimon!". Poi racconta che da bambino avrebbe voluto fare l'astronauta. Uomo eclettico, ha trovato la sua voce anche nella scrittura. Parla con affetto del libro dedicato alla nonna paterna Maria José, passata alla storia come la "Regina di Maggio", nel quale ripercorre i ricordi dell'infanzia trascorsa con lei durante l'esilio in Svizzera. Un soprannome nato dal fatto che Maria José fu regina consorte d'Italia per appena un mese, dal 9 maggio al 13 giugno 1946, tra l'abdicazione di Vittorio Emanuele III e la proclamazione della Repubblica. Il momento più politico della serata arriva quando il Principe prende la parola davanti agli ospiti. Il riferimento è alle celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica. "Nel 2026 sono stati celebrati gli ottant'anni della Repubblica con cerimonie, convegni e molta retorica - afferma Emanuele Filiberto -. Noi cittadini leali e rispettosi osserviamo tutto con dignità istituzionale. Ma attenzione: il rispetto non significa il silenzio. Abbiamo il dovere di ricordare una verità storica che troppi vorrebbero occultare: se la Repubblica compie ottant'anni, il Regno d'Italia è durato 85. Senza la lungimiranza di Casa Savoia, senza lo Statuto Albertino, senza il Parlamento, senza il sacrificio dei nostri soldati dall'Isonzo al Piave, noi oggi non avremmo un Paese unito da celebrare". Il Principe rivendica quindi una lettura più ampia della storia italiana: "La nostra non è nostalgia, ma amore per la verità, senza tacere ombre e responsabilità. Come sapete, io non ho mai esitato a condannare in modo netto le infamie di un ventennio; ma l'errore di una stagione non può cancellare la grandezza di un secolo e mezzo di storia. La Patria è nata prima, ed è nata con Casa Savoia". L'immagine che emerge è quella di un uomo che ha saputo fare pace con il proprio passato, trasformando il peso e l'onore di un cognome storico in uno stimolo rivolto alle nuove generazioni. Un concetto che sintetizza con una frase: "Il futuro non si aspetta, ma si conquista".
La Negative Capability: saper sostare nell’incertezza per permettere alla vita di svelarsi
C’è un’ansia contemporanea che tende a voler analizzare ogni istante della nostra esistenza. Viviamo con l’esigenza della spiegazione immediata, della risposta istantanea. Eppure, la nostra vita emotiva più profonda rifiuta la linearità. Vi sono incontri o deviazioni del destino che accadono senza un apparente motivo razionale, momenti in cui avvertiamo un’energia o un’inquietudine di cui non riusciamo a comprendere il reale significato. La nostra reazione automatica è il controllo. Vogliamo capire subito, aggiustare il tiro, incasellare l’imprevisto nei confini rassicuranti della razionalità. Ma voler chiarire tutto troppo presto significa spesso ridurre il mistero a una realtà ben più banale di quella che stiamo effettivamente vivendo. È in questi frangenti che ci viene richiesta una specifica competenza emotiva: la capacità di vivere nella realtà per quella che è, sapendo abitare il dubbio e sostare nell’incertezza. Forzare gli eventi per dare loro un senso immediato significa impoverire l’esperienza stessa. Il poeta John Keats la definiva «capacità negativa» (Negative Capability), ovvero l'abilità di persistere nel mistero e nel disagio del non sapere, senza l’ossessione di dover raggiungere una certezza razionale. Dobbiamo uscire dalla pretesa di consumare tutto rapidamente, persino i significati, perché le transizioni più importanti della nostra vita hanno bisogno di oscurità per operare la loro metamorfosi. Se la luce della ragione è troppo forte e precoce, finisce per accecarsi anziché illuminarci. La vita richiede il rispetto di una sintassi precisa: non possiamo pretendere la spiegazione prima del vissuto. Il senso profondo di ciò che ci accade emerge soltanto dopo che l’esperienza ha attraversato le quattro stazioni del suo flusso naturale. La prima è l'intuizione. Accade qualcosa che non riusciamo a comprendere, avvertiamo una sottile confusione. Riusciamo soltanto a percepire un’energia nell’aria, ma la logica è ancora cieca. È quel «non so che» che ci lascia sospesi. In questa fase, il tentativo di razionalizzare è un errore: l’intuizione non va spiegata, va protetta, accettando il disagio di avvertire qualcosa che non sappiamo ancora nominare. Poi, quell'energia si traduce in sentimento, in risonanza emotiva. Cominciamo a sentire l'evento prima ancora di pensarlo. Può manifestarsi come una forma di malinconia, o al contrario come un’euforia immotivata, una sensazione di estraneità o di profonda attrazione. È la fase in cui l'esperienza si incarna. Saper «stare nel sentimento» significa non anestetizzarlo, non cercare una giustificazione logica per farlo svanire, ma accoglierlo come una transizione necessaria. Segue la metabolizzazione nel silenzio. È un processo sotterraneo, lento e invisibile. La realtà ci ha colpito, il sentimento ci ha attraversato, e ora l'esperienza deve essere assimilata dal nostro essere. Richiede tempo, un tempo non negoziabile che non risponde alle logiche industriali dell'efficienza. In questo stadio sembra non succedere nulla, e invece sta succedendo tutto. È qui che si sperimenta la vera forza: quella di permettere alla vita di esprimersi. Infine, si approda alla comprensione. Al termine di questo viaggio interiore emerge una rivelazione spontanea: la situazione si spiega a noi da sé, assumendo naturalmente la sua forma corretta. A questo punto non abbiamo semplicemente trovato una risposta a un quesito, ma siamo cambiati noi attraverso il processo. Accettare che alcune esperienze siano dei passaggi intermedi – ponti di cui non conosciamo la destinazione – richiede il coraggio di una passività feconda. Significa saper dire a noi stessi: «Non capisco cosa stia succedendo, ma resto qui a guardare». Solo quando l’ansia da controllo si sarà finalmente placata, la realtà si svelerà da sé, donandoci il senso profondo di ciò che ci abita.
La Rai ad Ancona, bagno di folla per De Martino e Banfi alla presentazione dei nuovi palinsesti
La Rai esce dai suoi spazi tradizionali per ritrovare il contatto diretto con il pubblico, le piazze e i territori. È questo il messaggio lanciato dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi in occasione della presentazione dei Palinsesti Rai 2026-2027, ospitata ieri venerdi 3 luglio al Teatro delle Muse di Ancona, che per un giorno è diventato il cuore della televisione italiana. La giornata si è aperta con il confronto tra i vertici dell’azienda e la stampa, al quale ha preso parte anche l’amministratore delegato di Rai Pubblicità, Luca Poggi, per poi concludersi con una serata di gala riservata agli ospiti. Nel pomeriggio Piazza della Repubblica si è trasformata in un vero e proprio red carpet. Centinaia di persone hanno accolto i protagonisti della nuova stagione televisiva. Il più atteso è stato Stefano De Martino, reduce dal successo di Affari Tuoi, che si è fermato a salutare il pubblico tra selfie e autografi. Grande affetto anche per Lino Banfi, accolto con un lungo applauso. Tra i protagonisti del photocall anche Elettra Lamborghini, indicata come una delle principali novità della stagione televisiva, insieme a Caterina Balivo, Tiberio Timperi, Alberto Matano, Marco Liorni, Elenoire Casalegno, Luca Barbarossa, Ema Stokholma, Gigi Marzullo, Lello Arena, Massimo Giletti, Roberta Bruzzone, Salvo Sottile, Monica Setta, Serena Rossi, Eleonora Daniele, Elisa Isoardi e Vittorio Brumotti, Piero Chiambretti, Sal Da Vinci, Luca Barbareschi. Alle 20.45 il pubblico si è spostato all'interno del Teatro delle Muse, dove la serata è stata impreziosita dall'esibizione di Gianna Nannini. Da sola sul palco, accompagnata dal pianoforte, l'artista ha regalato una performance intensa ed energica, accolta da una lunga standing ovation. La presentazione ufficiale dei palinsesti era iniziata già in mattinata con gli interventi dei vertici Rai. «Portare la Rai fuori dai suoi spazi tradizionali per ricondurla nelle piazze, nelle vie, tra le persone e nei territori», ha spiegato Giampaolo Rossi, illustrando la filosofia che ha portato per la prima volta la presentazione dei palinsesti lontano dagli storici centri di produzione dell'azienda. Un concetto condiviso anche dall’amministratore delegato di Rai Pubblicità, Luca Poggi. Successivamente i direttori delle reti hanno illustrato le principali novità della stagione, rispondendo alle domande dei giornalisti. Tra i temi che hanno suscitato maggiore interesse resta ancora aperta la questione del futuro di "Chi l'ha visto?", con il nome dell'erede di Federica Sciarelli ancora da definire. Tra le principali conferme spiccano Carlo Conti con Tale e Quale Show, Antonella Clerici alla guida di The Voice, Milly Carlucci con Ballando con le Stelle, Bruno Vespa con Cinque Minuti, Geppi Cucciari con Splendida Cornice, oltre ai programmi di approfondimento affidati a Massimo Giletti, Riccardo Iacona e Sigfrido Ranucci. Per Stefano De Martino la Rai punta ancora più in alto: oltre a confermarlo alla guida di Affari Tuoi, gli affiderà anche il Festival di Sanremo 2027 e l'edizione successiva. Tra le novità della prima serata figura "Le cose che non sai", il nuovo programma di Eleonora Daniele, mentre su Rai 2 Salvo Sottile prenderà il timone di Ore 14, Roberto Inciocchi debutterà con un nuovo talk politico e sociale, Francesca Fagnani tornerà con Belve ed Elettra Lamborghini sarà la nuova conduttrice di Boss in Incognito. Nel daytime resteranno punti fermi Mara Venier con Domenica In, Caterina Balivo con La Volta Buona, Alberto Matano con La Vita in Diretta, Marco Liorni con L'Eredità, Massimiliano Ossini e Daniela Ferolla a Unomattina, insieme agli appuntamenti con Eleonora Daniele e Antonella Clerici. Spazio infine anche alle seconde serate, con Vittorio Brumotti alla guida di Ultima Chiamata, il ritorno di Fiorello con La Pennicanza e Nunzia De Girolamo che continuerà a condurre Ciao Maschio, preceduta da Elisa Isoardi con Bar Centrale.
Il nuovo lusso della porta accanto: perché gli italiani scelgono la "vacanza satellite"
Meno voli intercontinentali, più borghi e turismo a corto raggio. I dati della stagione inaugurano l'era dello «slow travel»: la riscoperta del tempo ritrovato e la fine dello stress da grande partenza. L'immagine dei grandi esodi estivi sta cambiando pelle. C’è stata un’epoca in cui la riuscita di una vacanza si misurava in fusi orari attraversati e timbri sul passaporto. Oggi, la fotografia scattata a inizio estate ci mostra qualcosa di profondamente diverso. Le code estenuanti ai check-in degli aeroporti cedono il passo a un caricamento bagagli decisamente più rilassato. La meta non è più una capitale asiatica o un atollo caraibico, ma un borgo medievale a due ore di auto da casa . È l’inizio dell'era della «vacanza satellite». A confermare il cambio di rotta sono i numeri. L’ultima indagine condotta da Federalberghi in collaborazione con Tecnè rivela che ben 16 milioni di italiani si sono messi in viaggio subito dopo la chiusura delle scuole, prediligendo i confini nazionali. Di questi, circa il 90% ha scelto le cosiddette mete satellite: borghi secondari, località di campagna e laghi minori, preferendo accorciare la durata dei singoli soggiorni. Da questi dati emerge una chiara tendenza: gli italiani stanno imparando a viaggiare in modo più intelligente, flessibile e, soprattutto, meno stressante. Questo nuovo modello di consumo trova una sponda economica precisa nell'ultimo monitoraggio dell'Osservatorio Turismo di Confcommercio. I dati della confederazione rivelano infatti che la spesa media pro capite per chi si è messo in viaggio a giugno è stata di 468 euro, per un giro d’affari complessivo che ha già toccato i 7,5 miliardi di euro. A spingere questa micro-mobilità è soprattutto l'auto propria, scelta come mezzo di trasporto da ben il 73,9% dei viaggiatori. L'automobile si riprende così il ruolo di passaporto per la libertà, permettendo spostamenti agili, tappe impreviste e una gestione del tempo totalmente autonoma. Si riduce la durata del viaggio, è vero, ma si moltiplicano le partenze durante l’anno. Non è una rinuncia, bensì una scelta consapevole. Le mete satellite sono quelle località che orbitano intorno ai grandi attrattori turistici, ma che mantengono intatto un ritmo di vita autentico. Se le grandi città d'arte registrano il tutto esaurito, i viaggiatori scivolano spontaneamente verso territori capaci di offrire una pluralità di paesaggi in pochi chilometri. In tale scenario, le Marche emergono come il laboratorio ideale di questo nuovo turismo. È una regione dove il concetto di prossimità trova la sua massima expressione. Chi cerca il silenzio e la disconnessione può trovarla tra i sentieri dei Monti Sibillini, camminando tra leggende e crinali sospesi; a pochi chilometri di distanza, la stessa giornata può concludersi in una caletta nascosta della costa adriatica, magari all'ombra del Conero. Questo dinamismo è sostenuto anche da precise politiche di riqualificazione e valorizzazione della bellezza del territorio. Località che fino a pochi anni fa erano considerate semplici tappe di passaggio o mete "minori", oggi si riscoprono protagoniste di una nuova accoglienza, fatta di ospitalità diffusa e turismo esperienziale. Dietro il nuovo trend non c'è solo una saggia gestione del budget economico, ma un mutamento psicologico. Abbiamo capito che la vacanza non può trasformarsi nell'ennesima fonte di ansia, scandita da tabelle di marcia forzate. Lo slow travel risponde a un bisogno terapeutico di disconnessione reale. Tre giorni passati in un agriturismo a chilometro zero, tra le colline marchigiane coltivate a vite e ulivi, hanno oggi il potere di rigenerare lo spirito e il corpo più di una forsennata rincorsa alla coincidenza aerea perfetta. Siamo di fronte a una piccola rivoluzione culturale. Per decenni abbiamo associato il riposo alla distanza, convinti che la qualità dell'esperienza fosse direttamente proporzionale ai chilometri percorsi. Questo inizio d'estate ci dimostra il contrario: l’esotico non è necessariamente lontano, ma risiede nella nostra capacità di guardare con occhi nuovi ciò che ci circonda. Scegliere la prossimità significa fare pace con il tempo, trasformando il viaggio da una prestazione geografica a una riscoperta interiore. La vacanza, finalmente, sta tornando a essere ciò che era in origine: non una fuga verso un altrove indefinito, ma uno stato d’animo da ritrovare a pochi passi da casa.

nubi sparse (MC)



