Ogni anno è la stessa storia; se l’arrivo della primavera è generalmente accolto con favore, per una categoria di persone la bella stagione è foriera di disagi più o meno gravi. Parliamo di chi soffre di allergie stagionali, anche dette impropriamente "febbre da fieno". Difatti le graminacee - il fieno, appunto - sono solo una categoria di piante in grado di sensibilizzare una buona fetta di popolazione: si stima infatti che gli italiani coinvolti da questo problema siano circa 10 milioni.
Altri allergeni sono nocciolo, betulla, artemisia, ambrosia, ontano, pioppo, cipresso, olivo e parietaria, solo per citare i più conosciuti. La loro impollinazione non è affidata al lavoro degli insetti, come nel caso delle piante da fiore, ma alle correnti d'aria che trasportano i pollini anche a molti chilometri di distanza.
Va da sé che l’incidenza delle allergie vari notevolmente in base alla zona e al periodo, come evidenziano i calendari pollinici, dove viene riportata la concentrazione dell’allergene nelle diverse aree climatiche (in Italia se ne contano sette) in ogni mese dell’anno. Il calendario pollinico è uno strumento utile a chi soffre di rinite allergica, a cui si affiancano dei veri e propri bollettini meteo-pollini stilati quotidianamente dall’apposito centro di monitoraggio.
Ma evitare totalmente il contatto con l’allergene è decisamente difficile, se non impossibile…e allora che fare? Abbiamo affrontato l’argomento con la dott.ssa Simonetta Calamita, otorinolaringoiatra e medico esperto in malattie allergiche e disturbi respiratori del sonno, consulente a Macerata del centro medico "Associati Fisiomed".
Come e perché si manifestano le allergie stagionali?
"L’allergia è un’eccessiva risposta del nostro sistema immunitario verso alcune sostanze chiamate allergeni. Esiste una predisposizione familiare che, insieme alla frequente esposizione a sostanze allergizzanti, nel corso della vita può portare a sviluppare un’allergia. Tra le cause principali troviamo i pollini, ma in questo periodo possono acuirsi i fastidi anche delle persone allergiche agli acari della polvere o ai peli di animali domestici.
L’esposizione può avvenire per via inalatoria, per via iniettiva, per ingestione o per contatto. I sintomi tipici di un’allergia sono riniti ricorrenti, tosse, difficoltà respiratoria, congiuntivite, prurito diffuso, edemi ed eritemi, ma, nei casi più gravi, si può arrivare allo shock anafilattico".
Come si identifica precisamente l’allergene incriminato?
"Si può ricorrere a test cutanei. I Prick test, in particolare, consentono di testare in un’unica seduta i principali allergeni, specialmente gli inalanti e gli alimenti. Si può anche procede a un test allergene-specifico con dosaggio delle immunoglobuline (IgE), per il quale va prelevato un campione di sangue del paziente".
Una volta individuato l’allergene, come si procede?
"Ovviamente bisogna evitare il più possibile l’esposizione alla sostanza allergizzante e, qualora ciò non fosse pienamente realizzabile, intraprendere una terapia specifica per alleviare i sintomi. Risultano generalmente efficaci spray nasali a base di corticosteroidi, a cui possono associarsi farmaci antistaminici e decongestionanti.
E’ necessaria la prescrizione medica. In casi particolarmente delicati, si può ricorrere all’immunoterapia specifica, con l’obiettivo di ridurre la reattività del soggetto verso l’allergene. Inizialmente viene somministrata al paziente una dose di allergene talmente minima da non provocare reazioni, poi si prosegue aumentando leggermente le dosi, in modo che il sistema immunitario possa gradualmente abituarsi all’allergene.
L’immunoterapia per le allergie stagionali prevede la somministrazione dell’allergene nella formulazione sublinguale o attraverso iniezioni. Va però sottolineato che, nel caso specifico della rinite allergica, l’immunoterapia va fatta dopo questo periodo dell’anno, così che possa essere efficace l’anno successivo".
Dopo le festività pasquali, è facile ritrovarsi con uova di cioccolato in dispensa e con una domanda ricorrente: meglio scegliere il cioccolato fondente o quello al latte? La risposta, come spesso accade in nutrizione, non è così netta come potrebbe sembrare.
Il cioccolato nasce dal cacao, un alimento naturalmente ricco di composti bioattivi, in particolare polifenoli come i flavonoidi. Si tratta di sostanze studiate per il loro possibile effetto antiossidante e per il ruolo nel supporto della salute cardiovascolare. Tuttavia, la loro presenza varia sensibilmente in base al tipo di cioccolato.
Il fondente, soprattutto quando contiene più del 70% di cacao, ne è generalmente più ricco. Questo perché è meno diluito da zuccheri e latte e conserva una quota maggiore della materia prima originaria. Alcuni studi suggeriscono che un consumo moderato possa contribuire a migliorare la funzione endoteliale e la pressione arteriosa, anche se è importante ricordare che si tratta di effetti osservati in contesti controllati, non di proprietà “miracolose”.
Il cioccolato al latte, invece, ha una composizione diversa: contiene meno cacao e una maggiore quantità di zuccheri, oltre alla presenza del latte. Questo lo rende più dolce e spesso più appagante, ma anche meno ricco di composti bioattivi. Alcune evidenze suggeriscono inoltre che le proteine del latte possano ridurre, almeno in parte, la biodisponibilità dei flavonoidi, anche se su questo punto la ricerca è ancora in evoluzione.
Dal punto di vista nutrizionale, è utile ricordare che entrambi restano alimenti energetici. Le differenze caloriche tra fondente e al latte non sono così marcate: ciò che cambia davvero è la qualità degli ingredienti e la concentrazione di nutrienti.
Allora, qual è il migliore? Dipende dal contesto e dalle abitudini individuali. Se l’obiettivo è aumentare l’apporto di composti benefici, il fondente rappresenta la scelta più interessante. Se invece si cerca un gusto più dolce e gratificante, anche il cioccolato al latte può trovare spazio in una dieta equilibrata, purché consumato con moderazione.
Un aspetto spesso trascurato riguarda il rapporto con il cibo. Demonizzare un alimento o etichettarlo rigidamente come “buono” o “cattivo” rischia di essere controproducente. Il cioccolato, in tutte le sue forme, può far parte di un’alimentazione sana se inserito con consapevolezza, senza eccessi ma anche senza sensi di colpa.
In fondo, la differenza non sta solo nella scelta tra fondente e al latte, ma nella quantità, nella qualità e nel modo in cui questo piccolo piacere si inserisce nella nostra quotidianità. Anche dopo Pasqua, il segreto non è rinunciare al cioccolato, ma imparare a gustarlo meglio.
Si terrà il 18 aprile il convegno promosso dall’AST Macerata e dall’ospedale di Civitanova Marche, in programma dalle ore 8 presso l’Hotel Horizon di Montegranaro. Il titolo dell’evento è “La musica in sala operatoria”.
Il congresso, presieduto dal dottor Mauro Pelagalli, sarà coordinato sotto il profilo scientifico dalla dottoressa Elisabetta Garbati e si svilupperà in due sessioni tematiche: “Ambiente sonoro e team operatorio” e “Il suono che cura”.La segreteria scientifica è composta da Marta Fratini, Silvia Battistoni e Stefania Laici. L’apertura dei lavori sarà affidata al dottor Stefano Cecchi, alla dottoressa Elisabetta Garbati e al dottor Mauro Pelagalli.
Negli ultimi anni, numerose evidenze scientifiche hanno mostrato come la musica possa influenzare il benessere psicofisico degli operatori sanitari, le dinamiche del team, i livelli di stress, la qualità delle performance e gli esiti sul paziente. Parallelamente, lo sviluppo delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale ha aperto nuove prospettive nella comprensione e nella personalizzazione degli stimoli sonori nei contesti clinici ad alta intensità assistenziale.
"Il congresso nasce con l’obiettivo di esplorare il ruolo della musica in sala operatoria da una prospettiva multidisciplinare, integrando contributi clinici, psicologici, organizzativi e tecnologici", si legge in una nota degli organizzatori. Il confronto tra professionisti della salute, musicisti esperti in musicoterapia e studiosi di intelligenza artificiale intende stimolare una riflessione critica su benefici, limiti e possibili applicazioni future della musica come supporto al lavoro del team operatorio e alla sicurezza delle cure".
Un’occasione di dialogo e approfondimento su un tema innovativo che, partendo dall’ascolto, invita a ripensare l’ambiente chirurgico in una visione più attenta al fattore umano.
SAN SEVERINO MARCHE – Piazza del Popolo si trasforma per un giorno in un grande laboratorio di formazione e simulazione grazie alle iniziative della Croce Rossa Italiana. Domani, sabato 11 aprile, il cuore della città ospiterà le Olimpiadi Regionali di Primo Soccorso e la Gara regionale di Diritto Internazionale Umanitario, con protagonisti gli studenti delle scuole superiori marchigiane.
L’iniziativa, promossa dal Comitato Regionale Marche della Croce Rossa con il contributo del comitato locale e il patrocinio del Comune, ha l’obiettivo di avvicinare i giovani ai temi del soccorso e dei principi umanitari, attraverso un percorso formativo già avviato nei mesi scorsi negli istituti scolastici.
Le Olimpiadi di Primo Soccorso rappresentano il momento conclusivo di un progetto educativo che ha permesso agli studenti di apprendere tecniche salvavita e procedure di emergenza. In piazza, ragazze e ragazzi saranno chiamati a mettere in pratica quanto appreso attraverso scenari realistici di intervento e soccorso simulato.
Alla competizione partecipano istituti provenienti da tutta la regione, tra cui il Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Jesi, l’Istituto di istruzione superiore “Leonardo da Vinci” di Civitanova Marche, diverse scuole di Urbino, Ascoli Piceno, Camerino e altri istituti marchigiani. La squadra vincitrice accederà alla fase nazionale in programma il 30 maggio a Bolzano.
Accanto alla gara di primo soccorso si svolgerà anche la competizione dedicata al Diritto Internazionale Umanitario, tema sempre più attuale alla luce dei conflitti internazionali.
Gli studenti delle classi terze e quarte, dopo un percorso formativo dedicato, si confronteranno in prove e simulazioni sui principi che regolano i conflitti armati e la tutela delle vittime.
In gara scuole di Urbino, Ancona, Senigallia e Pesaro, con più squadre per alcuni istituti. Anche in questo caso, il team vincitore accederà alla fase nazionale.
A valutare le prove saranno giudici esperti e volontari della Croce Rossa, impegnati quotidianamente nelle attività associative.
“Le Olimpiadi di Primo Soccorso e la gara di Diritto Internazionale Umanitario rappresentano un’esperienza altamente formativa – ha sottolineato la presidente del Comitato Regionale Marche della Croce Rossa Italiana, Rosaria Del Balzo Ruiti – capace di trasmettere ai giovani competenze pratiche e valori fondamentali come solidarietà, responsabilità e attenzione verso il prossimo”.
Le attività si svolgeranno dalle 12 alle 16.30, mentre alle 17.30 è prevista la cerimonia di premiazione e chiusura in piazza del Popolo.
Il contratto delle farmacie private è fermo da oltre un anno e mezzo e il malcontento cresce in tutta Italia, con una mobilitazione che porterà anche i farmacisti marchigiani a partecipare allo sciopero nazionale del 13 aprile. Alla base della protesta c’è la richiesta di un rinnovo contrattuale che riconosca salari adeguati, competenze e sostenibilità del lavoro, in un contesto in cui le farmacie sono diventate sempre più centrali per il sistema sanitario. I sindacati evidenziano come, soprattutto nei piccoli comuni, i farmacisti rappresentino spesso l’unico presidio sanitario stabile, un punto di riferimento rafforzato durante la pandemia con attività di vaccinazione, tamponi e prevenzione svolte anche in condizioni difficili
A fronte di questo ruolo crescente, però, le condizioni di lavoro restano critiche. Turni prolungati, aperture continue e carichi sempre più pesanti rendono difficile la conciliazione tra vita e lavoro, mentre il mancato rinnovo del contratto e l’inflazione hanno eroso il potere d’acquisto. Il risultato è una professione sempre meno attrattiva, con segnali evidenti come la diminuzione delle iscrizioni alle facoltà di Farmacia e il rischio di una progressiva fuga dal settore. Una situazione che nelle Marche riguarda circa 1500 farmacisti dipendenti e che, secondo le organizzazioni sindacali, potrebbe avere ripercussioni sulla qualità dei servizi offerti ai cittadini.
Nel frattempo, la Regione Marche continua a puntare sulla farmacia dei servizi, prorogando la sperimentazione avviata nel 2023 per garantire continuità alla sanità di prossimità. Il modello, sostenuto anche da risorse nazionali, ha permesso di ampliare l’offerta con prestazioni come telemedicina, screening, servizi infermieristici e supporto al Fascicolo sanitario elettronico. L’obiettivo è quello di avvicinare i servizi ai cittadini, ridurre gli spostamenti e alleggerire ospedali e liste d’attesa, soprattutto in un territorio caratterizzato da molti piccoli centri e aree interne difficili da raggiungere.
I numeri mostrano una crescita importante: oltre 350 farmacie marchigiane hanno aderito alla sperimentazione su un totale di circa 540, con una forte partecipazione delle realtà rurali. In due anni sono state erogate circa 31 mila prestazioni, di cui 21 mila in telemedicina, il servizio più richiesto. Proprio nelle farmacie dei piccoli centri si concentra oltre la metà di queste attività, confermando il loro ruolo strategico. Allo stesso tempo, i servizi hanno permesso di intercettare bisogni sanitari importanti, con pazienti indirizzati al pronto soccorso o a ulteriori approfondimenti grazie agli esami effettuati in farmacia.
Resta però aperta una questione strutturale che intreccia sostenibilità economica, organizzazione del lavoro e carenza di personale. Nelle Marche, 256 farmacie sono rurali e 197 sussidiate, inserite in un sistema di incentivi che, secondo la categoria, presenta limiti e disincentivi alla crescita. Tra finanziamenti pubblici, fondi nazionali e risorse legate al Pnrr, il sistema esiste ma richiede capacità progettuale e non sempre garantisce equilibrio. Senza un rinnovo contrattuale adeguato e una definizione chiara della remunerazione dei nuovi servizi, il rischio è che la farmacia dei servizi resti un modello efficace ma fragile, mentre il progressivo calo di professionisti potrebbe mettere in difficoltà un presidio essenziale per la sanità territoriale.
Un gesto di solidarietà e vicinanza ai più piccoli ha caratterizzato le festività pasquali presso il reparto di Pediatria dell’ospedale di Civitanova.
Una rappresentanza del Lions Club Civitanova Marche Cluana e del Comitato della Croce Rossa Italiana di Porto Potenza Picena ha fatto visita ai bambini ricoverati, portando un momento di allegria e spensieratezza durante i giorni di festa.
Nel corso dell’iniziativa, i volontari hanno donato uova di cioccolato e giocattoli, contribuendo a rendere più serena l’atmosfera all’interno del reparto, diretto dalla dottoressa Enrica Fabbrizi.
Particolarmente apprezzata la presenza del dottor Felice Sapone, consigliere del direttivo della CRI locale, che insieme al gruppo giovani del Comitato ha partecipato attivamente alla consegna dei doni.
L’iniziativa ha regalato sorrisi ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, confermando ancora una volta l’importanza del volontariato e della solidarietà nel rendere più umano il percorso di cura.
Una telefonata, pochi minuti decisivi e la prontezza di chi sa riconoscere i segnali giusti. È così che Elisabetta Buschittari, infermiera di Treia in servizio all’ospedale di Macerata, ha contribuito a salvare la vita a Sebastiano Marano, 34 anni, colpito da un infarto mentre stava lavorando.
A segnalare la vicenda alla redazione di Picchio News è stato Salvatore Marano, fratello di Sebastiano e fidanzato della stessa Elisabetta, che ci ha informato dell’episodio, sottolineando il ruolo decisivo dell’intervento a distanza dell’infermiera. Abbiamo poi ascoltato il racconto di Elisabetta.
Tutto è accaduto mercoledì primo aprile. Sebastiano, impegnato nella consegna di ossigeno a bordo del suo furgone, ha iniziato ad avvertire un forte dolore al petto irradiato alle braccia. In quel momento ha deciso di chiamare Elisabetta, sapendo che lavorava in ospedale, ma senza voler allarmare nessuno. Cercava rassicurazioni, sperando che si trattasse di un malessere passeggero.
“Mi ha chiamato dicendo che aveva un dolore toracico che si irradiava alle braccia – racconta Elisabetta Buschittari – stava guidando il furgone e mi ha detto che si sarebbe fermato per capire meglio cosa stesse succedendo”. Dall’altra parte del telefono, l’infermiera ha iniziato subito a porre domande precise per valutare la situazione.
“Gli ho chiesto se il dolore cambiava con i movimenti e se aveva sudorazione fredda. Quando mi ha detto che sudava freddo e faceva fatica a respirare, ho capito che poteva essere qualcosa di cardiaco”, spiega.
A quel punto Elisabetta ha invitato con decisione Sebastiano a chiamare il 118, ma lui ha inizialmente rifiutato. “Non voleva chiamare, continuava a dirmi che aspettava, che magari gli passava”, racconta. Un atteggiamento dettato dalla paura di creare allarmismi.
Capita la gravità della situazione, l’infermiera ha deciso di agire comunque. “Gli ho detto di stare fermo e di non muoversi, che avrei chiamato io il 118”, spiega. Nel frattempo ha allertato i familiari e ha dato indicazioni precise al fratello su cosa fare e cosa comunicare ai soccorritori.
Durante quei momenti concitati, Elisabetta è rimasta costantemente in contatto con Sebastiano. “Sono rimasta al telefono con lui per tutto il tempo, mi sono fatta dire dove si trovava e controllavo che restasse cosciente e stabile”, aggiunge.
Grazie a questa gestione lucida e tempestiva, i soccorsi sono stati attivati rapidamente. L’ambulanza è arrivata nel giro di pochi minuti, quando Sebastiano si trovava ancora nel furgone, quasi al termine del turno di lavoro. Da lì il trasporto in ospedale e le cure necessarie.
La prontezza e la competenza dell’infermiera, unite alla capacità di mantenere il sangue freddo e guidare a distanza ogni passaggio, hanno invece permesso di trasformare un potenziale dramma in una storia a lieto fine. Un episodio che evidenzia ancora una volta quanto sia fondamentale riconoscere subito i segnali di un infarto e intervenire senza esitazioni.
Oggi Sebastiano sta meglio anche grazie a quella telefonata che, nei momenti più critici, ha fatto la davvero la differenza.
Una grande prova di efficienza sanitaria e collaborazione umana ha segnato l’attività dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche, dove una paziente ultraottantenne è stata dimessa in perfette condizioni dopo un intervento chirurgico senza precedenti. La donna, colpita contemporaneamente da tre diverse patologie neoplastiche, è stata operata in un’unica seduta operatoria da tre differenti équipe specialistiche, tornando a casa dopo soli dieci giorni di degenza. Il successo dell’operazione rappresenta un traguardo straordinario per la struttura di Ancona, confermando come la multidisciplinarietà sia diventata il vero pilastro della sanità d'eccellenza.
La vicenda ha avuto inizio lo scorso mese, quando la paziente si è sottoposta a una Tac per valutare un tumore maligno al seno. L’esame diagnostico ha però riservato una sorpresa amara: oltre alla patologia già nota, le immagini hanno rivelato altre due masse tumorali, una al rene e una all'ovaio, fino a quel momento del tutto asintomatiche. Come spiegato dal dottor Enrico Lenti, direttore facente funzioni della Senologia, è stato in quel momento che la strategia clinica ha cambiato rotta. "Invece di sottoporre la paziente a tre diversi interventi dilazionati nel tempo, i medici hanno scelto la strada più complessa ma vantaggiosa per la salute della donna: affrontare le tre neoplasie in una sola sessione operatoria".
L'intervento è durato complessivamente meno di quattro ore, un tempo record se si considera la gravità del quadro clinico. La sequenza operatoria è stata studiata nei minimi dettagli, partendo dalla rimozione del tumore all'ovaio per poi passare alla patologia renale e concludere con l'intervento al seno, considerato la priorità clinica. Un aspetto tecnico fondamentale è stato sottolineato dal dottor Giovanni Delli Carpini, della clinica di Ostetricia e Ginecologia: "Grazie alla grande versatilità dei chirurghi, è stato possibile asportare le masse dell’ovaio e del rene attraverso un unico taglio chirurgico, riducendo drasticamente l’impatto del trauma operatorio".
Il professor Andrea Benedetto Galosi, primario di Urologia, ha rimarcato come "il calcolo del rapporto tra rischi e benefici sia stato l'elemento decisivo per procedere in questa direzione. Affrontare un singolo intervento ha permesso di evitare mesi di degenze ripetute e procedure post-operatorie iterate, che avrebbero inevitabilmente logorato le condizioni generali della paziente. Questo risultato è stato reso possibile anche grazie alla sofisticata gestione anestesiologica della dottoressa Caterina Baiocco, che ha applicato una tecnica combinata tra anestesia generale e locoregionale, garantendo un risveglio ottimale e un controllo del dolore eccellente senza un uso eccessivo di oppioidi".
Dopo una prima notte trascorsa nella terapia intensiva della chirurgia maggiore, diretta dalla dottoressa Elisabetta Cerutti, la paziente ha mostrato un recupero rapidissimo. Per il direttore generale dell’Aoum, Armando Marco Gozzini, questo episodio "non è solo un caso di successo clinico, ma la prova concreta che il lavoro di squadra rappresenta il valore aggiunto necessario per fare la differenza nel trattamento delle patologie complesse, garantendo ai cittadini cure di altissimo livello in tempi ridotti".
"Vi sento come amici e, soprattutto, vi ringrazio per l’impegno nel mantenere sicuro, efficiente e accogliente il nostro servizio sanitario pubblico". Così scrive un cittadino, Giuseppe Gattari, in una lettera inviata alla nostra redazione in cui ha voluto condividere la propria esperienza di "buona sanità" vissuta presso il reparto di Otorinolaringoiatria dell'ospedale di Civitanova Marche. Una testimonianza che mette in luce non solo l'efficacia clinica delle cure ricevute, ma anche lo straordinario spessore umano del personale in servizio.
Ecco il testo integrale della lettera:
"Desidero raccontare la mia esperienza presso il reparto di Otorinolaringoiatria dell'Ospedale di Civitanova, dove sono stato ricoverato e curato dal 20 al 28 marzo scorso. Colpito da un improvviso e grave ascesso parafaringeo, sono stato indirizzato tempestivamente verso il corretto percorso terapeutico dal dottor M. Ruberto. In tempi rapidissimi sono stato accolto nel reparto, dove ho trascorso otto giorni sottoposto a un’intensa farmacoterapia che, dato il buon esito, ritengo mi abbia probabilmente evitato il ricorso all'intervento chirurgico.
In qualità di paziente, mi permetto di esprimere alcune considerazioni sull’esperienza vissuta all'interno della struttura, partendo dal presupposto che la vostra Unità Operativa Complessa (UOC) rappresenta, a mio parere, un’eccellenza locale del Servizio Sanitario Nazionale. L’atmosfera è estremamente accogliente e mette a proprio agio chiunque, siano essi pazienti minorenni o adulti.
Tutto il personale - dagli operatori socio-sanitari agli infermieri, fino ai medici - si è dimostrato competente, empatico, amichevole e socievole. È un team efficiente che non lascia trapelare sul luogo di lavoro eventuali problemi personali, accogliendo sempre tutti con il sorriso. Al momento delle dimissioni, si percepisce quasi un senso di piccolo rimpianto, come quando si lascia un gruppo di amici sempre solleciti, solidali e pieni di vita.
Desidero complimentarmi con il Direttore, il dottor Carlucci, e ringraziare tutti voi per la competenza, la dedizione e la simpatia con cui mi avete gratificato nel corso della degenza. Un pensiero particolare va alle infermiere che mi hanno assistito con più costanza e alla dottoressa 'latinista per modo di dire'. Vi sento come amici e, soprattutto, vi ringrazio per l’impegno nel mantenere sicuro, efficiente e accogliente il nostro servizio sanitario pubblico. Colgo l'occasione per augurare a tutti voi delle serene festività pasquali".
Il collegio di direzione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche interviene sul caso delle sacche di plasma andate sprecate presso l’Officina Trasfusionale, chiarendo la propria posizione e difendendo il buon nome dell’Istituzione.
L’organismo, composto dai direttori di Dipartimento, sottolinea come l’episodio, attualmente oggetto di accertamenti, "abbia natura organizzativa e debba essere inquadrato in modo rigoroso, senza dar spazio a interpretazioni distorte o strumentalizzazioni".
Secondo quanto evidenziato, si tratterebbe infatti di un evento circoscritto, che non può essere esteso all’intero sistema sanitario aziendale né tantomeno mettere in discussione i risultati complessivi raggiunti nel tempo.
L’Officina Trasfusionale coinvolta fa capo al Dipartimento Interaziendale Regionale di Medicina Trasfusionale (DIRMT) e opera all’interno della stessa Azienda ospedaliera. Proprio per questo, viene ribadita la "necessità di affrontare la vicenda con responsabilità istituzionale e sulla base di dati oggettivi".
Nel documento, il collegio di direzione richiama anche il percorso intrapreso dall’attuale governance aziendale, descritto come "orientato alla qualità, alla sicurezza e al miglioramento continuo. Un approccio che, viene sottolineato, trova conferma nei risultati ottenuti sia in ambito clinico che nella ricerca e nella formazione".
L’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche viene indicata come "una realtà di riferimento a livello nazionale e internazionale, grazie all’integrazione tra assistenza sanitaria, attività scientifica e didattica, e al lavoro quotidiano di personale altamente qualificato".
Per questo motivo, il Collegio ribadisce che un singolo episodio, pur meritevole di approfondimento e di eventuali interventi correttivi, "non può compromettere il valore complessivo dell’Istituzione né il prestigio costruito negli anni".
Infine, viene rinnovato l’impegno a "garantire standard elevati di qualità, sicurezza e appropriatezza, evidenziando come la credibilità del sistema sanitario si fondi sulla trasparenza, sulla capacità di affrontare le criticità e sui risultati conseguiti quotidianamente dai professionisti".
Un'eccellenza marchigiana sul tetto del mondo. La prestigiosa rivista statunitense Newsweek, in collaborazione con il portale di statistica Statista, ha inserito l'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche (AOUM) nella classifica "World's Best Hospitals 2026". Il riconoscimento posiziona le strutture ospedaliere regionali all'interno dell'élite sanitaria mondiale, premiando gli standard elevatissimi di assistenza medica e le performance cliniche raggiunte.
La graduatoria, giunta alla sua ottava edizione, non si basa su semplici impressioni, ma su rigorosi indicatori di qualità: raccomandazioni da parte di colleghi medici, esperienze dirette dei pazienti ricoverati ed esiti clinici certificati. "Questa classifica celebra gli ospedali che stabiliscono i più elevati standard di assistenza medica e performance", si legge nella nota ufficiale firmata dall'editore di Newsweek, Jennifer H. Cunningham, e inviata al Direttore Generale di Aoum, Armando Marco Gozzini.
L'indagine ha coperto le migliori strutture ospedaliere di 32 paesi (tra cui Stati Uniti, Canada, Germania, Giappone e Regno Unito), confermando la fiducia riposta nell'azienda marchigiana dalla comunità medica internazionale e dai pazienti. Un traguardo che certifica come la sanità delle Marche riesca a competere con i colossi mondiali del settore, garantendo ai cittadini cure di altissimo livello.
Nuovi innesti in arrivo per il personale sanitario regionale. Sono stati avviati i concorsi per l’assunzione di 12 medici specialisti destinati a potenziare i reparti strategici delle Marche e ridurre le liste d'attesa. La quota più consistente di queste nuove assunzioni riguarderà proprio l'Ast di Macerata, dove sono previsti sette ingressi per coprire discipline fondamentali e dare ossigeno alle strutture ospedaliere del territorio.
Nel dettaglio, per il Maceratese il piano prevede l'arrivo di due cardiologi, un ematologo, tre medici di anestesia e rianimazione e un radiologo. Il resto della manovra coinvolgerà l'AST di Ascoli Piceno con tre psichiatri e l'Inrca con due specialisti di medicina d’emergenza-urgenza. Un'operazione che, nelle intenzioni della regione, punta a sostenere i reparti maggiormente in sofferenza e incrementare il numero di prestazioni erogate ai cittadini.
"Il potenziamento del personale sanitario è una priorità che stiamo affrontando fin dall’inizio del nostro mandato - dichiara il presidente della regione Marche, Francesco Acquaroli - con l’obiettivo di superare le criticità strutturali legate alla carenza di medici che abbiamo ereditato e garantire servizi più efficienti e vicini ai cittadini. In questi anni abbiamo lavorato per incrementare progressivamente le assunzioni, sostenere i reparti maggiormente in sofferenza, in particolare l’emergenza-urgenza, settore per il quale stiamo lavorando ad una attesa riforma, e rafforzare la medicina territoriale".
"Questi concorsi - spiega l’assessore regionale alla sanità, Paolo Calcinaro - fanno parte di un lavoro più ampio per rafforzare tutta la rete sanitaria delle Marche. L’obiettivo è dare risposte concrete ai reparti che ne hanno bisogno oggi, ma anche programmare a medio e lungo termine. Accanto a queste selezioni, stiamo procedendo con quasi 400 nuove assunzioni, soprattutto infermieri, per le Case e gli Ospedali di Comunità, così da rafforzare la sanità sul territorio. Investire sulle persone significa garantire cure di qualità, continuità assistenziale e organici adeguati in tutti i presidi, per dare una risposta ai bisogni di salute della comunità".
La promessa di una sanità più vicina ai cittadini operata con investimenti del PNRR rischia di trasformarsi in un risultato parziale, con criticità evidenti soprattutto nel Mezzogiorno. Non solo le più note case di comunità, ovvero i maxi ambulatori pensati per alleggerire i pronto soccorso e rafforzare la prevenzione, risultano in ritardo e concentrate nel Centro-Nord, ma anche i nuovi ospedali di comunità mostrano un andamento a macchia di leopardo.
Queste strutture, finanziate con un miliardo di euro e destinate ad accogliere pazienti fragili e cronici che non possono essere assistiti a domicilio ma non necessitano di cure ospedaliere ad alta intensità, sono per circa tre quarti concentrate in sole quattro regioni: Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Secondo l’ultimo monitoraggio Agenas, a dicembre 2025 risultavano attive 163 strutture, di cui ben 118 in queste aree, per un totale di quasi 3 mila posti letto, mentre tutte le regioni meridionali insieme si fermano a 23. Persistono inoltre territori completamente scoperti, come Basilicata, Valle d’Aosta e Bolzano, segno di un’Italia sanitaria ancora fortemente diseguale.
Nelle Marche, invece, il percorso appare più avanzato e strutturato. È stata recentemente inaugurata la Casa e l’Ospedale di Comunità di Treia, prime strutture territoriali dell’Ast di Macerata, anche se non ancora operative. L’intervento, finanziato con fondi PNRR e regionali per oltre 2,2 milioni di euro, si inserisce in una strategia più ampia che punta a rafforzare la sanità di prossimità. La struttura di Treia, dotata di 20 posti letto, rappresenta un nodo logistico-assistenziale fondamentale in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento delle patologie croniche.
Parallelamente, ad Ascoli è stato inaugurato il primo ospedale di comunità pienamente operativo della regione, con 18 posti letto e i primi pazienti già trasferiti. La Regione punta a realizzare complessivamente 9 ospedali di comunità e 29 case di comunità, sostenendo il progetto anche con piani straordinari di assunzione di personale sanitario. Le autorità regionali sottolineano come le Marche siano al di sopra della media nazionale nel rispetto dei cronoprogrammi PNRR, con l’obiettivo di creare una rete capillare e realmente funzionante.
A livello generale, il rischio concreto è quello di arrivare alla scadenza europea di giugno con una “coperta corta” e forti disparità territoriali. Secondo i programmi regionali, sono 594 gli ospedali di comunità previsti, ma il target minimo fissato dall’Europa è di 307 strutture operative entro l’estate. Un obiettivo ancora raggiungibile grazie a un possibile rush finale, ma che potrebbe lasciare indietro ampie aree del Paese. Il sistema si regge su un modello assistenziale che prevede presenza infermieristica 24 ore su 24 e un supporto medico limitato ma costante, pari ad almeno 4,5 ore al giorno per sei giorni a settimana. Attualmente, tutti i 163 ospedali attivi garantiscono assistenza infermieristica continua, ma solo 133 assicurano la presenza minima del medico e appena 61 dispongono di ambienti protetti per pazienti con demenza o disturbi comportamentali. Questo quadro evidenzia come, oltre alla realizzazione delle strutture, sia fondamentale garantirne la piena operatività.
L’ospedale di comunità è definito come una struttura intermedia tra assistenza domiciliare e ospedale tradizionale, con l’obiettivo di evitare ricoveri inappropriati e facilitare le dimissioni protette. Si tratta di presidi destinati principalmente a pazienti fragili, spesso anziani, con un quadro clinico stabilizzato ma che necessitano ancora di sorveglianza sanitaria o prestazioni infermieristiche. In media dispone di 15-20 posti letto, fino a un massimo di 40, e prevede una degenza non superiore ai 30 giorni, salvo casi eccezionali. L’accesso avviene su indicazione del medico di base, dello specialista o del pronto soccorso, e riguarda pazienti con prospettiva di miglioramento a breve termine. Questo modello rappresenta uno degli elementi chiave per ridisegnare la sanità territoriale, rendendola più vicina ai cittadini e capace di rispondere in modo efficace ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e con patologie croniche.
“In sanità, anche una sola goccia di sangue non deve mai essere sprecata. Abbiamo presentato un secondo esposto in Procura. Neanche una goccia di sangue va sprecata. La verità deve emergere”. Le parole sono di Armando Gozzini, direttore dell’Azienda ospedaliera universitaria delle Marche, in merito al caso delle sacche di plasma buttate.
“Negli ultimi giorni, la diffusione di notizie parziali e decontestualizzate ha generato allarmismi ingiustificati, minando la fiducia dei cittadini senza alcun fondamento tecnico. La verità deve emergere nella sua interezza e oggettività, al di là di ogni strumentalizzazione”, spiega il direttore dell'Aoum.
“L’analisi interna degli eventi ha evidenziato che le criticità segnalate non derivano da carenze strutturali o da mancanza di personale, ma da una gestione non ottimale delle risorse disponibili. L’Azienda è subito intervenuta, rafforzando gli organici, riorganizzando i processi e ripristinando rapidamente la piena operatività”.
“In sanità la differenza non la fanno gli errori evitati, ma la capacità di correggerli subito, e su questo l’Azienda ha dimostrato, con i fatti, di esserci. Per tutelare la correttezza dell’informazione, sono stati presentati esposti alle autorità competenti, sia per la diffusione impropria di dati riservati sia per eventuali violazioni della normativa sulla riservatezza. L’ultimo esposto depositato, più dettagliato e circostanziato, mira a verificare responsabilità individuali e la possibile esistenza di azioni volte a screditare l’Azienda attraverso la diffusione selettiva di immagini, documenti e informazioni amplificate strumentalmente”.
“L’Azienda – conclude Gozzini – continuerà a operare con trasparenza e determinazione, difendendo al contempo il lavoro dei propri professionisti e la correttezza dell’informazione. La tutela della verità e della fiducia dei cittadini non è negoziabile”.
Dopo le recenti notizie sullo smaltimento di alcune sacche di plasma nelle Marche, Avis Nazionale è intervenuta sottolineando l’importanza del valore dei donatori. "Insieme alla nostra sede regionale - spiega il Presidente di Avis Nazionale, Oscar Bianchi - stiamo seguendo con attenzione l’evolversi della situazione. Il nostro desiderio è che si faccia luce sull’accaduto, non per puntare il dito, ma per proteggere l’impegno di chi dona".
L’associazione ha espresso un profondo dispiacere nel constatare che il gesto generoso di molti non ha potuto trasformarsi nell'aiuto sperato. "Ogni goccia di sangue e plasma è un dono prezioso - continua Bianchi - perché nasce dalla generosità gratuita e anonima dei donatori. Vive grazie all'energia dei nostri volontari e richiede una cura attenta e responsabile, la stessa che Avis coltiva da sempre per onorare la fiducia di chi sceglie di donare".
L’obiettivo, secondo Avis, è comprendere cosa sia accaduto, imparare e migliorare affinché la dedizione dei donatori trovi sempre la strada più efficiente per aiutare il prossimo. "Rappresentiamo una famiglia di oltre un milione e trecentomila persone. Ogni giorno, le nostre 3.300 sedi lavorano con amore per coordinare questo flusso di solidarietà, in armonia con le istituzioni e le strutture trasfusionali".
A seguito dell'emersione del caso, la regione Marche ha istituito una commissione di verifica per fare piena luce sulle presunte criticità legate allo smaltimento delle sacche. L'assessore regionale alla sanità, Paolo Calcinaro, ha precisato che si sarebbe trattato di circa 300 sacche e che l'episodio sarebbe stato causato da una "criticità temporanea dovuta alla carenza di personale".
Il presidente della Regione, Francesco Acquaroli, ha sottolineato che "non esiste sfiducia verso l’assessore" e ha ricordato che l'indirizzo politico e la gestione operativa sono distinte. "Prima di tutto vogliamo tutelare chi dona sangue - ha dichiarato - eventuali responsabilità tecniche saranno valutate dalla commissione interna, il cui lavoro dovrebbe concludersi entro 30 giorni".
Il Partito Democratico ha invece definito l’episodio gravissimo, sottolineando criticità nella gestione del sistema sanitario e della filiera del plasma. Secondo i dem, la vicenda evidenzia "la necessità di maggiore trasparenza e controlli, e richiede una relazione pubblica immediata e interventi urgenti per garantire la sicurezza delle donazioni".
Nel territorio dell’Ast di Macerata si registra una situazione emergenziale sul fronte dell’assistenza sanitaria: sono 53 i medici di base che mancano per coprire il fabbisogno, a cui si aggiungono due pediatri e 22 incarichi da 38 ore settimanali nelle Postazione Territoriale di Emergenza Sanitaria. Il dato emerge da una recente determina che fotografa le carenze previste per il 2026.
Il quadro che ne esce è preoccupante e strutturale, legato da un lato a una programmazione del fabbisogno sanitario ritenuta non adeguata negli anni passati e dall’altro a una progressiva perdita di attrattività della professione medica tra i giovani. I nuovi ingressi non riescono a compensare i pensionamenti e, in parallelo, cresce il fenomeno delle dimissioni volontarie: sempre più giovani medici lasciano a causa dei carichi di lavoro e delle retribuzioni considerate insufficienti.
Per far fronte all’emergenza, l’Ast sta cercando soluzioni tampone, tra cui l’aumento del numero di pazienti assegnati a ciascun medico. Una misura che però sta generando forti criticità, tanto che i camici bianchi denunciano una situazione ormai insostenibile.
Emblematico il caso di Tolentino, dove circa 2mila pazienti sono rimasti senza medico di base. La recente disponibilità di due medici ad aumentare il massimale ha innescato una vera e propria corsa tra i cittadini per assicurarsi un’assistenza. Sul tema, nei giorni scorsi, è intevenuta anche la sottosegretario alla presidenza della regione Silvia Luconi: "negli ultimi anni abbiamo ereditato un gap profondo, frutto della mancata programmazione del passato e del turnover non gestito, che ha lasciato territori scoperti o in difficoltà".
Nel frattempo, la riforma regionale del sistema sanitario prevede un potenziamento della medicina territoriale: entro giugno entreranno in funzione nel Maceratese le Case della comunità, accompagnate da circa 120 assunzioni annunciate. Tuttavia, resta il nodo principale: i bandi di concorso non riescono a coprire i posti disponibili.
Ricapitolando la situazione, la riorganizzazione ha introdotto undici aggregazioni funzionali territoriali della medicina generale, distribuite nei distretti di Macerata, Civitanova e Camerino, ma le carenze restano diffuse. Nel dettaglio, mancano otto medici a Civitanova, quattro a Monte San Giusto, quattro a Recanati, quattro a Porto Recanati, sette a Macerata, quattro a Corridonia, cinque a Tolentino, quattro a Treia, quattro a Sarnano, tre a Camerino e sei a San Severino.
Nel settore dell’emergenza territoriale sono invece previsti 10 incarichi da 38 ore settimanali nelle Potes del distretto di Macerata, sette nel distretto di Camerino e cinque nel distretto di Civitanova.
Il caso delle sacche di plasma finite nei rifiuti scuote la sanità regionale e accende lo scontro politico. Il Partito Democratico delle Marche parla di un episodio gravissimo, che evidenzierebbe criticità profonde nella gestione del sistema sanitario.
A intervenire è la segretaria regionale Chantal Bomprezzi, che sottolinea la gravità della vicenda: “Non si tratta di un errore secondario, ma di plasma, un bene sanitario prezioso raccolto grazie ai donatori e fondamentale per la cura dei pazienti, finito nella spazzatura. Una situazione che assume contorni sempre più inquietanti”.
Nel mirino anche un possibile conflitto di ruoli all’interno del sistema sangue, che – se confermato – aggraverebbe ulteriormente il quadro. “Si parla addirittura di una sovrapposizione tra controllore e controllato”, aggiunge Bomprezzi.
Dura la posizione del responsabile del tavolo sanità del Pd Marche, Andrea Vecchi, che punta il dito contro la gestione della Regione: “Se in una Regione si arriva al punto che sacche di plasma finiscono nei rifiuti, significa che la catena dei controlli non funziona. È il fallimento di chi governa”.
Il Partito Democratico chiama direttamente in causa il presidente della Regione Francesco Acquaroli e l’assessore alla sanità Paolo Calcinaro, chiedendo chiarimenti su diversi aspetti: dalle responsabilità dell’accaduto al numero di sacche coinvolte, fino alle eventuali falle nella gestione del materiale ematico.
Secondo il Pd, il caso si inserisce in un contesto già complesso per la sanità marchigiana, tra liste d’attesa lunghe, carenza di personale e servizi in difficoltà. Un sistema che, sostengono, rischia di non garantire adeguati livelli di controllo e prevenzione.
Tra le richieste avanzate dal partito figurano una relazione pubblica immediata, la trasmissione degli atti agli organi competenti, un controllo straordinario sull’intera filiera del plasma e un’informativa urgente in Consiglio regionale.
Sulla stessa linea anche Daniele Sturani, membro della segreteria regionale, che sollecita un intervento diretto della giunta: “I cittadini hanno diritto a risposte chiare. Non bastano dichiarazioni di circostanza: serve trasparenza e assunzione di responsabilità”.
Il caso resta ora al centro dell’attenzione politica e istituzionale, mentre si attendono sviluppi sulle verifiche in corso e sulle eventuali responsabilità.
SAN SEVERINO MARCHE – Cambio di passo per la clinica medica di via Ferrante Ferranti 21, nella frazione di Taccoli, che dallo scorso autunno è diventata la seconda sede del Centro Odontoiatrico Leonardo. Sotto la guida del titolare Leonardo Kurosc, lo studio — nato originariamente nel 2014 — ha intrapreso un nuovo corso, puntando su un’offerta clinica completa e tecnologicamente avanzata.
Il Centro si propone come punto di riferimento integrale per la salute del sorriso. Grazie a un team di nove professionisti, la struttura copre ogni branca dell’odontoiatria: dalla prevenzione e igiene dentale fino alla chirurgia avanzata, offrendo ai pazienti un percorso di cura multidisciplinare e personalizzato.
Il titolare, Leonardo Kurosc, porta a San Severino Marche l’esperienza già maturata con successo nella sede di Civitanova Marche. “Visto che sono nato a San Severino Marche ho deciso di avviare questa mia seconda attività con uno staff molto giovane, caratterizzato da un approccio all’avanguardia e innovativo, pur mantenendo una grande esperienza”, spiega Kurosc.
Di recente, il Centro ha ricevuto la visita del sindaco Rosa Piermattei, un momento di confronto che sottolinea l’importanza del presidio sanitario per Taccoli e per l’intera comunità. “La visita del sindaco è stata per noi un importante riconoscimento del lavoro svolto e dell’impegno costante che dedichiamo alla salute e al benessere dei nostri pazienti, oltre che allo sviluppo dei servizi sanitari sul territorio. Siamo orgogliosi di contribuire, con professionalità e innovazione, alla crescita della comunità locale e grati per l’attenzione dimostrata dalle istituzioni”, conclude Kurosc.
Il Centro è aperto tutti i giorni, escluso il martedì, garantendo un servizio costante e di qualità per i cittadini della frazione e della città.
L’osteopatia è una disciplina medica riabilitativa ed anche del controllo dello sviluppo pediatrico con un particolare approccio olistico con l’individuo considerato nel suo insieme, particolarmente interessante e sicuramente con risvolti di approfondita ricerca e di risultati attesi, che coinvolgono anche lo sviluppo e la crescita del bambino.
Approfittiamo della disponibilità di uno specialista osteopata e Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE) che espleta il suo lavoro nel nostro territorio. Il Dr. Pietro Trobbiani divide il suo lavoro come terapista ed osteopata nel suo studio privato e come consulente nel centro medico Associati Fisiomed. Inoltre nel centro ASP Paolo Ricci di Civitanova Marche ricopre il ruolo di TNPEE.
Dr. Trobbiani, cosa rappresenta per lei l’Osteopatia nella quotidianità professionale?
"Per me l’Osteopatia rappresenta un vero e proprio stile di vita. Richiede uno studio costante dell’anatomia e della fisiologia umana, ma anche una grande predisposizione per la pratica clinica, fondamentale per affinare al meglio le tecniche di valutazione e di trattamento. Non ci si ferma mai di studiare perché ogni corpo e ogni paziente sono unici".
Come trova la sua applicazione l'Osteopatia nell'ambito pediatrico ed evolutivo?
"Si posiziona perfettamente nella grande sfera della prevenzione. Seguiamo la mamma prima, durante e dopo la gravidanza. Questi interventi di prevenzione sono particolarmente efficaci nei primissimi mesi di vita del neonato. Come osteopati affianchiamo i medici e i terapisti nel corso della vita intra ed extrauterina proprio per garantire ai piccoli le migliori traiettorie di sviluppo possibili".
Esistono servizi gratuiti dedicati alla prevenzione sul nostro territorio maceratese?
"Certamente, ed è una cosa di cui vado molto fiero. Negli ultimi tre anni, grazie alla convenzione tra A.O.A. e i reparti di Pediatria, Ostetricia e Ginecologia, sono nati due progetti meravigliosi negli ospedali di Macerata e Civitanova Marche. Qui decine di colleghi osteopati si sono messi a disposizione per la presa in carico gratuita di gestanti nel pre e post parto e dei loro bambini fino ai sei mesi di vita. Si tratta di una vera e propria avanguardia a livello sanitario nazionale".
Lei unisce due titoli forti: Osteopata e TNPEE. Come dialogano queste due anime nel suo studio?
"Dialogano costantemente, perché guardano lo stesso bambino da due angolazioni complementari. Come TNPEE osservo il bambino nella sua globalità funzionale, ovvero come si muove, come gioca e come si relaziona. Come osteopata vado a cercare se ci sono tensioni tissutali o restrizioni meccaniche che gli impediscono di esprimere quel potenziale motorio. Liberando la struttura con l'osteopatia, diamo alla neuro-psicomotricità lo spazio biologico per far fiorire le tappe dello sviluppo".
Molti genitori associano l'osteopatia alle "manipolazioni" dell'adulto e hanno paura che possa far male a un neonato. Come si svolge una seduta con un bambino così piccolo?
"È una paura comprensibile ma che svanisce appena si entra in studio. L'osteopatia pediatrica non usa tecniche di sblocco articolare o gli scricchiolii degli adulti. L'approccio con i neonati è estremamente dolce, non invasivo e rispetta i tempi del bambino. Usiamo pressioni leggerissime, paragonabili al tocco per saggiare la maturazione di un frutto. Spesso i piccoli si rilassano a tal punto da addormentarsi".
Al di là della prevenzione neonatale, quali sono i motivi più frequenti per cui un genitore la contatta e quali segnali dovrebbe monitorare a casa?
"Non serve che ci sia una patologia conclamata per richiedere un consulto. I motivi più frequenti riguardano le plagiocefalie posizionali (testa schiacciata da un lato), difficoltà di suzione, coliche, reflusso, irritabilità e disturbi del sonno. Consiglio ai genitori di osservare se il bambino preferisce girare la testa sempre dallo stesso lato, se inarca spesso la schiena a virgola quando piange o se sembra rigido quando viene preso in braccio. Intervenire precocemente permette di spianare la strada a una crescita armoniosa".
Mangiare in modo sano viene spesso percepito come complicato: si pensa che sia necessario pesare tutto, pianificare ogni pasto nei minimi dettagli o rinunciare a mangiare fuori casa. Questo può creare frustrazione e far credere che un’alimentazione equilibrata non sia compatibile con la vita quotidiana. In realtà, costruire un pasto bilanciato è molto più semplice e flessibile di quanto si immagini.
Alla base di un’alimentazione equilibrata non ci sono regole rigide, ma alcuni principi chiari che aiutano a comporre i pasti in modo completo. Un modello utile è quello del Piatto sano di Harvard, che propone una suddivisione visiva del piatto: metà dedicata alle verdure, un quarto a fonti di carboidrati e un quarto a fonti proteiche, con l’aggiunta di grassi di buona qualità. Questo schema, semplice ma efficace, aiuta a orientarsi senza bisogno di calcoli o pesate precise.
In pratica, un pasto equilibrato nasce dalla combinazione di alimenti diversi: quelli che apportano carboidrati, come pasta, riso, pane o patate, fondamentali come fonte di energia; quelli che forniscono proteine, come carne, pesce, uova, legumi o formaggi, importanti per il mantenimento dei tessuti e per il senso di sazietà; e una quota di grassi, come l’olio extravergine d’oliva. Le verdure completano il pasto, contribuendo con fibre, vitamine e minerali, e dovrebbero essere presenti con regolarità.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il modo in cui gli alimenti vengono preparati. Preferire cotture semplici, come vapore, forno, griglia o padella con poco olio, aiuta a preservare nutrienti e a evitare un eccesso di grassi. Anche scegliere piatti poco elaborati permette maggiore consapevolezza delle componenti del pasto e dell’apporto calorico.
Questo approccio non richiede di pesare gli alimenti: con un po’ di pratica si può usare il piatto come guida, riconoscendo porzioni adeguate. L’obiettivo non è la precisione, ma la capacità di costruire pasti completi ogni giorno, in modo sostenibile.
Anche fuori casa è possibile fare scelte bilanciate, privilegiando piatti semplici. Un primo con un condimento leggero e verdure, un secondo con pane e contorno o una zuppa con cereali e legumi rappresentano soluzioni pratiche. Più che cercare il piatto “perfetto”, è utile evitare pasti composti da un solo tipo di alimento e prestare attenzione a cotture e condimenti.
La varietà è fondamentale: alternare proteine, carboidrati e verdure aiuta a coprire i fabbisogni nutrizionali e a rendere l’alimentazione più piacevole e sostenibile nel tempo.
Infine, è importante ricordare che l’equilibrio non si costruisce nel singolo pasto, ma nell’insieme delle scelte quotidiane. Ci saranno situazioni più organizzate e altre meno, ed è del tutto normale. Mangiare bene non significa essere perfetti, ma trovare un modo realistico e flessibile per prendersi cura di sé.
Costruire un pasto equilibrato è quindi semplice: richiede consapevolezza e adattamento, anche fuori casa e nelle giornate più impegnative.