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Acquaroli scarica Pistarelli: "Scelta sbagliata, la prima vittima sono io. Corruzione e mafia due parole che non conosco"

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Una presa di distanza netta dal suo ex capo di gabinetto, Fabio Pistarelli, e una altrettanto forte presa di distanza, anche dal punto di vista dei toni, da qualsiasi ipotesi di collusione o contiguità con la criminalità organizzata che possa riguardarlo: "Corruzione e mafia, sono due parole che non conosco". Così il presidente della regione Marche, Francesco Acquaroli, ha chiuso il discorso, durato oltre mezz'ora, che ha posto fine ai lavori del Consiglio regionale riunito a Muccia, in occasione della seduta aperta dedicata ai dieci anni dal terremoto del 2016. 

Un intervento nel quale Acquaroli ha proceduto integralmente a braccio, inizialmente quasi con voce incerta, ma poi divenuta - nel corso dell'eloquio - progressivamente più decisa, in un climax voluto e ricercato. Tra i temi affrontati, la spiegazione della natura del rapporto con Pistarelli è quella che ha coperto il maggior minutaggio. Andiamo per ordine. 

La nomina di Pistarelli e il rapporto di fiducia

Dopo aver messo anche in discussione l'opportunità di svolgere il Consiglio regionale aperto a Muccia - "forse sarebbe stato più opportuno rinviarlo, ma abbiamo ritenuto importante comunque essere qui" - Acquaroli ha spiegato che la scelta di affidare a Pistarelli il ruolo di capo di gabinetto, nel 2020, era stata motivata dalla conoscenza del territorio e dell’attività istituzionale. L’ex collaboratore, ha ricordato, era stato consigliere regionale per tre legislature, oltre ad aver ricoperto il ruolo di capogruppo, ed era avvocato.

"L’elemento principale era la fiducia", ha sottolineato il governatore. Con l’avvio della nuova legislatura, tuttavia, Acquaroli ha raccontato di aver manifestato alcune perplessità sulla prosecuzione dell’incarico. Le ragioni indicate erano soprattutto operative: l’impegno richiesto dal ruolo, le modalità di lavoro e l’efficacia dell’azione amministrativa. "Non posso fare io il capo di gabinetto di me stesso", ha ribadito.

Per questo, secondo la sua ricostruzione, venne concordata una proroga di tre mesi per consentire di individuare una soluzione alternativa. "Il primo arcano è chiarito", ha detto il presidente. 

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Le voci, le verifiche e le dimissioni del 2 dicembre

Il passaggio successivo dell’intervento ha riguardato le segnalazioni ricevute, sempre nel mese di novembre 2025. Acquaroli ha raccontato di essere venuto a conoscenza, intorno alla metà del mese, di "alcune voci" relative a un possibile interessamento del suo ex capo di gabinetto su "determinate procedure". "Non erano notizie di reato, ma per l'appunto voci, visto che qualcuno ha fatto dell'ironia anche su questo" ha precisato, aggiungendo di aver trasmesso le informazioni "agli uffici regionali". 

Il presidente ha riferito di aver chiesto approfondimenti al segretario generale e ad altri dirigenti, coinvolgendo anche persone esterne alla struttura regionale per verificare quanto segnalato. Secondo il suo racconto, dagli accertamenti emerse una conferma, almeno da parte di alcune delle persone interessate, dell’interessamento di Pistarelli a una procedura.

A quel punto, ha spiegato, la decisione fu immediata: "Io lo chiamo e gli dico che era incompatibile la sua presenza nel palazzo Raffaello e quindi, o dava le dimissioni o le avrei dimesso io la sera stessa".

Acquaroli ha collocato l'episodio al 2 dicembre 2025, data in cui, secondo la sua ricostruzione, si interruppe il rapporto di lavoro con Pistarelli. Il governatore ha insistito sulla sequenza temporale, sostenendo che, dopo le prime informazioni e gli approfondimenti, la decisione venne presa quando emersero elementi che riteneva incompatibili con la permanenza dell’ex collaboratore nell’incarico.

"Un atteggiamento di uno che vuole coprire qualcuno?"

Nel corso del discorso Acquaroli ha richiamato le regole che, a suo dire, aveva imposto ai collaboratori: rispetto della legalità e nessuna interferenza nelle procedure, negli appalti e nei bandi regionali. Il termine utilizzato per sintetizzare tale orientamento è stato "regole d'ingaggio". Da qui la domanda rivolta all’aula: "Ma secondo voi, quello che ho tenuto, è un atteggiamento di uno che vuole coprire qualcuno?". 

Sul comportamento che viene contestato a Pistarelli, Acquaroli ha parlato di un possibile errore nella scelta politica: "Ho sbagliato, perché una persona che si comporta così è una persona che non poteva aiutarmi a fare quello che era il grande progetto che noi avevamo e abbiamo in mente per la nostra regione", ha dichiarato. Ha, quindi, aggiunto: "Fare una scelta sbagliata non significa diventare complice". 

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Il crescendo finale: "La prima vittima sono io"

Nell'ultima parte dell’intervento, il tono del presidente si è fatto più netto. Acquaroli ha rivendicato la necessità di non confondere la vicenda giudiziaria che coinvolge l'ex capo di gabinetto con l’intera attività di ricostruzione e con il lavoro delle istituzioni regionali.

Ha ricordato le misure e i protocolli messi in campo per contrastare le infiltrazioni mafiose, riconoscendo al tempo stesso che l’inchiesta può evidenziare fragilità nella ricostruzione privata, in particolare nelle scelte delle imprese affidatarie e nei subappalti. "La riflessione che dobbiamo fare è cosa possiamo fare di più", ha detto.

In ogni caso, "da quello che mi risulta non sono indagato io, non è indagato nessuno della Giunta, non sono indagati i consiglieri regionali", ha dichiarato con fermezza Acquaroli, aggiungendo che, sempre secondo le informazioni in suo possesso, non risultavano indagati neppure dirigenti e funzionari regionali. Quindi la frase che ha segnato il crescendo conclusivo: "La prima vittima, se volete, insieme ai terremotati, ai marchigiani e alle istituzioni sono io".  

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