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Politica Muccia

Consiglio regionale a Muccia, bagarre su Castelli: l’opposizione lascia l’aula. "Non sono Belzebù"

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 Sala piena e clima teso a Muccia, uno dei centri più colpiti dal terremoto del 2016, dove si è riunito il Consiglio regionale delle Marche in seduta aperta, intitolata «A dieci anni dal sisma, le istituzioni nei territori». Un appuntamento atteso da amministratori e cittadini del cratere, ma che si è svolto con sullo sfondo l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sulla ricostruzione, culminata in otto arresti e 51 indagati complessivi. L’indagine ipotizza appalti pubblici pilotati e infiltrazioni della criminalità organizzata nei cantieri privati attraverso i subappalti.

All’ingresso, fin dal mattino, è comparso uno striscione di Rifondazione comunista che chiede le dimissioni del presidente della Regione Francesco Acquaroli e del commissario alla ricostruzione Guido Castelli.

Al centro delle critiche delle opposizioni c’è proprio Acquaroli, perché tra gli arrestati figura Fabio Pistarelli, suo ex capo di gabinetto, dimessosi nel dicembre 2025. Il governatore ha parlato di un «tradimento» e ha riferito di aver chiesto verifiche interne dopo alcune segnalazioni, senza che emergessero elementi. Le minoranze avevano chiesto di modificare l’ordine del giorno per aprire i lavori con le comunicazioni del presidente sull’indagine e un successivo dibattito. La proposta è stata respinta a maggioranza dalla Conferenza dei capigruppo, e i gruppi di opposizione hanno contestato la decisione, chiedendo chiarezza e risposte per le comunità colpite dal sisma.

 

La tensione è esplosa durante l’intervento di Castelli. Il commissario ha richiamato i numeri dell’impresa Crucianelli: 415 cantieri in corso e 396 conclusi, tra cui una decina di interventi pubblici. Quanto all’affidamento dei lavori, ha spiegato che nella ricostruzione privata «sono i proprietari degli immobili a scegliere le imprese» e che «non li dà il pubblico»: «In Europa c’è la libera concorrenza, non si può limitare il libero mercato». Una delle letture emerse sul perché tanti committenti si siano rivolti alla stessa ditta, ha aggiunto, riguarda la capacità di neutralizzare l’accollo grazie al Superbonus 110%, cioè di evitare ai proprietari di sostenere una parte dei costi non coperti dai contributi. Un meccanismo delicato, che secondo Castelli ha inciso anche sull’aumento dei costi della ricostruzione.

Respingendo poi le accuse di una gestione politica della ricostruzione, il commissario ha assicurato che nel cratere «non ci sono stati sindaci genuflessi». Molti sindaci del Pd, ha riferito, lo hanno chiamato per chiedere aiuto, che a suo dire è sempre stato dato. Ha quindi citato Leonardo Catena, ex sindaco di Montecassiano e oggi consigliere regionale dem, in relazione alla vicenda della casa di riposo, invitando i sindaci che avessero subito pressioni a farsi avanti. Ipotesi che ha respinto.

Il riferimento a Catena ha fatto scattare la protesta. La capogruppo del Pd Valeria Mancinelli e il consigliere Fabrizio Cesetti si sono alzati contestando che non fosse concesso il diritto di replica, e Cesetti ha chiamato in causa Acquaroli e il presidente del Consiglio regionale Gianluca Pasqui: «Non potete permettere a Castelli di citare il sindaco senza dargli la possibilità di replicare». Pronta la risposta: «Venga qui il sindaco e mi dica che non è vero». Castelli ha respinto l’immagine di un «Castelli belzebù» e ha attaccato: «I voti non li prendete così, strumentalizzando la vicenda giudiziaria».

I consiglieri di opposizione hanno quindi lasciato l’aula, tranne Mancinelli, rimasta per replicare. All’esterno Cesetti ha rincarato: «Il commissario ha ribadito diverse volte di non aver chiesto a nessun sindaco di genuflettersi: ma se per la ricostruzione del mio paese fossi costretto a genuflettermi, sa come si chiama questo? Concussione. Perché Castelli ha dovuto dirlo? Perché il presidente del Consiglio e il governatore hanno consentito di dirlo?».

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