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Emanuele Tacconi e i suoi anni in Afghanistan: "Nessuno dei miei amici risponde, è angosciante"

Emanuele Tacconi e i suoi anni in Afghanistan: "Nessuno dei miei amici risponde, è angosciante"

È uno dei cittadini maceratesi più illustri, come dimostra anche il premio "Maceratese nel Mondo" ricevuto nel 2015. Emanuele Tacconi, inviato Onu e stratega della logistica dei soccorsi internazionali nei paesi in via di sviluppo, è un profondo conoscitore delle dinamiche interne al luogo tornato nell'occhio del ciclone nel corso dell'ultimo mese, l'Afghanistan, visto che qui ha vissuto per oltre quattro anni (2002-2005 e 2014-2015). 

Buongiorno Emanuele, dov’è ora il tuo fronte?

"Sono in Giordania per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e come sempre mi occupo di logistica. Faccio parte di un team che gestisce un progetto sanitario di supporto al Ministero della Salute giordano e i cui beneficiari sono i circa due milioni di profughi siriani presenti sul territorio e quella parte di popolazione giordana che vive in un contesto di estrema vulnerabilità"

L’Afghanistan?

E’ sempre nel cuore e ora piu’ che mai. Questa nuova situazione genera una tempesta di emozioni. Sono sempre alla ricerca di notizie e costantemente in contatto con amici e colleghi con i quali ho condiviso anni di lavoro in quel paese che non meritava questa fine. C’è tanta rabbia piu’ che delusione. C’è rabbia perché questo epilogo era prevedibile e non doveva essere questo. C’era tempo e spazio per gestire la situazione in modo diverso. Cerco di contattare i miei amici afghani e nessuno risponde e questo se pur comprensibile e’ angosciante.

Che ricordi? Quanti amici?

I ricordi sono innumerevoli. Ho vissuto quattro anni e mezzo in Afghanistan (2002-2005 e 2014-2015) e sono stati anni vissuti intensamente sia da un punto di vista professionale che personale. Un paese che, per motivi di lavoro, ho avuto l’opportunità di visitare in lungo e in largo. Da solo o in compagnia e i ricordi, sia belli che brutti, si susseguono. Ricordi di luoghi e volti sempre nitidi nonostante il passare degli anni. E allora rivedo le maestose montagne dell’Hindu Kush, il Salang Pass, il Badakhshan, le sterminate piantagioni dei papaveri da oppio in fiore, il Khyber Pass e le aree tribali al confine con il Pakistan, la zona archeologica di Ghazni dove ho rintracciato due collaboratori del nostro concittadino Giuseppe Tucci che negli anni cinquanta diresse gli scavi in quella zona, l’arida ma affascinante Kandahar, Bamyan e i Buddha distrutti a cannonate dai Talebani nel 2001, le meravigliose moschee di Herat e Mazar-i-Sharif e tanti altri luoghi.

Ricordo il difficile ma entusiasmante e appagante lavoro svolto ovunque ci fosse stato bisogno, senza mai tirarsi indietro. Ricordo le difficoltà nel raggiungere i pazienti nelle zone piu’ impervie e pericolose del paese e la soddisfazione nel riuscire ad approvvigionare gli sperduti presidi sanitari di medicinali sufficienti per garantire un minimo di assistenza medica alla popolazione locale. E’ nitido il ricordo dei tanti amici con i quali ho condiviso questa grande esperienza e indelebile e’ il ricordo di quelli che in Afghanistan ci hanno lasciato la vita. Il duro lavoro della ricerca dei loro corpi e la “gioia” di ritrovarli e riportarli a casa. Venti anni di lavoro svanito nell’arco di pochi giorni. Ne e’ valsa la pena? Si. Decisamente sì. Lo rifarei ancora, ancora e ancora.

Avevi previsto?

Si, sin dal 2002. Il regime talebano era stato destituito da pochi mesi e dopo ventitré anni di guerra si iniziava a nutrire la speranza che ci si potesse avviare verso un processo di pacificazione dell’intero paese. Però si notava che le forze della coalizione, specialmente quelle statunitensi occupavano e militarizzavano interi quartieri per poter ampliare le loro ambasciate o costruire nuovi uffici. Stavano completamente snaturando Kabul e l’Afghanistan in generale. Continuavano a costruire alti muri di protezione e chiudevano le strade.

Il traffico a Kabul era diventato insostenibile e un giorno preso dall’esasperazione ho chiesto, con una certa veemenza, ad un gruppo di afghani che era stati incaricati di gestire il traffico nei pressi di un cantiere, perché permettessero tutto ciò. “Insomma avete combattuto per ventitré anni prima una guerra di resistenza contro i sovietici, poi una feroce guerra civile e poi avete subito le angherie del regime talebano per ritrovarvi ora “occupati” da chi vi ha “liberato”. Almeno i sovietici hanno costruito delle infrastrutture, degli ospedali, delle centrali elettriche e dei siti di produzione. Erano sì invasori e per questo dovevano essere fronteggiati ma almeno una parvenza di sviluppo l’hanno data. Questi non fanno altro che distruggere e costruire muri. Non costruiscono nulla con una prospettiva di sviluppo”. La loro risposta fu decisa ed immediata e l’ho sempre tenuta bene in mente e ora piu’ che mai credo spieghi tutto. “Siamo stanchi di combattere. Combattere è quello che abbiamo fatto negli ultimi ventitré anni e ora ci sono le condizioni per poterci riposare un po’, ed e’ quello di cui abbiamo bisogno ma, come sempre, non accetteremo interferenze esterne. Recupereremo le forze e torneremo a combattere".

Nell’arco di un paio d’anni sono iniziati gli attentati e i rapimenti e la situazione e’ degenerata fino ad arrivare all’esito di questi ultimi giorni. Quando ho lasciato l’Afghanistan per la prima volta nel 2005 la situazione non era idilliaca ma tutto sommato c’era una parvenza di normalità. Si poteva nutrire ancora un minimo di speranza. Quando sono ritornato nel 2014 la situazione era irrimediabilmente compromessa. Gli afghani sono come l’acqua. Tornano sempre nel loro percorso naturale. Non importa quanto tempo sarà necessario.

Ed ora?

Anche se ne dubito, la speranza e’ che ci sia una strategia per non far ripiombare l’Afghanistan nel buio. In un buio sicuramente ben piu’ tetro da quello dal quale si pensasse ne fosse uscito venti anni fa. Non credo che il paese possa sopravvivere senza finanziamenti esterni. Il nuovo governo non può reggersi solo sui proventi della vendita dell’oppio, seppur molto consistenti. Se non si negozia un supporto esterno e non si scende a compromessi, la situazione sarà ben peggiore di quella di venti anni fa.

Ma anche scendere a compromessi si rischierebbe di consegnare il paese a qualche entità straniera che in Afghanistan, in tutti questi anni, non ha investito neanche un centesimo o che ha mantenuto un basso profilo e che ora sfrutterebbe la situazione favorevole. Staremo a vedere cosa produrranno le capacità diplomatiche del nuovo governo. Sarà anche interessante scoprire le strategie, se ne hanno, dell’Europa, degli Stati Uniti e delle tante altre nazioni che potrebbero entrare a far parte del nuovo capitolo del Grande Gioco.

Ho collaborato al tuo “I martiri bambini” (prefazione di Lorenzo Bianchi) e ho memoria di un tuo vaticinio: qui i bambini hanno un destino rischioso, diventare le nuove leve del terrorismo.

E ora, anche in Afghanistan, come sempre succede in questo tipo di situazioni, i bambini e gli adolescenti saranno costretti a subire un particolare percorso educativo con il fine di alimentare quel bacino di utenza dal quale attingere combattenti sempre pronti per essere mandati al macello. I bambini sono facilmente suggestionabili. Essi non hanno filtri ne’ si pongono limiti, quindi sono sempre pronti a compiere azioni indicibili pur di compiacere i loro “insegnanti”.

Emergency: per la tua attività i contatti con l’organizzazione di Gino Strada sono stati molto frequenti. L’ospedale di Emergency a Kabul ha svolto gran parte del tragico bilancio di morti e feriti dell’attentato dell’Isis K.

Di fatto con Emergency non avevamo nessun rapporto istituzionale e quelle rarissime volte che abbiamo avuto a che fare con loro i risultati sono stati pessimi. Ma questa e’ un’altra storia. Tuttavia il loro ospedale e’ stato un punto di riferimento fondamentale non solo durante questo ultimo attentato ma durante tutti gli attentati, piu’ o meno gravi, che si sono susseguiti nel corso di questi ultimi venti anni. In ogni occasione il personale ha lavorato instancabilmente salvando la vita o migliorando quella di migliaia di pazienti.

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