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Politica Macerata

L'attraversata nel deserto del centrosinistra maceratese: l'oasi non è il campo largo. E ora?

parcaroli-tittarelli

"Non perdiamoci di vista". Sembra essere questa, in estrema sintesi, la frase che meglio riassume le dichiarazioni rilasciate a caldo dal segretario provinciale del Partito Democratico, Angelo Sciapichetti, chiamato ancora una volta a commentare l'ennesima sconfitta del centrosinistra – o del "campo largo", che dir si voglia – nelle recenti elezioni amministrative maceratesi.

Come spesso accade in questi casi, i vincitori festeggiano e i perdenti spiegano, prendendo in prestito la celebre espressione dell'allenatore Julio Velasco. Sciapichetti, nel commentare il risultato, ha scelto la strada della coesione e della ricostruzione: "Un grazie a Gianluca Tittarelli e a tutti i candidati che ci hanno messo la faccia e si sono impegnati in una battaglia dura e difficile. Adesso ci vuole lucidità, calma e sangue freddo; analizzata la sconfitta, bisogna ripartire insieme da questo risultato per continuare un'attraversata nel deserto complicata, per nulla semplice e tanto meno breve. Perderemmo due volte se le tante risorse umane, gli entusiasmi che si sono creati, le amicizie che sono nate dovessero disperdersi".

Parole condivisibili, che però si inseriscono in un copione ormai noto. Un Partito Democratico provinciale che sembra non aver ancora fatto davvero i conti con gli errori del recente passato. Ogni sconfitta viene analizzata, discussa, sezionata. Poi, puntualmente, alla tornata elettorale successiva, gli stessi limiti sembrano ripresentarsi sotto forme diverse ma con effetti analoghi.

A pagare il conto politico più immediato è stata la segretaria regionale Chantal Bomprezzi, che ha rassegnato le dimissioni all'indomani del ballottaggio di Macerata. Una decisione maturata dopo una serie di battute d'arresto che hanno visto il centrosinistra uscire sconfitto già al primo turno a Fermo, Senigallia e San Benedetto del Tronto.

Resta allora la domanda: esistevano davvero i margini perché il campo largo - peraltro non così largo, vista l'assenza degli esponenti di Azione confluiti nel progetto del candidato del Terzo Polo, Mattia Orioli - potesse vincere a Macerata?

È una domanda legittima, alla quale non pretendiamo di dare una risposta definitiva. Alcuni elementi, però, meritano di essere osservati.

La giunta guidata da Sandro Parcaroli ha certamente beneficiato di un'importante mole di opere pubbliche portate a compimento durante il mandato. Dal cantiere di via dei Velini al sottopasso di via Roma, fino al nuovo polo natatorio, molti interventi sono stati realizzati grazie alle risorse del Pnrr e del Fondo Complementare Sisma, spesso completando percorsi amministrativi avviati da precedenti amministrazioni. La cosiddetta "filiera istituzionale", in questo senso, sembra aver funzionato.

Non sono mancate, tuttavia, le difficoltà. La vicenda del mattatoio, l'aumento della Tari di circa il 50% in sei anni e le criticità del commercio cittadino hanno rappresentato dossier tutt'altro che marginali. La progressiva scomparsa dei negozi di prossimità alimentari, la chiusura del Mercato delle Erbe e la mancata attivazione del nuovo mercato ortofrutticolo raccontano una città che continua a fare i conti con problemi strutturali.

Macerata, insomma, non ha compiuto quel salto di qualità che molti cittadini e amministratori auspicavano. Né è diventata "l'Atene delle Marche", come era stato profetizzato all'inizio dell'esperienza amministrativa di Parcaroli.

Lo stesso sindaco uscente ha impiegato molto tempo prima di sciogliere le riserve sulla propria ricandidatura, maturata anche grazie alla spinta decisiva del leader della Lega Matteo Salvini.

Sul fronte opposto, il centrosinistra è sembrato partire ancora una volta in ritardo. La candidatura di Gianluca Tittarelli, imprenditore stimato e presidente della Val di Chienti e della Pallavolo, è arrivata soltanto nelle fasi finali delle trattative interne alla coalizione. Una coalizione che, peraltro, ha perso subito un pezzo importante con l'uscita della lista Officina delle Idee, che ha successivamente sostenuto la candidatura di Marco Sigona.

Solo in vista del ballottaggio si è cercato di ricomporre il quadro, ma era probabilmente troppo tardi. Così come è apparsa una mossa della disperazione il coinvolgimento di Romano Mari, presidente dell'Ordine dei Medici della provincia di Macerata ed ex presidente del Consiglio comunale, chiamato a intercettare il voto moderato, cattolico e quello delle frazioni, dove il centrodestra ha raccolto ampi consensi, soprattutto a Villa Potenza grazie all'exploit di Paolo Renna. Obiettivo che, evidentemente, non è stato raggiunto.

Sarebbe facile, oggi, rifugiarsi nel consueto ragionamento sui numeri. Parcaroli ha ottenuto 10.716 voti su 36.441 aventi diritto, pari al 29,41% dell'intero corpo elettorale maceratese. Un dato che può alimentare riflessioni sulla rappresentatività politica e sull'astensionismo crescente. Resta però un fatto: Tittarelli non ha fatto meglio e la sconfitta è stata netta.

Forse il margine per ottenere un risultato diverso esisteva. Ma la verità è che il consenso si costruisce molto prima delle campagne elettorali. Si costruisce attraverso una presenza costante sul territorio, con un'opposizione seria, credibile e riconoscibile. Non basta comparire a ridosso del voto nella speranza di aver individuato il candidato giusto o il "cavallo vincente" del momento.

Nemmeno l'esito del referendum ha fornito indicazioni utili. Anche a Macerata hanno prevalso i No, ma si trattava di una consultazione caratterizzata da dinamiche politiche completamente differenti rispetto alle elezioni amministrative.

Per il resto, la campagna elettorale non passerà alla storia per contenuti particolarmente innovativi. È stata lunga, spesso polemica, non priva di schermaglie da entrambe le parti. Dall'uscita del sindaco di Filottrano Luca Paolorossi contro la candidata di 'Altra Macerata' Helena Pieroni, alle accuse di attacchi personali denunciate dallo stesso Parcaroli, fino alle immancabili polemiche social.

Anche i festeggiamenti della vittoria sono apparsi, a tratti, sopra le righe, quasi si fosse trattato di una finale di un qualche torneo calcistico.

A uscire sconfitti, ancora una volta, sono stati soprattutto il confronto sui contenuti e la capacità di discutere serenamente del futuro della città. I social network hanno confermato di essere il ventre molle del dibattito pubblico, terreno fertile per tifoserie, rancori e contrapposizioni spesso lontane dai problemi concreti dei cittadini.

Mentre la politica si divide tra analisi delle sconfitte, rivendicazioni delle vittorie, strategie, coalizioni e regolamenti di conti interni, Macerata continua a fare i conti con questioni ben più concrete: il commercio che arretra, i servizi da migliorare, le periferie che chiedono attenzione, i giovani che cercano opportunità.

Per il resto, passata la sbornia elettorale, la città tornerà alla sua quotidianità. Le polemiche lasceranno spazio ai problemi di sempre, le promesse alla prova dei fatti e le analisi del voto alle necessità di chi in questa città vive ogni giorno. Come scriveva Ennio Flaiano: "E pensare che c'è un sacco di gente che vive e lavora a Macerata". 

 

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