Nella tarda mattinata di oggi, con l’occasione degli auguri di Natale, alla Biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata si è tenuta la conferenza stampa per la presentazione del programma di Macerata Opera Festival 2024, che quest’anno festeggia la 60esima edizione. A prendere per primo la parola il sindaco Sandro Parcaroli: “Lo Sferisterio è molto importante dal punto di vista turistico e lo è anche dal punto di vista culturale perché una società cresce se cresce culturalmente. A tal riguardo, è importantissimo far conoscere la realtà di questo luogo simbolo e tutti gli eventi che gli ruotano attorno a partire dall’infanzia, portandola nelle scuole”.
Tra i presenti l'assessore alla cultura Katuscia Cassetta, Maurizio Vecchiola presidente della Finproject, Francesco Sabatucci, presidente della Fondazione Carima, Rosaria Del Balzo Ruiti, presidentessa della Croce Rossa di Macerata, il rettore dell'Università degli Studi di Macerata John McCourt e tutti i mecenati che sostengono il Macerata Opera Festival.
Per quanto riguarda il filo rosso che attraversa e unisce le opere di quest’anno, occorre alzare lo sguardo e ammirare l’astro notturno che rischiara da sempre le notti: “…e qui la Luna l’abbiamo vicina…” questo verso dalla Bohème di Puccini traccia la linea programmatica scelta dal sovrintendente Flavio Cavalli e dal nuovo direttore artistico Paolo Gavazzeni per il Macerata Opera Festival, dal 19 luglio all’11 agosto 2024 allo Sferisterio: Turandot e La bohème di Giacomo Puccini, Norma di Vincenzo Bellini, tre capolavori del repertorio due dei quali del compositore toscano nel centenario della morte; il terzo titolo è legato invece al significativo traguardo delle 60 stagioni d’opera nel monumento iconico di Macerata, divenute negli anni un appuntamento musicale estivo da non perdere ma soprattutto una occasione di valore assoluto per la città e per tutte le Marche.
«Siamo orgogliosi di presentare una stagione, quella del 60° Macerata Opera Festival, che darà lustro alla città e allo Sferisterio grazie al lavoro del sovrintendente Cavalli e del nuovo direttore artistico Gavazzeni e alla funzionalità della struttura – ha commentato il presidente Sandro Parcaroli – . Un’attività presentata nei tempi che proporrà titoli importanti e di grande successo con nomi di rilievo nazionale e internazionale. Una stagione che, nel centenario della morte, sarà dedicata al compositore Giacomo Puccini, uno dei più significativi operisti di tutti i tempi. Oltre alla proposta artistica di elevata qualità, il MOF rappresenta per Macerata un traino anche dal punto di vista turistico ed economico».
«Rivolgiamo ai maceratesi gli auguri di fine anno per noi nel miglior modo possibile presentando la nuova stagione del Macerata Opera Festival - dichiara il sovrintendente Flavio Cavalli. Il bilancio di questa manifestazione è composto per il 60% da contributi pubblici e da quelli privati: alla città di Macerata, alla Provincia e alla Regione ne viene restituita la maggior parte attraverso il lavoro di tutte le maestranze regionali e alle commissioni fatte a piccole e medie imprese del territorio. I finanziamenti generano inoltre un indotto con un effetto moltiplicatore che va da 6 a 7 per le attività commerciali di ogni genere. Questi dati diventano ancora più importanti alla luce della convocazione dell'Associazione Arena Sferisterio avvenuta quest'anno a una audizione per la discussione di due disegni di legge, presentati dagli onorevoli Giorgia Latini e Irene Manzi e oggi in corso di approvazione, per l'erogazione di un contributo speciale a favore del nostro Ente e per riconoscere lo Sferisterio venga riconosciuto come monumento nazionale».
Ancora la Luna – che illumina il pubblico nelle serate estive allo Sferisterio, offre un’esperienza unica di musica all’aperto, legata alla perfetta acustica naturale del luogo – attraversa significativamente i versi e l’ambientazione delle tre opere: una favolistica Luna d’Oriente risplende sul capolavoro incompiuto di Puccini; lo stesso argenteo chiarore si riflette sui volti di Rodolfo e Mimì; alla Luna si rivolge la sacerdotessa belliniana.
«Ogni teatro - racconta il direttore artistico Paolo Gavazzeni - ha un proprio DNA che va studiato e compreso e le mie idee artistiche in questo mese si sono plasmate su questo luogo che ha una propria storia nella quale mi sono immerso. La meravigliosa acustica naturale dello Sferisterio permette di poter ideare grandi spettacoli musicali fatti per la gente e quest'anno ci sono due grandi anniversari che celebreremo: la 60a Stagione e il 100° anno della morte di Giacomo Puccini, figura fondamentale che ha contribuito affinché oggi il canto lirico italiano sia riconosciuto come patrimonio dell'umanità. Questo festival proporrà una programmazione compatta in quattro settimane e ogni sera di ogni weekend dal 19 luglio all'11 agosto proporrà uno spettacolo. Insieme alle opere di Puccini, sarà proposta "Norma", titolo che si sarebbe voluto mettere scena per la prima stagione lirica allo Sferisterio, progetto che non si realizzò a causa della guerra: proporre l'opera di Bellini vuole essere un gesto di buon auspicio per il futuro dello Sferisterio. Sarà un festival molto italiano e ho voluto privilegiare, quando ho potuto, artisti italiani nella convinzione che un festival per acquisire l'internazionalità deve innanzitutto mostrare la propria identità artistica che è importante costruire con le forze che ci sono sul territorio».
Turandot (19 e 28 luglio, 3 e 10 agosto) di Giacomo Puccini sarà eseguita incompiuta, così come lasciata dal compositore (cioè sino alla morte di Liù, come sancito al Teatro alla Scala dal direttore d’orchestra Arturo Toscanini in occasione della prima postuma). Allo Sferisterio, la struggente e crudele storia d’amore e morte, ambientata “a Pechino al tempo delle favole”, sarà affidata al regista spagnolo Paco Azorín, che firma la nuova produzione dopo il successo di Otello del 2016, e alla bacchetta di Francesco Ivan Ciampa che aveva entusiasmato il pubblico nel Macbeth del 2019. Interpreti principali Olga Maslova (Turandot), Angelo Villari (Calaf), Ruth Iniesta (Liù), Antonio Di Matteo (Timur), Lodovico Filippo Ravizza (Ping), Paolo Antognetti (Pang) e Francesco Pittari (Pong).
Norma (20 e 26 luglio, 4 e 9 agosto) di Vincenzo Bellini festeggia il traguardo delle 60 edizioni di festival operistico allo Sferisterio: scegliendo il capolavoro del Cigno di Catania – che era tra le ipotesi valutate ai primi del Novecento quando si decise di trasformare lo stadio della palla al bracciale in teatro – si celebra la città e coloro che vollero portare l’opera in questo luogo. Il nuovo allestimento sarà firmato dalla regista e documentarista milanese Maria Mauti, alla sua prima esperienza con il teatro d’opera; sul podio un veterano del belcanto come Fabrizio Maria Carminati, direttore artistico del Teatro Bellini di Catania. Protagonista Marta Torbidoni (Norma), giovane soprano marchigiano che si sta imponendo sui palcoscenici di tutto il mondo, affiancata da un’altra voce molto apprezzata come quella del soprano Roberta Mantegna (Adalgisa), mentre i principali ruoli maschili saranno sostenuti da Antonio Poli (Pollione) e Riccardo Fassi (Oroveso).
Con il terzo titolo, quello scelto tra i successi dei festival precedenti, si torna all’omaggio a Puccini: La bohème (27 luglio, 2, 7 e 11 agosto) nella produzione del regista Leo Muscato, vincitrice del XXXII Premio Abbiati 2012 dell’Associazione Nazionale Critici Musicali. Sul podio un apprezzato interprete di Puccini come Valerio Galli e un cast di rilievo con Mariangela Sicilia (Mimì), Yusif Eyvazov (Rodolfo), Mario Cassi (Marcello) e Daniela Cappiello (Musetta). Un’opera che già Puccini immagina giovane, carica di tensioni emotive e sociali, e che Muscato ha ambientato nella Parigi tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, caratterizzata da un fermento altrettanto intenso rispetto a quello evocato dal compositore.
Dalle locandine del Macerata Opera Festival 2024, composte in maggioranza da interpreti di rilievo e giovani emergenti soprattutto italiani, emerge la volontà di omaggiare il recente riconoscimento ottenuto dall’UNESCO che ha inserito la pratica del canto lirico italiano nella lista dei Beni Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
Nella programmazione non mancheranno i concerti e la danza, componendo così un cartellone diversificato che torna nell’apprezzata formula dei tre titoli operistici per ogni weekend.
Domenica 21 luglio un concerto di gala “Notte di luna” completa il weekend del debutto delle due nuove produzioni operistiche, una occasione unica per completare i festeggiamenti per le 60 edizioni di festival allo Sferisterio. Sul podio Michelangelo Mazza, con alcuni degli interpreti vocali impegnati nelle produzioni e la partecipazione del violinista Giovanni Andrea Zanon, tra i virtuosi dell’archetto più apprezzati nelle sale da concerto del mondo.
Giovedì 8 agosto appuntamento con i celebri Carmina burana di Carl Orff diretti da Andrea Battistoni e con Giuliana Gianfaldoni (soprano), Alasdair Kent (tenore) e Mario Cassi (baritono). Questa grande cantata scenica di ispirazione medievale a partire dal testo latino originale che intona, composta negli anni Trenta del Novecento, è una delle pagine sinfonico-corali più fortunate del secolo scorso, divenuta molto famosa anche per il suo uso frequente di alcuni suoi frammenti nella pubblicità e nel cinema.
Per la danza, debutta allo Sferisterio una nuova creazione dal titolo Notte Morricone(1° agosto)in collaborazione con la Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto, ideata e firmata dalpremiato coreografo spagnolo Marcos Moraucon le musiche del celebre autore italiano di colonne sonore.
Anche questi spettacoli rientrano nel motivo conduttore lunare, sotteso sia ai testi cantati dei Carmina burana, sia ad alcuni dettagli delle ambientazioni del gala (il 21 luglio ci sarà Luna piena) nonché allo spettacolo di danza.
Come è ormai tradizione l’Orchestra impegnata nelle opere sarà la FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana con il Coro lirico marchigiano “Vincenzo Bellini” guidato da Martino Faggiani, insieme ai Pueri Cantores “D.Zamberletti” (Maestro del coro Gian Luca Paolucci) e la Banda Salvadei, organici marchigiani che saranno protagonisti anche dei concerti in programma nel 2024, per un coinvolgimento sempre Sferisterio.
Accanto alle proposte del ciclo maggiore delle realtà artistiche regionali nelle attività di “Lo Sferisterio a scuola”, che saranno rese note nelle prossime settimane e saranno destinate all’infanzia (3-5 anni), agli studenti delle classi elementari e medie (6- 13 anni) e a quelli delle scuole superiori (14-18 anni), il nuovo direttore artistico Paolo Gavazzeni ha ideato un nuovo percorso di avvicinamento dedicato agli spettatori di ogni età, dal titolo “Tutti all’opera” con una serie di incontri-spettacolo al Teatro Lauro Rossi dedicati alle opere, la partecipazione alle prove d’assieme allo Sferisterio e la possibilità per chi seguirà l’intero percorso di acquistare biglietti per gli spettacoli ad un prezzo agevolato.
La Map Communication, in linea con il suo operato e i suoi obiettivi che da quarantacinque anni sono indirizzati a una valorizzazione capillare del territorio e delle sue eccellenze, ha organizzato nella cornice dell’Auditorium di Sant’Agostino, a Potenza Picena, una preziosissima esposizione di macchine fotografiche Kodak, collezionate nel tempo da Enzo Romagnoli.
Una collezione unica che spicca a livello internazionale insieme all’altra che si trova a Toronto in Canada. Per quanto concerne questa mostra, spiega il cofondatore Mario Carlocchia, oltreché a Potenza Picena, è stata allestita presso l’Università di Macerata seguitando poi, nel 2024, oltre i confini regionali e approdando a Roma e a Mantova.
Quella messa in campo dalla Map, è un’operazione che, nel dar risalto alle peculiarità locali, crea un dialogo inedito tra continenti geografici, culturali e umani. A tal riguardo, in questo contesto, l’orizzonte si estende ulteriormente e dal regionale arriva allo scenario internazionale, nello specifico in Cina. La regia del video della mostra potentina è stata affidata a “Cinitalia”, unica rivista bilingue (cinese e italiano), pubblicata dalla Sezione di Radio Cina Internazionale e volta a illustrare al pubblico italiano e cinese la cultura dei due Paesi e i loro scambi politici, culturali ed economici.
A raccontare come è nata la collezione è Romagnoli stesso; tutto è iniziato da un regalo del padre e da lì la ricerca non si è mai esaurita: “Ho iniziato a collezionare tutte queste macchine fotografiche Kodak da un regalo che mio padre mi fece a 17 anni; da lì è cominciato il percorso di ricerca e collezionismo dei modelli Kodak. Inoltre, il lavoro mi ha permesso di girare il mondo riuscendo così a trovare parecchie macchine in tutte le parti del globo e pian piano, fino a oggi, in quarantacinque anni di collezionismo, sono arrivato a circa quattrocento macchine fotografiche delle quali l’80% sono funzionanti”. Una parte di queste macchine, circa 180, sono state donate al comune di Potenza Picena nel 2013 e da qui è nato un piccolo museo.
Il Natale è alle porte e, tra i regali più apprezzati, ci sono sempre i libri. Partendo da questo scenario invernale di feste, tra luci lungo le vie e un garbato passeggio, abbiamo intervistato alcuni librai di Macerata e della provincia per scoprire le tendenze, le curiosità e le eccezioni del mercato editoriale: dai generi e titoli più richiesti fino a una panoramica generale su come i gusti dei lettori sono cambiati nel tempo e sullo stato della lettura oggi.
La prima tappa dell’itinerario è la libreria "La Bottega del Libro" situata lungo corso della Repubblica, in pieno centro storico. Ad accoglierci è la titolare Simonetta Speranza che ci spiega come la tipologia di acquisto sotto il periodo natalizio cambia moltissimo rispetto al resto dell’anno, dal momento che molte persone vengono per chiedere consigli sulla scelta del regalo verso cui indirizzarsi.
A tal riguardo, val la pena soffermarsi sull’importanza e sulle potenzialità che un dono in forma di libro può offrire, fungendo da grimaldello, da chiave di accesso a mondi interiori, a passioni inaspettate, da esplorare: "I libri- racconta Simonetta- sono un regalo per chi legge e per chi non legge; per esempio, regalare un libro illustrato a una persona che non è abituata a leggere, magari può far sorgere una passione improvvisa così come un romanzo o testi incentranti su un argomento che può riguardare la cucina, la fotografia ecc. Chiunque può venire soddisfatto sia dal punto di vista economico che contenutistico; hai la possibilità di comprare un libro dai dieci euro ai centocinquanta”.
Tra la rosa dei titoli e autori del momento spiccano Donatella Di Pietroantonio con "L'età fragile", gli intramontabili libri di Isabella Allende, Cormac McCarthy con l’ultima uscita "Il passeggero". Utimamente a suscitare una certa fascinazione è l'ambientazione giapponese con le sue atmosfere, i suoi paesaggi che portano a intessere una prosa visiva curata nel minimo dettaglio; è il caso di "Il Giappone a colori" di Laura Imai Messina. Vanno molto anche i libri che hanno vinto il premio Nobel per la Letteratura che quest'anno ha visto come vincitore Jon Fosse con “Mattina e sera”.
Attraversando la strada di qualche manciata di metri, un altro punto di vista interessante quanto illuminante sullo stato attuale del ‘lettore italiano’ ci viene da Sauro Romoli, libraio presso la Feltrinelli: "I tempi d’oro sono finiti; sette/otto anni fa era un’altra situazione. Qui da noi si è creato un divario enorme: c’è una fascia numerosissima di ragazzi e ragazze adolescenti, dai 13 ai 20 anni, che comprano perlopiù manga, fumetti, book tok (libri di cui autori sono le star di TikTok, ndr), giochi da tavola per poi passare direttamente all'over 45 che mediamente è un lettore di romanzi e saggistica. Manca la fascia intermedia, c’è quasi una polarizzazione”.
Un fatto che fa molto riflettere, e che dalle classifiche nazionali si rispecchia anche nei gusti della provincia, è dato dai numerosi ordini del controverso e discusso "Il mondo al contrario" del generale Vannacci.
Per quasi tutte le librerie una fetta importantissima di clienti riguarda le famiglie che con i propri bambini vengono a comprare libri illustrati, racconti per l’infanzia; a confermarlo è Raffaella Di Gioia della Libreria Giunti situata nei locali dell’ex Upim.
Un'osservazione interessante riguarda il cambiamento repentino e sostanziale delle letture degli adolescenti: "Il segmento di cliente che più è cambiato - afferma Raffaela - è l’adolescente di 12/13 anni che non è più quello di tre anni fa; è cambiato completamente: si sono aperti ai fumetti, ai manga ma si sono aperti anche quelli che sono i settori che solitamente prima si acquistavano a un’età più adulta. Prima l'adolescente restava sul fantasy, sul giallo indicato dalle fasce d’età consigliate, adesso sono indirizzati verso il settore degli adulti, soprattutto a tematiche erotico sessuali molto marcate. Per questo è importante il consiglio del libraio perché pone un limite o apre una strada lì dove c’è la necessità di un pubblico che ormai cambia velocemente”.
Infine si esce da Macerata e si giunge a Civitanova in una libreria indipendente, nata nel 2022 e situata lungo corso Umberto I. Già guardando l’allestimento della vetrina e poi entrando, ci si ritrova in uno spazio unico, che apre a un immaginario e un microcosmo inediti. Non a caso il nome della libreria è "From Outer Space".
Ad aver creato e a gestire questo luogo è la titolare Agnese Ferrini, la quale ci racconta che raramente vende ciò che è in classifica: "Nella mia libreria le persone vengono soprattutto per comprare edizioni più particolari o per le zone settoriali della saggistica LGBT e femminismo. Questa cosa cambia un po’ sotto il periodo natalizio perché effettivamente c’è una tendenza a comprare i titoli che vanno per la maggiore, soprattutto quando devono fare dei regali a persone che non conoscono molto bene. Per questo motivo, sotto le feste, si tende a regalare perlopiù romanzi e meno la saggistica”.
Per quanto riguarda l’anagrafica dei clienti, “è molto varia e ampia; va dai lettori molto piccoli alle signore e signori adulti. In generale chi frequenta di più la libreria ha un'età molto giovane che va dai 20 ai 40 anni”. Questo è un dato molto interessante se confrontato con quello di Sauro della Feltrinelli di Macerata, che lamenta proprio la mancanza di lettori appartenenti a questa fascia d’età. Un dato che aprirebbe una riflessione su un pubblico non così polarizzato e statico ma soggetto a cambiamenti anche in base alla tipologia, al tipo di offerta di una specifica libreria.
Visione che si ricollega la risposta di Agnese alla domanda: "Che cosa rappresenta oggi uno spazio come quello della libreria?"
"La libreria è uno spazio che deve essere sicuro, di condivisione, lo spazio curato in ogni suo piccolo dettaglio sia nella scelta di cose da proporre sia in quella dei titoli, dell’oggettistica e dell’estetica; deve essere uno spazio che abbia un senso e una personalità. Uno spazio da vivere dove le persone possono condividere le proprie idee le proprie storie come accade per esempio durante le presentazioni. Altrimenti una libreria quando non è vissuta, non è condivisa e perde un po’ il senso di esistere. Il gestire una libreria implica anche un altro aspetto fondamentale: l’essere consapevoli del potere che si ha dal momento in cui si lanciano dei messaggi".
“Fotomobil Box è macchina del tempo. È un contenitore di fotografia, un macchinario fotografico, una camera oscura e uno spazio espositivo”; questo è quanto si legge su una delle vetrate dello studio fotografico itinerante specializzato in ritratti su carta ai sali di argento, creato da Fabrizio Centioni e situato nei locali dell’ex Upim presso la Galleria del Commercio di Macerata.
Un luogo che richiede una scoperta graduale: inizialmente si entra in questa sorta di stanza aperta e accessibile a tutti i passanti, al cui centro è allestito un set fotografico con tutta la strumentazione moderna del caso (faretti, flash, ombrelli ecc.). In questo spazio, a prevalere è una luce bianca che ammanta le pareti sulle quali è possibile osservare una costellazione di inusuali e affascinati ritratti fotografici. La patina d’antan ottocentesca di quest’ultimi, fa già intuire che c’è un microcosmo ancora tutto da scoprire attraverso un percorso.
Chi decide di proseguire e addentrarsi, si renderà conto di stare in un’anticamera: sia nel senso di una zona d’ingresso, sia nel senso di stare davanti alla ‘camera’, ossia l’obiettivo. A suggerire la natura di questo posto sono due elementi: uno sgabello in bella vista su cui sedersi e mettersi in posa e una porta.
Dunque, seguendo i tempi del “percorso”, prima ci si accomoda qualche istante sullo sgabello per farsi scattare la foto, poi, una volta che Fabrizio dà il via libera, si può aprire la porta e si arriva in una stanza molto grande, dalle alte pareti. Qui, la luce bianca scompare per lasciare il posto a quella rossa: di colpo ci si ritrova nella camera oscura.
In questa stanza, che è una sorta di laboratorio alchemico, si rimane completamente affascinati dalla macchina progettata e costruita manualmente da Centioni stesso. Un meccanismo costituito dal quadrante in legno della messa a fuoco, ai carrelli in metallo su cui quest’ultimo scorre fino alla “punta di diamante”, che è l’obiettivo risalente ai primi anni del ‘900, quando ancora si stampavano fotografie di grande formato (a tal riguardo le dimensioni cui può arrivare questa macchina sono 51 x 60).
Dalla parte meccanica poi si giunge a quella dei ‘magici’ processi chimici che caratterizzano lo sviluppo fino all’ultimo passaggio, che si disvela come una sorpresa, una rivelazione finale. Riguardo quest’ultima si tace e s’invita a farne esperienza in prima persona.
Fotomobil, attraverso tecniche antiche e moderne, permette così di accedere a un’esplorazione inedita che è tecnica, temporale e infine è anche esplorazione della propria interiorità.
Come ha scritto Walter Benjamin nel suo saggio sulla storia della fotografia: “Solo con la fotografia facciamo esperienza dell’inconscio ottico, come solo con la psicoanalisi ci si dischiude l’inconscio pulsionale”.
L’Eurosuole di Civitanova e la Golden Plast di Potenza Picena, guidate dal patron Germano Ercoli, sono ormai aziende storiche e note a livello internazionale che si avviano a festeggiare rispettivamente cinquanta e trent’anni di attività, tra il prossimo anno e quello ancora di là. Non solo storiche ma anche tra le più produttive a livello di lavoro pro capite; basti pensare che solamente l’azienda specializzata nella produzione di compound termoplastici conta 47 dipendenti e 50 milioni di fatturato annuo.
Cifre dietro alle quali non c’è il solo calcolo economico, ma anche un altro fattore fondamentale che è l’essere umano, la sua valorizzazione in termini di rispetto e retribuzione. Da sempre, il patron delle due aziende ha portato avanti questo pensiero e non smette di farlo anche ora. Proprio nella mattinata di oggi, ha convocato la stampa per annunciare due misure prese a favore dei dipendenti di entrambe le imprese: il contratto integrativo aziendale e quella che l’amministratore stesso, ideandola, ha ribattezzato come la “piccola quattordicesima”.
Per quanto riguarda il contratto integrativo, quest’ultimo, è un accordo volontario tra i lavoratori e l’azienda che prevede delle condizioni migliori rispetto al contratto nazionale di lavoro. Nel caso specifico dell’Eurosuole e della Golden Plast, consiste in un premio che si aggira tra i 1000 e i 1300 euro, pagato in due tranche: la prima di solito a luglio/settembre e la seconda a dicembre, insieme alla tredicesima. Un’entità monetaria e un incentivo alla produttività sicuramente molto validi.
A lanciare la novità della “piccola quattordicesima” è stato Germano Ercoli, insieme alla figlia Raffaella Ercoli, Roberto Emidi, responsabile amministrativo della Golden Plast, Giorgio Ruffini, responsabile delle risorse umane presso Eurosuole e Piergiorgio Polenti, responsabile amministrazione finanza e controllo per la stessa azienda.
Questa misura, un tempo appannaggio delle sole categorie speciali, ribadisce ulteriormente quella linea di pensiero, tanto nobile quanto non così frequente, di una politica dove il lavoratore è a tutti gli effetti una risorsa. Ogni dipendente delle due società riceverà 700 euro nette, praticamente quasi la metà di uno stipendio medio, sotto forma di ticket restaurant, buoni pasto e buoni spesa.
La scelta di dare questa cifra nasce dalla consapevolezza sulla difficile situazione in cui si trovano molte famiglie: “In un momento come questo- ha dichiarato Ercoli- le famiglie faticano perché l’inflazione è alta, come anche gli interessi bancari; anche la questione energetica, con le spesa del gas, del metano ecc., grava sugli stipendi”. Si tratta di una premialità equa dove “si paga uno e si dà uno”.
Sempre il patron dell’Eurosuole, dopo un excursus allargato allo scenario globale lacerato drammaticamente da conflitti e disuguaglianze, ha concluso con una nota imperniata su una visione illuminata del binomio quantità-qualità: “Oggi quello che manca nei consumi, oltre che la quantità di spesa, è la serenità di spendere perché non c’è una certezza”.
"Se è vero che le piccole cose sono responsabili di grandi cambiamenti, sarebbe auspicabile che anche le altre aziende della regione, ognuna in base alla propria disponibilità, adottassero queste misure, creando così un terreno economicamente e umanamente fertile", ha concluso Ercoli.
Incredulità, interrogativi e indignazione aleggiano intorno alla storica concessionaria e officina Sciarra, che per cinquant’anni ha fornito macchine Ford a mezze Marche. Chi cerca di contattare telefonicamente la società, s’imbatte in un’attesa scandita da lunghi squilli che cadono puntualmente nel vuoto. Questo è ciò che avviene se si prova a chiamare la sede di Piediripa la quale, da ieri, su Google, reca la scritta “chiuso definitivamente”, andando così a completare la lista dei punti vendita Sciarra (Ford, Mazda, Cupra, Seat) che nel tempo hanno chiuso i battenti. Una lista che conta città distribuite su ben tre province: Ascoli Piceno, Fermo e Macerata.
Inoltre sul sito nazionale del colosso nordamericano Ford, in riferimento alle sedi di Piediripa in via Annibali e di Grottammare in via Ischia, c’è scritto: “Sciarra Spa non è più una concessionaria autorizzata dalla Ford a vendere veicoli Ford nuovi né può eseguire gratuitamente interventi in garanzia a favore dei clienti direttamente oppure tramite terzi”.
Sul ‘caso’ Sciarra si apre così una matrioska di quesiti e perplessità. Questo meccanismo di ‘interrogativo dentro l’interrogativo’ ha preso origine dalle segnalazioni di alcune persone che, dall’oggi al domani, nel giro di una settimana scarsa, hanno visto completamente smantellate, non solo la storica concessionaria auto ma anche la “Sciarra Motorcycles” della frazione maceratese .
Quest’ultima, addetta alla vendita di Moto KTM e MV Agusta, è stata inaugurata pochi mesi fa, con tanto di articoli che celebravano il successo della società. Oggi non c’è più nulla; solo l’insegna “Sciarra KTM” campeggia come memoria superstite. Fatto che ha lasciato sbigottiti e increduli tutti, attività commerciali del circondario, clienti, addetti ai lavori, chiunque non si spiega il perché di questa chiusura così drastica e repentina.
Procedendo verso il nucleo della vicenda, ci si imbatte in una situazione che è molto più complessa e grave: numerosi clienti, nei mesi precedenti, avevano ordinato delle auto pagandole in anticipo e, al momento di ritirarle, si sono ritrovati davanti a delle sedi totalmente dismesse, senza di fatto ricevere le vetture che spettavano loro. A oggi, la situazione è invariata; le auto non ci sono e gli acquirenti urlano a gran voce un chiarimento ufficiale e una celere risoluzione.
A tal riguardo, una testimonianza raccolta viene da un cliente: “Firmo un contratto a giugno, poi, a fine agosto, la concessionaria Sciarra di Piediripa mi chiama dicendo che la macchina era pronta e disponibile. Dunque, mi reco presso la sede, pago un primo bonifico, faccio il finanziamento. Nel frattempo, comunico che avrei venduto la mia macchina a giorni e poi avrei versato il secondo bonifico, una volta che la nuova vettura sarebbe stata targata. Al che, dopo pochi giorni, mi comunicano che l’auto era stata targata e quindi ho saldato l’importo totale, su un conto diverso dal primo, come da loro richiesto”.
Passano i giorni, passano le settimane e il venditore della concessionaria temporeggia continuamente, costringendo il cliente sopracitato ad attendere prima di dar via la sua vettura, per non rimanere senza mezzi. La durata dell’attesa inizia a destare qualche dubbio e quindi ad essere contattata, questa volta, è l’amministrazione. Anche quest’ultima adotta lo stesso atteggiamento di procrastinazione.
Ormai spazientito e con la volontà di far luce su questa sospensione temporale alla "Godot”, il cliente ha raccontato di essersi recato, direttamente dal vivo, presso la sede amministrativa di Grottammare: “A un certo punto, dal momento che al telefono non rispondevano più, sono andato direttamente di persona a Grottammare e lì si sono rifiutati di incontrarmi. Non trovando altre vie, ho chiamato i carabinieri che sono giunti sul posto. All’arrivo di quest’ultimi, è scesa una signora che ha assicurato che sarebbe stata una questione di giorni. Naturalmente la situazione non è cambiata e si sono intraprese le vie legali”.
La vettura in questione, come le altre che hanno riguardato gli altri casi, non sarebbe appartenuta a Sciarra ma a Ford, la quale, per insolvenza da parte della concessionaria, non avrebbe mai rilasciato il certificato di conformità. Dunque l’ipotesi riassuntiva è che Sciarra non avrebbe potuto vendere le auto in questione perché, non pagando la Ford, non avrebbe avuto il consenso, da parte del marchio costruttore, a immatricolarle. Da qui, dal ritiro completo di tutte le automobili da parte della Ford, si spiegherebbe l’effetto domino che ha poi coinvolto gli altri marchi come Mazda e KTM.
La parte lesa dei clienti sta attendendo una risposta ufficiale dalla Ford che, avendo ritirato le auto esposte nelle concessionarie Sciarra, dovrebbe farsi carico di ridistribuirle ai legittimi proprietari. La stessa casa madre, in merito alla vicenda, in una nota, invita a consultare il sito per qualsiasi “esigenza di acquisto e di assistenza”.
È indubbiamente triste e sintomatico di una questione più ampia assistere alla chiusura di una concessionaria, protagonista, per cinquant’anni, nel campo della vendita automobilistica. Tuttavia, l'epilogo di quest'epopea, che passa sopra la fiducia e i soldi dei clienti, parla da sé.
La gioielleria è una forma d’arte che affonda le sue radici nella storia dell’umanità; è una sfida tecnica e artistica, che si rinnova continuamente, integrando nuovi materiali, nuove forme, nuove tecnologie, ma senza perdere il contatto con la tradizione e il mestiere.
Tra le realtà che si occupano di quest'arte, spicca la gioielleria di Matteo Cartechini, nella centralissima Piazza XX Settembre di Civitanova. Fondata nel 2003, offre una vasta gamma di gioielli e orologi delle migliori marche, ma anche creazioni uniche ed esclusive, frutto della passione e della competenza del suo titolare e del suo staff.
A tal riguardo, il titolare, ispirato dalla tradizione familiare, ha intrapreso un corso di studi che lo ha portato a specializzarsi nello stratificato e ampio microcosmo delle gemme, diplomandosi come esperto gemmologo, presso il GIA (Gemological Institute of America).
Un'altra garanzia dell'alta qualità della gioielleria Cartechini, è il lavoro artigianale che si svolge quotidianamente nel ‘retrobottega’, nella fucina da cui si originano pezzi unici ed esclusivi, di pregiatissima fattezza, che sono il frutto della passione e della dedizione di una vita.
Per comprendere come prende forma l'affascinate genesi dei gioielli, dal disegno mentale, a quello grafico fino alla realizzazione attraverso i metalli e minerali più rari e preziosi, una testimonianza viene da Patrizia Ercoli, che, da circa vent’anni, con la sua professionalità e lunga esperienza, contribuisce a rendere le proposte della gioielleria particolarmente distinguibili per l'alto valore artistico.
Un percorso, il suo, che affonda le radici nell’infanzia: "Fin da piccola amavo il mondo della gioielleria. La passione è iniziata con il mondo delle monete ed è proseguita dopo le scuole medie iscrivendomi alla sezione metalli dell’Istituto d’Arte. Poi, questa strada della gioielleria mi ha portata a Valenza, che è uno dei distretti orafi più importanti. Dopodiché ho proseguito approfondendo la tecnica dell’incastonatura dei diamanti e creando gioielli per alcune tra le più famose aziende".
Ha poi proseguito raccontando nel dettaglio come avviene tutto il processo creativo che porta all'elaborazione di un pezzo esclusivo, d’alta gioielleria: "Quando si parla di alta gioielleria, si inizia dai disegni, che in sostanza sono equiparabili a dei quadri. Trattandosi di pezzi unici, si va a fare un disegno particolarmente realistico in modo tale che, durante il processo di realizzazione, è possibile avere un’idea concreta di com’è e di come sarà: dal disegno alla realtà non c’è molta differenza".
Infine, sempre Patrizia, da persona del mestiere, che ha profonda coscienza della dimensione del segno, delle proprietà e duttilità dei materiali, ha aperto una questione cruciale sulla figura del designer di gioielli e dell’orefice:
"Ultimamente stanno sempre più prendendo piede i disegni 3D attraverso tutto un sistema computerizzato; da qui ne consegue la potenziale e progressiva scomparsa della figura del disegnatore a mano. E questo è un peccato perché c’è racchiusa tutta la storia della gioielleria".
Dunque, le gioiellerie, nella fattispecie Cartechini, sono, più che mai oggi, dei luoghi-scrigno di altissimo valore artigianale, commerciale e storico in cui portare avanti e custodire una tradizione che esiste da quando esiste l'essere umano, con le sue inimitabili abilità manuali e ancor prima con la sua creatività.
Tutto ciò si dischiude nelle parole di Daniele Villani, raffinatissimo orafo d'eccellenza, di una perizia d'altri tempi, quasi medievale, che, da cinquant’anni, ogni giorno, fa questo mestiere, dedito a lavorare nel laboratorio al piano superiore della gioielleria: "Da qui sono cinquanta anni che ci buttiamo sul banchetto a cercare di fare cose sempre più precise belle e curate”.
La cucina è una scienza gentile, che non ha bisogno di grandi dottrine, ma di buon gusto e di buon senso. Virtù, quest’ultime, rintracciabili in molti piatti tipici delle regioni italiane, che esprimono la varietà e la ricchezza del territorio, dei prodotti locali e delle influenze storiche le quali rimandano a un ricettario che fa capo a un crocevia di popoli e culture.
Tra le molteplici eccellenze che costellano la regione Marche, una che merita particolare attenzione è quella del ristorante pizzeria VaiMò a Civitanova. Qui, la gastronomia si distingue per il binomio vincente della qualità e della freschezza, capace di valorizzare perfettamente i prodotti della terra e del mare, in una rosa di piatti che conquistano ‘irreversibilmente’ il palato di chi ha la fortuna di capitarci e, da quel momento in poi, l’abitudine di tornarci.
Come si sa, un locale assume una peculiare atmosfera, delle specifiche caratteristiche grazie alla visione, al vissuto e alle passioni di chi lo ha ideato e realizzato. Se, varcando la soglia di VaiMò, sin dal primo passo, si percepisce un clima molto accogliente, familiare, dove si sprigiona un tripudio di profumi che riconducono immediatamente alla prelibatezza del cibo, il merito va al titolare Francesco Ruoppo, per tutti Franco.
Quest’ultimo, col garbo e la raffinatezza di chi sa accogliere i suoi clienti, ha raccontato la storia del ristorante, che è anche una parte fondante della sua vita e che affonda le radici in una scelta di famiglia:
“La storia è partita nel 1974 quando mia sorella ha aperto un ristorante e una pizzeria a San Benedetto, all’epoca la prima pizzeria della zona col forno a legna, e da lì ci ha trascinati tutti quanti a intraprendere questo lavoro”. Un filo rosso della ristorazione che è proseguito nel 1984 quando Franco ha rilevato la Grotta Azzurra a Sant’Elpidio per poi approdare a Civitanova e dar vita alla trentennale storia di VaiMò con “tanta soddisfazione e anche tanti sacrifici”, come il titolare ha tenuto a specificare.
Per quanto concerne il menù, occorre solo lasciarsi andare e provare le specialità proposte, che spaziano dalla vera pizza napoletana cotta a legna a speciali antipasti e primi di pesce fresco e carne, con la pasta rigorosamente fatta in casa, a una vasta e prelibatissima gamma di secondi fino ai dolci tradizionali. Il tutto accompagnato da una selezione di vini che esaltano i sapori e le fragranze dei piatti.
La risposta di Franco alla domanda su quale sia il piatto forte, è significativa del modo di cucinare e ancor prima del modo di intendere il significato e lo scopo del servire un piatto ai clienti:
“Noi facciamo una cucina espressa; in base a quello che il mare e la terra, in una determinata stagione, ci offrono. Inutile che proponi gli asparagi nel mese di agosto quando questi in natura non si trovano e dunque sono sicuramente un prodotto surgelato. Ci sono comunque dei punti fissi; per esempio, il pane, gli scialatielli, gli gnocchi, le olive ascolane e molto altro che li facciamo a mano da una vita”.
È proprio in virtù di questa concezione che nel lungo corso degli anni si è creata una clientela affezionatissima, di tutte le età, “dal bambino di due mesi al signore di cento anni”, a volti noti del mondo dello spettacolo e dello sport, come il campione del mondo di pallavolo, Simone Anzani, incontrato durante questo servizio, in compagnia di sua moglie Carolina Fanni. .
Una folta clientela che entra nella sala col sorriso di chi viene qui per concedersi uno spazio di benessere e appagamento dei sensi. In quest'ottica la parola “ristorante” da sostantivo si trasforma in participio col significato di “ritemprante”, “rinvigorente” sia per il corpo che per lo spirito.
La ripetizione incessante di certe parole, che in ambito cronachistico e politico spesso diventano formule cristallizzate, porta con sé una doppia questione: da un lato è segno di un fenomeno che si ripete come meccanismo ancora privo di risoluzione, dall’altro si va su un piano comunicativo dove questa ripetizione gioca un brutto scherzo alla coscienza collettiva, che si ritrova a pronunciare delle espressioni senza più la cognizione concreta, la vividezza del vissuto cui quest’ultime rimandano.
La reiterazione si fa dramma contemporaneo quando le parole in questione sono: femminicidio, violenza sulle donne, violenza sessuale, persecuzione, disparità di genere.
La violenza riversata sulle donne non è un evento episodico, né emergenziale, ha a che fare con un problema di natura strutturale. Lo testimoniano le denunce di molestie quotidiane, i dati dell’Istat, secondo cui in Italia una donna su tre ne è stata vittima nel corso della vita. Dati che non contano le violenze consumate ogni giorno nella penombra muta delle mura domestiche.
Dopo l’ultimo assassinio, che ha visto la morte di Giulia Cecchettin, si è ritenuto importante raccogliere la voce proveniente dalle scuole, da un luogo di fondamentale importanza in cui le studentesse e gli studenti di oggi sono, già ora, le donne e gli uomini di domani.
In questo caso, l’istituto in questione è l’ITE A. Gentili, dove la dirigente scolastica, Alessandra Gattari, ha espresso la sua posizione, ponendo l’accento su come la violenza, che spesso culmina nel femminicidio, esiste da lungo corso. Da qui la necessità di progetti organici, attenti alla complessità di certi meccanismi:
“La tematica in questione non esplode adesso con la tragicità di questo evento; l’Istituto l'aveva già presa a cuore da tempo in un contesto di educazione alle relazioni, al rispetto e alla prevenzione con progetti che erano già attivi in passato e che adesso si andranno a incrementare”.
Proprio nelle aule della scuola, dai suoi protagonisti che le animano, parte la necessità di prendere coscienza e confrontarsi su questo fenomeno, su cui è intervenuta anche Aurora del 5°:
“Da studentessa penso che a scuola sarebbe necessario sensibilizzare e portare avanti determinati progetti andando ad aiutare fattivamente gli studenti e le studentesse a capire meglio questa tipologia di accaduti e a prendere delle iniziative a riguardo”.
Un dare particolare importanza al confronto come chiave di lettura e risoluzione che è confermato da Lohan sempre del 5°:
“Ne abbiano parlato in classe con il nostro docente d’italiano Matteo Medori e aver sentito il parere di altri ragazzi mi ha aiutato a chiarirmi le idee su questo argomento”. Ha poi riportato a esempio una delle molteplici iniziative: “Lo scorso anno abbiamo aderito a un progetto sulla Carmen dove abbiamo chiamato un esperto della lirica che ha fatto un approfondimento sulla figura femminile della Carmen e il messaggio che vuole trasmettere. Abbiamo realizzato video e ricerche sulle donne che sono riuscite ad avere la meglio su questo mondo maschilista”.
Si tratta di “riflettere su quanto accaduto ma soprattutto sul perché è accaduto e su come ci si debba muovere per poter intervenire”, come ha dichiarato la dirigente Gattari.
È un fatto sintomatico quanto tragico dover aprire dei dibattiti e rivedere delle leggi quando un dramma si è già consumato. Lo è ancora di più quando la questione riguarda l’uccisione di una donna per mano di un uomo.
Ogni anno, in Italia, centinaia di donne perdono la vita a causa di uomini che si ritengono padroni del loro destino. Secondo i dati Istat, nel 2021 sono stati 104 i femminicidi, di cui il 58,8% commessi da partner o ex partner. Significativo, a tal proposito, è che nel codice penale italiano la parola “femminicidio” non è prevista e così l’assassinio di una donna ricade sotto il più generico reato di omicidio con le diverse aggravanti.
Riguardo l’ultimo efferato delitto di questo tipo, che ha riguardato la vita della studentessa ventiduenne Giulia Cecchettin, si è sentita la necessità di andare ad ascoltare la voce delle studentesse, degli studenti e dei dirigenti, la loro visione, i loro timori e le loro iniziative; nella fattispecie le testimonianze raccolte vengono dal “Liceo Scientifico G.Galilei” di Macerata. Queste le parole di Viola Ramaccioni del 4°M: "Sono contenta di essere donna, sono orgogliosa di esserlo. Essere donna mi piace così tanto che a volte, dico a volte, mi fermo a pensare e capisco che molte cose non mi vanno più giù. Non mi va più giù sapere che il mio ‘no’ vale meno di quello di un uomo, non mi va più giù accendere la TV e ogni tre giorni vedere al telegiornale un nuovo volto femminile con scritto sotto ‘ennesimo femminicidio del 2023’. Tutto è rimasto più o meno uguale".
La dirigente Roberta Ciampechini ha messo in evidenza l’importanza del ruolo della scuola come luogo in cui confrontarsi e formarsi e il bisogno di riscoprire un’emotività, un’educazione sentimentale che nella società attuale manca: "Siamo stati davvero molto colpiti dall’evento; la scuola sente con particolare attenzione il fatto avvenuto soprattutto perché si tratta di una studentessa e quindi poteva capitare a qualunque delle nostre studentesse presenti al Liceo. Nella società prevale il motore dell’economia rispetto a quello dei sentimenti quindi ritengo che sia da riscoprire un’emotività vera e quindi una serie di valori che, purtroppo, nel corso degli anni si sono persi. Quindi è importante educare nuovamente all’affettività e al recupero delle emozioni. C’è bisogno di riscoprire quella che è l’amicizia, l’amore".
Un’altra preziosa testimonianza è quella di Maria Celeste Ercoli del 5°M, ex rappresentante d’Istituto, che ha sollevato la questione dell’ancora accentuato divario di genere, esprimendo tutta la sua angoscia per il drammatico episodio che può segnare la vita di qualsiasi ragazza: "Mi sento molto a disagio riguardo alla situazione perché come studentessa l’idea di essere come lei e correre il rischio di subire le sue stesse violenze mi spaventa. Che questo accada ancora, attualmente nella nostra società mi delude profondamente. Dovremmo superare questo divario di genere tra uomo e donna e tutte le sofferenze che la donna può passare soltanto per il fatto di essere donna".
La lotta al femminicidio e alle violenze fisiche e sessuali (Il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale) è universale, riguarda in primo luogo l’essere umani, in tutte le sue declinazioni, anche quella maschile.
A tal riguardo, è intervenuto l’attuale rappresentante d’Istituto, Francesco Pastillo del 4°E che è in prima linea, insieme con gli altri studenti e studentesse, su questo fronte attraverso una serie di progetti che sono nati da una risposta spontanea e collettiva, in reazione a un'ennesima, inaccettabile notizia: "Dal punto di vista maschile è stato qualcosa di duro, senza dubbio bruttissimo perché una violenza di questo genere in Italia, nel 2023, non può essere accettata, non doveva essere accettata ieri, e non potrà sicuramente essere accettata domani. Esprimo il mio cordoglio verso la famiglia".
“Senza la comunità vicino non sarebbe stato possibile realizzare tutto questo. Per cui un ringraziamento speciale va a tutte le persone che fino a ieri sera hanno lavorato per la realizzazione di questo progetto. Quando c’è la voglia di fare bene, questo arriva”.
Queste le parole di Veronica Berti, vicepresidente della Andrea Bocelli Foundation, in occasione dell’inaugurazione della nuova scuola dell’infanzia ZeroSei di Sforzacosta, tenutasi nella mattinata di oggi, 22 novembre .
Una struttura moderna, che guarda alle mutate esigenze di uno scenario globale in termini di risorse energetiche e tutela dell’ambiente. Una scuola, realizzata in 150 giorni, fortemente voluta e commissionata dall’ente filantropico sopra menzionato, fondato dal celebre tenore toscano, dove le parole ‘ comunità’ e ‘bene’ sono le chiavi di volta dell’intero edificio.
Non si è trattato solo di costruire, ma anche di riqualificare l’esistente, come ha dichiarato la vicepresidente Berti: “Costruire, veder nascere una struttura da zero, è un atto meraviglioso perché è qualcosa che realmente edifica; è importante per il territorio, così come riqualificare le strutture già esistenti e funzionanti”.
Tra i partecipanti all’evento inaugurale il sindaco Sandro Parcaroli con la sua giunta comunale e il commissario straordinario alla ricostruzione post sisma Guido Castelli: “Questa non è solo l’inaugurazione di una meravigliosa scuola ma è anche una proposta educativa e pedagogica che nasce a Sforzacosta grazie all’intelligenza di chi, anche insieme a grandi architetti, pedagogisti, riesce a creare le condizioni per cui i bambini, la comunità e le famiglie stringano delle relazioni”.
Presenti anche volti noti del mondo dello spettacolo come Carmine Recano, protagonista della celebre serie “ Mare Fuori” e il prestigiatore e attore Andrea Paris finalista di Italia's Got Talent e vincitore di Tú sí que vales.
La scuola, che ospiterà asilo nido e scuola dell’infanzia, è il primo dei due lotti dell’“ABF Hub Educativo 0-11”, un progetto innovativo, che prevedrà anche la creazione di laboratori di musica, arte e tecnologia, aperti sia agli studenti che alla comunità. L’obiettivo è quello di offrire ai bambini e alle famiglie un ambiente culturale stimolante improntato alla creatività, a un confronto e sviluppo critici.
La nuova scuola è stata progettata secondo criteri pedagogici e architettonici all’avanguardia, con un ambiente concepito per favorire le relazioni e valorizzare la bellezza unitamente alla funzionalità degli spazi, dotati di arredi e materiali di alta qualità, da un design funzionale e attrezzature tecnologiche nonché una vasta gamma di strumenti musicali.
L’inaugurazione di questo spazio sancisce un dono prezioso per i bambini e per l’intera comunità residente in questa zona di Macerata, che potranno così ripartire con un nuovo slancio verso un orizzonte di speranza edificante.
Sforzacosta ha una nuova scuola dell'infanzia. Un progetto innovativo della Fondazione Andrea Bocelli
“L’ Associazione Commercianti Macerata non è solo strutturata per creare gli eventi, anzi; nasce dall’esigenza di far comprendere che le attività commerciali sono un tessuto estremamente importante delle città e di Macerata. Occorrerebbe considerare ogni attività commerciale come delle piccole e medie imprese, che in Italia costituiscono il 98,2% del prodotto interno lordo”.
Osservazione fatta da Paolo Petrini, presidente della neonata ACM, Associazione Commercianti Macerata, presentata ufficialmente questa mattina durante la conferenza stampa presso la sala attività produttive del Comune.
Lo scopo dell’associazione è quello di farsi interprete, per la prima volta, di tutte le categorie commerciali e intessere un dialogo che attraversi le varie problematiche individuando insieme le soluzioni. Tutto questo attraverso la stesura di un programma che non guarda ai singoli eventi, ma a una programmazione a lungo raggio, stabile e improntata a una cooperazione prolifica tra i vari ambiti: da quello commerciale a quello culturale fino ai pubblici spettacoli.
Alla base c’è un’esigenza di ricreare in maniera organica un tessuto commerciale che non riguardi solo il centro, ma anche le zone più periferiche, come ha puntualizzato il vicepresidente Alceo Taruschio: “Non lavoriamo per piccole zone ma collaboriamo in modo da animare tutta la città; se va avanti la periferia va avanti il centro e viceversa. Tutti devono essere coinvolti, è un’associazione che nasce per essere inclusiva. D’altronde, la città senza il commercio è una città destinata a morire, il commercio senza città, quindi senza popolazione, sparisce”.
Se la città tornasse a essere popolata, i commercianti godrebbero di un ritorno e dunque anche il Comune, con l’importante conseguenza di un investimento nei prodotti di alta qualità e proposte più ricercate e attente alle esigenze delle persone. Non più una standardizzazione applicata a priori ma ripartire dalle peculiarità, dall’identità di Macerata stessa per portare il più possibile a compimento le sue potenzialità.
Per far sì che questo avvenga occorre che ci sia un mutuo soccorso come ha ribadito il segretario Andrea Di Basilico: “Il muto soccorso è la cosa più importante. È necessario un sentimento di forte coesione e andare avanti verso una dimensione comune: riportare gente nel centro e nella città di Macerata”.
Su questa linea di collaborazione sembra concordare anche l’assessore al commercio Laura Laviano, presente alla conferenza: “È fondamentale cominciare a collaborare insieme per ridare vita a un commercio che, va detto, è cambiato in tutta Italia; dire che il centro storico si è spopolato per colpa delle amministrazioni mi sembra riduttivo; le problematiche sono molte. Credo che quello che oggi avete detto sia alla base di una collaborazione proficua”, ha detto rivolgendosi ai partecipanti dell’associazione.
Uno degli obiettivi principali dunque, è quello di riportare Macerata all’altezza della sua capacità ricettiva e attrattiva, ruolo che in primo luogo spetta da sempre alle attività commerciali. A tal riguardo il tesoriere Maurizio Scuccimarra ha dichiarato: “Vorremo fornire al Comune, che per disparati motivi ne è sprovvisto, delle informazioni che possano riguardare la viabilità, la vita locale e tutta una serie di realtà affinché Macerata possa rendersi una città più attrattiva, non solo per il turista che viene”.
Entrare a far parte di ACM significa poter dar voce alle proprie opinioni e visioni non solo dare esressione a quest’ultime ma anche condividerle e portarle su un piano di azione attraverso un programma dettagliato e condiviso. Significa ricevere sostegno e, soprattutto, tessere una rete che finora non ha avuto né una vera sede né un movimento veramente strutturato.
Per realizzare tutto ciò, l’associazione ha deciso di programmare il periodo natalizio: un’occasione importante dal punto di vista simbolico ed economico.
Le possibilità di significato che possono generarsi da un segno grafico cambiato di posizione sono innumerevoli e generano interminabili meditazioni dallo spazio profondo; è ciò che avviene nel titolo della mostra “8 volti per l’∞” (“Otto volti per l’Infinito”) la cui inaugurazione si terrà sabato 18 novembre alle ore 17 presso la sala degli Antichi Forni di Macerata e rimarrà aperta fino al 26 dello stesso mese. L’esposizione, patrocinata dal Comune e organizzata dal presidente della Pro Loco Macerata Luciano Cartechini, è nata da un'idea collettiva degli artisti partecipanti:
Anna Calcaterra, Gionata Copparo, Gianni Paletti, Loris Paolucci, Giuseppe Ponzelli, Marco Riccitelli, Marco Spaccesi e Gabriella Zagaglia le cui opere costelleranno le pareti della Galleria. Nella prefazione scritta da Gabriella Zagaglia all’interno del depliant si può trovare la chiave di lettura da cui partire (e a cui tornare) per muovere i passi attraverso il percorso espositivo; ovvero l’interrogarsi sul senso dell’“oltre”, del limite e del suo continuo superamento, anche in relazione alle attuali e ambigue innovazioni tecnologiche, intelligenza artificiale in primo luogo.
Un ‘oltre’ che “richiede risposte, perché l’infinito è sempre presente dentro di noi. In otto ci abbiamo provato, nel modo che ci è più congeniale: l’arte. Abbiamo raccolto la sfida più grande, quella che ci appartiene, in quanto essere imperfetti, ma unici e insostituibili”.
Dunque, un gruppo dai percorsi artistici ed esistenziali eterogenei, segnato da una molteplicità di prospettive, di stili e tecniche, che vanno dal figurativo, all’astratto geometrico, all’informale fino alla scultura e al microcosmo delle particelle subatomiche dell’arte quantistica.
Si oltrepassa così la questione di comunanza stilistica in direzione di una più ampia esigenza di ricerca che sottende l’atto creativo e che si fa testimonianza di una temporalità in cui convivono e si rinnovano privatezza e universalità.
Una mostra che offre la possibilità di riflettere sul concetto d’ ‘infinito’ e di osservare come questo sia esplorato personalmente e intimamente in quello che è l’abisso mistico della tela, della materia stendibile e modellabile, in cui coesistono lo studio lento, costante e nello stesso tempo i raptus, le epifanie improvvise.
La necessità di riunirsi di questi “otto volti” e dar vita a questa esposizione è pertanto un vero e proprio atto costruttivo nella misura in cui ci si ritrova a dialogo e si creano degli spazi mentali e fisici, degli arcipelaghi di vissuti privati e condivisi.
In un presente dove l’intelligenza artificiale fa sì che gli ‘strumenti umani’ si atrofizzino e si perdano per un allontanamento sempre maggiore dalla realtà, dalla sua componente materiale, la mostra in questione è la testimonianza che quest’ultima può ancora essere fonte di un’ispirazione che mette in contatto l’essere umano con l’essere cosmico, le visioni ultraterrene con quelle profondamente umane.,L’evento, gratuito, vuole essere una preziosa occasione di confronto aperta a tutta la cittadinanza.
La diversità dei punti di vista non è tanto vedere ciò che gli altri non vedono quanto piuttosto interpretare e giudicare diversamente ciò che tutti vedono, eccezione fatta per una causa di natura patologica. A questo punto, un dubbio sorge circa la natura del punto di vista dell’attuale giunta comunale di Macerata: un'anomalia del nervo ottico o interpretativa? Un interrogativo che viene spontaneo quando, di fronte alle osservazioni della consigliera di maggioranza Sabrina De Padova (eletta con la civica di Parcaroli) per cui “basta varcare i Cancelli e rendersi conto che Macerata è un mortorio, che si sta svuotando”, la giunta risponde che non è così, che tutto va bene.
Non solo: quest’ultima, ignara di una situazione critica accusata dalla quasi totalità dei cittadini, commercianti in primis, ha bocciato tutti i punti dell’ordine del giorno che la consigliera ha proposto durante la seduta del 31 ottobre in seguito a un costante lavoro sul ‘campo’, raccogliendo il disagio delle varie categorie sociali nell’ottica di una critica e dialogo costruttivi.
Una bocciatura che si potrebbe dire sinonimo di scarsa capacità di analisi della realtà esterna e di autoanalisi dal momento che le proposte riguardano questioni oggettivamente essenziali per il benessere e lo sviluppo della città. Come accennato in apertura, una tematica richiamata all’attenzione è stata quella inerente al centro storico, che versa in una situazione di grave crisi, con una morìa di attività commerciali che lasciano spazio a vetrine vuote e serrande abbassate.
A tal riguardo Sabrina De Padova ha preso a esempio la pescheria che si trova a sinistra dopo i cancelli dove le proprietarie ogni giorno fanno un sacrificio nel tenere aperta l'attività “perché il centro è vuoto, non ci sono clienti”. Ha poi messo in evidenza un’altra problematica cruciale riportando sempre la voce di disagio delle stesse proprietarie- disagio sentito coralmente dai negozianti-: “più volte una delle titolari si è lamentata della mancanza di convenzioni per i commercianti per quanto concerne i parcheggi. Non solo quest’ultime mancano, ma l’Apm ha persino aumentato le tariffe”.
Una misura che, come ha sottolineato la consigliera, non incentiva il flusso verso il centro storico e che ha creato malumori anche tra gli studenti universitari. Per quanto concerne questi ultimi, ha avanzato una serie di proposte come “quella di calmierare il costo degli affitti, per rendere la città più accessibile e vivibile. Macerata ha una grande risorsa, che sono gli studenti universitari, ma spesso questi vengono trascurati. Invece di allontanarli, dovremmo cercare di favorirli, offrendo loro alloggi adeguati, spazi di confronto e di cultura”.
Ha poi messo sotto una lente critica il totale scollamento che sussiste tra il Comune e un’istituzione come l’Università che per Macerata è vitale, oltreché importantissima fonte di ricchezza per tutte le realtà cittadine, se ci fosse un’effettiva volontà di collaborazione da parte del Comune.
De Padova è entrata infine nelle dinamiche fondanti che muovono gli ingranaggi degli organi preposti alla gestione culturale e che, più in generale, sono sintomatiche di un modo di rapportarsi e agire: “C'è una commissione cultura inesistente, dove la presidentessa e gli altri assessori espongono un elenco di punti già compiuto, finito, che non lascia spazio alla messa in discussione, al confronto. Manca una programmazione organica, annuale; non si può procedere per eventi singoli che nascono e finiscono lì, senza apportare nulla”.
Fatto ancor più grave è che, nel bocciare una delle proposte dell’ordine del giorno che prevede di rendere noto, con un anno di anticipo, il calendario degli eventi, così da permettere agli investitori di avviare le loro attività commerciali, la giunta ha dimostrato di non conoscere nemmeno il proprio programma elettorale dato che era uno degli obiettivi previsti.
Pertanto, le numerose questioni portate sul tavolo di confronto sono rimbalzate contro un muro di soliloqui e incomprensioni oltreché ineleganza. Proprio quelle caratteristiche che si dicono antitetiche ai principi fondanti delle politica: “Si nega ciò che è una palese evidenza, senza minimamente confrontarsi e condividere. Due verbi sconosciuti agli assessori; non si può chiudere gli occhi e far finta di niente” ha dichiarato la De Padova.
Nella convinzione che le sfide lanciate siano preziose occasioni di aperture e accrescimento (persino spirituale), volendo riporre fiducia nei buoni intenti dell’assessorato e nell’origine stessa del nome ‘Sandro’, ossia “protettore”, si auspica che la giunta intraprenda questo cammino di apertura virtuosa nei prossimi due anni.
Roma, fine ottobre. Nonostante la piena stagione autunnale, l’aria nella città eterna è ancora tiepida e invita a godersi una cena all’aperto. Tra le innumerevoli opzioni che la capitale offre, una in particolar modo, fin dagli albori, richiama il passo dei buon capitati e li conquista per sempre: la Trattoria Da Luigi, situata nella suggestiva Piazza Sforza Cesarini, a due passi da Piazza Navona, quasi a formare sulla mappa uno speciale ‘triangolo’ con l’altro vertice che è Campo de’ Fiori.
Insieme a Guido Picchio e Don Felice, si è deciso di seguire questo ‘mistico’ itinerario e, sul far della sera, proprio Da Luigi, in un dehors dall’atmosfera intima e sospesa tra l’oggi e la memoria di una Roma felliniana, ci troviamo al tavolo con un ospite che qui è di casa e che della ‘dolce vita’, e non solo, ha immortalato le scene più evocative, passate alla storia: il fotografo e "re dei paparazzi" Rino Barillari.
Davanti a un menù in cui regna la tradizione della miglior cucina romana e italiana, un’altra fortuna è stata quella di poter apprendere la storia di questo luogo-scrigno delle prelibatezze e dei racconti inediti di vite famose direttamente dai fratelli proprietari Giuseppe e Gerardo.
La Trattoria da Luigi è nata intorno al 1957 per volontà del vecchio e omonimo proprietario, come punto d’incontro e di ritrovo tra le persone della zona; infatti, inizialmente, la clientela portava da casa il cibo e veniva in sostanza per conversare e bere, soprattutto birra. Successivamente decise di rendere più grande e strutturato il locale, specializzandosi su alcuni piatti tipici della tradizione romana.
Nel 1979 la trattoria venne rilevata dallo zio di Giuseppe e Gerardo - tutti originari della Basilicata - che ne mantenne lo spirito e lo stile, senza apportare modifiche sostanziali né all’arredo né al menù: un repertorio che va dai tonnarelli cacio e pepe, amatriciana, carbonara, penne all’arrabbiata agli spaghetti al gorgonzola e molto altro fino a una scelta ben selezionata di secondi che, al posto dell’elenco, si invita ad assaporare direttamente dal vivo in tutta la loro bontà.
A partire dal 1984, la gestione diretta passò ai nipoti. Da allora la "Trattoria da Luigi" ha continuato a crescere e ad affermarsi come uno dei ristoranti più rinomati della capitale, non tanto per promozione pubblicitaria quanto grazie al più autentico e intimo ‘passaparola’ dei clienti soddisfatti e alla presenza di numerosi ospiti illustri del jet set nazionale e internazionale, tra cui attori, attrici e personaggi famosi.
A tal riguardo basta fare un giro all’interno della trattoria e osservare le pareti tappezzate di foto: Mel Gibson, Lina Wertmuller, Paolo Poli, Renato Zero… e una lista che potrebbe continuare per moltissimi nomi.
Tornando alla cena, tra una gradevolissima bottiglia di ‘Greco di Tufo’ e un’altra, guardandosi intorno, ci si rende conto che, tra la folta platea di persone sedute ai tavoli, si scorgono qua e là volti noti del mondo del giornalismo, della politica e dello spettacolo tra cui l’ex conduttrice del Tg1 Maria Luisa Busi, Marco Travaglio, l’ex ministro Giuseppe Spadafora e poi... il coup de théâtre, la scena dentro la scena in un gioco di punti di vista e angolature.
Proprio mentre Giuseppe il proprietario racconta la storia del suo locale, all’improvviso, accanto al tavolo passano l’attrice Monica Guerritore e l’attore e regista Gabriele Lavia i quali si avvicinano a Barillari per salutarlo con molto affetto; “Ti voglio baciare anche io” dice la Guerritore.
Non solo, la scena continua in unico piano sequenza che l’infallibile occhio di Guido Picchio filma col telefono: il re dei paparazzi, con una classe unica, sfodera la sua macchina fotografica e inizia a scattare mentre la coppia, abbracciata, cammina in direzione del suo obiettivo concedendosi un bacio finale.
Un finale da piccolo idillio cinematografico, avvolto da una scenografia che solo la città eterna, solo questa trattoria speciale chiamata ‘Da Luigi’, può regalare.
“Afghanistan, ieri, oggi e soprattutto domani” è il titolo del Concorso letterario tenutosi lo scorso venerdì 20 ottobre presso l’ambasciata afghana a Roma. L’evento rientra in una serie di iniziative intraprese dall’ambasciatore Khaled Ahmad Zekriya volte a fornire una chiave di lettura e di confronto sull’attuale situazione del Paese.
Dunque, una ‘tavola rotonda’ improntata non solo all’analisi del presente ma anche e soprattutto agli interrogativi che quest’ultimo tragicamente impone; da qui la necessità di ripercorrere gli ultimi vent’anni di storia cercando, allo stesso tempo, di precorrere il futuro nella misura in cui a fare da guida è la domanda “cosa possiamo fare per aiutare l’Afghanistan?”. Domanda da cui ha preso avvio il dibattito e che, a sua volta, ha inevitabilmente aperto una riflessione su che cosa significa- in quanto occidentali- ‘prestare aiuto’ al popolo di questa terra oppressa dal governo talebano.
Gherardo Lazzeri, editore LoGisma, ha spiegato il senso di questo Concorso letterario in cui i libri candidati, che vanno dalla sezione ‘Romanzi’, a quella dei ‘Reportage’, alla sezione ‘Storia’ sino alla ‘Fotografia, sono il risultato di un legame profondo che gli autori hanno maturato rispetto alla realtà sociale e culturale dell'Afghanistan.
“La tavola rotonda che abbiamo organizzato intorno a questo concorso letterario- ha affermato sempre Lazzeri- non ha uno scopo commerciale, ma vuole essere un'occasione di riflessione sulla drammaticità della condizione afghana”. E ancora “Il senso più profondo di questo premio è quindi umanitario, perché crediamo che solo persone informate e consapevoli possano contribuire a costruire un futuro migliore per un Paese ancora lontano dal raggiungere il sogno di libertà, autonomia e indipendenza”.
Tra gli invitati, alcuni fra i maggiori reporter di guerra come Maria Clara Mussa, Franco Bucarelli, Daniela Binello e molti altri giornalisti che si sono occupati della questione afghana. In rappresentanza della comunità dell’Afghanistan a Roma, oltre all’ambasciatore, seduta in prima fila, ha partecipato la principessa Soraya Malek d’Afghanistan. Tra gli ospiti anche Carmelo Burgio, generale italiano insignito di Croce d’oro al merito dell’Arma dei Carabinieri, Erika Monticone, gender advisor per lunghi periodi ad Herat, l’europarlamentare Anna Cinzia Bonfrisco, la senatrice Cinzia Pellegrino e il barnabita padre Giovanni Scalese .
Dulcis in fundo un trio tutto al marchigiano costituito da due maceratesi e un recanatese. Nello specifico si tratta di Andrea Angeli, Guido Picchio e il sacerdote barnabita Giuseppe Moretti. Tutti e tre, guidati ognuno dalle proprie competenze e vocazioni, si sono ritrovati per periodi più o meno lunghi proprio in Afghanistan e da questo vissuto ne hanno riportato delle testimonianze che valgono letteralmente una vita, la vita.
A proposito di quest’ultima, quella di Andrea Angeli è segnata da una geografia che, per lavoro, lo ha portato a spostarsi in numerose nazioni del mondo dove spesso il dramma dei conflitti riduce i popoli, insieme con le bellezze artistiche e paesaggistiche, sotto il peso di macerie fisiche e morali. Ha indossato la ‘divisa’ dell’ONU in quattro continenti, operando come peacekeeper in Namibia, Cambogia, Timor Est e nella ex Jugoslavia, dove ha trascorso 14 anni tra guerre e ricostruzioni. Ha collaborato con le più importanti organizzazioni internazionali, come l’ONU, la NATO e il Ministero degli esteri italiano, svolgendo ruoli di rilievo a Santiago del Cile, nella Baghdad di Saddam Hussein e a New York. Inoltre, ha prestato la sua voce e la sua competenza all’OSCE in Albania, all’Autorità di Coalizione a Nassiriya, all’UE a Skopje e Kabul e, sempre in Afghanistan, è poi tornato come political advisor della NATO a Herat.
Queste missioni si possono ripercorrere nelle pagine di diversi suoi libri tra cui “Kabul- Roma. Andata e ritorno (via Delhi)” e “Senza Pace. Da Nassiriya a Kabul storie in prima linea”; attraverso la sua scrittura, col garbo e l’umiltà di chi professionalmente e umanamente ha visto e vissuto molto, Angeli permette di affacciarsi non solo sulle dinamiche della storia, ma anche sul loro risvolto costituito dalle emozioni, dalle angosce e dalle aspirazioni di chi affronta situazioni di crisi, di violenza o di miseria che possono essere narrate solamente da chi le ha vissute in “prima linea”.
Durante l'itinerario afghano e non solo, Angeli è stato affiancato dall’amico e foto reporter Guido Picchio che dalla realtà maceratese è arrivato a documentare con il suo obiettivo le atrocità della guerra in diversi paesi. Ha testimoniato le sofferenze e le speranze dei popoli dell’ex Jugoslavia, dell’Albania, del Kosovo e infine dell’Afghanistan. Qui, ha continuato a fotografare sul campo, recandosi più volte a Kabul e a Herat in un arco temporale che va dal 2001 al 2014 quando si è conclusa la missione ISAF dell’esercito italiano sul territorio afghano.
Questi suoi scatti, che sono stati raccolti nel libro“Afghanistan- Italia ISAF 2001- 2014”, hanno catturato più di dieci anni della missione dei membri dell’esercito italiano di cui l’autore stesso nella prefazione si dice “orgoglioso di essere loro amico, per il bene che hanno fatto alle popolazioni in difficoltà”. Sfogliando le pagine si trovano numerose testimonianze dei principali inviati di guerra del panorama nazionale e internazionale, come Barbara Serra con Al Jazeera Adriano Sofri di La Repubblica, Giovanna Botteri della Rai, Toni Capuozzo del Tg5. Picchio, con la sua sensibilità e la sua macchina fotografica in prima linea accanto ai soldati, come se avesse imbracciata una mitragliatrice, ha immortalato delle scene di un’umanità che, oggi più che mai, aprono una riflessione su “che cos’è umano”.
Nella città di Kabul Andrea Angeli e Guido Picchio hanno condiviso parte di questo vissuto afghano con il sacerdote barnabita Giuseppe Moretti il quale, per oltre trent’anni fino al 2015, ha dedicato la sua vita alla missione in Afghanistan come unico rappresentante della Chiesa cattolica. Qui, è arrivato nel 1990, su richiesta della Santa Sede, per sostituire il precedente barnabita che si era insediato dal 1933. Da allora ha vissuto le varie fasi del conflitto afghano, subendo anche una grave ferita in seguito a una scheggia di missile nel 1994.
Padre Moretti è stato testimone di come Kabul, la capitale dell’Afghanistan, sia passata da essere una città vivace, crocevia culturale, a una roccaforte dei mujaheddin e poi dei talebani. Ha visto le donne perdere i loro diritti e la loro dignità, i bambini diventare mendicanti e orfani, la violenza e il terrore impadronirsi delle strade. La sua storia è quella di chi ha vissuto in prima persona il dramma afghano, di chi non ha mai perso la speranza in un futuro migliore, di chi crede che lo sviluppo di Kabul debba passare dalle donne. Proprio per questa sua visione imperniata sulla speranza, il barnabita recanatese, grazie a una raccolta fondi dall’Italia, nel 2005 nel villaggio periferico di Tangi Kalay, ha aperto la Scuola della Pace; una scuola che accoglie alunni e alunne di tutte le età e la cui quotidianità è stata ritratta dagli scatti di Guido Picchio.
Tornando al titolo del Concorso letterario “Afghanistan, ieri, oggi e soprattutto domani”, guardando al 'domani', queste tre testimonianze, e le altre portate in occasione dell'evento, mantengono viva la prospettiva di una storia non tanto come evoluzione ineluttabile e lineare degli eventi, quanto piuttosto come una serie di fratture e salti dialettici che lasciano aperta la possibilità di una redenzione.
"Siamo nella più profonda ed estesa miniera di zolfo di Europa. Qui si viene a cercare la materia prima dell’acido solforico, prodotto base dell’industria chimica. Qui la Montecatini viene a cercare l’oro che lo zolfo ricorda anche nel colore, sebbene con un tono più livido".
Queste sono le parole con cui il poeta Gianni Rodari, nel reportage del 1952 "Viaggio sulla terra dei sepolti vivi", descrive la Miniera di Cabernardi, in provincia di Ancona.
Non tutti sanno che oggi in questa frazione di Sassoferrato è possibile inoltrarsi in una passeggiata tra quelli che sono diventati i resti, le ossature di un’archeologia mineraria e industriale che, per circa settant’anni, ha ridefinito il paesaggio fisico e sociale di quest’area. Qui, la suggestione estetica data dalle architetture superstiti si unisce a una presa di coscienza rispetto a un passato economico imperniato sull’attività di estrazione mineraria (zolfo, oro, ferro, carbone) che ha segnato profondamente - e anche drammaticamente - la storia di tutta l’Italia.
Una volta giunti a Cabernardi, la segnaletica annuncia immediatamente la sua identità fondante con la scritta “Benvenuti nel paese dello Zolfo” su uno sfondo giallo che ricorda appunto quello del cosiddetto "oro dei folli". Proseguendo a piedi, l’assetto urbanistico parla, tuttora, di una trascorsa vita sociale e famigliare scandita dal lavoro nel distretto minerario: un piccolo paese fatto di case, ognuna col suo lotto di terra, costruite lungo la strada principale che unisce la miniera di Cabernardi al nucleo antico del paese. Sempre lungo questa via, all’interno delle vecchie scuole elementari, che erano destinate ai figli e alle figlie dei minatori, oggi c’è la sede del "Museo della miniera di zolfo di Cabernardi".
Qui, è possibile acquistare il biglietto per il sito archeo minerario e per l’esposizione permanente, allestita all’interno del museo, con le sue preziose testimonianze fatte di documenti fotografici, articoli di giornale, oggetti del lavoro e di un originale percorso audiovisivo volto a restituire un’idea di quella che poteva essere la vita dei lavoratori.
Venendo alla storia della Miniera di Cabernardi, la scoperta del giacimento di zolfo avvenne verso la fine dell’Ottocento, quando ci si accorse che le giovenche della zona non si abbeveravano più dal corso d’acqua il quale si era tinto di un colore giallognolo ed emanava un forte odore. Dopodiché, intorno al 1870, iniziarono i primi sondaggi e nel 1886 venne ufficialmente aperta la miniera di Cabernardi. Successivamente fu acquistata dalla ditta Trezza-Albani; un passaggio di proprietà che implicò anche un aumento dei lavoratori i quali dai 200 iniziali arrivarono a ben 300.
Una svolta decisiva avvenne con l’acquisto da parte della Montecatini nel 1917 che impresse un’importante innovazione sia in termini di modalità estrattive, sia per quanto concerneva l’organizzazione del lavoro e le condizioni di vita dei lavoratori, non ultimo il paesaggio circostante.
A tal riguardo il percorso attuale all’interno del sito archeo minerario offre la possibilità di osservare da vicino proprio le strutture che testimoniano queste innovazioni. Si può vedere il pozzo "Donegani", dove i minatori scendevano nelle profondità della terra, a oltre 460 mt., per raggiungere le ampie gallerie che si snodavano sotto la superficie.
Si può tuttora osservare la centrale termica e i "calcaroni", dei forni caratterizzati da grandi vasche dove si depositava il materiale grezzo estratto dalle miniere. Qui, grazie a un processo di combustione, lo zolfo veniva separato e raccolto in forma liquida. Si possono inoltre ammirare i cosiddetti forni "Gill", delle strutture in muratura più moderne dei calcaroni, che svolgevano la stessa funzione con una tecnologia più avanzata. Inoltre, si può percorrere una galleria che collega i forni e i calcaroni.
Attraverso uno slancio immaginativo e i documenti fotografici, consultabili grazie al lavoro di archivio che gli addetti al museo hanno compiuto nel corso degli anni, è possibile conoscere la conformazione del paesaggio all’epoca: uno scenario lunare, a tratti avernale, tra una coltre di fumo densa e mefitica e continui rumori metallici di sottofondo.
Riprendendo il filo del racconto circa la nascita e l’evoluzione della miniera, poco dopo, la società Montecatini dà inizio ai lavori per la costruzione del primo villaggio dormitorio destinato ai minatori presso la località di Cantarino, un villaggio eretto dal nulla, tutt’oggi abitato e visitabile, costituito da sei piccoli fabbricati ad un solo piano, divisi in quattro unità, ognuna composta da due stanze, con i bagni esterni in comune.
In seguito vennero eretti gli edifici più alti ai lati; l’ultimo ad essere costruito, nel 1929, è il "Palazzo": una casa che domina le piccole case sottostanti. Le tre vie principali (Corso Tomatis, Via Rostan, Via Boschetti) e la piazzetta (Piazza Mezzena) sono intitolate ai dirigenti della Montecatini. Una realtà che vale la pena di visitare, ammantata da un silenzio suggestivo che avvolge i visitatori e li proietta in un'atmosfera sospesa in una sorta di neorealismo atemporale e che, tuttavia, è carica di storia.
Tornando alla "fucina" dello zolfo, durante la Seconda Guerra Mondiale questo minerale, elemento base della polvere da sparo, divenne ricercatissimo e la miniera conobbe dunque un ulteriore incremento. Nei mesi iniziali del 1952 la manodopera occupata era di circa 1.400 operai con una produzione media di 870 tonnellate di minerale. Per avere un’idea effettiva di tutto il funzionamento della Miniera di Cabernardi e della vita dei minatori, si consiglia di vedere questo suggestivo video muto dell'epoca (1924), ideato dalla Montecatini stessa per pubblicizzare la Società.
Nel dopoguerra, il calo di domanda dello zolfo, la minore disponibilità del minerale della miniera stessa e soprattutto la ricerca di soluzioni più economiche, come l’acquisto diretto dello zolfo dagli Stati Uniti, portarono la Montecatini ad un progressivo calo d’interesse del sito. Infatti, secondo il documento della Società Montecatini del 6 maggio 1952, le risorse minerarie erano in rapida diminuzione e si prevedeva così una netta diminuzione della produzione con la conseguente drastica riduzione del personale.
La scelta dell’azienda provocò grandi proteste da parte dei lavoratori sfociate in scioperi e nell’occupazione della miniera da parte di 337 minatori la sera del 28 maggio del 1952; mentre 176 lavoratori rimasero al 13° livello, 500 metri sottoterra, gli altri 161 vigilavano sulla superficie.
La lotta durò 40 giorni e il 5 luglio i minatori misero fine allo sciopero convinti di aver ottenuto un accordo con la Montecatini. Invece, tornati in superficie, vennero licenziati in tronco. Di lì a pochi anni, la Montecatini chiuse definitivamente i battenti smantellando tutto e calando un pesante sipario sulla vita di tutti gli abitanti, che era fatta sì di sofferenza e miseria ma anche di feste e divertimenti collettivi. Un lottare fino a mettere a repentaglio la propria vita per un lavoro logorante, spesso mortale eppure diventato ragione di vita, d'identità.
Di quel periodo se ne occuparono i media nazionali e nel museo sono riportate le varie pagine dei giornali che denominarono la protesta “Lo sciopero dei sepolti vivi”, dato che molti minatori rimasero per oltre un mese sottoterra, all’interno della miniera.
Non solo la stampa ma anche il cinema se ne occupò; in particolare Gillo Pontecorvo il quale, proprio a Cabernardi, girò il film "Pane e Zolfo" del 1956, che documenta la vita nelle miniere di zolfo delle Marche negli anni Cinquanta e la dura lotta sindacale dei minatori contro la Montecatini. Qui di seguito potete osservarne un frammento:
Dunque passeggiare per questi luoghi significa attraversare il residuale, il resto archeologico che non è l’incompleto ma è la traccia superstite di un vissuto storico ed esistenziale trascorso nel sottosuolo, che chiama la riscoperta. Significa discendere, attraverso uno scarto temporale, nelle viscere della terra, nei meandri rimossi di una coscienza collettiva e privata, per poi uscire a “riveder le stelle”. Visitare Cabernardi è un atto se non dovuto, necessario.
(Foto scattate da Girolamo Filippo Colonna / Foto di repertorio e dall'alto concesse dal Museo dello Zolfo di Cabernardi)
Macerata è una città che ha molto da offrire (e anche da soffrire): un patrimonio storico e artistico di spiccato valore, un’università prestigiosa, numerose associazioni, ristoranti e locali che tengono viva la città, nonostante il grande esodo di attività commerciali dal centro storico. Ma è anche una città che ha diversi problemi, di non poco conto. Tra questi uno fa capo a un interrogativo che prende i toni di un cruccio generalizzato e che riguarda i parcheggi.
Chi arriva in auto a Macerata si trova davanti a un bivio: pagare caro per parcheggiare vicino o pagare quasi lo stesso per parcheggiare lontano? E se non si vuole pagare affatto, quali sono le opzioni?
La situazione è diventata insostenibile per molti cittadini che ci hanno inviato segnalazioni a raffica sul tema, considerando il pianoparcheggi attuale ingiusto e dannoso per la città.
Prima di riprendere gli interrogativi iniziali, riteniamo importante dire che la rosa demografica da cui si è innalzata questa voce di disagio, che abbiamo raccolto, va dai giovani studenti universitari i quali, dai paesi limitrofi, devono recarsi presso l’università, ai visitatori di passaggio o quelli che più volte a settimana passano per la città, fino ai pensionati. Val la pena dire, perché non tutti ne sono a conoscenza, che esiste un abbonamento mensile per i parcheggi al costo di 40 euro.
Se si esclude chi non vuole impegnarsi mensilmente col pagamento di questa cifra, la restante parte, nel corso degli anni, ha assistito a una metamorfosi cromatica di numerosi posteggi che da bianchi via via si sono tinti di blu, diventando a pagamento. Basti pensare solamente a tutta la zona del Terminal, nei pressi di piazza Pizzarello e dintorni (una zona storica che dire poco curata è prossima all’eufemismo con le sue mega strutture logore e abbandonate), fino al parcheggio che occupa tre quarti di Piazza della Libertà, inizialmente gratuito, a cui si era attribuita l'eroica missione di risollevare le sorti commerciali del centro e che oggi invece ha il prezzo di 2 euro l’ora.
Proprio il titolare di un’attività in pieno centro ci ha segnalato come l’imposizione delle strisce blu, non solo nelle zone centrali ma anche fuori della cinta muraria, penalizza il passaggio di persone e dunque anche di potenziali clienti: "Chi sceglie Macerata come meta, deve essere accolto non ostacolato; soprattutto in una città dove i locali stanno chiudendo uno dopo l’altro. A Civitanova, che ha lo stesso numero di abitanti, ci sono molti parcheggi gratis".
Non si discute tanto sul fatto che la legge permetta la quasi totale mancanza di aree gratuite in cui poter lasciare l’auto quanto piuttosto la visione e l’impronta che un comune vuole imprimere alla città. Visione non solo concettualmente ostile, ma che ha anche delle ripercussioni concrete.
Messa in luce questa predominanza delle cosiddette "strisce blu", l’altra questione riguarda il loro costo; si è assistito a un progressivo aumento che ha coinvolto anche i parcheggi più lontani quali "Garibaldi", la cui tariffa giornaliera è raddoppiata, passando dai 3 ai 6 euro, il parcheggio "Centro Storico" e quello dello "Sferisterio" che hanno innalzato il loro costo a 1 euro all’ora.
Lungo la via sottostante i terrazzamenti del parcheggio Garibaldi abbiamo incontrato una signora, reduce da una passeggiata in centro per il mercato, che si è lamentata proprio di questo ingiusto e insensato aumento. Non solo, sempre la stessa ha segnalato il fatto che questo rincaro non sia minimamente adeguato alle condizioni in cui verte la strada: un tratto in balia di erbacce che arrivano all’altezza della portiera, restringimenti per la presenza di rami e arbusti, con la conseguenza che le persone sono costrette spesso a camminare dove transitano le auto.
Proseguiamo e incontriamo una studentessa universitaria che, trafelata, ci dice di aver lasciato la sua vettura in fondo alla via, oltre le fonti, laddove l’asfalto si unisce a una natura agreste, e le auto, in fila su ambo i lati, sono costrette a sfidare i fossi e le multe dei vigili, che fioccano sempre più. Una fila che inizia dall'ingresso di via dei Velini lungo la quale, prima della temibile schiera blu, tutti sperano di trovare posto. Anche qui, si conferma una ritrosia a utilizzare la vernice bianca, data la totale evanescenza di posteggi tracciati.
Inoltre, un signore ha lamentato il malfunzionamento periodico dei parcometri cittadini abilitati al pagamento con carta (una modesta minoranza del totale) e, nella fattispecie, per quanto riguarda il parcheggio Garibaldi ci ha detto: "Questa mattina non avevo con me le monete, per cui ho inserito la carta di credito ma ho avuto difficoltà a selezionare l’orario per via dei tasti consumati".
Concludiamo con un interrogativo di un'intervistata, sperando rilanci la questione e non finisca nell’incuranza (parente dell’incuria): «Dove sono finiti i parcheggi gratuiti nei pressi del centro di Macerata?»
Si è tenuta, nel pomeriggio, presso la sede Inps di Macerata, la conferenza stampa per la presentazione del rendiconto sociale provinciale del 2022 che si terrà presso la Biblioteca Mozzi Borgetti giovedì 13 ottobre.
A intervenire si sono succeduti rispettivamente Ubaldo Camilletti, presidente dell'Ufficio Rapporti con il pubblico, il direttore provinciale Marco Mancini, Domenico Ticà presidente del Comitato Provinciale ed Elisabetta Cristallini, vice presidente del Comitato provinciale in rappresentanza delle parti datoriali.
Il direttore Mancini ha iniziato il discorso partendo proprio dal fascicolo del rendiconto sociale dell'anno 2022, specificandone la direzione: "Si tratta di volgere lo sguardo ai fini di un miglioramento futuro che nell'Inps è segnato dalla tecnologia e dalla digitalizzazione, sia in riferimento al canale del cliente interno sia di quello esterno".
Per quanto concerne l'uso delle tecnologie si è posto un focus sulla "grande scommessa" dello smart working in termini di qualità e produttività del servizio erogato. Una nuova prospettiva lavorativa i cui vantaggi devono ancora essere valutati, ma a cui si guarda con fiducia in vista del futuro prossimo.
Inoltre sono state menzionate le innovazioni che hanno interessato l'app Inps rivelatasi strumento indispensabile per la presentazione telematica delle domande di accesso ai servizi offerti dall'ente, oltre che per consultarne lo stato d'avanzamento. Sempre il direttore provinciale Mancini ha ribadito l'importanza del progetto "Open Data", definito un "cavallo di battaglia", consistente nella condivisione delle informazioni e dei dati con le altre amministrazioni pubbliche.
"Guardando al nostro interno - ha spiegato Mancini - abbiamo cercato di utilizzare al massimo il fascicolatore elettronico che si traduce nella digitalizzazione del documento perché crediamo nella dematerializzazione dei documenti. Questo sia nell'ottica di un risparmio dei materiali, perché l'archivio costa e ha dei pericoli, sia in quella di gettare un ponte sulle strutture lavorative dove per lo smart working è necessario che il fascicolo sia consultabile da tutti".
In seguito, a prendere la parola è stato Domenico Ticà, il quale, si è soffermato sulla natura stessa del rendiconto che "dà la misura dello stato di salute dell'economia e della società. Infatti non esiste un cittadino italiano che non sia, almeno una volta, passato per un servizio erogato dall'Inps".
Inoltre Ticà ha messo in luce la funzione del Comitato provinciale: "Nel comitato vengono rappresentate tutte le istanze, non solo quelle di parte sindacale ma anche datoriale oppure di progetti istituzionali - ha proseguito -. In quella sede c'è un confronto, dove vengono presentate le valutazioni che nella società si svolgono. Per noi dunque è molto importante il rapporto con i patronati".
Infine, ha ricordato come l'Inps di Macerata sia "il più digitalizzato d'Italia". A chiudere la conferenza Elisabetta Cristallini, che ha spostato l'attenzione sul lato imprese, in quanto rappresentante dell'associazione di categoria, ponendo l'accento su come quest'ultime siano il maggior cliente dell'istituto. Sfogliando i dati, ha fatto presente come "la richiesta di un contatto diretto sia aumentata, sia per il superamento dell'emergenza epidemiologica sia per un'esigenza comunicativa".
In pochi sanno che in Europa esistono le 'Banche del Tempo'; una realtà dal nome evocativo e meritevole di approfondimento presente anche nella città di Macerata.
Per quanto riguarda la sua origine, questa affonda le radici nel territorio della Gran Bretagna degli anni '80 dove nacque un movimento di piccole comunità che decisero di scambiarsi tempo, saperi e beni senza usare il denaro. Questa comunità no-profit risponde al nome di Lets, acronimo di Local Exchange Trading System e si è formata come reazione alla crisi sociale ed economica provocata dalle politiche neoliberiste, che hanno ridotto i servizi pubblici con conseguente aumento della povertà.
Un sistema che non è solo soluzione di emergenza, ma anche proposta di un’economia “alternativa”, imperniata sul principio di solidarietà e risocializzazione.
Successivamente, l’idea dei Lets si diffonde in altri paesi come la Francia, dove prende il nome di Sel, acronimo di Système d’Echange Local. Da questi sistemi francesi, che si connotano per un carattere meno politico dei Lets, è derivato il modello delle Banche del Tempo.
In Italia il primo progetto finalizzato a creare una Banca del Tempo nasce a Parma, nel 1992, per iniziativa di un dirigente sindacale, ma la prima vera Banca del tempo nasce a Sant'Arcangelo di Romagna, nel 1995.
Per saperne di più abbiamo intervistato Anna Capitani, la presidente di questa realtà maceratese che ha lavorato presso l’Università degli studi di Macerata e che ha dedicato la propria vita a scrivere raccolte in versi che hanno ottenuto importanti riconoscimenti letterari.
Ci ha spiegato com’è nata la Banca del Tempo a Macerata, mettendo in luce il principio su cui si regge che, in questo caso, coincide anche con la finalità: "Quando, con il vice presidente Alberto Rossi, all’incirca nel 2009, abbiamo fondato la Banca del Tempo lo abbiamo fatto con l’intento del mutuo soccorso, dell’aiuto. L’aspetto più importante della vita è proprio l’aiuto reciproco che ognuno di noi può ricevere e dare. Questa è la regola fondamentale della vita, che ne sostanzia la sua totalità. Allontanandosi da tutto questo non esiste più niente".
Entrando più nel merito del suo funzionamento, delle attività e servizi offerti, va detto che queste banche sono organizzate allo stesso modo degli istituti di credito con la differenza che le transazioni si basano sullo scambio del tempo, non su quello del denaro.
In sintesi chi aderisce, specifica quali attività e/o servizi intende svolgere e apre un proprio conto corrente dove anziché gli euro, si depositano le ore che si hanno a disposizione.
In questo modo dunque c’è un reciproco aiuto tra i soci; ad esempio chi ha offerto un servizio con un tot di ore, a sua volta, riceverà un corrispettivo credito temporale da spendere in base al servizio di cui ha bisogno. Tuttavia, non è necessario restituirlo univocamente alla persona che lo ha fornito: è la banca a gestire la circolazione attività-ore.
Ad esempio, "Giada" (nome di fantasia, ndr) apre un conto di x ore offrendosi come insegnante d’inglese. A questo punto la banca mette in contatto Giada con Carlo, altro socio, che ha bisogno di migliorare il suo inglese. E la signora Giada come recupera le ore messe a disposizione?
In base alla sua necessità, per esempio qualcuno che le poti le piante del suo giardino, la banca contatterà un socio disponibile a compiere questo servizio. Va specificato che "possono subentrare - spiega Anna Capitani - anche i familiari della persona per ricambiare lo scambio” e che il servizio offerto può essere “indipendente rispetto al ruolo, al mestiere che la persona riveste nella vita sociale e lavorativa”.
Nella fattispecie, per quanto concerne le attività svolte nel territorio di Macerata, la Banca del Tempo ha collaborato per un importante periodo, quando come referente ai servizi sociali c’era Brunetta Formica, con il Comune di Macerata sia in ambito sociale sia in quello culturale.
Per quanto riguarda quest’ultimo si è distinta per molte attività, tra cui l’organizzazione di eventi gravitanti attorno allo Sferisterio, all’opera lirica, alla lettura di poesie per un pubblico di bambini dai 0 ai 12 anni presso la Biblioteca Mozzi Borgetti, riscuotendo un notevole successo.
Inoltre, prestando particolare attenzione e sensibilità alla componente demografica del territorio, che vede una popolazione a maggioranza anziana, per circa cinque anni la banca ha fornito uno 'scambio' al comune di Macerata accompagnando gli anziani alle terme di Sarnano e di Tolentino. A bordo di ogni pullman vi erano due associati che seguivano le persone quando dovevano fare le cure dando così assistenza.
Tra le altre attività si possono citare i convegni organizzati nel difficile periodo pandemico, con gli interventi di medici, psicologi, avvocati, sui pericoli, non solo di salute, ma anche a livello psicologico, morale e alimentare in quel lungo e sofferto periodo. La presidente ci ha parlato anche di un progetto, svolto in collaborazione con la Regione Marche, in cui la Banca del tempo di Macerata ha avviato una collaborazione come partner con l’Ircr, all’epoca presieduto da Giuliano Centioni che diede una preziosa testimonianza sulla vita delle persone sole e anziane.
La società esiste dove esistono gli scambi e gli scambi che avvengono nella Banca del Tempo sono scambi dove la dimensione temporale si libera della visione standardizzata e si libra in direzione di un tempo ritrovato nell'altro, in sé stessi.