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Sicuri oltre le apparenze: dall'umiltà socratica al coraggio di Brown, fino all'accettazione della mutevolezza di Galimberti

Sicuri oltre le apparenze: dall'umiltà socratica al coraggio di Brown, fino all'accettazione della mutevolezza di Galimberti

Una sicurezza alimentata da like e filtri su Instagram è reale? Esiste un confine tra una finta fiducia in sè, basata su approvazione altrui, pura espressione di un forte ego e quella vera, interiore che nasce da una consapevolezza che non teme di mostrare fragilità o crepe dell’immagine.

Mentre la prima è debole ed ha bisogno di conferme, crollando al primo errore, la seconda è resiliente e si rafforza con le avversità.

Essere sicuri significa esporre le proprie imperfezioni con empatia ed umanità, vivere l’incertezza con equilibrio, accettando il dubbio e la vulnerabilità. Richiede di saper convivere con la possibilità del fallimento, con la serenità di chi crede nella crescita.

Socrate fu il primo a demolire l’illusione di una certezza apparente. Quando disse “So di non sapere” espresse un concetto di sicurezza nell’ammettere i propri limiti, che permettono di progredire, lontano da chi con arroganza ostenta ciò che non è e che, volando troppo in alto, rischia di cadere.

I greci compresero che la temperanza nell’integrare anima e corpo può costituire la radice della grandezza di chi non si vanta, ma sa trovare un proprio equilibrio, misurandosi con un universo imprevedibile.

Oggi la ricercatrice americana Brenè Brown parla del “potere della vulnerabilità”, che non è debolezza, ma espressione di forza di chi non ha bisogno di ostentare perfezione ma preferisce vivere pienamente, di chi si espone emotivamente con coraggio e di chi ammette paure o errori, rischiando di non essere accettato o venire giuducato.

Alla base c’è l’amore per se stessi e per le proprie imperfezioni, che si contrappone alla rigidità della finta forza.

Solo dove ci si mette in discussione si ha la possibilità di crescere con autenticità. Chi evita il rischio e si chiude nella convinzione di un’illusoria perfezione è destinato ad una vita a metà.

La vulnerabilità non è minaccia, ma fonte di connessione autentica, perché nella compassione per il limite umano si vverte un senso di appartenenza.

In linea con la Brown, il filosofo Umberto Galimberti ci insegna che bisogna saper abitare la propria precarietà, anche nella coppia, nella quale, in nome di una sicurezza immobilizzante, si evita il desiderio vero.
Si accetta, così, una noia confortevole, invece di una passione che non ha regole, quindi temibile.

Nelle relazioni si tende a ignorare i cambiamenti dell’altro per paura di rinunciare a ciò che è prevedibile e rassicurante, tendiamo a cristallizzare la coppia in una tenerezza sicura, ma priva di desiderio.
Si rinuncia alle emozioni forti perché portatrici di vulnerabilità.

Galimberti invita alla vera sicurezza che non significa difendere la stabilità, ma accettare la mutevolezza dell’essere umano e dell’esistenza imprevedibile.

La stabilità emotiva nasce da una voce che sa esprimere i propri bisogni, che non teme di parlare per paura di essere giudicato o allontanato.

Chi è sicuro rischia il rifiuto in nome di una crescita e condivide le proprie emozioni con connessione empatica. Sa mettere confini chiari, non li testa semplicemente, discute per risolvere e non per non sentirsi sbagliato.

 

La sicurezza non arriva da un partner affidabile o dalle continue rassicurazioni, ma nasce quando smetti di fingere di essere chi non sei, in nome di una noia protettiva.

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