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Politica

EDITORIALE - Quando la politica se ne infischia del popolo (VIDEO)

EDITORIALE - Quando la politica se ne infischia del popolo (VIDEO)

Se questo spettacolo in scena nel teatro dell'assurdo fosse un film, si chiamarebbe "Gioco di Ombre". Un teatrino ambulante con picchi da commedia napoletana nel quale solo uno Scherlock Holmes della contemporaneità potrebbe riuscire a leggere tutti gli indizi che si stagliano dietro la quarta fumata nera consecutiva per le elezioni del Quirinale.

Non c'è un partito politico che si stia distinguendo per il suo buon operato. E le ragioni di questo stallo non sono da ricercarsi nell'attuale Governo di unità nazionale messo in piedi con Draghi al comando, quanto nelle elezioni che hanno travolto la politica italiana nel marzo del 2018. Una data che sembra essere preistoria nella fluidità e nel trasformismo degni del Connubio cavouriano cui ci ha abituati la classe dirigente del nostro Paese. 

Nelle ultime elezioni, il centrodestra compatto (Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia e UdC) aveva ottenuto 137 senatori e 265 deputati. Il centrosinistra (PD e altre liste minori) 60 senatori e 122 deputati. Il Movimento Cinque Stelle, da solo, 112 senatori e 227 deputati. Un boom assoluto (il 32%) dimenticato - più o meno volontariamente - da molti commentatori politici.

La storia recente ha raccontato come le amministrative degli ultimi quattro anni e la fragilità politica del Movimento, abbiano innescato uno scisma all'interno della classe politica che sta tentando, adesso, di rimettere in piedi la contrapposizione centrodestra - centrosinistra. Andando alla ricerca del presidente migliore per riscrivere una nuova legge elettorale, di cui fin qui si fatica a parlare di fronte le telecamere ma che sarà il secondo atto, dopo l'elezione al Quirinale.

Il primo passo resterà invece la suddivisione dei 40 miliardi di euro in arrivo nel 2022 con la seconda rata del PNRR. Una poca chiarezza sull'utilizzo della prima tranche sulla quale cadde il Governo Conte - bis per mano di Matteo Renzi; fondi dei quali oggi non si sente più parlare in Parlamento. Perché è questo che si sta disperatamente cercando di addentare per restare a galla nel mare di merda in cui gli italiani continuano a galleggiare a vista chiedendo aiuto alle istituzioni.

Prassi in un sistema democratico del quale la stessa politica se ne infischia. E se ne infischia da dentro i suoi palazzi. Se ne infischia davanti le telecamere. E ai colleghi che chiedono se sia giusto questo stallo delle cose, i politici scaricano altrove le loro responsabilità. I nomi di questo scempio vanno ricordati. Nell'ordine: Matteo Renzi, Matteo Salvini - un personaggio che studia da leader ma che continua ad essere divisivo nella sua personale battaglia contro Giorgia Meloni -, Luigi Di Maio - entrato in Parlamento come trasformatore e diventato trasformista. Un centrosinistra, in blocco, inesistente.

Ultimo, e non ultimo, Silvio Berlusconi. Di lui ci eravamo dimenticati, perso tra senilità e divertimenti da Paese del Bengodi, prima che il suo nome sbucasse tra le ombre della politica italiana per l'elezione al Quirinale. Un teatro dell'assurdo nel quale anche un pluricondannato può concedersi il lusso di candidarsi a tale onore. Dimenticando che la fase acuta di instabilità politica della storia recente italiana è attribuibile proprio al suo (non) operato degli ultimi 20 anni.

Inoperosità che hanno costretto l'Italia a Mario Monti, prima, e Mario Draghi, poi. Con il Napolitano bis al Quirinale e la stessa richiesta che in queste ore preme sulle spalle di Sergio Mattarella. Per una politica che continua a non saper scegliere, con una pandemia in atto, i venti di guerra che spirano più forti che mai dall'Est Europa e la popolazione in ginocchio. E, sinceramente, di questo gioco di ombre fatto di nomi bruciati e teatrini quotidiani davanti le telecamere, il popolo ha ormai il voltastomaco.

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