Una donna, mille aspettative e il diritto di scegliere. La lezione attuale di Sibilla Aleramo
Essere una donna è complicato. Essere la donna che tutti si aspettano, probabilmente, è un lavoro a tempo pieno. Senza ferie, senza straordinari e con un pubblico sempre pronto a compilare la scheda di valutazione. Il problema è che nessuno ci ha mai consegnato il contratto.
Sibilla Aleramo conosceva bene questo meccanismo. E lo raccontava già nel 1906, quando pubblicò Una donna, un romanzo destinato a mettere in discussione molte delle certezze della società del suo tempo. La sua storia passa anche dalle Marche, precisamente da Porto Civitanova, dove arrivò ancora ragazzina, nel 1888, insieme alla famiglia. Allora si chiamava Rina Faccio. Aveva sogni, curiosità e una vita ancora tutta da immaginare. Ma proprio a Porto Civitanova la sua esistenza conobbe alcuni degli avvenimenti che avrebbero segnato profondamente la sua formazione e alimentato, anni dopo, la materia autobiografica del romanzo.
Una violenza subita durante l'adolescenza, un matrimonio soffocante, la maternità, il peso delle convenzioni. E soprattutto una domanda che sarebbe diventata centrale nella sua esistenza: quanto di noi stesse possiamo sacrificare prima di smettere di riconoscerci? In Una donna, Aleramo racconta la progressiva conquista di una consapevolezza. Non quella di una donna che improvvisamente smette di amare, ma di una persona che comprende quanto sia pericoloso confondere l'amore con l'annullamento di sé. La sua decisione di lasciare il marito comportò anche la dolorosissima separazione dal figlio. Una ferita che non può essere liquidata con qualche frase motivazionale sul coraggio di ricominciare. Perché la libertà, nella vita reale, non arriva sempre accompagnata da un lieto fine. E nemmeno da una colonna sonora particolarmente incoraggiante. E oggi?
Nel 2026, una donna dovrebbe essere indipendente, comprensiva, ambiziosa, presente, emotivamente equilibrata e possibilmente capace di leggere nel pensiero. Il tutto senza lamentarsi, perché altrimenti diventa complicata. Curioso come le aspettative siano infinite, mentre la pazienza dovrebbe essere inclusa nel pacchetto base. Anche nelle relazioni sentimentali sembra esistere un manuale invisibile del comportamento corretto.
Se una donna resta in una relazione difficile, qualcuno le domanda perché non se ne vada. Se decide di andarsene, qualcun altro le rimprovera di non aver lottato abbastanza. Se perdona, è ingenua. Se non perdona, è rancorosa. Se aspetta, non ha amor proprio. Se smette di aspettare, evidentemente non amava abbastanza. Insomma, qualunque strada scelga, c'è sempre qualcuno convinto di conoscere quella migliore. Generalmente senza aver percorso nemmeno un metro della sua. Ma chi stabilisce che il coraggio debba avere una sola direzione?
Ci sono donne che devono trovare la forza di andarsene. Altre che scelgono di restare, affrontando difficoltà che dall'esterno nessuno conosce davvero. Naturalmente, non tutte le situazioni sono paragonabili. Restare in una relazione segnata dalla violenza e dalla sopraffazione non equivale ad attraversare una crisi sentimentale. E la vicenda di Aleramo ci ricorda quanto possa essere necessario sottrarsi a un rapporto che nega la propria libertà. Ma ci ricorda anche qualcosa di più universale: nessuno dovrebbe decidere al posto nostro quale sacrificio sia accettabile e quale desiderio meriti di essere ascoltato. Forse è proprio questo il punto che rende Una donna ancora così attuale.
Non la pretesa che tutte le donne facciano la stessa scelta, ma il diritto di poterla compiere senza essere definite esclusivamente dal giudizio degli altri. Da Porto Civitanova, oltre un secolo fa, Sibilla Aleramo iniziò un percorso che l'avrebbe portata a diventare una delle voci più importanti dell'emancipazione femminile italiana. Oggi abbiamo conquistato molte libertà che lei poteva soltanto immaginare. Ma continuiamo spesso a chiedere alle donne di giustificare ciò che desiderano, ciò che rifiutano e persino ciò che sono disposte a perdonare. E naturalmente, dopo aver spiegato tutto, sarebbe gradito anche un sorriso. Non vorremmo sembrare complicate. Forse la vera rivoluzione non consiste nel dimostrare di essere sempre forti, sempre giuste, sempre impeccabili. Forse consiste nel poter essere semplicemente persone. Con le proprie contraddizioni, i propri errori, le proprie scelte. Anche quando non piacciono a nessuno.
Perché, dopo più di un secolo, la domanda non è soltanto quante libertà abbiano conquistato le donne. È quante volte debbano ancora chiedere scusa per averle esercitate.

cielo coperto (MC)
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