Un’esperienza “strana ma bellissima”, vissuta quasi senza aspettative. I CaPaBrò, band rock marchigiana con radici tra Jesi e la provincia di Macerata, tornano dal San Marino Song Contest con un brano che non lascia indifferenti: “Lavorare fa schifo”, titolo diretto e provocatorio, cantanto in classica uniforme da impiegato, che già di per sé racconta la loro presa di posizione sul mondo del lavoro contemporaneo. La band ha raggiunto le semifinali, portando in televisione un pezzo che unisce denuncia, riflessione e ironia.
(Il video della loro esibizione)
Abituati a contesti più underground, tra circoli, festival e palchi indipendenti, il salto in un evento televisivo è stato netto: “Per noi era una prima volta in un contesto televisivo così – raccontano – veniamo da realtà più piccole, dai circoli, dai festival, dall’underground. È stato strano, ma il clima era davvero bello”.
Una scelta controcorrente, che li ha distinti anche nel panorama della gara. Senza volerlo sottolineare direttamente, il riconoscimento è arrivato soprattutto dal pubblico: tra i commenti, in molti hanno evidenziato come fosse uno dei pochi brani con un messaggio sociale forte. “A prescindere dal contesto, noi non cerchiamo compromessi. Anzi, portare un pezzo così in televisione è stato ancora più stimolante”.
Ma “Lavorare fa schifo” non è solo uno slogan: è insieme provocazione e denuncia, come ammettono gli stessi CaPaBrò: “È entrambe le cose. Una provocazione ma anche un giudizio reale sul mondo del lavoro di oggi”. Nel testo infatti emergono temi concreti: precariato, lavoro nero, salari bassi, mancanza di tutele. Ma anche una critica più ampia a una narrazione radicata, quella secondo cui i giovani “non hanno voglia di lavorare”. ““Non è che i giovani non hanno voglia di lavorare – spiegano – non hanno voglia di lavorare in certe condizioni, quelle che il sistema attuale ha reso possibili, facendole diventare la normalità, ma in realtà rappresentano l’anormalità. Il lavoro non può diventare vita, non può diventare identità, non può diventare competizione, non deve essere sfruttamento. Lavorare in queste condizioni i giovani, per fortuna, dicono di no”.
C’è poi un’immagine che attraversa tutto il brano: quel “giorno rosso di primavera” cantato nel ritornello che si stampa subito in testa e che può avere diverse interpretazioni: un giorno rosso sul calendario, ma anche un riferimento alla “rossa primavera” dei canti partigiani. “Onestamente, quando l’abbiamo scritto, non avevamo pensato a un giorno festivo. Ma in realtà ha senso: può essere interpretato come un giorno non lavorativo, così importante da cui, metaforicamente, ognuno sarebbe disposto anche ad andare in galera pur di non lavorare”. Ma non è l’unica lettura possibile. “C’è un altro livello di significato legato alla ‘rossa primavera’: un richiamo al nostro mondo, alla nostra storia, ai luoghi in cui viviamo, che si intreccia nel verso successivo al colore rosso del sangue di chi ha perso la vita sul lavoro”, aggiungono. Nel testo infatti c’è anche un riferimento esplicito a uno dei temi più drammatici: le morti sul lavoro. “In Italia muoiono in media tre persone al giorno sul lavoro – sottolineano – parliamo di circa mille morti l’anno. È una cosa che non è accettabile”.
Un’altro passaggio interessante del brano è il rifiuto al doversi sentir dire che “la libertà è lavorare”. Alla domanda su quali sono le libertà che abbiamo oggi rispondono: “Sicuramente quella di poter dire no. Possiamo rifiutare un turno, una connessione tossica, un certo tipo di lavoro, accettare o meno condizioni che ci sembrano diseguali”. Ma la libertà non si ferma al lavoro. “Abbiamo la libertà di avere un’identità fuori dal lavoro – continuano – di suonare, scrivere, organizzare una festa con gli amici, amare qualcuno, prenderci tempo per noi stessi, viaggiare. Sono libertà che purtroppo spesso non ce ne rendiamo conto”. Per la band dunque la vera emancipazione sta nel riconoscere queste possibilità e farle vivere, anche a costo di andare contro la routine imposta dal sistema.
Oltre a permettergli di dire in diretta Rai che “lavorare fa schifo” e spiegarne le ragioni, la partecipazione al San Marino Song Contest ha aperto anche nuove opportunità dal vivo alla band.“Non dovevamo andare in tour ora – spiegano – ma si è creato interesse attorno al brano e stanno arrivando tante richieste”. E per una band abituata al palco, la scelta è stata naturale: “Noi viviamo di concerti, non potevamo tirarci indietro”. Sono già in programma date in tutta Italia, da Latina a Torino, passando per Bari, Genova e Perugia, con un’estate che si preannuncia intensa.
Oltre al rock made in Marche, sul palco di San Marino insieme ai CaPaBrò c’erano anche altri pezzi della nostra regione. “Intorno avevamo un intero team di marchigiani che ha lavorato con noi: dalla scrittura del brano, agli arrangiamenti, alla produzione, fino allo studio, il Potemkin Studio di Andrea Mei, ma anche tutte le persone che ci hanno supportato negli outfit, come Aurora Marinelli. Non eravamo solo noi sul palco, ma tante personalità delle Marche che hanno lavorato insieme a noi. Conquisteremo anche questa piccola repubblica” – scherzano, o forse no.
POTENZA PICENA – Per una settimana, la costa maceratese cambia volto e si tinge di verde. Non è un gioco di luci né un effetto speciale: è lo spirito di San Patrizio che soffia fino all’Adriatico, trasformando l’O’Connel Irish Pub in un autentico frammento d’Irlanda.
Nel giorno dei festeggiamenti per il santo patrono, siamo stati qui con le nostre telecamere e fotocamere per raccontare e catturare l’atmosfera.
Entrare nel locale è come varcare una porta invisibile: fuori Porto Potenza, dentro Dublino. Legno caldo, luci soffuse, il vociare allegro di chi brinda e ride. Un’atmosfera che, come spiegano i protagonisti del locale, richiama uno stile di vita ben preciso: “Gli irlandesi sembrano essere tutti amici e sono tutti felici, dalla mattina alla sera. Il pub irlandese racchiude proprio questo stile di vita”. Un legame che non è solo evocativo ma anche reale: Potenza Picena è gemellata con Templemore, cittadina irlandese, un ponte culturale che rafforza ancora di più questa immersione nell’isola di smeraldo.
A raccontare il cuore del progetto è Simone, titolare dell’O’Connel Irish Pub – oltre che della Locanda del Tavolo Matto – affiancato da Michele, responsabile del locale. “Per festeggiare San Patrizio, da lunedì fino a domenica tutte le sere abbiamo questo appuntamento con l’Irlanda – spiega Simone – dove tutti i giorni si potrà trovare la musica folk tipica irlandese, per concludere domenica con un tributo agli U2, la storica rock band dublinese”. La settimana musicale infatti si è aperta con Martin Warren e ha vissuto uno dei momenti più partecipati proprio nella serata di San Patrizio, animata dai Fraticelt. Il viaggio prosegue poi con i Be Folk, Jonfen e The Shamrock Tree, fino al weekend con i Runark il sabato e il gran finale di domenica con gli U2 Experience.
“Se è possibile venite tutti vestiti di verde per stare anche voi nell’atmosfera irlandese”, aggiunge Simone, sottolineando lo spirito partecipativo dell’iniziativa. Sette giorni consecutivi di musica, brindisi e festa, fino a domenica, per vivere Porto Potenza come se fosse Dublino.
A entrare nel dettaglio dell’offerta gastronomica invece è Michele, responsabile del locale. “Il più famoso di tutti probabilmente è il Guinness Stew – spiega – lo stufato di manzo, viene cotto all’interno della birra 4-5 ore, rimane una carne molto tenera e particolare. Consiglio a tutti di assaggiarla”. Accanto ai grandi classici come Fish and Chips e Cottage Pie, spazio anche a una proposta speciale pensata per la settimana: “Abbiamo proposto una nuova ricetta, che è il Limerick Ham, un taglio di prosciutto con una riduzione all’arancia, molto buono, da assaggiare”. Deliziosi anche i dolci, in particolare l'Irishmisù: un tiramisù cremoso con l'aggiunta del Bayles, il famoso liquore irlandese a base di whiskey e crema di latte.
È ancora Simone a ripercorrere la nascita del locale, inaugurato circa un anno fa proprio nel giorno del suo compleanno. “Qui sorgeva un ristorante pizzeria storico, la Taverna Tre Corone, che conoscono tutte le persone della zona – racconta –. Dopo tanti anni i proprietari hanno deciso di cedere e, vista la conformazione del locale, che era tutto di legno, si prestava molto a questa tipologia”. Una scelta maturata anche grazie all’esperienza diretta: “Siamo andati qualche volta in Irlanda, prima di aprire e anche dopo, per cercare di prendere al meglio l’atmosfera irlandese, di cui ci siamo follemente innamorati”. E i risultati sono già evidenti: “Neanche un anno è passato e siamo molto soddisfatti, cercheremo di fare sempre di più”.
Il nome del pub non è casuale e richiama una figura simbolo della storia irlandese. “Come fosse il nostro Garibaldi”, spiegano dal locale, riferendosi a Daniel O’Connell, politico e avvocato noto come “Il Liberatore”, protagonista dell’emancipazione dei cattolici irlandesi nel 1829 e punto di riferimento del nazionalismo non violento.
A completare l’esperienza è l’offerta brassicola, raccontata da Lorenzo, esperto di birre del locale. “Tutte le birre esposte sono irlandesi – spiega – bassa gradazione alcolica, poco frizzanti, perché agli irlandesi piace bere tanto”. Dalla Guinness Stout, “la più famosa, quella che si conosce in tutto il mondo”, alle varianti più aromatiche, fino alla curiosità della settimana: “Questa è la birra verde, una simil lager un po’ più amarognola”.
Il racconto si chiude con una filosofia che va oltre il semplice locale. “La cosa che ci piace di più dell'Irlanda, oltre ai paesaggi, sono le persone”, spiegano Simone e il suo staff. Ed è proprio questo spirito che oggi rivive a Porto Potenza. Le porte sono aperte ogni giorno: “Vi aspettiamo qui all’O’Connel Irish Pub”. Il resto lo fa l’atmosfera. E una pinta alzata al momento giusto. Sláinte.
Nel corso della conversazione emerge una visione molto chiara del cinema: non come evasione, ma come uno strumento per interrogare il presente. Per Giulia Grandinetti i film più importanti sono quelli capaci di aiutare a orientarsi nel mondo e a non sentirsi soli. Una riflessione che arriva proprio alla vigilia della notte più importante per il cinema mondiale.
Tra poche ore, infatti, gli occhi dell’industria cinematografica saranno puntati sulla cerimonia degli Academy Awards, gli Oscar. Un appuntamento che quest’anno ha sfiorato da vicino anche il percorso della regista originaria di Potenza Picena, che abbiamo ospitato nel Picchio Podcast, il format di Picchio News dedicato alle figure più interessanti del territorio che hanno saputo affermarsi anche oltre i confini locali.
Negli ultimi anni il suo nome ha iniziato a circolare nei festival internazionali grazie ai suoi cortometraggi e in particolare a Majonezë, film che ha attraversato il circuito mondiale entrando nella corsa agli Oscar grazie alla vittoria in festival qualificanti, tra cui quello di Los Angeles. Ma dietro ai riconoscimenti c’è soprattutto una visione del cinema molto precisa: non tanto un traguardo, quanto un processo.
La storia di Giulia Grandinetti parte da una realtà piccola, quella di Potenza Picena. Un contesto lontano dai grandi centri cinematografici, ma proprio per questo fertile per l’immaginazione. «Da bambina passavo molto tempo a inventare giochi e storie con gli altri», racconta. «Sono cresciuta in un’epoca in cui non eravamo ancora sommersi dalla tecnologia e quella noia diventava quasi una necessità creativa».
Il primo contatto con il linguaggio delle immagini arriva presto, grazie al padre, appassionato di fotografia. A tredici anni le affida una videocamera di casa: da quel momento inizia a esplorare il mondo attraverso l’obiettivo. Non c’è però un momento preciso in cui decide di diventare regista. Piuttosto, un lungo atto di fiducia nel processo creativo. «Non ho mai creduto al risultato finale – spiega – ma alla necessità di provare. È stato un atto di fede nel processo. Ho avuto anche tanti fallimenti, ma sono stati fondamentali».
Curiosamente, una delle caratteristiche più singolari del suo percorso è proprio l’assenza iniziale di una formazione cinematografica tradizionale. «Sono cresciuta senza cinema», ammette. «Nel mio paese non c’era un cinema facilmente raggiungibile, quindi ho visto soprattutto film in televisione. Quando sono arrivata a Roma a diciotto anni per studiare recitazione mi sono accorta di avere enormi lacune».
I suoi coetanei citavano autori, correnti e film. Lei invece non aveva mai sentito nominare giganti come Fellini, Pasolini o Kubrick. «All’inizio mi sono sentita in difetto, poi ho capito che era anche una grande opportunità: potevo scoprire tutto da zero mentre iniziavo a fare i primi passi in questo mondo». Tra i pochi riferimenti dell’infanzia c’era Steven Spielberg, scoperto anche grazie alla serie Dawson's Creek, dove il protagonista Dawson Leery sognava di diventare regista.
Per Grandinetti il cinema non è mai un gesto puramente autobiografico. I film nascono piuttosto come strumenti per mettere sul tavolo domande collettive. «Cerco sempre di non parlare direttamente di me», spiega. «Mi interessa mettere al centro qualcosa che riguarda tutti e che possa far sentire le persone meno sole». Questo approccio si riflette anche nel suo modo di vivere il lavoro di regista: una continua attenzione ai dettagli. «Nella vita ho molti difetti», scherza, «ma quando faccio regia quei difetti diventano qualità. La mia pignoleria, per esempio, sul set diventa una risorsa».
Molti dei suoi lavori hanno esplorato universi distopici. Ma oggi, osservando il mondo contemporaneo, la regista ammette di sentirsi in una fase diversa. «Negli ultimi anni ho la sensazione che non ci sia più bisogno di inventare la distopia: la stiamo vivendo», riflette. Una riflessione maturata anche attraverso la lettura del sociologo Zygmunt Bauman, autore del concetto di “retrotopia”, la nostalgia per un passato percepito come più stabile rispetto a un futuro incerto. Da qui nasce una posizione sempre più esigente nei confronti del cinema. «Oggi sento il bisogno che i film si assumano una responsabilità rispetto al tempo che stiamo vivendo. Non importa il budget o la dimensione del progetto: conta la domanda che il film pone al mondo».
Il cortometraggio Majonezë è stato il progetto che più di tutti ha portato la regista marchigiana sulla scena internazionale. La partecipazione alla corsa agli Oscar è arrivata grazie alla vittoria in festival qualificanti, tra cui l’AFI Fest di Los Angeles. Da lì è partita una campagna di promozione durata circa un mese e mezzo tra New York, Los Angeles, Parigi e Londra. «Non abbiamo pensato agli Oscar come obiettivo finale», racconta.
«La cosa importante era continuare a far vedere il film». Negli Stati Uniti l’opera ha sorpreso molti spettatori per la sua natura europea e per il modo in cui è stata realizzata con mezzi limitati ma grande inventiva. «Lì sono rimasti colpiti anche dal retroscena della produzione. Noi europei spesso dobbiamo essere creativi perché abbiamo meno risorse». Il vero premio, però, non sono state le candidature o i riconoscimenti. «La cosa più bella è stata incontrare artisti con carriere straordinarie e poter parlare con loro del film. Anche solo prendere un caffè insieme e ascoltare le loro storie».
Tra gli incontri più sorprendenti del viaggio americano c’è quello con Oliver Stone, regista premio Oscar e autore di film come Platoon e JFK. Durante una cena tra amici, Stone – che aveva visto il corto – ha improvvisamente proposto un brindisi dedicato proprio a Majonezë. «Mi ha detto che trovava il film estremamente depresso e mi ha chiesto se fossi depressa anche io», racconta sorridendo. «Ma il fatto che un regista di quella statura si sia fermato a fare un brindisi per una regista emergente è stato incredibile».
Per Grandinetti momenti come questo dimostrano una cosa semplice: i grandi artisti restano profondamente umani. «Credo che abbiano bisogno di rimanere in contatto con il mondo reale. Altrimenti come potrebbero continuare a fare film che parlano del mondo?».
Dopo una trilogia di cortometraggi, la regista sta lavorando al suo primo lungometraggio, un progetto che porta avanti da diversi anni. La domanda centrale è tanto "semplice" quanto universale: che cos’è l’amore? «È un film che mi ha già insegnato moltissimo anche prima di essere girato», racconta. «Spero di realizzarlo presto». Nel cinema, del resto, il tempo ha ritmi molto diversi: tra scrittura, produzione, riprese e distribuzione possono passare anni. «È una sorta di condanna», scherza, «ma fa parte del processo».
Prima di chiudere, Grandinetti torna a parlare del territorio da cui tutto è iniziato. Le Marche negli ultimi anni stanno diventando sempre più un set cinematografico. Ma per la regista il vero valore non sta solo nei paesaggi. «Quando si sceglie un luogo per un film bisogna sentire che ha a che fare con la storia che si sta raccontando», spiega.
Secondo lei la regione custodisce un elemento ancora poco esplorato: una dimensione quasi mistica. «Le Marche hanno un’energia particolare che spesso viene raccontata solo come cartolina. In realtà c’è molto di più da indagare».
E forse è proprio qui che si misura il senso del percorso di Giulia Grandinetti. Non nei premi, nei festival o nella corsa agli Oscar che ha accompagnato Majonezë, ma nella domanda che continua a inseguire attraverso il cinema: che cosa può ancora dirci un film sul mondo che stiamo vivendo?
Per la regista marchigiana il cinema non è una fuga dalla realtà, ma uno spazio in cui provare a rimettere ordine dentro un tempo confuso. Un luogo dove porre domande, accendere discussioni, creare incontri. Anche scomodi. È forse questo il paradosso più affascinante del suo percorso: partire da una piccola città delle Marche, senza una vera educazione cinematografica alle spalle, e arrivare a dialogare con alcuni dei protagonisti del cinema mondiale.
Ma senza perdere quella stessa curiosità con cui, a tredici anni, prendeva in mano per la prima volta una videocamera per provare a raccontare una storia.
Perché alla fine, più che la carriera o il successo, ciò che sembra muovere davvero il suo lavoro è un’altra urgenza: continuare a cercare immagini e storie capaci di restituire un senso al presente. Anche quando quel senso, come accade spesso nel cinema migliore, non arriva come una risposta ma come una domanda che resta aperta.
CIVITANOVA - Dopo il dibattito acceso negli ultimi giorni sullo stato di salute del commercio cittadino, alimentato anche dal censimento delle vetrine realizzato dall’associazione ViviAmo Civitanova APS (LEGGI QUI), arriva la risposta del sindaco Fabrizio Ciarapica, che invita a leggere i dati all’interno di un quadro economico più ampio.
Secondo il primo cittadino, le difficoltà del commercio non riguardano solo la realtà locale, ma sono il risultato di trasformazioni globali che stanno cambiando profondamente il settore. «Il commercio a livello mondiale ha subito negli ultimi anni profonde trasformazioni – spiega il sindaco – soprattutto legate all’online, all’e-commerce e ai nuovi stili di vita. È un fenomeno sotto gli occhi di tutti».
Allo stesso tempo, però, Ciarapica respinge una lettura eccessivamente negativa della situazione cittadina, rivendicando il ruolo di Civitanova come uno dei poli commerciali più forti dell’area adriatica. «Civitanova – afferma – rappresenta comunque una città conosciutissima per la sua vivacità e dinamicità, soprattutto dal punto di vista commerciale. Tutte le più grandi monomarche hanno scelto di aprire qui». Tra gli esempi citati dal sindaco c’è anche la recente apertura di KFC, catena internazionale del fast food, che ha scelto proprio Civitanova per il suo primo punto vendita nelle Marche, affiancandosi ad altri grandi marchi già presenti in città.
Il sindaco riconosce che nel centro urbano si registrano chiusure di negozi tradizionali, ma le interpreta come parte di una trasformazione del tessuto commerciale. «Chiudono attività storiche che purtroppo non riescono più a competere con logiche di mercato ormai mondiali – spiega – ma allo stesso tempo aprono nuove attività innovative, soprattutto legate ai consumi fuori casa o al food e beverage». Secondo Ciarapica questa capacità di rinnovamento rappresenta uno dei punti di forza della città. «Civitanova ha questa forza di sapersi rigenerare e trasformare per affrontare i cambiamenti del mercato. Nonostante le difficoltà, continua ad essere una delle città più vive di un territorio interregionale».
Per sostenere la propria analisi, il sindaco cita alcuni indicatori che, a suo avviso, dimostrerebbero la vitalità economica della città. Tra questi, la presenza commerciale complessiva: il rapporto tra metri quadrati di superficie commerciale e numero di abitanti risulterebbe infatti tra i più alti del Centro Italia. Un ruolo centrale è svolto anche dal grande polo commerciale Il Cuore Adriatico, che secondo il sindaco supera i 6 milioni di visitatori l’anno, posizionandosi tra i centri più frequentati a livello nazionale.
A questi dati si aggiungono quelli sulla presenza quotidiana in città. «Le verifiche effettuate tramite le nostre telecamere e i sistemi OCR parlano di 80-90 mila persone presenti ogni giorno a Civitanova, con picchi che superano i 100 mila nelle giornate di festa e nel periodo estivo».
Indicatori che, secondo l’amministrazione, si riflettono anche su altri settori dell’economia urbana: dalla crescita dei B&B – oltre 2.000 posti letto – fino all’aumento del valore degli immobili. «Abbiamo una grandissima presenza di B&B, con oltre 2.000 posti letto, che sono per la maggior parte pieni. Questo sta a significare che la città è frequentata così come l’innalzamento del valore immobiliare testimonia un territorio che sta in salute, che è sano, dove la gente vuole venire e vuole investire. Altrimenti, in altre zone depresse dove il commercio va male e dove tutto va male, abbiamo quotazioni molto più basse e prezzi di affitto molto contenuti. Qui viviamo la situazione opposta: è segno di vitalità, di vivacità e di dinamicità di questa città».
Nel suo intervento il sindaco ha infine sottolineato l’importanza degli eventi come motore per sostenere le attività economiche. «Veniamo da manifestazioni come il Carnevale e San Valentino che hanno richiamato tantissime persone. Continueremo con altre iniziative che servono a portare gente in città e a dare opportunità alle attività». Tra gli appuntamenti imminenti, Ciarapica ha ricordato anche l’arrivo della corsa ciclistica Tirreno–Adriatico, che farà tappa in città questa domenica con la partenza dell’ultima frazione.
Il sindaco ha quindi ribadito la necessità di un lavoro condiviso tra istituzioni e operatori economici. «Crediamo molto nella collaborazione tra pubblico e privato, tra amministrazione e commercianti, perché siamo tutti dalla stessa parte. Le critiche sono utili se costruttive, ma denigrare la città non porta vantaggi al commercio».
Le tensioni nell’area del Golfo Persico non restano confinate alle cronache internazionali. Gli effetti iniziano a farsi sentire anche nel turismo locale, dove le agenzie di viaggio registrano un aumento delle richieste di informazioni, qualche disdetta e soprattutto la necessità di ripensare itinerari e scali. Il nodo non riguarda tanto le destinazioni finali, quanto i grandi hub del traffico aereo del Medio Oriente, come Dubai e Doha, snodi fondamentali per i collegamenti tra Europa e Asia.
«Ci stanno chiamando diverse persone che dovevano partire e ci stanno ripensando o cercando di cambiare destinazione. Vogliono essere rassicurati anche sulle mete dove non c’è conflitto», spiega Fabrizio Domizioli della Domizioli Viaggi. Un fenomeno che racconta molto del rapporto tra percezione del rischio e informazione. «Le persone si spaventano facilmente. Ci fanno domande anche su destinazioni che non hanno alcun problema. In realtà, se non c’è uno sconsiglio ufficiale della Farnesina, si può viaggiare tranquillamente». Tuttavia qualche cancellazione c’è stata, soprattutto per ragioni pratiche. «Abbiamo avuto delle disdette perché i clienti avevano lo scalo a Dubai o a Doha. In quei casi abbiamo consigliato l’annullamento e proposto alternative».
Più che la sicurezza delle destinazioni, a pesare è l’incertezza nei collegamenti aerei. «Verso Oriente passano una marea di voli da quegli aeroporti», spiega Domizioli.
«L’80% dei voli passa da lì». Questo significa che anche mete lontane dal conflitto rischiano di essere indirettamente coinvolte. «Per esempio le Maldive sono uno dei posti più tranquilli del mondo e sono in mezzo all’oceano, ma se devi transitare da quegli aeroporti inevitabilmente si crea qualche ansia e qualche difficoltà».
Domizioli sottolinea anche la differenza tra chi prenota tramite agenzia e tour operator e chi organizza il viaggio autonomamente. «Le persone che avevamo in viaggio sono tornate più o meno tutte, chi con più disagi e chi con meno. Noi come agenzia e come tour operator siamo obbligati a garantire protezioni a tutti senza far pagare un centesimo e anche eventuali soggiorni extra in albergo vengono coperti dalle assicurazioni e dai tour operator». Un aspetto che può fare la differenza in situazioni di emergenza. «Chi ha prenotato da solo ha dovuto gestire tutto per conto proprio. Chi invece ha viaggiato con noi è rientrato senza costi aggiuntivi, magari con qualche disagio o con un rientro posticipato, ma senza problemi».
Sul fronte delle disdette, però, le regole sono precise. «Non si possono fare cancellazioni semplicemente per paura», chiarisce Domizoli. «La paura è soggettiva e nessuna assicurazione la rimborsa». Le polizze di annullamento coprono infatti solo situazioni specifiche. «Le assicurazioni che facciamo per eventuali annullamenti sono legate a motivi di salute imprevedibili al momento della partenza oppure a problemi reali nella destinazione, come un conflitto o un aeroporto chiuso». Per questo motivo negli ultimi tempi le compagnie assicurative stanno effettuando controlli più accurati. «Visto che stanno arrivando molte richieste di annullamento per motivi di salute, stanno chiedendo documentazioni mediche sempre più precise per evitare che qualcuno inventi malattie solo per cancellare il viaggio».
Secondo Domizioli, la reazione dei viaggiatori italiani appare più prudente rispetto a quella di altri Paesi europei. «Parlando con fornitori che lavorano in Egitto o in altre zone tranquille, mi dicono che i più paurosi siamo noi italiani», racconta Domizioli. «Spagnoli, inglesi e francesi continuano a partire serenamente, mentre noi abbiamo tante ansie spesso non del tutto fondate». Un atteggiamento che tende però a ridimensionarsi con il tempo. «È successo anche con il conflitto russo-ucraino: all’inizio si era fermato tutto, poi con il passare dei mesi le persone hanno iniziato a convivere con la situazione».
Una linea di prudenza condivisa anche da Sabina Cecarini della Agenzia Viaggi Cecarini. «Fortunatamente in questo periodo non avevo clienti che volavano con compagnie come Emirates o Etihad Airways», spiega. I tour operator stanno comunque riorganizzando i collegamenti. «Le alternative che stanno proponendo sono voli con Neos, ma giorno per giorno arrivano nuove comunicazioni di sospensione per i Paesi coinvolti».
Al momento alcune partenze risultano sospese fino al 22 marzo per rotte che transitano da Oman, Qatar, Emirati e Arabia Saudita. La prudenza ha portato anche a cambiare l’offerta in agenzia. «Avevo molte richieste per Dubai e Abu Dhabi, ma ho preferito toglierle anche dalla vetrina». Per ora non si registrano cancellazioni di massa, ma cresce l’incertezza. «Non ho avuto disdette vere e proprie», precisa Cecarini, «ma molti clienti stanno ripensando ai viaggi programmati nei prossimi mesi».
Tra le destinazioni che continuano ad attirare interesse ci sono soprattutto Giappone e Thailandia, ma con rotte alternative. «Si cercano voli che non passino da Qatar, Dubai o Abu Dhabi e nemmeno con compagnie molto utilizzate come Turkish Airlines, perché anche l’aeroporto di Istanbul è stato coinvolto».
Su un punto le agenzie maceratesi sono concordi: la prima cosa da fare prima di partire è verificare sempre le informazioni ufficiali. Il riferimento è il portale della Farnesina Viaggiare Sicuri, che aggiorna quotidianamente la situazione geopolitica nei diversi Paesi del mondo. Consultare il sito – e registrare il proprio viaggio – permette di conoscere eventuali criticità e di essere contattati dalle autorità italiane in caso di emergenza. «Molti consigliano di registrarsi anche con l’app nel momento in cui vai all’estero per ricevere aggiornamenti live. Non costa nulla e fai sapere alla Farnesina dove sei e gli diamo una possibilità di darci una mano».
Intanto le agenzie di viaggio del territorio continuano a monitorare giorno per giorno l’evolversi della crisi. Perché, come dimostra ancora una volta questa fase di tensione internazionale, nel turismo globale basta che si chiuda uno snodo strategico del traffico aereo per far cambiare rotta ai viaggiatori di mezzo mondo.
Una storia autentica, indipendente e lontana dai circuiti convenzionali approda sul grande schermo del Cinema Sala Gigli di Recanati. Nel mese di marzo la sala recanatese ospiterà tre proiezioni speciali di “The Big Show – A Little Underground Story”, il film diretto da Diego Capomagi che racconta con uno sguardo sincero e partecipe la faticosa magia della musica indipendente tra Marche e Sicilia.
Il film segue le vicende di Daniele, gestore di un club nelle Marche, ed Emiliano, musicista e avvocato siciliano, entrambi immersi nel panorama musicale di nicchia italiano. Attraverso le loro storie prende forma il ritratto di un universo spesso invisibile ai grandi circuiti commerciali: una scena fatta di passione, sacrifici e resistenza culturale, dove la volontà di dare spazio a una comunità artistica viva e libera diventa il vero motore di ogni iniziativa.
“The Big Show – A Little Underground Story” accende così i riflettori su una dimensione musicale e umana lontana dalle logiche dell’industria, restituendo allo stesso tempo il valore della provincia come luogo fertile di produzione culturale, incontro e sperimentazione. È un racconto che parla di musica, ma anche di comunità, identità e perseveranza.
Il progetto nasce nel 2014 e ha seguito nel tempo la scena musicale underground italiana, offrendo uno sguardo autentico e non filtrato su un mondo raramente raccontato. La scelta dell’autoproduzione è stata dettata proprio dalla volontà di mantenere piena libertà creativa e di restituire al pubblico un’esperienza il più possibile sincera e immersiva.
A Recanati il film sarà proiettato in tre appuntamenti al Cinema Sala Gigli: giovedì 12 marzo alle ore 21.30, in una serata speciale alla presenza degli autori, sabato 14 marzo alle ore 17.30 e domenica 15 marzo sempre alle ore 17.30. Il costo del biglietto è di 7 euro per l’intero e di 5 euro per il ridotto riservato ai bambini fino a 8 anni e agli over 65, mentre per gli studenti è prevista una Student Card al prezzo di 4 euro, valida nei giorni feriali e non la domenica o nei festivi.
Il film, della durata di 78 minuti, è prodotto da Cuadro Movie Production ed è firmato in regia e produzione dallo stesso Diego Capomagi, che cura anche il montaggio. La fotografia è realizzata da Diego Capomagi insieme a Stefano Teodori, mentre tra gli interpreti figurano Daniele Graciotti ed Emiliano Cinquerrui.
L’opera ha già ottenuto diversi riconoscimenti nel circuito dei festival indipendenti: nel 2025 è stata selezionata ufficialmente al Premio Libero Bizzarri di San Benedetto del Tronto, è arrivata tra i finalisti al COLIFFE – Colosseum International Film Festival di Roma e ha vinto ai Mumbai International Film Awards. Il film è stato inoltre selezionato al CineOFF – International Independent Film Festival e ha già partecipato a numerose proiezioni all’interno di festival ed eventi culturali.
Un appuntamento che porta sullo schermo una storia di musica e territorio capace di raccontare con autenticità la forza silenziosa ma determinata della scena underground italiana.
Una mattinata simbolica quella di oggi a Macerata, con la conferenza stampa di presentazione di Gianluca Tittarelli e della coalizione di centrosinistra che lo sosterrà alle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio. Di fronte a una numerosa rappresentanza di pubblico, tra cui diversi cittadini, l’evento ha segnato anche l’apertura della nuova sede in via Garibaldi 24, destinata a diventare un punto di riferimento per cittadini, associazioni e realtà locali, "dove condividere idee e progettare insieme il futuro della città".
La cerimonia si è aperta con un gesto simbolico, l’“unione del nastro” al posto del tradizionale taglio. «Unire il nastro vorrà dire tante cose di cui la città avrà bisogno», ha spiegato Tittarelli, sottolineando il significato di un gesto che vuole rappresentare unità, partecipazione e attenzione alla comunità.
All’interno della nuova sede, circondato dai rappresentanti delle liste della coalizione, Tittarelli ha preso la parola ricordando come l’apertura dello spazio non sia solo un atto simbolico, ma l’inizio di un percorso concreto di ascolto e dialogo. «Oggi presentiamo la candidatura e la coalizione», ha detto, «e apriamo la sede elettorale, che sarà aperta tutti i giorni per incontrare chiunque voglia parlarci e conoscerci. È un’operazione di grande osmosi con la città. Sono contento di essere qui con una coalizione ampia e unita. Ci presentiamo con determinazione, con persone che rappresentano le varie liste, per ragionare sul futuro della città nei prossimi cinque anni e oltre. Vogliamo una città diversa, più partecipata, dove cittadini, associazioni e realtà culturali e sportive possano avere voce. Ci sono grandi potenzialità sotto la cenere, spesso poco coinvolte nelle decisioni che riguardano la città».
Subito dopo, i rappresentanti delle liste hanno condiviso le priorità dei rispettivi programmi. Ninfa Contigiani del Partito Democratico ha definito l’inaugurazione «emozionante» e ha sottolineato come l’obiettivo principale sia unire una città «che ha avuto lacerazioni negli ultimi anni». Sulla centralità del sociale, ha aggiunto: «Non più un investimento ma considerato un costo dall'attuale amministrazione. Per noi la parola chiave è la prossimità: siamo una città di media grandezza, assurdo non capire che dobbiamo conoscerci e agevolare vivacità e integrazione». Contigiani ha poi spiegato le proposte concrete: «Vogliamo sportelli informativi e formativi unici, operatori sociali nei quartieri, collaborare con il terzo settore per fragilità psicologiche ed esistenziali. Non politiche una tantum, ma un’idea di ciò di cui c’è realmente bisogno».
Roberto Cherubini del Movimento 5 Stelle ha ricordato come il movimento punti a trasformare i cittadini da spettatori in protagonisti: «L’amministrazione ha ignorato associazioni come Alfa, atto di lontananza. Noi vogliamo lavorare insieme. La cultura deve essere accessibile a tutti, non chiusa in quattro mura, e l’individualismo deve scomparire per far tornare la socialità».
Leonardo Piergentili di AVS, definita "la novità di queste elezioni", essendo alla prima esperienza a Macerata con una lista propria, ha evidenziato il contributo dei giovani: «La lista è composta per metà da under 30. Se la destra è stata quella dello smog e del cemento, noi saremo la sinistra del verde urbano, del decoro e della qualità dell’ambiente. Saremo radicali nelle nostre scelte: coglieremo i problemi alla radice».
Andrea Tonnarelli di Strada Comune ha sottolineato la necessità di coinvolgere i cittadini anche fuori dal periodo elettorale: «La vera sfida è far partecipare le persone non solo al momento elettorale. Dobbiamo partire da temi come lavoro e sicurezza sociale. Una grande opera pubblica nasce dall’ascolto e dalla risposta ai bisogni concreti».
Michele Lattanzi de L’Altra Macerata ha ribadito l’attenzione alla persona e alla cultura: «La nostra lista è nata per unire. Tittarelli è la persona giusta al momento giusto. Il messaggio per la città è di pace contro politiche di guerra e militarizzazione. Dobbiamo tutelare le classi sociali più in difficoltà, mettere al centro la persona e rilanciare la cultura».
Eleonora Sarti di Macerata Riformista (tra cui Italia Viva e Partito Socialista), ha puntato sulla vocazione culturale della città: «È importante riportare la città a vivere la sua identità e la sua cultura durante tutto l’anno, non solo in periodi ristretti. Questa è la linfa vitale per il futuro della comunità». A lei ha fatto eco Antonio Zaccagnini del PSI, sottolineando l’importanza di dare continuità a questo percorso.
Infine, Francesca Sampaolesi di Uniamo Macerata ha commentato: «Chi ama la città non resta a guardare. Investire in cultura e conoscenza distingue una comunità viva da una che si sta spegnendo. Il civismo significa portare le persone dentro la politica e ricordare che le istituzioni esistono per i cittadini».
A chiudere, Tittarelli ha richiamato i temi centrali della coalizione: «Partecipazione e ascolto devono includere anche le frazioni, spesso ai margini. Dobbiamo rilanciare l'orgoglio di essere maceratesi e lavorare sull’attrattività di Macerata come capoluogo di provincia, valorizzando le ricchezze del territorio e la vita associativa. Ci impegniamo a curare le cicatrici della città, dagli edifici abbandonati ai problemi di mobilità e parcheggi. La sicurezza va intesa come prevenzione, non repressione. Il trasporto pubblico va ripensato e le soluzioni energetiche devono essere sostenibili e pratiche per i cittadini».
«Il nostro approccio di governo», ha concluso, «sarà appassionato, radicato nel territorio e costruito da chi ci vive. L’obiettivo non è solo battere la destra, ma farlo con credibilità». Tra le criticità dell'attuale amministrazione evidenziate in particolare il problema degli ascensori fuori uso del parcheggio Giardini Diaz, definito "imbarazzante per quello che è il nostro modo di presentarci a chi arriva a Macerata" e lo stato di "Vicolo Consalvi", inaugurato e poi lasciato all'abbandono. Riflessioni in corso sull'apertura o meno al traffico del centro storico.
La nuova sede di via Garibaldi 24 diventerà così non solo il quartier generale della campagna elettorale, ma un luogo permanente di dialogo con la città, con tavoli aperti su sicurezza, verde, mobilità, accoglienza, giovani e sport, per costruire insieme un progetto condiviso e partecipato.
Macerata torna al voto il 24 e 25 maggio - con eventuale turno di ballottaggio previsto il 7 e 8 giugno - e la campagna elettorale entra nel vivo dopo la scelta del candidato sindaco del centrosinistra. La coalizione ha indicato nei giorni scorsi Gianluca Tittarelli come sfidante per la guida di Macerata, al termine di un confronto interno che ha portato alla sintesi politica sul suo nome.
Direttore del Centro Commerciale Val di Chienti e presidente della Pallavolo Macerata, Tittarelli prova ora a costruire il proprio percorso verso le amministrative puntando su esperienza professionale, ascolto del territorio e un progetto di città che, nelle sue intenzioni, dovrà recuperare «vivacità e orgoglio». L'abbiamo incontrato in pieno centro storico per un’intervista, in cui ha raccontato le motivazioni della sua candidatura, la composizione della coalizione e le prime linee della sua visione per la città.
Tittarelli ha spiegato come la sua candidatura sia arrivata al termine di un percorso di confronto tra le forze politiche della coalizione. «Dopo un bel lavoro di confronto che le forze politiche hanno avuto, c’è stata questa sintesi sul mio nome – ha detto –. Io mi sono messo a disposizione, una volta chiamato, e affronto questo impegno con grande entusiasmo, come una nuova sfida».
Il candidato ha sottolineato il forte legame personale con la città: «Sono una persona nata, vissuta e che lavora a Macerata. Ho tutto l’interesse che questa città torni a svolgere il ruolo che le spetta». Quanto alle ragioni della scelta da parte della coalizione, Tittarelli ha preferito lasciare la risposta agli alleati politici, ma ha indicato ciò che può mettere in campo: «Quello che posso apportare è la mia esperienza e la mia persona. Continuo a essere me stesso, quello che in tanti anni ha lavorato in città».
Tittarelli ha ricordato il proprio percorso professionale e sportivo, che considera parte importante del suo profilo. «Sono 28 anni che sono impegnato nella direzione di una struttura commerciale molto importante della città», ha spiegato. Accanto al lavoro, la grande passione per lo sport: «Abbiamo portato avanti un progetto sportivo bellissimo che oggi porta una società della città a fare la Serie A2 nazionale. È un onore rappresentare Macerata in tutta Italia». Un percorso iniziato da lontano: «Siamo partiti da un campetto di quartiere, a Montalbano, dove negli anni ’80 c’era una squadretta di ragazzini di cui facevo parte. Con entusiasmo e con tante persone abbiamo continuato e siamo arrivati a questi livelli».
Il candidato ha poi anticipato la composizione della coalizione che lo sosterrà alle elezioni. «Per la prima volta il centrosinistra si presenta unito e questo è già un bel risultato». Tra le forze che fanno parte del progetto ha citato il Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, oltre a diverse liste civiche. «Ci saranno la mia lista civica, la civica “L’altra Macerata”, “Strada Comune”, che è già presente in questa consigliatura, e Casa Riformista con il Partito Socialista», ha spiegato.
Tra i temi centrali della sua visione per la città c’è il recupero del ruolo di Macerata nel territorio. «La mia visione è che la città recuperi quella vivacità e quell’orgoglio che le spettano – ha detto –. Noi diciamo spesso “siamo un capoluogo di provincia”, ma dobbiamo esercitare davvero questo ruolo anche nei confronti del territorio che ci sta intorno». L’obiettivo è quindi «tornare a essere un riferimento per il territorio».
Un passaggio importante dell’intervista è stato dedicato al centro storico, spesso al centro del dibattito cittadino per le difficoltà delle attività e la diminuzione della frequentazione. «Macerata è una città bellissima e dobbiamo recuperare la consapevolezza del luogo dove viviamo», ha affermato Tittarelli. Secondo il candidato, la chiave per il rilancio è la presenza delle persone: «Il centro storico va rivitalizzato attraverso la frequentazione. La cosa che rende vivo un posto è la gente che ci passa e la gente che ci vive». Per questo «tornare a parlare di residenzialità sarà un tema molto importante e strategico».
Tittarelli ha poi individuato alcune criticità dell’attuale amministrazione. Tra queste la questione del nuovo ospedale. «Cinque anni e mezzo fa c’era un progetto e c’erano i finanziamenti per realizzare un nuovo ospedale – ha dichiarato –. Oggi, dopo tutto questo tempo, nonistante gli appelli del sindaco che aveva minacciato di incatenarsi e la grande filiera di governo rivendicata, non abbiamo mosso nemmeno una zolla di terra».
Un’altra critica riguarda l’utilizzo delle risorse arrivate negli ultimi anni, in particolare quelle legate al PNRR. «In questo periodo sono arrivati tanti soldi che non torneranno più. Io chiedo ai cittadini: state meglio o state peggio? Io, per essere generoso, dico che stiamo uguale. E non si può stare nello stesso modo dopo aver speso circa 60 milioni di euro», ha detto, parlando di «mancanza di una strategia e di una visione d’insieme per poter dare a questa mole di denaro una conformazione utile per la città».
Per le prossime settimane Tittarelli ha annunciato una campagna elettorale basata sull’ascolto della città. «Stiamo attivando una fase di ascolto importantissima con persone, associazioni e realtà del territorio», ha spiegato. È già stata aperta una sede elettorale in centro: «In Corso Garibaldi, dove ospiteremo chi vorrà venirci a trovare per dare suggerimenti, idee o anche solo per conoscerci». Sono previsti anche incontri tematici aperti alla cittadinanza: «Organizzeremo tavoli e serate dedicate ai vari temi della città. Invitiamo tutti a partecipare, perché anche questo è ascolto».
Il programma, ha concluso il candidato, è già impostato ma resterà aperto ancora per alcune settimane: «Durante il mese di marzo raccoglieremo suggerimenti e osservazioni per inserirli concretamente nel programma».
Torna uno dei progetti più rappresentativi e identitari del Macerata Opera Festival: Sferisterio Scuola, nato dalla sua vocazione divulgativa e cresciuto negli anni fino a diventare un punto di riferimento stabile per il territorio. Da marzo fino alle soglie del Festival, un calendario articolato di appuntamenti unirà nel nome dell’opera lirica bambini e ragazzi, scuole di ogni ordine e grado, Università, insegnanti e famiglie, in un percorso condiviso di avvicinamento alle produzioni estive, capace di coniugare rigore dei contenuti e coinvolgimento, formazione e partecipazione.
I numeri raccontano con chiarezza questa crescita. Nell’anno scolastico 2020/2021, alla prima edizione, non mancavano dubbi e interrogativi su un progetto che aveva raccolto 1.521 partecipanti. Oggi, a iscrizioni ancora aperte, sono già oltre 11.600 gli aderenti all’edizione 2026: un trend decisamente in crescita che ha già superato i numeri complessivi dello scorso anno e conferma quanto Sferisterio Scuola sia diventato un appuntamento atteso e riconosciuto dal mondo della scuola e dall’intera comunità.
A presentare questa sesta edizione sono intervenuti questa mattina presso la Sala Cesanelli dello Sferisterio il presidente dell’Associazione Sferisterio e sindaco di Macerata Sandro Parcaroli, il vice presidente dell’Associazione Sferisterio Giuseppe Rivetti, l’assessore alla cultura Katiuscia Cassetta, il direttore artistico del Macerata Opera Festival Marco Vinco e la sovrintendente Lucia Chiatti. Presenti in sala anche i consiglieri comunali Maria Oriana Piccioni e Pierfrancesco Castiglioni, oltre alla coordinatrice del progetto Paola Pierucci.
La prima tappa pubblica sarà martedì 24 marzo al Teatro Lauro Rossi con Incontra l’Opera, guidato dal M° Fabio Sartorelli, musicologo e docente al Conservatorio “G. Verdi” di Como e all’Accademia Teatro alla Scala di Milano. Durante la giornata si terranno anche gli appuntamenti riservati agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e agli universitari; per gli studenti UNIMC è previsto il riconoscimento di Crediti Formativi Universitari grazie alla collaborazione con l’Associazione Amici dello Sferisterio. Alle ore 21.00 l’iniziativa si aprirà alla cittadinanza con un incontro-spettacolo gratuito, su prenotazione dal sito sferisterio.it a partire da lunedì 16 marzo alle ore 10.00: un’occasione per scoprire, tra pianoforte, aneddoti e guide all’ascolto, i titoli della stagione 2026 — Nabucco, Il Barbiere di Siviglia e Il Trovatore.
Un invito speciale è rivolto ai giovani in vista delle Anteprime Giovani Under 30 del 14, 15 e 16 luglio, che quest’anno si caratterizzeranno per una divertente “Call Colori”: azzurro per Nabucco, verde per Il Barbiere di Siviglia e rosso per Il Trovatore. I ragazzi saranno invitati a indossare almeno un dettaglio del colore guida della serata, trasformando lo Sferisterio in un grande colpo d’occhio collettivo.
Novità anche sul fronte accessibilità: un adulto potrà acquistare un biglietto da 40 euro a condizione che accompagni quattro Under 18, con acquisto contestuale dei cinque biglietti in un’unica soluzione, favorendo così la partecipazione e una mobilità più sostenibile.
Ma è a fine maggio e inizio giugno che Sferisterio Scuola giunge al suo apice con la doppia produzione di C’era una volta… Pinocchio al Teatro Lauro Rossi dal 21 al 27 maggio e con l’attesissimo appuntamento allo Sferisterio dal 5 al 10 giugno, quest’anno dedicato alla conoscenza di un capolavoro della trilogia popolare di Verdi grazie a Rigoletto. Il mistero del Teatro.
Entrambi preceduti da un percorso propedeutico che coinvolge insegnanti e alunni, i due spettacoli hanno registrato lo scorso anno numeri record a livello regionale e nazionale, con oltre 16.000 partecipanti tra studenti, docenti e familiari provenienti dalla provincia di Macerata e da altre scuole delle Marche, confermando l’appuntamento come un momento di partecipazione ampia e inclusiva per il territorio.
Per celebrare i duecento anni dalla nascita di Carlo Collodi, quest’anno lo spettacolo per le scuole dell’infanzia sarà dedicato al suo immortale capolavoro: C’era una volta… Pinocchio è pensato non solo per coinvolgere attivamente il pubblico dei giovanissimi nell’azione del palcoscenico, ma anche per far rivivere la celebre favola in musica sulla falsariga dell’opera da camera grazie al nuovo testo dell’operatore e docente teatrale maceratese Francesco Facciolli, per l’occasione anche regista, e alle musiche originali di Vincenzo Ruggiero, eseguite da un soprano e da un ensemble cameristico di archi, fiati e fisarmonica. Il progetto nasce in collaborazione con la Scuola Civica di Musica “S. Scodanibbio”, sancendo ancora una volta la volontà del Festival di fare sistema con il territorio e le sue realtà culturali e sociali, seguendo la linea inclusiva del Comune di Macerata, da sempre sostenitore di Sferisterio Scuola.
Per festeggiare l’inizio delle vacanze estive si avrà il tradizionale gran finale allo Sferisterio con la produzione AsLiCo Rigoletto. Il mistero del Teatro, che introdurrà i ragazzi non solo a una delle opere più amate del repertorio, ma anche al concetto di “metateatro”, cioè al teatro che racconta sé stesso. Il giovane regista Manuel Renga ha immaginato una compagnia di bizzarri attori itineranti impegnata proprio in Rigoletto: la trama si dipanerà tra amori e dolori, stravaganze e tanto lavoro per ricreare la magia del teatro con pochi mezzi e grande fantasia.
La rielaborazione musicale, interpretata dall’Orchestra Sinfonica G. Rossini guidata da Giulio Arnofi, è opera di Massimo Fiocchi Malaspina. Scene e costumi sono di Aurelio Colombo, mentre sul palco si esibiranno i giovani cantanti selezionati da AsLiCo.
Sandro Parcaroli, Sindaco di Macerata e Presidente del Macerata Opera Festival, sottolinea: «Sferisterio a scuola non è solo un cartellone di spettacoli: è un percorso di scoperta, un invito a vivere l’opera e la musica come esperienza condivisa. I numeri raccontano meglio di ogni parola il valore di questa iniziativa e ci incoraggiano a proseguire con ancora maggiore impegno».
Racconta Lucia Chiatti, Sovrintendente del Festival: «Sferisterio Scuola è oggi un’eccellenza riconosciuta in tutt’Italia e un modello di sviluppo che ci dà grande speranza ed energia per il futuro. Lo proponiamo con sempre più entusiasmo per formare il pubblico di oggi, non solo quello di domani».
Aggiunge Katiuscia Cassetta, Assessore alla Cultura e all’Istruzione: «Ogni anno lavoriamo per integrare la proposta formativa con iniziative che favoriscano una partecipazione sempre più attiva e ampia. Abbiamo la fortuna di avere luoghi unici come lo Sferisterio e il Teatro Lauro Rossi, che rinnovano attraverso questi progetti la loro funzione ideale di spazi di condivisione e bellezza. L'obiettivo è quello di creare una comunità consapevole del valore storico dell'opera per la città. Abbiamo ricevuto anche il plauso del Ministro dell'Istruzione Valditara che abbiamo invitato e speriamo di avere con noi. Abbiamo chiesto anche il riconoscimento della medaglia al valore al Presidente della Repubblica».
Il direttore artistico del MOF Marco Vinco ha sottolineato il valore della collaborazione con AsLiCo: «La collaborazione con AsLiCo conferma il valore di una realtà che è leader in Europa nella diffusione dell’opera ai più giovani, attraverso un tour che coinvolge numerosi teatri italiani e che si conclude allo Sferisterio con migliaia di studenti. Quest’anno il progetto è dedicato a Rigoletto di Verdi, un titolo della grande trilogia popolare già conosciuto dai bambini di Macerata perché presentato anche nella scorsa edizione del Festival. L’allestimento, firmato dal giovane regista Renga, non si limita a raccontare la bellezza del capolavoro verdiano, ma introduce i ragazzi al linguaggio del metateatro», ha spiegato Marco Vinco.
«Questa è un’edizione molto importante perché esprime il desiderio di futuro che lo Sferisterio manifesta attraverso il coinvolgimento dei ragazzi più giovani, un aspetto fondamentale per la loro crescita e formazione. Come ricordava uno statista del secolo scorso, non dobbiamo guardare al domani ma al dopodomani. Attraverso i giovanissimi, dai 3 ai 14 anni, guardiamo quindi al futuro più lontano, mettendo al centro il valore della formazione», ha affermato il vicepresidente dell'Associazione Sferisterio Giuseppe Rivetti.
La biglietteria per le Anteprime Giovani Under 30 è già aperta online e presso la Biglietteria dei Teatri di Macerata, con biglietto unico a 12 euro per tutti gli Under 30 e voucher accompagnatore a 40 euro per gli Over 30 che accompagneranno quattro ragazzi tra i 14 e i 18 anni.
L’appuntamento con Incontra l’Opera del 24 marzo alle 21.00 al Teatro Lauro Rossi è a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria a partire dalle ore 10.00 di lunedì 16 marzo su EventBrite.
Davanti al suo monumento simbolo, lo Sferisterio, Macerata si è rifatta il trucco. E no, tranquilli: il nuovo sottopasso non è già arrugginito. È l’effetto della vernice. Una scelta estetica che richiama il corten, molto in voga negli ultimi anni, soprattutto in riviera, capace di dividere l’opinione pubblica tra chi lo considera moderno e chi, più prosaicamente, lo scambia per un’opera lasciata alle intemperie.
Scherzi a parte, il restyling dell’area era doveroso. Parliamo della zona più frequentata della città, soprattutto durante la stagione lirica e i grandi concerti estivi allo Sferisterio. Un biglietto da visita che, tra flussi di pubblico e fotografie di rito, meritava un intervento all’altezza. L’opera, finanziata con fondi Pnrr nell’ambito della misura “Rigenerazione Urbana” per un importo complessivo di 1,1 milioni di euro, ha riguardato il complesso monumentale e l’area circostante, con l’obiettivo dichiarato di migliorare sicurezza, accessibilità e decoro urbano (LEGGI QUI).
E qui iniziano le discussioni. Perché se è vero che l’effetto ruggine è la prima cosa che balza all’occhio – e che sui social ha già acceso l’ironia – il tema più serio resta quello dell’accessibilità. Non lo era prima, verrebbe da dire, e non lo è nemmeno adesso. Il sottopasso rimane sostanzialmente com’era, a parte una leggera rinfrescata di vernice. Le barriere, più culturali che architettoniche, sembrano dure a morire. Sono state realizzate da mesi le strisce pedonali, è vero. Ma attraversare in sicurezza davanti alla rotonda dello Sferisterio richiede ancora una certa dose di coraggio e un buon allenamento allo scatto breve. Le auto, in quel tratto, non sono esattamente contemplative: meglio guardare bene a destra e a sinistra prima di avventurarsi.
All’interno del sottopasso, a parte il maquillage cromatico, tutto è rimasto sostanzialmente invariato. Se non altro, questa volta è stato risparmiato il murales di Morden Gore, che continua a fare capolino tra le pareti, memoria urbana di una città che spesso discute, talvolta interviene, raramente dimentica.
Nota a margine: lo scorso ottobre era stata sistemata anche la pavimentazione dello slargo di Piazza Nazario Sauro. Un intervento accolto con favore, almeno fino alle prime passeggiate. A pochi mesi di distanza, qualche solco già si intravede. Nulla di drammatico, per carità. Ma un consiglio spassionato alle signore dirette all’opera: occhio ai tacchi. La lirica è fatta di acuti, ma meglio evitarli fuori spartito.
Doveva essere solo uno scalo prima del rientro in Italia. Si è trasformato in un'attesa carica di tensione, tra allarmi, esplosioni in lontananza e notti trascorse in un bunker. Alice Traini, giovane cantante originaria di Porto San Giorgio, è attualmente bloccata a Doha a causa dell’escalation militare che nelle ultime ore ha coinvolto l’area del Golfo Persico, con chiusura dello spazio aereo e sospensione dei voli in diversi Paesi della regione.
"Il 28 febbraio eravamo di transito a Doha. Stavamo tornando con un volo da Singapore. Dovevamo fare solo uno scalo lungo di 10 ore a Doha e poi saremmo ripartiti la mattina alle 9:30 per tornare a Roma alle 13:30". Ma qualcosa cambia mentre l'aereo è quasi pronto a decollare. "Mentre eravamo in fase quasi di decollo, il comandante ci dice che dovevamo cambiare rotta quindi abbiamo atteso all’interno del volo e poi ci hanno comunicato che, a causa di quello che inizialmente non avevamo capito stesse succedendo, dovevamo aspettare ancora".
Poi l'allerta improvvisa sui telefoni dei passeggeri: "Dopo un po' arriva un’allerta nazionale su tutti i telefoni dei passeggeri all’interno dell’aereo. Non capivamo, ma guardando il telefono abbiamo capito che c’erano degli scontri in corso sul Golfo Persico".
L’evacuazione è immediata: "Ci hanno fatto evacuare l’aereo e siamo stati 24 ore all’aeroporto di Doha, attendendo aggiornamenti". Le ore trascorrono all’interno dell’Hamad International Airport mentre la situazione regionale si complica: chiusura immediata dello spazio aereo del Golfo Persico, compreso Qatar, Abu Dhabi e Dubai.
La fase più difficile è quella psicologica: "Noi sentiamo bombe, missili, armi da fuoco sopra le nostre teste. Il primo giorno ci siamo rifugiati nel basement, nel bunker. È tosta: non siamo tranquilli".
Nonostante la città non sia stata colpita direttamente, le intercettazioni della contraerea producono esplosioni fortissime: "Anche quando i missili vengono intercettati a 30 chilometri di distanza lo scoppio è fortissimo. Ieri alle 8:30 di mattina ce n’è stato uno davvero potente: hanno vibrato tutte le finestre dell’hotel". Alice ha scelto di non dormire in camera: "Dormo nel basement, in una sorta di camerata. L’hotel ci dà camere stupende, ma non mi sento tranquilla".
Con lei ci sono molti ragazzi del Centro Italia, tra marchigiani, toscani e romani. "Abbiamo formato una bella comunità di italiani e ci supportiamo a vicenda, ma ogni tanto si crolla. Quando senti il rumore delle bombe è dura".
Alcuni connazionali hanno tentato di rientrare via terra attraversando l’Arabia Saudita, ma la situazione regionale resta instabile e complessa dal punto di vista logistico e della sicurezza. Alice sottolinea il supporto ricevuto sul posto: "La Qatar Airways è stata fantastica: in meno di 24 ore ci ha sistemati in hotel stupendi. Il governo qatarino ci fornisce vitto e alloggio. Chi sta facendo qualcosa di concreto in questo momento è il Qatar, la Qatar Airways e il governo qatarino. Purtroppo l’Italia, seppur comprendo non sia semplice, non si sta muovendo molto. Siamo andati all’ambasciata italiana che si trova a 2 km dall’Hotel".
I genitori, in Italia, seguono ogni aggiornamento: "I miei genitori sono molto preoccupati. Ci sentiamo ogni ora. Ieri c’è stato il coprifuoco in hotel e non potevamo uscire. Oggi siamo un po’ più tranquilli e siamo potuti uscire". Alice tiene però a sottolineare ancora una volta l’assistenza ricevuta sul posto: "Qui il personale è fantastico".
Sul suo profilo Instagram Alice ha taggato il ministro degli Esteri Antonio Tajani lanciando un appello: "Fortunatamente stiamo bene. Lo Stato del Qatar ci sta dando assistenza e sostegno. Ma siamo molto stanchi: sentire bombe e missili sopra le nostre teste non ci dà tranquillità. Vogliliamo tornare a casa il prima possibile. Vi prego, aiutateci".
Mentre la situazione nel Golfo resta fluida e lo spazio aereo continua a essere gestito con restrizioni e riaperture parziali, per Alice e gli altri italiani bloccati a Doha il tempo scorre tra aggiornamenti, telefonate a casa e notti difficili. L’assistenza garantita dalla Qatar Airways e dalle autorità locali ha permesso ai passeggeri di trovare sistemazione e sicurezza logistica, ma l’incertezza sul rientro resta il nodo principale. La Farnesina monitora l’evolversi del quadro regionale, mentre eventuali soluzioni alternative via terra appaiono complesse in un contesto geopolitico ancora instabile.
Intanto, dalle Marche cresce l’apprensione di familiari e amici. E se i palchi internazionali sono il terreno naturale della giovane artista sangiorgese, questa volta la priorità è un’altra: un volo che possa riportarla a casa, al più presto, lontano dal rumore di un conflitto che, pur a distanza, si fa sentire fin dentro le stanze di un hotel.
Una salvezza conquistata con il cuore. Un’azienda che supera i 50 milioni di fatturato. Una visione che tiene insieme radici marchigiane e mercati internazionali. È stato un viaggio tra sport, impresa e territorio quello andato in scena nell’ultima puntata del Picchio Podcast con ospite Massimiliano Balducci, amministratore delegato della CBF Balducci Group, proprietario della CBF Balducci HR Volley, fresca di storica salvezza in Serie A1 Femminile. «È una salvezza che avevamo costruito per tutta la stagione», racconta Balducci. L’obiettivo era chiaro fin dall’inizio: mantenere la categoria. Eppure, la prima parte di campionato aveva fatto pensare anche a qualcosa di più. Poi un girone di ritorno complicato, qualche infortunio, risultati beffardi. Fino all’ultima giornata, a Bergamo. Sotto 2-0, con risultati dagli altri campi poco rassicuranti, la squadra ha trovato energie e lucidità per ribaltare la partita. «In certi momenti bisogna gettare il cuore oltre l’ostacolo. Le ragazze e lo staff sono stati straordinari: lo spirito Balducci ha funzionato».
Un’impresa vissuta a distanza: Massimiliano Balducci, per un impegno preso settimane prima, non era a Bergamo. «Sono salito sul palco di una premiazione mentre eravamo sotto 2-0. Poi, quando è arrivato il punto della salvezza, sono tornato su a festeggiare. È stato surreale, ma bellissimo». Il legame con la pallavolo è prima di tutto familiare. «Mio padre è stato il primo sponsor della società. Io l’ho vissuta da tifoso e oggi continuo a viverla così, anche se con più aplomb. L’ultras è sotto la camicia e la cravatta».
Dal punto di vista societario, la CBF Balducci non si sente inferiore a nessuno. «A livello organizzativo non siamo secondi alle grandi. Crescono sponsor, pubblico, follower. Il gap da colmare è economico, ma sono fiducioso: la pallavolo femminile è in forte crescita e rappresenta un veicolo di marketing importante» Tre sold out stagionali e oltre mille spettatori di media sono il segnale di un territorio che risponde. «Quando vedi il palazzetto pieno senti il dovere di non fallire. Lo facciamo anche per questa comunità».
Tra i protagonisti della stagione, un riconoscimento speciale va a coach Valerio Leonetti, capace di portare mentalità e qualità tecnica, oggi anche nello staff azzurro. «Quando il secondo allenatore di Conegliano sceglie noi per la sua prima esperienza da head coach significa che qualcosa di buono l’abbiamo costruito».
E poi c’è il rito scaramantico: la carbonara condivisa dal 2016 con i dirigenti storici nei momenti chiave della stagione. «Stesso posto, stesso tavolo. Non parliamo di pallavolo, ma ogni volta porta bene».
Parallelamente ai risultati sportivi, il gruppo ha chiuso il 2025 con oltre 50 milioni di fatturato (LEGGI QUI). «Stiamo vivendo record su record: le scelte strategiche stanno dando frutti», ha sottolineato Balducci, che ha preso le redini del gruppo nel marzo 2020, a 30 anni, poche settimane prima dello scoppio della pandemia. «Durante il Covid abbiamo aperto nuovi stabilimenti, avviato collaborazioni internazionali, cambiato gestionale, rinnovato gli uffici, lanciato le scarpe da lavoro. Sono state tutte scelte coraggiose».
Tra le operazioni strategiche, anche l’acquisizione di un gruppo complementare che ha rafforzato l’offerta e la presenza sui mercati europei. Francia, Germania, Spagna e Portogallo sono oggi frontiere concrete. «Siamo diventati un gruppo capace di dare risposte trasversali in Italia e in Europa».
Oggi il gruppo punta a consolidarsi in Italia e ad accelerare in Europa con distributori strategici e una presenza sempre più strutturata. «Non possiamo mai pensare di essere arrivati. Non è paura, è consapevolezza».
Da presidente di Confindustria Giovani Macerata, Balducci ha offerto una lettura del contesto locale: «Fare impresa in Italia è complesso per burocrazia e fiscalità, ma abbiamo vantaggi competitivi straordinari. Il made in Italy è un marchio riconosciuto nel mondo». La priorità, secondo lui, è il capitale umano: «Trovare personale qualificato è sempre più difficile. Serve dialogo con le scuole, valorizzazione dei mestieri tecnici e fare rete tra imprese». L’approccio resta improntato a un «sano ottimismo, con concretezza».
Guardando ai prossimi cinque anni, l’obiettivo è chiaro: «Confermarci e crescere ancora come gruppo, con collaborazioni estere e servizi di qualità sempre più alta». Sul fronte sportivo, il messaggio è un invito al territorio: «Con il supporto di quattro o cinque imprenditori si potrebbe pensare a un progetto europeo. Non c’è un divario incolmabile, serve una visione condivisa».
Intanto resta il rito scaramantico della “carbonara” tra dirigenti nei momenti chiave della stagione. «Non parliamo di pallavolo, ma porta bene». E, dopo la rimonta di Bergamo, anche la tradizione ha il suo peso. Per ascoltare l’intervista integrale a Massimiliano Balducci, con tutti gli approfondimenti su impresa, sport e futuro del territorio, è possibile vedere la puntata completa del Picchio Podcast sul nostro canale YouTube.
In quella che da molti viene definita in maniera profana come "la settimana santa" della musica italiana, quella di Sanremo, il Festival della canzone italiana, il Picchio Podcast ha avuto il piacere di ospitare l’autore marchigiano Piero Romitelli, originario di Morrovalle, che da anni firma brani per alcuni dei più grandi nomi della musica italiana, tra cui Marco Mengoni, Loredana Bertè, Eros Ramazzotti, Il Volo e Raf, per citarne alcuni. Il palco dell’Ariston ha avuto modo di conoscerlo sia come interprete che come autore. Insieme a lui quindi abbiamo commentato la prima serata del festival, allargando poi la nostra chiacchierata ad un discorso più generale sulla sua carriera, sul momento della scena musicale italiana e dell’industria discografica.
Gli occhi di tutta Italia, e non solo, sono puntati sulla città dei fiori. Social network, televisione e commenti online contribuiscono a rendere Sanremo un appuntamento mediatico trasversale. «È un po’ come quando ci sono i Mondiali di calcio: in questa settimana tutti diventano esperti di musica», ha scherzato Romitelli.
Parlando delle canzoni in gara, l’autore ha definito il festival «una macchina bellissima». Le trenta proposte musicali richiedono spesso più ascolti per essere comprese pienamente. «Molti brani sono difficili da cogliere al primo impatto, ma tra questi ce ne sono alcuni che hanno la potenzialità di restare nelle classifiche fino all’estate».
Tra le canzoni che potrebbero trasformarsi in hit, Romitelli cita i brani di Sal da Vinci e Ditonellapiaga. Pur non prevedendo un piazzamento di vertice, l’autore confessa di apprezzare il brano di Nayt come semplice ascoltatore: «Forse non è il palco ideale per emergere, perché Sanremo richiede grande presenza scenica e vocalità molto forte».
Un palco che, come detto, ha avuto il merito di calcare sia come interprete, nel 2016 quando arrivò tra i finalisti di Sanremo Giovani, e ancor prima nel 2007 quando si classificò terzo col brano “Malinconiche sere” nella sezione nuove proposte, ma anche come autore nel 2020, scrivendo “Il sole ad est” di Alberto Urso per la sezione big e “8 marzo” di Tecla, piazzatosi secondo nelle nuove proposte e insignito dei premi della critica Jannacci e Dalla. “Quel palco più di ogni altro ti regala un’emozione difficile da spiegare a parole”.
La prima volta in assoluto sul palco dell’Ariston risale però al 2005, quando lo aveva calcato durante la sua esperienza ad Amici di Maria De Filippi. “Eravamo con gli altri ragazzi del talent nelle casette del programma quando ci dissero che dovevamo prepararci su una canzone in gara perchè dovevamo accompagnare Gigi D’Alessio come ospiti a Sanremo. Partimmo col pullman da Roma, eravamo tipo dei ragazzi in gita. Diciamo che in quel caso, vivendola in gruppo, è stato più semplice”.
Più intensa l’emozione del 2007, quando partecipò con il duo Pquadro nella categoria nuove proposte, ottenendo il terzo posto con il brano Malinconiche sere. “Lì eravamo in due ma l’emozione si è triplicata: c’era una responsabilità enorme che fino a 30 secondi prima di salire sul palco non avevo percepito. Avevo una ventina d’anni ed ero totalmente incosciente. Quando hanno detto il nome del duo e bisognava scendere quelle scale lì ho realizzato che ci stavano guardando milioni di persone e sono andato in paranoia nera perchè sapevo che non potevo sbagliare. Mi è salita la paura e non ho performato come avrei dovuto. Sono scoppiato completamente a piangere, poi mi sono asciugato le lacrime e ho fatto quello che potevo. Col senno di poi avrei potuto gestirla meglio, ma a quell’età era molto difficile”.
Nonostante l’emozione il brano si classificò comunque al terzo posto. A distanza di anni ci ride su: “Pensa se non me la fossi fatta sotto”.
Come in questa edizione, anche quella volta tra gli ospiti c’era Tiziano Ferro. “Anche uno come lui prima di salire sul palco non era tranquillissimo. Questo per renderci conto di come quel palco fa paura davvero a tutti, a maggior ragione ad un ragazzo di 20 anni di provincia”.
Sul dietro le quinte di Sanremo invece racconta: “In quella settimana non c’è tempo neanche di pensare. Per ogni cantante in gara sono programmate talmente tante interviste che non hai molto modo di confrontarti con gli altri artisti in gara. Avere i big della musica italiana a fianco? All’epoca non mi rendevo conto, mi sembrava tutto un gioco. Me la sono vissuta con leggerezza e ne sono felice”.
In quel Sanremo Giovani tra l’altro c’era Fabrizio Moro, che poi vinse col brano Pensa, la sua prima canzone di successo. “Finito il festival ci ritrovammo a casa sua a mangiare una pizza”.
Anni dopo ha vissuto il festival da autore. “La differenza? è sostanziale: non vai sul palco e quindi non c’è quel tipo di pressione, ma c’è una preparazione totalmente diversa”.
Per spiegarla usa un paragone efficace: “In molti ogni anno mi chiedono se vado a Sanremo, come fosse una cosa semplice. Non è così automatico scrivere canzoni che poi verranno cantate su quel palco da grandi artisti. Se ne presentano circa 300 e ne prendono 30. Ognuno di loro in genere provina dalle 30 alle 40 canzoni. Quindi devi scrivere la canzone che sceglierà e poi deve essere a sua volta scelto. Andare a Sanremo non è così semplice: è un evento eccezionale, per me è come vincere un’Olimpiade. Sono fiero di esserci arrivato, ma c’è un grande lavoro dietro abbinato ad un po’ di fortuna, di cui c’è sempre bisogno”.
Una canzone preferita tra quelle che ha scritto per Sanremo? “Impossibile scegliere, per me le canzoni sono come figli. Chiaramente 8 marzo per me ha un significato importante e l’ha cantata Tecla che è diventata anche un’attrice di fama mondiale. Il sole ad est invece ci tengo a ricordare che è arrivata ultima al festival per la giuria di qualità, ma tra le prime due al televoto. Io faccio questo lavoro per la gente: sono felice se arriva un bel voto dalla critica, ma lo sono ancora di più se le mie canzoni arrivano alle persone”.
Un altro brano a cui ha lavorato e a cui è particolarmente legato è “Cosa ti aspetti da me” di Loredana Berté del Sanremo del 2019, così come quello del Volo che si classificò al terzo posto lo stesso anno. “La Berté è un’icona, ma anche un cavallo pazzo. Ce ne sono davvero pochi come lei: riesce a rendere pazzesca anche una canzone media”.
Tra i vari artisti per cui ha avuto il piacere di scrivere canzoni ce ne sono anche alcuni in gara in questa edizione, tra cui Raf e Sal da Vinci: “Raf l’ho sentito e gli ho fatto un grande in bocca al lupo. Sal da Vinci ha forse la canzone più forte di tutti a livello pop, destinata a rimanere anche negli anni”. In effetti la prima serata l’ha confermato, col pubblico dell’Ariston che ha salutato con una grande ovazione l’esibizione dell’artista napoletano.
Come per le canzoni, non c’è un artista “migliore” con cui lavorare: “Quando siamo in studio non è un lavoro meccanico: è un lavoro emotivo, se non c’è sintonia e se non c’è quella vibrazione giusta non può nascere qualcosa di bello”.
Nel 2016 la partecipazione a Sarà Sanremo con la sorella Valeria. In quel caso solo sfiorato il palco dell’Ariston, ma rimane comunque la bellissima esperienza condivisa tra fratelli: “Un percorso pazzesco e capitato solo grazie a noi e alla nostra canzone. Non avevamo un manager, un’etichetta discografica, un produttore, un fotografo, neanche un road manager ma siamo andati a giocarcela in quell'anno con artisti come Mahmood, Irama, Gabbani e Ermal Meta”. Basti pensare che 3 di questi 4 poi hanno vinto Sanremo big (Mahmood due volte).
Tra interprete e autore, dice di sentirsi oggi più autore. Quello che non è stato mai però è un cantautore, perché ci svela di aver scritto canzoni per grandi artisti ma mai per se stesso. Una scelta curiosa così motivata: “Prima sono stato interprete di canzoni di altri autori. è una mia scelta, preferisco scindere le due cose per non creare un conflitto d’interessi. Magari verrà un giorno in cui canterò le mie canzoni, ma giusto per godimento personale. Non c’è nessuna ambizione di successo, soprattutto alla mia età. Poi credo che quello che scrivo qualche altro artista possa renderlo meglio di come lo faccio io, sia vocalmente che a livello di percepito”.
Il ricordo più bello di Sanremo? "Ricevere il leoncino del terzo posto, che tra l’altro è scomparso".
Oltre al lavoro di autore per altri artisti, Romitelli ha messo in campo anche iniziative personali legate alla sua visione della musica come esperienza collettiva e formativa. «Non vivo solo di Sanremo e delle collaborazioni con nomi noti — spiega —. Ho scelto di costruire la mia vita artistica qui, a Trodica di Morrovalle, perché credo che la qualità della vita sia fondamentale, soprattutto per la famiglia». Per questo motivo ha aperto uno studio di registrazione nella sua zona, chiamato Your Song, proprio con l’intento di offrire un luogo dove artisti emergenti e giovani talenti possano confrontarsi, crescere e imparare il mestiere della musica. «Ho deciso di investire qui nel territorio, non solo per me ma anche per altri. Qui ci sono artisti interessanti, e voglio dare loro uno spazio dove potersi sviluppare. Ho aperto le porte dello studio anche a chi vuole provare. Spero davvero di trovare qualcuno di forte, qui o anche fuori dalla nostra provincia»
Nel corso dell’intervista abbiamo poi parlato dell’attuale scena italiana e di come scrivere una canzone, soprattutto per un altro artista. Avete la possibilità di ascoltare l’intervista completa su YouTube.
Infine, immancabile uno sguardo al vincitore: «Se fosse solo per la gente direi Sal da Vinci. Ma la stampa non impazzisce per lui. A Sanremo contano pubblico, radio e critica. È sempre un equilibrio».
L’associazione civica Officina delle Idee per Macerata ha ufficializzato, nella riunione del 17 febbraio 2026, la decisione di partecipare alla prossima competizione elettorale con una propria lista a sostegno della candidatura a sindaco del dottor Marco Sigona (leggi qui). Una scelta che segna un passaggio politico rilevante nel panorama cittadino: il gruppo, che in precedenza aveva preso parte al percorso dell’assemblea del centrosinistra, ha deciso di distaccarsi da quel tavolo per intraprendere un cammino autonomo, al termine di una riflessione interna legata alla visione programmatica e alle prospettive per la città.
Officina delle Idee rivendica la coerenza di un percorso avviato oltre un anno e mezzo fa, fondato su ascolto, confronto e coinvolgimento delle realtà del territorio, attraverso incontri pubblici e tavoli tematici che hanno portato alla costruzione di un programma definito “innovativo e condiviso per il futuro di Macerata”. In questo contesto è maturata la candidatura di Marco Sigona, indicato come sintesi di un progetto civico, aperto e orientato al futuro.
Direttore di Dermatologia, Sigona porta nella sfida amministrativa un profilo professionale consolidato e un’esperienza già maturata nel civismo cittadino. In questa intervista ripercorre le tappe che hanno portato alla sua candidatura, chiarisce le ragioni della scelta autonoma rispetto al centrosinistra e delinea le priorità del progetto politico che intende proporre alla città.
Dottor Sigona, perché ha deciso di candidarsi a sindaco di Macerata?
"Politicamente io provengo da un’idea di civismo e testimonianza ne è l’esperienza portata avanti con la lista Macerata Rinnova che nelle scorse amministrative del 2020 con il 3.8%, seppur nella minoranza, è stata la lista civica più votata di quella coalizione eleggendo un consigliere comunale.
Non lo nascondo, dopo averci riflettuto a lungo, ho accettato la proposta che è nata nel movimento Officina delle Idee per Macerata , ed approfitto per ringraziare pubblicamente tutti coloro con i quali ho fatto un percorso al suo interno e che hanno riposto fiducia nella mia persona proponendo il mio nominativo già dalla partecipazione ai lavori al tavolo della coalizione di centro sinistra. Ho accettato mosso da spirito di servizio e nel rispetto di un lavoro portato avanti in oltre un anno e mezzo, davvero con tanto impegno, sempre e solo nell’interesse della città".
La vostra lista si presenta fuori dalla coalizione del centrosinistra. Perché questa scelta?
"Come dichiarato anche in altre occasioni con il progetto di Officina delle Idee per Macerata abbiamo voluto invertire il paradigma del 'facciamo noi il programma e lo presentiamo alla città' con 'la città fa il suo programma e ci si impegna a fare quello che abbiamo pensato insieme'.
Un’idea ed un metodo innovativo che per prendere forma ha implicato il dedicare molto tempo all’ascolto di tante realtà cittadine con momenti d’incontro partecipati e da cui è emersa chiaramente la conferma che Macerata ha una comunità ricca, competente, generosa. Abbiamo percepito che Macerata ha tanta voglia di partecipare, di proporre, di costruire. Abbiamo per tempo raccolto molte idee e suggerimenti e contribuito ad elaborare un interessante programma per il tavolo programmatico e politico del centro sinistra ma sempre con un preciso obiettivo, quello di permettere ai cittadini di esprimersi in modo democratico e trasparente e decidere quale potesse essere, tra quelli che si erano resi disponibili in quel tavolo, il loro candidato ideale da portare alla competizione finale. Abbiamo sempre e coerentemente sostenuto questa volontà.
Così purtroppo non é stato e ce ne rammarichiamo poiché non comprendiamo ancora oggi le ragioni di una simile chiusura. Non è stato condiviso, anzi è stato negato, un punto per noi fondamentale ed irrinunciabile che rappresentava il naturale risultato di un lungo cammino fatto di ascolto della città e che la città ci chiedeva con quella modalità. Una parte di Officina delle Idee, dopo un momento di confronto al suo interno, ha deciso quindi di strutturarsi da movimento in una lista civica e proseguire con un suo progetto in autonomia con quei soggetti che si riconoscono più in un’area civica moderata e riformista e che vogliono dare un loro contributo a sostegno di un proprio candidato".
Quali saranno le priorità del programma di Officina delle idee e come intendete coinvolgere i cittadini nelle vostre scelte?
"Oggi vogliamo trasmettere il nostro slancio ed entusiasmo per rilanciare Macerata come “quel capoluogo che torni vivo e ad avere peso”, una città che riesca ad esprimere una governance più coordinata, partecipata e trasparente e che sia capace di rispettare in egual modo tutte le sue componenti, dando voce dai più giovani agli anziani, integrare il lavoro, la sua economia , la sua potenzialità di cultura e la qualità di vita.
In questo periodo avremo modo di ascoltare e leggere diversi programmi elettorali , che risulteranno spesso sovrapponibili , ma noi vogliamo dimostrare, a prescindere dalle promesse, di avere la capacità di affrontare le problematiche che si presenteranno giorno per giorno per risolverle, consapevoli certamente delle grandi difficoltà che sicuramente ci saranno ma anche delle soddisfazioni per esserci riusciti.
Siamo assolutamente aperti a ragionare con chiunque sia interessato al dialogo ed inclusivi con coloro che condividono questa modalità di far politica, che ci auspichiamo possa essere valorizzata da tutti quei cittadini stanchi di politiche fatte di sterili polemiche e diatribe e che non andando a votare non si sentono più rappresentati da troppo tempo dai tradizionali schieramenti".
Lei è primario di Dermatologia: se Macerata fosse un paziente, quale sarebbe oggi la diagnosi e quale la cura che prescriverebbe?
"Parafrasando la sua domanda mi viene da rispondere che Macerata non è una malata cronica o terminale ma una paziente che ha soltanto la necessità di essere energicamente rimotivata, rigenerata, rilanciata, riacquistando stima in se stessa perché ha davvero tante potenzialità e i suoi cittadini ne sono pienamente consapevoli. Restando nell’esempio sanitario questo è il compito che deve avere un buon terapeuta, il medico pietoso non cura ma fa progredire la malattia, un detto popolare sempre attuale.
Conosco diverse realtà in cui colleghi medici hanno ricoperto cariche politiche ed amministrative importanti con un ottimo impegno perchè, come mi capita spesso di sottolineare, chi sceglie di essere medico è medico in ogni sua espressione, sente e svolge con spirito di servizio qualsiasi situazione nella vita quotidiana si trovi ad affrontare, anche la più difficile".
Il prossimo 8 marzo, tra circa due settimane, scatterà ufficialmente il campionato di Formula 1 2026. Ma a Macerata la stagione delle corse è già iniziata. Con le elezioni comunali fissate per il 24 e 25 maggio 2026 (LEGGI QUI), la città si è trasformata in un circuito politico dove team e piloti stanno definendo strategie, assetti e tempi sul giro. La bandiera verde non è ancora stata sventolata, ma il paddock maceratese è gia abbastanza movimentato.
Il centrodestra per il momento resta ai box, in attesa della decisione dell’attuale sindaco Sandro Parcaroli. Nessuna partenza anticipata: l’eventuale ricandidatura sarà annunciata a fine mese (LEGGI QUI). Una scelta che sa di strategia prudente, da scuderia che preferisce osservare la griglia prima di scoprire il set-up definitivo.
Sul fronte opposto, invece, il centrosinistra ha già scelto il proprio pilota. Dopo la fumata bianca attorno al nome di Gianluca Tittarelli, la campagna è entrata nel vivo. Sul nuovo profilo social inaugurato "Gianluca Tittarelli candidato sindaco Macerata" lancia subito un messaggio chiaro, improntato alla concretezza e al lavoro di squadra: “Metterci la faccia è una scelta di responsabilità. Ma far funzionare le cose è un dovere.Mi conoscete per il mio lavoro al Val di Chienti o per la sfida della Pallavolo Macerata che oggi disputa un campionato nazionale di Serie A2 portando per l'Italia intera il nome di Macerata. In entrambi i casi, ho imparato una cosa fondamentale: i risultati non arrivano con i discorsi ma con l'organizzazione, il gioco di squadra e tanto, tantissimo lavoro dietro le quinte. Oggi scelgo di candidarmi a sindaco perché voglio portare questa stessa concretezza a Macerata. Mi metto a disposizione con umiltà, serietà e con le idee chiare che saranno condivise e sostenute dalla mia coalizione. Non amo la politica urlata e dei salotti".
Subito le prime proposte in programma: "Vorrei creare: Opportunità vere per chi vuole restare e investire qui. Spazi vivi e connessi, non una città-dormitorio. Sviluppare la partecipazione e promuovere l'ascolto. Non ho ricette magiche e non mi interessa lo scontro ideologico, anzi considero il rispetto e la coerenza caratteristiche essenziali in questo cammino. Mi interessa che la città sia percepita dai maceratesi e da chi la visita come un bel posto, sicuro, decoroso e ospitale che sappia anche offrire i giusti stimoli culturali e civici”.
Ma la gara non è un testa a testa. È partito da tempo anche Giordano Ripa, che a fine gennaio ha inaugurato il primo comitato elettorale in città (LEGGI QUI), segnando il primo giro lanciato della competizione.
Sul fronte civico, l’associazione Officina delle Idee per Macerata ha ufficializzato la partecipazione con una propria lista a sostegno del dottor Marco Sigona (LEGGI QUI), scegliendo una traiettoria autonoma rispetto al tavolo del centrosinistra.
Infine, si muove l'area centrista, che punta a rompere il classico duello tra due schieramenti. A inizio febbraio i rappresentanti territoriali di Azione, Partito Liberaldemocratico, Base Popolare Marche, Partito Repubblicano Italiano e Civici Marche hanno presentato un nuovo progetto politico, annunciando che il 28 febbraio sarà il momento dell’assemblea pubblica per definire programma e candidato (LEGGI QUI).
La pista è pronta e i motori sono accesi, ma la corsa verso Palazzo Comunale non riguarda solo velocità e strategie. C’è chi osserva con prudenza, chi prepara la propria traiettoria e chi affronta le curve con decisione, consapevole delle sfide che lo attendono. In questo contesto, il tema della responsabilità diventa centrale: come sottolinea Gianluca Tittarelli infatti, “metterci la faccia è una scelta di responsabilità”.
MACERATA – Non una chiusura, ma un passaggio di testimone. Dopo tredici anni di attività, Pierpaolo Berdini ha deciso di mettere in vendita Crazy Burger, l’hamburgeria di Corso Cairoli diventata negli anni un punto di riferimento per chi cerca qualità nel panorama dello street food cittadino. L’annuncio, comparso sui social, è chiaro: «Cedesi hamburgeria di successo aperta da 13 anni, nel cuore di Macerata, a due passi dallo Sferisterio. Ottimo investimento in occasione della stagione estiva e dei Mondiali di Calcio 2026 (in caso di qualificazione degli azzurri)». Sempre bene ricordare, incrociando forte le dita, quest'ultima precisazione.
Tornando alla decisione di Berdini, come ci ha raccontato in un'intervista, quest'ultima arriva in un momento positivo. «Dal giorno in cui l’ho rilevata a oggi ho più che raddoppiato il fatturato e la capacità di vendita», spiega. Un percorso costruito puntando su materie prime selezionate, attenzione alla salubrità dei prodotti, cura della pulizia e formazione dei collaboratori. «Le recensioni sui social hanno sempre premiato la qualità e la gentilezza. L’attività è lo specchio di me stesso». Per Berdini, proprio perché la “macchina” funziona, questo è il momento giusto per cedere. «Chi compra si avvicina alla stagione migliore. Già da aprile, con gli aperitivi europei, c’è un bel rodaggio. Non deve aspettare mesi prima di vedere guadagni concreti». La posizione, a pochi metri dallo Sferisterio di Macerata, garantisce un flusso costante di persone durante le grandi manifestazioni: Musicultura, la stagione lirica, i concerti estivi e gli eventi di Sferisterio Live.
Dietro la scelta c’è la volontà di cambiare vita. «Dopo tredici anni ho vissuto tante esperienze, sono cresciuto e oggi sento il bisogno di altro». Le opportunità non mancano, sia a Macerata sia fuori regione. «Ho lavorato una stagione in Trentino e ho diverse occasioni nel settore alberghiero, soprattutto in Alta Italia. Non ho ancora deciso cosa farò, ma le possibilità non mancano».
Nel frattempo, nessuna serranda abbassata. «Continuerò a lavorare. Quando troverò un acquirente lo assisterò nel primo periodo, poi mi dedicherò ai miei progetti». L’auspicio è che venga garantita continuità: «È una macchina costruita così bene che cammina da sola. Ognuno è libero di fare quello che vuole, ma chi entra può solo migliorarla».
Mentre altre zone del centro storico sono in difficoltà, con attività che chiudono da un giorno all'altro, Berdini respinge l’idea di un corso Cairoli in declino: «Corso Cairoli è in crescita. È la porta d’ingresso della città e ha davanti lo Sferisterio, simbolo del turismo maceratese. Noi commercianti siamo i diretti interessati e siamo felici di avere un monumento così attaccato». Il titolare di Crazy Burger sottolinea l’importanza del ricambio generazionale: molti giovani hanno creduto nel corso e hanno deciso di investire.
Tra le nuove aperture cita la pizzeria "Da Coso" di Daniele Cimini, Spirits Boutique di Carla Soratti, Privitera Orologi dei giovanissimi fratelli Privitera, il negozio di vinili all’ingresso del corso, Casa Cairoli di Andrea Caldarelli, Le Scalette rilevata da Daniele Gatti e la Tabaccheria Cairoli passata a Luca e Davide Tartarelli. «Molti giovani si sono messi in gioco e hanno dato nuova energia al quartiere».
Non manca però il ricordo di chi ha fatto la storia delle casette, le attività storiche e le colonne portanti che hanno contribuito a rendere grande il corso. Berdini racconta la sua esperienza: «Per quasi dieci anni sono stato il più giovane tra i casettari. Poi sono arrivati altri ragazzi ancora più giovani di me. Tra commercianti e residenti però ci siamo sempre aiutati per organizzare iniziative come la Festa delle Casette, la Festa dei Fiori e il mercatino di Natale". Lo sguardo va anche al futuro, con l’apertura di una nuova sede dell’Accademia di Belle Arti prevista nei prossimi anni, che dovrebbe portare ulteriore movimento.
In tredici anni Crazy Burger non è stato solo un locale, ma anche un promotore di eventi. Dalle proiezioni su maxi schermo delle notti europee di Champions League – come l'ultima finale organizzata al palazzetto in collaborazione con l’Inter Club di Macerata, col grande supporto del presidente Fabio Sperandini e del direttivo composto da Fabrizio Sperandini, Graziano Ortenzi e Giorgio Vigilante, che portò a riunirsi oltre mille persone – agli aperitivi europei, di cui l'ultimo organizzato a tema Spagna in onore di Fabio Andreozzi, che proprio un anno fa di questi tempi ci lasciava, fino alle serate con musica dal vivo e alle collaborazioni con realtà sportive e associative del territorio, di cui l'ultima quest'estate per il 50° Anniversario dell'Helvia Recina Calcio insieme alla società sportiva a Villa Potenza, allo stadio "Michele Gironella", con la partecipazione dello storico Dj Maceratese "Enrico Filippini" e l'intrattenimento di Lando e Dino
«Sono cose che fai se vuoi farle – racconta –. Nessuno ti obbliga. Mi è sempre piaciuto creare eventi per la comunità. Per questo devo ringraziare infinitamente la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto in tutto, così come lo studio Meriggi e Tacconi, in special modo il Dottor Commercialista Luca Meriggi che mi ha assistito e consigliato fin dall'inizio».
Ricordi che hanno sicuramente contribuito alla vitalità della città. Intanto però, dopo alcuni mesi di stop forzato a causa di un infortunio, Crazy Burger riaprirà la prossima settimana, anticipando la data inizialmente prevista per marzo. Un segnale concreto di continuità mentre si attende l’ingresso di un eventuale acquirente. Altre novità verranno comunicate sui canali social del locale.
Per Pierpaolo Berdini si apre ora una fase di valutazioni e nuovi orizzonti professionali, tra opportunità nelle Marche e prospettive nel Nord Italia. Per il locale di Corso Cairoli, invece, si prospetta un nuovo capitolo: un’attività avviata, con numeri in crescita e una posizione strategica a ridosso dello Sferisterio di Macerata, pronta ad affrontare la stagione estiva e le sfide dei prossimi anni. Non una fine, dunque, ma una transizione. Con l’auspicio – espresso dallo stesso titolare – che chi raccoglierà il testimone sappia valorizzare quanto costruito in tredici anni e proseguire un percorso che ha intrecciato impresa, qualità e vita di quartiere.
Le Marche si confermano terra di grandi birre artigianali. Alla XXI edizione di “Birra dell’Anno”, il concorso organizzato da Unionbirrai e andato in scena a Rimini, i birrifici marchigiani hanno conquistato 24 riconoscimenti complessivi: 7 medaglie d’oro, 3 argenti, 3 bronzi, 10 menzioni e un premio speciale. Un bottino che colloca la regione tra le più premiate d’Italia e certifica la maturità di un movimento brassicolo che oggi compete ai massimi livelli, dagli stili classici alle sperimentazioni più identitarie. A impreziosire il risultato è il premio speciale Best 100% Italian Beer, assegnato alla Real IGA Gose de Il Mastio di Urbisaglia. Una birra che è manifesto di filiera corta, agricoltura e visione.
Tra i protagonisti marchigiani spicca Ibeer di Fabriano, capace di conquistare più medaglie tra ori e piazzamenti. Ottimi risultati anche per Birrificio Mukkeller di Porto Sant'Elpidio e MC77 di Serrapetrona, entrambi a segno in più categorie tra podi e menzioni. Completano il quadro Beor Brasserie (Fermo), Birrificio dei Castelli (Ancona) e Birrificio Babylon (Ascoli). Dalla costa all’entroterra, la qualità attraversa tutto il territorio regionale.
Per la provincia di Macerata, il brindisi più sentito arriva dal Birrificio Il Mastio di Urbisaglia, realtà artigianale – e azienda agricola certificata BIO – capace di trasformare un legame profondo con la terra in birre che parlano di territorio. Il premio Best 100% Italian Beer assegnato alla Real IGA Gose è la conferma che la filosofia produttiva del birrificio, basata sulla filiera corta e sull’utilizzo di materie prime italiane, dà risultati straordinari.
Questa storia ha radici solide: come abbiamo raccontato in un precedente articolo dedicato alla loro avventura birraria (LEGGI QUI), i fratelli Sebastiano e Lorenzo Nabissi hanno costruito negli anni un progetto che parte dalla coltivazione dell’orzo nei terreni adiacenti al birrificio e arriva fino al bicchiere, con birre non filtrate e non pastorizzate che raccontano le Marche sorso dopo sorso.
Abbiamo sentito i due fratelli, protagonisti di questo grande successo, per ascoltare direttamente da loro la soddisfazione e il significato di questo nuovo riconoscimento. «Sicuramente è una soddisfazione che è frutto di anni di lavoro – spiegano Sebastiano e Lorenzo – perché la coltivazione dell’orzo è un impegno grande, serve per produrre poi il malto per tutte le nostre birre. Siamo arrivati prima a superare il 90% di materie prime di nostra proprietà e poi, con questa birra, l’utilizzo del 100% di materie prime italiane».
La birra premiata è un’Italian Grape Ale, l’unico stile italiano riconosciuto ufficialmente, che prevede l’utilizzo della parte vinosa – mosto, uve o altre lavorazioni dell’uva – all’interno della ricetta brassicola. «La Real IGA Gose è un blend di mosto di birra e mosto di vino – precisano – ed è prodotta con mosto d’uva Montepulciano bio insieme alle Cantine Saputi. In questo caso utilizziamo proprio mosto di vino: è questo che le conferisce aromi e profumi particolari».
Il risultato è una birra dal colore arancio con riflessi rosa e schiuma fine, con note che richiamano pompelmo e melograno, una sapidità elegante data dal sale rosa dell’Himalaya e una delicata acidità lattica che la rende fresca e sorprendente al palato. Un vero connubio tra il mondo della birra e quello del vino, con una bolla decisa e una personalità fuori dagli schemi.
Non è la prima affermazione per Il Mastio in questa categoria. «Sull’Italian Grape Ale lavoriamo da anni – sottolineano – quindi è una riconferma del percorso del birrificio. Ma il premio per l’utilizzo di materia prima 100% italiana è l’apice del lavoro che si svolge tutti i giorni, da anni, sulla produzione di orzo, di malto e sulla filiera più corta possibile per la produzione della birra».
E per festeggiare? La risposta è già servita: «Per festeggiare bisogna sempre brindare con una bella birra sana, buona e genuina».
Macerata cambia pelle, ma non senza qualche inevitabile grattacapo. A dirlo, senza troppi giri di parole, è il sindaco Sandro Parcaroli, intervenuto all’inaugurazione della nuova sede Fisiomed (LEGGI QUI), che ha rilevato l’ex Centro Aurora, proprio in una delle zone più calde del momento sul fronte viabilità.
Interpellato sui lavori nell’area interessata dal futuro sottopasso – un’opera diventata ormai quasi leggendaria per i maceratesi – il primo cittadino ha messo subito le cose in chiaro, lasciando intravedere finalmente della luce in fondo al tunnel: «La viabilità di Macerata cambia, bisogna averci della pazienza». Tradotto: cantieri sì, disagi anche, ma con un obiettivo preciso.
Il passaggio più atteso è quello sul sottopasso ferroviario, «che aspettiamo da 50 anni», sottolinea Parcaroli rivendicando con orgoglio il risultato: «Sono soldi che abbiamo catturato e sono contento che lo apriremo a breve». Un traguardo che, però, avrà un prezzo immediato: «Ci saranno settimane di disagio». Ma il sindaco ribalta la prospettiva con un paragone destinato a far discutere: «Pensate a quante persone sono rimaste ferme per mesi davanti al passaggio a livello, ad aspettare che si alzasse la sbarra. Altro che due o tre settimane».
Il messaggio alla città è chiaro: stringere i denti ora per guadagnare tempo – e nervi – domani. «Serve pazienza da parte di tutti», insiste Parcaroli, che allarga poi lo sguardo sugli altri interventi in cantiere o in arrivo. «Poi ci sarà la Campogiano-Mattei-Pieve, quindi dalla zona tra Piediripa e Sforzacosta andremo a Villa Potenza», spiega, delineando un collegamento strategico per alleggerire uno dei quadranti più trafficati.
Novità anche sul fronte della Regina: «In questi giorni abbiamo avuto anche l’approvazione del primo pezzo della Regina», annuncia il sindaco, chiarendo la linea dell’amministrazione: «Andiamo avanti con i soldi disponibili fino a Fontenoce».
Insomma, la mappa della mobilità cittadina è destinata a cambiare in modo strutturale. «La viabilità di Macerata sta cambiando fondamentalmente», ribadisce il sindaco, chiedendo ai cittadini «un po’ di pazienza, un po’ di pace, un po’ di tranquillità». Il disagio, promette, è temporaneo. Il beneficio, nelle intenzioni dell’amministrazione, no.
Resta ora la prova più difficile: convincere automobilisti e residenti che il futuro scorre più veloce dei cantieri. Anche quando, nel presente, il traffico è fermo.
MACERATA - In vista delle prossime elezioni amministrative, prende forma a Macerata un nuovo progetto politico di area centrista che punta a rompere il tradizionale schema del bipolarismo. Azione, Partito Liberaldemocratico, Movimento Repubblicani Europei, Base Popolare Marche e Civici Marche hanno presentato ufficialmente l’iniziativa nel corso di una conferenza stampa convocata giovedì 5 febbraio 2026 presso il ristobar “DiGusto”, in via XX Settembre.
A lanciare il percorso sono stati i rappresentanti territoriali delle forze coinvolte: Federico Valori per Azione, Riccardo Cogliandro per il Partito Liberaldemocratico, Mattia Orioli per Base Popolare Marche, l’ex senatrice Luciana Sbarbati per il Partito Repubblicano Italiano e Claudio Carbonari per Civici Marche, consigliere comunale ed ex capogruppo della Lega, oggi nel gruppo misto.
Un progetto che, come ribadito più volte dai promotori, non nasce come semplice alleanza elettorale, ma come proposta politica strutturata, fondata su valori comuni e su una visione di lungo periodo per la città.
Ad aprire gli interventi è stato Riccardo Cogliandro, segretario territoriale del Partito Liberaldemocratico, che ha inquadrato l’iniziativa come risposta diretta alla crescente disaffezione dei cittadini verso la politica: "Da oltre un anno lavoriamo per costruire un’offerta politica diversa - ha spiegato - lontana dall'estremismo di destra e da quello di sinistra. L'astensionismo è il frutto di una mancata rappresentanza: vogliamo colmare questo vuoto con una proposta centrale, moderata e credibile".
Cogliandro ha poi rimarcato la necessità di una leadership amministrativa forte, capace di guidare una città in difficoltà strutturale: "Macerata ha bisogno di un sindaco e di assessori autorevoli, in grado di mettere a terra una nuova visione. Questo progetto non nasce solo per vincere le elezioni, ma per costruire una coalizione fondata su una base valoriale comune. Siamo famiglie politiche che insieme hanno costruito l’Europa: quando collaborano, raggiungono risultati di alto livello".
A portare uno sguardo più ampio, anche di respiro nazionale ed europeo, è stata Luciana Sbarbati, ex senatrice e storica esponente del Partito Repubblicano Italiano, con una lunga esperienza nelle istituzioni europee. "Oggi destra e sinistra sono due realtà su cui bisogna riflettere seriamente - ha affermato -. I valori che hanno contraddistinto il percorso della sinistra sono stati accantonati, mentre assistiamo a una progressiva radicalizzazione del confronto politico".
Rivendicando l’identità repubblicana e mazziniana, Sbarbati ha indicato Macerata come possibile laboratorio politico: "Questa città può rappresentare il primo mattone di un percorso diverso. Il bipolarismo sta paralizzando l’Italia, riproponendo sempre gli stessi slogan, di cui la gente non può più. Qui possiamo avviare un’esperienza nuova, presentando una figura lontana sia dalla destra che dalla sinistra ideologizzata, scelta attraverso un processo condiviso e non imposta dai vertici di partito".
Nel merito delle questioni cittadine è entrato Federico Valori, segretario comunale di Azione, che ha posto l’accento su un metodo politico improntato alla concretezza. "Non vogliamo mettere a terra i problemi, ma porli ad altezza d’uomo – ha detto –. Il nostro è un progetto liberal-democratico fondato sulla centralità del cittadino, per restituirgli orgoglio e senso di appartenenza".
Valori ha evidenziato come Macerata abbia progressivamente perso il proprio ruolo di capoluogo: "Da vent’anni la città è in crisi, ha perso funzioni strategiche e presìdi istituzionali. Né il centrosinistra né l’attuale amministrazione sono riusciti a invertire questa tendenza". Tra i temi indicati come prioritari: parcheggi, trasparenza amministrativa e un rapporto strutturato con l’Università, considerata una risorsa non valorizzata: "Abbiamo rinunciato a una prospettiva di sviluppo per accontentarci di una rendita legata agli affitti. È una visione miope".
Molto critico l’intervento di Mattia Orioli, esponente di Base Popolare Marche, che ha ripercorso anche il proprio passato politico. "Sono stato tra i primi sostenitori di Parcaroli – ha ricordato – ma ho anche denunciato per primo quando il metodo di governo ha preso una direzione sbagliata. Le promesse elettorali sono state accantonate in favore dei giochi di potere".
Orioli ha elencato una serie di nodi irrisolti: parcheggi, Valle Verde, sicurezza, infrastrutture e attrattività economica e turistica: "Avevamo scelto un profilo imprenditoriale pensando potesse attrarre investimenti. Oggi l’imprenditoria è fuggita e la città non solo non è migliorata, ma in molti aspetti è peggiorata". Da qui la proposta di un progetto di lungo periodo: "Serve una visione che guardi ai prossimi dieci o vent’anni, non alle prossime scadenze elettorali".
Orioli ha poi rivendicato il coraggio della scelta compiuta dalle forze promotrici del progetto: "Sappiamo di essere Davide contro Golia – ha affermato – ma prima di tutto siamo maceratesi e crediamo profondamente in quello che stiamo costruendo. Chi fa politica deve essere disposto anche a un sacrificio personale. Questo progetto non nasce per convenienza, ma per un reale cambiamento, che va costruito insieme".
A chiudere il giro di interventi è stato Claudio Carbonari, consigliere comunale e rappresentante di Civici Marche, che ha spiegato: "Siamo sempre stati un movimento moderato, attento alle esigenze concrete dei cittadini – ha sottolineato –. Oggi il sistema politico premia i massimalismi ideologici, perdendo razionalità e capacità di ascolto".
Carbonari ha denunciato l'assenza di confronto reale in consiglio comunale e il silenzio sui temi provinciali più delicati, come la gestione dei rifiuti e del servizio idrico integrato. Forte anche il richiamo al parcheggio di Rampa Zara: "Era una promessa fondamentale per la città, oggi è scomparsa persino dal piano triennale. È una scelta che pesa, anche sul piano personale".
Il progetto proseguirà con un’assemblea pubblica prevista per il 28 febbraio, durante la quale verrà elaborata la proposta programmatica e avviato il confronto sul candidato sindaco. "Se si parte dal nome – hanno ribadito in chiusura – si tradisce il processo. Prima vengono le idee, poi le persone".
L’obiettivo dichiarato è quello di costruire un percorso aperto, che coinvolga cittadini e realtà del territorio, per restituire a Macerata un ruolo centrale e superare una contrapposizione politica che, secondo i promotori, da troppo tempo ne frena lo sviluppo.
Quella di domenica sarà una giornata storica per la Maceratese Calcio Femminile, con la formazione dell'Under 15 che farà il suo esordio nel campionato nazionale. Un traguardo prestigioso per la società e per tutto il settore giovanile, frutto di lavoro e programmazione. Alla luce di questo emozionante debutto, abbiamo raccolto le sensazioni del presidente biancorosso Massimiliano Avallone.
“È un traguardo importante — racconta il presidente Avallone —. Ci dà grande visibilità e dimostra che il nostro club ha un buon settore giovanile, dove le ragazze non solo imparano la tecnica, ma crescono anche come persone e affrontano sfide sempre più grandi. Lo staff tecnico ha fatto un lavoro eccellente, e vedere le ragazze imparare e competere a questo livello è una soddisfazione enorme”.
Il percorso della squadra è già stato intenso: vittorie nelle Marche, in Umbria e in Abruzzo hanno portato le biancorosse alla fase nazionale. Ora l’Under 15, inserita nel girone C con Emilia Romagna e Toscana, si confronterà con club prestigiosi come Bologna, Fiorentina, Parma, Sassuolo e Cesena. “Le ragazze sono pronte a misurarsi con questi top club — spiega Avallone —. Non puntiamo alla vittoria, ma a uscire dal campo stremate, avendo dato il 100%. Anche limitare i gol subiti sarà importante, perchè dimostra carattere, impegno e attenzione”.
(La composizione del girone)
E la prima partita vedrà subito un esordio di fuoco contro il Bologna, col match in programma alle 12:00 allo Stadio della Vittoria, mentre le altre partite in casa saranno alle 14:30, sempre con ingresso gratuito. “Bello partire subito contro un grande avversario — commenta Avallone —, ma le ragazze hanno già avuto modo di confrontarsi con questi club e sono sicuro che sarà una bella sfida. Parliamo di club professionistici con selezioni nazionali, mentre noi lavoriamo su una città di 40mila abitanti e sulle aree circostanti. Ma comunque non sarà facile per loro, ve lo garantisco".
(Il calendario)
Molte delle giovani calciatrici provengono infatti da fuori Macerata, da città come Jesi, Sirolo e Ancona. “La maggior parte delle ragazze non è di Macerata — sottolinea Avallone —. Si staccano dalla loro squadra di origine per venire qui perché sanno che si lavora bene, che c’è un bel clima e che l’esperienza sportiva è stimolante".
Oltre al confronto tecnico, l’esperienza serve anche a motivare le ragazze: “Quando giochi contro squadre di Serie A, entri in campo con spirito diverso, più motivazione e voglia di fare bella figura. È un’esperienza che aiuta a crescere, sia nello sport sia nella vita”.
Allargando lo sguardo a livello regionale e nazionale, Avallone commenta la crescita del movimento femminile: “Nelle Marche, così come nel resto d’Italia, il calcio femminile è in evoluzione. I numeri crescono, aumenta la qualità e c’è una buona collaborazione tra le società. Rimane però la difficoltà di attrarre sponsor e partner, che spesso guardano ai palcoscenici con più spettatori. Sul piano umano e tecnico, però, i progressi sono evidenti.”
Il presidente conclude lanciando un messaggio di incoraggiamento alle ragazze: “Questa opportunità l’avete conquistata sul campo con impegno e dedizione. Approfittatene, godetevi ogni momento e crescete: vi sarà utile non solo nello sport, ma nella vita”.
Con entusiasmo e determinazione, l’Under 15 della Maceratese Calcio Femminile si prepara dunque a portare in campo passione, valori e un esempio di crescita per tutto il calcio giovanile femminile della regione.