Ebbene sì. Dal primo gennaio 2026 la Bulgaria è entrata ufficialmente nel sistema euro. Ovviamente i più letti e, soprattutto, più venduti giornali nazionali e internazionali celebrano la notizia con giubilo, presentandola come un successo planetario per l’Unione Europea e per la Bulgaria. Procedendo, come sempre, controvento, commentiamo la notizia con le parole del sommo poeta: lasciate ogni speranza, voi che entrate. Il popolo bulgaro apprenderà presto sulla propria pelle che cosa significa realiter entrare nell’inferno del sistema eurocratico.
Al di là del vitreo teatro delle ideologie e della propaganda, l’euro non è soltanto, né soprattutto, una moneta, essendo invece un preciso metodo di governo neoliberale; un metodo di governo in grazia del quale si rovescia e si perverte Il canonico rapporto tra politica ed economia, tra Stato e mercato.
Infatti, grazie al paradigma della moneta unica, lo Stato si trova in posizione subordinata rispetto al mercato, cosicché in ultima istanza la sovranità appartiene alla Banca Centrale Europea, rispetto alla quale gli Stati dell’Unione Europea si trovano a dipendere pressoché in tutto. Più precisamente, la sovranità monetaria si trasla dagli Stati nazionali alla banca centrale, con la conseguenza per cui gli Stati nazionali debbono indebitarsi con la Banca Centrale Europea, magari trovandosi anche costretti ad attuare le riforme volute da quest’ultima, come accadde alla nostra sventurata Italia nel 2012, allorché ricevette la famosa o, meglio, famigerata letterina che chiedeva deplorevoli riforme in direzione neoliberale.
Coerente compimento della dinamica del capitale, l’euro non è una moneta, ma un preciso metodo di governo in cui la politica è integralmente sussunta sotto l’economico. La violenza del capitalismo realizzato in forma assoluta è una violenza puramente economica: con lo spread in luogo del carro armato, con il “debito pubblico” in luogo dei cannoni.
Al di là delle retoriche per “anime belle”, la moneta unica europea è servita a cancellare in una volta centocinquant’anni di conquiste sociali e di diritti ottenuti tramite lotte e rivendicazioni. Di più, ha posto in essere una vera e propria “schiavitù del debito” artatamente gestita dall’Unione Europea e dal suo “Patto di Bilancio Europeo”, il Fiscal Compact entrato in vigore nel 2013 e centrato sui sacri dogmi del pareggio di bilancio e dell’abbattimento del debito.
Per queste ragioni, il problema che oggi si pone non è come salvare l’euro, bensì come salvarsi dall’euro. E la sola via consiste nel ritorno alla sovranità monetaria di uno Stato nazionale compatibile con il welfare state e tale da anteporre la communitas democratica all’ordo eoconomicus.
Teologi della globalizzazione e taumaturghi dell’economia hanno correttamente individuato nell’area mediterranea dell’Europa quello che potremmo definire, con Lenin, l’“anello debole della catena” del capitalismo europeo, il punto su cui fare leva per disarticolarlo e per introdurre il paradigma americano. È, pertanto, sull’area mediterranea che si sta abbattendo la “furia del dileguare” propria della politica economica europea, diretta dalle logiche di riproduzione del capitale finanziario globale: non soltanto sulla Grecia, prima vittima sacrificale immolata al Moloch capitalistico, ma anche sulla Spagna degli Indignados e sull’Italia, perennemente sotto ricatto.
Senza esagerazioni è, pertanto, possibile rivolgersi ai popoli che stanno entrando (o che entreranno) nel progetto criminale eurocratico le parole dell’Inferno di Dante: “lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” (III, 9).
Insomma, quello che dall’ideologia dominante viene salutato come un giorno felice per la Bulgaria rappresenta invece un giorno massimamente funesto. Come non ci stanchiamo di ripetere ad nauseam, non si tratta di salvare l’euro whatever it takes, come disse l’euroinomane Mario Draghi, l’unto dai mercati: si tratta, semmai, di salvarsi dall’euro il prima possibile.
Gli amici Bulgari lo scopriranno presto. E non potranno che maledire il giorno del loro ingresso nell’inferno eurocratico. Un giorno orrendo, da non dimenticare.