Quando si parla di aumento di peso, il rischio è spesso quello di cercare spiegazioni troppo semplici per un fenomeno che semplice non è. Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che cenare tardi possa, di per sé, favorire l’aumento di peso. La ricerca scientifica, però, invita a una lettura più equilibrata: non è l’orario del pasto a determinare da solo il cambiamento del peso corporeo, ma il modo in cui quel momento si inserisce nel contesto biologico e comportamentale della giornata.
Il nostro organismo segue infatti un ritmo interno che regola sonno, digestione, produzione ormonale e utilizzo dell’energia. Durante il giorno il metabolismo tende a gestire meglio i nutrienti, mentre nelle ore serali alcuni processi, come la sensibilità all’insulina e la capacità di utilizzare il glucosio, possono diventare progressivamente meno efficienti. Questo non significa che mangiare la sera sia sbagliato, ma suggerisce che consumare abitualmente pasti molto abbondanti in tarda serata possa contribuire a creare un ambiente metabolico meno favorevole, soprattutto se questa abitudine si accompagna a uno stile di vita irregolare.
Il punto più interessante, però, non riguarda soltanto la fisiologia. Spesso il pasto serale arriva dopo una giornata lunga, frenetica e mentalmente impegnativa. Si torna a casa affamati, stanchi, talvolta stressati, e in quelle condizioni diventa più facile mangiare velocemente, scegliere alimenti più ricchi di zuccheri o grassi e prestare meno attenzione ai segnali di sazietà. In altre parole, il problema non è semplicemente “mangiare tardi”, ma il fatto che quel pasto avvenga in un momento in cui siamo spesso meno presenti e meno consapevoli delle nostre scelte.
Alcuni studi osservazionali hanno evidenziato che chi concentra una parte importante delle calorie nelle ore serali presenta più frequentemente un peso corporeo più elevato o un controllo metabolico meno efficiente. Tuttavia queste associazioni vanno interpretate con cautela, perché il peso corporeo dipende sempre da un insieme di fattori: qualità della dieta, quantità totale di energia introdotta, attività fisica, sonno e livello di stress. Ridurre tutto all’orario della cena rischia quindi di trasformare un tema complesso in una semplificazione poco utile.
Anche il legame con il sonno merita attenzione. Un pasto abbondante consumato poco prima di coricarsi può rendere il riposo meno profondo e meno continuo. Oggi sappiamo che dormire poco o male altera gli ormoni che regolano fame e sazietà, aumentando il desiderio di cibi più calorici il giorno successivo. In questo modo, una cena molto tardiva può inserirsi in un circolo che, nel tempo, rende più difficile mantenere un equilibrio metabolico stabile.
Le evidenze più recenti suggeriscono quindi che il vero tema non sia demonizzare il pasto serale, ma osservare il quadro generale. Mangiare tardi non porta automaticamente ad aumentare di peso, ma può rappresentare uno dei tasselli di uno stile di vita che favorisce scelte impulsive, sonno meno ristoratore e una gestione meno efficiente dell’energia.
Per questo, più che chiedersi se cenare tardi faccia ingrassare, forse la domanda più utile è un’altra: in quale stato fisico e mentale arriviamo alla sera quando ci sediamo a tavola? Perché spesso non è soltanto l’orologio a influenzare il nostro rapporto con il cibo, ma tutto ciò che è accaduto nelle ore che lo precedono.
Nel comune di Montefano si è aperta una situazione che sta creando preoccupazione tra i familiari degli ospiti della casa di riposo Amilcare Cristallini, attualmente chiusa alle visite esterne. Sulla porta della struttura è stato affisso un cartello con il seguente messaggio: "Si avvisa che, per motivi precauzionali, le visite esterne sono temporaneamente sospese. Si ringrazia per la comprensione e la cortese collaborazione dei familiari. Sarà nostra cura aggiornare tempestivamente sull’evoluzione della situazione".
Abbiamo effettuato alcune verifiche direttamente sul posto. Il personale della struttura, pur non potendo rilasciare dichiarazioni ufficiali, ha smentito le voci circolate nei giorni scorsi relative a una presunta assenza di assistenti all'interno della residenza, confermando quindi la presenza degli operatori.
Diversa invece la percezione dei familiari degli anziani ospiti, che parlano di una gestione poco chiara della comunicazione. "La situazione è particolare - racconta un parente - Sabato e domenica scorsa potevamo entrare. Lunedì mattina le visite sono state sospese, si dice per un sospetto di scabbia. Poi ci hanno avvisato con una mail che da lunedì pomeriggio si poteva riandare. Ma sono state attivate delle quarantene. Da giovedì poi è comparso il cartello che avete visto voi. Quello che critico è la mancanza di comunicazione e di organizzazione. Può succedere tutto, ma è giusto essere informati nel modo corretto per stare tranquilli".
Secondo quanto riferito, questo pomeriggio l'Ast avrebbe svolto un intervento in struttura per controllare la situazione e verificare eventuali criticità sanitarie. Resta però un ulteriore punto sollevato dai familiari: l’assenza, almeno finora, di un’ordinanza comunale ufficiale che disponga la chiusura al pubblico della residenza.
La casa di riposo ospita attualmente 24 persone e, a regime, dovrebbe essere dotata di un infermiere e due operatori socio-sanitari per l’assistenza. La struttura è passata di recente alla gestione della cooperativa Il Faro Sociale.
Abbiamo provato a contattare il sindaco Angela Barbieri, al momento non raggiungibile, così come la direzione dell’Ast, per ottenere chiarimenti ufficiali sulla situazione sanitaria e sulle eventuali misure adottate. Resta alta l’attenzione, mentre i familiari chiedono soprattutto trasparenza e comunicazioni puntuali in una fase così sensibile.
Il progetto “Recupero Farmaci Validi”, promosso a livello nazionale dalla Fondazione Banco Farmaceutico, si amplia anche a Macerata con l’adesione di due nuove farmacie: la Farmacia Collevario e la Farmacia dei Velini.
L’iniziativa, attiva in tutta Italia dal 2013, consente ai cittadini di donare medicinali ancora validi e non utilizzati, purché con almeno sei mesi di scadenza residua, integri e conservati nelle confezioni originali. Sono esclusi farmaci stupefacenti e psicotropi, medicinali da conservare in frigorifero e quelli ad uso esclusivamente ospedaliero.
A livello locale, il Rotary Club Macerata “Matteo Ricci”, rappresentato dal presidente Tobia Sardellini e dalla socia Sabrina Morresi, componente della Commissione distrettuale per la donazione dei farmaci, ha sostenuto l’ingresso della Farmacia Collevario, guidata dalla dottoressa Manuela Grelloni, donando il contenitore destinato alla raccolta dei medicinali.
I farmaci raccolti vengono verificati dai farmacisti per integrità e scadenza e successivamente destinati a dieci realtà assistenziali del territorio maceratese, contribuendo al sostegno delle fasce più fragili della popolazione.
Attualmente le farmacie aderenti nella provincia di Macerata sono 20. Dal 2015 ad oggi, il progetto ha permesso di recuperare oltre 35.000 confezioni di medicinali, per un valore complessivo di circa 555.000 euro.
A livello nazionale, l’iniziativa ha raggiunto risultati ancora più ampi: 619 farmacie coinvolte in 30 province e 15 regioni, con oltre 2,2 milioni di confezioni recuperate per un valore superiore a 40 milioni di euro.
Un modello di solidarietà sanitaria che continua a crescere e a coinvolgere sempre più territori.
A diciassette mesi dall'avvio del servizio dedicato, l'Ast di Macerata traccia un bilancio estremamente positivo per l'attività di chirurgia tiroidea. I dati parlano chiaro: 144 interventi eseguiti, complicanze in linea con gli standard internazionali (5-6%) e, dato più significativo, nessun caso di danno neurologico permanente.
Un risultato che premia il modello multidisciplinare attivato nel novembre 2024, nato con l'obiettivo di offrire cure di altissimo livello nel territorio, evitando ai pazienti maceratesi i cosiddetti "viaggi della speranza" verso centri fuori provincia o regione.
A guidare l'attività è il dottor Stefano De Luca, direttore della Chirurgia Generale di Civitanova Marche. L'equipe unisce diverse professionalità e sedi: dai dottori Alen Federici (Chirurgia) e Michele Tulli (Otorinolaringoiatria, reparto diretto dal dottor Cesare Carlucci), fino alla collaborazione con il gruppo di Camerino guidato dal dottor Guglielmo Miconi. Il percorso si chiude con la Medicina Nucleare di Macerata, diretta dalla dottoressa Francesca Capoccetti, e vedrà presto il coinvolgimento della chirurgia di Macerata del dottor Walter Siquini.
"I numeri sono confortanti - spiega il dottor De Luca -. Non abbiamo registrato alcun caso di lesione permanente al nervo laringeo ricorrente, la struttura che permette il movimento delle corde vocali. Questo grazie alla standardizzazione delle procedure e all'uso del neuromonitoraggio intraoperatorio, una tecnologia che ci permette una precisione chirurgica estrema".
L'Ast di Macerata ha inoltre annunciato che, in occasione del mese della prevenzione, organizzerà un evento pubblico con visite cliniche ed ecografie gratuite. L'obiettivo è sensibilizzare i cittadini sull'importanza di affidarsi a percorsi organizzati e multidisciplinari che possano documentare una solida esperienza sul campo.
TOLENTINO – “Questo 14 aprile è uno spartiacque”. Non usa mezzi termini il sindaco Mauro Sclavi per descrivere l’avvio, da oggi, del nuovo ambulatorio a ciclo orario presso la Cittadella sanitaria di Tolentino, pensato per garantire assistenza ai cittadini rimasti senza medico di medicina generale. Un servizio che nasce dalla collaborazione tra Ast di Macerata, amministrazione comunale di Tolentino e Regione Marche, con il coinvolgimento del sottosegretario Silvia Luconi, e che rappresenta una risposta concreta alla carenza di medici di base sul territorio. Il servizio è stato attivato sotto il coordinamento del direttore Socio Sanitario dottor Massimiliano Cannas, con il contributo del direttore generale dottor Alessandro Marini e della direttrice del Distretto Sanitario la dottoressa Giovanna Faccenda.
“Da oggi – spiega il sindaco – si apre, con una turnazione precisa, la possibilità per i cittadini che non hanno il medico di famiglia di recarsi qui o di telefonare per avere il proprio medico di riferimento”. Sclavi entra nel merito delle criticità che hanno reso necessario l’intervento: “C’è una carenza di medici di medicina generale. Iniziamo con i pazienti rimasti senza medico dopo il pensionamento del dottor Domizi, ma a maggio il problema sarà ancora più grande, perché un altro medico lascerà per specializzarsi, lasciando circa mille assistiti”.
Da qui la scelta di attivare il cosiddetto “medico di comunità”: “È a servizio di quella comunità che in questo momento non ha l’iscrizione con un medico di famiglia. Questi pazienti avranno a disposizione un servizio mattina e pomeriggio, come con un medico ordinario, con la possibilità anche di visite domiciliari”.
La Cittadella sanitaria di Tolentino diventa così un vero e proprio hub di servizi integrati: accanto all’ambulatorio a ciclo orario, è già attivo il Punto Unico di Accesso (PUA), mentre nelle immediate vicinanze sono presenti il punto di primo intervento e il servizio di emergenza 118. Una concentrazione di servizi che, secondo l’amministrazione, rappresenta un modello organizzativo avanzato per la gestione della sanità territoriale. “Abbiamo creato un sistema che permette al cittadino di trovare risposte rapide e coordinate”, ha sottolineato Sclavi.
A nome dell’Amministrazione comunale, il sindaco ha espresso inoltre un sentito ringraziamento al sottosegretario Silvia Luconi, all’assessore Paolo Calcinaro e al presidente della Regione Francesco Acquaroli per "l’attenzione e il supporto dimostrati nel percorso che ha portato all’attivazione del servizio".
A entrare nel dettaglio del funzionamento del servizio è il direttore socio-sanitario Massimiliano Cannas: “Oggi attiviamo l’ambulatorio medico per coloro che, per mancanza di medici di medicina generale, non hanno la possibilità di avere il proprio medico di famiglia”. Il servizio sarà attivo dal lunedì al venerdì, con orari estesi: “Qui si potranno fare impegnative, ricette, certificati di malattia e tutte le attività tipiche del medico di base. È una risposta necessaria, considerando che purtroppo i medici di famiglia non ci sono, nonostante i bandi attivati”.
A prendere servizio nel nuovo ambulatorio sono i medici Lorenzo Fagotti, Emi Biondi e Paolo Bartolini, che hanno avviato oggi l’attività assistenziale. “È un passo importante per la comunità – hanno spiegato –. Abbiamo già una lista di assistiti privi di medico di base e potremo gestire prescrizioni, esami diagnostici e terapie. L’obiettivo è garantire continuità fino alla presa in carico da parte di un medico di medicina generale definitivo”. Il funzionamento prevede anche una gestione progressiva dei pazienti: richieste, controlli e referti potranno essere seguiti in più accessi, assicurando comunque la presa in carico continuativa.
L’attivazione dell’ambulatorio rappresenta, nelle intenzioni delle istituzioni, non solo una risposta emergenziale, ma anche un possibile modello organizzativo futuro per la sanità territoriale. Un sistema che punta sull’integrazione tra servizi, sulla prossimità ai cittadini e sulla collaborazione tra Comune, AST e Regione. “Non si tratta solo di tamponare una difficoltà – ha concluso Sclavi – ma di costruire un nuovo modo di pensare la sanità sul territorio. Oggi, a Tolentino, proviamo a mettere un primo mattone di questo percorso”.
L’ambulatorio è operativo dal lunedì al venerdì e consente ai cittadini di accedere a visite mediche, nonché alla richiesta di ricette e certificati. È rivolto in via prioritaria proprio a coloro che si trovano temporaneamente senza medico di famiglia. Il servizio è garantito da tre medici che operano secondo una turnazione settimanale: Emi Biondi, disponibile dalle ore 8 alle 20, Lorenzo Fagotti, operativo il mercoledì e il venerdì dalle ore 8 alle 17, e Paolo Bartolini, presente il giovedì dalle ore 8 alle 14. Numero diretto ambulatorio: 0733 2573370
È stato eseguito con successo per la prima volta all’ospedale di Civitanova un impianto cocleare, definito anche “orecchio bionico".
L’intervento e’ stato realizzato su un paziente adulto, sordo dalla nascita, da un’équipe guidata dal professor Giampiero Ricci dell’Università di Perugia e da Cesare Carlucci dell’U.O.C. di Otorinolaringoiatria di Civitanova con un buon decorso operatorio e postoperatorio.
“Questo tipo di impianto è in grado di restituire l'udito ai sordi, attraverso un dispositivo che stimola direttamente il nervo acustico, perché capta il suono, lo converte in segnali/impulsi elettrici, esattamente come farebbe una coclea, e li trasferisce appena generati al nervo cocleare, stimolandolo – spiega Cesare Carlucci, direttore dell’Otorinolaringoiatria dell’ospedale di Civitanova. È la stimolazione del nervo cocleare, infatti, che garantisce all'essere umano la percezione e il riconoscimento del suono”.
Un impianto cocleare comprende componenti esterne, da applicare dietro l'orecchio, e interne da inserire nel sottocutaneo e a ridosso della coclea. Gli odierni impianti rappresentano un supporto audiologico molto efficace sia negli adulti che nei bambini sordi.
“È un traguardo importante quello raggiunto dall’èquipe guidata dal dottor Carlucci, che testimonia le elevate competenze e professionalità dei sanitari dell’Ast, capaci di effettuare con successo un intervento delicato e difficile, grazie ad una tecnologia d’avanguardia” – ha dichiarato il direttore generale dell’Ast di Macerata, Alessandro Marini.
A partire da martedì 14 aprile sarà attivo un ambulatorio a ciclo orario presso la cittadella sanitaria di Tolentino, una delle misure messe in campo per far fronte alla carenza di medici di medicina generale nel territorio.
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra la Direzione Generale dell’Ast di Macerata, l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Mauro Sclavi e la Giunta regionale, con il coinvolgimento del sottosegretario Silvia Luconi. L’obiettivo è garantire continuità assistenziale ai cittadini in una fase particolarmente delicata per la sanità locale.
"È stato predisposto un calendario di turni che vedrà diversi professionisti alternarsi per assicurare una copertura quotidiana. L’ambulatorio offrirà visite mediche, rilascio di certificati e tutte le principali attività di routine normalmente svolte dai medici di famiglia", si legge in una nota dell'Ast.
"Questo intervento si affianca ad altre azioni già avviate, come l’aumento del numero massimo di assistiti per i dodici medici di base ancora in servizio e la pubblicazione, lo scorso 27 marzo, della cosiddetta “zona carente” per la Medicina Generale. Quest’ultima rappresenta un passaggio fondamentale per l’assegnazione di nuovi medici, attraverso una graduatoria a livello regionale, che consentirà in futuro di stabilizzare il servizio".
"Non si escludono ulteriori interventi: nuove forme di assistenza primaria saranno infatti valutate in accordo con il Comune, per ottimizzare le risorse disponibili e garantire risposte sempre più efficaci alla popolazione".
“Questa cabina di regia tra autorità sanitarie e comunali mira a stabilizzare definitivamente l’offerta sanitaria nel territorio dell’entroterra, garantendo alla popolazione il diritto alla salute”, ha dichiarato il direttore generale dell’Ast di Macerata, Alessandro Marini.
Ogni anno è la stessa storia; se l’arrivo della primavera è generalmente accolto con favore, per una categoria di persone la bella stagione è foriera di disagi più o meno gravi. Parliamo di chi soffre di allergie stagionali, anche dette impropriamente "febbre da fieno". Difatti le graminacee - il fieno, appunto - sono solo una categoria di piante in grado di sensibilizzare una buona fetta di popolazione: si stima infatti che gli italiani coinvolti da questo problema siano circa 10 milioni.
Altri allergeni sono nocciolo, betulla, artemisia, ambrosia, ontano, pioppo, cipresso, olivo e parietaria, solo per citare i più conosciuti. La loro impollinazione non è affidata al lavoro degli insetti, come nel caso delle piante da fiore, ma alle correnti d'aria che trasportano i pollini anche a molti chilometri di distanza.
Va da sé che l’incidenza delle allergie vari notevolmente in base alla zona e al periodo, come evidenziano i calendari pollinici, dove viene riportata la concentrazione dell’allergene nelle diverse aree climatiche (in Italia se ne contano sette) in ogni mese dell’anno. Il calendario pollinico è uno strumento utile a chi soffre di rinite allergica, a cui si affiancano dei veri e propri bollettini meteo-pollini stilati quotidianamente dall’apposito centro di monitoraggio.
Ma evitare totalmente il contatto con l’allergene è decisamente difficile, se non impossibile…e allora che fare? Abbiamo affrontato l’argomento con la dott.ssa Simonetta Calamita, otorinolaringoiatra e medico esperto in malattie allergiche e disturbi respiratori del sonno, consulente a Macerata del centro medico "Associati Fisiomed".
Come e perché si manifestano le allergie stagionali?
"L’allergia è un’eccessiva risposta del nostro sistema immunitario verso alcune sostanze chiamate allergeni. Esiste una predisposizione familiare che, insieme alla frequente esposizione a sostanze allergizzanti, nel corso della vita può portare a sviluppare un’allergia. Tra le cause principali troviamo i pollini, ma in questo periodo possono acuirsi i fastidi anche delle persone allergiche agli acari della polvere o ai peli di animali domestici.
L’esposizione può avvenire per via inalatoria, per via iniettiva, per ingestione o per contatto. I sintomi tipici di un’allergia sono riniti ricorrenti, tosse, difficoltà respiratoria, congiuntivite, prurito diffuso, edemi ed eritemi, ma, nei casi più gravi, si può arrivare allo shock anafilattico".
Come si identifica precisamente l’allergene incriminato?
"Si può ricorrere a test cutanei. I Prick test, in particolare, consentono di testare in un’unica seduta i principali allergeni, specialmente gli inalanti e gli alimenti. Si può anche procede a un test allergene-specifico con dosaggio delle immunoglobuline (IgE), per il quale va prelevato un campione di sangue del paziente".
Una volta individuato l’allergene, come si procede?
"Ovviamente bisogna evitare il più possibile l’esposizione alla sostanza allergizzante e, qualora ciò non fosse pienamente realizzabile, intraprendere una terapia specifica per alleviare i sintomi. Risultano generalmente efficaci spray nasali a base di corticosteroidi, a cui possono associarsi farmaci antistaminici e decongestionanti.
E’ necessaria la prescrizione medica. In casi particolarmente delicati, si può ricorrere all’immunoterapia specifica, con l’obiettivo di ridurre la reattività del soggetto verso l’allergene. Inizialmente viene somministrata al paziente una dose di allergene talmente minima da non provocare reazioni, poi si prosegue aumentando leggermente le dosi, in modo che il sistema immunitario possa gradualmente abituarsi all’allergene.
L’immunoterapia per le allergie stagionali prevede la somministrazione dell’allergene nella formulazione sublinguale o attraverso iniezioni. Va però sottolineato che, nel caso specifico della rinite allergica, l’immunoterapia va fatta dopo questo periodo dell’anno, così che possa essere efficace l’anno successivo".
Dopo le festività pasquali, è facile ritrovarsi con uova di cioccolato in dispensa e con una domanda ricorrente: meglio scegliere il cioccolato fondente o quello al latte? La risposta, come spesso accade in nutrizione, non è così netta come potrebbe sembrare.
Il cioccolato nasce dal cacao, un alimento naturalmente ricco di composti bioattivi, in particolare polifenoli come i flavonoidi. Si tratta di sostanze studiate per il loro possibile effetto antiossidante e per il ruolo nel supporto della salute cardiovascolare. Tuttavia, la loro presenza varia sensibilmente in base al tipo di cioccolato.
Il fondente, soprattutto quando contiene più del 70% di cacao, ne è generalmente più ricco. Questo perché è meno diluito da zuccheri e latte e conserva una quota maggiore della materia prima originaria. Alcuni studi suggeriscono che un consumo moderato possa contribuire a migliorare la funzione endoteliale e la pressione arteriosa, anche se è importante ricordare che si tratta di effetti osservati in contesti controllati, non di proprietà “miracolose”.
Il cioccolato al latte, invece, ha una composizione diversa: contiene meno cacao e una maggiore quantità di zuccheri, oltre alla presenza del latte. Questo lo rende più dolce e spesso più appagante, ma anche meno ricco di composti bioattivi. Alcune evidenze suggeriscono inoltre che le proteine del latte possano ridurre, almeno in parte, la biodisponibilità dei flavonoidi, anche se su questo punto la ricerca è ancora in evoluzione.
Dal punto di vista nutrizionale, è utile ricordare che entrambi restano alimenti energetici. Le differenze caloriche tra fondente e al latte non sono così marcate: ciò che cambia davvero è la qualità degli ingredienti e la concentrazione di nutrienti.
Allora, qual è il migliore? Dipende dal contesto e dalle abitudini individuali. Se l’obiettivo è aumentare l’apporto di composti benefici, il fondente rappresenta la scelta più interessante. Se invece si cerca un gusto più dolce e gratificante, anche il cioccolato al latte può trovare spazio in una dieta equilibrata, purché consumato con moderazione.
Un aspetto spesso trascurato riguarda il rapporto con il cibo. Demonizzare un alimento o etichettarlo rigidamente come “buono” o “cattivo” rischia di essere controproducente. Il cioccolato, in tutte le sue forme, può far parte di un’alimentazione sana se inserito con consapevolezza, senza eccessi ma anche senza sensi di colpa.
In fondo, la differenza non sta solo nella scelta tra fondente e al latte, ma nella quantità, nella qualità e nel modo in cui questo piccolo piacere si inserisce nella nostra quotidianità. Anche dopo Pasqua, il segreto non è rinunciare al cioccolato, ma imparare a gustarlo meglio.
Si terrà il 18 aprile il convegno promosso dall’AST Macerata e dall’ospedale di Civitanova Marche, in programma dalle ore 8 presso l’Hotel Horizon di Montegranaro. Il titolo dell’evento è “La musica in sala operatoria”.
Il congresso, presieduto dal dottor Mauro Pelagalli, sarà coordinato sotto il profilo scientifico dalla dottoressa Elisabetta Garbati e si svilupperà in due sessioni tematiche: “Ambiente sonoro e team operatorio” e “Il suono che cura”.La segreteria scientifica è composta da Marta Fratini, Silvia Battistoni e Stefania Laici. L’apertura dei lavori sarà affidata al dottor Stefano Cecchi, alla dottoressa Elisabetta Garbati e al dottor Mauro Pelagalli.
Negli ultimi anni, numerose evidenze scientifiche hanno mostrato come la musica possa influenzare il benessere psicofisico degli operatori sanitari, le dinamiche del team, i livelli di stress, la qualità delle performance e gli esiti sul paziente. Parallelamente, lo sviluppo delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale ha aperto nuove prospettive nella comprensione e nella personalizzazione degli stimoli sonori nei contesti clinici ad alta intensità assistenziale.
"Il congresso nasce con l’obiettivo di esplorare il ruolo della musica in sala operatoria da una prospettiva multidisciplinare, integrando contributi clinici, psicologici, organizzativi e tecnologici", si legge in una nota degli organizzatori. Il confronto tra professionisti della salute, musicisti esperti in musicoterapia e studiosi di intelligenza artificiale intende stimolare una riflessione critica su benefici, limiti e possibili applicazioni future della musica come supporto al lavoro del team operatorio e alla sicurezza delle cure".
Un’occasione di dialogo e approfondimento su un tema innovativo che, partendo dall’ascolto, invita a ripensare l’ambiente chirurgico in una visione più attenta al fattore umano.
SAN SEVERINO MARCHE – Piazza del Popolo si trasforma per un giorno in un grande laboratorio di formazione e simulazione grazie alle iniziative della Croce Rossa Italiana. Domani, sabato 11 aprile, il cuore della città ospiterà le Olimpiadi Regionali di Primo Soccorso e la Gara regionale di Diritto Internazionale Umanitario, con protagonisti gli studenti delle scuole superiori marchigiane.
L’iniziativa, promossa dal Comitato Regionale Marche della Croce Rossa con il contributo del comitato locale e il patrocinio del Comune, ha l’obiettivo di avvicinare i giovani ai temi del soccorso e dei principi umanitari, attraverso un percorso formativo già avviato nei mesi scorsi negli istituti scolastici.
Le Olimpiadi di Primo Soccorso rappresentano il momento conclusivo di un progetto educativo che ha permesso agli studenti di apprendere tecniche salvavita e procedure di emergenza. In piazza, ragazze e ragazzi saranno chiamati a mettere in pratica quanto appreso attraverso scenari realistici di intervento e soccorso simulato.
Alla competizione partecipano istituti provenienti da tutta la regione, tra cui il Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Jesi, l’Istituto di istruzione superiore “Leonardo da Vinci” di Civitanova Marche, diverse scuole di Urbino, Ascoli Piceno, Camerino e altri istituti marchigiani. La squadra vincitrice accederà alla fase nazionale in programma il 30 maggio a Bolzano.
Accanto alla gara di primo soccorso si svolgerà anche la competizione dedicata al Diritto Internazionale Umanitario, tema sempre più attuale alla luce dei conflitti internazionali.
Gli studenti delle classi terze e quarte, dopo un percorso formativo dedicato, si confronteranno in prove e simulazioni sui principi che regolano i conflitti armati e la tutela delle vittime.
In gara scuole di Urbino, Ancona, Senigallia e Pesaro, con più squadre per alcuni istituti. Anche in questo caso, il team vincitore accederà alla fase nazionale.
A valutare le prove saranno giudici esperti e volontari della Croce Rossa, impegnati quotidianamente nelle attività associative.
“Le Olimpiadi di Primo Soccorso e la gara di Diritto Internazionale Umanitario rappresentano un’esperienza altamente formativa – ha sottolineato la presidente del Comitato Regionale Marche della Croce Rossa Italiana, Rosaria Del Balzo Ruiti – capace di trasmettere ai giovani competenze pratiche e valori fondamentali come solidarietà, responsabilità e attenzione verso il prossimo”.
Le attività si svolgeranno dalle 12 alle 16.30, mentre alle 17.30 è prevista la cerimonia di premiazione e chiusura in piazza del Popolo.
Il contratto delle farmacie private è fermo da oltre un anno e mezzo e il malcontento cresce in tutta Italia, con una mobilitazione che porterà anche i farmacisti marchigiani a partecipare allo sciopero nazionale del 13 aprile. Alla base della protesta c’è la richiesta di un rinnovo contrattuale che riconosca salari adeguati, competenze e sostenibilità del lavoro, in un contesto in cui le farmacie sono diventate sempre più centrali per il sistema sanitario. I sindacati evidenziano come, soprattutto nei piccoli comuni, i farmacisti rappresentino spesso l’unico presidio sanitario stabile, un punto di riferimento rafforzato durante la pandemia con attività di vaccinazione, tamponi e prevenzione svolte anche in condizioni difficili
A fronte di questo ruolo crescente, però, le condizioni di lavoro restano critiche. Turni prolungati, aperture continue e carichi sempre più pesanti rendono difficile la conciliazione tra vita e lavoro, mentre il mancato rinnovo del contratto e l’inflazione hanno eroso il potere d’acquisto. Il risultato è una professione sempre meno attrattiva, con segnali evidenti come la diminuzione delle iscrizioni alle facoltà di Farmacia e il rischio di una progressiva fuga dal settore. Una situazione che nelle Marche riguarda circa 1500 farmacisti dipendenti e che, secondo le organizzazioni sindacali, potrebbe avere ripercussioni sulla qualità dei servizi offerti ai cittadini.
Nel frattempo, la Regione Marche continua a puntare sulla farmacia dei servizi, prorogando la sperimentazione avviata nel 2023 per garantire continuità alla sanità di prossimità. Il modello, sostenuto anche da risorse nazionali, ha permesso di ampliare l’offerta con prestazioni come telemedicina, screening, servizi infermieristici e supporto al Fascicolo sanitario elettronico. L’obiettivo è quello di avvicinare i servizi ai cittadini, ridurre gli spostamenti e alleggerire ospedali e liste d’attesa, soprattutto in un territorio caratterizzato da molti piccoli centri e aree interne difficili da raggiungere.
I numeri mostrano una crescita importante: oltre 350 farmacie marchigiane hanno aderito alla sperimentazione su un totale di circa 540, con una forte partecipazione delle realtà rurali. In due anni sono state erogate circa 31 mila prestazioni, di cui 21 mila in telemedicina, il servizio più richiesto. Proprio nelle farmacie dei piccoli centri si concentra oltre la metà di queste attività, confermando il loro ruolo strategico. Allo stesso tempo, i servizi hanno permesso di intercettare bisogni sanitari importanti, con pazienti indirizzati al pronto soccorso o a ulteriori approfondimenti grazie agli esami effettuati in farmacia.
Resta però aperta una questione strutturale che intreccia sostenibilità economica, organizzazione del lavoro e carenza di personale. Nelle Marche, 256 farmacie sono rurali e 197 sussidiate, inserite in un sistema di incentivi che, secondo la categoria, presenta limiti e disincentivi alla crescita. Tra finanziamenti pubblici, fondi nazionali e risorse legate al Pnrr, il sistema esiste ma richiede capacità progettuale e non sempre garantisce equilibrio. Senza un rinnovo contrattuale adeguato e una definizione chiara della remunerazione dei nuovi servizi, il rischio è che la farmacia dei servizi resti un modello efficace ma fragile, mentre il progressivo calo di professionisti potrebbe mettere in difficoltà un presidio essenziale per la sanità territoriale.
Un gesto di solidarietà e vicinanza ai più piccoli ha caratterizzato le festività pasquali presso il reparto di Pediatria dell’ospedale di Civitanova.
Una rappresentanza del Lions Club Civitanova Marche Cluana e del Comitato della Croce Rossa Italiana di Porto Potenza Picena ha fatto visita ai bambini ricoverati, portando un momento di allegria e spensieratezza durante i giorni di festa.
Nel corso dell’iniziativa, i volontari hanno donato uova di cioccolato e giocattoli, contribuendo a rendere più serena l’atmosfera all’interno del reparto, diretto dalla dottoressa Enrica Fabbrizi.
Particolarmente apprezzata la presenza del dottor Felice Sapone, consigliere del direttivo della CRI locale, che insieme al gruppo giovani del Comitato ha partecipato attivamente alla consegna dei doni.
L’iniziativa ha regalato sorrisi ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, confermando ancora una volta l’importanza del volontariato e della solidarietà nel rendere più umano il percorso di cura.
Una telefonata, pochi minuti decisivi e la prontezza di chi sa riconoscere i segnali giusti. È così che Elisabetta Buschittari, infermiera di Treia in servizio all’ospedale di Macerata, ha contribuito a salvare la vita a Sebastiano Marano, 34 anni, colpito da un infarto mentre stava lavorando.
A segnalare la vicenda alla redazione di Picchio News è stato Salvatore Marano, fratello di Sebastiano e fidanzato della stessa Elisabetta, che ci ha informato dell’episodio, sottolineando il ruolo decisivo dell’intervento a distanza dell’infermiera. Abbiamo poi ascoltato il racconto di Elisabetta.
Tutto è accaduto mercoledì primo aprile. Sebastiano, impegnato nella consegna di ossigeno a bordo del suo furgone, ha iniziato ad avvertire un forte dolore al petto irradiato alle braccia. In quel momento ha deciso di chiamare Elisabetta, sapendo che lavorava in ospedale, ma senza voler allarmare nessuno. Cercava rassicurazioni, sperando che si trattasse di un malessere passeggero.
“Mi ha chiamato dicendo che aveva un dolore toracico che si irradiava alle braccia – racconta Elisabetta Buschittari – stava guidando il furgone e mi ha detto che si sarebbe fermato per capire meglio cosa stesse succedendo”. Dall’altra parte del telefono, l’infermiera ha iniziato subito a porre domande precise per valutare la situazione.
“Gli ho chiesto se il dolore cambiava con i movimenti e se aveva sudorazione fredda. Quando mi ha detto che sudava freddo e faceva fatica a respirare, ho capito che poteva essere qualcosa di cardiaco”, spiega.
A quel punto Elisabetta ha invitato con decisione Sebastiano a chiamare il 118, ma lui ha inizialmente rifiutato. “Non voleva chiamare, continuava a dirmi che aspettava, che magari gli passava”, racconta. Un atteggiamento dettato dalla paura di creare allarmismi.
Capita la gravità della situazione, l’infermiera ha deciso di agire comunque. “Gli ho detto di stare fermo e di non muoversi, che avrei chiamato io il 118”, spiega. Nel frattempo ha allertato i familiari e ha dato indicazioni precise al fratello su cosa fare e cosa comunicare ai soccorritori.
Durante quei momenti concitati, Elisabetta è rimasta costantemente in contatto con Sebastiano. “Sono rimasta al telefono con lui per tutto il tempo, mi sono fatta dire dove si trovava e controllavo che restasse cosciente e stabile”, aggiunge.
Grazie a questa gestione lucida e tempestiva, i soccorsi sono stati attivati rapidamente. L’ambulanza è arrivata nel giro di pochi minuti, quando Sebastiano si trovava ancora nel furgone, quasi al termine del turno di lavoro. Da lì il trasporto in ospedale e le cure necessarie.
La prontezza e la competenza dell’infermiera, unite alla capacità di mantenere il sangue freddo e guidare a distanza ogni passaggio, hanno invece permesso di trasformare un potenziale dramma in una storia a lieto fine. Un episodio che evidenzia ancora una volta quanto sia fondamentale riconoscere subito i segnali di un infarto e intervenire senza esitazioni.
Oggi Sebastiano sta meglio anche grazie a quella telefonata che, nei momenti più critici, ha fatto la davvero la differenza.
Una grande prova di efficienza sanitaria e collaborazione umana ha segnato l’attività dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche, dove una paziente ultraottantenne è stata dimessa in perfette condizioni dopo un intervento chirurgico senza precedenti. La donna, colpita contemporaneamente da tre diverse patologie neoplastiche, è stata operata in un’unica seduta operatoria da tre differenti équipe specialistiche, tornando a casa dopo soli dieci giorni di degenza. Il successo dell’operazione rappresenta un traguardo straordinario per la struttura di Ancona, confermando come la multidisciplinarietà sia diventata il vero pilastro della sanità d'eccellenza.
La vicenda ha avuto inizio lo scorso mese, quando la paziente si è sottoposta a una Tac per valutare un tumore maligno al seno. L’esame diagnostico ha però riservato una sorpresa amara: oltre alla patologia già nota, le immagini hanno rivelato altre due masse tumorali, una al rene e una all'ovaio, fino a quel momento del tutto asintomatiche. Come spiegato dal dottor Enrico Lenti, direttore facente funzioni della Senologia, è stato in quel momento che la strategia clinica ha cambiato rotta. "Invece di sottoporre la paziente a tre diversi interventi dilazionati nel tempo, i medici hanno scelto la strada più complessa ma vantaggiosa per la salute della donna: affrontare le tre neoplasie in una sola sessione operatoria".
L'intervento è durato complessivamente meno di quattro ore, un tempo record se si considera la gravità del quadro clinico. La sequenza operatoria è stata studiata nei minimi dettagli, partendo dalla rimozione del tumore all'ovaio per poi passare alla patologia renale e concludere con l'intervento al seno, considerato la priorità clinica. Un aspetto tecnico fondamentale è stato sottolineato dal dottor Giovanni Delli Carpini, della clinica di Ostetricia e Ginecologia: "Grazie alla grande versatilità dei chirurghi, è stato possibile asportare le masse dell’ovaio e del rene attraverso un unico taglio chirurgico, riducendo drasticamente l’impatto del trauma operatorio".
Il professor Andrea Benedetto Galosi, primario di Urologia, ha rimarcato come "il calcolo del rapporto tra rischi e benefici sia stato l'elemento decisivo per procedere in questa direzione. Affrontare un singolo intervento ha permesso di evitare mesi di degenze ripetute e procedure post-operatorie iterate, che avrebbero inevitabilmente logorato le condizioni generali della paziente. Questo risultato è stato reso possibile anche grazie alla sofisticata gestione anestesiologica della dottoressa Caterina Baiocco, che ha applicato una tecnica combinata tra anestesia generale e locoregionale, garantendo un risveglio ottimale e un controllo del dolore eccellente senza un uso eccessivo di oppioidi".
Dopo una prima notte trascorsa nella terapia intensiva della chirurgia maggiore, diretta dalla dottoressa Elisabetta Cerutti, la paziente ha mostrato un recupero rapidissimo. Per il direttore generale dell’Aoum, Armando Marco Gozzini, questo episodio "non è solo un caso di successo clinico, ma la prova concreta che il lavoro di squadra rappresenta il valore aggiunto necessario per fare la differenza nel trattamento delle patologie complesse, garantendo ai cittadini cure di altissimo livello in tempi ridotti".
"Vi sento come amici e, soprattutto, vi ringrazio per l’impegno nel mantenere sicuro, efficiente e accogliente il nostro servizio sanitario pubblico". Così scrive un cittadino, Giuseppe Gattari, in una lettera inviata alla nostra redazione in cui ha voluto condividere la propria esperienza di "buona sanità" vissuta presso il reparto di Otorinolaringoiatria dell'ospedale di Civitanova Marche. Una testimonianza che mette in luce non solo l'efficacia clinica delle cure ricevute, ma anche lo straordinario spessore umano del personale in servizio.
Ecco il testo integrale della lettera:
"Desidero raccontare la mia esperienza presso il reparto di Otorinolaringoiatria dell'Ospedale di Civitanova, dove sono stato ricoverato e curato dal 20 al 28 marzo scorso. Colpito da un improvviso e grave ascesso parafaringeo, sono stato indirizzato tempestivamente verso il corretto percorso terapeutico dal dottor M. Ruberto. In tempi rapidissimi sono stato accolto nel reparto, dove ho trascorso otto giorni sottoposto a un’intensa farmacoterapia che, dato il buon esito, ritengo mi abbia probabilmente evitato il ricorso all'intervento chirurgico.
In qualità di paziente, mi permetto di esprimere alcune considerazioni sull’esperienza vissuta all'interno della struttura, partendo dal presupposto che la vostra Unità Operativa Complessa (UOC) rappresenta, a mio parere, un’eccellenza locale del Servizio Sanitario Nazionale. L’atmosfera è estremamente accogliente e mette a proprio agio chiunque, siano essi pazienti minorenni o adulti.
Tutto il personale - dagli operatori socio-sanitari agli infermieri, fino ai medici - si è dimostrato competente, empatico, amichevole e socievole. È un team efficiente che non lascia trapelare sul luogo di lavoro eventuali problemi personali, accogliendo sempre tutti con il sorriso. Al momento delle dimissioni, si percepisce quasi un senso di piccolo rimpianto, come quando si lascia un gruppo di amici sempre solleciti, solidali e pieni di vita.
Desidero complimentarmi con il Direttore, il dottor Carlucci, e ringraziare tutti voi per la competenza, la dedizione e la simpatia con cui mi avete gratificato nel corso della degenza. Un pensiero particolare va alle infermiere che mi hanno assistito con più costanza e alla dottoressa 'latinista per modo di dire'. Vi sento come amici e, soprattutto, vi ringrazio per l’impegno nel mantenere sicuro, efficiente e accogliente il nostro servizio sanitario pubblico. Colgo l'occasione per augurare a tutti voi delle serene festività pasquali".
Il collegio di direzione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche interviene sul caso delle sacche di plasma andate sprecate presso l’Officina Trasfusionale, chiarendo la propria posizione e difendendo il buon nome dell’Istituzione.
L’organismo, composto dai direttori di Dipartimento, sottolinea come l’episodio, attualmente oggetto di accertamenti, "abbia natura organizzativa e debba essere inquadrato in modo rigoroso, senza dar spazio a interpretazioni distorte o strumentalizzazioni".
Secondo quanto evidenziato, si tratterebbe infatti di un evento circoscritto, che non può essere esteso all’intero sistema sanitario aziendale né tantomeno mettere in discussione i risultati complessivi raggiunti nel tempo.
L’Officina Trasfusionale coinvolta fa capo al Dipartimento Interaziendale Regionale di Medicina Trasfusionale (DIRMT) e opera all’interno della stessa Azienda ospedaliera. Proprio per questo, viene ribadita la "necessità di affrontare la vicenda con responsabilità istituzionale e sulla base di dati oggettivi".
Nel documento, il collegio di direzione richiama anche il percorso intrapreso dall’attuale governance aziendale, descritto come "orientato alla qualità, alla sicurezza e al miglioramento continuo. Un approccio che, viene sottolineato, trova conferma nei risultati ottenuti sia in ambito clinico che nella ricerca e nella formazione".
L’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche viene indicata come "una realtà di riferimento a livello nazionale e internazionale, grazie all’integrazione tra assistenza sanitaria, attività scientifica e didattica, e al lavoro quotidiano di personale altamente qualificato".
Per questo motivo, il Collegio ribadisce che un singolo episodio, pur meritevole di approfondimento e di eventuali interventi correttivi, "non può compromettere il valore complessivo dell’Istituzione né il prestigio costruito negli anni".
Infine, viene rinnovato l’impegno a "garantire standard elevati di qualità, sicurezza e appropriatezza, evidenziando come la credibilità del sistema sanitario si fondi sulla trasparenza, sulla capacità di affrontare le criticità e sui risultati conseguiti quotidianamente dai professionisti".
Un'eccellenza marchigiana sul tetto del mondo. La prestigiosa rivista statunitense Newsweek, in collaborazione con il portale di statistica Statista, ha inserito l'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche (AOUM) nella classifica "World's Best Hospitals 2026". Il riconoscimento posiziona le strutture ospedaliere regionali all'interno dell'élite sanitaria mondiale, premiando gli standard elevatissimi di assistenza medica e le performance cliniche raggiunte.
La graduatoria, giunta alla sua ottava edizione, non si basa su semplici impressioni, ma su rigorosi indicatori di qualità: raccomandazioni da parte di colleghi medici, esperienze dirette dei pazienti ricoverati ed esiti clinici certificati. "Questa classifica celebra gli ospedali che stabiliscono i più elevati standard di assistenza medica e performance", si legge nella nota ufficiale firmata dall'editore di Newsweek, Jennifer H. Cunningham, e inviata al Direttore Generale di Aoum, Armando Marco Gozzini.
L'indagine ha coperto le migliori strutture ospedaliere di 32 paesi (tra cui Stati Uniti, Canada, Germania, Giappone e Regno Unito), confermando la fiducia riposta nell'azienda marchigiana dalla comunità medica internazionale e dai pazienti. Un traguardo che certifica come la sanità delle Marche riesca a competere con i colossi mondiali del settore, garantendo ai cittadini cure di altissimo livello.
Nuovi innesti in arrivo per il personale sanitario regionale. Sono stati avviati i concorsi per l’assunzione di 12 medici specialisti destinati a potenziare i reparti strategici delle Marche e ridurre le liste d'attesa. La quota più consistente di queste nuove assunzioni riguarderà proprio l'Ast di Macerata, dove sono previsti sette ingressi per coprire discipline fondamentali e dare ossigeno alle strutture ospedaliere del territorio.
Nel dettaglio, per il Maceratese il piano prevede l'arrivo di due cardiologi, un ematologo, tre medici di anestesia e rianimazione e un radiologo. Il resto della manovra coinvolgerà l'AST di Ascoli Piceno con tre psichiatri e l'Inrca con due specialisti di medicina d’emergenza-urgenza. Un'operazione che, nelle intenzioni della regione, punta a sostenere i reparti maggiormente in sofferenza e incrementare il numero di prestazioni erogate ai cittadini.
"Il potenziamento del personale sanitario è una priorità che stiamo affrontando fin dall’inizio del nostro mandato - dichiara il presidente della regione Marche, Francesco Acquaroli - con l’obiettivo di superare le criticità strutturali legate alla carenza di medici che abbiamo ereditato e garantire servizi più efficienti e vicini ai cittadini. In questi anni abbiamo lavorato per incrementare progressivamente le assunzioni, sostenere i reparti maggiormente in sofferenza, in particolare l’emergenza-urgenza, settore per il quale stiamo lavorando ad una attesa riforma, e rafforzare la medicina territoriale".
"Questi concorsi - spiega l’assessore regionale alla sanità, Paolo Calcinaro - fanno parte di un lavoro più ampio per rafforzare tutta la rete sanitaria delle Marche. L’obiettivo è dare risposte concrete ai reparti che ne hanno bisogno oggi, ma anche programmare a medio e lungo termine. Accanto a queste selezioni, stiamo procedendo con quasi 400 nuove assunzioni, soprattutto infermieri, per le Case e gli Ospedali di Comunità, così da rafforzare la sanità sul territorio. Investire sulle persone significa garantire cure di qualità, continuità assistenziale e organici adeguati in tutti i presidi, per dare una risposta ai bisogni di salute della comunità".
La promessa di una sanità più vicina ai cittadini operata con investimenti del PNRR rischia di trasformarsi in un risultato parziale, con criticità evidenti soprattutto nel Mezzogiorno. Non solo le più note case di comunità, ovvero i maxi ambulatori pensati per alleggerire i pronto soccorso e rafforzare la prevenzione, risultano in ritardo e concentrate nel Centro-Nord, ma anche i nuovi ospedali di comunità mostrano un andamento a macchia di leopardo.
Queste strutture, finanziate con un miliardo di euro e destinate ad accogliere pazienti fragili e cronici che non possono essere assistiti a domicilio ma non necessitano di cure ospedaliere ad alta intensità, sono per circa tre quarti concentrate in sole quattro regioni: Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Secondo l’ultimo monitoraggio Agenas, a dicembre 2025 risultavano attive 163 strutture, di cui ben 118 in queste aree, per un totale di quasi 3 mila posti letto, mentre tutte le regioni meridionali insieme si fermano a 23. Persistono inoltre territori completamente scoperti, come Basilicata, Valle d’Aosta e Bolzano, segno di un’Italia sanitaria ancora fortemente diseguale.
Nelle Marche, invece, il percorso appare più avanzato e strutturato. È stata recentemente inaugurata la Casa e l’Ospedale di Comunità di Treia, prime strutture territoriali dell’Ast di Macerata, anche se non ancora operative. L’intervento, finanziato con fondi PNRR e regionali per oltre 2,2 milioni di euro, si inserisce in una strategia più ampia che punta a rafforzare la sanità di prossimità. La struttura di Treia, dotata di 20 posti letto, rappresenta un nodo logistico-assistenziale fondamentale in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento delle patologie croniche.
Parallelamente, ad Ascoli è stato inaugurato il primo ospedale di comunità pienamente operativo della regione, con 18 posti letto e i primi pazienti già trasferiti. La Regione punta a realizzare complessivamente 9 ospedali di comunità e 29 case di comunità, sostenendo il progetto anche con piani straordinari di assunzione di personale sanitario. Le autorità regionali sottolineano come le Marche siano al di sopra della media nazionale nel rispetto dei cronoprogrammi PNRR, con l’obiettivo di creare una rete capillare e realmente funzionante.
A livello generale, il rischio concreto è quello di arrivare alla scadenza europea di giugno con una “coperta corta” e forti disparità territoriali. Secondo i programmi regionali, sono 594 gli ospedali di comunità previsti, ma il target minimo fissato dall’Europa è di 307 strutture operative entro l’estate. Un obiettivo ancora raggiungibile grazie a un possibile rush finale, ma che potrebbe lasciare indietro ampie aree del Paese. Il sistema si regge su un modello assistenziale che prevede presenza infermieristica 24 ore su 24 e un supporto medico limitato ma costante, pari ad almeno 4,5 ore al giorno per sei giorni a settimana. Attualmente, tutti i 163 ospedali attivi garantiscono assistenza infermieristica continua, ma solo 133 assicurano la presenza minima del medico e appena 61 dispongono di ambienti protetti per pazienti con demenza o disturbi comportamentali. Questo quadro evidenzia come, oltre alla realizzazione delle strutture, sia fondamentale garantirne la piena operatività.
L’ospedale di comunità è definito come una struttura intermedia tra assistenza domiciliare e ospedale tradizionale, con l’obiettivo di evitare ricoveri inappropriati e facilitare le dimissioni protette. Si tratta di presidi destinati principalmente a pazienti fragili, spesso anziani, con un quadro clinico stabilizzato ma che necessitano ancora di sorveglianza sanitaria o prestazioni infermieristiche. In media dispone di 15-20 posti letto, fino a un massimo di 40, e prevede una degenza non superiore ai 30 giorni, salvo casi eccezionali. L’accesso avviene su indicazione del medico di base, dello specialista o del pronto soccorso, e riguarda pazienti con prospettiva di miglioramento a breve termine. Questo modello rappresenta uno degli elementi chiave per ridisegnare la sanità territoriale, rendendola più vicina ai cittadini e capace di rispondere in modo efficace ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e con patologie croniche.