È stata inaugurata lo scorso 18 luglio al Museo Arturo Ghergo di Montefano la mostra “Ritratti post-umani” di Fabrizio Carotti, terzo appuntamento della rassegna “Dialoghi visivi del presente”, dedicata alle nuove forme della ricerca fotografica contemporanea. L’esposizione, visitabile fino al 23 agosto, propone una riflessione sul ruolo dell’immagine nell’epoca digitale e sulla trasformazione del concetto stesso di ritratto.
Nelle opere di Carotti il volto non è più l’unico elemento attraverso cui si definisce un’identità. La figura umana si amplia e si intreccia con gli spazi abitati, con la luce, con la memoria e con il rapporto tra corpo, architettura e tecnologia. Il ritratto diventa così la rappresentazione di una condizione umana in evoluzione, sospesa tra presenza fisica e metamorfosi digitale.
Alla presentazione sono intervenuti Nicola Caporaletti, assessore alle Politiche giovanili del Comune di Montefano, Claudia Scipioni, presidente dell’Associazione Effetto Ghergo, e Andrea Carnevali, critico d’arte, giornalista e curatore della mostra.
Il percorso espositivo racconta una città trasformata in organismo mentale: nelle immagini di Carotti architetture brutaliste, torri, corridoi, scale, ponti e superfici di cemento diventano scenari sospesi tra realtà e immaginazione. Il cemento, da materiale freddo e inerte, si trasforma in una superficie capace di custodire emozioni, ombre, attese e possibilità di vita.
L’intelligenza artificiale entra nel lavoro dell’artista non come elemento autonomo o sostitutivo della creatività umana, ma come strumento espressivo sottoposto alle scelte e alla sensibilità dell’autore. Secondo il curatore Andrea Carnevali, Carotti supera i confini tradizionali del ritratto, estendendo la rappresentazione dell’essere umano agli ambienti, alle architetture e ai dispositivi tecnologici. Lo spazio diventa così parte integrante dell’identità, mentre le opere interrogano una trasformazione già presente nella società contemporanea.
Un nucleo particolarmente significativo della mostra è dedicato al tema della maternità. Le immagini del rapporto tra madre e bambino introducono una dimensione intima e universale, dove corpo, luce e architettura dialogano in una riflessione sulla nascita, sulla protezione e sulla trasmissione della vita. Un tema che mette in relazione la dimensione più profondamente umana con il cambiamento portato dalla tecnologia digitale.
L’inaugurazione è stata accompagnata anche dalla performance sonora di Andrea Accoroni, fondatore del progetto Riciclato Circo Musicale, e di Simone Medori. Un intervento artistico che ha unito immagini e suoni attraverso strumenti realizzati con materiali di recupero, trasformando il principio del riuso in una ricerca creativa. Accoroni ha ideato e costruito uno speciale strumento a fiato capace di evocare il respiro umano, dando vita a un’esperienza sonora fatta di soffi, vibrazioni e risonanze in dialogo con gli ambienti del museo e con le opere esposte.
La performance ha creato un confronto tra due modalità di trasformazione della materia: da una parte il recupero sostenibile e creativo dei materiali, dall’altra la produzione potenzialmente infinita di immagini attraverso l’intelligenza artificiale. Nel percorso sono state inoltre affiancate alcune fotografie realizzate con tecniche tradizionali, caratterizzate da rigore formale ed eleganza compositiva.
Per Claudia Scipioni, presidente dell’Associazione Effetto Ghergo, la mostra conferma il ruolo del Museo Arturo Ghergo come luogo capace di custodire la memoria fotografica e, allo stesso tempo, dialogare con le sperimentazioni del presente. L’esposizione di Carotti mette infatti in relazione la tradizione del ritratto con i nuovi linguaggi visivi e tecnologici, proseguendo il percorso di apertura verso la fotografia contemporanea.
Nel nome di Arturo Ghergo, maestro del ritratto e della costruzione dell’immagine pubblica, “Ritratti post-umani” propone una riflessione sul futuro della fotografia: il ritratto non più soltanto come rappresentazione della somiglianza, ma come spazio di trasformazione, ricerca e interpretazione del presente.
Dietro ogni allestimento d'opera c'è un universo fatto di simboli, intuizioni e scelte che il pubblico scopre solo quando il sipario si alza. Per il Trovatore di Giuseppe Verdi, in scena allo Sferisterio per il Macerata Opera Festival, questo universo prende forma grazie alle scenografie di Louis Désiré e ai costumi di Diego Méndez, protagonisti di un allestimento nato nel 2013 proprio per lo spazio monumentale dell'arena maceratese e oggi riproposto con la regia di Francisco Negrin.
Seduti sul palcoscenico dello Sferisterio, proprio su alcuni degli elementi scenici che di lì a poche ore sarebbero diventati parte dello spettacolo, Louis Désiré e Diego Méndez raccontano come sia nata l'idea di dare una forma visiva a una delle opere più amate – e spesso considerate più complesse – del repertorio verdiano.
Per Louis Désiré il punto di partenza non è stata tanto la vicenda del Trovatore, quanto il rapporto tra la musica di Verdi e la narrazione. «Qualche volta, ascoltando il Trovatore, ci si dimentica quasi della storia perché la musica è troppo bella», racconta. Da qui nasce il desiderio di costruire uno spettacolo che aiutasse il pubblico a seguire il dramma, mettendone in evidenza il vero cuore: personaggi incapaci di vivere il presente, prigionieri di un passato che continua a determinarne ogni scelta.
È proprio questa idea a diventare scenografia. Due enormi tavole attraversano il palcoscenico: una intatta, quasi a rappresentare un futuro ancora possibile; l'altra devastata, bruciata, segno di un passato che continua a pesare sui protagonisti. Al centro, la torre di Saragozza, elemento simbolico dell'opera, mentre una parete di lampade sembra restringere progressivamente lo spazio, come se il tempo stesso si chiudesse attorno ai personaggi, conducendoli verso un destino inevitabile.
L'allestimento, spiega lo scenografo francese, nasce anche da un'esigenza di semplicità. L'idea iniziale era molto più ambiziosa, ma venne ripensata per adattarsi alle possibilità produttive del festival. Una scelta che, a distanza di oltre dieci anni, si è rivelata vincente: dopo il debutto del 2013, la realizzazione di un DVD e una ripresa cancellata dalla pandemia, il Trovatore torna oggi sul palcoscenico dello Sferisterio con la stessa forza evocativa.
Accanto alle scenografie, i costumi di Diego Méndez contribuiscono a costruire un mondo sospeso, volutamente privo di riferimenti storici precisi. Non c'è un Medioevo da ricostruire fedelmente, ma un universo dominato dai sentimenti e dalle ossessioni dei personaggi.
«I costumi parlano più dei sentimenti che di un'epoca», spiega Méndez. Per questo la tavolozza cromatica è ridotta all'essenziale: grigi, neri e blu dominano la scena, mentre il rosso, riservato al Conte di Luna, diventa l'unico colore capace di emergere con forza. Anche questa scelta risponde alla volontà di alleggerire la dimensione storica dell'opera, evitando un realismo medievale che rischierebbe di appesantire una vicenda già ricca di tensione.
Il fuoco, elemento centrale dello spettacolo e della storia stessa del Trovatore, influenza inevitabilmente anche il lavoro sui costumi. Ma più che un effetto scenico, diventa un simbolo che attraversa tutto l'allestimento. Lo stesso vale per il coro maschile, immaginato come un "regno dei morti", presenza costante che manipola lo spazio e accompagna i protagonisti all'interno di un universo dal quale sembra impossibile fuggire.
Al centro di questo mondo c'è la vendetta, il sentimento che muove Azucena e che, secondo Désiré, rappresenta il vero motore dell'opera. Una forza che si oppone alla vita e al futuro, rinchiudendo tutti i personaggi in un tempo immobile, incapace di lasciarsi alle spalle il dolore.
Così il Trovatore immaginato da Louis Désiré e Diego Méndez rinuncia a raccontare un'epoca per raccontare una condizione umana. Le scenografie monumentali e i costumi essenziali dialogano con lo spazio dello Sferisterio trasformando il dramma verdiano in un racconto fatto di memoria, fuoco e destino. Un allestimento che non cerca di spiegare tutto, ma accompagna lo spettatore dentro la tragedia, lasciando che siano le immagini, insieme alla musica di Verdi, a fare il resto.
Dopo la tensione e l'emozione della prima, allo Sferisterio l'atmosfera si fa più rilassata. Sul palcoscenico, però, ad attendere il pubblico non c'è la Siviglia tradizionale immaginata da Rossini, ma un universo completamente diverso: un teatro di posa trasformato in set televisivo, popolato da influencer, telecamere, social network, colori pop e un kitsch dichiarato che diventa la cifra stilistica dell'intero spettacolo.
Prima ancora che Rossini prenda davvero la parola, la regia sorprende con un prologo inedito. A fare gli onori di casa è l'influencer di OperaMeet, nei panni di una presentatrice che introduce l'opera al pubblico con il linguaggio dei creator digitali. Ma la sua spiegazione, volutamente prolissa e insistita, viene bruscamente interrotta: la giovane viene rapita e fatta sparire di scena, in una gag che scatena le prime risate della serata.
È l'acclamato allestimento di Daniele Menghini, ripreso per questa edizione da Jacopo Brusa, a riportare in scena Il barbiere di Siviglia, una delle opere più amate del repertorio lirico. La vicenda è quella nota: Figaro, geniale factotum, aiuta il Conte d'Almaviva a conquistare Rosina, sottraendola alle mire dell'avido Don Bartolo. Ma questa volta il racconto si svolge in un mondo dominato dai meccanismi dello spettacolo e della comunicazione contemporanea.
Già dall'apertura è evidente che il pubblico è chiamato a dimenticare la Siviglia settecentesca. Il rosa domina la scena, esplodono dettagli giallo fluorescente, gli interpreti sembrano muoversi all'interno di un reality show. Dell'immaginario tradizionale resta quasi soltanto il costume da torero di Figaro, sottile filo conduttore con l'opera originale.
L'inizio della serata è segnato anche da qualche contestazione rivolta al Conte d'Almaviva di Ruzil Gatin dopo la sua prima aria. Il tenore incassa i "buu" con sorprendente disinvoltura, accennando quasi una risposta scherzosa al pubblico. Viene allora da chiedersi: quella lieve steccata iniziale era davvero un'imprecisione o faceva parte del gioco scenico? Non lo sapremo mai. Quel che è certo è che Gatin ritrova rapidamente sicurezza e conduce a termine una prova convincente.
Il vero motore dello spettacolo è però Figaro. Grisha Martirosyan costruisce un personaggio irresistibile, una sorta di Freddie Mercury capace di dominare il palco con un'energia da rockstar. Dialoga con le telecamere, scherza con il pubblico, rompe continuamente la quarta parete e coinvolge la platea con una presenza scenica travolgente. Le riprese video e gli schermi non rappresentano un semplice espediente scenografico, ma diventano parte integrante della narrazione.
È proprio l'utilizzo dei social network uno degli aspetti più riusciti dell'allestimento. Per attirare l'attenzione di Rosina, il Conte realizza un improbabile video con tanto di green screen alle spalle, che ricorda volutamente un TikTok neomelodico, trasformando il celebre corteggiamento in un contenuto perfettamente riconoscibile agli occhi del pubblico di oggi. Il social diventa così il nuovo mezzo per comunicare a Rosina l'interesse di Lindoro.
Il celebre biglietto diventa invece un messaggio sul telefono, annunciato persino dall'inconfondibile trillo del Nokia riprodotto dal clavicembalo. Sono trovate che strappano continue risate e che, sorprendentemente, non appaiono mai forzate: il testo rossiniano viene adattato con intelligenza, mantenendo intatta la naturalezza della vicenda.
Menghini utilizza la comicità anche per mettere in evidenza gli aspetti più oscuri dell'opera. L'universo scintillante dei follower, delle sponsorizzazioni e della celebrità convive con l'avidità, la corruzione, il denaro facile e perfino la droga. Il giallo acceso che invade la scena diventa quasi il simbolo di questa ricchezza ostentata, tanto luminosa quanto moralmente ambigua. Dietro il sorriso resta così visibile il lato più nero del Barbiere: quello dell'interesse personale, della brama di possesso e dell'apparenza.
Sul piano musicale il cast convince nel complesso. Raffaella Lupinacci disegna una Rosina vivace, capace di giocare con la vocalità e con il personaggio, anche se il celebre "Tu mi porti a delirare" appare meno incisivo rispetto ad altri momenti della sua prova.
Sorprendente e magistrale il Don Basilio di Riccardo Fassi, autore di una "Calunnia" eseguita con grande precisione, capace di rimbalzare tra ironia e meschinità, restituendo tutta la perfidia del personaggio.
Tra gli interpreti spicca Marco Filippo Romano, che ieri sera ha vestito i panni di Don Bartolo per la 190ª volta. Un traguardo che si percepisce nella naturalezza con cui domina il ruolo: tempi comici perfetti, grande sicurezza scenica e una presenza che rende ogni gesto significativo. Tra le intuizioni più esilaranti della regia c'è il suo Don Bartolo che si trasforma in un irresistibile Al Bano, perfettamente inserito nell'estetica pop dello spettacolo. Poco prima lo si era visto persino alle prese con una seduta di botox: gag che contribuiscono a costruire un personaggio coerente con questo universo fatto di celebrità, apparenza e ossessione per l'immagine.
Molto apprezzata anche Giulia Mazzola nel ruolo di Berta, vocalmente agile e scenicamente brillante, abile nel ritagliarsi momenti di autentico rilievo all'interno dell'azione. La serva riesce a imporsi per potenza vocale e presenza scenica, confermando una prova di grande efficacia.
L'intesa tra gli interpreti è evidente per tutta la durata dello spettacolo. Lindoro e Figaro si muovono con atteggiamenti che richiamano il mondo del rap, il pubblico sembra riconoscere finalmente un linguaggio familiare e la continua rottura della quarta parete rende gli spettatori parte integrante dell'azione. La sensazione è che gli stessi artisti si divertano sinceramente in scena, trasmettendo questa energia alla platea.
Quello di Menghini è un Barbiere di Siviglia che divide gli amanti della tradizione ma dimostra come un classico possa dialogare con il presente senza tradire Rossini. I riferimenti ai fenomeni contemporanei non sono mai fini a se stessi, ma costruiscono un linguaggio coerente che rende la commedia sorprendentemente vicina al pubblico di oggi.
Tra risate, trovate sceniche intelligenti e un cast affiatato, lo Sferisterio porta in scena un Barbiere divertente, dinamico e teatrale, capace di guardare al futuro senza dimenticare la forza comica e musicale che da oltre due secoli rende Rossini immortale.
Attento alle pieghe meno evidenti dei grandi classici, curioso nel mettere in dialogo passato e presente, capace di guardare alla tradizione senza lasciarla immobile: sono caratteristiche che raccontano il lavoro di Daniele Menghini e che trovano piena espressione nel suo Barbiere di Siviglia, lo spettacolo nato allo Sferisterio di Macerata e oggi nuovamente protagonista del cartellone del Macerata Opera Festival.
Per Menghini confrontarsi con un’opera così conosciuta significa soprattutto provare a scoprire cosa si nasconde dietro ciò che tutti credono di conoscere già. Il Barbiere è la commedia brillante per eccellenza, l’opera degli equivoci, delle risate e dell’energia travolgente di Rossini, ma sotto quella leggerezza custodisce anche una dimensione più inquieta, fatta di ambizioni, apparenze e giochi di potere.
È proprio da questa doppia anima che nasce la lettura del regista. Lo spettacolo torna sul palco che lo ha visto nascere, in uno spazio che ha rappresentato fin dall’inizio una sfida e un’opportunità. Perché portare il Barbiere di Siviglia allo Sferisterio significa confrontarsi con un’opera pensata come un piccolo meccanismo teatrale e con un palcoscenico dalla dimensione monumentale.
La domanda da cui Menghini è partito è quindi semplice solo in apparenza: come dare a questa musica e a questi personaggi il respiro necessario per abitare un luogo così ampio? La risposta è stata cercare una nuova energia, avvicinando il mondo di Siviglia a quello di un grande concerto rock.
Una scelta che trova la sua chiave proprio in Figaro. Il celebre barbiere rossiniano, nella visione di Menghini, non è soltanto il factotum brillante che muove gli ingranaggi della storia, ma un uomo che ha costruito il proprio successo trasformandosi in un personaggio pubblico. «Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono»: nelle sue parole c’è già il ritratto di una star, di qualcuno che dal piccolo salone di provincia è arrivato sotto i riflettori.
Ma dietro il sorriso di Figaro e la comicità dell’opera emerge anche un lato più oscuro. È questo uno degli aspetti che più interessa il regista: ricordare che Rossini non racconta soltanto il divertimento, ma anche una società dove la reputazione può essere manipolata, dove la voce collettiva può diventare strumento di potere e dove l’immagine spesso conta più della realtà.
La calunnia di Don Basilio, il meccanismo della diffusione delle voci, l’opportunismo dei personaggi sono elementi che sembrano parlare direttamente al presente. Un mondo fatto di visibilità e consenso che rende il Barbiere sorprendentemente contemporaneo, quasi come se Rossini avesse intuito alcune dinamiche della società dello spettacolo di oggi.
Nel lavoro di Menghini, però, la contemporaneità non arriva mai dall’esterno: nasce dalla musica stessa. «Il primo regista dell’opera è il compositore», racconta, perché è nella partitura che sono già contenuti il movimento, i colori e il respiro dei personaggi. Il compito del regista è ascoltare quella materia e accompagnarla verso una nuova vita scenica.
Poi arriva l’incontro con gli interpreti, con la loro sensibilità e la loro unicità. Perché ogni personaggio cambia ogni volta che incontra un nuovo artista: Figaro rimane Figaro, ma non è mai esattamente lo stesso. È in questo spazio tra ciò che è scritto e ciò che può ancora nascere che prende forma il lavoro della regia.
Scene, costumi, luci e movimenti costruiscono lentamente lo spettacolo, fino al momento in cui arriva l’orchestra. È allora che, per Menghini, tutto finalmente prende vita: ciò che fino a quel momento era un’idea, un progetto, una pagina studiata, diventa un organismo vivo capace di respirare insieme agli interpreti e al pubblico.
A chi conosce già il Barbiere di Siviglia, il regista chiede di arrivare senza aspettative troppo definite, lasciando spazio alla sorpresa. A chi invece non ha mai incontrato l’opera, propone di lasciarsi accompagnare dentro un mondo fatto di musica, teatro e meraviglia. Perché, anche dopo quasi due secoli, Figaro ha ancora qualcosa da raccontare. E forse è proprio questa la forza del lavoro di Menghini: ricordare che dietro la risata più brillante può nascondersi una domanda ancora attuale, quella su quanto il mondo che Rossini raccontava assomigli ancora al nostro.
Dal 9 luglio al 29 novembre 2026 PlayMarche Macerata presenta Studio Azzurro – L’immagine in movimento, un progetto espositivo realizzato da Studio Azzurro in collaborazione con PlayMarche Macerata, con il sostegno di Città di Macerata e Macerata Musei.
La mostra propone un percorso attraverso alcuni momenti fondativi e centrali della ricerca di Studio Azzurro, a partire dai primissimi lavori ancora legati alla pratica fotografica fino alle videoinstallazioni, ai videoambienti e alle opere interattive che hanno segnato la storia dello Studio. Fotografie, video, maquettes e videambientazioni ricostruiscono una traiettoria in cui l’immagine non è mai pensata come superficie chiusa, ma come dispositivo in relazione con lo spazio, il corpo, il tempo e lo spettatore.
.Per la prima volta il percorso espositivo prende avvio con alcuni esiti delle ricerca fotografica che da sempre ha affiancato la ricerca video. Questo nucleo originario rappresenta il punto di partenza di una sperimentazione che intreccia progressivamente fotografia e immagine in movimento, dando vita a un linguaggio capace di oltrepassare i limiti dello schermo e di trasformare lo spazio espositivo in un ambiente narrativo immersivo.
Grazie alla presenza di copiosi materiali di progetto relativi alle opere emerge la dimensione laboratoriale che attraversa tutta la storia di Studio Azzurro: un sapere trasmesso attraverso il fare insieme, la costruzione degli apparati, la condivisione delle competenze e il dialogo tra generazioni. Questa modalità di lavoro, oggi riletta anche alla luce degli studi sull’embodied knowledge, diventa una chiave per comprendere tanto le opere delle origini quanto le più recenti pratiche di ricostruzione, formazione e valorizzazione delle opere storiche.
Il percorso si apre con lavori relativi a opere nate nell’ambito del Centro di Documentazione di Palazzo Fortuny a Venezia, tra cui Quattro immagini con interferenze video del 1983, Il nuotatore (va troppo spesso ad Heidelberg) del 1984, Vedute (quel tale non sta mai fermo) del 1985 e Pareti. Figure strappate del 1986. Queste opere anticipano molte delle questioni che diventeranno centrali nella ricerca dello Studio: la frattura del quadro, la relazione tra immagine e architettura, la narrazione espansa, il dialogo tra presenza fisica e dispositivo tecnologico.
Accanto a questa ricognizione sulle origini, la mostra presenta alcune opere cardine della storia di Studio Azzurro, in scala reale adattata agli ambienti e in scala 1:10. Tra queste, Il giardino delle cose del 1992 segna il passaggio verso una relazione sempre più diretta e sensoriale tra spettatore e immagine. Il dittico video performativo
Il combattimento di Ettore e Achille prosegue nell›indagine intorno al superamento dello schermo e alla presenza del corpo nell’immagine. Una sezione centrale è dedicata a Dove va tutta ’sta gente, storica videoinstallazione realizzata nel 2000 e presentata a Dortmund per Vision Ruhr, qui proposta in una forma ridotta e adattata allo spazio. L’opera affronta il tema dei movimenti migratori nel Mediterraneo attraverso soglie invisibili che impediscono il passaggio e rendono inefficace il tentativo di avvicinamento dello spettatore. A distanza di ventisei anni, conserva una forza critica intatta e interroga con estrema lucidità le barriere, fisiche e simboliche, del presente.
Il percorso prosegue con Il colore dei gesti, una sinfonia sonora e cromatica per sei schermi e materie evocatrici del periplo mediterraneo. L’opera restituisce il Mediterraneo non solo come frontiera, ma come spazio di gesti, tecniche, memorie e saperi condivisi, suggerendo la possibilità di riconoscere un linguaggio comune lungo le sue coste.
Studio Azzurro – L’immagine in movimento attraversa così fotografia, video, teatro e installazione per restituire la complessità di una ricerca che ha saputo ridefinire il rapporto tra tecnologia e presenza, immagine e ambiente, memoria e responsabilità dello sguardo.
Il debutto della stagione lirica allo Sferisterio di Macerata è da sempre un rito di appartenenza, un appuntamento in cui la comunità si riconosce e si celebra. Ieri sera, venerdì 17 luglio, il palcoscenico marchigiano ha inaugurato il suo Macerata Opera Festival con un nuovo allestimento del Nabucco di Giuseppe Verdi, firmato dalla direzione artistica di Marco Vinco.
Un debutto che ha richiamato in platea le massime autorità regionali e un parterre di ospiti nazionali e internazionali.
Ma un altro spettacolo sorprendente è iniziato un’ora prima dell’opera, lungo la sfilata che conduce ai cancelli dell’arena. Sul red carpet dei maceratesi e dei tanti turisti è andato in scena un vero e proprio confronto generazionale sulla scelta del look, sospeso tra il rigore della tradizione e l’avanzata della casual revolution.
Fino a qualche anno fa, il codice d’abbigliamento per la Prima dello Sferisterio non ammetteva repliche: abito lungo per le signore, smoking o rigoroso papillon per gli uomini. Un formalismo che risponde ancora oggi al desiderio di onorare l’evento. Vestirsi eleganti significa uscire dalla consuetudine, staccarsi dalla quotidianità e regalarsi un momento speciale.
Anche ieri sera questo mondo ha brillato: lo si è visto nelle sete preziose, nei gioielli di famiglia e nel portamento fiero di chi sente che «la Prima sia una cosa seria».
A pochi centimetri da loro, tuttavia, si è visto un altro tipo di pubblico, composto anche da numerosi turisti stranieri, che hanno interpretato l’opera con la rilassatezza tipica di chi si appresta a vivere un concerto pop.
L’effetto visivo all’ingresso è stato un gioco di contrasti: il rosso e l’oro degli abiti eleganti si sono mescolati ai toni pastello delle camicie di lino sbottonate, ai mocassini comodi e alle T-shirt. Così, lo strascico e il sandalo gioiello della signora della Macerata bene hanno camminato accanto alle sneakers del ragazzo della porta accanto.
Questo nuovo filone contemporaneo rivendica una visione della cultura più democratica e accessibile: quella di chi vuole vivere la musica colta in totale libertà, rifiutando i vecchi cliché borghesi.
Mentre sul palcoscenico il capolavoro verdiano raccontava, attraverso le note immortali del “Va’, pensiero”, la storia del riscatto di un popolo oppresso, in platea andava in scena il riscatto di un pubblico moderno.
Quando però le luci si sono spente e la musica ha preso il sopravvento, l’abito è scomparso e le due generazioni si sono scoperte unite dalla stessa emozione: la magia delle note di Giuseppe Verdi.
Lo si sente prima ancora che lo si guardi. Scricchiola, vibra, rimbomba sotto i passi di un popolo in fuga, sotto la rabbia di una regina mancata, sotto il peso di un re che si crede Dio e finisce per inginocchiarsi davanti alla propria fragilità. In questo Nabucco che inaugura il Macerata Opera Festival, il protagonista inatteso è proprio il palcoscenico dello Sferisterio: una superficie immensa che gli interpreti percorrono senza tregua, trasformandola in materia viva, capace di raccontare quanto le voci.
È un Nabucco a tutto palco. E non potrebbe essere altrimenti.
La regia di Paul-Émile Fourny sceglie la monumentalità, ma è la scenografia di Benito Leonori a darle corpo. Una gigantesca architettura di pietra, una sorta di Stonehenge contemporanea, domina la scena e cambia continuamente funzione: tempio, rovina, trono, prigione. Poi si frantuma, si apre, si ricompone, fino al lampo che conclude il secondo atto. È forse il momento in cui l'intero impianto scenico raggiunge la sua massima efficacia: la luce squarcia il cielo, la struttura cede, la distruzione diventa racconto e lo stupore nasce naturalmente dalla perfetta alleanza tra musica, spazio e teatro.
Ma questa monumentalità non cerca l'opulenza del Nabucco tradizionale: non ci sono palazzi scintillanti né un Oriente da cartolina. La vicenda si colloca in un paesaggio arido, duro, quasi post-apocalittico, un deserto di pietra dove non esistono più regni, ma soltanto sopravvissuti. Babilonesi ed ebrei, apparentemente nemici, condividono la stessa condizione: sono popoli reduci, privati delle proprie certezze e alla ricerca di un'identità perduta. In questo spazio spoglio la vicenda di Verdi acquista una dimensione più universale: la guerra non è soltanto lo scontro tra due popoli, ma il racconto di uomini che hanno perso tutto.
A completare questo universo visivo sono i costumi disegnati da Giovanna Fiorentini, che accompagnano la narrazione senza mai diventare decorazione. Il contrasto tra i popoli emerge anche dagli abiti: la durezza dei babilonesi vestiti di pelli dalle strutture rigide e dai volumi aggressivi, si contrappone agli ebrei avvolti in tessuti leggeri e dai colori della terra. Particolarmente riuscito il mantello-gilet indossato da Abigaille nel momento della conquista del potere, richiamo della giacca portata da Nabucco nel primo atto, che racconta, senza bisogno di parole, il furto del trono al padre.
Più altalenante, invece, il dialogo con le videoproiezioni. Quando accompagnano la drammaturgia, amplificandone il significato, funzionano magistralmente: è il caso del crollo finale del secondo atto o del Va', pensiero, dove il mare che accoglie il popolo ebraico si fonde con il cielo dello Sferisterio, cancellando il confine tra palcoscenico e orizzonte. L'immagine è semplice, poetica, necessaria.
Meno persuasive risultano altre scelte: la cavalcata dei soldati all'ingresso di Nabucco, le fiamme che insistono sulla distruzione o il mare in tempesta che avvolge Zaccaria e il coro nel terzo atto. L'impatto visivo è innegabile, ma in questi momenti la tecnologia sembra raccontare ciò che il teatro aveva già saputo esprimere da solo. Lo Sferisterio non ha bisogno di diventare uno schermo monumentale: possiede già la forza della pietra, della prospettiva e di centinaia di corpi in movimento. È l'unico appunto che si può muovere a un allestimento di grande intelligenza visiva: quando tutto cerca di stupire, lo stupore rischia di perdere parte della sua forza.
Chi non ha avuto bisogno di alcun artificio per conquistare il pubblico è stata Anastasia Bartoli, che ha dato corpo alla sua Abigaille sotto lo sguardo attento della madre Cecilia Gasdia, presente in platea. Se l'attesa della serata inaugurale era tutta per il suo debutto all'aperto, Bartoli non ha deluso. Non sorprende, perché il valore della sua interpretazione era già noto. Ma incanta.
La sua Abigaille non è soltanto la donna feroce e assetata di potere consegnata da Verdi alla storia dell'opera: Bartoli ne scava le crepe, mostrando una figura sospesa tra rabbia e dolore, forza e fragilità. In "Ben io t'invenni... Anch'io dischiuso un giorno" la voce si fa intima e malinconica, lasciando emergere la solitudine di un personaggio che dietro la sete di vendetta nasconde un disperato bisogno di riconoscimento. Il culmine arriva in "Su me... morente", dove la sua voce danza con il corno inglese in un dialogo struggente: due linee sonore che si intrecciano fino a fondersi in un unico respiro di dolore. È un momento di grande sincerità interpretativa, in cui ogni frase sembra consumarsi insieme al personaggio. Il teatro si fa silenzio, prima ancora che applauso. Brividi, autentici.
Tra gli uomini emerge con autorevolezza lo Zaccaria di Alberto Comes. La voce corre con facilità nello spazio aperto dello Sferisterio, mantenendo sempre compattezza timbrica e autorevolezza. Le arie e le cabalette sono affrontate con sicurezza, ma è soprattutto la presenza scenica a convincere. Dialoga con il coro senza esserne mai travolto, imponendosi come il riferimento maschile dell'intera produzione.
Nel ruolo del protagonista Ariun Ganbaatar costruisce un Nabucco dalla forte presenza scenica, una figura che trova nello spazio dello Sferisterio il luogo ideale per esprimere la propria imponenza. La voce possiede ampiezza e corpo, con un colore naturalmente adatto al repertorio verdiano e una proiezione capace di attraversare l'intera arena. Qualche asperità non compromette un'interpretazione che cresce con il personaggio: è infatti nel momento della caduta, quando il re si confronta con la propria fragilità, che arriva la parte più convincente della sua prova.
In Dio di Giuda emerge tutta la sua potenza drammatica: il conflitto interiore di Nabucco trova finalmente una voce piena, intensa, capace di restituire il peso della colpa e dello smarrimento. È un momento in cui il personaggio abbandona la dimensione del conquistatore per diventare un uomo spezzato, e Ganbaatar riesce a dare concretezza a questa trasformazione.
Accanto ai protagonisti, Alessandro Scotto Di Luzio tratteggia un Ismaele dalla buona presenza scenica, mentre Laura Verrecchia offre una Fenena raccolta e delicata, interpreti che contribuiscono all'equilibrio dell'insieme.
A dare ulteriore forza a questo impianto è la direzione di Fabrizio Maria Carminati, capace di guidare la partitura verdiana con equilibrio e slancio. L'orchestra cresce, esplode e si ritrae con naturalezza, sfruttando lo spazio dello Sferisterio senza mai perdere il controllo del dettaglio, trasformandolo in una vera cassa di risonanza emotiva. Accanto a lui, il Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini" è un corpo vivo della tragedia: non soltanto una massa sonora, ma un popolo che occupa il palco, lo attraversa e lo modifica. Nei grandi affreschi corali e soprattutto nel Va', pensiero, la compattezza, la dinamica e la forza espressiva del coro restituiscono tutta la potenza collettiva della pagina verdiana.
Alla fine resta proprio questa immagine: un teatro che non è più soltanto un luogo, ma un organismo vivo. La pietra dello Sferisterio ha vibrato sotto i passi degli interpreti, sotto il peso della storia raccontata da Verdi, sotto una musica che ancora oggi riesce a trasformare una vicenda antica in emozione presente.
Questo Nabucco convince non perché sia perfetto. Qualche effetto scenico poteva essere risparmiato, qualche immagine lasciata alla fantasia dello spettatore. Ma perché riesce a ricordare che il teatro, prima di essere tecnologia, è spazio, pietra, corpi e voci. E quando questi elementi trovano il loro equilibrio, come accade in questa inaugurazione del Macerata Opera Festival, il resto diventa semplicemente contorno.
Lo Sferisterio gremito in ogni ordine di posto ha dato il via alla 62ª edizione del Macerata Opera Festival con un debutto da tutto esaurito. Il pubblico ha riempito l'arena maceratese per assistere alla prima di Nabucco di Giuseppe Verdi, titolo simbolo del repertorio verdiano che torna sul palcoscenico dopo oltre dieci anni di assenza, inaugurando il cartellone 2026 davanti a una platea composta da appassionati, istituzioni e rappresentanti del mondo della cultura.
L'opera, in scena anche il 26 luglio e l'1 e il 9 agosto, propone un nuovo allestimento firmato dal regista belga Paul-Émile Fourny, con la direzione d'orchestra di Fabrizio Maria Carminati. Scene di Benito Leonori, costumi di Giovanna Fiorentini, video di Mario Spinaci, coreografie di Giorgia Leonardi e luci di Ludovico Gobbi completano una produzione realizzata in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini.
Al centro della vicenda c'è il popolo ebraico oppresso, che trova nel celebre canto corale una voce universale di identità, appartenenza e libertà, mentre la storia intreccia il destino collettivo con quello personale del re Nabucco, attraversando i temi del potere, della fede, della famiglia e della redenzione.
Sul palco debuttano al Macerata Opera Festival Anastasia Bartoli, impegnata nel complesso ruolo di Abigaille, e il baritono Ariunbaatar Ganbaatar nei panni di Nabucco. Con loro Laura Verrecchia nel ruolo di Fenena, Alessandro Scotto di Luzio come Ismaele, Alberto Comes nel ruolo di Zaccaria, Renzo Ran come Gran Sacerdote di Belo, Simone Fenotti nel ruolo di Abdallo e Alessia Camarin in quello di Anna. In orchestra la FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana, mentre il Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini", preparato dal maestro Christian Starinieri, è stato protagonista di una delle componenti più attese dell'opera.
Tra gli ospiti della serata il presidente della Provincia di Macerata Alessandro Gentilucci, che ha sottolineato il valore della manifestazione per l'intero territorio. «Lo spirito è positivo e propositivo. È una stagione veramente d'eccellenza per Macerata. Lo Sferisterio è un biglietto da visita per tutta la provincia. Stiamo lavorando per implementare anche i flussi turistici e per dare corpo e sostanza a una destinazione organizzata che stiamo portando avanti con tutti i sindaci in maniera sinergica. Questa serata è all'insegna di un percorso di valorizzazione culturale e turistica di cui Macerata è capofila per tutto il nostro territorio».
Per Andrea Agostini, presidente della Fondazione Marche Cultura, lo Sferisterio rappresenta «un vanto per l'Italia, in Italia e all'estero. È un'occasione straordinaria di promozione per la sua bellezza, per la capienza e soprattutto per la qualità delle manifestazioni. Il Nabucco di questa sera ne è una dimostrazione».
Il direttore artistico del Macerata Opera Festival Marco Vinco ha spiegato la scelta di aprire la stagione proprio con il capolavoro verdiano. «Nabucco manca dallo Sferisterio da tantissimi anni, è un grande titolo del repertorio verdiano ed è un'opera monumentale che ben si adatta a questo spazio enorme e magnifico. Iniziare con Nabucco è perfetto». Quanto al messaggio dell'opera, Vinco ha aggiunto: «Ne dà molti, ma uno fra tutti è quello della pace, che auspichiamo arrivi il prima possibile. Speriamo che la musica di Verdi ci aiuti».
Tra le autorità presenti anche l'assessora comunale Debora Pantana, che ha evidenziato il clima che accompagna ogni inaugurazione del festival. «L'augurio è che la città possa farsi vedere nel miglior vestito possibile. Vogliamo onorare questo grande monumento e soprattutto quello che contiene: una musica eccelsa e una tradizione straordinaria. La prima è sempre bella, c'è fermento nei giorni che la precedono ed è un'emozione che ogni anno non cambia mai». Alla domanda su una parola per descrivere la serata ha risposto senza esitazioni: «Straordinaria».
Il vicesindaco Francesca D'Alessandro ha definito lo Sferisterio «un luogo magico a cui non ci si abitua mai» e ha ribadito la necessità di promuovere ulteriormente il monumento e il festival. «Ogni anno cresce la qualità degli spettacoli e dei cantanti. Stiamo investendo molto in quello che è il principale evento culturale della nostra città, attorno al quale ruotano moltissimi appuntamenti. Macerata può essere considerata davvero l'Atene delle Marche».
La sovrintendente Lucia Chiatti ha raccontato l'emozione che accompagna ogni debutto. «Questa sera sarà l'anima artistica ed emozionale a prendere il sopravvento. Lo spettacolo dal vivo e l'opera lirica ci regalano ogni volta emozioni nuove, permettendoci di guardare anche opere che conosciamo con occhi diversi. È questo che rende affascinante il nostro lavoro e ci spinge ad affrontare sempre nuove sfide».
Per il presidente della BCC Recanati e Colmurano Gabriele Brandoni, il Macerata Opera Festival «serve a far risaltare il territorio marchigiano, quello maceratese in particolare, attraverso una manifestazione riconosciuta come unica nel suo genere in tutta Italia».
Anche il presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali Gerardo Villanacci ha rivolto il proprio augurio alla manifestazione. «L'augurio per questa prima e per Macerata è che venga sempre più riconosciuto il valore di questo evento, che deve assurgere al valore globale che ha».
Presente anche la presidente nazionale del Soroptimist Lucia Taormina, arrivata a Macerata insieme alle socie del club. «Siamo venute perché ci ha ospitato il club locale per una serata in amicizia in compagnia della musica lirica».
Con il tutto esaurito della serata inaugurale, il Macerata Opera Festival conferma ancora una volta il forte richiamo dello Sferisterio e apre ufficialmente una nuova stagione all'insegna della grande opera.
Tolentino dedica tre serate al racconto e alla valorizzazione dell’Appennino colpito dal sisma. Nasce così “Pensieri in movimento. Talk letterari tra fumetti, libri e visioni”, il ciclo di incontri culturali promosso e sostenuto dal Comune di Tolentino nell’ambito del calendario dell’Estate Tolentinate.
La rassegna, ideata e condotta dalla giornalista Barbara Olmai, da anni impegnata nel racconto delle aree interne terremotate e dei percorsi di ricostruzione, propone un viaggio tra memoria, presente e futuro dei territori appenninici attraverso il confronto con docenti, storici, artisti e testimoni diretti.
Tre appuntamenti per offrire al pubblico uno sguardo approfondito sulle comunità colpite dal sisma, mettendo al centro immagini, esperienze e storie di resilienza. Un percorso che punta a valorizzare non solo le ferite lasciate dagli eventi sismici, ma anche le energie, le identità e le prospettive di rinascita di questi luoghi.
«Con “Pensieri in movimento” – sottolinea l’assessore al Turismo Diego Aloisi – arricchiamo ulteriormente il calendario dell’Estate Tolentinate con una rassegna che unisce cultura, riflessione e valorizzazione del territorio. Il turismo oggi passa anche dalla capacità di raccontare l’identità dei luoghi, le loro storie e il patrimonio umano che li caratterizza».
Gli incontri si svolgeranno nella suggestiva cornice di Largo Fidi, nel cortile della Biblioteca Filelfica, per tre martedì consecutivi.
Il primo appuntamento è in programma martedì 21 luglio alle 21.30 con il talk “Il paese senza sentieri”. Protagonista della serata sarà Valerio Barchi, fumettista che ha trasformato in immagini e narrazione il percorso del Cammino nelle Terre Mutate, itinerario attraverso i territori segnati dal terremoto.
All’incontro interverranno anche Jacopo Angelini, storico dell’ambiente e faunista, membro del direttivo dell’Associazione Cammino Terre Mutate, e Catia E. Gentilucci, promotrice del fumetto.
Il secondo appuntamento, fissato per martedì 28 luglio, sarà dedicato al tema “Abitare Internamente”. Un confronto sui territori delle aree interne, tra fragilità, bellezza e identità, attraverso gli sguardi della biologia e della sociologia. Barbara Olmai dialogherà con i docenti Unicam Andrea Catorci e Marco Giovagnoli.
La rassegna si chiuderà martedì 4 agosto con “Storie d’Appennino”, una serata dedicata alla dimensione storica, sociale ed economica delle montagne. Ospite sarà Augusto Ciuffetti, professore associato di Storia Economica alla Facoltà di Economia “G. Fuà” dell’Università Politecnica delle Marche e studioso dei temi legati all’Appennino.
Durante l’incontro saranno protagonisti anche i racconti delle cittadine e dei cittadini dei Monti Sibillini, testimonianze dirette di chi continua a vivere e costruire il futuro di questi territori nonostante le difficoltà.
Circondata dai costumi che prenderanno vita sul palcoscenico dello Sferisterio, la costumista Giovanna Fiorentini racconta il lungo viaggio creativo che si nasconde dietro ogni abito di scena. Un percorso fatto di studio, ricerca, confronto e trasformazione, che porterà il pubblico del Macerata Opera Festival dentro un Nabucco sospeso tra passato e presente, tra deserto e memoria, tra conflitto e possibilità di dialogo.
«È sempre una bella emozione quando vedi trasformati in realtà quelli che erano i tuoi sogni», racconta Fiorentini davanti ai costumi appena realizzati. Disegni che inizialmente esistono solo sulla carta, immagini bidimensionali che lentamente diventano materia, tessuto, colore e infine personaggi. Per una costumista, infatti, l’abito non è mai soltanto un elemento estetico, ma uno strumento narrativo capace di raccontare una storia prima ancora che siano le parole e la musica a farlo.
Il lavoro nasce dal confronto con il regista: «Si parte dallo studio dell’opera, del libretto, dall’ascolto della musica e dal dialogo con tutto il team creativo per capire che cosa vogliamo raccontare e come vogliamo raccontarlo». Prima ancora del disegno arriva quindi la ricerca, una fase lunga e fondamentale fatta di documentazione iconografica, suggestioni, immagini e riferimenti culturali. È il momento in cui si costruiscono le radici del progetto, si definisce una direzione e si inizia a dare forma all’universo nel quale i personaggi si muoveranno.
Il figurino diventa così un vero e proprio racconto visivo: deve permettere al regista di immaginare i personaggi e, allo stesso tempo, fornire alla sartoria tutte le indicazioni necessarie per trasformare il progetto in realtà. Colori, materiali, proporzioni e dettagli contribuiscono alla costruzione psicologica dei protagonisti, perché il costume non veste semplicemente un corpo, ma definisce un’identità.
Per questo Nabucco nasce da una scelta precisa: non raccontare soltanto lo scontro storico tra babilonesi ed ebrei, ma una dimensione più universale, quella dell’incomunicabilità tra popoli e della difficoltà di trovare un punto d’incontro. «La volontà è stata quella di non raccontare due popoli specifici, ma due realtà che sembrano non trovare una comunicazione possibile», spiega Fiorentini.
Il punto di partenza visivo è il deserto, elemento centrale della scenografia: uno spazio sospeso, quasi fuori dal tempo, che diventa simbolo di ciò che resta dopo il conflitto. L’ispirazione arriva anche dal linguaggio cinematografico, in particolare da un’estetica vicina al mondo post-apocalittico di Mad Max: uomini e donne ridotti a sopravvissuti, reduci di una storia di distruzione, costretti a confrontarsi con ciò che rimane.
Anche la scelta cromatica segue questa lettura. Il popolo ebraico viene rappresentato attraverso tonalità più chiare, dai bianchi ai beige, colori vicini alla sabbia del deserto; il mondo babilonese invece si muove tra nero, bordeaux e materiali più duri come pelle e cuoio, elementi che richiamano la dimensione militare e guerriera. Una distinzione visiva che aiuta lo spettatore a orientarsi all’interno della grande scena dello Sferisterio, dove le masse corali assumono un ruolo fondamentale.
«È importante che i codici siano chiari, perché il pubblico non sia confuso ma venga aiutato nella comprensione», racconta la costumista. In uno spazio così ampio, infatti, il costume diventa anche uno strumento per rendere immediatamente riconoscibili gruppi e personaggi, soprattutto in un’opera come Nabucco, dove i cori hanno una forza drammatica e visiva enorme.
All’interno di questa cornice collettiva emergono però le figure individuali dei protagonisti. Il Nabucco di Fiorentini è un guerriero, definito da un cappotto rosso che richiama il sangue, la passione e la violenza del potere. Lo stesso elemento cromatico ritorna nel manto di Abigaille, personaggio complesso che non viene raccontato come semplice antagonista, ma attraverso la sua fragilità e il suo bisogno di riconoscimento. «La nostra volontà non è stata quella di condannare Abigaille, ma quasi di comprenderla umanamente», spiega Fiorentini, sottolineando il dolore di una donna segnata dal rifiuto e dal desiderio di amore.
Diverso è invece il percorso di Fenena, figura di equilibrio e di mediazione tra due mondi opposti. Anche il suo costume richiama il mondo babilonese attraverso l’uso della pelle e del cuoio, ma declinati in tonalità più morbide e delicate, capaci di riflettere il suo ruolo di ponte tra le due realtà.
Tra gli elementi più simbolici dello spettacolo c’è il grande manto finale di Nabucco. Nato inizialmente come una sorta di bandiera, un’immagine capace di raccontare il sangue versato dai popoli, trova poi una nuova forma attraverso l’utilizzo di un materiale proveniente dall’ambito militare: un telo utilizzato per i lanci dagli elicotteri. Da oggetto legato alla guerra si trasforma così in un simbolo di possibile riconciliazione, accompagnando il momento della conversione del protagonista.
La realizzazione dei costumi porta con sé anche un forte legame con il territorio. Una parte importante del lavoro è stata affidata alla sartoria interna dello Sferisterio, coinvolgendo le maestranze locali, mentre altri elementi sono stati prodotti da laboratori della zona. Anche i materiali, soprattutto quelli legati alla pelletteria, arrivano in buona parte dal territorio marchigiano, creando un progetto che coinvolge diverse professionalità e competenze.
A poche ore dalla prima, il lavoro non è ancora completamente concluso: piccoli interventi, ritocchi e nuove patine vengono applicati per restituire ai costumi quell’aspetto vissuto e segnato dalla storia che il progetto richiede. Perché nel Nabucco di Giovanna Fiorentini ogni abito porta con sé una traccia: quella di una guerra, di un viaggio, di una memoria.
E sotto il cielo dello Sferisterio, dove le voci del coro si intrecciano alla potenza della musica verdiana, anche i costumi diventano parte di un racconto più grande: non soltanto la storia di due popoli contrapposti, ma quella, ancora attuale, di esseri umani alla ricerca di un dialogo possibile.
Si chiude domenica 19 luglio il weekend inaugurale della 62ª edizione del Macerata Opera Festival con il ritorno in scena de Il Trovatore di Giuseppe Verdi, nell'allestimento geometrico ed essenziale firmato dal regista messicano Francisco Negrin, già protagonista allo Sferisterio nelle stagioni 2013 e 2016.
Sul podio dell'Orchestra salirà il maestro Dmitri Jurowski, alla guida di un cast di interpreti di grande esperienza. Nel ruolo del protagonista Manrico debutterà il celebre tenore italiano Piero Pretti, che si alternerà nella recita del 31 luglio con il giovane tenore cinese Haiyang Guo, formatosi all'Accademia del Teatro alla Scala e già apprezzato dal pubblico milanese.
Completano il cast il baritono Vito Priante nel ruolo del Conte di Luna, il soprano marchigiano Marta Torbidoni nei panni di Leonora, il mezzosoprano Sofija Petrovich come Azucena, reduce da importanti debutti all'Opéra di Parigi, il basso coreano Dongho Kim nel ruolo di Ferrando, Alessia Camarin come Ines, Simone Fenotti nei panni di Ruiz e Mauro Sagripanti nel ruolo del Messo.
L'allestimento di Negrin, caratterizzato da una scenografia essenziale e dai suggestivi giochi di luce ideati da Bruno Poet, ripresi per questa edizione da Marc Heimendinger, rappresenta il secondo capitolo della Trilogia Popolare di Verdi avviata dal direttore artistico Marco Vinco nel 2025 con Rigoletto e destinata a concludersi nel 2027 con La Traviata.
Il regista propone una lettura contemporanea dell'opera, rinunciando a ogni riferimento folkloristico per concentrare l'attenzione sulle tensioni psicologiche dei protagonisti e sul conflitto tra memoria e presente.
«Il Trovatore è il peso del passato: un passato che ci perseguita, che distrugge ogni possibilità di un presente, di un futuro o dell'amore. Solo Leonora comprende che l'amore e il presente sono l'unica strada da seguire. Azucena, invece, perseguitata dal ricordo della madre e del figlio bruciati vivi, diventa il tramite attraverso cui il passato continua a consumare i protagonisti. Gli errori che commettiamo quando rifiutiamo di vivere liberamente il presente si ripetono, come i ritornelli delle ballate dei trovatori», spiega Francisco Negrin.
Anche il maestro Dmitri Jurowski sottolinea l'attualità della partitura verdiana: «La musica del Trovatore ha una forza emozionale, un'intensità melodica e un'atmosfera oscura che rispecchiano la tragedia e il conflitto persistente della drammaturgia».
Con questa rappresentazione si conclude il primo fine settimana del Macerata Opera Festival 2026, che proseguirà nelle prossime settimane con gli altri appuntamenti in programma allo Sferisterio.
Cantante, interprete, direttore artistico. Tre definizioni che raccontano altrettante fasi della vita di Marco Vinco, ma che in realtà appartengono a un unico percorso: quello di un uomo cresciuto dentro l’opera e arrivato oggi dall’altra parte del sipario, a immaginare e costruire gli spettacoli che prendono vita sul palco dello Sferisterio.
Veronese, Vinco nasce in una famiglia in cui la lirica non è soltanto una professione, ma un linguaggio quotidiano. Lo zio Ivo Vinco e la zia Fiorenza Cossotto, due protagonisti assoluti dell’opera internazionale, sono presenze che segnano il suo rapporto con il canto fin dall’infanzia. Eppure il suo ingresso nel mondo della lirica non segue un percorso già scritto: arriva quasi per caso, da ragazzo, quando cerca un modo per proteggere la voce mentre canta rock con gli amici.
Quello che doveva essere soltanto un aiuto tecnico si trasforma in una scoperta. Dietro quella voce c’è una possibilità inattesa, un mondo nuovo da esplorare. Da lì nasce una carriera durata vent’anni sui grandi palcoscenici, fino alla scelta di cambiare prospettiva: lasciare il centro della scena per dedicarsi alla costruzione artistica, passando dall’interpretazione alla visione.
Una trasformazione che non è una rottura, ma una naturale evoluzione. Perché oggi, nel ruolo di direttore artistico del Macerata Opera Festival, Vinco porta con sé proprio lo sguardo di chi l’opera l’ha vissuta in prima persona: conosce la fatica, la responsabilità e la magia che si nascondono dietro una voce.
Alla guida del MOF si trova davanti a uno dei luoghi più suggestivi della lirica italiana: lo Sferisterio, un teatro unico nel suo genere, capace di unire la forza della storia alla spettacolarità di uno spazio all’aperto.Costruire una stagione qui significa muoversi tra tradizione e futuro, tra titoli che appartengono alla memoria collettiva e nuove possibilità di racconto. Ma nel modo di intendere la direzione artistica di Vinco c’è un elemento che occupa un posto centrale: le voci. Il suo passato da cantante influenza inevitabilmente la ricerca degli interpreti, perché un artista non è soltanto tecnica, ma capacità di dare anima a un personaggio e creare un legame con chi ascolta.
Per questo, nella sua idea di festival, accanto ai grandi interpreti internazionali trovano spazio anche giovani talenti chiamati a confrontarsi con un palcoscenico complesso e prestigioso come quello dello Sferisterio. Una scelta che è anche una scommessa: dare fiducia alle nuove generazioni significa accettare il rischio, ma anche contribuire alla nascita degli artisti di domani.
La stessa attenzione verso il futuro riguarda il pubblico. Una delle sfide più importanti della lirica contemporanea è riuscire a riaprire un dialogo con le nuove generazioni, mostrando loro che l’opera non è un linguaggio lontano o appartenente soltanto al passato.
Per Marco Vinco la strada non è quella di modificare l’opera per renderla più semplice o più vicina alle mode del momento, ma di permettere alle persone di incontrarla nella sua autenticità. La sua forza, infatti, sta proprio nella capacità di attraversare il tempo e continuare a parlare attraverso emozioni universali: l’amore, il dolore, la passione, il conflitto.
Il percorso di Marco Vinco, dalla scena alla direzione artistica, sembra quindi seguire un filo preciso: creare connessioni. Tra passato e presente, tra grandi nomi e nuove voci, tra il palcoscenico e il pubblico. È questa la sfida del Macerata Opera Festival: custodire una storia importante senza trasformarla in memoria immobile, ma restituirle energia e futuro, sotto il cielo dello Sferisterio.
Tre appuntamenti per attraversare epoche, generi e tradizioni musicali in uno degli spazi più suggestivi della città. Torna a Tolentino MusicaUna – Suoni d'Estate, la rassegna promossa dal Comune di Tolentino, attraverso l'Assessorato alla Cultura, che dal 16 al 30 luglio porterà nel cortile della Biblioteca Filelfica tre concerti a ingresso libero dedicati alla musica d'insieme.
L'edizione 2026 conferma la vocazione della manifestazione a proporre ensemble di alto livello artistico e programmi originali, capaci di mettere in dialogo repertori, culture e linguaggi musicali differenti.
A sottolineare il valore dell'iniziativa è l'assessore alla Cultura Fabio Tiberi.«MusicaUna nasce dal desiderio di offrire alla città un'occasione di ascolto che coniughi qualità artistica e apertura verso linguaggi musicali diversi. I concerti di questa edizione rappresentano tre modi differenti di vivere la musica: dalla ricerca timbrica del quartetto di sassofoni alla forza espressiva della voce umana, fino all'incontro tra tradizioni provenienti da culture diverse. È un invito alla curiosità e all'ascolto, valorizzando anche artisti del nostro territorio impegnati in importanti percorsi professionali».
L'inaugurazione è in programma giovedì 16 luglio alle 21.15 con "OltreConfine+", spettacolo dell'Essential Saxophone Quartet.
Il concerto accompagnerà il pubblico in un viaggio musicale senza barriere, attraversando Rossini, Ennio Morricone, Arvo Pärt, Astor Piazzolla, Javier Girotto e altri compositori, mettendo in evidenza tutta la versatilità del quartetto di sassofoni.
Sul palco saliranno Luca Mora, Gabriele Giampaoletti, Valter Arcangeli e Roberto Micarelli, musicisti con una consolidata attività concertistica e didattica.
Il secondo appuntamento sarà giovedì 23 luglio con il Glissando Vocal Ensemble, protagonista del concerto "Ciak, si canta! Il cinema a sole voci".
Sei interpreti daranno vita a una vera orchestra vocale attraverso arrangiamenti originali che ripercorrono celebri colonne sonore e grandi successi internazionali. Dal repertorio Disney a Shallow, passando per Bohemian Rhapsody, The Pink Panther, i Bee Gees, gli ABBA e Pharrell Williams, il pubblico sarà accompagnato in un viaggio musicale costruito esclusivamente con la voce.
La rassegna si concluderà giovedì 30 luglio con "Paesaggi Sonori – Un viaggio tra le tradizioni del mondo", proposto dal Quartetto Sineforma.
Il programma attraverserà culture e tradizioni musicali di diversi Paesi, alternando brani popolari e pagine della musica colta, con composizioni di Nino Rota, Leonard Bernstein, Arturo Márquez, Kurt Weill, Astor Piazzolla, Johannes Brahms e altri autori.
Protagonisti saranno Michele Scipioni al clarinetto, Simone Grizi al violino, Christian Riganelli alla fisarmonica e David Padella al contrabbasso.
Tutti gli spettacoli inizieranno alle 21.15 nel cortile della Biblioteca Filelfica. L'ingresso è libero, fino a esaurimento dei posti disponibili.
Il Comune di Pollenza presenta l’edizione 2026 de "Il Nome Perduto", l’annuale rassegna culturale che si svolgerà al Chiostro di Sant’Antonio nelle serate di giovedì 16, giovedì 23 e giovedì 30 luglio.
Nata da un’idea del neofita Mauro Pignani, profondamente legato alla storia della sua Pollenza, la manifestazione è cresciuta negli anni fino a diventare un appuntamento capace di unire storia, arte e spiritualità in un unico percorso culturale.
L’obiettivo della rassegna è valorizzare il patrimonio storico e identitario del territorio, nella convinzione che la riscoperta delle proprie radici sia fondamentale per costruire un futuro più consapevole.
L’edizione 2026 nasce dalla collaborazione tra diverse realtà associative del territorio, tra cui Pro Rambona, Pro Loco Pollenza, Corporazione del Melograno, Club per l’UNESCO Tolentino e Terre Maceratesi e Associazione Cantagallo 815, da sempre impegnata nella tutela del paesaggio e dell’ambiente, anche attraverso l’opposizione al progetto di discarica previsto nell’area della storica Battaglia.
Il programma propone tre appuntamenti di alto profilo culturale.
La rassegna si aprirà giovedì 16 luglio con la conferenza "Francesco e Giotto", a cura dello storico dell’arte Luca Caricato, noto per i suoi studi sull’esoterismo avviati presso la Sorbona di Parigi.
Da Milano, dove vive e lavora, Caricato accompagnerà il pubblico in un percorso dedicato al rapporto tra Giotto e San Francesco d’Assisi, nell’ottocentesimo anniversario della morte del Santo. Un legame fondamentale per comprendere il francescanesimo e il ruolo delle Marche nella diffusione del suo messaggio, attraverso il genio narrativo di Giotto, definito simbolicamente il primo "cineasta" della storia per la forza espressiva dei suoi cicli pittorici.
La seconda serata, giovedì 23 luglio, sarà dedicata a Fabio Sileoni, pollentino doc e studioso attento della storia locale, che guiderà il pubblico alla scoperta dei personaggi che nei secoli hanno contribuito a rendere grande Pollenza.
Giovedì 30 luglio sarà invece una giornata interamente dedicata alla valorizzazione del territorio. Alle ore 11, presso il Municipio di Pollenza, saranno accolti il presidente della Commissione parlamentare per la tutela delle aree interne, prof. Mauro Alvisi, e il presidente di Slow Tourism Italia, Luciano Luateri.
Nel pomeriggio, la passeggiata organizzata da Pro Rambona nei luoghi suggestivi dell’Abbazia di Rambona offrirà un momento di incontro tra natura, cultura e convivialità, arricchito dalla presenza della "Sibilla delle Erbe" Maria Sonia Baldoni, recentemente protagonista dell’inaugurazione della rete internazionale delle Case delle Erbe, modello di microeconomia sociale e sviluppo ecosostenibile.
La rassegna si concluderà nella serata di giovedì 30 luglio con una conferenza dedicata al Codice, o Dittico, di Rambona, prezioso manufatto eburneo dell’Alto Medioevo commissionato dall’imperatrice d’Italia Ageltrude e oggi custodito nei Musei Vaticani.
Un’opera di straordinario valore storico e artistico, studiata anche dall’Accademia Nazionale dei Lincei, ma ancora poco conosciuta dal grande pubblico.
L’incontro sarà affidato a due autorevoli studiosi: il prof. Alvise Manni, storico locale e profondo conoscitore della storia di Rambona, e l’ing. Massimo Rogante, componente del comitato scientifico del centro internazionale di studi sulla Sindone.
"Il Nome Perduto 2026" è organizzato dall’Associazione Arte per le Marche, con il patrocinio del Comune di Pollenza e della CISL Marche. Gli incontri saranno moderati dal giornalista Maurizio Verdenelli e conclusi dagli interventi dell’attore teatrale Emanuele D’Agapiti.
MACERATA - Tornano gli Aperitivi Culturali agli Antichi Forni di Piaggia della Torre e quest’anno la rassegna organizzata dall’Associazione Sferisterio Cultura festeggia un traguardo speciale: il ventesimo anniversario.
Curati da Cinzia Maroni, gli appuntamenti accompagneranno anche questa estate il Macerata Opera Festival, con incontri dedicati ai protagonisti delle opere in cartellone. Come da tradizione, gli appuntamenti si svolgeranno alle ore 12, ogni venerdì, sabato e domenica del festival.
Il ciclo si aprirà con i primi tre incontri dedicati agli spettacoli in programma allo Sferisterio.
Venerdì 17 luglio sarà protagonista il nuovo allestimento del "Nabucco", con il regista Paul Emile Fourny e il direttore d’orchestra Fabrizio Maria Carminati, insieme a Stefano Jacini, musicologo, giornalista e scrittore. Il titolo scelto per l’incontro sarà "Va pensiero dove tira il vento", un riferimento al celebre coro verdiano e alla sua trasformazione in simbolo del Risorgimento italiano. Jacini, autore del volume L’elmo di Scipio (Nave di Teseo), proporrà una riflessione sul rapporto tra opera, storia e identità nazionale.
Sabato 18 luglio toccherà al "Barbiere di Siviglia". Il regista Daniele Menghini e il direttore d’orchestra Jacopo Brusa dialogheranno con Alberto Mattioli, giornalista e scrittore, tra i più importanti critici italiani di opera lirica. Il titolo dell’incontro sarà "Un barbiere di qualità", dedicato alla figura di Figaro e alla straordinaria modernità dell’opera di Rossini.
Domenica 19 luglio sarà invece la volta de "Il trovatore", con il direttore d’orchestra Dmitri Jurowski e la regista Angela Saroglou, impegnata nella ripresa dello storico allestimento di Francisco Negrin. A condurre l’incontro sarà Enrico Girardi, storica firma del Corriere della Sera, da sempre presenza degli Aperitivi Culturali. Il titolo scelto, "Il trovatore, ossia Verdi", sottolinea il valore innovativo dell’opera e il ruolo centrale del compositore nella storia della musica.
Tutti gli appuntamenti saranno arricchiti dai video realizzati da Riccardo Minnucci e Limone Blu, con la voce recitante di Gabriela Lampa. Gli incontri saranno registrati da Etv e successivamente disponibili sul canale YouTube e sul sito dell’associazione.
Gli Aperitivi Culturali saranno accompagnati dal contributo dei partner tecnici Radici Trattoria Agricola, Il Villino e Sigi.
Il ventennale tra mostra e pubblicazione
Il traguardo dei vent’anni sarà celebrato con una serie di iniziative dedicate alla storia della manifestazione. Il 17 luglio alle ore 11.30, prima del primo appuntamento della rassegna, sarà inaugurata agli Antichi Forni una mostra fotografica che raccoglie i programmi delle stagioni dal 2006 al 2026.
Nella stessa occasione sarà presentata una pubblicazione speciale con contributi di protagonisti della manifestazione e un ricco apparato di immagini e ricordi legati non solo agli Aperitivi Culturali, ma anche alle numerose iniziative realizzate negli anni. All’interno del volume sarà presente anche un saggio di Andrea Panzavolta, storico protagonista della kermesse.
Nella sala attigua saranno inoltre proiettati i video e le sigle realizzate negli anni da Riccardo Minnucci per accompagnare gli incontri.
Un anniversario che celebra due decenni di dialogo tra opera, cultura e pubblico, trasformando ancora una volta gli Antichi Forni in uno spazio di confronto e approfondimento attorno al teatro musicale.
MONTE SAN MARTINO – Sono tornati ad essere ammirati dal pubblico i grandi polittici di Carlo e Vittore Crivelli e di Girolamo di Giovanni da Camerino. È stata inaugurata ieri, nella Pinacoteca Civica "Armindo Ricci", la mostra "I Polittici di Monte San Martino", un'esposizione che restituisce alla fruizione uno dei patrimoni artistici più significativi del Rinascimento marchigiano.
La mostra rappresenta un'importante occasione per riscoprire quattro capolavori della pittura tardogotica e rinascimentale, insieme alla preziosa "Crocifissione" di Guido Reni, già custodita nella pinacoteca. Il percorso espositivo valorizza così il patrimonio artistico del piccolo borgo del Maceratese, situato tra i Monti Sibillini e il Mare Adriatico.
L'iniziativa nasce dalla collaborazione tra il Comune di Monte San Martino, l'Arcidiocesi di Fermo e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata. I polittici, provenienti dalla chiesa di San Martino Vescovo e di proprietà dell'Arcidiocesi, sono stati trasferiti temporaneamente nella pinacoteca per consentire gli interventi di restauro e consolidamento dell'edificio religioso, danneggiato dal sisma del 2016. Al termine dei lavori, le opere faranno ritorno nella loro collocazione originaria.
L'esposizione permette di osservare da vicino la straordinaria ricchezza di dettagli e la raffinatezza tecnica che caratterizzano la produzione dei fratelli Crivelli e di Girolamo di Giovanni, protagonisti del Rinascimento adriatico, offrendo ai visitatori un'occasione unica per apprezzare opere che per secoli hanno rappresentato un punto di riferimento per la comunità locale.
Alla cerimonia inaugurale hanno partecipato numerose autorità civili e religiose. Sono intervenuti il sindaco Matteo Pompei, il presidente dell'Unione Montana Monti Azzurri Giampiero Feliciotti, il sottosegretario della Regione Marche Silvia Luconi, l'arcivescovo di Fermo monsignor Rocco Pennacchio e lo storico dell'arte Tommaso Strinati, direttore della rete museale Metromuseo dei Borghi di Marca. Un videomessaggio è stato inviato anche dall'assessore alla Cultura del Comune di Milano, Tommaso Sacchi.
«È un motivo di grande orgoglio poter ospitare un'esposizione così importante – ha dichiarato il sindaco Matteo Pompei –. I polittici dei Crivelli rappresentano una parte fondamentale dell'identità della nostra comunità e questa mostra consente di valorizzare un patrimonio che ci rende un punto di riferimento per la grande pittura marchigiana».
Monsignor Rocco Pennacchio ha sottolineato come, durante la ricostruzione post sisma, sia fondamentale rendere fruibile il patrimonio di arte e fede custodito nelle chiese dell'Arcidiocesi, auspicando che la bellezza delle opere possa accompagnare non solo l'esperienza artistica dei visitatori, ma anche un percorso di riflessione e spiritualità.
Per Tommaso Strinati, l'esposizione rappresenta il risultato di un lavoro condiviso tra istituzioni e comunità locale. «Monte San Martino – ha evidenziato – è un esempio virtuoso di valorizzazione del patrimonio culturale, dove l'impegno dei cittadini ha consentito di mantenere vivo il legame con queste opere anche negli anni successivi al terremoto».
La mostra è visitabile presso la Pinacoteca Civica "Armindo Ricci" tutti i fine settimana, dalle 16 alle 19, fino al completamento dei lavori nella chiesa di San Martino Vescovo.
Un risultato di grande rilievo per il Convento dei Frati Cappuccini di Renacavata, situato a Camerino. Nell'ambito della XIII edizione del censimento promosso dal FAI – Fondo per l'Ambiente Italiano, occupa attualmente la prima posizione della graduatoria generale con 9.672 preferenze.
Ci sono luoghi che custodiscono e raccontano la nostra storia personale e collettiva, che incarnano la nostra civiltà.
Per raccogliere le voci delle tante persone che amano questi luoghi e vogliono restituire loro un futuro, il FAI – Fondo per l'Ambiente Italiano, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e con il patrocinio del Ministero della Cultura, ha lanciato la XIII edizione de "I Luoghi del Cuore", programma dedicato alla cura e alla valorizzazione del patrimonio. Fino al 15 dicembre sarà possibile votare il proprio Luogo del Cuore sul sito www.iluoghidelcuore.it.
Il comitato "In cammino con i Cappuccini" ha lanciato una vera e propria mobilitazione per promuovere la candidatura del Convento dei Frati Cappuccini di Renacavata, luogo ricco di storia e spiritualità. Qui nacque nel 1528 l'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Ci sono luoghi che sembrano custodire il respiro del tempo. Renacavata è uno di questi. Situato a pochi chilometri da Camerino, nel cuore dell'entroterra marchigiano, racconta la storia di un Ordine che nei secoli ha raggiunto il mondo intero, pur restando ancora oggi sorprendentemente poco conosciuta.
Nel 2028 l'Ordine dei Frati Cappuccini celebrerà i 500 anni dalla sua fondazione: un anniversario di rilievo internazionale.
Votalo qui: https://fondoambiente.it/luoghi/convento-dei-frati-cappuccini-renacavata-camerino?ldc=
Si ricorda che è possibile esprimere una sola preferenza per ciascun luogo, ma votare più luoghi.
www.iluoghidelcuore.it
Non convenzionale, rock, moderna, aggettivi che descrivono pienamente la soprano Anastasia Bartoli, ma che possono essere accostati senza nessuna forzatura, anche al personaggio di cui vestirà i panni allo Sferisterio di Macerata: l’Abigaille del Nabucco di Giuseppe Verdi, che verrà messo in scena per il Macerata Opera Festival a partire dal 17 luglio.
Anastasia Bartoli è per la prima volta a Macerata e, ciò che ci racconta in un caldo pomeriggio estivo, è il primo impatto con la città e con lo Sferisterio. Teatro atipico, molto ampio e soprattutto all’aperto. Infatti se per Anastasia Bartoli questa non sarà la prima volta in cui interpreterà Abigaille, sarà invece la prima occasione di cantare in un teatro all’aperto. Di certo non è spaventata ma «rinvigorita», «accolta» e coccolata dall’«acustica meravigliosamente generosa» che offre lo Sferisterio.
Ci racconta della sua "vita precedente" in cui praticava paracadutismo acrobatico, e di quel «click» che le ha fatto desiderare di diventare una cantante, di tornare al canto che per lei «è sempre stata la prima parola, la prima attività». Scelta rischiosa, anche se poteva apparire naturale essendo lei cresciuta nella musica lirica sin da dentro il ventre materno, quello della celebre soprano Cecilia Gasdia che non è stata solo madre, ma anche insegnante.
La verve «metallara», alternativa che la caratterizza come persona, non viene dimenticata quando sale sul palco, anzi, viene utilizzata come motore per donare ai personaggi il meglio di sé; quelle donne (Abigaille in questo caso, ma anche l’Ermione o la Zelmira Rossiniane), che spesso vengono inquadrate in personaggi monodimensionali, ma che nascondono sfaccettature complesse e squisitamente moderne.
L’Abigaille della Bartoli non sarà sicuramente solo la cattiva Abigaille: «perché sembra la cattivona di turno ma fondamentalmente si incattivisce, perché lei vuole solo una cosa, l'amore»; ci regalerà la sofferenza, il desiderio d’amore e la dignità di un’antagonista femminile che è tra le più complesse (vocalmente e interpretativamente) del panorama verdiano.
E quale ambientazione migliore per un’opera, il Nabucco, se non lo Sferisterio? Un’opera caratterizzata da monumentali scene corali (basti pensare al celeberrimo Va’ pensiero) e epicità del dramma sia personale che storico, che, come ci anticipa la Bartoli, sarà fuso sapientemente alla tipologia dei costumi (a cura di Giovanna Fiorentini) e alle scenografie (a cura di Benito Leonori) in questo insieme studiato perfettamente sotto la direzione della regia di Paul-Émile Fourny.
Per chi non ha mai avuto l’occasione di lasciarsi avvolgere da un’opera lirica, il Macerata Opera Festival sembra disegnare un invito difficile da ignorare. Questo Nabucco si annuncia come un’esperienza capace di unire spettacolo e suggestione, affidata a un cast che vede accanto ad Anastasia Bartoli il giovane baritono rivelazione di quest’anno Ariun Ganbaatar nel ruolo del titolo, Laura Verrecchia nei panni di Fenena, Alessandro Scotto di Luzio come Ismaele e il basso Alberto Comes, al debutto nel ruolo di Zaccaria.
E sarà proprio Anastasia Bartoli, con la sua Abigaille intensa, moderna e profondamente umana, a rappresentarne una delle interpretazioni più attese. Voci e presenze che, sotto il cielo dello Sferisterio, promettono di accendere la scena e di restituire, in tutta la sua potenza, il respiro epico e insieme intimo del capolavoro verdiano.
RECANATI – La magia della "piccola lirica" torna protagonista con una serata all'insegna dell'eleganza, della musica e dello spettacolo. Piazza Leopardi si prepara a trasformarsi in un autentico Cafè Chantant per accogliere un grande evento dedicato all'Operetta, organizzato dall'Associazione Beniamino Gigli con il patrocinio del Comune di Recanati.
L'appuntamento, gratuito per i posti in platea, è in programma alle 20.30 e vedrà sul palco un cast di artisti di assoluto livello guidato da Enrico Stinchelli, celebre regista teatrale, musicologo e divulgatore musicale, chiamato a condurre e raccontare un viaggio tra i capolavori che hanno reso celebre l'Operetta nel mondo.
La serata sarà preceduta, a partire dalle 20, dalla possibilità di cenare in piazza grazie alla collaborazione delle attività del centro: Il Giovane Favoloso, il Caffè delle Logge, Caffè Bistrot Piazza Leopardi e Cucina Niko. Per la prenotazione dei tavoli sarà possibile rivolgersi direttamente ai locali, mentre per i posti in platea occorre fare riferimento all'Associazione Beniamino Gigli.
Sul palco prenderanno vita alcune delle pagine più amate della storia della "piccola lirica", in uno spettacolo che unirà canto, teatro, danza e scenografie spettacolari. Protagonisti saranno il tenore Gianluca Terranova e il soprano Sabrina Picci, affiancati da Diego Colaiori, Giulia Presti, Daniela D'Aragona, dal solista Papadia e dalle coreografie del Corpo di Ballo della Compagnia Italiana di Operette.
Il pubblico sarà accompagnato in un viaggio attraverso atmosfere e suggestioni diverse: dai caffè parigini alla Vienna imperiale, fino alla tradizione napoletana, tra celebri melodie, cambi d'abito, piume, kimono, divise storiche e costumi d'epoca.
Il programma renderà omaggio ai grandi compositori del genere, tra cui Franz Lehár, Emmerich Kálmán, Virgilio Lombardo, Ralph Benatzky e Jacques Offenbach, in una serata pensata per celebrare il fascino senza tempo di un repertorio capace ancora oggi di conquistare il pubblico.
Il gran finale coinvolgerà l'intero cast sul palco con due dei brani simbolo dell'Operetta, per un momento conclusivo all'insegna dell'allegria e degli applausi.
A impreziosire l'appuntamento sarà la presenza di Enrico Stinchelli, figura di riferimento del panorama operistico italiano, noto anche come ideatore e conduttore della storica trasmissione radiofonica "La Barcaccia" su Rai Radio 3. Regista di importanti produzioni teatrali e collaboratore di grandi protagonisti del melodramma internazionale, Stinchelli porterà a Recanati la sua esperienza e la sua capacità divulgativa.
Tra gli interpreti spiccano anche Gianluca Terranova e Sabrina Picci, coppia artistica di grande affiatamento, protagonisti di importanti produzioni liriche e teatrali. Terranova, tenore di fama internazionale, ha calcato palcoscenici prestigiosi come il Teatro alla Scala e l'Arena di Verona, mentre Picci unisce esperienza lirica e teatrale.
A completare il quadro artistico sarà la Compagnia Italiana di Operette, fondata nel 1953 e considerata una delle realtà più prestigiose in Italia per la valorizzazione di questo genere. Con oltre settant'anni di attività, la compagnia continua a portare avanti la tradizione della "piccola lirica" attraverso spettacoli capaci di unire qualità musicale, comicità, danza e grandi allestimenti scenici.
Una serata che promette dunque di riportare Recanati nell'atmosfera elegante e sognante dell'Operetta, tra musica, emozioni e spettacolo dal vivo.
Torna “Spazi Senza Limiti” della pittrice Daria Castelli. L’artista civitanovese, da anni impegnata nella promozione dell’arte e dei talenti marchigiani, continua a valorizzare il patrimonio culturale della città.
Inaugura domani (10 luglio), alle ore 21,30, ai giardini del Lido Cluana di Civitanova Marche, la mostra Spazi Senza Limiti dell'artista civitanovese Daria Castelli, conosciuta per il suo intenso percorso artistico e il grande impegno a valorizzare i talenti della Regione Marche, anche attraverso giovani artisti. Cittadini e turisti avranno l’opportunità di ammirare dipinti e opere di pittori del territorio in una suggestiva esposizione all’aperto.
Domani per l’inaugurazione della dodicesima edizione interverranno il sindaco Fabrizio Ciarapica, il consigliere comunale Gianluca Crocetti e la presidente UCAI Maria Giuseppina Coppola.
Di recente, a Civitanova Marche Alta si è chiusa la personale con sessanta opere, inaugurata con l’accompagnamento musicale del violinista Valentino Alessandrini e la partecipazione dello storico e critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso.
I protagonisti dell’esposizione sono quindici artisti marchigiani, le cui opere saranno allestite nel verde del lungomare sud, durante i mesi di luglio e agosto: Alessandro Ponte, Anastasia Maggini, Vito Vitulli, Lorena Cerqueti, Paolo Agostini, Emanuela Speranza, Viviana Romagnani, Franca Forani, Melita, Giada Mannelli, Clara Venanzetti, Stefano Reschini, Giuseppe Vinchiaturo, Daria Castelli.
Daria Castelli ha voluto dedicare la sua collettiva di arte contemporanea Spazi Senza Limiti '26 al marito Alessandro, passato a miglior vita lo scorso maggio, come ringraziamento del suo costante lavoro e per la simpatia dimostrata a tutti gli artisti.
La rassegna sarà visitabile ogni venerdì, sabato e domenica, dalle 18 alle 24.