Dopo la tensione e l'emozione della prima, allo Sferisterio l'atmosfera si fa più rilassata. Sul palcoscenico, però, ad attendere il pubblico non c'è la Siviglia tradizionale immaginata da Rossini, ma un universo completamente diverso: un teatro di posa trasformato in set televisivo, popolato da influencer, telecamere, social network, colori pop e un kitsch dichiarato che diventa la cifra stilistica dell'intero spettacolo.
Prima ancora che Rossini prenda davvero la parola, la regia sorprende con un prologo inedito. A fare gli onori di casa è l'influencer di OperaMeet, nei panni di una presentatrice che introduce l'opera al pubblico con il linguaggio dei creator digitali. Ma la sua spiegazione, volutamente prolissa e insistita, viene bruscamente interrotta: la giovane viene rapita e fatta sparire di scena, in una gag che scatena le prime risate della serata.
È l'acclamato allestimento di Daniele Menghini, ripreso per questa edizione da Jacopo Brusa, a riportare in scena Il barbiere di Siviglia, una delle opere più amate del repertorio lirico. La vicenda è quella nota: Figaro, geniale factotum, aiuta il Conte d'Almaviva a conquistare Rosina, sottraendola alle mire dell'avido Don Bartolo. Ma questa volta il racconto si svolge in un mondo dominato dai meccanismi dello spettacolo e della comunicazione contemporanea.
Già dall'apertura è evidente che il pubblico è chiamato a dimenticare la Siviglia settecentesca. Il rosa domina la scena, esplodono dettagli giallo fluorescente, gli interpreti sembrano muoversi all'interno di un reality show. Dell'immaginario tradizionale resta quasi soltanto il costume da torero di Figaro, sottile filo conduttore con l'opera originale.
L'inizio della serata è segnato anche da qualche contestazione rivolta al Conte d'Almaviva di Ruzil Gatin dopo la sua prima aria. Il tenore incassa i "buu" con sorprendente disinvoltura, accennando quasi una risposta scherzosa al pubblico. Viene allora da chiedersi: quella lieve steccata iniziale era davvero un'imprecisione o faceva parte del gioco scenico? Non lo sapremo mai. Quel che è certo è che Gatin ritrova rapidamente sicurezza e conduce a termine una prova convincente.
Il vero motore dello spettacolo è però Figaro. Grisha Martirosyan costruisce un personaggio irresistibile, una sorta di Freddie Mercury capace di dominare il palco con un'energia da rockstar. Dialoga con le telecamere, scherza con il pubblico, rompe continuamente la quarta parete e coinvolge la platea con una presenza scenica travolgente. Le riprese video e gli schermi non rappresentano un semplice espediente scenografico, ma diventano parte integrante della narrazione.
È proprio l'utilizzo dei social network uno degli aspetti più riusciti dell'allestimento. Per attirare l'attenzione di Rosina, il Conte realizza un improbabile video con tanto di green screen alle spalle, che ricorda volutamente un TikTok neomelodico, trasformando il celebre corteggiamento in un contenuto perfettamente riconoscibile agli occhi del pubblico di oggi. Il social diventa così il nuovo mezzo per comunicare a Rosina l'interesse di Lindoro.
Il celebre biglietto diventa invece un messaggio sul telefono, annunciato persino dall'inconfondibile trillo del Nokia riprodotto dal clavicembalo. Sono trovate che strappano continue risate e che, sorprendentemente, non appaiono mai forzate: il testo rossiniano viene adattato con intelligenza, mantenendo intatta la naturalezza della vicenda.
Menghini utilizza la comicità anche per mettere in evidenza gli aspetti più oscuri dell'opera. L'universo scintillante dei follower, delle sponsorizzazioni e della celebrità convive con l'avidità, la corruzione, il denaro facile e perfino la droga. Il giallo acceso che invade la scena diventa quasi il simbolo di questa ricchezza ostentata, tanto luminosa quanto moralmente ambigua. Dietro il sorriso resta così visibile il lato più nero del Barbiere: quello dell'interesse personale, della brama di possesso e dell'apparenza.
Sul piano musicale il cast convince nel complesso. Raffaella Lupinacci disegna una Rosina vivace, capace di giocare con la vocalità e con il personaggio, anche se il celebre "Tu mi porti a delirare" appare meno incisivo rispetto ad altri momenti della sua prova.
Sorprendente e magistrale il Don Basilio di Riccardo Fassi, autore di una "Calunnia" eseguita con grande precisione, capace di rimbalzare tra ironia e meschinità, restituendo tutta la perfidia del personaggio.
Tra gli interpreti spicca Marco Filippo Romano, che ieri sera ha vestito i panni di Don Bartolo per la 190ª volta. Un traguardo che si percepisce nella naturalezza con cui domina il ruolo: tempi comici perfetti, grande sicurezza scenica e una presenza che rende ogni gesto significativo. Tra le intuizioni più esilaranti della regia c'è il suo Don Bartolo che si trasforma in un irresistibile Al Bano, perfettamente inserito nell'estetica pop dello spettacolo. Poco prima lo si era visto persino alle prese con una seduta di botox: gag che contribuiscono a costruire un personaggio coerente con questo universo fatto di celebrità, apparenza e ossessione per l'immagine.
Molto apprezzata anche Giulia Mazzola nel ruolo di Berta, vocalmente agile e scenicamente brillante, abile nel ritagliarsi momenti di autentico rilievo all'interno dell'azione. La serva riesce a imporsi per potenza vocale e presenza scenica, confermando una prova di grande efficacia.
L'intesa tra gli interpreti è evidente per tutta la durata dello spettacolo. Lindoro e Figaro si muovono con atteggiamenti che richiamano il mondo del rap, il pubblico sembra riconoscere finalmente un linguaggio familiare e la continua rottura della quarta parete rende gli spettatori parte integrante dell'azione. La sensazione è che gli stessi artisti si divertano sinceramente in scena, trasmettendo questa energia alla platea.
Quello di Menghini è un Barbiere di Siviglia che divide gli amanti della tradizione ma dimostra come un classico possa dialogare con il presente senza tradire Rossini. I riferimenti ai fenomeni contemporanei non sono mai fini a se stessi, ma costruiscono un linguaggio coerente che rende la commedia sorprendentemente vicina al pubblico di oggi.
Tra risate, trovate sceniche intelligenti e un cast affiatato, lo Sferisterio porta in scena un Barbiere divertente, dinamico e teatrale, capace di guardare al futuro senza dimenticare la forza comica e musicale che da oltre due secoli rende Rossini immortale.
Giunto alla sua 27^ edizione, Rotary all’Opera si conferma una delle più significative e longeve iniziative del Rotary Club di Macerata, capace di coniugare l’eccellenza del Macerata Opera Festival con i valori del servizio e della solidarietà.
Rotariani provenienti da tutta Italia e dall’Estero si sono ritrovati a Macerata per un appuntamento che unisce cultura, amicizia e service. Tra gli ospiti anche una delegazione proveniente da Berlino, testimonianza di come questa iniziativa abbia ormai assunto un respiro internazionale, rafforzando quei legami di amicizia e collaborazione che rappresentano uno dei valori fondamentali del Rotary.
L’evento si è aperto con un pre-opera nella splendida cornice architettonica del cortile di Palazzo Buonaccorsi, momento d’incontro e convivialità, che ha preceduto il trasferimento all’Arena Sferisterio.
Nella suggestiva atmosfera del Teatro, i partecipanti hanno assistito alla rappresentazione de ”Il Barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini, inserita nel cartellone della 62^ edizione del Macerata Opera Festival, con la direzione d’orchestra di Jacopo Brusa e la regia di Daniele Menghini.
A condividere questo appuntamento hanno presenziato numerose autorità rotariane, tra cui Francesco Arezzo, Immediate Past President del Rotary International e Trustee della Rotary Foundation, il Governatore del Distretto 2090 Stefano Gobbi, numerosi dirigenti e rappresentanti distrettuali tra cui i DGE dei Distretti 2041 Roberto Bosia, 2050 Giorgio Giambiasi e 2090 Stefano Quarchioni, Past Governor e Presidenti di Club.
Presenti anche le autorità civili, rappresentate dal sindaco di Macerata Sandro Parcaroli, nonché la Sovrintendente dello Sferisterio Laura Chiatti e il Direttore Artistico del MOF Marco Vinco.
Nel suo saluto, il presidente del Rotary Club di Macerata, Umberto Massei, ha ricordato il significato più autentico dell’Opera: trasformare la bellezza dell’arte in un concreto gesto di solidarietà.
L’edizione 2026 è dedicata al progetto END POLIO NOW del Rotary International per l’eradicazione della poliomielite nel mondo. Una scelta che rinnova il profondo legame tra cultura e servizio, trasformando una serata di grande musica in occasione per sostenere una delle più importanti, se non la più importante, delle iniziative umanitarie del Rotary: parte del ricavato sarà infatti devoluto alla Fondazione Rotary Italia a sostegno della campagna END POLIO NOW.
Nel suo intervento, il Presidente Massei ha inoltre voluto rendere omaggio a Sergio Mulitsch, un grande rotariano, la cui straordinaria visione diede il via nel lontano 1980 alla campagna vaccinale contro la poliomielite nel mondo. Da quella lungimirante intuizione nacque il programma PolioPlus, destinato a diventare uno dei più importanti progetti umanitari della storia del Rotary ed a contribuire alla vaccinazione di milioni di bambini, avvicinando l’umanità all’obiettivo di un futuro libero dalla poliomielite.
Da 27 anni Rotary all’Opera dimostra come la cultura possa trasformarsi in autentico servizio. Un appuntamento che unisce l’eccellenza artistica del Macerata Opera Festival alla missione del Rotary, ricordando che la bellezza non è soltanto qualcosa da ammirare, ma può diventare una forza capace di generare speranza e solidarietà.
E’ questo il senso più profondo di Rotary all’opera: quando il servizio incontra la bellezza, la solidarietà trova la sua voce.
Attento alle pieghe meno evidenti dei grandi classici, curioso nel mettere in dialogo passato e presente, capace di guardare alla tradizione senza lasciarla immobile: sono caratteristiche che raccontano il lavoro di Daniele Menghini e che trovano piena espressione nel suo Barbiere di Siviglia, lo spettacolo nato allo Sferisterio di Macerata e oggi nuovamente protagonista del cartellone del Macerata Opera Festival.
Per Menghini confrontarsi con un’opera così conosciuta significa soprattutto provare a scoprire cosa si nasconde dietro ciò che tutti credono di conoscere già. Il Barbiere è la commedia brillante per eccellenza, l’opera degli equivoci, delle risate e dell’energia travolgente di Rossini, ma sotto quella leggerezza custodisce anche una dimensione più inquieta, fatta di ambizioni, apparenze e giochi di potere.
È proprio da questa doppia anima che nasce la lettura del regista. Lo spettacolo torna sul palco che lo ha visto nascere, in uno spazio che ha rappresentato fin dall’inizio una sfida e un’opportunità. Perché portare il Barbiere di Siviglia allo Sferisterio significa confrontarsi con un’opera pensata come un piccolo meccanismo teatrale e con un palcoscenico dalla dimensione monumentale.
La domanda da cui Menghini è partito è quindi semplice solo in apparenza: come dare a questa musica e a questi personaggi il respiro necessario per abitare un luogo così ampio? La risposta è stata cercare una nuova energia, avvicinando il mondo di Siviglia a quello di un grande concerto rock.
Una scelta che trova la sua chiave proprio in Figaro. Il celebre barbiere rossiniano, nella visione di Menghini, non è soltanto il factotum brillante che muove gli ingranaggi della storia, ma un uomo che ha costruito il proprio successo trasformandosi in un personaggio pubblico. «Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono»: nelle sue parole c’è già il ritratto di una star, di qualcuno che dal piccolo salone di provincia è arrivato sotto i riflettori.
Ma dietro il sorriso di Figaro e la comicità dell’opera emerge anche un lato più oscuro. È questo uno degli aspetti che più interessa il regista: ricordare che Rossini non racconta soltanto il divertimento, ma anche una società dove la reputazione può essere manipolata, dove la voce collettiva può diventare strumento di potere e dove l’immagine spesso conta più della realtà.
La calunnia di Don Basilio, il meccanismo della diffusione delle voci, l’opportunismo dei personaggi sono elementi che sembrano parlare direttamente al presente. Un mondo fatto di visibilità e consenso che rende il Barbiere sorprendentemente contemporaneo, quasi come se Rossini avesse intuito alcune dinamiche della società dello spettacolo di oggi.
Nel lavoro di Menghini, però, la contemporaneità non arriva mai dall’esterno: nasce dalla musica stessa. «Il primo regista dell’opera è il compositore», racconta, perché è nella partitura che sono già contenuti il movimento, i colori e il respiro dei personaggi. Il compito del regista è ascoltare quella materia e accompagnarla verso una nuova vita scenica.
Poi arriva l’incontro con gli interpreti, con la loro sensibilità e la loro unicità. Perché ogni personaggio cambia ogni volta che incontra un nuovo artista: Figaro rimane Figaro, ma non è mai esattamente lo stesso. È in questo spazio tra ciò che è scritto e ciò che può ancora nascere che prende forma il lavoro della regia.
Scene, costumi, luci e movimenti costruiscono lentamente lo spettacolo, fino al momento in cui arriva l’orchestra. È allora che, per Menghini, tutto finalmente prende vita: ciò che fino a quel momento era un’idea, un progetto, una pagina studiata, diventa un organismo vivo capace di respirare insieme agli interpreti e al pubblico.
A chi conosce già il Barbiere di Siviglia, il regista chiede di arrivare senza aspettative troppo definite, lasciando spazio alla sorpresa. A chi invece non ha mai incontrato l’opera, propone di lasciarsi accompagnare dentro un mondo fatto di musica, teatro e meraviglia. Perché, anche dopo quasi due secoli, Figaro ha ancora qualcosa da raccontare. E forse è proprio questa la forza del lavoro di Menghini: ricordare che dietro la risata più brillante può nascondersi una domanda ancora attuale, quella su quanto il mondo che Rossini raccontava assomigli ancora al nostro.
Un nuovo gesto concreto a sostegno dello sport paralimpico e della sicurezza delle persone. Giovedì mattina, nella sede direzionale di Banca Macerata, l’associazione Anthropos ha ricevuto in dono un defibrillatore semiautomatico, che andrà ad arricchire la dotazione destinata alle proprie attività sportive, contribuendo a garantire ancora maggiore sicurezza ad atleti, tecnici e tesserati.
Alla cerimonia erano presenti il direttore generale di Banca Macerata, Toni Guardiani, e il presidente di Anthropos, Nelio Piermattei.
La consegna del defibrillatore rappresenta un ulteriore passo nel percorso di collaborazione avviato due anni fa, quando Banca Macerata è diventata main partner dell’associazione. Un rapporto che, nel tempo, si è tradotto non solo nel sostegno alle attività sportive di Anthropos, ma anche in iniziative concrete a favore della sicurezza, dell’inclusione e del benessere delle persone.
Il nuovo defibrillatore sarà utilizzato durante le attività paralimpiche promosse dall’associazione, contribuendo a garantire una maggiore tutela e accompagnando la crescita di un sodalizio nato a Civitanova Marche e divenuto un punto di riferimento per lo sport paralimpico anche oltre i confini regionali.
“Ringrazio Banca Macerata, nelle persone del presidente Ferdinando Cavallini e del direttore generale Toni Guardiani,- afferma il presidente di Anthropos Nelio Piermattei:per l’ennesima dimostrazione di vicinanza e sostegno alla nostra realtà. Una collaborazione che ci consente di svolgere le attività paralimpiche con maggiore sicurezza e tranquillità, in un ambito nel quale la nostra associazione rappresenta una delle principali realtà a livello nazionale. La tutela dei nostri atleti, tesserati e tecnici viene prima di tutto, per questo è fondamentale avere a disposizione un defibrillatore, anche considerando che, purtroppo, non tutti gli impianti sportivi ne sono dotati”.
“Essere al fianco di Anthropos - prosegue il direttore generale di Banca Macerata, Toni Guardiani- significa contribuire concretamente a rendere lo sport un luogo sempre più sicuro, inclusivo e accessibile. Per una banca profondamente legata al territorio, sostenere una realtà che ogni giorno offre opportunità di crescita, autonomia e condivisione a tanti ragazzi e ragazze con disabilità significa investire nelle persone e nel valore della comunità. Abbiamo scelto di donare un defibrillatore semiautomatico di ultima generazione perché, nello sport come nella vita, la tempestività può fare la differenza. Questo gesto si inserisce in un percorso di collaborazione che prosegue durante tutto l’anno e che Banca Macerata desidera continuare a rafforzare, al fianco di Anthropos e di tutte le persone che ogni giorno ne fanno parte”.
Dal 9 luglio al 29 novembre 2026 PlayMarche Macerata presenta Studio Azzurro – L’immagine in movimento, un progetto espositivo realizzato da Studio Azzurro in collaborazione con PlayMarche Macerata, con il sostegno di Città di Macerata e Macerata Musei.
La mostra propone un percorso attraverso alcuni momenti fondativi e centrali della ricerca di Studio Azzurro, a partire dai primissimi lavori ancora legati alla pratica fotografica fino alle videoinstallazioni, ai videoambienti e alle opere interattive che hanno segnato la storia dello Studio. Fotografie, video, maquettes e videambientazioni ricostruiscono una traiettoria in cui l’immagine non è mai pensata come superficie chiusa, ma come dispositivo in relazione con lo spazio, il corpo, il tempo e lo spettatore.
.Per la prima volta il percorso espositivo prende avvio con alcuni esiti delle ricerca fotografica che da sempre ha affiancato la ricerca video. Questo nucleo originario rappresenta il punto di partenza di una sperimentazione che intreccia progressivamente fotografia e immagine in movimento, dando vita a un linguaggio capace di oltrepassare i limiti dello schermo e di trasformare lo spazio espositivo in un ambiente narrativo immersivo.
Grazie alla presenza di copiosi materiali di progetto relativi alle opere emerge la dimensione laboratoriale che attraversa tutta la storia di Studio Azzurro: un sapere trasmesso attraverso il fare insieme, la costruzione degli apparati, la condivisione delle competenze e il dialogo tra generazioni. Questa modalità di lavoro, oggi riletta anche alla luce degli studi sull’embodied knowledge, diventa una chiave per comprendere tanto le opere delle origini quanto le più recenti pratiche di ricostruzione, formazione e valorizzazione delle opere storiche.
Il percorso si apre con lavori relativi a opere nate nell’ambito del Centro di Documentazione di Palazzo Fortuny a Venezia, tra cui Quattro immagini con interferenze video del 1983, Il nuotatore (va troppo spesso ad Heidelberg) del 1984, Vedute (quel tale non sta mai fermo) del 1985 e Pareti. Figure strappate del 1986. Queste opere anticipano molte delle questioni che diventeranno centrali nella ricerca dello Studio: la frattura del quadro, la relazione tra immagine e architettura, la narrazione espansa, il dialogo tra presenza fisica e dispositivo tecnologico.
Accanto a questa ricognizione sulle origini, la mostra presenta alcune opere cardine della storia di Studio Azzurro, in scala reale adattata agli ambienti e in scala 1:10. Tra queste, Il giardino delle cose del 1992 segna il passaggio verso una relazione sempre più diretta e sensoriale tra spettatore e immagine. Il dittico video performativo
Il combattimento di Ettore e Achille prosegue nell›indagine intorno al superamento dello schermo e alla presenza del corpo nell’immagine. Una sezione centrale è dedicata a Dove va tutta ’sta gente, storica videoinstallazione realizzata nel 2000 e presentata a Dortmund per Vision Ruhr, qui proposta in una forma ridotta e adattata allo spazio. L’opera affronta il tema dei movimenti migratori nel Mediterraneo attraverso soglie invisibili che impediscono il passaggio e rendono inefficace il tentativo di avvicinamento dello spettatore. A distanza di ventisei anni, conserva una forza critica intatta e interroga con estrema lucidità le barriere, fisiche e simboliche, del presente.
Il percorso prosegue con Il colore dei gesti, una sinfonia sonora e cromatica per sei schermi e materie evocatrici del periplo mediterraneo. L’opera restituisce il Mediterraneo non solo come frontiera, ma come spazio di gesti, tecniche, memorie e saperi condivisi, suggerendo la possibilità di riconoscere un linguaggio comune lungo le sue coste.
Studio Azzurro – L’immagine in movimento attraversa così fotografia, video, teatro e installazione per restituire la complessità di una ricerca che ha saputo ridefinire il rapporto tra tecnologia e presenza, immagine e ambiente, memoria e responsabilità dello sguardo.
Il debutto della stagione lirica allo Sferisterio di Macerata è da sempre un rito di appartenenza, un appuntamento in cui la comunità si riconosce e si celebra. Ieri sera, venerdì 17 luglio, il palcoscenico marchigiano ha inaugurato il suo Macerata Opera Festival con un nuovo allestimento del Nabucco di Giuseppe Verdi, firmato dalla direzione artistica di Marco Vinco.
Un debutto che ha richiamato in platea le massime autorità regionali e un parterre di ospiti nazionali e internazionali.
Ma un altro spettacolo sorprendente è iniziato un’ora prima dell’opera, lungo la sfilata che conduce ai cancelli dell’arena. Sul red carpet dei maceratesi e dei tanti turisti è andato in scena un vero e proprio confronto generazionale sulla scelta del look, sospeso tra il rigore della tradizione e l’avanzata della casual revolution.
Fino a qualche anno fa, il codice d’abbigliamento per la Prima dello Sferisterio non ammetteva repliche: abito lungo per le signore, smoking o rigoroso papillon per gli uomini. Un formalismo che risponde ancora oggi al desiderio di onorare l’evento. Vestirsi eleganti significa uscire dalla consuetudine, staccarsi dalla quotidianità e regalarsi un momento speciale.
Anche ieri sera questo mondo ha brillato: lo si è visto nelle sete preziose, nei gioielli di famiglia e nel portamento fiero di chi sente che «la Prima sia una cosa seria».
A pochi centimetri da loro, tuttavia, si è visto un altro tipo di pubblico, composto anche da numerosi turisti stranieri, che hanno interpretato l’opera con la rilassatezza tipica di chi si appresta a vivere un concerto pop.
L’effetto visivo all’ingresso è stato un gioco di contrasti: il rosso e l’oro degli abiti eleganti si sono mescolati ai toni pastello delle camicie di lino sbottonate, ai mocassini comodi e alle T-shirt. Così, lo strascico e il sandalo gioiello della signora della Macerata bene hanno camminato accanto alle sneakers del ragazzo della porta accanto.
Questo nuovo filone contemporaneo rivendica una visione della cultura più democratica e accessibile: quella di chi vuole vivere la musica colta in totale libertà, rifiutando i vecchi cliché borghesi.
Mentre sul palcoscenico il capolavoro verdiano raccontava, attraverso le note immortali del “Va’, pensiero”, la storia del riscatto di un popolo oppresso, in platea andava in scena il riscatto di un pubblico moderno.
Quando però le luci si sono spente e la musica ha preso il sopravvento, l’abito è scomparso e le due generazioni si sono scoperte unite dalla stessa emozione: la magia delle note di Giuseppe Verdi.
Dopo il debutto del Macerata Opera Festival, inaugurato con la rappresentazione del Nabucco, Palazzo Cortesi ha accolto la delegazione del festival per il tradizionale appuntamento del “dopo” prima. Un momento di incontro e convivialità che ha riunito artisti, protagonisti e organizzatori della manifestazione dopo la tensione e l’emozione della serata inaugurale.
Nel suggestivo spazio del dehors di Palazzo Cortesi hanno brindato insieme il direttore artistico Marco Vinco, la sovrintendente Lucia Chiatti, gli interpreti dell’opera e gli altri ospiti del MOF, accolti dalla struttura con un buffet pensato per accompagnare il momento di festa e condivisione.
La scelta di Palazzo Cortesi come sede dell’appuntamento si inserisce nel più ampio progetto di valorizzazione dello storico edificio maceratese, recentemente restaurato e rilanciato come nuovo polo di aggregazione culturale e ricettiva nel cuore della città. La struttura, gestita da Sara Longarini, nasce con l’obiettivo di coniugare ospitalità, storia e convivialità, offrendo a cittadini e visitatori un’esperienza che unisce cultura, ristorazione e intrattenimento.
Il palazzo custodisce un patrimonio architettonico di grande valore, con elementi che attraversano diversi secoli, dal Trecento all’Ottocento. Durante il recupero sono stati valorizzati dettagli storici come decorazioni originali, archi antichi e ambienti legati alla memoria della città, che secondo le ricostruzioni storiche sarebbero appartenuti anche alla dimora della famiglia del padre di Matteo Ricci. Nel corso dei lavori sarebbero inoltre emersi manoscritti e materiali collegati alla stampa rivoluzionaria risorgimentale, testimonianze del passato del palazzo come luogo legato anche all’attività tipografica clandestina.
Con i lavori di ammodernamento Palazzo Cortesi si è dotato di una area Spa, che è attiva per gli ospiti, e sarà aperta al pubblico dopo ferragosto. La struttura è diventata recentemente Boutique Hotel 4 stelle.
Il progetto di Palazzo Cortesi punta a trasformare lo storico edificio in un punto di riferimento per la vita cittadina, attraverso un’offerta che comprende un hotel destinato a diventare quattro stelle, nuove suite, una spa privata, un ristorante di fascia medio-alta e un lounge bar dedicato alla socialità. Nei mesi estivi, l’area esterna continuerà ad ospitare eventi, serate e iniziative culturali, rafforzando il legame tra il palazzo e il panorama culturale maceratese.
Da questa sera infatti ci sarà il lounge bar con Jorge Soratti, bartender pluripremiato a livello mondiale, sempre con l'obiettivo di diventare un punto di riferimento elegante per la città di Macerata.
Lo si sente prima ancora che lo si guardi. Scricchiola, vibra, rimbomba sotto i passi di un popolo in fuga, sotto la rabbia di una regina mancata, sotto il peso di un re che si crede Dio e finisce per inginocchiarsi davanti alla propria fragilità. In questo Nabucco che inaugura il Macerata Opera Festival, il protagonista inatteso è proprio il palcoscenico dello Sferisterio: una superficie immensa che gli interpreti percorrono senza tregua, trasformandola in materia viva, capace di raccontare quanto le voci.
È un Nabucco a tutto palco. E non potrebbe essere altrimenti.
La regia di Paul-Émile Fourny sceglie la monumentalità, ma è la scenografia di Benito Leonori a darle corpo. Una gigantesca architettura di pietra, una sorta di Stonehenge contemporanea, domina la scena e cambia continuamente funzione: tempio, rovina, trono, prigione. Poi si frantuma, si apre, si ricompone, fino al lampo che conclude il secondo atto. È forse il momento in cui l'intero impianto scenico raggiunge la sua massima efficacia: la luce squarcia il cielo, la struttura cede, la distruzione diventa racconto e lo stupore nasce naturalmente dalla perfetta alleanza tra musica, spazio e teatro.
Ma questa monumentalità non cerca l'opulenza del Nabucco tradizionale: non ci sono palazzi scintillanti né un Oriente da cartolina. La vicenda si colloca in un paesaggio arido, duro, quasi post-apocalittico, un deserto di pietra dove non esistono più regni, ma soltanto sopravvissuti. Babilonesi ed ebrei, apparentemente nemici, condividono la stessa condizione: sono popoli reduci, privati delle proprie certezze e alla ricerca di un'identità perduta. In questo spazio spoglio la vicenda di Verdi acquista una dimensione più universale: la guerra non è soltanto lo scontro tra due popoli, ma il racconto di uomini che hanno perso tutto.
A completare questo universo visivo sono i costumi disegnati da Giovanna Fiorentini, che accompagnano la narrazione senza mai diventare decorazione. Il contrasto tra i popoli emerge anche dagli abiti: la durezza dei babilonesi vestiti di pelli dalle strutture rigide e dai volumi aggressivi, si contrappone agli ebrei avvolti in tessuti leggeri e dai colori della terra. Particolarmente riuscito il mantello-gilet indossato da Abigaille nel momento della conquista del potere, richiamo della giacca portata da Nabucco nel primo atto, che racconta, senza bisogno di parole, il furto del trono al padre.
Più altalenante, invece, il dialogo con le videoproiezioni. Quando accompagnano la drammaturgia, amplificandone il significato, funzionano magistralmente: è il caso del crollo finale del secondo atto o del Va', pensiero, dove il mare che accoglie il popolo ebraico si fonde con il cielo dello Sferisterio, cancellando il confine tra palcoscenico e orizzonte. L'immagine è semplice, poetica, necessaria.
Meno persuasive risultano altre scelte: la cavalcata dei soldati all'ingresso di Nabucco, le fiamme che insistono sulla distruzione o il mare in tempesta che avvolge Zaccaria e il coro nel terzo atto. L'impatto visivo è innegabile, ma in questi momenti la tecnologia sembra raccontare ciò che il teatro aveva già saputo esprimere da solo. Lo Sferisterio non ha bisogno di diventare uno schermo monumentale: possiede già la forza della pietra, della prospettiva e di centinaia di corpi in movimento. È l'unico appunto che si può muovere a un allestimento di grande intelligenza visiva: quando tutto cerca di stupire, lo stupore rischia di perdere parte della sua forza.
Chi non ha avuto bisogno di alcun artificio per conquistare il pubblico è stata Anastasia Bartoli, che ha dato corpo alla sua Abigaille sotto lo sguardo attento della madre Cecilia Gasdia, presente in platea. Se l'attesa della serata inaugurale era tutta per il suo debutto all'aperto, Bartoli non ha deluso. Non sorprende, perché il valore della sua interpretazione era già noto. Ma incanta.
La sua Abigaille non è soltanto la donna feroce e assetata di potere consegnata da Verdi alla storia dell'opera: Bartoli ne scava le crepe, mostrando una figura sospesa tra rabbia e dolore, forza e fragilità. In "Ben io t'invenni... Anch'io dischiuso un giorno" la voce si fa intima e malinconica, lasciando emergere la solitudine di un personaggio che dietro la sete di vendetta nasconde un disperato bisogno di riconoscimento. Il culmine arriva in "Su me... morente", dove la sua voce danza con il corno inglese in un dialogo struggente: due linee sonore che si intrecciano fino a fondersi in un unico respiro di dolore. È un momento di grande sincerità interpretativa, in cui ogni frase sembra consumarsi insieme al personaggio. Il teatro si fa silenzio, prima ancora che applauso. Brividi, autentici.
Tra gli uomini emerge con autorevolezza lo Zaccaria di Alberto Comes. La voce corre con facilità nello spazio aperto dello Sferisterio, mantenendo sempre compattezza timbrica e autorevolezza. Le arie e le cabalette sono affrontate con sicurezza, ma è soprattutto la presenza scenica a convincere. Dialoga con il coro senza esserne mai travolto, imponendosi come il riferimento maschile dell'intera produzione.
Nel ruolo del protagonista Ariun Ganbaatar costruisce un Nabucco dalla forte presenza scenica, una figura che trova nello spazio dello Sferisterio il luogo ideale per esprimere la propria imponenza. La voce possiede ampiezza e corpo, con un colore naturalmente adatto al repertorio verdiano e una proiezione capace di attraversare l'intera arena. Qualche asperità non compromette un'interpretazione che cresce con il personaggio: è infatti nel momento della caduta, quando il re si confronta con la propria fragilità, che arriva la parte più convincente della sua prova.
In Dio di Giuda emerge tutta la sua potenza drammatica: il conflitto interiore di Nabucco trova finalmente una voce piena, intensa, capace di restituire il peso della colpa e dello smarrimento. È un momento in cui il personaggio abbandona la dimensione del conquistatore per diventare un uomo spezzato, e Ganbaatar riesce a dare concretezza a questa trasformazione.
Accanto ai protagonisti, Alessandro Scotto Di Luzio tratteggia un Ismaele dalla buona presenza scenica, mentre Laura Verrecchia offre una Fenena raccolta e delicata, interpreti che contribuiscono all'equilibrio dell'insieme.
A dare ulteriore forza a questo impianto è la direzione di Fabrizio Maria Carminati, capace di guidare la partitura verdiana con equilibrio e slancio. L'orchestra cresce, esplode e si ritrae con naturalezza, sfruttando lo spazio dello Sferisterio senza mai perdere il controllo del dettaglio, trasformandolo in una vera cassa di risonanza emotiva. Accanto a lui, il Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini" è un corpo vivo della tragedia: non soltanto una massa sonora, ma un popolo che occupa il palco, lo attraversa e lo modifica. Nei grandi affreschi corali e soprattutto nel Va', pensiero, la compattezza, la dinamica e la forza espressiva del coro restituiscono tutta la potenza collettiva della pagina verdiana.
Alla fine resta proprio questa immagine: un teatro che non è più soltanto un luogo, ma un organismo vivo. La pietra dello Sferisterio ha vibrato sotto i passi degli interpreti, sotto il peso della storia raccontata da Verdi, sotto una musica che ancora oggi riesce a trasformare una vicenda antica in emozione presente.
Questo Nabucco convince non perché sia perfetto. Qualche effetto scenico poteva essere risparmiato, qualche immagine lasciata alla fantasia dello spettatore. Ma perché riesce a ricordare che il teatro, prima di essere tecnologia, è spazio, pietra, corpi e voci. E quando questi elementi trovano il loro equilibrio, come accade in questa inaugurazione del Macerata Opera Festival, il resto diventa semplicemente contorno.
Lo Sferisterio gremito in ogni ordine di posto ha dato il via alla 62ª edizione del Macerata Opera Festival con un debutto da tutto esaurito. Il pubblico ha riempito l'arena maceratese per assistere alla prima di Nabucco di Giuseppe Verdi, titolo simbolo del repertorio verdiano che torna sul palcoscenico dopo oltre dieci anni di assenza, inaugurando il cartellone 2026 davanti a una platea composta da appassionati, istituzioni e rappresentanti del mondo della cultura.
L'opera, in scena anche il 26 luglio e l'1 e il 9 agosto, propone un nuovo allestimento firmato dal regista belga Paul-Émile Fourny, con la direzione d'orchestra di Fabrizio Maria Carminati. Scene di Benito Leonori, costumi di Giovanna Fiorentini, video di Mario Spinaci, coreografie di Giorgia Leonardi e luci di Ludovico Gobbi completano una produzione realizzata in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini.
Al centro della vicenda c'è il popolo ebraico oppresso, che trova nel celebre canto corale una voce universale di identità, appartenenza e libertà, mentre la storia intreccia il destino collettivo con quello personale del re Nabucco, attraversando i temi del potere, della fede, della famiglia e della redenzione.
Sul palco debuttano al Macerata Opera Festival Anastasia Bartoli, impegnata nel complesso ruolo di Abigaille, e il baritono Ariunbaatar Ganbaatar nei panni di Nabucco. Con loro Laura Verrecchia nel ruolo di Fenena, Alessandro Scotto di Luzio come Ismaele, Alberto Comes nel ruolo di Zaccaria, Renzo Ran come Gran Sacerdote di Belo, Simone Fenotti nel ruolo di Abdallo e Alessia Camarin in quello di Anna. In orchestra la FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana, mentre il Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini", preparato dal maestro Christian Starinieri, è stato protagonista di una delle componenti più attese dell'opera.
Tra gli ospiti della serata il presidente della Provincia di Macerata Alessandro Gentilucci, che ha sottolineato il valore della manifestazione per l'intero territorio. «Lo spirito è positivo e propositivo. È una stagione veramente d'eccellenza per Macerata. Lo Sferisterio è un biglietto da visita per tutta la provincia. Stiamo lavorando per implementare anche i flussi turistici e per dare corpo e sostanza a una destinazione organizzata che stiamo portando avanti con tutti i sindaci in maniera sinergica. Questa serata è all'insegna di un percorso di valorizzazione culturale e turistica di cui Macerata è capofila per tutto il nostro territorio».
Per Andrea Agostini, presidente della Fondazione Marche Cultura, lo Sferisterio rappresenta «un vanto per l'Italia, in Italia e all'estero. È un'occasione straordinaria di promozione per la sua bellezza, per la capienza e soprattutto per la qualità delle manifestazioni. Il Nabucco di questa sera ne è una dimostrazione».
Il direttore artistico del Macerata Opera Festival Marco Vinco ha spiegato la scelta di aprire la stagione proprio con il capolavoro verdiano. «Nabucco manca dallo Sferisterio da tantissimi anni, è un grande titolo del repertorio verdiano ed è un'opera monumentale che ben si adatta a questo spazio enorme e magnifico. Iniziare con Nabucco è perfetto». Quanto al messaggio dell'opera, Vinco ha aggiunto: «Ne dà molti, ma uno fra tutti è quello della pace, che auspichiamo arrivi il prima possibile. Speriamo che la musica di Verdi ci aiuti».
Tra le autorità presenti anche l'assessora comunale Debora Pantana, che ha evidenziato il clima che accompagna ogni inaugurazione del festival. «L'augurio è che la città possa farsi vedere nel miglior vestito possibile. Vogliamo onorare questo grande monumento e soprattutto quello che contiene: una musica eccelsa e una tradizione straordinaria. La prima è sempre bella, c'è fermento nei giorni che la precedono ed è un'emozione che ogni anno non cambia mai». Alla domanda su una parola per descrivere la serata ha risposto senza esitazioni: «Straordinaria».
Il vicesindaco Francesca D'Alessandro ha definito lo Sferisterio «un luogo magico a cui non ci si abitua mai» e ha ribadito la necessità di promuovere ulteriormente il monumento e il festival. «Ogni anno cresce la qualità degli spettacoli e dei cantanti. Stiamo investendo molto in quello che è il principale evento culturale della nostra città, attorno al quale ruotano moltissimi appuntamenti. Macerata può essere considerata davvero l'Atene delle Marche».
La sovrintendente Lucia Chiatti ha raccontato l'emozione che accompagna ogni debutto. «Questa sera sarà l'anima artistica ed emozionale a prendere il sopravvento. Lo spettacolo dal vivo e l'opera lirica ci regalano ogni volta emozioni nuove, permettendoci di guardare anche opere che conosciamo con occhi diversi. È questo che rende affascinante il nostro lavoro e ci spinge ad affrontare sempre nuove sfide».
Per il presidente della BCC Recanati e Colmurano Gabriele Brandoni, il Macerata Opera Festival «serve a far risaltare il territorio marchigiano, quello maceratese in particolare, attraverso una manifestazione riconosciuta come unica nel suo genere in tutta Italia».
Anche il presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali Gerardo Villanacci ha rivolto il proprio augurio alla manifestazione. «L'augurio per questa prima e per Macerata è che venga sempre più riconosciuto il valore di questo evento, che deve assurgere al valore globale che ha».
Presente anche la presidente nazionale del Soroptimist Lucia Taormina, arrivata a Macerata insieme alle socie del club. «Siamo venute perché ci ha ospitato il club locale per una serata in amicizia in compagnia della musica lirica».
Con il tutto esaurito della serata inaugurale, il Macerata Opera Festival conferma ancora una volta il forte richiamo dello Sferisterio e apre ufficialmente una nuova stagione all'insegna della grande opera.
Incidente stradale nel pomeriggio di oggi a Macerata, dove un’auto e uno scooter si sono scontrati lungo via Enrico De Nicola, nel tratto della S.P. 362 Jesina.
Il sinistro si è verificato intorno alle 16.40 per cause ancora in corso di accertamento. Secondo una prima ricostruzione, una vettura e un mezzo a due ruote sono entrati in collisione. Ad avere la peggio è stato il conducente dello scooter, un uomo di 60 anni, che dopo l’impatto è finito a terra riportando ferite.
Immediato l’intervento dei sanitari del 118, che hanno prestato le prime cure allo scooterista prima del trasferimento al Pronto soccorso dell’ospedale di Macerata per ulteriori accertamenti.
Sul posto sono intervenuti anche gli agenti della Polizia locale di Macerata, impegnati nei rilievi per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente e verificare eventuali responsabilità.
Le operazioni di soccorso e gli accertamenti hanno causato alcuni rallentamenti alla circolazione nella zona interessata.
Circondata dai costumi che prenderanno vita sul palcoscenico dello Sferisterio, la costumista Giovanna Fiorentini racconta il lungo viaggio creativo che si nasconde dietro ogni abito di scena. Un percorso fatto di studio, ricerca, confronto e trasformazione, che porterà il pubblico del Macerata Opera Festival dentro un Nabucco sospeso tra passato e presente, tra deserto e memoria, tra conflitto e possibilità di dialogo.
«È sempre una bella emozione quando vedi trasformati in realtà quelli che erano i tuoi sogni», racconta Fiorentini davanti ai costumi appena realizzati. Disegni che inizialmente esistono solo sulla carta, immagini bidimensionali che lentamente diventano materia, tessuto, colore e infine personaggi. Per una costumista, infatti, l’abito non è mai soltanto un elemento estetico, ma uno strumento narrativo capace di raccontare una storia prima ancora che siano le parole e la musica a farlo.
Il lavoro nasce dal confronto con il regista: «Si parte dallo studio dell’opera, del libretto, dall’ascolto della musica e dal dialogo con tutto il team creativo per capire che cosa vogliamo raccontare e come vogliamo raccontarlo». Prima ancora del disegno arriva quindi la ricerca, una fase lunga e fondamentale fatta di documentazione iconografica, suggestioni, immagini e riferimenti culturali. È il momento in cui si costruiscono le radici del progetto, si definisce una direzione e si inizia a dare forma all’universo nel quale i personaggi si muoveranno.
Il figurino diventa così un vero e proprio racconto visivo: deve permettere al regista di immaginare i personaggi e, allo stesso tempo, fornire alla sartoria tutte le indicazioni necessarie per trasformare il progetto in realtà. Colori, materiali, proporzioni e dettagli contribuiscono alla costruzione psicologica dei protagonisti, perché il costume non veste semplicemente un corpo, ma definisce un’identità.
Per questo Nabucco nasce da una scelta precisa: non raccontare soltanto lo scontro storico tra babilonesi ed ebrei, ma una dimensione più universale, quella dell’incomunicabilità tra popoli e della difficoltà di trovare un punto d’incontro. «La volontà è stata quella di non raccontare due popoli specifici, ma due realtà che sembrano non trovare una comunicazione possibile», spiega Fiorentini.
Il punto di partenza visivo è il deserto, elemento centrale della scenografia: uno spazio sospeso, quasi fuori dal tempo, che diventa simbolo di ciò che resta dopo il conflitto. L’ispirazione arriva anche dal linguaggio cinematografico, in particolare da un’estetica vicina al mondo post-apocalittico di Mad Max: uomini e donne ridotti a sopravvissuti, reduci di una storia di distruzione, costretti a confrontarsi con ciò che rimane.
Anche la scelta cromatica segue questa lettura. Il popolo ebraico viene rappresentato attraverso tonalità più chiare, dai bianchi ai beige, colori vicini alla sabbia del deserto; il mondo babilonese invece si muove tra nero, bordeaux e materiali più duri come pelle e cuoio, elementi che richiamano la dimensione militare e guerriera. Una distinzione visiva che aiuta lo spettatore a orientarsi all’interno della grande scena dello Sferisterio, dove le masse corali assumono un ruolo fondamentale.
«È importante che i codici siano chiari, perché il pubblico non sia confuso ma venga aiutato nella comprensione», racconta la costumista. In uno spazio così ampio, infatti, il costume diventa anche uno strumento per rendere immediatamente riconoscibili gruppi e personaggi, soprattutto in un’opera come Nabucco, dove i cori hanno una forza drammatica e visiva enorme.
All’interno di questa cornice collettiva emergono però le figure individuali dei protagonisti. Il Nabucco di Fiorentini è un guerriero, definito da un cappotto rosso che richiama il sangue, la passione e la violenza del potere. Lo stesso elemento cromatico ritorna nel manto di Abigaille, personaggio complesso che non viene raccontato come semplice antagonista, ma attraverso la sua fragilità e il suo bisogno di riconoscimento. «La nostra volontà non è stata quella di condannare Abigaille, ma quasi di comprenderla umanamente», spiega Fiorentini, sottolineando il dolore di una donna segnata dal rifiuto e dal desiderio di amore.
Diverso è invece il percorso di Fenena, figura di equilibrio e di mediazione tra due mondi opposti. Anche il suo costume richiama il mondo babilonese attraverso l’uso della pelle e del cuoio, ma declinati in tonalità più morbide e delicate, capaci di riflettere il suo ruolo di ponte tra le due realtà.
Tra gli elementi più simbolici dello spettacolo c’è il grande manto finale di Nabucco. Nato inizialmente come una sorta di bandiera, un’immagine capace di raccontare il sangue versato dai popoli, trova poi una nuova forma attraverso l’utilizzo di un materiale proveniente dall’ambito militare: un telo utilizzato per i lanci dagli elicotteri. Da oggetto legato alla guerra si trasforma così in un simbolo di possibile riconciliazione, accompagnando il momento della conversione del protagonista.
La realizzazione dei costumi porta con sé anche un forte legame con il territorio. Una parte importante del lavoro è stata affidata alla sartoria interna dello Sferisterio, coinvolgendo le maestranze locali, mentre altri elementi sono stati prodotti da laboratori della zona. Anche i materiali, soprattutto quelli legati alla pelletteria, arrivano in buona parte dal territorio marchigiano, creando un progetto che coinvolge diverse professionalità e competenze.
A poche ore dalla prima, il lavoro non è ancora completamente concluso: piccoli interventi, ritocchi e nuove patine vengono applicati per restituire ai costumi quell’aspetto vissuto e segnato dalla storia che il progetto richiede. Perché nel Nabucco di Giovanna Fiorentini ogni abito porta con sé una traccia: quella di una guerra, di un viaggio, di una memoria.
E sotto il cielo dello Sferisterio, dove le voci del coro si intrecciano alla potenza della musica verdiana, anche i costumi diventano parte di un racconto più grande: non soltanto la storia di due popoli contrapposti, ma quella, ancora attuale, di esseri umani alla ricerca di un dialogo possibile.
Salvate il soldato Simone Livi, anche da sé medesimo. E con lui tutto il Centrodestra. Se il consigliere trombato prima dall’assise regionale e poi dalla presidenza della Commissione urbanistica seguita con le sue intemerate, fa un danno irreparabile alla credibilità dell’alleanza che dovrebbe reggere il Comune e fa risaltare in modo plastico che la Giunta è sorretta da un comitato d’affari, esterno certo, ma contiguo. Viene da dire che errare è umano, ma perseverare è diabolico.
Se ne occuperà, credo, la Procura della Repubblica, indotta a osservare la correttezza dell’amministrazione nello specifico dell’asta chiesta, revocata, richiesta sul CeMaCo. L’attenzione della magistratura inquirente è sollecitata da un esposto di Ilario Marcolini. Come dice giustamente il consigliere del Pd Andrea Perticarari, che ha presieduto la specifica commissione consiliare a cui è stato di fatto reso impossibile operare – credo che anche su questo la Procura cercherà lumi – “ora sul mattatoio va fatta chiarezza fino in fondo” e l’inchiesta, se sarà avviata dai pm maceratesi, punta dritto a Sandro Parcaroli. Ma una volta aperto il vaso di Pandora comunale col grimaldello del mattatoio potrebbero esservi altre sorprese.
Ecco che urlare alla luna, come si sta facendo in queste ore per la mancata nomina a presidente della Commissione urbanistica di Livi, che parla di sé in terza persona – già questo dice molto: non siamo al voi d’antica memoria, ma poco ci manca – non è cosa buona e tanto meno giusta.
Sostiene il trombato: “La candidatura di Simone Livi a presidente della Commissione urbanistica era stata comunicata a Iommi dal suo capogruppo… è fuorviante trasformare questa vicenda in una discussione sulle competenze personali. Nessuno ha mai messo in dubbio l’esperienza o le capacità dei componenti della Commissione… la scelta del presidente risponde a una valutazione politica, non tecnica”.
Verrebbe da osservare che forse è proprio per questo motivo che le liste di attesa nella sanità sono come gli esami: non finiscono mai. Ma Livi rincara accusando di fatto Forza Italia: “È inevitabile che si apra una riflessione sulla tenuta e sulla futura stabilità dell’azione di governo”.
Premesso che, trattandosi di un Comune, non c’è governo alcuno ma semmai amministrazione, ciò che sfugge a Livi è che è proprio questo insistere a minarne la tenuta. La sproporzione tra ciò che è avvenuto – e cioè che un architetto di stimata fama professionale, già assessore all’Urbanistica del Centrodestra, diventa presidente della Commissione urbanistica – e le intemerate di Livi rende evidentissimo che proprio sull’urbanistica c’è un nervo scoperto.
Forse il comitato d’affari che pare intravedersi dietro questa Giunta, sia chiaro che nulla c’entra con la Giunta medesima, non ha bisogno di un controllo tecnico degli atti, ma di un lasciapassare dei propri atti senza colpo ferire? È quel comitato d’affari, più che l’alleanza di Centrodestra, a non digerire la presenza di Silvano Iommi in Commissione? Diversamente non si spiega perché Sandro Parcaroli abbia tenuto per sé la delega all’Urbanistica. Ce lo diranno i pm se spulciano le carte dell’amministrazione? Ah, saperlo.
Come sarebbe interessante capire come fa Livi, con Fratelli d’Italia e pure Forza Italia che sta facendo di tutto perché Iommi si dimetta, dando prova di una miopia politica davvero desolante, a spiegare ai cittadini che un architetto di Centrodestra che diventa presidente della Commissione urbanistica è inadeguato al compito, anzi ostile al Centrodestra medesimo.
E qui c’è un paragone che fa risaltare come la questione della Commissione urbanistica abbia un suo specifico, perché dall’urbanistica passano – ormai scemata l’ubriacatura da Pnrr, anche se ci sono ancora decine di cantieri aperti che non si sa perché non vengono chiusi – fiumi di quattrini.
Non c’è stata nessuna levata di scudi – così correggo anche ciò che ho scritto ieri errando – per la trombatura che ha subito Romina Leombruni, anche lei come Livi di Fratelli d’Italia, anche lei come Livi onusta di promesse del partito per avere un posto di rilievo, come mancata presidente della Seconda Commissione, dove approda la consigliera Alessandra Procaccioli della Lega, che così continua a intestarsi posti ben oltre il suo reale peso elettorale.
Forse perché la Seconda Commissione si occupa delle materie che ricadono nelle competenze dell’assessore con la camicia? E dunque ciò che c’è da amministrare viene fatto in presa diretta dall’interessato, senza passare dal via, come è accaduto per i famosi 20.000 euro erogati dalla Regione per la festa dei commercianti all’insaputa di Sandro Parcaroli, detto da quel momento “che ne sapevo io”?
A proposito di competenze, non si è ancora sentito l’assessore con la camicia dare una spiegazione convincente di due fenomeni: la moria di esercizi commerciali in centro e il fatto che Macerata sia la seconda città più cara d’Italia, con il 3,9% d’inflazione. Il delegato alle botteghe, ammesso che ne abbia le competenze, forse dovrebbe spiegare che accade.
Perché la nomina della Procaccioli, che pure negli equilibri di coalizione sottrae spazio a Fratelli d’Italia e sicuramente mortifica Romina Leombruni, non dà luogo ad alcun dissenso? Forse è il peso della posta in gioco? Forse agli amici della Giunta interessano più i cantieri delle botteghe? Ci sta.
Ma c’è un altro portato che dimostra la scarsa dimestichezza della cosiddetta coalizione con la politica. La segretaria cittadina di Forza Italia, nonché assessora al Bilancio, Barbara Antolini, minaccia fuoco e fiamme contro il suo consigliere Silvano Iommi. Così facendo non fa né il bene del suo partito né quello della coalizione.
Mettiamo che Iommi sia spinto a confluire nel gruppo misto perché espulso da Forza Italia: c’è qualcuno che può farlo dimettere da consigliere? No. Se Iommi viene indotto a lasciare Forza Italia, il gruppo si riduce a due consiglieri: sono giustificabili due assessori per una forza politica così esigua? Non crede che proprio lei, Barbara Antolini, sarebbe sottoposta a una pressione continua per indurla a lasciare l’assessorato, così magari per accontentare Simone Livi?
L’assessora Antolini deve apprendere in fretta a fare i conti, perché si troverà di fronte a questa immediata obiezione da parte delle minoranze: come pensate di mantenere le piscine, il Centro fiere, il mercato ortofrutticolo non avendo trovato gestioni esterne? E tutti gli impianti sportivi – la domanda potrebbe essere rivolta non a caso all’assessora al Bilancio di Forza Italia che ha anche l’assessore allo Sport nella persona di Riccardo Sacchi – come vengono gestiti? Chi ricopre i costi?
Deve essere avvertita l’assessora Antolini che quelli sono costi incomprimibili e che quegli impianti non generano utili, ma lei ha una certa penuria di cassa a cui far fronte. A dirle, facendo leva sul tema della competenza, che forse è bene che passi la mano, la coalizione a cui lei tiene tanto non ci mette molto.
E del pari è bene che tutto il Centrodestra consideri che alla prima prova non aveva i voti per essere maggioranza in Consiglio. Indurre Iommi verso il gruppo misto per rispondere ai suggerimenti del comitato d’affari potrebbe essere esiziale, anche perché una volta che comincia la diaspora si sa quando inizia ma non dove finisce. Per mandare a casa sindaco e Giunta bastano cinque consiglieri che si staccano dalla maggioranza. Se su Iommi continua il bombardamento, diciamo che ne mancano quattro.
Forse il comitato d’affari sa dare le carte del poker degli incarichi, ma gestire il consenso è altra cosa. E continuare la polemica sull’urbanistica potrebbe rivelarsi un pessimo affare!
Vent’anni di attività celebrati sul palco con musica, emozioni e tanta partecipazione. La tradizionale Festa degli Allievi di Groovyland, scuola di musica e studio di registrazione guidata da Nicola Pierucci, quest’anno ha avuto un significato speciale, trasformandosi in un appuntamento dedicato a due decenni di impegno nella formazione musicale e nella crescita di tanti allievi.
La serata, inizialmente prevista nel piazzale Vittime del Terrorismo nel quartiere Corneto di Macerata, è stata spostata al Teatro Velluti di Corridonia a causa del maltempo. Il cambio di location non ha però fermato l’entusiasmo del pubblico, che ha partecipato numeroso a una manifestazione capace di valorizzare il talento degli studenti in una cornice particolarmente suggestiva.
Sul palco si sono alternati gruppi e musicisti solisti con un repertorio che ha spaziato dal pop al rock, dal blues al funk fino all’hard rock. Gli allievi di batteria, pianoforte e tastiere, chitarra, basso elettrico e canto hanno mostrato il percorso svolto durante l’anno, mettendo in evidenza non solo la preparazione tecnica raggiunta, ma anche la sicurezza e la maturità sviluppate attraverso lo studio e l’esperienza della musica d’insieme.
Proprio il valore educativo della musica è stato uno degli aspetti centrali della serata: un percorso che non riguarda soltanto l’apprendimento di uno strumento, ma anche la capacità di ascoltare, collaborare e confrontarsi con gli altri. «Vedere ragazzi e adulti condividere il palco, sostenersi a vicenda e raggiungere insieme un obiettivo comune è uno degli aspetti più gratificanti del nostro lavoro – ha sottolineato Nicola Pierucci -. La musica è disciplina e apprendimento, ma anche un percorso di crescita personale che insegna ad ascoltare, comunicare e costruire relazioni positive».
La Festa degli Allievi è stata anche l’occasione per ringraziare quanti hanno contribuito alla riuscita dell’evento: il sindaco di Corridonia Giuliana Giampaoli e l’amministrazione comunale, la direzione del Teatro Velluti guidata da Bruno Carletti, l’associazione Proscenio, Stefano Romagnoli di LightService Servizi per lo Spettacolo, Esildo Barboni, lo staff di GAM Spettacoli per l’allestimento tecnico audio, luci e video e Matteo Marinelli per le fotografie della serata.
Con sede nel quartiere Corneto di Macerata, Groovyland rappresenta ormai un punto di riferimento per la formazione musicale nel territorio. Dopo la pausa estiva di luglio e agosto, le attività ripartiranno lunedì 7 settembre, proseguendo un percorso iniziato vent’anni fa e ancora oggi capace di coinvolgere musicisti di tutte le età.
Si chiude domenica 19 luglio il weekend inaugurale della 62ª edizione del Macerata Opera Festival con il ritorno in scena de Il Trovatore di Giuseppe Verdi, nell'allestimento geometrico ed essenziale firmato dal regista messicano Francisco Negrin, già protagonista allo Sferisterio nelle stagioni 2013 e 2016.
Sul podio dell'Orchestra salirà il maestro Dmitri Jurowski, alla guida di un cast di interpreti di grande esperienza. Nel ruolo del protagonista Manrico debutterà il celebre tenore italiano Piero Pretti, che si alternerà nella recita del 31 luglio con il giovane tenore cinese Haiyang Guo, formatosi all'Accademia del Teatro alla Scala e già apprezzato dal pubblico milanese.
Completano il cast il baritono Vito Priante nel ruolo del Conte di Luna, il soprano marchigiano Marta Torbidoni nei panni di Leonora, il mezzosoprano Sofija Petrovich come Azucena, reduce da importanti debutti all'Opéra di Parigi, il basso coreano Dongho Kim nel ruolo di Ferrando, Alessia Camarin come Ines, Simone Fenotti nei panni di Ruiz e Mauro Sagripanti nel ruolo del Messo.
L'allestimento di Negrin, caratterizzato da una scenografia essenziale e dai suggestivi giochi di luce ideati da Bruno Poet, ripresi per questa edizione da Marc Heimendinger, rappresenta il secondo capitolo della Trilogia Popolare di Verdi avviata dal direttore artistico Marco Vinco nel 2025 con Rigoletto e destinata a concludersi nel 2027 con La Traviata.
Il regista propone una lettura contemporanea dell'opera, rinunciando a ogni riferimento folkloristico per concentrare l'attenzione sulle tensioni psicologiche dei protagonisti e sul conflitto tra memoria e presente.
«Il Trovatore è il peso del passato: un passato che ci perseguita, che distrugge ogni possibilità di un presente, di un futuro o dell'amore. Solo Leonora comprende che l'amore e il presente sono l'unica strada da seguire. Azucena, invece, perseguitata dal ricordo della madre e del figlio bruciati vivi, diventa il tramite attraverso cui il passato continua a consumare i protagonisti. Gli errori che commettiamo quando rifiutiamo di vivere liberamente il presente si ripetono, come i ritornelli delle ballate dei trovatori», spiega Francisco Negrin.
Anche il maestro Dmitri Jurowski sottolinea l'attualità della partitura verdiana: «La musica del Trovatore ha una forza emozionale, un'intensità melodica e un'atmosfera oscura che rispecchiano la tragedia e il conflitto persistente della drammaturgia».
Con questa rappresentazione si conclude il primo fine settimana del Macerata Opera Festival 2026, che proseguirà nelle prossime settimane con gli altri appuntamenti in programma allo Sferisterio.
La Cluentina ha dato il via alla nuova stagione con un primo momento di confronto tra società, staff tecnico e squadra. Giovedì 16 luglio il gruppo si è ritrovato al bar "Tutto Pepe" di Macerata per un briefing organizzativo che ha segnato l'inizio del percorso verso il prossimo campionato di Prima Categoria.
L'incontro è stato l'occasione per presentare i nuovi dirigenti Andrea Bellesi, Emanuele Sampaolesi e Fabio Coppari, oltre ai volti nuovi che andranno a rinforzare la rosa. La preparazione atletica prenderà ufficialmente il via il 17 agosto, ma sarà anticipata da alcune sedute di allenamento già a partire dalla prossima settimana.
La società prosegue così nel progetto triennale avviato dopo la retrocessione dalla Promozione, confermando quasi integralmente l'organico della passata stagione e scegliendo di investire ulteriormente sui giovani per costruire basi solide in vista del futuro.
Sul fronte delle uscite, lasciano la Cluentina Cappelletti, trasferitosi alla Lorese, Grenga, che giocherà con l'ASD San Severino, Ousmane Ceesay, approdato alla Settempeda, mentre Lovascio e Pennesi sono alla ricerca di una nuova sistemazione. La società ha ringraziato tutti per il contributo dato nel corso della loro esperienza in biancorosso.
Sono invece sei i nuovi acquisti: il portiere Alberto Paci (classe 2006) proveniente dall'ASD Montecosaro, il centrocampista Giacomo Sinigallia (1992) dal San Claudio, l'attaccante Anuel Allushaj (2001) dal CSKA Corridonia, l'esterno offensivo Alessandro Appignanesi (2005) e il centrocampista Tommaso Principi (2004), entrambi dall'Helvia Recina, e infine l'esterno Mohamed Gueye (2007), anch'egli proveniente dal CSKA Corridonia.
Alberto Paci, chiamato a giocarsi il posto tra i pali, ha spiegato di arrivare «con una voglia matta di crescere, migliorare e mettermi in gioco. La Cluentina rappresenta l'opportunità perfetta per vivere nuove emozioni. Darò il massimo ogni settimana per mettere in difficoltà il mister nelle scelte del sabato».
Dopo quattro stagioni al San Claudio, Giacomo Sinigallia ha scelto di intraprendere una nuova esperienza: «Conosco bene questo ambiente e so di essere entrato a far parte di un ottimo gruppo. Il mio obiettivo è vincere divertendomi insieme ai nuovi compagni, che mi hanno fatto sentire subito a casa».
Per Anuel Allushaj la nuova avventura rappresenta l'occasione per consacrarsi: «Lavoro con mister Bonfigli da cinque anni ed è stato proprio lui a volermi qui. Sento già un'aria familiare e sono convinto che i compagni mi aiuteranno a compiere il salto di qualità e a dimostrare che posso fare la differenza anche in Prima Categoria».
Ambizioso anche Alessandro Appignanesi, che fissa subito l'obiettivo: «Sono qui per mettermi in discussione e imparare dai compagni più esperti, ma non voglio nascondermi: il mio obiettivo è vincere il campionato. Dobbiamo puntare al bersaglio grosso, i play-off devono essere solo un'alternativa».
Per Tommaso Principi si tratta invece di un ritorno in un ambiente conosciuto. «Con questa maglia ho fatto il mio esordio in Promozione, condividendo i valori sani e lo straordinario spirito di squadra che caratterizzano questa storica società. Mi aspetto di ritrovare quella stessa compattezza, arricchita oggi da più giovinezza, freschezza e dal desiderio comune di spendersi per il bene del gruppo».
Tra le storie più significative c'è quella di Mohamed Gueye, giovane originario della Guinea e arrivato in Italia come minore straniero non accompagnato. Oggi lavora come idraulico e, dopo aver iniziato a giocare a calcio soltanto a 16 anni, è pronto a vivere la sua prima esperienza in Prima Categoria.
«Se oggi sono alla Cluentina lo devo allo straordinario lavoro dei miei educatori, ai quali va la mia infinita gratitudine. Rispetto ai miei compagni ho una storia diversa: non sono cresciuto in una scuola calcio e ho iniziato a giocare solo a sedici anni, partendo direttamente dalla Seconda Categoria. Questa chiamata rappresenta l'opportunità di esordire in Prima Categoria. Spero davvero sia l'inizio di una splendida avventura», ha raccontato.
Con un gruppo che mantiene gran parte dell'ossatura dello scorso campionato, sei nuovi innesti e una linea sempre più orientata alla valorizzazione dei giovani, la Cluentina si prepara così ad affrontare la nuova stagione con l'obiettivo di proseguire il percorso di crescita avviato dalla società.
Tra i momenti più significativi della presentazione c'è stato anche un pensiero rivolto a Momo, al quale il club ha voluto dedicare un messaggio di vicinanza e speranza: «A Momo va l'augurio di tutti noi: che questo nuovo capitolo sia il più sereno e luminoso possibile, per un ragazzo straordinario che la vita ha già messo duramente alla prova».
Soddisfatto il presidente Massimiliano Marcolini, che ha sottolineato il percorso di crescita della Cluentina, capace di consolidarsi stagione dopo stagione senza mai smarrire la propria identità. Un cammino che, ha spiegato il numero uno biancorosso, è accompagnato dal ricordo di chi non c'è più.
«Tutto questo immenso lavoro lo dedichiamo a Daniele Francalancia, il nostro ragazzo d'oro che abbiamo perso nel tragico incidente stradale dello scorso 14 giugno. Il suo ricordo resterà indelebile dentro ognuno di noi, insieme a quello dei suoi amici Nicolas e Giorgio. Sapremo trasformare la sua memoria in una forza positiva, una luce che guiderà il nostro cammino dentro e fuori dal campo», ha dichiarato Marcolini.
Definita anche la rosa che sarà a disposizione dell'allenatore Marco Bonfigli per il campionato 2026/2027.
Portieri: Francesco Amico, Alberto Paci (nuovo), Tommaso Ponzelli.
Difensori: Alessio Brizi, Tommaso Cetraro, Francesco Gesuelli, Marco Menghini, Lorenzo Mogetta, Lorenzo Monteverde, Michele Pagliarini, Leandro Torresi.
Centrocampisti: Lorenzo Canuti, Matteo Di Marino, Nicola Giannini, Tommaso Montecchiari, Tommaso Principi (nuovo), Giacomo Sinigallia (nuovo), Andrea Mancini.
Attaccanti: Marco Acquaviva, Anuel Allushaj (nuovo), Alessandro Appignanesi (nuovo), Matteo Cullhaj, Mohamed Gueye (nuovo).
Lo staff tecnico sarà composto da Marco Bonfigli (allenatore), Roberto Carnevali (vice allenatore) e Francesco Pennesi (preparatore dei portieri). Massaggiatore sarà Massimo Verdicchio.
L'organigramma societario vede Fabio Acciarresi nel ruolo di direttore generale, Andrea Bellesi direttore tecnico, Andrea Mandorlini direttore sportivo, Massimiliano Marcolini presidente e Paolo Cerquetta e Paolo Ponzelli vice presidenti.
Il Comune di Macerata mette a disposizione un contributo economico per sostenere le famiglie nelle spese affrontate per la partecipazione dei figli ai centri estivi. È stato infatti pubblicato l'avviso pubblico con cui è possibile richiedere un rimborso parziale dei costi sostenuti.
L'iniziativa è finanziata attraverso il fondo ministeriale per le attività socio-educative a favore dei minori ed è destinata ai nuclei familiari residenti nel territorio comunale con figli di età compresa tra 0 e 17 anni che abbiano frequentato un centro estivo per almeno due settimane, anche non consecutive e presso strutture differenti.
Il contributo potrà coprire fino al 30% della spesa sostenuta e documentata per ciascun minore, nei limiti delle risorse disponibili, che ammontano complessivamente a 33.443,60 euro.
Le richieste dovranno essere presentate entro le ore 12.30 di venerdì 11 settembre 2026, utilizzando l'apposito modulo allegato all'avviso pubblico. La domanda dovrà essere inviata esclusivamente tramite PEC all'indirizzo macerata@legalmail.it oppure consegnata a mano all'Ufficio Protocollo del Comune di Macerata, in viale Trieste 24, negli orari di apertura al pubblico. Non saranno accettate istanze trasmesse tramite posta elettronica ordinaria.
«Con questa misura vogliamo offrire un sostegno concreto alle famiglie e, allo stesso tempo, confermare l'attenzione che l'Amministrazione comunale dedica alle politiche sociali e al benessere dei più giovani», afferma l'assessore alle Politiche sociali Francesca D'Alessandro. «I centri estivi rappresentano un'importante opportunità di crescita, socializzazione e inclusione per bambini e ragazzi, oltre a costituire un valido supporto per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei genitori. Attraverso questo rimborso intendiamo valorizzare questi servizi, alleggerendo il peso economico sulle famiglie e promuovendo una comunità sempre più attenta ai bisogni delle persone, a partire dai minori e dai loro percorsi educativi. Questo intervento si aggiunge alle altre iniziative già messe in campo dall'Amministrazione comunale, come l'organizzazione dei campi estivi "Estate in Quartiere", con l'obiettivo di costruire una rete di supporto sempre più ampia e capillare a favore delle famiglie, sia sul piano socio-educativo sia su quello socio-economico».
Alla domanda dovranno essere allegati un documento d'identità in corso di validità, la documentazione che attesti la frequenza del centro estivo per almeno due settimane e quella relativa alle spese sostenute, come la dichiarazione del gestore o i bonifici bancari. I cittadini non appartenenti all'Unione europea dovranno inoltre presentare copia del titolo di soggiorno in corso di validità.
Nel caso in cui abbiano frequentato i centri estivi più figli dello stesso nucleo familiare, sarà necessario presentare una domanda distinta per ciascun minore. Le richieste inviate oltre il termine stabilito non saranno ammesse e farà fede la data di ricezione della domanda.
Dopo la vicenda emersa nel corso dell’ultimo Consiglio comunale, relativa all’elezione del presidente della Commissione Urbanistica, e alle successive dichiarazioni del consigliere comunale Silvano Iommi, arriva la replica di Simone Livi, indicato dalla coalizione di maggioranza per la presidenza della Commissione. Di seguito pubblichiamo integralmente la nota inviata alla nostra redazione.
"Iommi non riscriva i fatti: le indicazioni le conosceva e non espresse alcun dissenso. Le dichiarazioni di Silvano Iommi non corrispondono a quanto realmente accaduto. Il suo tentativo di difesa dimostra, semmai, la piena consapevolezza delle conseguenze politiche delle proprie scelte.
Non si è trattato, come sostiene, di generiche "indicazioni via etere" o di messaggi che avrebbe potuto non leggere. La candidatura di Simone Livi alla presidenza della Commissione Urbanistica era stata comunicata dal capogruppo, come confermato anche dai comunicati di Gianluca Pasqui e Barbara Antolini. Inoltre, durante un incontro dedicato proprio a questo tema con lo stesso Livi, Iommi non manifestò alcun dissenso, non avanzò obiezioni e non dichiarò l'intenzione di seguire una linea diversa. Se non condivideva la decisione della coalizione, avrebbe dovuto dirlo apertamente in quella sede.
Anche la sospensione della seduta, concessa proprio per consentire un confronto interno, non ha prodotto alcun chiarimento. Per questo non è possibile ridurre quanto accaduto a un equivoco o a un problema di comunicazione. Si è trattato di una scelta politica consapevole, che ciascuno è libero di compiere, ma della quale è altrettanto doveroso assumersi la responsabilità davanti alla coalizione e ai cittadini.
È inoltre fuorviante trasformare questa vicenda in una discussione sulle competenze personali. Nessuno ha mai messo in dubbio l'esperienza o le capacità dei componenti della Commissione Urbanistica. In una commissione ogni consigliere contribuisce con il proprio bagaglio di conoscenze, ma la scelta del presidente risponde innanzitutto a una valutazione politica. Chi presiede una commissione rappresenta l'indirizzo della maggioranza ed è chiamato a garantire coesione, affidabilità e stabilità nell'azione amministrativa.
Per questo motivo le coalizioni concordano preventivamente l'assegnazione dei diversi ruoli, evitando incomprensioni e tensioni interne. Non a caso, nelle altre commissioni insediate nello stesso giorno, presidenti e vicepresidenti sono stati eletti all'unanimità, nel rispetto di quel principio di buon senso richiamato dallo stesso Simone Livi durante la seduta.
Va inoltre ricordato che Simone Livi non era stato indicato soltanto per ragioni di equilibrio politico, ma anche per le competenze maturate nel settore urbanistico grazie all'esperienza nella III Commissione del Consiglio regionale delle Marche, competente in materia. Un percorso istituzionale che rappresenta un valore aggiunto per l'attività della Commissione comunale.
Questo episodio, purtroppo, non appare isolato. Si inserisce in una serie di prese di posizione pubbliche dello stesso Iommi che, fin dall'inizio del mandato, lo hanno progressivamente allontanato dalla linea condivisa della maggioranza, alimentando polemiche anziché favorire il lavoro comune.
È inevitabile che tutto ciò apra una riflessione sull'affidabilità politica e sulla tenuta dell'azione amministrativa. Che l'opposizione abbia colto l'occasione per mettere in difficoltà la maggioranza rientra pienamente nel suo ruolo. Proprio per questo, però, chi fa parte della coalizione dovrebbe evitare comportamenti che offrano il fianco a divisioni interne e finiscano per indebolire il mandato ricevuto dagli elettori.
Il punto non è limitare la libertà di un consigliere, che resta pienamente garantita, ma richiamare ciascuno alla responsabilità politica che deriva dall'appartenenza a una coalizione di governo. La coerenza con gli impegni assunti davanti agli elettori non è un dettaglio formale, ma il presupposto per garantire stabilità amministrativa, credibilità istituzionale e fiducia dei cittadini."
Cantante, interprete, direttore artistico. Tre definizioni che raccontano altrettante fasi della vita di Marco Vinco, ma che in realtà appartengono a un unico percorso: quello di un uomo cresciuto dentro l’opera e arrivato oggi dall’altra parte del sipario, a immaginare e costruire gli spettacoli che prendono vita sul palco dello Sferisterio.
Veronese, Vinco nasce in una famiglia in cui la lirica non è soltanto una professione, ma un linguaggio quotidiano. Lo zio Ivo Vinco e la zia Fiorenza Cossotto, due protagonisti assoluti dell’opera internazionale, sono presenze che segnano il suo rapporto con il canto fin dall’infanzia. Eppure il suo ingresso nel mondo della lirica non segue un percorso già scritto: arriva quasi per caso, da ragazzo, quando cerca un modo per proteggere la voce mentre canta rock con gli amici.
Quello che doveva essere soltanto un aiuto tecnico si trasforma in una scoperta. Dietro quella voce c’è una possibilità inattesa, un mondo nuovo da esplorare. Da lì nasce una carriera durata vent’anni sui grandi palcoscenici, fino alla scelta di cambiare prospettiva: lasciare il centro della scena per dedicarsi alla costruzione artistica, passando dall’interpretazione alla visione.
Una trasformazione che non è una rottura, ma una naturale evoluzione. Perché oggi, nel ruolo di direttore artistico del Macerata Opera Festival, Vinco porta con sé proprio lo sguardo di chi l’opera l’ha vissuta in prima persona: conosce la fatica, la responsabilità e la magia che si nascondono dietro una voce.
Alla guida del MOF si trova davanti a uno dei luoghi più suggestivi della lirica italiana: lo Sferisterio, un teatro unico nel suo genere, capace di unire la forza della storia alla spettacolarità di uno spazio all’aperto.Costruire una stagione qui significa muoversi tra tradizione e futuro, tra titoli che appartengono alla memoria collettiva e nuove possibilità di racconto. Ma nel modo di intendere la direzione artistica di Vinco c’è un elemento che occupa un posto centrale: le voci. Il suo passato da cantante influenza inevitabilmente la ricerca degli interpreti, perché un artista non è soltanto tecnica, ma capacità di dare anima a un personaggio e creare un legame con chi ascolta.
Per questo, nella sua idea di festival, accanto ai grandi interpreti internazionali trovano spazio anche giovani talenti chiamati a confrontarsi con un palcoscenico complesso e prestigioso come quello dello Sferisterio. Una scelta che è anche una scommessa: dare fiducia alle nuove generazioni significa accettare il rischio, ma anche contribuire alla nascita degli artisti di domani.
La stessa attenzione verso il futuro riguarda il pubblico. Una delle sfide più importanti della lirica contemporanea è riuscire a riaprire un dialogo con le nuove generazioni, mostrando loro che l’opera non è un linguaggio lontano o appartenente soltanto al passato.
Per Marco Vinco la strada non è quella di modificare l’opera per renderla più semplice o più vicina alle mode del momento, ma di permettere alle persone di incontrarla nella sua autenticità. La sua forza, infatti, sta proprio nella capacità di attraversare il tempo e continuare a parlare attraverso emozioni universali: l’amore, il dolore, la passione, il conflitto.
Il percorso di Marco Vinco, dalla scena alla direzione artistica, sembra quindi seguire un filo preciso: creare connessioni. Tra passato e presente, tra grandi nomi e nuove voci, tra il palcoscenico e il pubblico. È questa la sfida del Macerata Opera Festival: custodire una storia importante senza trasformarla in memoria immobile, ma restituirle energia e futuro, sotto il cielo dello Sferisterio.
A poco più di tre mesi dall'inizio del campionato, si è conclusa presso lo Zanhotel & Meeting Centergross di Bentivoglio (Bologna) l'edizione 2026 del Volley Mercato, il tradizionale appuntamento organizzato dalla Lega Pallavolo Serie A che riunisce club, dirigenti e addetti ai lavori per confrontarsi sui principali temi legati alla nuova stagione. Tre giornate dedicate ad aggiornamenti organizzativi, attività di segreteria, marketing, comunicazione, tesseramenti e governance, culminate con il momento più atteso: la presentazione ufficiale della stagione 2026/27 e dei calendari dei campionati di Serie A.
Presente all'evento anche la delegazione biancorossa, guidata dal Direttore Generale Vullo, che ha seguito dal vivo la composizione del calendario che accompagnerà la formazione di coach Giannini nelle ventisei giornate di regular season.
La stagione della nuova Associati Fisiomed Macerata prenderà il via il 18 ottobre in Campania al PalaVesuvio contro la Virtus Volley Napoli, formazione pronta a misurarsi, con grandi aspettative, con la categoria, dopo la riorganizzazione societaria decisa.
L'esordio casalingo al Banca Macerata Forum è invece previsto alla seconda giornata, quando i tifosi biancorossi potranno riaccogliere la squadra nel confronto con la Sviluppo Sud Palmi. Il terzo turno vedrà ancora protagonista Macerata davanti al proprio pubblico con la sfida contro Porto Viro, prima della trasferta abruzzese di Pineto e dell'impegno interno con Lagonegro.
Il mese di novembre si chiuderà con due trasferte particolarmente significative, sui campi di Ravenna e Gioia del Colle, dove milita l'ex Pedron, incontri che potranno fornire indicazioni importanti sulle ambizioni della formazione marchigiana.
Dicembre si preannuncia intenso e ricco di appuntamenti di grande fascino. Al Banca Macerata Forum arriveranno Belluno e Reggio Calabria, mentre lontano dalle mura amiche andranno in scena i primi derby della stagione contro Fano e Grottazzolina, due piazze storicamente calde e tradizionalmente protagoniste del campionato. Alla dodicesima giornata è in programma la riedizione della sfida playoff della scorsa stagione contro la Consoli Sferc Brescia, mentre il girone d'andata si concluderà sul campo della Conad Reggio Emilia.
Dal 18 ottobre all'11 aprile, l'Associati Fisiomed Macerata sarà protagonista di una stagione lunga, impegnativa e altamente competitiva. Un percorso che la squadra inizierà a preparare già nelle prossime settimane, con l'obiettivo di farsi trovare pronta per affrontare un campionato che si annuncia equilibrato e ricco di sfide di alto livello.
Al termine della kermesse organizzata dalla Lega Pallavolo Serie A, abbiamo raccolto le impressioni del Direttore Generale Vullo:
"Sono tre giorni sempre utili al confronto e alla crescita di tutti; le trattative sono ormai tutte concluse prima, ma è un momento prezioso di conoscenza e di collaborazione.
Per quanto riguardano i valori delle squadre in calendario, credo sia abbastanza sbilanciato: l'inizio sarà con squadre di alta fascia, quindi ci sarà da lavorare molto bene nel precampionato per farci trovare pronti. Napoli, Palmi e le due marchigiane credo, infatti, siano le favorite ai primi posti della classifica. Vincere aiuta a vincere, quindi sarà importante partire comunque bene per avere quel morale utile per il proseguo. Una cosa è certa, Macerata se le giocherà tutte e a fine anno vedremo cosa succede!"
Sono state eseguite le prove di carico sul nuovo ponte di Piediripa, lungo la Strada Provinciale 34 che collega i comuni di Macerata e Corridonia. Si tratta di un passaggio tecnico necessario per verificare il comportamento strutturale dell’opera e avvicinare la conclusione dell’intervento.
La Provincia di Macerata ha comunicato che i lavori sono ormai in dirittura d’arrivo. Dopo gli ultimi adempimenti tecnici e le finiture previste, il nuovo ponte potrà essere consegnato alla collettività.
Le verifiche effettuate hanno confermato la rispondenza dell’infrastruttura ai parametri progettuali e agli standard di sicurezza previsti. L’opera consentirà di migliorare la viabilità e l’accesso alla città di Macerata, con una struttura più moderna e funzionale.
Il progetto prevede anche la realizzazione di una pista ciclopedonale in sede propria, pensata per completare il collegamento tra mobilità veicolare e mobilità sostenibile sul territorio provinciale.