di Fabrizio Scoccia

Malattie professionali in aumento, Isolani (Ast Macerata): "Investire in cultura e nuove tecnologie"

Malattie professionali in aumento, Isolani (Ast Macerata): "Investire in cultura e nuove tecnologie"

Abbiamo festeggiato il 1° maggio, i lavoratori nelle piazze hanno dimostrato il loro orgoglio, rivendicato le conquiste e fatto conoscere le nuove aspettative per poi magari esprimere tutta la loro gioia in spettacoli musicali e di costume. Il 1° maggio festeggia il diritto universale a un luogo di lavoro dignitoso, sano e sicuro, non solo come obbligo morale ed etico, ma come necessità imprescindibile per il benessere individuale e collettivo e per la produttività delle imprese. Abbiamo quotidianamente il dovere di garantire luoghi di lavoro dove i lavoratori non vadano incontro ad infortuni e a malattie professionali e dove la salute e la sicurezza vengano tutelate. Erano queste le tematiche della Giornata Internazionale sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro celebrata il 28 aprile, due date connesse con le considerazioni sul problema salute nel lavoro. Ne parliamo con la dottoresssa Lucia Isolani Direttore UOC Prevenzione Sicurezza Ambienti di Lavoro - AST Macerata, Professore Medicina del Lavoro presso l’Università degli Studi Carlo Bo' di Urbino. Il suo un impegno va oltre le competenze territoriali per l’organizzazione di un servizio sempre più presente ed utile per tutti i lavoratori, con una visione illuminata che coinvolge l’intero patrimonio medico-scientifico dei territori. Dott.ssa Isolani, quanti sono gli infortuni sul lavoro in Italia? "Nel 2024 sono state registrate 593 mila denunce di infortunio, con un lieve aumento rispetto al 2023: il 68,4% degli infortuni interessa il genere maschile e la classe di età con il maggior numero di infortuni è quella 50-64 anni. Gli infortuni sul lavoro con esito mortale sono stati 1.202. Il settore delle costruzioni e dell’agricoltura si confermano come settori produttivi più pericolosi, dove più frequentemente si verificano infortuni gravi, gravissimi e mortali". Ancora troppi infortuni. E cosa possiamo fare per evitare che accadano? "Sono fondamentali le regole, le procedure, la formazione ed i comportamenti. Nel momento in cui all’interno di un’azienda tutti i lavoratori, colletti bianchi e colletti blu, acquisiscono comportamenti sicuri che diventano naturali ed ordinari gli infortuni non accadono. Si tratta di un processo culturale da costruire assieme, lavorando su modifiche tecniche, organizzative e procedurali, con attenzione anche ai quasi infortuni (near miss), che ci possono far apprendere importanti lezioni di prevenzione. Dovremmo inoltre evitare di avere una visione miope e considerare non solo gli infortuni, ma anche le malattie professionali, di cui ancora si parla poco e che costano molto di più degli infortuni, con costi sanitari, economici e sociali che gravano allo stesso tempo su lavoratore, impresa e stato". Quante e quali sono le malattie professionali? "Nel 2024 le patologie di origine professionale denunciate all’Inail sono salite a oltre 88mila, con un incremento del 21,8% rispetto al 2023, interessando 58mila lavoratori, con un trend in crescita ininterrotto dal 2000. La crescita delle malattie professionali denunciate non è necessariamente conseguenza di un peggioramento delle condizioni di lavoro, ma può essere attribuita ad una maggiore consapevolezza dei lavoratori e dei medici certificatori in merito alle coperture assicurative e al progressivo ampliamento delle patologie riconoscibili. Le malattie professionali sono prevalentemente muscoloscheletriche (tre su quattro). Seguono le neuropatie come la sindrome del tunnel carpale, le ipoacusie, le dermatopatie e i tumori professionali". Quali sono le priorità attuali e le prospettive future della prevenzione in un luogo di lavoro? "Certamente è prioritario accrescere la cultura della prevenzione nelle scuole, apprendendo fin da piccoli regole e comportamenti che possano garantire sicurezza nei luoghi di vita e di lavoro, con una formazione costante nel tempo. L’attenzione deve essere tenuta alta in settori complessi come l’edilizia e l’agricoltura, dove tradizionalmente i rischi e i pericoli sono numerosi e gli infortuni frequenti, anche in considerazione del lavoro irregolare e dell’impiego di lavoratori stranieri. Bisogna inoltre far emergere malattie professionali ancora oggi sommerse come i tumori, promuovendo screening e vaccinazioni in un’ottica più ampia di sanità pubblica. Le malattie muscoloscheletriche, così frequenti e destinate ad aumentare con il crescere dell’età, dovranno essere affrontate affinché non divengano causa di disabilità, abbattendo barriere, modificando condizioni ambientali sfavorevoli e trovando soluzioni ergonomiche, anche ricorrendo a dispositivi robotici passivi come gli esoscheletri. In considerazione dell’aumento dell’età pensionabile, visto il tempo che si dovrà trascorrere al lavoro, diviene necessario che i lavoratori stiano bene, dal punto di vista sia fisico che psichico, creando sia lavori flessibili in grado di rispondere alle esigenze di vita delle persone, sia luoghi di lavoro che possano favorire il benessere psichico, campagne di screening e stili di vita salutari. Insomma, in prevenzione molto è stato fatto, ma ancora molto certamente si deve fare, costruendo reti solide e definendo collaborazioni valide: la scommessa per il futuro è senz'altro avvincente".

03/05/2026 12:20
Dalla Liberazione alla "guerra a pezzi": se la salute della storia dipende dal sogno dell'utopia

Dalla Liberazione alla "guerra a pezzi": se la salute della storia dipende dal sogno dell'utopia

“La salute della storia” è un’espressione impropria che comunque può avere un senso. Abbiamo festeggiato il 25 aprile, il giorno della liberazione, abbiamo celebrato la terapia che ha guarito l’Italia dall’infezione nazi-fascista per ripristinare libertà e democrazia, la buona salute di una Nazione che potrà poi avvalersi di un prontuario ben studiato per impedire ricadute: la Costituzione. Se vogliamo continuare su questa falsariga metaforica tra salute fisica e benessere socio-politico, dobbiamo dire che da allora la salute della nostra storia nazionale è stata abbastanza buona, non senza però periodi di difficoltà e fragilità, che qualche volta hanno fatto temere malattie devastanti: le stagioni delle stragi e degli attentati, i tentativi di colpi di stato, le azioni delle Brigate Rosse, l’assassinio di Aldo Moro, le azioni di altre formazioni più o meno segrete o criminali che hanno attentato allo stato democratico. Per fortuna le terapie istituzionali e costituzionali hanno funzionato e si sono evitati danni peggiori e permanenti. Oggi la salute della storia ha infranto i confini nazionali, siamo alla valutazione di una salute globale, purtroppo non rassicurante, non siamo al pericolo mortale, ma di sicuro con tanti rischi che compromettono la salute di tantissimi e la serenità di tutti. Sono tante le guerre: “la guerra mondiale a pezzi” - come diceva Papa Francesco - alcune vicinissime a noi come quella in Ucraina, alcune crudeli e senza limiti come in Palestina, Iran e Libano, alcune ignorate dalla comunicazione come nello Yemen, in Sudan… Capi di Stato di nazioni importanti e trainanti che hanno sposato la legge del più forte, ignorando il diritto internazionale e i valori umanitari che erano assurti a virtuose regole globali condivise dopo le esperienze peggiori del passato. Niente, la natura umana vuole confermare che nel suo DNA c’è il gene della contesa e della guerra, si fa fatica a neutralizzarlo; per dei periodi, magari, ci si riesce per una forma di immunizzazione di massa come per i virus, ma poi risorge. La salute della storia immancabilmente precipita, i terapeuti si sforzano di suggerire la medicina giusta, vedi Papa Francesco, Papa Leone e non solo, ma si scontrano con i negazionisti che preferiscono salvaguardare l’economia speculativa, l’immenso business delle armi, il narcisismo patologico di alcuni potenti di turno, che sempre attraggono consenso ed ammirazione. Immaginiamo per un momento che tutte le risorse dedicate nel mondo alle armi siano utilizzate per rendere migliore la vita delle donne e degli uomini, cadrebbero anche tutte le negatività sociali che vengono chiamate a giustificare le guerre: carestie, migrazioni, disuguaglianze, ignoranza e fanatismi ideologici e religiosi; ci sarebbe più cultura e più SALUTE. Sono pensieri utopistici, ma sognare non costa niente, anzi fa proprio bene alla SALUTE.

26/04/2026 10:30
L’osteopatia pediatrica per i piccoli del Maceratese: l’approccio olistico del dottor Pietro Trobbiani

L’osteopatia pediatrica per i piccoli del Maceratese: l’approccio olistico del dottor Pietro Trobbiani

L’osteopatia è una disciplina medica riabilitativa ed anche del controllo dello sviluppo pediatrico con un particolare approccio olistico con l’individuo considerato nel suo insieme, particolarmente interessante e sicuramente con risvolti di approfondita ricerca e di risultati attesi, che coinvolgono anche lo sviluppo e la crescita del bambino. Approfittiamo della disponibilità di uno specialista osteopata e Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE) che espleta il suo lavoro nel nostro territorio. Il Dr. Pietro Trobbiani divide il suo lavoro come terapista ed osteopata nel suo studio privato e come consulente nel centro medico Associati Fisiomed. Inoltre nel centro ASP Paolo Ricci di Civitanova Marche ricopre il ruolo di TNPEE. Dr. Trobbiani, cosa rappresenta per lei l’Osteopatia nella quotidianità professionale? "Per me l’Osteopatia rappresenta un vero e proprio stile di vita. Richiede uno studio costante dell’anatomia e della fisiologia umana, ma anche una grande predisposizione per la pratica clinica, fondamentale per affinare al meglio le tecniche di valutazione e di trattamento. Non ci si ferma mai di studiare perché ogni corpo e ogni paziente sono unici". Come trova la sua applicazione l'Osteopatia nell'ambito pediatrico ed evolutivo? "Si posiziona perfettamente nella grande sfera della prevenzione. Seguiamo la mamma prima, durante e dopo la gravidanza. Questi interventi di prevenzione sono particolarmente efficaci nei primissimi mesi di vita del neonato. Come osteopati affianchiamo i medici e i terapisti nel corso della vita intra ed extrauterina proprio per garantire ai piccoli le migliori traiettorie di sviluppo possibili". Esistono servizi gratuiti dedicati alla prevenzione sul nostro territorio maceratese? "Certamente, ed è una cosa di cui vado molto fiero. Negli ultimi tre anni, grazie alla convenzione tra A.O.A. e i reparti di Pediatria, Ostetricia e Ginecologia, sono nati due progetti meravigliosi negli ospedali di Macerata e Civitanova Marche. Qui decine di colleghi osteopati si sono messi a disposizione per la presa in carico gratuita di gestanti nel pre e post parto e dei loro bambini fino ai sei mesi di vita. Si tratta di una vera e propria avanguardia a livello sanitario nazionale". Lei unisce due titoli forti: Osteopata e TNPEE. Come dialogano queste due anime nel suo studio? "Dialogano costantemente, perché guardano lo stesso bambino da due angolazioni complementari. Come TNPEE osservo il bambino nella sua globalità funzionale, ovvero come si muove, come gioca e come si relaziona. Come osteopata vado a cercare se ci sono tensioni tissutali o restrizioni meccaniche che gli impediscono di esprimere quel potenziale motorio. Liberando la struttura con l'osteopatia, diamo alla neuro-psicomotricità lo spazio biologico per far fiorire le tappe dello sviluppo". Molti genitori associano l'osteopatia alle "manipolazioni" dell'adulto e hanno paura che possa far male a un neonato. Come si svolge una seduta con un bambino così piccolo? "È una paura comprensibile ma che svanisce appena si entra in studio. L'osteopatia pediatrica non usa tecniche di sblocco articolare o gli scricchiolii degli adulti. L'approccio con i neonati è estremamente dolce, non invasivo e rispetta i tempi del bambino. Usiamo pressioni leggerissime, paragonabili al tocco per saggiare la maturazione di un frutto. Spesso i piccoli si rilassano a tal punto da addormentarsi". Al di là della prevenzione neonatale, quali sono i motivi più frequenti per cui un genitore la contatta e quali segnali dovrebbe monitorare a casa? "Non serve che ci sia una patologia conclamata per richiedere un consulto. I motivi più frequenti riguardano le plagiocefalie posizionali (testa schiacciata da un lato), difficoltà di suzione, coliche, reflusso, irritabilità e disturbi del sonno. Consiglio ai genitori di osservare se il bambino preferisce girare la testa sempre dallo stesso lato, se inarca spesso la schiena a virgola quando piange o se sembra rigido quando viene preso in braccio. Intervenire precocemente permette di spianare la strada a una crescita armoniosa".

29/03/2026 10:58
Le patologie dell’addome: quando e perché bisogna intervenire chirurgicamente

Le patologie dell’addome: quando e perché bisogna intervenire chirurgicamente

L’addome è sicuramente quell’ambito del nostro corpo dove è più frequente la necessità di interventi chirurgici per eliminare patologie degli organi e preservarne la loro funzione. La chirurgia addominale è forse, della specialità chirurgica generale, quella che ha avuto un maggiore sviluppo di utilizzo tecnologico e di protocolli sempre meno invasivi. Ne parliamo con il Dr. Giuseppe Musolino, chirurgo addominale, già dirigente medico dell’U.O. di chirurgia dell’ospedale di Macerata, operativo poi in varie strutture ed oggi anche consulente del centro medico Associati Fisiomed. Dr. Musolino, di che cosa si occupa nello specifico il chirurgo addominale? "Il chirurgo addominale si occupa delle patologie che riguardano gli organi che si trovano all’interno dell’addome come lo stomaco, l’intestino (per polipi, diverticolite o tumori) il fegato, la colecisti e la parete addominale dove possono formarsi le ernie". Parlando di ernia: cos’è esattamente e perché talvolta occorre operarla? "L’ernia è la fuoriuscita di una parte dell’intestino o del tessuto addominale attraverso un punto di debolezza della parete muscolare. Spesso si manifesta come un piccolo rigonfiamento che può comparire in alcuni momenti come, ad esempio, quando si solleva qualcosa di pesante, si tossisce o si sta in piedi a lungo. L’ernia non provoca sempre dolore immediato, ma nel tempo può crescere e l’intervento chirurgico si rende necessario quando appaiono sintomi importanti, oppure quando esiste il rischio che l’intestino rimanga “incastrato” nell’ernia provocandone lo strozzamento. Si tratta di un intervento rapido, quasi sempre eseguito in anestesia locale, che generalmente dura meno di un’ora e il paziente può tornare a casa il giorno stesso. Anche il recupero è relativamente veloce, con ripresa della vita normale dopo pochi giorni, seppure con qualche accortezza (evitare sforzi fisici intensi o attività sportiva per qualche settimana)". Negli ultimi decenni la chirurgia è molto evoluta, quali sono i benefici per i pazienti? "È così, negli ultimi decenni la chirurgia addominale è diventata sempre meno invasiva con l’avvento, ad esempio, della laparoscopia, che consente di eseguire interventi attraverso piccole incisioni e con l’aiuto di una telecamera e di strumentazione dedicata. Uno degli interventi che ormai viene eseguito quasi sempre con chirurgia laparoscopica è l’asportazione della colecisti, necessaria in presenza di calcoli biliari che causano dolore o infiammazione. I benefici di queste nuove tecniche sono evidenti per il paziente: meno dolore dopo l’intervento, tempi di recupero molto più brevi e cicatrici più piccole o addirittura invisibili". Cosa consiglia a chi dovesse affrontare un intervento di chirurgia addominale? "Il consiglio che darei, per poter affrontare questo percorso con serenità, è di essere ben informato e capire quali sono le ragioni che hanno reso l’intervento necessario, come si svolgerà e quali saranno i tempi di recupero. La paura di non sapere cosa accadrà è il principale nemico, non bisogna quindi esitare a porre domande al proprio chirurgo con il quale ci deve essere un dialogo aperto e sincero. È altrettanto importante seguire le indicazioni prima e dopo l’intervento, perché la collaborazione del paziente è fondamentale per il buon esito di qualsiasi intervento chirurgico".

15/03/2026 12:00
La solitudine come patologia sociale: l'amicizia è l'antidoto per corpo e mente

La solitudine come patologia sociale: l'amicizia è l'antidoto per corpo e mente

Ci sono delle riflessioni, dei pensieri che sorgono spontanei quando si analizzano le problematiche della nostra salute e della qualità della nostra vita. Sono quasi degli ammortizzatori che tendono ad armonizzare principi scientifici, cause di malattia e rimedi terapeutici. Non hanno una valenza specifica, ma se poi ci si ragiona, si capisce che comunque interferiscono nella nostra vita quotidiana e sono collaterali alla ricerca di una buona salute e di uno stato di benessere. La solitudine e l’amicizia sono delle categorie su cui ragionare e fare riferimento in questo ambito speculativo. La solitudine è uno stato d’animo, una condizione anzitutto interiore, piuttosto che corporale, che presuppone tristezza, malinconia, fragilità. La solitudine può essere vissuta anche in mezzo ad una folta folla quando non si riesce a comunicare, a rapportarsi con gli altri, a sentire empatia e magari complicità. Può anche essere ricercata quando si ha la necessità di guardarsi dentro senza interferenze esterne, quando si cerca il silenzio per la contemplazione e la speculazione. In questo caso essere soli è una scelta. L’ascetismo degli eremiti è frutto della solitudine anche se spesso coniugato con la sofferenza e la privazione per espiare i limiti del corpo e liberare uno spirito puro. La solitudine come la si rigiri è angoscia e se togliamo il piccolo spicchio dei pensatori e degli asceti, è per tutti gli altri uno stato negativo che assomiglia tanto ad una malattia, con sintomi importanti nel corpo e nella mente. In una società come la nostra dove l’individualismo e l’egoismo la fanno da padroni in una scalata della gloria e del benessere quotidiano, sempre e comunque, tante persone restano indietro, restano sole per limiti intellettuali, per limiti di convivenza sociale, persino perché invecchiano e non hanno più energie. Nelle grandi città, ma anche nei paesi sono moltissime le persone sole; è una popolazione invisibile e sofferente, spesso rassegnata ad una esistenza vegetativa e che preferisce nascondere la propria situazione piuttosto che ricercarne i rimedi. La solitudine è una malattia che si cronicizza con sintomi sempre più opprimenti che attanagliano corpo e mente. L’antidoto più efficace, che anzitutto previene e può anche curare, è l’amicizia. Essa è quella categoria delle relazioni umane che ci fa aprire verso gli altri, che ci mette in contatto con i pensieri ed i sentimenti degli altri, che genera generosità e tolleranza verso l’altro fino a creare condivisione e complicità. L’amicizia quando è ricambiata, o anche solo apprezzata, combatte e sconfigge la solitudine nostra e di chi è oggetto del nostro sentimento. Può essere profonda ed esclusiva, ma esistono anche gli atti di amicizia che sono ugualmente efficaci. Durante tutto l’anno, andare a trovare gli anziani soli, i malati invalidi, fare un piccolo regalo a chi è o si sente scartato ed emarginato può essere fondamentale per accendere una fiammella di speranza, per riesumare momenti di serenità e di gioia, per trasmettere un po’ della soddisfazione che noi proviamo quando passiamo del tempo con i nostri amici. Se la solitudine perde e l’amicizia vince il mondo sarà migliore e più vivibile per tutti.

08/03/2026 11:40
Calvizie e caduta dei capelli: cause, rimedi e l'importanza di una diagnosi corretta

Calvizie e caduta dei capelli: cause, rimedi e l'importanza di una diagnosi corretta

I capelli sono un elemento del nostro corpo che ha avuto fin dalle fasi evolutive del genere umano un ruolo di protezione del cranio e per la sua esposizione anche una valenza estetica. Questa loro naturale incidenza nella caratterizzazione del nostro corpo ha finito per determinare anche una definizione generale, è infatti frequente definire una persona dal colore dei capelli più che da altre caratteristiche come occhi, statura ecc… Storicamente per sottolineare il valore fisico e psicologico della capigliatura ci sono anche dei racconti mitologici come quello per esempio di Sansone che perse tutta la sua straordinaria forza quando i lunghi capelli gli furono tagliati. E’ chiaro che ognuno di noi tiene ai propri capelli e si preoccupa per la loro salute. Ne parliamo allora con chi nel mondo della scienza medica si è dedicato alla loro buona conservazione: la tricologia medica ha assunto con studi dedicati alla diagnosi e cura la giusta rilevanza, il medico tricologo è la figura professionale a cui rivolgersi. Oggi parliamo della salute dei capelli con il dottor Andrea Cardini che da sempre dedica la sua professione a questa branca e che presta la sua collaborazione in più centri medici del nostro territorio. Dr. Cardini, che cos'è la tricologia medica? "La tricologia è quella disciplina medica che ha come obiettivo la diagnosi e la cura delle malattie del cuoio capelluto e del capello. Essa è stata oggetto di studi medico-scientifici fin dagli esordi della medicina stessa, ma è solo negli ultimi anni, grazie alla scoperta dei meccanismi che regolano le funzioni dei follicoli capilliferi e l’introduzione di nuovi principi attivi efficaci nelle diverse forme di caduta dei capelli, che questa branca della medicina ha avuto un impulso notevole e ha permesso il raggiungimento di risultati precedentemente impensabili".  Quali sono le forme di caduta dei capelli più diffuse tra i pazienti? “Le tipologie di “caduta dei capelli” più frequenti sono rappresentate dalla cosiddetta “Alopecia Androgenetica” o calvizie declinata sia al maschile che al femminile, e il “Telogen Effluvium” che si caratterizza per una perdita diffusa dei capelli. La calvizie colpisce più frequentemente il genere maschile in quanto tra le sue cause annoveriamo l’effetto alopecizzante dell’ormone di tipo androgeno diidrotestosterone (DHT). Nelle donne questa forma di calvizie coinvolge soprattutto coloro che si trovano nella fase post-menopausale, anche qui principalmente per una modificazione del quadro ormonale caratterizzato dal decremento degli ormoni estrogeni che portano benefici ai capelli. Utile puntualizzare che la calvizie consiste non in una caduta eccessiva dei capelli, ma in una progressiva regressione della struttura dei capelli della parte alta della testa, che si trasformano in 'peli' (miniaturizzazione). Il Telogen Effluvium, invece, consiste nella caduta dei capelli diffusa su tutta la testa, solitamente visibile al lavaggio, spazzolamento o sul cuscino, dovuta ai cambi di stagione, stress, diete, stati carenziali in vitamine e minerali oppure a diverse alterazioni patologiche di diversi organi o apparati".  Si possono trattare efficacemente tali problematiche tricologiche? "Per quanto riguarda il capitolo della terapia in tricologia, si sottolinea la sempre maggiore necessità di coniugare le metodiche farmacologiche più usate in questa disciplina con trattamenti a base di principi attivi di origine vegetale, che uniscano caratteristiche di efficacia accanto a quelle di una buona tollerabilità da parte del paziente. A questo proposito è doveroso menzionare l’efficacia degli oli essenziali sia nel trattamento della calvizie sia nel Telogen Effluvium, efficacia comprovata sia da numerosi studi clinici internazionali pubblicati negli ultimi 10-15 anni, sia dai risultati osservati nella pratica clinica quotidiana. Anche l’estratto di Serenoa Repens , possedendo la proprietà di contrastare il diidrotestosterone (DHT), risulta molto utile nel trattamento della calvizie".  Quindi, per avere una corretta diagnosi tricologica e, conseguentemente, una terapia adeguata, a chi ci si dovrebbe rivolgere? "Concluderei questo argomento medico-estetico suggerendo che, a mio parere, la regola da seguire per ottenere una corretta diagnosi ed i migliori risultati possibili, è quella di rivolgersi al medico in possesso delle conoscenze adeguate per saper interpretare e trattare validamente le problematiche poste dal paziente tricologico".

22/02/2026 11:30
Ma l'amore cos'é? Analisi del sentimento che aleggia sulla nostra vita e sulla nostra salute

Ma l'amore cos'é? Analisi del sentimento che aleggia sulla nostra vita e sulla nostra salute

In occasione di S. Valentino 2026 ci pare opportuno ribadire alcune considerazioni sul sentimento più bello. L’umanità da sempre si pone delle domande a cui è molto difficile dare una risposta o, meglio, le risposte ci sono e molto variegate, ma nessuno ha la certezza della verità. Concetti come la felicità, il senso della vita, cosa c’è dopo la morte, che cos’è il peccato, che cos’è la virtù… tutti quesiti a cui possiamo aggiungere quello del nostro argomento di oggi. L’uomo e la donna, a qualsiasi età, possono percepire un languore subdolo, dolce ed amaro allo stesso tempo, che ti penetra pian piano sconvolgendo persino il ritmo del cuore, la contrazione dei muscoli, la lucidità dei pensieri. Sei innamorato o innamorata…! Ma cosa può causare tutto questo? I sensi ne sono sicuramente i veicoli: hanno comunicato al cervello di aver visto l’immagine più bella o sentito la voce più soave. Magari obiettivamente non è vero, ma il nostro cervello – o la nostra anima – in quel momento aveva bisogno di quello che ha visto e sentito e, una volta trovato, non lo molla più, facendolo diventare parte di sé stesso. Quanti milioni di reazioni biochimiche ci saranno alla base di questo coinvolgimento totale verso un’altra persona? L’amore che ti coinvolge libera quelle sostanze tanto benefiche denominate endorfine, che moltiplicano ed attivano gli ormoni. E poi il godimento determinato dall’impetuosa liberazione di dopamine, le nostre droghe endogene che sanno confezionare uno stato celestiale di gioia e di serenità. È l’immagine dell’amore condiviso che è anche supporto reciproco nella vita pratica di tutti i giorni, stima, sicurezza dell’aiuto e progetti per il futuro. L’amore allora può essere una terapia? È benessere, il valore aggiunto possibile ad una vita normale. Ma l’amore condiviso non c’è sempre, spesso non è per sempre. L’amore respinto, ostacolato, tradito o ferito sono tipologie che vivi da solo e che senti mutilate, oppressive, a volte disperate. In questo stato di cupezza percepisci che il cuore non batte, ma sbatte. L’amore è una malattia? In questi casi ne ha tutte le caratteristiche, ma può scattare l’intervento di una specie di sistema immunitario dell’amore, i cui anticorpi hanno le sembianze dell’impegno sul lavoro, degli hobby e degli amici. L’amore non è né malattia, né terapia: è solo la più sublime possibilità di esprimere la nostra umanità con tutta la sua forza e la sua fragilità. L’amore è la vita e in qualche occasione può anche esplorare l’altra vita: sembra di essere arrivati alle porte del paradiso, ma quando è respinto o tradito si soffrono le pene dell’inferno.

15/02/2026 11:20
Macerata, disturbi intestinali in aumento: "Sempre più pazienti si rivolgono allo specialista"

Macerata, disturbi intestinali in aumento: "Sempre più pazienti si rivolgono allo specialista"

Negli ultimi anni si registra un aumento delle patologie gastrointestinali, dai disturbi funzionali fino alle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI). Un trend che riguarda anche le Marche. Ne parliamo con il dottor Giovanni Falzetta, medico gastroenterologo ed endoscopista digestivo che attualmente svolge la professione di dirigente medico presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria dell’Ospedale regionale di Torrette, consulente del centro medico Associati Fisiomed. Dottore, c’è davvero un aumento globale delle patologie intestinali? "Sì, osserviamo un incremento generale dei disturbi gastrointestinali. Accanto ai problemi più comuni, come gonfiore e irregolarità intestinale, stiamo diagnosticando con maggiore frequenza anche patologie più complesse, che hanno alla base un’alterazione del sistema immunitario, comprese le MICI". A cosa è dovuto questo aumento? "Le cause sono diverse. Da un lato c’è una maggiore attenzione e capacità diagnostica, dall’altro incidono fattori ambientali, alimentazione, stress e stili di vita che possono favorire l’insorgenza di queste malattie. Un ruolo importante è svolto anche dagli squilibri del microbiota intestinale, cioè l’insieme dei batteri che vivono nel nostro intestino e contribuiscono al suo equilibrio". Cosa sono le MICI e chi colpiscono? "Le malattie infiammatorie croniche intestinali colpiscono soprattutto persone giovani e in età adulta. Si tratta di patologie che richiedono un monitoraggio costante e un approccio specialistico in centri di riferimento regionali". Quali segnali non vanno sottovalutati? "Dolore addominale persistente, diarrea cronica, ma anche stitichezza estrema, dimagrimento non intenzionale e stanchezza marcata. In presenza di questi sintomi è importante rivolgersi al medico". Si può intervenire in modo precoce? "Sì, certamente. Una diagnosi tempestiva consente di impostare terapie efficaci e migliorare la qualità della vita dei pazienti".   Un messaggio ai lettori? "Quello di non sottovalutare i primi sintomi e di non rimandare i controlli. Riconoscere i segnali che l’organismo ci manda è fondamentale per una corretta gestione di queste patologie".

01/02/2026 11:40
Da Crans Montana a La Spezia, terribili notizie dalla cronaca: come analizzare il disagio giovanile

Da Crans Montana a La Spezia, terribili notizie dalla cronaca: come analizzare il disagio giovanile

La cronaca dell’ultimo periodo ci consegnano tragedie come quella di Crans Montana in Svizzera dove tanti giovani sono morti e tanti lottano con le loro ferite per un evidente sfruttamento della loro vitalità e voglia di vivere. In due scuole ieri ed oggi ragazzi sono stati accoltellati da coetanei ed uno è morto. Sono episodi che inducono a riproporre nostre analisi già evidenziate in questa rubrica (repetita iuvant…). L’argomento è serio, serissimo. Le cronache giornaliere ci consegnano episodi di estrema gravità che riguardano i comportamenti dei giovani ed anche giovanissimi. Ci siamo occupati nelle pagine precedenti della popolazione anziana e del suo incremento con i conseguenti problemi di organizzazione sociale e tutela della salute. La popolazione giovane merita altrettanta attenzione, i giovani sono la parte più viva della società, sono il futuro, sono la parte più bella, dovrebbero essere la parte più sana. Nelle nazioni occidentali ed in particolare in Italia il numero dei giovani in percentuale sta decrescendo in conseguenza del calo della natalità che ha colpito le società più industrializzate risentendo di una crisi soprattutto di organizzazione sociale ed economica prima strisciante e poi divenuta, in certi ambiti, dirompente. Possiamo considerare come gioventù quel periodo che va dall’adolescenza fino alla prima maturità, dai 13 ai 30 anni circa. Le generazioni che intercorrono tra questi due limiti di tempo sono incappate forse nel periodo peggiore dal dopoguerra. Il modello di sviluppo economico si è basato sul consumismo e nel secolo scorso ha contribuito alla crescita di società evolute rapidamente in tutti i loro aspetti. La tecnologia ha fatto passi rapidi e da gigante invadendo la vita di ognuno di noi, dalla comunicazione all’educazione, dall’alimentazione alla gestione del tempo libero, fino alla tutela della salute. Un fenomeno gigantesco che ha contribuito a dare opportunità di visibilità e parola a tutti, ha creato un’inedita ed evoluta società moderna. Anche nel periodo migliore, almeno in Italia, quando la tecnologia non era così invasiva, qualche punto nero nello splendore di un benessere generale in espansione però si intravedeva, ma era inghiottito dall’ebbrezza e dall’eccitazione per la possibilità di avere sempre di più. Il culto quasi smisurato del denaro era evidente che stava fiaccando il valore della cultura, della morale, della tutela dell’ambiente, dei valori legati ad una società arcaica e spesso contadina che aveva sempre tutelato la famiglia e l’educazione dei più giovani. Le speculazioni edilizie con immane deturpamento ambientale, le speculazioni finanziarie con la concentrazione di grandi ricchezze nelle mani di pochi a scapito dei tanti che la ricchezza l’avevano prodotta, i mercati del vizio, per esempio droga e prostituzione, sembravano tutti mali minori, quasi fisiologici, uno scotto da pagare per l’acquisizione del benessere generalizzato. Le droghe meritano un momento di riflessione perché per i giovani hanno rappresentato e rappresentano ancora un pericolo enorme. Per una parte rilevante di loro la droga ha deteriorato la vita, spesso l’ha distrutta economicamente, intellettualmente e fisicamente e non solo la loro, ma anche quella delle persone più vicine. Se si parla di salute la tossicodipendenza ha determinato e determina gravi conseguenze neurologiche e psichiatriche, il deperimento fisico, la difficoltà di studiare o lavorare, poi la possibilità di contrarre infezioni come epatiti, AIDS, un calvario senza fine che ha annientato, e continua a farlo, milioni di giovani, peggio di una guerra. Tutto questo è potuto succedere grazie all’avidità smisurata di organizzazioni criminali che hanno iniettato nella società un “virus” devastante proprio per colpire e sfruttare i giovani. Un altro buco nero tollerato è stata la deliberata distruzione dell’ambiente con un’immane opera di cementificazione ed inquinamento che ha letteralmente stravolto l’equilibrio tra gli elementi e le forze della natura. Di questo scempio ogni giorno ne vediamo le conseguenze. Per restare ai punti neri che poi sono diventati delle vere e proprie macchie, un altro problema della nostra società opulenta è quello dell’alimentazione scorretta ed eccessiva. La fame atavica dei nostri nonni e dei nostri padri ha generato per reazione, assumendo come forma di riscatto sociale, il consumo di un’enorme quantità di alimenti non necessari ed il conseguente rischio rappresentato soprattutto per i giovani dall’obesità. L’obesità giovanile, se non si corre presto ai ripari, mina la salute per tutta la vita. È anche evidente che il modello economico e politico basato sull’espansione dei consumi doveva prima o poi entrare in crisi. Quando si ha a disposizione tutto quello che viene proposto, il meccanismo del ricambio dei beni acquisiti è più lento di quello che propone la novità e vengono a cadere una dopo l’altra le certezze, in più con il peso e il pericolo delle contraddizioni del sistema; il lavoro innanzi tutto, ma anche la scuola, la tutela della salute, il concetto di famiglia, la ricerca di una prospettiva di futuro hanno subito e stanno ancora subendo un appannamento rovinoso. Il disorientamento anche dei migliori è palpabile e drammatico, figurarsi quello di coloro che restano più indietro. La tendenza è quella di rinchiudersi in una solitudine che illude di frequentare tutto il mondo attraverso lo schermo di uno smartphone e le innumerevoli proposte di ogni tipo e valore che in esso appaiono. Le famiglie cercano in qualche modo di arginare i danni, di difendere i loro giovani, ma fino a quando e in che modo lo possono fare? Oltretutto in periodi come questo i mercati del crimine e del vizio che propongono soluzioni compensative al disagio non arretrano, anzi si espandono ed offrono prodotti sempre nuovi ed appetibili. Le droghe, l’alcool, gli “sballi” vari penetrano sempre più in una popolazione giovanile che comincia ad evidenziare le caratteristiche di uno stato di deriva. Tutto questo è un aspetto importante della salute con il rischio, speriamo solo teorico, che il grande aumento di aspettativa di vita rilevato nelle generazioni che erano giovani durante la guerra arretri ed evidenzi problematiche di salute nuove, frequenti e gravi. È della cronaca attuale la morte di tanti giovanissimi in un luogo di divertimento per il Capodanno a Crans-Montana in Svizzera. Proprio ieri ed oggi notizie di cronaca di ragazzi che si accoltellano a scuola, a La Spezia l’epilogo è stato tragico con la morte di un diciottenne. Ne parliamo con la Dottoressa Maria Stella Andreozzi, psicologa clinica che si occupa tutti i giorni di questi problemi con gli studi e confrontandosi con esempi reali. Cosa dire? Dott.ssa Andreozzi quali sono le cause dell'evidente disagio giovanile attuale? "In un mondo in continua e veloce trasformazione ai giovani di oggi è richiesto un costante e faticoso adattamento. Per spiegare questo disagio non si può non parlare dell’utilizzo che i giovani fanno dei social: una vera e propria sostituzione del mondo reale con quello virtuale, sottovalutandone le implicazioni. I giovani sembrano molto suscettibili all’illusione della facilità del successo e alla demonizzazione del fallimento. Forte è la paura di non essere all’altezza delle aspettative sociali e di non riuscire a reggere questo peso. Se da una parte ciò può degenerare in una corsa alla perfezione per non sentirsi inadeguati, dall’altra può determinare una ridotta esposizione personale a situazioni o contesti che possano generare emozioni spiacevoli e frustrazione. In entrambe le situazioni i giovani si sottraggono alla possibilità di far ‘'palestra di emozioni che possono essere vissute negativamente, ma che sono estremamente utili nel nostro vivere quotidiano, come la vergogna e la paura'".  Quali sono le problematiche più frequenti che lei rileva nei giovani? "Tra le difficoltà più frequenti troviamo appunto l’utilizzo inappropriato delle nuove tecnologie, disturbi d’ansia e depressivi, dipendenze da sostanze psicoattive, problematiche alimentari e ritiro sociale. Si configurano come vere e proprie strategie per far fronte al disagio emozionale che i giovani vivono. Ci sono rimedi che lei potrebbe suggerire? "La presa di consapevolezza di un disagio è il primo passo. Qualora si senta il bisogno di aiuto più strutturato, è fondamentale rivolgersi a professionisti della salute mentale. Ricordiamo che l’educazione parte da piccoli, a casa, e l’azione preventiva ha un grande valore protettivo".  

18/01/2026 11:10
"Influenza più aggressiva del solito, casi in aumento e picco nelle Marche": l'analisi del dottor Gobbi

"Influenza più aggressiva del solito, casi in aumento e picco nelle Marche": l'analisi del dottor Gobbi

L’influenza è una sindrome patologica che si ripete tutti gli anni. Alle porte dell’inverno è già noto il virus responsabile, si appronta un vaccino a disposizione di tutta la popolazione con particolare raccomandazione di farne uso soprattutto per bambini ed anziani e coloro che hanno delle fragilità pregresse. Negli ultimi anni l’azione patogena dell’influenza è stata sempre abbastanza blanda, quest’anno si è presentata più aggressiva con una importante incidenza e sintomatologia debilitante. Personalmente e in famiglia siamo stati colpiti, le prime avvisaglie il giorno di Natale con febbre alta, nausea, tosse stizzosa e dolori articolari. In questi giorni si sta riscontrando il picco di persone colpite. Ne parliamo con il dottor Stefano Gobbi, medico di Medicina Generale a Tolentino che ha ricevuto numerosissime chiamate dai suoi pazienti proprio per gestire una sempre più diffusa situazione influenzale. Dr Gobbi com’è la situazione? "In questo periodo c'è un aumento dei casi di influenza nella popolazione, con sintomi che vanno dalla febbre alta, tosse, dolori ossei a sintomi con nausea, dolori intestinali che mettono i pazienti a letto per qualche giorno. La tosse persistente per qualcuno rimane a lungo". Una particolare incidenza nella nostra regione? "Sembra di sì, nelle Marche si calcola che attualmente ci siano 25.000 persone a letto con l’influenza, un’incidenza tra le più alte in ambito nazionale. Da sottolineare la variante denominata K che colpisce la popolazione più debole specie cardiopatici, diabetici, bronchitici che devono essere salvaguardati. Il vaccino è efficace? "Il vaccino fatto da qualche tempo proprio per la variante K del virus che è subentrata sembrerebbe poco efficace per l’incidenza della patologia, ma in realtà permette nei soggetti malati una patologia meno impattante, cioè con sintomatologia più debole e quindi una migliore risoluzione. Quale terapia seguire? "Anzitutto si consiglia il riposo a letto, un’alimentazione leggera. La terapia consiste in farmaci antinfluenzali, antinfiammatori e fluidificanti per catarro e per calmare la tosse, riservando la terapia antibiotica solo a casi più difficili quando si sospetta un’infezione ulteriore a livello bronchitico e/o polmonare".

04/01/2026 11:30
Divertirsi con amici e parenti: gustare la buona tavola fa bene alla salute, ma attenzione!

Divertirsi con amici e parenti: gustare la buona tavola fa bene alla salute, ma attenzione!

Con la festa dell’Immacolata iniziano tradizionalmente le feste natalizie, che si protrarranno fino all’Epifania del 6 gennaio 2026. Naturalmente le giornate salienti sono la vigilia e il giorno di Natale, la sera del 31 dicembre e il giorno di Capodanno. Un mese, insomma, di feste inframmezzate da giorni di apparente normalità, arricchite però da incontri conviviali per ritrovarsi e scambiarsi gli auguri con colleghi di lavoro, amici del calcetto, iscritti ai circoli sportivi e ricreativi, frequentatori di palestre, scuole di ballo e tante altre realtà. Momenti di serenità e condivisione che culminano nell’augurarsi un buon Natale e un felice anno nuovo. C’è tanta crisi, è vero, ma a questi riti con parenti e amici non possiamo e non dobbiamo sottrarci: rappresentano un modo per esorcizzare le preoccupazioni, le ansie e le difficoltà che caratterizzano tempi complessi come quelli che stiamo vivendo. Il rituale religioso della Natività, che per i credenti diventa un’oasi di gioia e speranza, e la diffusa percezione di amicizia, solidarietà e amore, espressa attraverso auguri, abbracci e regali, si trasformano in vere e proprie iniezioni di fiducia e allegria per persone di ogni età e condizione. Dopo una simile premessa, parlare dei rischi per la salute legati agli opulenti pranzi festivi potrebbe sembrare fuori luogo. Viene più naturale sottolineare i benefici di una inevitabile trasgressione vissuta in compagnia, in un periodo in cui il benessere dell’anima e della mente assume un ruolo prioritario. Anche la soddisfazione del corpo, seppur con qualche rischio, può diventare parte di un processo virtuoso, perché il cibo come momento relazionale aiuta ad allentare le tensioni e ritemprarsi dallo stress. Affinché però questi effetti positivi si realizzino, la trasgressione deve essere vissuta con consapevolezza e amore verso sé stessi, rimanendo circostanziata e bilanciata da piccoli accorgimenti capaci di compensarne gli effetti sulla linea e sulla salute generale. Possiamo così rispondere con un sorriso ai sensi di colpa, sapendo che anche lo “strappo alla regola”, se carico di significati orientati al benessere, è una carezza che ci concediamo. Secondo le tradizioni gastronomiche, tra Natale e Capodanno, considerando vigilie e giorni festivi, si può arrivare a consumare oltre 6000 calorie. Un numero elevato, certo, ma che non deve spaventare: dopo le feste si può ridurre per qualche giorno l’apporto calorico e aumentare l’attività fisica, intensificando l’allenamento per chi già lo pratica o concedendosi qualche camminata in più per i sedentari.   Una presa di coscienza semplice e concreta, per vivere meglio e assaporare fino in fondo la bellezza di questo straordinario periodo dell’anno.

14/12/2025 10:40
"Una gioventù 'malata' o trascurata?": l'intervista alla psicologa clinica Maria Stella Andreozzi

"Una gioventù 'malata' o trascurata?": l'intervista alla psicologa clinica Maria Stella Andreozzi

L’argomento è serio, serissimo. Le cronache giornaliere ci consegnano episodi di estrema gravità che riguardano i comportamenti dei giovani ed anche giovanissimi. Ci siamo occupati nelle pagine precedenti della popolazione anziana e del suo incremento con i conseguenti problemi di organizzazione sociale e tutela della salute. La popolazione giovane merita altrettanta attenzione, i giovani sono la parte più viva della società, sono il futuro, sono la parte più bella, dovrebbero essere la parte più sana. Nelle nazioni occidentali ed in particolare in Italia il numero dei giovani in percentuale sta decrescendo in conseguenza del calo della natalità che ha colpito le società più industrializzate risentendo di una crisi soprattutto di organizzazione sociale ed economica prima strisciante e poi divenuta, in certi ambiti, dirompente. Possiamo considerare come gioventù quel periodo che va dall’adolescenza fino alla prima maturità, dai 13 ai 30 anni circa. Le generazioni che intercorrono tra questi due limiti di tempo sono incappate forse nel periodo peggiore dal dopoguerra. Il modello di sviluppo economico si è basato sul consumismo e nel secolo scorso ha contribuito alla crescita di società evolute rapidamente in tutti i loro aspetti. La tecnologia ha fatto passi rapidi e da gigante invadendo la vita di ognuno di noi, dalla comunicazione all’educazione, dall’alimentazione alla gestione del tempo libero, fino alla tutela della salute. Un fenomeno gigantesco che ha contribuito a dare opportunità di visibilità e parola a tutti, ha creato un’inedita ed evoluta società moderna. Anche nel periodo migliore, almeno in Italia, quando la tecnologia non era così invasiva, qualche punto nero nello splendore di un benessere generale in espansione però si intravedeva, ma era inghiottito dall’ebbrezza e dall’eccitazione per la possibilità di avere sempre di più. Il culto quasi smisurato del denaro era evidente che stava fiaccando il valore della cultura, della morale, della tutela dell’ambiente, dei valori legati ad una società arcaica e spesso contadina che aveva sempre tutelato la famiglia e l’educazione dei più giovani. Le speculazioni edilizie con immane deturpamento ambientale, le speculazioni finanziarie con la concentrazione di grandi ricchezze nelle mani di pochi a scapito dei tanti che la ricchezza l’avevano prodotta, i mercati del vizio, per esempio droga e prostituzione, sembravano tutti mali minori, quasi fisiologici, uno scotto da pagare per l’acquisizione del benessere generalizzato. Le droghe meritano un momento di riflessione perché per i giovani hanno rappresentato e rappresentano ancora un pericolo enorme. Per una parte rilevante di loro la droga ha deteriorato la vita, spesso l’ha distrutta economicamente, intellettualmente e fisicamente e non solo la loro, ma anche quella delle persone più vicine. Se si parla di salute la tossicodipendenza ha determinato e determina gravi conseguenze neurologiche e psichiatriche, il deperimento fisico, la difficoltà di studiare o lavorare, poi la possibilità di contrarre infezioni come epatiti, AIDS, un calvario senza fine che ha annientato, e continua a farlo, milioni di giovani, peggio di una guerra. Tutto questo è potuto succedere grazie all’avidità smisurata di organizzazioni criminali che hanno iniettato nella società un “virus” devastante proprio per colpire e sfruttare i giovani. Un altro buco nero tollerato è stata la deliberata distruzione dell’ambiente con un’immane opera di cementificazione ed inquinamento che ha letteralmente stravolto l’equilibrio tra gli elementi e le forze della natura. Di questo scempio ogni giorno ne vediamo le conseguenze. Per restare ai punti neri che poi sono diventati delle vere e proprie macchie, un altro problema della nostra società opulenta è quello dell’alimentazione scorretta ed eccessiva. La fame atavica dei nostri nonni e dei nostri padri ha generato per reazione, assumendo come forma di riscatto sociale, il consumo di un’enorme quantità di alimenti non necessari ed il conseguente rischio rappresentato soprattutto per i giovani dall’obesità. L’obesità giovanile, se non si corre presto ai ripari, mina la salute per tutta la vita. È anche evidente che il modello economico e politico basato sull’espansione dei consumi doveva prima o poi entrare in crisi. Quando si ha a disposizione tutto quello che viene proposto, il meccanismo del ricambio dei beni acquisiti è più lento di quello che propone la novità e vengono a cadere una dopo l’altra le certezze, in più con il peso e il pericolo delle contraddizioni del sistema; il lavoro innanzi tutto, ma anche la scuola, la tutela della salute, il concetto di famiglia, la ricerca di una prospettiva di futuro hanno subito e stanno ancora subendo un appannamento rovinoso. Il disorientamento anche dei migliori è palpabile e drammatico, figurarsi quello di coloro che restano più indietro. La tendenza è quella di rinchiudersi in una solitudine che illude di frequentare tutto il mondo attraverso lo schermo di uno smartphone e le innumerevoli proposte di ogni tipo e valore che in esso appaiono. Le famiglie cercano in qualche modo di arginare i danni, di difendere i loro giovani, ma fino a quando e in che modo lo possono fare? Oltretutto in periodi come questo i mercati del crimine e del vizio che propongono soluzioni compensative al disagio non arretrano, anzi si espandono ed offrono prodotti sempre nuovi ed appetibili. Droghe, alcool, “sballi” vari penetrano sempre più in una popolazione giovanile che comincia ad evidenziare le caratteristiche di uno stato di deriva. Tutto questo è un aspetto importante della salute con il rischio, speriamo solo teorico, che il grande aumento di aspettativa di vita rilevato nelle generazioni che erano giovani durante la guerra arretri ed evidenzi problematiche di salute nuove, frequenti e gravi. Cerchiamo una piccola sintesi con la dottoressa Maria Stella Andreozzi, psicologa clinica e docente contrattista all’Università di Macerata che si occupa tutti i giorni di questi problemi con gli studi e confrontandosi con esempi reali. Dott.ssa Andreozzi quali sono le cause dell'evidente disagio giovanile attuale? "In un mondo in continua e veloce trasformazione ai giovani di oggi è richiesto un costante e faticoso adattamento. Per spiegare questo disagio non si può non parlare dell’utilizzo che i giovani fanno dei social: una vera e propria sostituzione del mondo reale con quello virtuale, sottovalutandone le implicazioni. I giovani sembrano molto suscettibili all’illusione della facilità del successo e alla demonizzazione del fallimento. Forte è la paura di non essere all’altezza delle aspettative sociali e di non riuscire a reggere questo peso. Se da una parte ciò può degenerare in una corsa alla perfezione per non sentirsi inadeguati, dall’altra può determinare una ridotta esposizione personale a situazioni o contesti che possano generare emozioni spiacevoli e frustrazione. In entrambe le situazioni i giovani si sottraggono alla possibilità di far "palestra’" di emozioni che possono essere vissute negativamente, ma che sono estremamente utili nel nostro vivere quotidiano, come la vergogna e la paura".  Quali sono le problematiche più frequenti che lei rileva nei giovani? "Tra le difficoltà più frequenti troviamo appunto l’utilizzo inappropriato delle nuove tecnologie, disturbi d’ansia e depressivi, dipendenze da sostanze psicoattive, problematiche alimentari e ritiro sociale. Si configurano come vere e proprie strategie per far fronte al disagio emozionale che i giovani vivono". Ci sono rimedi che lei potrebbe suggerire? "La presa di consapevolezza di un disagio è il primo passo. Qualora si senta il bisogno di aiuto più strutturato, è fondamentale rivolgersi a professionisti della salute mentale. Ricordiamo che l’educazione parte da piccoli, a casa, e l’azione preventiva ha un grande valore protettivo".

30/11/2025 11:00
La felicità è una possibilità per tutti o un privilegio riservato a pochi?

La felicità è una possibilità per tutti o un privilegio riservato a pochi?

Il tema della felicità è sempre più attuale anche perché stiamo vivendo tempi in cui essere contenti e felici è sempre più difficile, circondati come siamo da storie brutte che rattristano sia la società che gli individui. Cerchiamo di dare un indirizzo dove possiamo trovare la felicità. La buona salute è il bene più grande, il suo valore aggiunto può essere il benessere, la cui espressione trasfigurata è la felicità. Il tema della felicità è vecchio come il mondo, uno di quei concetti impossibili da catalogare e incastonare in schemi precisi e razionali. Tanti sostengono che la felicità non esiste e che è un’illusione irraggiungibile legata ai nostri sogni o alle nostre aspirazioni impossibili. Il paradosso – dicono – è che se talvolta si avvera qualche nostro sogno o qualche nostra aspirazione, non c’è neppure il tempo per essere soddisfatti e felici, perché magari altri sogni ed altre aspirazioni appaiono all’orizzonte. Altre linee di pensiero traducono il concetto di felicità nella possibilità di poter fare tutto quello che ci piace, frutto di un percorso fatto di speculazione intellettiva ed esperienza pratica fino ad arrivare ad uno stato di pace e serenità da godere in pieno, senza condizionamenti. Qualche tempo fa mi è capitato anche di vedere uno “Speciale TG1” dedicato proprio alla felicità che tentava di dimostrare, attraverso degli esempi, che la felicità esiste, che va ricercata in noi stessi e tradotta in comportamenti coraggiosi e definitivi. Uno degli esempi era Padre Pietro, nostro conterraneo, mancato diversi anni fa, ma in tantissimi lo ricordano. Era il frate eremita che sopra le Gole dell’Infernaccio, sui Monti Sibillini, aveva costruito una chiesa con l’aiuto di amici dove viveva da solo in contemplazione della splendida natura e più “vicino a Dio” come lui diceva. Padre Pietro era felice e trasmetteva questo suo stato d’animo a chi andava a trovarlo. Altro esempio elencato da quel reportage televisivo era il guardiano del Duomo di Milano, felice dall’alto delle guglie sopra la città di accudire e sorvegliare uno straordinario patrimonio artistico oltre che simbolo spirituale. E poi anche un manager di successo che ancora giovane aveva abbandonato tutto, carriera e denaro, per andare per mare e scrivere libri. Naturalmente queste storie appassionano, sono molto suggestive, subito viene in mente di seguirne l’esempio, trovare la strada della felicità e percorrerla velocemente. Non c’è motivo di dubitarne: Padre Pietro era felice, il guardiano del Duomo di Milano e il manager pentito anche loro felici, ma quanti possono permettersi il loro percorso? O meglio: quanti hanno la capacità e la possibilità di intravedere quella via della felicità ed intraprenderla? Vuol dire che milioni e milioni di persone non possono essere mai felici? Vivere felici significa sapersi isolare dal mondo, dalle sue dinamiche, dalle sue fatiche, dalle sue miserie e ritrovarsi in uno spazio incontaminato costruito dentro di noi ed avulso da tutto quello che ci circonda? La sofferenza, il dolore, la delusione non sono affatto contemplati nel carnet dell’uomo e della donna che possono essere felici? La forza e l’impegno per superare le difficoltà non sono il presupposto essenziale per sentirsi bene una volta che l’operazione è riuscita? Esiste la felicità senza il dolore? La felicità esiste come status raggiunto e perenne o è il modo di vivere che deve essere felice? Le domande rimarranno senza risposta certa, ma se ognuno di noi cerca di perseguire i suoi ideali, la sua vocazione, con onestà, tolleranza e solidarietà verso gli altri, rispetto verso sé stessi e verso tutti, compresa la natura che ci circonda, molto suscettibile ai nostri comportamenti come dimostrano le tante preoccupazioni del mondo della scienza, forse si imbatterà in sofferenze fisiche e psicologiche di se stesso e di quelli che vivono accanto a lui, ma avrà vissuto una vita vera e degna… felice. Questo deve valere per tutti: per chi si isola in contemplazione sopra un monte, ma anche per la grandissima moltitudine di uomini e donne che ogni giorno lavorano, accudiscono i loro figli e faticano con coraggio e volontà per dare un senso compiuto alla loro vita.

23/11/2025 11:00
Diabete tipo 1 e 2: sintomi, prevenzione e consigli per la cura. Intervista al dottor Gabriele Maolo

Diabete tipo 1 e 2: sintomi, prevenzione e consigli per la cura. Intervista al dottor Gabriele Maolo

Esiste una patologia subdola, spesso silente ma che, stando agli ultimi dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), colpisce più di 537milioni di persone nel mondo che raggiungeranno 700 milioni entro il 2040 determinando in maniera più o meno diretta circa 1,5 milioni di decessi. Stiamo parlando del diabete, condizione in crescente aumento anche nel nostro Paese, dove si stima che i diabetici arriveranno ad essere 5 milioni entro il 2030. Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da iperglicemia, ovvero da livelli troppo alti di zucchero (glucosio) nel sangue. Essa può essere dovuta innanzitutto all’incapacità da parte del pancreas di produrre insulina, cioè l’ormone deputato al trasporto del glucosio nelle cellule dove viene utilizzato come fonte energetica: è questo il caso del diabete mellito di tipo 1, malattia autoimmune (poiché è lo stesso sistema immunitario a distruggere le cellule pancreatiche adibite alla produzione di insulina) che, nella maggior parte dei casi fa il suo esordio in età infantile o adolescenziale. In Italia sono circa 20.000 i bambini ed adolescenti che ne sono affetti; sono in aumento di 10/11 nuovi casi ogni 100.000 abitati/anno. In questi casi la terapia è personalizzata con la somministrazione dell’ormone insulina. Ma la forma più diffusa del diabete mellito è quella di tipo 2. In Italia questo tipo di diabete colpisce circa il 6% della popolazione adulta pari a circa 3,5/3,9 milioni di persone. La prevalenza aumenta in modo significativo con l’età superando il 15% nella fascia 65-74 anni ed il 20% negli over 85.  È per questo che nelle Marche i principali enti pubblici, in collaborazione con gli istituti di ricerca, hanno lavorato per allestire una rete diabetologica integrata, con 15 centri di diabetologia diffusi sul territorio regionale che fanno capo ad unico database clinico. Sono 80.000 i marchigiani affetti, un numero in crescente aumento che ha spinto la Regione ad aderire al progetto internazionale Cities Changing Diabetes, con l’obiettivo di valutare l’incidenza della patologia nelle diverse aree del territorio e definire un piano preciso allo scopo di salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire la malattia. In occasione della Giornata Mondiale del Diabete (14 Novembre) sono molteplici le manifestazioni per l’informazione e anche per facilitare i cittadini a sottoporsi all’esame della glicemia.  Ne parliamo con il dottor Gabriele Maolo, già Direttore dell’U.O. di diabetologia dell'ospedale di Macerata e oggi consulente del centro medico Associati Fisiomed. Dott. Maolo, quali sono i principali sintomi del diabete? "Esistono una serie di sintomi che possono considerarsi dei campanelli d’allarme: calo ponderale, dolore agli arti inferiori, astenia, fame e sete intense e frequenti, urine molto abbondanti, gengiviti, alterazioni della vista, difficile cicatrizzazione delle ferite e frequenti infiammazioni associate a prurito, soprattutto degli organi genitali. Spesso i pazienti si presentano da specialisti come l’oculista o il dentista lamentando dei fastidi e sono loro stessi a sospettare la presenza della malattia diabetica, altre volte è in unità coronarica che si scopre di essere diabetici. Tutti dovrebbero essere più attenti ed ascoltare i segnali del proprio corpo, così che la diagnosi possa essere effettuata prima che insorgano complicanze croniche, soprattutto a carico di apparato cardiovascolare, reni, occhi, nervi e del piede. Per il diabete mellito di tipo 2 l’età e il sovrappeso o obesità sono fattori di rischio importanti. Mentre invecchiare è inevitabile, il controllo del peso corporeo e la corretta alimentazione associata ad una costante attività fisica sono fattori perfettamente e facilmente modificabili." Come avviene la diagnosi? "Attraverso un prelievo del sangue. I valori di riferimento sono glicemia in qualsiasi momento > 200 mg/dl, glicemia a digiuno >= 126 mg/dl, glicemia dopo 2 ore dal carico orale di glucosio (OGTT) >= 200 mg/dl ed emoglobina glicosilata >= 6,5%". Come curare il diabete? "Innanzitutto occorre che la persona diabetica sia consapevole di dover affrontare una modifica radicale del suo stile di vita e seguire scrupolosamente la terapia farmacologica. I cardini della cura sono infatti la dieta, l’attività fisica ed i farmaci. Per quel che riguarda la dieta, non occorre eliminare intere categorie di alimenti, anzi, dovrebbe includere cibi che contengono carboidrati e non esistono evidenze che l’abituale apporto di proteine debba essere modificato se la funzione renale è normale. I grassi saturi dovrebbero costituire meno del 10% dell’apporto energetico totale e la quantità di colesterolo dovrebbe essere < 200mg/die. A queste abitudini alimentari vanno associati l’assunzione regolare dei medicinali che lo specialista riterrà opportuno prescrivere e –fondamentale- una costante attività fisica. Mentre i vecchi farmaci vanno scomparendo, nuove classi di nuovi farmaci sono state introdotte nella cura del diabete. Una classe chiamata agonisti recettoriali del GLP1 sono molto efficaci nel controllare e ridurre il peso corporeo e di conseguenza di prevenire e curare il diabete dell’adulto. Un’altra classe di farmaci, le glifozine, oltre che nel controllare i valori della glicemia sono molto efficaci nel prevenire e controllare le complicanze croniche della malattia diabetica come la patologia cardiovascolare con anche possibile mortalità, lo scompenso cardiaco e il danno renale che può portare alla dialisi. Per quanto riguarda l’attività fisica essa dovrebbe essere aerobica, di intensità adeguata al singolo paziente, da praticarsi almeno tre volte alla settimana per minimo 30 minuti per seduta". Immagino che i consigli relativi alla dieta e all’attività fisica siano validi anche parlando di prevenzione "Certamente. Prevenire una malattia significa innanzitutto conoscerla. I soggetti geneticamente predisposti devono sapere che la sedentarietà e un’alimentazione eccessiva, troppo ricca in zuccheri semplici, bevande dolci e alcooliche, grassi saturi crea una condizione di sovrappeso o di obesità che favorisce lo sviluppo del diabete mellito. Passa sempre tutto attraverso l’adozione di corretti stili di vita, anche nella prevenzione e cura di un particolare tipo di diabete come quello gestazionale".    

09/11/2025 12:30
Sessant’anni di AIRC: la ricerca che salva la vita

Sessant’anni di AIRC: la ricerca che salva la vita

Lunedì 27 ottobre con una cerimonia al Quirinale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è aperta la nuova edizione dei “Giorni della Ricerca”, la campagna nazionale dell’AIRC di cui quest’anno ricorrono 60 anni di attività. Molti mezzi di comunicazione pubblici e privati stanno ricordando il numero 45521 attraverso il quale, tramite un semplice SMS o telefonata da numero fisso o da cellulare, tutti possono contribuire al finanziamento della ricerca contro il cancro.In tantissime piazze l’8 novembre sarà possibile contribuire acquistando i cioccolatini della ricerca. Il cancro è una patologia con grande incidenza, può colpire tutti gli organi del nostro corpo, la mortalità è ancora alta, seconda solo alle patologie cardiovascolari. Se comunque fino a non molti anni fa il malato di cancro vedeva di molto ridotta la sua aspettativa di vita, oggi possiamo dire che la situazione è radicalmente cambiata. Tanti malati di cancro sopravvivono a lungo, parecchi, soprattutto per certe tipologie di tumore, guariscono; la sensazione è che siamo avviati verso un percorso virtuoso della scienza che approderà in tempi non tanto lunghi alla sconfitta del cancro. Il merito di questa esaltante aspettativa è della ricerca: l’AIRC ne è un veicolo importante che non solo riesce a procurare i fondi, ma negli ultimi 50 anni è riuscita a creare una comunicazione che stimola la prevenzione, fondamentale per le patologie oncologiche, e la diagnosi precoce, alla base per una vittoria sulla malattia. L’AIRC significa anche l’impegno di tanti ricercatori giovani e meno giovani che assaporano il piacere e la soddisfazione di vedere pian piano sgretolarsi il mito di invincibile di un’anomala e devastante mutazione di tessuti, con la grande probabilità, attraverso le metastasi, di infiltrare altri organi con una progressiva distruzione dei principi vitali. La ricerca, con applicazione, pazienza e costanza, ha trovato sempre uno spiraglio nella diagnosi e nella cura; gli spiragli hanno aperto altri spiragli e le specialità medico-scientifiche più interessate all’argomento — la radiologia, la chirurgia, la farmacologia — con una simbiosi operativa e di supporto continuo, hanno ottenuto risultati fino alla grande speranza di oggi. Gli input, le indicazioni per tutti però arrivano dagli anonimi laboratori di ricerca, dall’osservazione di un numero infinito di reazioni chimiche e biochimiche, dalle sperimentazioni tra provette e sofisticate macchine dell’ingegneria medicale. Il ricercatore, le squadre di ricercatori, elaborano un progetto, lo perseguono, devono essere pronti a persistere o cambiare strada a seconda dei risultati quotidiani. Se oggi il cancro può essere curato con una chirurgia molto conservativa, con una chemioterapia mirata e specifica priva dei devastanti effetti collaterali, se addirittura possiamo pensare ad una stimolazione del sistema immunitario che subito blocchi le cellule anomale, lo dobbiamo ai comunicati che escono da quelle stanze appartate dove uomini e donne lavorano per poter raggiungere un risultato scientifico di successo utile a tutti. A volte la vita dei ricercatori riserva sorprese inaspettate: non raramente cercavano un risultato e ne hanno scoperto per caso uno più importante. Un esempio non proprio calzante ma con tanta attinenza sono gli studi sul m-RNA per ricercare la via immunitaria contro il cancro: pur conservando la sua originaria finalità, questa ricerca è risultata essenziale per la realizzazione in tempi record di un vaccino contro il covid. La ricerca e i suoi attori sono il fulcro dello sviluppo della civiltà umana. Oggi abbiamo riservato la nostra attenzione alla ricerca medico-scientifica e specificatamente alla ricerca contro il cancro, ma la ricerca è alla base di ogni attività umana per migliorarla e per renderla più utile alla nostra vita. Escluderei da questa virtuosa compagnia tutti quelli che si adoperano per trovare le armi più sofisticate e i metodi per distruggere la vita. Ho avuto occasione, per il mio lavoro, di conoscere due tra i più grandi ricercatori della scienza medica insigniti del Premio Nobel: la professoressa Rita Levi Montalcini ed il professore Renato Dulbecco. La professoressa Montalcini in due occasioni ha cercato di spiegarmi i suoi studi sulle cellule del cervello; il professor Dulbecco, in un incontro di più di tre ore, mi parlò del DNA, dei cromosomi e del nostro patrimonio genetico. Due occasioni che non potrò mai dimenticare. Cercai di incamerare le loro nozioni, ma soprattutto rimasi colpito dal loro sguardo, dalla loro espressione serena e gentile di sognatori… i ricercatori possono trasformare il sogno in realtà.

02/11/2025 10:30
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