Sono iniziati questa mattina i lavori di asportazione dei materiali caduti al di sotto del Capannone Nervi, affidati alla ditta Unifor s.r.l. di Osimo. Il progetto di bonifica è stato redatto dall’ingegner Andrea Catena, mentre la supervisione è affidata al Responsabile Unico del Procedimento, Agnese Pirani. L’importo complessivo dell’intervento ammonta a 57.883 euro e il cronoprogramma prevede il completamento delle opere entro la fine del mese di aprile.
Una giornata di condivisione e spirito associativo quella vissuta dal gruppo Cb Tigrotto, che si è ritrovato per il tradizionale pranzo sociale e per l’assemblea annuale, occasione utile per fare il punto sulle attività svolte e avviare il tesseramento per il 2026.
La giornata è iniziata con la partecipazione alla messa, durante la quale sono stati ricordati i soci passati a miglior vita, in un momento di raccoglimento e gratitudine per chi ha fatto parte della storia dell’associazione. Successivamente i soci si sono ritrovati al ristorante Villa Anton di Recanati, dove hanno condiviso un pranzo conviviale all’insegna dell’ottimo cibo e dello stare insieme.
Con l’occasione si è svolta anche l’assemblea annuale e il tesseramento per il 2026. Al termine del pranzo ha preso la parola il presidente Matteo Compagnucci, che ha aperto il suo intervento con un semplice ma sentito: 'Grazie'. “Grazie per esserci, grazie perché siete venuti oggi - ha detto - ma grazie anche perché abbiamo fatto oltre tremila ore (3627) di servizio tra volontariato e Protezione Civile. Questo è stato possibile solamente grazie ad ognuno di voi”.
Il presidente ha poi voluto ringraziare il direttivo, sottolineando il lavoro che spesso resta dietro le quinte: "Ringrazio il Direttivo che è sempre al mio fianco e li vorrei vicino a me perché dietro ad ogni singolo servizio c’è un qualcosa di più grande che ogni componente del direttivo conosce e svolge".
Compagnucci ha quindi ricordato il valore profondo del volontariato: “Essere volontari vuol dire non essere obbligati a fare quella cosa, ma sentirsi in dovere di farla, perché è un sentimento che nasce da dentro”.
Nel suo intervento ha anche voluto riflettere sul significato stesso di essere un’associazione: "Essere associazione non vuol dire avere tante ricchezze, tanti mezzi o tanti immobili. Secondo me essere associazione vuol dire aiutarsi, condividere, volersi bene. L’associazione è fatta di persone e non di cose, di persone che hanno un unico obiettivo: aiutare gli altri".
Il bilancio dell’attività è stato positivo: “Abbiamo fatto un ottimo lavoro tra volontariato e Protezione Civile e questo è il salto di qualità che volevamo e vogliamo fare”. Guardando al percorso dell’associazione, il presidente ha ricordato anche le prospettive per il futuro: "L’anno scorso parlavo di costruire il futuro. Non è facile al giorno d’oggi, ma sono contento che nel corso dell’anno abbiamo avuto delle new entry, tra cui anche un ragazzo giovane".
Compagnucci ha poi voluto ringraziare tutti i soci anche per la fiducia accordatagli nonostante la giovane età: "Vi ringrazio perché, nonostante la mia giovane età, mi avete dato fiducia. In questi due anni spero di aver ricambiato con il mio impegno tutta la fiducia che mi avete affidato".
Un ringraziamento è stato rivolto anche alle famiglie dei volontari: “Dietro a tutto questo ci sono anche le famiglie, che sacrificano il loro tempo libero quando siamo impegnati nei servizi, e magari a casa ci sono bambini piccoli o anziani”.
Parlando delle prospettive, il presidente ha sottolineato che il futuro dell’associazione richiederà l’impegno di tutti: “Prospettive per il futuro ce ne sono, ma questo implica uno sforzo in più per tutti. Noi ce la mettiamo tutta”.
Tra gli obiettivi futuri rimane fondamentale quello della formazione. Il presidente ha ribadito l’importanza di continuare a svolgere corsi e aggiornamenti, perché le associazioni di volontariato devono restare sempre al passo con i tempi: “È fondamentale svolgere i corsi, perché le associazioni devono essere sempre al passo con i tempi”.
In chiusura, con una battuta che ha strappato un sorriso ai presenti, Compagnucci ha lanciato anche un appello: “Abbiamo bisogno di nuove leve”, ribadendo la massima disponibilità dell’associazione ad accogliere chiunque voglia diventare socio.
Il gruppo CB Tigrotto, infatti, continua a essere operativo sul territorio sia nel supporto alla Polizia Locale sia nelle attività di Protezione Civile, confermando il proprio impegno costante al servizio della comunità.
Serata ricca di colpi di scena su Affari Tuoi, con protagonista Valentina, 33 anni, titolare di un centro estetico a Porto Recanati, accompagnata dalla sorella gemella Elisa, che vive a Montefano. Single e amante delle sfide, Valentina si è presentata in studio con il pacco numero 17, pronta a tentare la fortuna insieme al conduttore Stefano De Martino e al celebre “Dottore” del programma.
Dietro la partecipazione delle gemelle c’era un desiderio chiaro: vincere abbastanza soldi per organizzare una bella vacanza con la loro comitiva di amici. La partita però non è stata affatto semplice. Il primo pacco aperto, il numero 4 della Liguria, conteneva l’invenzione di Herbert Ballerina, la “fretta di torta”. Da lì in poi, la fortuna ha voltato le spalle: quattro pacchi rossi consecutivi venivano eliminati (50mila, 75mila, 15mila e 100mila euro), lasciando solo un pacco blu da 10 euro.
Il Dottore propone un cambio pacco: Valentina lascia il 17 per il numero 12 dell’Umbria. Dopo un primo tiro fortunato, però, viene eliminato il pacco da 200mila euro. Stefano De Martino invoca il “mantra” per aiutarla, e le gemelle sembrano riprendere fiducia. Arriva una prima offerta da 19mila euro, che viene tritata senza esitazioni. Eliminati anche lo zero e i pacchi di Gennarino e Ballerina, la partita sembra girare a loro favore.
Le emozioni aumentano: rifiutano un cambio pacco e un’offerta da 25mila euro. Via anche il pacco da 20mila, fino ad arrivare al finale mozzafiato: due pacchi blu, tre rossi (tra cui il tanto ambito 300mila) e quello nero. Il Dottore alza l’offerta a 29mila euro, ma le sorelle non si fermano.
Valentina apre il pacco numero 17, quello iniziale: è il pacco nero, dal valore di 10mila euro. Poi arriva l’offerta finale del Dottore, 39mila euro. “Sono le pecora nera della famiglia, tanti sono tanti, è la scelta più difficile che abbia mai fatto finora. Io mi sento di andare avanti però, rifiuto e vado avanti”, dichiara Valentina. La decisione di continuare si rivela purtroppo un azzardo: i 300mila euro erano nel pacco numero 3. All’ultimo momento le gemelle accettano un cambio pacco: lasciano il 12 e prendono il 15. Il pacco finale contiene 10mila euro. “Almeno non torni a casa a mani vuote”, commenta De Martino.
Una partita intensa, fatta di coraggio e scelte difficili, che ha regalato a Valentina ed Elisa una serata da protagoniste e un premio comunque significativo, con tutta la provincia di Macerata che già celebra le due gemelle di Porto Recanati.
Nel corso della conversazione emerge una visione molto chiara del cinema: non come evasione, ma come uno strumento per interrogare il presente. Per Giulia Grandinetti i film più importanti sono quelli capaci di aiutare a orientarsi nel mondo e a non sentirsi soli. Una riflessione che arriva proprio alla vigilia della notte più importante per il cinema mondiale.
Tra poche ore, infatti, gli occhi dell’industria cinematografica saranno puntati sulla cerimonia degli Academy Awards, gli Oscar. Un appuntamento che quest’anno ha sfiorato da vicino anche il percorso della regista originaria di Potenza Picena, che abbiamo ospitato nel Picchio Podcast, il format di Picchio News dedicato alle figure più interessanti del territorio che hanno saputo affermarsi anche oltre i confini locali.
Negli ultimi anni il suo nome ha iniziato a circolare nei festival internazionali grazie ai suoi cortometraggi e in particolare a Majonezë, film che ha attraversato il circuito mondiale entrando nella corsa agli Oscar grazie alla vittoria in festival qualificanti, tra cui quello di Los Angeles. Ma dietro ai riconoscimenti c’è soprattutto una visione del cinema molto precisa: non tanto un traguardo, quanto un processo.
La storia di Giulia Grandinetti parte da una realtà piccola, quella di Potenza Picena. Un contesto lontano dai grandi centri cinematografici, ma proprio per questo fertile per l’immaginazione. «Da bambina passavo molto tempo a inventare giochi e storie con gli altri», racconta. «Sono cresciuta in un’epoca in cui non eravamo ancora sommersi dalla tecnologia e quella noia diventava quasi una necessità creativa».
Il primo contatto con il linguaggio delle immagini arriva presto, grazie al padre, appassionato di fotografia. A tredici anni le affida una videocamera di casa: da quel momento inizia a esplorare il mondo attraverso l’obiettivo. Non c’è però un momento preciso in cui decide di diventare regista. Piuttosto, un lungo atto di fiducia nel processo creativo. «Non ho mai creduto al risultato finale – spiega – ma alla necessità di provare. È stato un atto di fede nel processo. Ho avuto anche tanti fallimenti, ma sono stati fondamentali».
Curiosamente, una delle caratteristiche più singolari del suo percorso è proprio l’assenza iniziale di una formazione cinematografica tradizionale. «Sono cresciuta senza cinema», ammette. «Nel mio paese non c’era un cinema facilmente raggiungibile, quindi ho visto soprattutto film in televisione. Quando sono arrivata a Roma a diciotto anni per studiare recitazione mi sono accorta di avere enormi lacune».
I suoi coetanei citavano autori, correnti e film. Lei invece non aveva mai sentito nominare giganti come Fellini, Pasolini o Kubrick. «All’inizio mi sono sentita in difetto, poi ho capito che era anche una grande opportunità: potevo scoprire tutto da zero mentre iniziavo a fare i primi passi in questo mondo». Tra i pochi riferimenti dell’infanzia c’era Steven Spielberg, scoperto anche grazie alla serie Dawson's Creek, dove il protagonista Dawson Leery sognava di diventare regista.
Per Grandinetti il cinema non è mai un gesto puramente autobiografico. I film nascono piuttosto come strumenti per mettere sul tavolo domande collettive. «Cerco sempre di non parlare direttamente di me», spiega. «Mi interessa mettere al centro qualcosa che riguarda tutti e che possa far sentire le persone meno sole». Questo approccio si riflette anche nel suo modo di vivere il lavoro di regista: una continua attenzione ai dettagli. «Nella vita ho molti difetti», scherza, «ma quando faccio regia quei difetti diventano qualità. La mia pignoleria, per esempio, sul set diventa una risorsa».
Molti dei suoi lavori hanno esplorato universi distopici. Ma oggi, osservando il mondo contemporaneo, la regista ammette di sentirsi in una fase diversa. «Negli ultimi anni ho la sensazione che non ci sia più bisogno di inventare la distopia: la stiamo vivendo», riflette. Una riflessione maturata anche attraverso la lettura del sociologo Zygmunt Bauman, autore del concetto di “retrotopia”, la nostalgia per un passato percepito come più stabile rispetto a un futuro incerto. Da qui nasce una posizione sempre più esigente nei confronti del cinema. «Oggi sento il bisogno che i film si assumano una responsabilità rispetto al tempo che stiamo vivendo. Non importa il budget o la dimensione del progetto: conta la domanda che il film pone al mondo».
Il cortometraggio Majonezë è stato il progetto che più di tutti ha portato la regista marchigiana sulla scena internazionale. La partecipazione alla corsa agli Oscar è arrivata grazie alla vittoria in festival qualificanti, tra cui l’AFI Fest di Los Angeles. Da lì è partita una campagna di promozione durata circa un mese e mezzo tra New York, Los Angeles, Parigi e Londra. «Non abbiamo pensato agli Oscar come obiettivo finale», racconta.
«La cosa importante era continuare a far vedere il film». Negli Stati Uniti l’opera ha sorpreso molti spettatori per la sua natura europea e per il modo in cui è stata realizzata con mezzi limitati ma grande inventiva. «Lì sono rimasti colpiti anche dal retroscena della produzione. Noi europei spesso dobbiamo essere creativi perché abbiamo meno risorse». Il vero premio, però, non sono state le candidature o i riconoscimenti. «La cosa più bella è stata incontrare artisti con carriere straordinarie e poter parlare con loro del film. Anche solo prendere un caffè insieme e ascoltare le loro storie».
Tra gli incontri più sorprendenti del viaggio americano c’è quello con Oliver Stone, regista premio Oscar e autore di film come Platoon e JFK. Durante una cena tra amici, Stone – che aveva visto il corto – ha improvvisamente proposto un brindisi dedicato proprio a Majonezë. «Mi ha detto che trovava il film estremamente depresso e mi ha chiesto se fossi depressa anche io», racconta sorridendo. «Ma il fatto che un regista di quella statura si sia fermato a fare un brindisi per una regista emergente è stato incredibile».
Per Grandinetti momenti come questo dimostrano una cosa semplice: i grandi artisti restano profondamente umani. «Credo che abbiano bisogno di rimanere in contatto con il mondo reale. Altrimenti come potrebbero continuare a fare film che parlano del mondo?».
Dopo una trilogia di cortometraggi, la regista sta lavorando al suo primo lungometraggio, un progetto che porta avanti da diversi anni. La domanda centrale è tanto "semplice" quanto universale: che cos’è l’amore? «È un film che mi ha già insegnato moltissimo anche prima di essere girato», racconta. «Spero di realizzarlo presto». Nel cinema, del resto, il tempo ha ritmi molto diversi: tra scrittura, produzione, riprese e distribuzione possono passare anni. «È una sorta di condanna», scherza, «ma fa parte del processo».
Prima di chiudere, Grandinetti torna a parlare del territorio da cui tutto è iniziato. Le Marche negli ultimi anni stanno diventando sempre più un set cinematografico. Ma per la regista il vero valore non sta solo nei paesaggi. «Quando si sceglie un luogo per un film bisogna sentire che ha a che fare con la storia che si sta raccontando», spiega.
Secondo lei la regione custodisce un elemento ancora poco esplorato: una dimensione quasi mistica. «Le Marche hanno un’energia particolare che spesso viene raccontata solo come cartolina. In realtà c’è molto di più da indagare».
E forse è proprio qui che si misura il senso del percorso di Giulia Grandinetti. Non nei premi, nei festival o nella corsa agli Oscar che ha accompagnato Majonezë, ma nella domanda che continua a inseguire attraverso il cinema: che cosa può ancora dirci un film sul mondo che stiamo vivendo?
Per la regista marchigiana il cinema non è una fuga dalla realtà, ma uno spazio in cui provare a rimettere ordine dentro un tempo confuso. Un luogo dove porre domande, accendere discussioni, creare incontri. Anche scomodi. È forse questo il paradosso più affascinante del suo percorso: partire da una piccola città delle Marche, senza una vera educazione cinematografica alle spalle, e arrivare a dialogare con alcuni dei protagonisti del cinema mondiale.
Ma senza perdere quella stessa curiosità con cui, a tredici anni, prendeva in mano per la prima volta una videocamera per provare a raccontare una storia.
Perché alla fine, più che la carriera o il successo, ciò che sembra muovere davvero il suo lavoro è un’altra urgenza: continuare a cercare immagini e storie capaci di restituire un senso al presente. Anche quando quel senso, come accade spesso nel cinema migliore, non arriva come una risposta ma come una domanda che resta aperta.
MACERATA – Non si placa la polemica sulla gestione della colonia felina del cimitero cittadino. Dopo i recenti comunicati dell'amministrazione comunale (leggi qui) e i verbali dell'AST (leggi qui), che parlavano di una situazione sotto controllo e di una popolazione felina stabile, arriva la ferma replica di Anna Maria Simonelli, promotrice della petizione che ha raccolto l'impressionante cifra di oltre 25.800 firme.
La Simonelli contesta punto su punto le versioni ufficiali, definendo le dichiarazioni di Comune e associazione Argo come "poco verosimili". Secondo la promotrice, i sopralluoghi effettuati dagli organi competenti non sarebbero in grado di fotografare la realtà. "L’Ast, con un sopralluogo di pochi minuti, non può valutare seriamente lo stato di salute dei felini - spiega Simonelli - poiché i gatti sono solitamente nascosti e si mostrano solo a chi li accudisce davvero bene. Abbiamo video che dimostrano come gli animali accolgano chi se ne occupa quotidianamente, e non si tratta dei volontari dell'associazione incaricata".
Il punto centrale della contestazione riguarda proprio il merito della buona salute degli animali riscontrata dai veterinari. "Se i gatti sono in forma - attacca Simonelli - è merito di persone di buon cuore che forniscono cibo di qualità ogni giorno e puliscono i residui, a differenza di quanto dichiarato su Argo, che secondo alcune testimonianze somministrerebbe cibo solo una volta a settimana. Sono i privati a farsi carico di cure, sterilizzazioni e vaccinazioni presso ambulatori veterinari privati, agendo secondo coscienza per aiutare animali in difficoltà".
La replica affronta anche il tema del decoro cimiteriale. La Simonelli definisce "assurdo" pretendere che gli animali non lascino tracce del loro passaggio o che vengano addestrati a usare postazioni specifiche. "L’unica soluzione per chi non tollera tali disagi è che i responsabili, siano essi il Comune o l'associazione incaricata, provvedano a migliorare la pulizia generale del cimitero, che spesso versa in condizioni di incuria indipendentemente dalla presenza dei gatti".
In chiusura, la Simonelli rilancia: "Se la convivenza nel cimitero non è tollerata, il Comune provveda a spostare la colonia in un luogo idoneo e attrezzato, un rifugio adeguato al cui allestimento potrebbero partecipare economicamente anche i privati". La battaglia delle 25 mila firme, dunque, non si ferma qui. "A questa petizione verrà dato sicuramente un seguito - conclude - per accertare la correttezza delle modalità con cui viene svolto l'incarico di gestione della colonia".
Quando si inizia un percorso nutrizionale, la prima aspettativa è quasi sempre la stessa: vedere il peso scendere sulla bilancia. È comprensibile, perché per anni il dimagrimento è stato valutato quasi esclusivamente attraverso un numero. Tuttavia, la ricerca scientifica degli ultimi anni ha messo in luce un concetto sempre più importante: migliorare il proprio corpo non significa necessariamente pesare meno.
Il nostro organismo è costituito da diversi tessuti, tra cui massa muscolare e massa grassa, che svolgono ruoli distinti ma complementari. Il muscolo, metabolicamente attivo, contribuisce alla regolazione della glicemia, al metabolismo e all’utilizzo dell’energia. Anche il tessuto adiposo ha un ruolo attivo: oltre a immagazzinare energia, produce ormoni e molecole che influenzano il metabolismo e la comunicazione tra organi. Oggi l’attenzione si concentra più sull’equilibrio e sulla qualità di questi tessuti che sul semplice peso corporeo, e per questo nei percorsi di dimagrimento si parla sempre più spesso di ricomposizione corporea.
La ricomposizione corporea è il processo attraverso cui la massa grassa diminuisce mentre la massa muscolare aumenta o viene preservata. In questa situazione il peso totale può cambiare poco, ma la qualità della composizione corporea migliora in modo significativo. Il corpo diventa più tonico, le circonferenze possono ridursi e il metabolismo può funzionare meglio, anche se la bilancia non mostra grandi variazioni.
Questo fenomeno è ben documentato in letteratura scientifica. Numerosi studi mostrano che quando alimentazione equilibrata e attività fisica, in particolare l’allenamento di forza, vengono combinate, il corpo può ridurre il grasso corporeo e allo stesso tempo mantenere o aumentare la massa muscolare. È proprio questo equilibrio che rappresenta uno degli obiettivi più importanti dei moderni percorsi nutrizionali.
La ricomposizione corporea è particolarmente frequente nelle persone sedentarie che iniziano ad allenarsi, in chi riprende l’attività fisica dopo un periodo di pausa o in chi ha una percentuale di grasso relativamente elevata. In questi casi il corpo risponde rapidamente agli stimoli dell’esercizio e dell’alimentazione, migliorando la propria composizione anche senza grandi cambiamenti nel peso.
Per favorire questo processo entrano in gioco alcuni fattori chiave: un’alimentazione adeguata, un apporto proteico sufficiente e l’attività fisica regolare, soprattutto esercizi che stimolano la muscolatura. Anche il sonno e uno stile di vita equilibrato contribuiscono a sostenere questi adattamenti fisiologici.
Il messaggio più importante, quindi, è che la bilancia non sempre racconta tutta la storia. Valutare la salute e i progressi di un percorso nutrizionale significa guardare anche ad altri parametri, come la percentuale di massa grassa, la massa muscolare o la circonferenza della vita.
In altre parole, dimagrire non significa necessariamente pesare meno. A volte significa qualcosa di più importante: perdere grasso, preservare il muscolo e costruire un corpo più sano e metabolicamente più efficiente.
È stato pubblicato nei giorni scorsi il bando per la selezione di operatori volontari da impiegare nei progetti di Servizio Civile Universale. I giovani tra i 18 e i 28 anni possono presentare domanda entro le ore 14 dell’8 aprile per partecipare ai programmi che si svolgeranno tra il 2026 e il 2027. Nel territorio di Morrovalle sono disponibili due progetti per un totale di sette posti.
Il primo progetto, intitolato “Im-patto giovani”, prevede quattro posti e avrà durata di 12 mesi. Le attività si svolgeranno presso la ludoteca Amici & Co., dove i volontari saranno impegnati in diverse iniziative a sostegno dei più giovani. In particolare dovranno garantire il servizio di pre-scuola nei plessi scolastici, collaborare nelle attività dei centri di aggregazione per l’infanzia e l’adolescenza, contribuire all’organizzazione delle attività estive e supportare i servizi di accompagnamento al trasporto scolastico. Previsto inoltre un affiancamento alle attività educative degli asili nido.
Il secondo progetto, “Social point”, mette invece a disposizione tre posti e si svolgerà presso il Comune di Morrovalle. I volontari selezionati affiancheranno gli uffici impegnati nelle politiche sociali e nelle politiche giovanili, partecipando anche alle attività di progettazione sociale e progettazione finanziata, oltre alla gestione di progetti e all’organizzazione di eventi.
Gli operatori volontari selezionati sottoscriveranno un contratto che prevede un assegno mensile di 519,47 euro, cifra che potrà essere aggiornata in base alla variazione Istat.
Le domande di partecipazione devono essere presentate esclusivamente online attraverso la piattaforma dedicata raggiungibile all’indirizzo https://domandaonline.serviziocivile.it, accessibile da pc, tablet e smartphone.
Giovedì pomeriggio, una mia amica mi scrive: "Domenica piove di nuovo. Organizzo cena a casa. Otto persone. Regola: telefoni in un'altra stanza. Vieni?"
"Vengo" rispondo. E penso: ecco, questo è il 2026. Ci abbiamo messo dieci anni, ma finalmente abbiamo capito.
Il paradosso dell'iperconnessione solitaria
Stamattina leggo la notizia: WhatsApp vuole lanciare profili per gli under 13. Bambini che ancora non sanno allacciarsi le scarpe, ma avranno uno stato da aggiornare.
E mentre succede questo, gli adulti cosa fanno? Scappano. Cercano disperatamente modi per socializzare senza schermi. A Parma c'è un Silent Book Party che fa il tutto esaurito ogni due settimane. Cento persone. In silenzio. A leggere libri. Insieme.
Lo capisci il paradosso? Diamo WhatsApp ai tredicenni mentre noi paghiamo per stare in una stanza con estranei senza parlare. Solo per non essere soli davanti a uno schermo.
I dati dicono che quasi un quarto dei giovani tra 18 e 29 anni si sente solo. Non perché non hanno contatti. Ma perché hanno solo contatti digitali. E quelli non bastano. Non sono mai bastati.
Soft socializing: la socialità a bassa pressione
Il termine nuovo è "soft socializing". Suona figo, ma è solo un modo complicato per dire: stare insieme senza stress.
Niente cene top dove devi vestirti bene e sembrare interessante. Niente aperitivi dove devi fare networking. Niente eventi dove devi postare per dimostrare che ci sei.
Soft socializing è: pizza sul divano, porta un amico, nessuna aspettativa. È: running club che poi diventa cena insieme. È: festa di quartiere dove i vicini diventano amici veri, non solo gente che saluti per educazione.
È socialità analogica. Lenta. Imperfetta. Quella che non fa like ma fa stare bene.
Questo weekend piove (ed è perfetto)
Avevamo già riposto i maglioni di lana. Pensavamo che la primavera fosse arrivata. Invece no. Piove ancora. Weekend freddo. Maglioni di nuovo addosso. E sai cosa? Forse è la cosa migliore che potesse capitare.
Perché quando c'è il sole, senti la pressione di uscire. Di fare qualcosa di instagrammabile. Di non sprecare la giornata bella. Ma quando piove? Nessuna aspettativa. Puoi restare a casa. Puoi chiamare gente. Puoi fare le pizze al formaggio per Pasqua. Puoi stare sul divano per ore senza sentirti in colpa.
La pioggia è la scusa perfetta per il soft socializing. Per quella socialità vera che non devi documentare. Che non devi ottimizzare. Che esiste anche se nessuno la vede.
Come organizzare un weekend "soft social" (che funziona davvero)
Primo: INVITA POCHE PERSONE.Tre, quattro, massimo otto. Se inviti venti persone diventa evento. E gli eventi hanno aspettative.
Secondo: TELEFONI VIA.Regola non negoziabile. O li lasci in un'altra stanza, o li metti in una scatola all'ingresso. Ma via. Perché se anche una persona controlla Instagram, rompi la magia.
Terzo: NIENTE PERFORMANCE CULINARIA.Non devi cucinare come Cracco. Pizza d'asporto va benissimo. Pasta al pomodoro va benissimo. Il punto non è il cibo. È stare insieme.
Quarto: GIOCHI ANALOGICI, NON DIGITALI.Carte. Giochi da tavolo. Anche solo parlare. Ma niente Netflix passivo dove tutti guardano lo schermo e nessuno si guarda.
Quinto: IL TEST FINALE.Se alla fine della serata ti senti pieno, non svuotato, hai fatto soft socializing. Se ti senti stanco perché hai dovuto "performare", hai sbagliato tutto.
La verità finale
Questo weekend piove. Puoi fare quello che avresti dovuto fare dieci anni fa: chiamare gente. Stare insieme. Senza telefoni. Senza documenti. Senza pubblico.
Solo tu, loro, e una socialità così vera che non serve postarla per credere che sia successa.
Un nuovo passo avanti nel percorso di ricostruzione post-sisma riguarda il Comune di Tolentino. L’Ufficio Speciale Ricostruzione ha infatti approvato il progetto esecutivo per il ripristino e il rafforzamento sismico dell’edificio residenziale di edilizia pubblica in via Nenni, di proprietà dell’Erap Marche, con un finanziamento complessivo di 2.721.009 euro.
Il commissario alla ricostruzione Guido Castelli sottolinea l’importanza dell’intervento: «Con questo progetto la ricostruzione pubblica compie un ulteriore avanzamento, restituendo un immobile strategico per l’offerta abitativa sociale e migliorando la sicurezza strutturale e la qualità dell’abitare. L’edilizia residenziale pubblica rappresenta un settore nodale per la ripartenza dell’entroterra marchigiano colpito dal sisma, e proseguiremo su questa strada grazie al costante apporto dell’Erap, dell’Usr e della Regione Marche guidata dal presidente Acquaroli».
Anche il sindaco di Tolentino Mauro Sclavi ha espresso apprezzamento: «A nome mio e di tutta la città ringrazio il commissario Castelli per l’attenzione continua dedicata al nostro territorio. L’edilizia popolare è fondamentale perché riguarda le fasce più deboli della popolazione, quelle che hanno maggiore bisogno di risposte concrete. A lui va il nostro plauso».
L’edificio in questione ospita 24 unità abitative distribuite in quattro corpi collegati da un nucleo centrale. La struttura in cemento armato, con tamponature in laterizio, coperture piane e altezze fino a otto livelli, ha subito danni diffusi a causa del sisma, tra cui fessurazioni delle pareti esterne e interne, distacchi delle tamponature e vulnerabilità localizzate.
Il progetto prevede interventi mirati al ripristino della piena agibilità e al miglioramento del comportamento sismico dell’edificio. Tra i lavori principali figurano l’adeguamento delle tamponature con sistemi antiribaltamento, il confinamento di pilastri e nodi strutturali, il ripristino dei calcestruzzi ammalorati e la sistemazione delle tramezzature interne. I lavori comprenderanno anche il ripristino di impianti e finiture, oltre a interventi di efficientamento energetico, come la coibentazione dell’involucro e la sostituzione degli infissi.
Le tensioni nell’area del Golfo Persico non restano confinate alle cronache internazionali. Gli effetti iniziano a farsi sentire anche nel turismo locale, dove le agenzie di viaggio registrano un aumento delle richieste di informazioni, qualche disdetta e soprattutto la necessità di ripensare itinerari e scali. Il nodo non riguarda tanto le destinazioni finali, quanto i grandi hub del traffico aereo del Medio Oriente, come Dubai e Doha, snodi fondamentali per i collegamenti tra Europa e Asia.
«Ci stanno chiamando diverse persone che dovevano partire e ci stanno ripensando o cercando di cambiare destinazione. Vogliono essere rassicurati anche sulle mete dove non c’è conflitto», spiega Fabrizio Domizioli della Domizioli Viaggi. Un fenomeno che racconta molto del rapporto tra percezione del rischio e informazione. «Le persone si spaventano facilmente. Ci fanno domande anche su destinazioni che non hanno alcun problema. In realtà, se non c’è uno sconsiglio ufficiale della Farnesina, si può viaggiare tranquillamente». Tuttavia qualche cancellazione c’è stata, soprattutto per ragioni pratiche. «Abbiamo avuto delle disdette perché i clienti avevano lo scalo a Dubai o a Doha. In quei casi abbiamo consigliato l’annullamento e proposto alternative».
Più che la sicurezza delle destinazioni, a pesare è l’incertezza nei collegamenti aerei. «Verso Oriente passano una marea di voli da quegli aeroporti», spiega Domizioli.
«L’80% dei voli passa da lì». Questo significa che anche mete lontane dal conflitto rischiano di essere indirettamente coinvolte. «Per esempio le Maldive sono uno dei posti più tranquilli del mondo e sono in mezzo all’oceano, ma se devi transitare da quegli aeroporti inevitabilmente si crea qualche ansia e qualche difficoltà».
Domizioli sottolinea anche la differenza tra chi prenota tramite agenzia e tour operator e chi organizza il viaggio autonomamente. «Le persone che avevamo in viaggio sono tornate più o meno tutte, chi con più disagi e chi con meno. Noi come agenzia e come tour operator siamo obbligati a garantire protezioni a tutti senza far pagare un centesimo e anche eventuali soggiorni extra in albergo vengono coperti dalle assicurazioni e dai tour operator». Un aspetto che può fare la differenza in situazioni di emergenza. «Chi ha prenotato da solo ha dovuto gestire tutto per conto proprio. Chi invece ha viaggiato con noi è rientrato senza costi aggiuntivi, magari con qualche disagio o con un rientro posticipato, ma senza problemi».
Sul fronte delle disdette, però, le regole sono precise. «Non si possono fare cancellazioni semplicemente per paura», chiarisce Domizoli. «La paura è soggettiva e nessuna assicurazione la rimborsa». Le polizze di annullamento coprono infatti solo situazioni specifiche. «Le assicurazioni che facciamo per eventuali annullamenti sono legate a motivi di salute imprevedibili al momento della partenza oppure a problemi reali nella destinazione, come un conflitto o un aeroporto chiuso». Per questo motivo negli ultimi tempi le compagnie assicurative stanno effettuando controlli più accurati. «Visto che stanno arrivando molte richieste di annullamento per motivi di salute, stanno chiedendo documentazioni mediche sempre più precise per evitare che qualcuno inventi malattie solo per cancellare il viaggio».
Secondo Domizioli, la reazione dei viaggiatori italiani appare più prudente rispetto a quella di altri Paesi europei. «Parlando con fornitori che lavorano in Egitto o in altre zone tranquille, mi dicono che i più paurosi siamo noi italiani», racconta Domizioli. «Spagnoli, inglesi e francesi continuano a partire serenamente, mentre noi abbiamo tante ansie spesso non del tutto fondate». Un atteggiamento che tende però a ridimensionarsi con il tempo. «È successo anche con il conflitto russo-ucraino: all’inizio si era fermato tutto, poi con il passare dei mesi le persone hanno iniziato a convivere con la situazione».
Una linea di prudenza condivisa anche da Sabina Cecarini della Agenzia Viaggi Cecarini. «Fortunatamente in questo periodo non avevo clienti che volavano con compagnie come Emirates o Etihad Airways», spiega. I tour operator stanno comunque riorganizzando i collegamenti. «Le alternative che stanno proponendo sono voli con Neos, ma giorno per giorno arrivano nuove comunicazioni di sospensione per i Paesi coinvolti».
Al momento alcune partenze risultano sospese fino al 22 marzo per rotte che transitano da Oman, Qatar, Emirati e Arabia Saudita. La prudenza ha portato anche a cambiare l’offerta in agenzia. «Avevo molte richieste per Dubai e Abu Dhabi, ma ho preferito toglierle anche dalla vetrina». Per ora non si registrano cancellazioni di massa, ma cresce l’incertezza. «Non ho avuto disdette vere e proprie», precisa Cecarini, «ma molti clienti stanno ripensando ai viaggi programmati nei prossimi mesi».
Tra le destinazioni che continuano ad attirare interesse ci sono soprattutto Giappone e Thailandia, ma con rotte alternative. «Si cercano voli che non passino da Qatar, Dubai o Abu Dhabi e nemmeno con compagnie molto utilizzate come Turkish Airlines, perché anche l’aeroporto di Istanbul è stato coinvolto».
Su un punto le agenzie maceratesi sono concordi: la prima cosa da fare prima di partire è verificare sempre le informazioni ufficiali. Il riferimento è il portale della Farnesina Viaggiare Sicuri, che aggiorna quotidianamente la situazione geopolitica nei diversi Paesi del mondo. Consultare il sito – e registrare il proprio viaggio – permette di conoscere eventuali criticità e di essere contattati dalle autorità italiane in caso di emergenza. «Molti consigliano di registrarsi anche con l’app nel momento in cui vai all’estero per ricevere aggiornamenti live. Non costa nulla e fai sapere alla Farnesina dove sei e gli diamo una possibilità di darci una mano».
Intanto le agenzie di viaggio del territorio continuano a monitorare giorno per giorno l’evolversi della crisi. Perché, come dimostra ancora una volta questa fase di tensione internazionale, nel turismo globale basta che si chiuda uno snodo strategico del traffico aereo per far cambiare rotta ai viaggiatori di mezzo mondo.
È il giorno che Macerata attendeva da decenni: la fine ufficiale delle code estenuanti davanti al passaggio a livello. Il sindaco Sandro Parcaroli e l’assessore ai lavori pubblici Andrea Marchiori hanno annunciato l’inaugurazione ufficiale e l’apertura al traffico del nuovo sottopasso di via Roma, prevista per giovedì 19 marzo alle ore 15:00. Alla cerimonia prenderanno parte le massime autorità civili, regionali, militari e religiose, a sottolineare la portata storica e strategica dell’infrastruttura.
L’apertura segna la conclusione di un periodo di sacrifici per la cittadinanza, che ha dovuto affrontare la chiusura del tratto stradale da e per Sforzacosta, ricorrendo a percorsi alternativi e sopportando inevitabili disagi. L'amministrazione vuole ringraziare pubblicamente i residenti e i pendolari per la pazienza dimostrata, sottolineando come l'attesa trovi ora risposta in un’opera risolutiva per la fluidità del traffico e la sicurezza stradale.
"Non inauguriamo semplicemente un’opera pubblica, ma restituiamo ai maceratesi il proprio tempo - ha dichiarato l’assessore Andrea Marchiori -. Siamo consapevoli dei sacrifici affrontati dai cittadini, ma erano il prezzo necessario per eliminare per sempre le attese davanti alle sbarre. Il sottopasso è la dimostrazione tangibile di una buona amministrazione capace di realizzare interventi complessi in sinergia con i grandi enti nazionali e regionali, ricucendo finalmente il tessuto urbano".
A partire dal pomeriggio di giovedì, il traffico tornerà a scorrere senza interruzioni in questa zona nevralgica della città. Oltre alla drastica riduzione dei tempi di percorrenza per migliaia di automobilisti, l'opera garantirà un sensibile miglioramento della qualità dell'aria, eliminando le emissioni causate dalle lunghe soste a motore acceso.
La Conferenza regionale ha approvato il progetto di ricostruzione e ampliamento del Centro socio-sanitario di Gabella Nuova, nel comune di Sarnano, in provincia di Macerata. La struttura sarà destinata a Centro diurno socio-educativo riabilitativo per disabili e a Residenza socio-sanitaria assistenziale.
L’intervento, proposto dall’Unione Montana dei Monti Azzurri, riguarda un complesso gravemente danneggiato dagli eventi sismici del 2016 e del 2017. L’area è composta da due corpi di fabbrica che, sulla base delle valutazioni tecniche effettuate, saranno demoliti e ricostruiti con ampliamento. L’obiettivo è quello di garantire standard strutturali, sismici e funzionali in linea con la normativa vigente.
Il progetto, ritenuto conforme al quadro normativo attuale e agli obiettivi di ricostruzione delle strutture socio-sanitarie del territorio, prevede un investimento complessivo di 4.179.034 euro.
“Il complesso di Gabella Nuova rappresenta un presidio socio-sanitario fondamentale per il territorio montano e la sua ricostruzione, modernizzazione e ampliamento consentiranno di restituire ai cittadini un servizio essenziale, indispensabile per la tutela delle persone con disabilità -spiega il commissario alla ricostruzione, Guido Castelli - Con l’approvazione della Conferenza regionale, l’intervento ottiene il via libera formale richiesto per procedere alla successiva fase amministrativa, che culminerà con l’approvazione del progetto esecutivo e con l’assegnazione del contributo. Ringrazio per il puntuale lavoro tutte le componenti coinvolte, tra cui l’Ufficio Speciale Ricostruzione e la Regione Marche guidata dal presidente Acquaroli”.
Soddisfazione è stata espressa anche dal sindaco di Sarnano, Fabio Fantegrossi, che ha sottolineato il valore sociale dell’intervento per il territorio e per le famiglie coinvolte.
“Un ringraziamento al Commissario straordinario Guido Castelli e la sua struttura, nonché all’Unione Montana e del suo presidente Giampiero Feliciotti. Una struttura che è di fondamentale importanza per tanti ragazzi, per ritrovare quegli spazi, ridare dignità e tutela, nonché supporto anche alle famiglie” aggiunge il sindaco Fabio Fantegrossi.
La nuova struttura potrà accogliere fino a 20 posti residenziali e 15 posti destinati al centro diurno, permettendo così il ripristino e il potenziamento dei servizi socio-assistenziali già presenti in passato. Il progetto prevede una chiara suddivisione e organizzazione degli spazi per le due attività, mantenendo al tempo stesso aree comuni funzionali e assicurando accessibilità, sicurezza e adeguamento sismico.
Anche gli spazi esterni saranno riqualificati con la realizzazione di nuove aree parcheggio, percorsi pedonali, zone verdi e sistemazioni a supporto degli utenti e degli operatori.
Per la Primavera/Estate 2026 Tombolini presenta Family Holiday, la nuova collezione dedicata ai momenti di relax, alle vacanze in famiglia e alle fughe del weekend. Un guardaroba contemporaneo, essenziale e raffinato che interpreta l’eleganza maschile con uno spirito disinvolto e funzionale, pensato per accompagnare l’uomo in ogni destinazione.
Protagoniste della collezione sono le iconiche giacche Zero Gravity Holiday, capi simbolo del marchio marchigiano. Leggere e impalpabili, sono realizzate in tessuti altamente traspiranti e, in alcune versioni, anche resistenti all’acqua. L’innovativa costruzione sartoriale è arricchita da dettagli funzionali, come le pratiche bretelle interne che permettono di indossare la giacca a spalla, garantendo comfort e praticità senza rinunciare allo stile.
Accanto alle giacche, la collezione propone t-shirt e polo in filo di Scozia e seta, camicie a maniche corte dalla costruzione impeccabile e pantaloni dal taglio moderno con zip invisibili e coulisse regolabili. Ogni capo è studiato per offrire libertà di movimento, leggerezza e versatilità, adattandosi con naturalezza sia al tempo libero sia alle occasioni più ricercate.
Con Family Holiday, Tombolini interpreta il trend del relaxed tailoring, una visione dell’eleganza contemporanea che unisce la tradizione sartoriale del brand con un approccio più informale e dinamico. Il risultato è una collezione che celebra il lusso della semplicità, pensata per uno stile capace di accompagnare ogni viaggio, dentro e fuori stagione.
Il futuro del mattatoio di Villa Potenza continua a tenere banco. Dopo la decisione del Tribunale di sospendere la vendita e revocare l’aggiudicazione dell’impianto e mentre la politica prova a fare chiarezza con l’istituzione di una commissione di inchiesta votata nell’ultimo Consiglio comunale di Macerata, cresce la preoccupazione degli allevatori, che chiedono certezze e tempi rapidi. Per molti di loro la struttura rappresenta un presidio indispensabile per l'intera filiera zootecnica.
Tra le voci che si levano dal territorio c’è quella di Cristina Castignani, allevatrice di Trodica, che racconta tutta la sua amarezza dopo gli ultimi sviluppi. La prospettiva della chiusura annunciata dal Cozoma entro il 31 marzo ha colto di sorpresa molti operatori del settore. "Ci sono rimasta male quando ho saputo che il mattatoio Cozoma deve chiudere, perché c’era stata questa prospettiva: era andato all’asta ed era stato comprato. Anche io, come allevatrice, avevo reinvestito nell’acquisto dei vitelli proprio perché pensavo che avremmo potuto continuare a macellare qui a Macerata".
La decisione del Tribunale di annullare l’aggiudicazione ha però cambiato completamente lo scenario. "Quando si viene a dire che l’asta viene annullata e si fanno altri passaggi, noi allevatori ci sentiamo un po’ presi in giro - continua Castignani -. Non troviamo una corrispondenza tra quello che è stato detto in passato e quello che succede oggi".
Per l’allevatrice il tema delle responsabilità è centrale. "Ognuno deve prendersi la propria responsabilità. La Provincia, se voleva prendere il mattatoio, doveva presentarsi all’asta. Prima sembra di sì, poi no, 'poi forse lo riprendiamo'. Per noi allevatori questa situazione non è sostenibile".
Il problema, spiegano gli operatori del settore, non riguarda soltanto l’esistenza di una struttura ma l’equilibrio di tutta la filiera locale. Avere un mattatoio vicino agli allevamenti significa ridurre i tempi di trasporto degli animali e garantire condizioni migliori anche per la qualità finale della carne. "Il mattatoio deve stare vicino agli allevamenti, perlomeno entro un certo raggio - sottolinea Castignani -. Il trasporto lungo crea stress per gli animali e questo porta anche a una perdita di qualità delle carni per il consumatore finale".
Un altro elemento spesso sottovalutato riguarda la fase successiva alla macellazione. "È importantissimo non solo macellare ma anche conservare bene le carni - aggiunge -. Le celle frigorifere e lo stoccaggio sono fondamentali per garantire un prodotto di qualità a chi lo compra. Per gli allevatori questo mattatoio ha delle comodità, come la stalla di sosta, l'ampiezza dello stabile e i frigoriferi, che in molti altri mattatoi della zona non ci sono. Il mattatoio di Camerino è chiuso, quelli di Sefro e Loro Piceno sono piccoli e lontani".
Secondo quanto raccontano gli allevatori, le difficoltà del consorzio che gestisce l’impianto sarebbero legate anche ai costi di gestione sempre più pesanti, sostenibili solo con contributi regionali. Ma senza certezze sulla proprietà della struttura diventa difficile programmare qualsiasi intervento. "La Regione può dare un contributo quando c’è stabilità nella gestione - spiegano dal settore -. Se però non si sa nemmeno di chi sarà la proprietà, è normale che nessuno possa affidare risorse senza garanzie".
Tra chi guarda con forte preoccupazione agli sviluppi della vicenda c’è anche Michele Ciarrocca, allevatore di Corridonia. "È un problema grande per tutta la filiera bovina di cui facciamo parte, siamo tanti allevatori", afferma. La situazione, racconta, è diventata sempre più complessa negli anni tra passaggi di gestione e decisioni rimaste sospese.
Per questo motivo gli allevatori chiedono che la questione venga affrontata con urgenza e con decisioni chiare: "Questo mattatoio è indispensabile per noi, altrimenti si chiude - ribadisce Ciarrocca -. Se chiude il mattatoio rischiano di chiudere anche gli allevamenti".
Una preoccupazione che riguarda non solo le aziende agricole ma l'intero sistema agroalimentare del territorio, dove la presenza di strutture di filiera è considerata essenziale per mantenere viva la produzione locale. Ed è proprio da qui che parte l’appello degli allevatori: "Serve una soluzione stabile e serve adesso, perché il tempo sta finendo".
A partire da martedì 10 marzo 2026, la stazione dei Arma dei Carabinieri di Civitanova Marche Alta sarà temporaneamente trasferita dall’attuale sede di via Montefogliano 14.
Il presidio verrà infatti ripiegato presso la sede del comando compagnia dei Carabinieri di Civitanova Marche, situata in via Carnia 9, dove continueranno a essere garantite tutte le attività istituzionali.
Nonostante lo spostamento della sede, il servizio al pubblico resterà attivo negli stessi orari già in vigore, così da assicurare continuità nell’assistenza ai cittadini del territorio.
Il trasferimento ha carattere temporaneo e non comporterà interruzioni nelle attività operative e di ricezione dell’utenza.
Rimarrà invariato anche il numero telefonico della stazione, che continuerà ad essere 0733/890114.
Modifiche temporanee alla viabilità in via Montecavallo, a Tolentino, per consentire operazioni di carico e scarico di materiali edili legate alla demolizione di un edificio
Con un’apposita ordinanza, il Comune ha disposto alcune variazioni alla circolazione per la giornata di martedì 10 marzo 2026, nella fascia oraria compresa tra le 8.30 e le 12.
Nel dettaglio, nel tratto di strada antistante l’immobile interessato dai lavori, all’altezza del civico 37, sarà istituito il divieto di transito veicolare, ad eccezione dei mezzi d’opera della ditta incaricata degli interventi.
Sempre in via Montecavallo, nel tratto compreso tra il civico 71 e via Adriana, la circolazione sarà consentita esclusivamente ai veicoli dei residenti. Nel tratto tra il civico 83 e via Antonio Gramsci, invece, sarà temporaneamente istituito il doppio senso di marcia per permettere ai residenti di raggiungere e lasciare le proprie abitazioni.
Per agevolare le manovre dei veicoli lungo una carreggiata particolarmente stretta, è stato inoltre disposto il divieto di sosta con rimozione forzata in Piazza Valtieri e lungo via Montecavallo fino al civico 71.
La ditta incaricata dei lavori dovrà provvedere alla delimitazione dell’area di cantiere per impedire l’accesso ai pedoni e garantire la sicurezza, oltre all’installazione della segnaletica temporanea necessaria a indicare divieti, obblighi e percorsi alternativi.
La segnaletica di preavviso relativa alle modifiche alla viabilità dovrà essere posizionata almeno 24 ore prima nelle strade che intersecano via Montecavallo, così da informare gli automobilisti della chiusura e consentire l’utilizzo di percorsi alternativi. Al termine dei lavori, la ditta dovrà inoltre provvedere alla rimozione della segnaletica temporanea e al ripristino delle normali condizioni di sicurezza per la circolazione veicolare e pedonale.
C’è un modo di abitare i luoghi che non passa per le grandi dichiarazioni, ma per la costanza dei gesti quotidiani. A Caldarola, dove il profilo del paesaggio porta ancora i segni profondi del sisma, l’Hotel Ristorante Tesoro rappresenta oggi un punto fermo, l’unico presidio della ristorazione in un centro che gradualmente sta dando segnali di ripresa. Lo si nota varcando la soglia a metà giornata: la sala è animata dal viavai quotidiano degli operai e dei tecnici impegnati nei numerosi cantieri della ricostruzione che punteggiano il Comune, una clientela che qui trova il ristoro necessario dopo ore di lavoro.
La storia di questo ristorante è una storia di donne. Una genealogia di competenza che ha trovato la sua espressione più sorprendente in Asia, la figlia di Sonia. Nel 2020, mentre il mondo si fermava a causa della pandemia e Asia aveva appena vent’anni, la scelta di assumere la gestione dell’attività avrebbe potuto sembrare una sfida azzardata. In un’età in cui spesso si cerca altrove la propria strada, lei ha scelto di raccogliere quella tracciata dalla sua famiglia, portando con sé una dedizione silenziosa e una maturità rara.
Oggi, Asia lavora fianco a fianco con la madre Sonia, coordinando una squadra composta interamente da personale femminile; una scelta che conferisce al locale un’impronta distintiva di cura e precisione. Chi entra al ristorante percepisce immediatamente questa sintonia: non è un’enfasi ostentata, ma una passione che trapela dall'ordine dei tavoli, dall'accoglienza mai distratta e dalla capacità di far sentire ogni ospite a "casa". È un’energia che il pubblico sembra ricambiare con puntualità: il locale è costantemente pieno, sia a pranzo che a cena, scandendo il ritmo di una comunità che qui ritrova i piatti della tradizione e i sapori di un tempo. Una scelta controcorrente, quella di chiudere nel weekend, che ribadisce un’identità chiara e una gestione consapevole dei tempi del lavoro e della vita.
A proposito di attenzione verso l’universo femminile e l'accoglienza, domenica 8 marzo, l'Hotel Ristorante Tesoro accoglierà- a cena- la conclusione di una giornata che si aprirà al Teatro di Caldarola con il concerto della Opus One Big Band, un evento solidale dedicato a una famiglia afghana giunta in Italia grazie ai corridoi umanitari e accolta dall'associazione La Goccia ODV di Macerata. Sarà un’occasione per riflettere, attraverso testimonianze dirette, sulla condizione delle donne in Afghanistan, proprio nel giorno dedicato ai loro diritti.
L'Hotel Ristorante Tesoro è la dimostrazione che, in un territorio che deve ricostruire anche i propri spazi di incontro, la costanza di una famiglia e la cura della gestione possono ancora fare la differenza, offrendo un luogo dove il buon cibo torna a essere un momento di condivisione e di speranza.
Venerdì sera, una mia amica mi scrive: "Barbara, domenica è l'8 marzo. Ho già ricevuto 15 gif di mimose su WhatsApp. Sai quante persone mi hanno chiamata davvero nell'ultimo mese? Due."
Eccolo qua. Il riassunto perfetto di come abbiamo trasformato la festa della donna in uno show digitale vuoto.
L'otto marzo delle gif e dei post generici
Domani sarà un diluvio. Gif di mimose. Post motivazionali. "Auguri a tutte le donne forti". Frasi copiate da qualche template. Torte gialle fotografate per le stories. E dietro tutto questo: il nulla cosmico.
Perché la verità è questa. La maggior parte di quei messaggi non sono per te. Sono per chi li manda. Per dire "Ho fatto la mia parte". Per mettere la spunta sulla casella "8 marzo celebrato". Per non sembrare quello che ha dimenticato.
Ma tu, donna che ricevi quelle mini clip, cosa te ne fai? Ti senti vista? Ti senti capita? O ti senti solo parte di un invio multiplo?
In Giappone riparano le crepe con l'oro
C'è un'arte giapponese che si chiama kintsugi. Quando una ceramica si rompe, non la buttano. La riparano con l'oro. Perché la crepa non va nascosta. Va valorizzata. È la parte più preziosa della storia.
A Roma, alla Nuvola, 21 donne hanno prestato il loro volto per raccontare violenza e rinascita. Con le loro cicatrici d'oro. Crepe vere. Storie vere. Zero filtri. Zero performance.
E questa è la differenza. Le donne vere hanno kintsugi addosso. Crepe riparate con fatica. Cicatrici che raccontano battaglie. Ma quelle crepe non stanno bene su Instagram. Non sono instagrammabili. Non generano like.
Allora cosa facciamo? Nascondiamo le crepe. Postiamo mimose. E facciamo finta che basti.Domani i social saranno pieni. Post aziendali che celebrano "le nostre donne". Foto di gruppo con scritta "Girl Power". Dediche generiche a "tutte le donne straordinarie".
E mentre succede questo, quante di quelle donne straordinarie si sentiranno davvero viste? Quante riceveranno una telefonata vera, non una gif? Quante verranno ascoltate davvero, non solo taggate in un post?
Perché il punto è questo. Esserci non è postare. Esserci è chiamare. È chiedere come stai davvero. È ascoltare la risposta anche se dura venti minuti. È esserci quando non c'è festa, quando non c'è data, quando non c'è pubblico.
Come celebrare senza performare
Primo: se vuoi fare gli auguri a una donna, chiamala. Non mandarle una gif. Non taggarla in un post motivazionale. Chiamala. E chiedi come sta. Sul serio. Non per educazione.
Secondo: se posti qualcosa, che sia vero. Non copiare frasi fatte. Non fare il post aziendale obbligatorio. Se non hai niente da dire che venga dal cuore, non dire niente. Il silenzio è più dignitoso della performance.
Terzo: celebra le donne che hai vicino nei giorni normali. Non l'8 marzo. Il 12 aprile. Il 3 giugno. Il 27 novembre. Quando non c'è festa. Quando non c'è pubblico. Quando conta davvero.
La verità che brucia
L'8 marzo non è diventato una festa vuota perché la gente è cattiva. È diventato vuoto perché abbiamo confuso celebrare con documentare.
Crediamo che mandare una gif significhi "ci tengo". Che postare una frase significhi "ti vedo". Che mettere un cuore sotto una foto significhi "ti sostengo".
Ma non funziona così. Le donne non hanno bisogno di gif. Hanno bisogno di essere ascoltate. Non hanno bisogno di torte fotografate. Hanno bisogno di essere viste. Con le loro crepe. Con il loro kintsugi. Con tutto quello che non sta bene su Instagram.
Domani sarà l'8 marzo. E tu hai due scelte.
Puoi mandare cinquanta gif di mimose. O puoi fare una telefonata vera.
Scegli. Ma sappi che solo una delle due conta davvero.
Nuove risorse per la ricostruzione di Camerino. La cabina sisma presieduta dal commissario straordinario alla ricostruzione Guido Castelli ha approvato un incremento dei finanziamenti destinati a due interventi strategici nel centro storico della città.
Il provvedimento consente di adeguare la programmazione economica dei progetti sulla base degli aggiornamenti emersi durante le fasi istruttorie e di progettazione esecutiva, garantendo così la continuità dei lavori.
Nel dettaglio, l’ordinanza prevede un aumento di 575 mila euro per l’intervento di riparazione dei danni e miglioramento sismico del parcheggio meccanizzato di viale Emilio Betti. Il finanziamento complessivo sale così a 1.890.555,40 euro.
Un incremento più consistente riguarda invece il progetto di restauro dell’edificio di via Varino Favorino, ex sede della Banca delle Marche, che sarà destinato a ospitare la Biblioteca Valentiniana. L’adeguamento del quadro economico porta l’investimento complessivo a 7,1 milioni di euro rispetto ai 2,5 milioni inizialmente previsti.
Complessivamente l’ordinanza autorizza nuove risorse per oltre 5 milioni di euro, che saranno finanziate attraverso la contabilità speciale dedicata alla ricostruzione post-sisma.
«Continuiamo a sostenere la rinascita di Camerino intervenendo su infrastrutture e luoghi simbolo della vita urbana e culturale – ha dichiarato il commissario Castelli –. Il parcheggio di viale Betti rappresenta un servizio fondamentale per la funzionalità del centro storico, mentre il recupero dell’ex sede della Banca delle Marche consentirà di restituire alla città la Biblioteca Valentiniana, presidio culturale di grande valore». Castelli ha inoltre ringraziato per la collaborazione il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, l’Ufficio speciale per la ricostruzione e il sindaco di Camerino Roberto Lucarelli.
Soddisfazione espressa anche dal primo cittadino Lucarelli, che ha parlato di «un passo avanti significativo per la ricostruzione pubblica della città». Il sindaco ha sottolineato come il completamento del parcheggio meccanizzato permetterà di portare a termine un progetto rimasto a lungo incompiuto, migliorando l’accessibilità e la fruibilità del centro storico e di piazza Cavour anche attraverso il riutilizzo degli ascensori del percorso meccanizzato.
Per quanto riguarda l’ex sede della Banca Marche, il nuovo finanziamento consentirà invece di realizzare un intervento più ampio e adeguato alle esigenze della futura sede della Biblioteca Valentiniana, restituendo alla città uno dei suoi più importanti presìdi culturali.
La Polizia di Stato di Macerata ha annunciato delle aperture straordinarie dello sportello dell’Ufficio Immigrazione della Questura, situato in via Annibali 110 a Piediripa, per facilitare l’utenza e ridurre i tempi di attesa.
Mercoledì 11 marzo, dalle 14.30 alle 17.30, lo sportello sarà a disposizione esclusivamente per la consegna dei permessi di soggiorno e delle carte di soggiorno già pronti. Sabato 14 marzo, dalle 9.00 alle 12.00, l’Ufficio Immigrazione riceverà esclusivamente le istanze di rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno per la “protezione emergenza Ucraina”.
L’iniziativa rientra nell’impegno costante della Polizia di Stato a garantire servizi più efficienti e accessibili, con particolare attenzione alle esigenze dell’utenza. L’azione mira a snellire le procedure e a ridurre le lunghe file, segnalate anche in un nostro servizio giornalistico, che talvolta iniziavano già dalle prime ore del mattino.
Gli utenti sono invitati a prendere nota di queste aperture straordinarie per agevolare lo svolgimento delle pratiche e contribuire a un corretto flusso presso gli sportelli.