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Paolo Crepet allo Sferisterio: "Chi s'accontenta soffre. La vita si costruisce dall'imperfezione, non sull'algoritmo che ci dice ciò che vogliamo sentire"

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Alla domanda: «Professor Crepet, cos’è per lei l’anima?», con un sorriso che non ti aspetti, risponde: «Dipende… ognuno ha la propria, io ho la mia e lei ha la sua». Paolo Crepet arriva sul palco dello Sferisterio vestito di arancione e verde, con in sottofondo la musica dei Pink Floyd che cantano "Another Brick in the Wall". Una scenografia cromatica e sonora che anticipa la forza provocatoria delle sue parole, a partire da una buona notizia d’attualità: la decisione che vede Meta chiamata a rispondere e a pagare per i danni arrecati ai ragazzi, un primo segnale di tutela per le giovani generazioni.

Crepet attinge subito al bagaglio dei ricordi personali. Rievoca quando, da ragazzo, il padre lo costrinse ad andare a Londra: un giovane di provincia che improvvisamente scopriva lo Speakers’ Corner – il tempio della libertà di parola – e l'impatto culturale della minigonna. «Un bambino inquieto è interessante» sostiene lo psichiatra; per poter costruire una buona vita fin da giovani bisogna uscire dalla bolla protettiva dei genitori e affrontare qualche tribolazione. Non averne significa adagiarsi nell’illusione che l'esistenza sia comoda, anestetizzando la crescita.

La perfezione, spiega Crepet, è negativa. La cerchiamo continuamente, come se la bellezza dovesse per forza coincidere con essa. Il progresso ci porta a non guardare la frattura, che è invece esattamente ciò che accade nella realtà.

A questo proposito, condivide un ricordo: «Quando abitavo in India e lavoravo in un college nel Punjab, al confine con il Pakistan, andai in un tempio in mezzo alla foresta. Prima che facesse notte, mentre tornavo al villaggio, vidi tutte le scimmie sugli alberi che andavano nella stessa direzione, verso una radura. C’era uno scimmione capo avanti e tutti gli altri dietro che, mentre guardavano il sole scendere, piangevano commossi di fronte a un giorno che non sarebbe più tornato». Da quell'immagine arcaica imparò un insegnamento fondamentale: la gratitudine per ogni singolo giorno e la profonda dignità nella fragilità del commuoversi.

Il discorso si sposta poi sul presente e sul futuro imminente. Crepet parla dell’avvento dei robot, che saranno sempre più numerosi, ed ironizza amaro sulla possibilità di trovarci circondati da tassisti, camerieri e bidelli robotizzati, mettendoci in guardia dall’alienazione di una realtà che, così concepita, perderebbe il sapore della spontaneità dei rapporti umani.

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Ritorna più volte sulla critica all'iperprotezione genitoriale. Dice senza mezzi termini che i padri e le madri che accompagnano costantemente i figli al liceo in macchina sono «rincoglioniti», poiché li privano dell’esperienza di poter andare in motorino per far colpo su un’ipotetica Giulia, a cui chiedere un passaggio che lei magari rifiuterà. Un rifiuto che si rivelerà necessario per scoprire ed elaborare la frustrazione, oltre che per comprendere che l’amore è fatto di tentativi.

«Mia nonna marchigiana mi diceva sempre: “Badati!”, ovvero arrangiati!». Bisogna lasciare che i ragazzi crescano anche da soli, per alimentare il fuoco della loro creatività. Solo dalle imperfezioni dell’esperienza nascono le emozioni dalle quali si impara e si cresce, mentre la perfezione ci limita. Dai fatti concreti si crea la vita.

Crepet è convinto che la tecnologia abbia introdotto un profondo cambiamento antropologico. E questo nuovo mondo non gli piace: ha creato degli zombie che chattano in continuazione ma non si conoscono più, incapaci di confrontarsi con il vuoto. La speranza è che ci siano ancora dei giovani disposti a tracciare la propria strada in maniera meno scontata, rivendicando l’unicità dell’individuo. E questo lo si può fare solo trovando la propria anima.

Ironizza osservando come la chat dell’intelligenza artificiale ti dica esattamente ciò che vorresti sentirti dire, mentre l’amico vero ti sveglia dalle tue convinzioni e smentisce i tuoi autoinganni, invece di alimentarli come fa l'algoritmo. L’ironia resta la parte più interessante di noi e l’arte del parlarsi consiste nell'ascoltare senza la mania di dover definire e classificare tutto.

Sul finale, Crepet demolisce un vecchio proverbio: «Chi s’accontenta gode? Che cavolata! Chi s’accontenta soffre! Insegniamo, invece, ai giovani a essere intrepidi!».

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