Aggiornato alle: 13:25 Sabato, 22 Agosto 2026 poche nuvole (MC)
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Grazie per il tuo prezioso contributo: quando il commento profuma di ChatGPT

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L’altro giorno pubblico un post e, dopo poco, arriva un commento. Lo leggo e dice così: “Grazie per aver condiviso questa preziosa riflessione, la tua analisi offre spunti davvero stimolanti che arricchiscono il dibattito e invitano a una profonda considerazione sul tema”.

Lo leggo. Poi lo rileggo.

Educatissimo, impeccabile, neanche una virgola fuori posto. Ed è proprio lì che mi viene il dubbio: ma il mio post l’hai letto davvero oppure l’hai semplicemente dato in pasto a ChatGPT chiedendogli di rispondere al posto tuo?

Perché ormai esiste un vero e proprio mood: il commento che profuma di intelligenza artificiale. Lo riconosci subito, ha un tono sempre molto educato, una lunghezza perfetta, parole importanti distribuite al punto giusto. Spesso parte con un “che riflessione stimolante” o con un “grazie per questo prezioso contributo”, continua dicendo cose apparentemente profondissime senza entrare mai davvero nel merito e termina con qualche solenne invito a “continuare a coltivare il dialogo”.

Tutto giusto. Forse troppo.

Ed è proprio questo che mi fa sorridere e, allo stesso tempo, riflettere. Perché un commento dovrebbe essere uno dei momenti più umani dei social: il punto in cui una persona vera si ferma davanti a quello che hai scritto e reagisce. Magari con una frase imperfetta, magari con un errore di battitura, magari semplicemente dicendo: “Questo mi ha fatto pensare a mia madre”. Eppure, in quelle poche parole, senti che dall’altra parte c’è qualcuno che ha letto davvero e ha sentito il bisogno di dirti qualcosa.

Un commento autentico può essere buttato là, frettoloso, persino grammaticalmente discutibile. Non importa, se nasce da una reazione vera, arriva dritto. Quello perfettino, lucidato, ruffiano, invece lascia spesso una sensazione strana: è cortese, è elegante, ma potrebbe stare sotto qualsiasi post. Ed è proprio lì che perde valore.

Naturalmente il problema non è ChatGPT. Sarebbe piuttosto curioso che fossi io a demonizzare l’intelligenza artificiale. La uso, la studio, la consiglio e penso che oggi chi lavora nella comunicazione debba conoscerla molto bene. Il punto non è usarla o non usarla. Il punto è capire come usarla e, soprattutto, quando.

Tra farsi aiutare e farsi sostituire passa una bella differenza.

Hai un pensiero, sai cosa vuoi dire, ma vuoi esprimerlo meglio? Benissimo. Chiedi all’intelligenza artificiale di aiutarti a renderlo più chiaro, più sintetico, magari anche più elegante. Quello è un uso intelligente dello strumento. Ma se il pensiero non c’è e chiedi alla macchina di inventarlo al posto tuo, il risultato cambia completamente.

Può essere perfetto, può suonare benissimo, può sembrare autorevole, solo che non sei tu.

E sui social, dove siamo già sommersi da contenuti, parole, reazioni e commenti, aggiungere altro rumore educatissimo non serve a nessuno.

La mia regola sul bon ton dell’intelligenza artificiale, alla fine, è molto semplice: l’AI può aiutarti a trovare le parole. Il pensiero, però, devi mettercelo tu.

L’ordine è tutto. Perché quando c’è un’idea vera dietro, l’intelligenza artificiale può persino valorizzarla, aiutarti a darle forma, renderla più efficace. Quando manca l’idea, invece, può soltanto confezionare molto bene il nulla cosmico. E il nulla, anche se scritto in modo impeccabile, resta il nulla.

Quindi la prossima volta che un post ti piace davvero, prova con il metodo più rivoluzionario del momento: scrivi quello che pensi. Anche in due righe, anche senza parole perfette.

Un “mi hai fatto pensare a…” scritto da te vale molto più di un “prezioso contributo alla riflessione collettiva” scritto da qualcun altro.

Anche se quel qualcun altro è bravissimo a scrivere!

CHIC / NON CHIC

CHIC: usare ChatGPT per migliorare un’idea che hai avuto tu.
NON CHIC: chiedergli un post, copiarlo e pubblicarlo senza neppure rileggerlo.

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