La prima pioggia dopo l'estate
C’è un momento preciso in cui l'estate smette di essere attesa per diventare, già, ricordo. All’improvviso giunge un acquazzone che spezza l'incantesimo della bella stagione, costringendoci a chiudere quelle finestre lasciate spalancate per mesi. Così, insieme a esse, finiamo per chiuderci un po’ anche noi.
Il fragore, la luce, le risate, i corpi esposti al sole, tutto sfuma in pochi minuti. La terra, dopo una lunga estate arida, riceve assetata l'acqua piovana, mentre l'aria sembra finalmente alleggerirsi dagli eccessi.
La natura si rilassa e ci richiama all’ordine, invitandoci a ritirarci nelle nostre case per raccogliere quelle energie che, fino a quel momento, abbiamo disperso nel mondo esterno. Si fa strada un senso di sollievo entro quella soglia domestica che torna a delimitare il confine che ci protegge dalla realtà fuori. La pioggia ci libera dall’ansia di esserci, dal dovere sociale di godere di ogni singolo istante di luce.
Ci autorizza a fare spazio a una dimensione più intima, immersa nel silenzio. Il «dolce rumore della pioggia» di cui scriveva Paul Verlaine arriva al cuore e rallenta il ritmo del quotidiano, lasciando decantare i pensieri per far posto a un nuovo progetti.
La socialità delle piazze cede il passo alla solitudine delle pareti domestiche, portando con sé anche un inevitabile senso di vuoto, che svela le fragilità rimaste in pausa nei mesi caldi. Sentirsi di colpo soli, mentre fuori tutto tace e s'imbruna, è il prezzo necessario di questo passaggio.
La pioggia ci riconnette con le nostre mancanze, mentre l’anima diventa malinconica. In questo vuoto apparente, però, non c'è soltanto assenza, ma uno spazio sacro in cui guardarsi per davvero, qui la coscienza ritira la propria energia dal mondo esterno per integrarla nell’intimo. Questo ritiro protetto ci permette di riconoscerci in una nuova versione di noi stessi, arricchita dall'esperienza estiva, prima che l'inverno chieda il resto.

poche nuvole (MC)
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