La nuova moda del ciuccio per adulti: la società infantilizzata
Sta largamente prendendo piede una nuova moda, che va diffondendosi direttamente dal Brasile: è la moda degli adulti che usano il ciuccio. Aveva ragione Lukács, allorché sosteneva che nel capitalismo la vita avvizzisce tra alienazione e stravaganza. La nuova moda testimonia in modo adamantino del regressus ad pueritiam del nostro tempo: la civiltà tecnocapitalistica è l’evo dell’infantilizzazione generale, in forza della quale tutti si diventa eterni bambini senza mai essere adulti e maturi.
Il fanciullo, come notava Aristotele, è colui il quale ha il logos solo in potenza, e che pertanto deve restare sotto la giurisdizione e la tutela degli adulti. Il "parco umano" al tempo del capitalismo globalizzato figura in effetti come un Kindergarten allargato, in cui i soggetti sono infanti a tempo determinato e vivono "come color che son sospesi". L
La società si riconfigura, così, nell’inedita forma di un immenso luna park, popolato da adulti infantilizzati sine die e da bambini dalla crescita negata, condannati a quella "depauperizzazione psicologica" che li porta a desiderare tutto, fuorché una società altrimenti strutturata. Con le parole del Nietzsche della seconda delle Considerazioni inattuali, l’abitatore della cosmopoli mercificata lavora alacremente "nella fabbrica delle utilità generali" allo scopo di "non diventare mai un uomo maturo".
Sotto il cielo, regna oggi un generale infantilismo intriso di avidità puerile: il bambino non sopporta autocontrollo ed educazione del limite, né accetta gratificazione ritardata o senso della legge e dell’interdizione. Ancora, non sopporta ordine razionale che disciplini il principio di piacere. Era nel vero Pasolini, allorché sosteneva che i "personaggi principali" del "penitenziario del consumismo" erano i giovani.
Il capriccio puerile del tempo dell’egocrazia nega alla radice l’idea stessa della mancanza come condicio humana: esige incondizionatamente di avere tutto a sua disposizione nell’immediato spazio dell’hic et nunc del godimento scevro di interdizioni e di differimenti. Tale è la condizione del puer eternus in balia della sindrome di Peter Pan.
La società del turbocapitalismo planetario mira, per questo, a una infantilizzazione integrale dell’uomo, secondo il principio di una vera e propria regressione psichica dominata dal principio del pathos. In virtù di questo regressus ad pueritiam, si impone il nuovo infantilismo consumistico neoedonista, in cui domina la pulsione all’acquisto immediato e al consumo senza interdizioni.
Anche in questa chiave si spiega l’adiaforizzazione generalizzata che la civiltà dei consumi genera su vasta scala: i suoi sudditi, i consumatori apolidi, sono pervasi dal senso di indifferenza e di apatia, nel trionfo iperbolico di quella figura che Simmel chiama blasé e che Benjamin appella flâneur. La meccanica dei desideri della civiltà dei consumi, in effetti, ci vuole tutti eternamente bambini e desideranti, votati al consumo di merci e all’incapacità di conoscere l’esperienza del limite.
Poiché il padre – come sottolineato ad esempio da Lacan – è la figura che educa il fanciullo alla legge e al senso della misura, non stupisce che la nostra civiltà voglia annientare ogni determinazione del padre e fare in modo che i bambini non crescano mai e mai apprendano il senso del limite e della legge. Chiamano lotta contro il patriarcato quella che semplicemente è la lotta contro la figura del padre, coerente con il dispositivo della civiltà dei consumi e della sua infantilizzazione allargata del parco umano. La nuova moda giunta dal Brasile appare dunque perfettamente consona al carattere della nostra civiltà occidentale, o meglio uccidentale. La situazione è tragica, ma non seria.
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