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Macerata, dottorato honoris causa a Dante Ferretti: "E che ve devo dì, grazie di tutto" (FOTO)

Macerata, dottorato honoris causa a Dante Ferretti: "E che ve devo dì, grazie di tutto" (FOTO)

La cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico numero 733 dell'Università di Macerata si è trasformata nel Dante Ferretti show al momento del conferimento del dottorato honoris causa in Umanesimo e tecnologie al maestro del cinema italiano, che ha compiuto 80 anni lo scorso 26 febbraio.

Lo scenografo, tre volte premio Oscar per "The Aviator" e "Hugo Cabret" di Martin Scorsese e "Sweeney Todd" di Tim Burton, è arrivato in piazza Vittorio Veneto dopo la notte della 95° edizione degli Academy Awards con lo spirito ironico che lo caratterizza. «Sono contento di ricevere questo riconoscimento», dice alla stampa scherzando, «anche se pensavo mi dessero dei soldi». La navata della cattedrale di San Giovanni, dove si è svolta la cerimonia vera e propria, era gremita di professori, studenti e cariche istituzionali.

Alla direttrice della Scuola di dottorato di ateneo, la professoressa Laura Melosi, il compito di ricordare la biografia e i numerosi successi del maestro Ferretti: «Nato a Macerata il 26 febbraio del 1943, è uno di quei maceratesi che dalla provincia si sono aperti al mondo, come Matteo Ricci, come Giuseppe Tucci, certo sotto un profilo diverso dal loro, ma non meno implicato con la comprensione profonda dell’umano e di ciò che umano non è».

Dall'autobiografia "Immaginare prima", curata da David Miliozzi e pubblicata sul finire del 2022, contenente i ricordi del bombardamento del 3 aprile 1944 che colpì durante il capoluogo di provincia marchigiano, ai numerosi sodalizi professionali stretti con i registi più importanti del panorama cinematografico internazionale tra i quali Pier Paolo Pasolini, Elio Petri, Marco Ferreri, Federico Fellini, Terry Gilliam, Franco Zeffirelli e Anthony Minghella.

Al creatore dei labirinti di scale di Piranesi nel "Il nome della rosa" di Jean-Jacques Annoud, che già nel 2007 aveva ricevuto dall'ateneo maceratese la laurea ad honorem in Scienze della comunicazione, il magnifico rettore John McCourt ha consegnato la pergamena del nuovo dottorato honoris causa e lo stemma dell'università.

Poi il maestro si è seduto di fronte al pubblico della navata per dialogare con il docente di cinema e critico cinematografico Anton Giulio Mancino. È stato allora che Dante Ferretti ha preso la parola e ha dato libero sfogo ai ricordi e alla saggezza accumulata in 60 anni di carriera.

«Le cose troppo perfette finiscono per risultare finte», ha esordito nel suo discorso. «Ogni volta che devo ricostruire qualcosa, faccio sempre qualche errore, ma è proprio questo che rende l'effetto del reale. Quando si va in giro per strada, infatti, se si fa attenzione, si nota che c'è sempre qualcosa che non va, come un palazzo fuori posto. Quindi più errori si fanno, più la scenografia sembra vera».

Perfetta la scelta della cattedrale di San Giovanni come luogo dove celebrare l'occasione. «Questa è la mia parrocchia», ha ricordato il maestro Ferretti, «mi ricordo ancora molto bene quando ero chierichetto qui. Tutt'ora, di notte, sogno la città di Macerata completamente vuota, e io che cammino per le sue vie».

Nel flusso di coscienza dell'ideatore delle ambientazioni di "Salò e le 120 giornate di Sodoma", non sono mancate anche delle chicche risalenti ai suoi esordi. «Ricordo il periodo in cui con Luigi Scaccianoce, di cui ero assistente scenografo, lavoravamo al "Satyricon". A un certo punto, Federico Fellini ci chiamò: gli serviva un grigio particolare per una scena. Scaccianoce gliene fece vedere diversi, ma niente. Allora io presi da terra un pezzo di cartone e chiesi: "Questo può andare?". Mi rispose di sì e mi permise di finire il "Satyricon" da solo».

Con la vittoria di quattro British Academy Film and Television Awards, quattro David di Donatello, tredici Nastri d’argento e numerosissimi altri premi, Dante Ferretti è l'esempio di come un sogno, con la forza di volontà e la giusta dose di genio creativo, può avverarsi. «A 12 anni», ha ricordato il maestro, «sono passato davanti a Cinecittà e ho detto "Voglio fare il cinema". Sembrava impossibile, e invece eccomi qua».

 

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