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Tante mimose digitali e zero telefonate

Tante mimose digitali e zero telefonate

Venerdì sera, una mia amica mi scrive: "Barbara, domenica è l'8 marzo. Ho già ricevuto 15 gif di mimose su WhatsApp. Sai quante persone mi hanno chiamata davvero nell'ultimo mese? Due."

Eccolo qua. Il riassunto perfetto di come abbiamo trasformato la festa della donna in uno show digitale vuoto.

L'otto marzo delle gif e dei post generici

Domani sarà un diluvio. Gif di mimose. Post motivazionali. "Auguri a tutte le donne forti". Frasi copiate da qualche template. Torte gialle fotografate per le stories. E dietro tutto questo: il nulla cosmico.

Perché la verità è questa. La maggior parte di quei messaggi non sono per te. Sono per chi li manda. Per dire "Ho fatto la mia parte". Per mettere la spunta sulla casella "8 marzo celebrato". Per non sembrare quello che ha dimenticato.

Ma tu, donna che ricevi quelle mini clip, cosa te ne fai? Ti senti vista? Ti senti capita? O ti senti solo parte di un invio multiplo?

In Giappone riparano le crepe con l'oro

C'è un'arte giapponese che si chiama kintsugi. Quando una ceramica si rompe, non la buttano. La riparano con l'oro. Perché la crepa non va nascosta. Va valorizzata. È la parte più preziosa della storia.

A Roma, alla Nuvola, 21 donne hanno prestato il loro volto per raccontare violenza e rinascita. Con le loro cicatrici d'oro. Crepe vere. Storie vere. Zero filtri. Zero performance.

E questa è la differenza. Le donne vere hanno kintsugi addosso. Crepe riparate con fatica. Cicatrici che raccontano battaglie. Ma quelle crepe non stanno bene su Instagram. Non sono instagrammabili. Non generano like.

Allora cosa facciamo? Nascondiamo le crepe. Postiamo mimose. E facciamo finta che basti.
Domani i social saranno pieni. Post aziendali che celebrano "le nostre donne". Foto di gruppo con scritta "Girl Power". Dediche generiche a "tutte le donne straordinarie".

E mentre succede questo, quante di quelle donne straordinarie si sentiranno davvero viste? Quante riceveranno una telefonata vera, non una gif? Quante verranno ascoltate davvero, non solo taggate in un post?

Perché il punto è questo. Esserci non è postare. Esserci è chiamare. È chiedere come stai davvero. È ascoltare la risposta anche se dura venti minuti. È esserci quando non c'è festa, quando non c'è data, quando non c'è pubblico.

Come celebrare senza performare

Primo: se vuoi fare gli auguri a una donna, chiamala. Non mandarle una gif. Non taggarla in un post motivazionale. Chiamala. E chiedi come sta. Sul serio. Non per educazione.

Secondo: se posti qualcosa, che sia vero. Non copiare frasi fatte. Non fare il post aziendale obbligatorio. Se non hai niente da dire che venga dal cuore, non dire niente. Il silenzio è più dignitoso della performance.

Terzo: celebra le donne che hai vicino nei giorni normali. Non l'8 marzo. Il 12 aprile. Il 3 giugno. Il 27 novembre. Quando non c'è festa. Quando non c'è pubblico. Quando conta davvero.

La verità che brucia

L'8 marzo non è diventato una festa vuota perché la gente è cattiva. È diventato vuoto perché abbiamo confuso celebrare con documentare.

Crediamo che mandare una gif significhi "ci tengo". Che postare una frase significhi "ti vedo". Che mettere un cuore sotto una foto significhi "ti sostengo".

Ma non funziona così. Le donne non hanno bisogno di gif. Hanno bisogno di essere ascoltate. Non hanno bisogno di torte fotografate. Hanno bisogno di essere viste. Con le loro crepe. Con il loro kintsugi. Con tutto quello che non sta bene su Instagram.

Domani sarà l'8 marzo. E tu hai due scelte.

Puoi mandare cinquanta gif di mimose. O puoi fare una telefonata vera.

Scegli. Ma sappi che solo una delle due conta davvero.

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