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Silenzio elettorale, finalmente: il rumore dei social e la stanchezza della campagna

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Finalmente è finita. La campagna elettorale per il ballottaggio si è chiusa e da oggi, per legge, nessuno potrà più parlarci di candidati, di programmi, di promesse. Il silenzio elettorale. Una di quelle parole che normalmente suona burocratica, fredda, tecnica. Questa volta no. Questa volta la sento come un sollievo vero, come quando finisce un temporale lungo e improvvisamente torna il sole.

Perché questi ultimi quindici giorni sono stati davvero pesanti, uno specchio di tutto quello che non si dovrebbe fare sui social. E io che con i social ci lavoro quotidianamente, mi sono trovata a guardare questa campagna elettorale con un misto di incredulità e amarezza.

La prima tornata era già stata intensa, con i post quotidiani, i candidati che si spiegavano su TikTok, le bio scritte da ChatGPT, i volantini digitali sparati a raffica. Avevo scritto un articolo chiedendo: basta post, fate una telefonata in più, incontrate la gente. Ma evidentemente il messaggio non era arrivato, perché in questa seconda quindicina è andato tutto peggio. Insulti, botte e risposte pubbliche, articoli scritti apposta per attaccare, per demolire, per ferire. Commenti volgari sotto i post, parole che non avrei mai voluto leggere, soprattutto nei confronti delle donne candidate che hanno subito attacchi personali che nulla avevano a che fare con la politica.

Il problema è che i social, in mano a chi non li sa usare, diventano armi. E le armi, se non le sai maneggiare, ti esplodono in faccia. L'effetto boomerang è reale, misurabile, inevitabile. Ogni insulto pubblicato ha detto più sul carattere di chi lo scriveva che su quello di chi lo riceveva. Ogni attacco gratuito ha allontanato qualche voto. Ogni post aggressivo ha contribuito a quella sensazione di stanchezza collettiva che in questa città si respira da settimane.

E adesso si va a votare. Domenica, ballottaggio. Ma molte persone andranno alle urne con la testa pesante, con le idee confuse, con quella sensazione di aver visto troppo e di aver capito poco. Non perché siano poco attenti o poco interessati, ma perché sono stati bombardati da una comunicazione che puntava a disorientare, a provocare, a colpire. Non a convincere, non a spiegare, non a costruire fiducia.

Una volta si diceva che la politica dovrebbe aiutarci a capire, a scegliere, a decidere con consapevolezza. Questa volta è successo il contrario: siamo noi cittadini che dovremmo aiutare i politici a capire come funzionano i social. Che non sono un ring o uno sfogatoio. La gente legge, ricorda e giudica, non solo il contenuto, ma il modo in cui viene detto e che un candidato che insulta su Facebook non diventa più credibile, diventa più lontano.

I social sono strumenti potenti, enormemente potenti, e chi li usa bene lo sa. Ma la potenza senza controllo è pericolosa. È come guidare a tutta velocità su una strada che non conosci: prima o poi vai fuori strada. E in questa campagna elettorale, qualcuno è andato fuori strada più volte.

Oggi e domani il silenzio, e io, lo ammetto, ne ho bisogno. Ne abbiamo bisogno tutti. Per respirare, per pensare, per ricordarci che dietro ogni schermo ci sono persone reali, con idee reali, che meritano rispetto reale. Non post, non like, non insulti. Rispetto.

Buona domenica, Macerata. Vota con la testa libera, se riesci!

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