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"Stranger Things effect": il fenomeno di massa oltre la serie cult

"Stranger Things effect": il fenomeno di massa oltre la serie cult

Tra notti in montagna, spettacoli pirotecnici, serate in discoteca e cenoni a casa di amici, c’è chi l’ultimo giorno dell’anno ha preferito trascorrerlo diversamente. Complici le fastidiose e persistenti influenze delle scorse settimane, alcuni fieri anticonformisti hanno deciso di rimanere avvolti nel comfort della propria abitazione e del proprio divano, in compagnia di quella che è, a mani basse, la forma artistica dei giorni nostri per eccellenza: quella cinematografica.

L’epoca dei cinema e dei palinsesti televisivi è ormai agli sgoccioli e i servizi di streaming a pagamento - Netflix, Amazon Prime Video, Now TV, e chi più ne ha, più ne metta - fanno da padroni nella giungla di materiali audiovisivi pronti all’uso: un territorio in continua espansione nelle mani di una manciata di aziende “sforna-serie TV”.

Se una produzione di contenuti rapida e massiva comporta inevitabilmente un investimento in termini quantitativi, piuttosto che qualitativi, è anche vero che, per la legge dei grandi numeri, ogni tanto spunti fuori qualche prodotto in grado di emergere nel marasma della mediocrità.

È questo il caso di "Stranger Things" (2016), serie TV che ha avuto il suo epilogo proprio nelle ultime settimane, attraverso una trovata commerciale che ha voluto suddividere la quinta e ultima stagione in tre parti: i primi quattro episodi alla fine di novembre, gli episodi dal quinto al settimo nel periodo natalizio e, infine, l’ultimissimo episodio il 31 dicembre (precisamente, in Italia, il 1° gennaio alle ore 02:00).

La serie TV, ambientata nei coloratissimi anni ’80, ruota attorno alle avventure di un gruppo di amici adolescenti alle prese con gli “strani eventi” che si verificano a Hawkins (Indiana), eventi misteriosamente collegati agli esperimenti svolti in un laboratorio segreto che sorge nei pressi della città.

All’uscita della primissima stagione, nel lontano luglio 2016, la serie TV rappresentò subito un fenomeno di massa. In molti, tra giovani e giovanissimi, iniziarono a seguire le vicissitudini dei protagonisti sin dal principio, affezionandosi ai personaggi e presentandosi sempre puntuali all’appuntamento con ogni nuova uscita della serie.

Il suo impatto culturale è stato talmente travolgente da riuscire a direzionare i gusti e gli interessi di intere categorie di individui e in diversi ambiti, dalla moda, con un ripiegamento massiccio sull’usato e sullo stile vintage, fino alla musica, permettendo così la riscoperta, soprattutto tra i più giovani, di band e cantanti in vetta alle classifiche di quegli anni: nelle ultime settimane, personalità del calibro di Kate Bush e Prince (voci protagoniste, rispettivamente, della colonna sonora della quarta e della quinta stagione) hanno raggiunto il picco degli ascolti dopo decenni di “letargo mediatico”.

Vista la portata e l’ascendente di questa serie evento, non sorprende che alcuni dei fan più accaniti abbiano deciso, dopo aver stappato lo spumante, di rincasare e aspettare davanti allo schermo l’uscita dell’attesissimo ultimo episodio, per iniziare l’anno in compagnia di quegli stessi personaggi, figli di un’altra realtà, che hanno visto crescere nel corso di circa dieci anni.

Certo, non sono mancate critiche spietate e scherni nei confronti della produzione: membri del cast considerati non più all’altezza del proprio compito, grossolani buchi di trama e frettolosità nella scrittura che hanno lasciato una buona fetta del pubblico delusa dal finale della serie.

Negli ultimi giorni, a seguito dell’uscita dell’ultimo episodio, ha preso forma nei meandri dei social media una fantasiosa teoria, tanto minuziosa quanto contorta, ossia il cosiddetto “Conformity Gate”, elaborato da alcuni spettatori particolarmente attenti, ma soprattutto insoddisfatti dell’epilogo che i creatori di "Stranger Things", i fratelli Duffer, hanno dato alla serie più amata di Netflix.

Secondo questa teoria, l’episodio conclusivo, distribuito nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, sarebbe stato un "finto" finale, a cui avrebbe dovuto seguirne un altro il 7 gennaio. A sostegno della strampalata tesi, i fan hanno addotto a diversi dettagli disseminati qua e là nella massiccia campagna pubblicitaria della serie e nel corso della quinta stagione.

La teoria, concepita quasi per gioco, come risposta ironica alla delusione del pubblico nei confronti del finale, ha preso sempre più piede, fino a divenire una vera e propria corrente con tanto di schieramenti: i cinici, insoddisfatti del finale ma consapevoli dell’inconsistenza del “Conformity Gate”, gli speranzosi, ossia i fautori della teoria e, infine, i paghi, coloro che trovano che il finale vada bene così e che non ci sia bisogno di conclusioni alternative.

Il 7 gennaio è trascorso, portando con sé l’atteso verdetto: quello dell’ottavo episodio non era un “fake ending”, i fratelli Duffer non sono i nuovi Lynch, e "Stranger Things" si è ufficialmente conclusa nel clamore mediatico a cui era destinata e che si meritava.

Al di là di ogni suggestione e di ogni speculazione, ciò che conta, nella sua evidenza e finitezza, è il prodotto, così come è stato distribuito al consumatore: con tutte le sue imperfezioni, con i buchi di trama e gli strappi di un lavoro umano concepito e confezionato per il gusto di molti, dall'idealista più sensibile fino allo scettico affamato di coerenza.

Resta un dato di fatto: nel giro di pochi anni, "Stranger Things" è diventata un vero e proprio cult, rappresentativo non solo di quegli anni ’80 così ingannevolmente perfetti - un bellissimo vaso di Pandora pieno zeppo di tensioni e conflitti in ebollizione - ma anche della nostra stessa epoca, un’epoca che continua a reclamare per sé quell’illusorietà di benessere, quel finto equilibrio, quella facciata ostentatamente sorridente. Un’epoca in cui si ha bisogno più che mai di inforcare la propria bicicletta e pedalare per le strade della città a caccia di villain interdimensionali, che forse ci appaiono di gran lunga meno spaventosi dei mostri odierni.

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