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Sanità

Malnutrizione nascosta negli anziani, come riconoscerla e trattarla: "L'errore più comune è la dieta in bianco"

Malnutrizione nascosta negli anziani, come riconoscerla e trattarla: "L'errore più comune è la dieta in bianco"

L'Italia vanta uno dei tassi di longevità più alti al mondo. Un traguardo demografico straordinario che porta con sé, tuttavia, sfide cliniche silenziose. Recenti inchieste sulla malnutrizione geriatrica rivelano infatti una realtà diffusa: la malnutrizione nella terza età non si manifesta solo con l'estrema magrezza. Esiste una malnutrizione "nascosta", un progressivo impoverimento di nutrienti che colpisce anche chi ha un peso normale o soffre di obesità sarcopenica, ovvero quando una persona è in sovrappeso ma i suoi muscoli sono deboli e svuotati.

Per molti figli e caregiver, il pasto può diventare fonte di preoccupazione. L'anziano che un tempo apprezzava la tavola inizia a rifiutare i cibi e si sazia con pochissimo. Non sono capricci. L'invecchiamento comporta alterazioni naturali: la soglia del gusto e dell'olfatto si alza (i cibi sembrano insapori), la sazietà arriva prima e la masticazione può risultare faticosa.

Fisiologicamente, il corpo anziano va incontro alla cosiddetta "resistenza anabolica". In parole semplici, i muscoli diventano "sordi" agli stimoli del cibo. Paradossalmente, un muscolo anziano necessita di più proteine rispetto a uno giovane per mantenere la propria struttura. Solo garantendo questo apporto si contrasta la sarcopenia, la naturale perdita di massa e forza muscolare che rende le persone anziane fragili e a rischio di cadute. A questo si sommano i cambiamenti dell'apparato digerente: stomaco e intestino diventano meno efficienti, ostacolando l'assorbimento di ferro, calcio e Vitamina B12, con ricadute sulle difese immunitarie e sull'energia mentale.

L'errore più comune per assecondare l'inappetenza è rifugiarsi nella "dieta in bianco": tè, fette biscottate, pastine e brodini. Il rischio non risiede tanto nei singoli alimenti, quanto nella monotonia che ne deriva. Queste scelte placano la fame immediata, ma appiattiscono l'alimentazione, rendendola drammaticamente carente di fibre (fondamentali per l'intestino), vitamine e, soprattutto, di quelle preziose proteine necessarie ai muscoli.

Come intervenire senza imporre quantità di cibo impossibili da gestire? La regola d'oro non è mangiare di più, ma mangiare più denso.

L'obiettivo è concentrare nutrimento in piccoli piatti. Una vellutata di verdure può essere arricchita in modo quasi invisibile con olio extravergine d'oliva, formaggio stagionato o un uovo. Inoltre, per spronare l'anziano a mangiare contrastando il naturale calo di gusto e olfatto, è essenziale esaltare i sapori: l'uso sapiente di erbe aromatiche e spezie aiuta a risvegliare un palato assopito, rendendo il pasto di nuovo invitante. Le fonti proteiche dure, come la classica fettina di carne, andrebbero sostituite con alternative morbide da masticare e quindi più "biodisponibili" (cioè che il corpo riesce ad assorbire con facilità): pesce, uova, ricotta e legumi decorticati, molto più delicati sulla digestione.

Non dimentichiamo, infine, l'idratazione. Il meccanismo della sete si inceppa con l'età: gli anziani spesso non bevono perché non ne sentono il bisogno, arrivando a disidratazioni silenziose che causano confusione mentale e stipsi.

La longevità deve coincidere con un'alta qualità della vita, e questa cura passa per la tavola. Ricordiamo sempre, però, che il miglior "integratore" rimane la convivialità: la solitudine toglie l'appetito più di qualsiasi patologia. Mangiare insieme a loro è, e resterà sempre, la prima vera cura.

 

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