Dieci anni dal terremoto: quella notte che cambiò per sempre la vita di migliaia di persone
24 agosto 2016, ore 03:36:32.
L'inizio di una tragedia.
Quella fu la prima scossa di terremoto di 6.0 di “magnitudo momento”, con l'epicentro situato tra i comuni di Amatrice e Accumoli, in provincia di Rieti, e di Arquata del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno.
Seguirono quelle del 26 ottobre 2016, con epicentri al confine umbro-marchigiano, e quella del 30 ottobre 2016, che è stata la scossa più forte, di “magnitudo momento” pari a 6.5, con epicentro tra i comuni di Norcia e Preci, in provincia di Perugia.
Il 18 gennaio 2017 si verificò una nuova sequenza tellurica di quattro forti scosse di magnitudo superiore a 5.0, con epicentri localizzati tra i comuni aquilani di Montereale, Capitignano e Cagnano Amiterno.
Tutti questi eventi obbligarono circa 41.000 persone a lasciare le loro case, ferirono più o meno gravemente circa 388 cittadini e uccisero 303 esseri umani, alcuni dei quali a causa del forte spavento che ne causò l'infarto miocardico.
Una tragedia che, dopo dieci anni, vuole essere ricordata dallo scrittore Giovanni Paolo Carlino-Giuliani, che insieme a sua mamma, allora ultraottantenne, subì quella drammatica esperienza che li segnò per sempre, lasciando delle ferite che ancora oggi, anche a causa di una lentissima e insensibile burocrazia, non riescono minimamente a rimarginarsi.
Lo scrittore, nel profondo rispetto di tutti coloro che avevano vissuto più o meno gravemente quella tragedia, solo dopo tre anni riuscì a parlarne pubblicamente scrivendo una poesia, che ora dedica a tutti coloro che, in qualsiasi modo e per qualsiasi ragione, ne sono stati e continuano a esserne feriti nel corpo e nell'anima.
La rondinella
Solinga rondinella
che al par di me t'aggiri senza posa.
Ora ti vedo volar via veloce,
ora tornar, lanciando gridi acuti,
mentre impazzita cerchi
quel nido, che non sai dove si trovi.
Tutto è perduto ormai, mia cara amica,
la terra che tremò distrusse tutto
quel che facemmo un dì,
tra sacrifizi e stenti,
e senza immaginar codesta fine.
La notte, si portò lontano i sogni,
figli, dell'aurea polve del disio.
Ed or disperi, or non comprendi il senso
di questa primavera.
Compagna di sventura,
anch'io perdetti il nido in pochi istanti
e l'amor mio, c'or non sa chi sono,
rapito dal tormento e dalla colpa
per non aver salvato il suo figliuolo.
E il cane mio fedele,
che mi destò dal sonno più profondo
e non riusci a spezzare le catene.
Amica, non strillare, te ne prego,
non lacerarmi il core,
non farmi, ahimè, pensare
a quel c'ora farai:
se in fin, potrai ricostruir quel nido;
se tornerai a giuocar co' i tuoi figliuoli;
se volerai lontano...
per non tornar mai più.
Giovanni Paolo Carlino-Giuliani

cielo sereno (MC)
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