L'enigma di Sarnano 45 anni dopo, la Procura rispolvera il giallo Rothschild: omicidio o morte bianca?
Sarnano, 1980
Sono trascorsi esattamente quarantacinque anni da quel 30 novembre del 1980, quando Sarnano si era svegliata coperta da una spessa coltre bianca che, oltre ad ammantare i comignoli e i sanpietrini di un paesino a 539 metri sul livello del mare, celò, forse per sempre, la soluzione di un mistero ancora oggi rimasto irrisolto: la morte di Gabriella Guerin e di Jeannette Bishop May.
Chi vive in queste zone lo sa, che le prime nevi possono iniziare ad affacciarsi già durante la fine dell’autunno, prima che il freddo rigoroso dell’inverno cominci a dettare i ritmi delle piccole realtà arroccate sulle pendici dei Sibillini. Si tratta di nevicate passeggere, a cui quella gente è abituata: si continua ad andare al lavoro, nel peggiore dei casi a piedi, le scuole restano aperte, e la vita di tutti i giorni prosegue indisturbata.
Giorgio Tassi, fotografo, scrittore e conoscitore delle cime sibilline che tante volte ha immortalato con la sua macchina fotografica, conserva il ricordo di quegli eventi con la lucidità di chi li ha vissuti indirettamente, di chi è rimasto ad ascoltare e ad osservare lo svolgimento di una vicenda oscura, tutt’altro che limpida: una storia il cui finale è stato dissolto, a poco a poco, insieme a quella cortina di neve caduta nella notte tra il 29 e il 30 novembre del 1980: “A quell’epoca avevo 15 anni e rammento perfettamente lo scalpore che suscitò questa storia, perché la scomparsa di qualcuno era un fatto estremamente anomalo da queste parti. Ho un ricordo vividissimo del 29 novembre, impresso nella mente come una fotografia: una coperta scurissima di nubi che, vista dal paese, si appoggiava sulle montagne rotolando giù per i pendii, sospinta da un fronte caldo. Il fronte caldo, si sa, anticipa sempre quello freddo, e infatti quella notte ci fu una nevicata indimenticabile. La mattina successiva, che era una domenica, andai a fare sci di fondo a Garulla. Il clima era totalmente cambiato: da nord veniva un vento freddissimo, al punto da non riuscire più a sentire un lato del viso per il gelo. Nevicò fino a tarda sera, e poi nei giorni seguenti: dovettero chiudere le scuole per 6-7 giorni”.
Il ricordo di quel periodo, però, è ancora vivido nella memoria collettiva di una comunità avvezza alla calma piatta del tipico paesino in cui “non succede mai niente”, non soltanto per lo spettacolo bianco che si ritrovò davanti al risveglio, quanto per il rapido susseguirsi di eventi così torbidi e inspiegabili da non riuscire a passare del tutto inosservati. Non senza prima aver fatto un po’ di rumore.
Chi erano Jeannette Bishop May “Rothschild” e Gabriella Guerin
La scomparsa della Bishop e della Guerin nella notte tra il 29 e il 30 novembre del 1980 è stato un fatto di cronaca nera dalla portata internazionale, sia per le origini britanniche di colei che, negli anni seguenti, ha dato il nome a quello che è stato ricordato nell’immaginario collettivo, ma anche nei titoli delle più importanti testate giornalistiche come “Il caso de Rothschild”, sia perché, proprio come si evince dal cognome con cui volle continuare a firmarsi anche dopo la fine del suo precedente matrimonio, si trattava proprio dell’ex moglie del rampollo di una delle più conosciute - e potenti - famiglie dell’alta finanza mondiale.
Sembra infatti che Jeannette Bishop, nonostante si fosse risposata con Stephen May - dirigente della catena di magazzini “John Lewis” -, avesse voluto continuare ad utilizzare il cognome del suo ex marito, il barone Evelyn Rothschild, proprio perché si trattava di un lasciapassare per moltissimi ambienti di élite, compreso quello dell’antiquariato - un settore di nicchia e piuttosto pericoloso, pullulante di ladri di opere d’arte e di malavitosi interessati a ripulire il denaro sporco attraverso la compravendita di esemplari di valore. Per muoversi con facilità in quel mondo, occorreva avere le conoscenze giuste, i contatti giusti e, soprattutto, il nome giusto.
I Rothschild non hanno certo bisogno di presentazioni: banchieri di origine ebraica aschenazita, sono stanziati in diverse zone dell’Europa, compreso il Regno Unito, dove hanno ottenuto l’elevazione alla nobiltà con il titolo della baronia. Stando ad alcune “teorie del complotto”, la loro egemonia sarebbe addirittura così incontrastata da poter essere annoverati a giusto titolo tra i cosiddetti “poteri forti”, quelli che nascostamente decreterebbero a tavolino le sorti del mondo.
Gabriella Guerin era italiana - friulana, per essere precisi -, e negli anni Sessanta si era trasferita in Inghilterra insieme al marito, in cerca di fortuna. Lì aveva conosciuto Jeannette, che era ancora una Rothschild a tutti gli effetti, e aveva iniziato a lavorare per lei come cuoca. Ma quella tra le due donne, più che un rapporto tra titolare e dipendente, era una vera e propria amicizia. Verso la fine degli anni Settanta, quando Gabriella rimase vedova e con due figli da crescere, la Bishop le chiese di farle da interprete durante i lavori di ristrutturazione di una casa acquistata in Italia: di fronte a questa nuova opportunità, la donna decise di non tirarsi indietro.
Il giallo dei Sibillini: l'antefatto
La casa in questione era quella in località Schito, a Sarnano. L’entroterra delle Marche è spesso meta di stranieri interessati all’acquisto di rustici troppo grandi o troppo costosi per la gente del posto: non è raro scoprire, nelle zone più panoramiche e isolate, lussuose ville decontestualizzate dal paesaggio, con tanto di piscina e alte siepi a coprire la proprietà dagli sguardi indiscreti. Schito, però, non rientra di certo tra le frazioni più gettonate per compravendite di questo genere. Si tratta di una località che sorge fuori dal centro abitato, un piccolo agglomerato di case al di sotto della strada provinciale. È una zona rurale, umida e nascosta. La casa scelta da Jeannette nel 1978 si trovava ancora più in basso di questo abitato, proseguendo su quel sentiero.
Perciò, quando nel novembre del 1980 era tornata a Sarnano per controllare l’andamento dei lavori di ristrutturazione condotti dal geometra Nazzareno Venanzi, frequentava già da tempo quelle zone. Le due donne avevano annunciato allo stesso Venanzi di voler fare una gita in montagna nel pomeriggio e durante la giornata del 29 novembre furono avvistate da diversi testimoni. Secondo le dichiarazioni di chi le ha viste con certezza e di chi, invece, sostiene di aver riconosciuto la loro auto - la famosa Peugeot 104 nera targata Siena -, sarebbero salite verso Sassotetto per poi ridiscendere in paese circa due o tre volte nell’arco di poche ore. È vero, alcuni dei testimoni potrebbero essere stati suggestionati dal clamore mediatico di quei giorni e dal desiderio di dare una mano, ma è comunque assai insolito che due donne poco abituate ad escursioni “estreme” abbiano deciso di avventurarsi verso la montagna dalle 17.00 del pomeriggio (l’ora in cui furono viste, per l’ultima volta, di fronte all’albergo “Ai Pini”, dove alloggiavano) in poi: si può immaginare che, quando arrivarono a destinazione, il sole fosse già sceso oltre le cime. Per di più, l’aria si stava facendo gelida, preannunciando l’arrivo della neve.
Sta di fatto che la loro automobile fu trovata solo il 19 dicembre. Stazionava a circa 1400 metri di altitudine, completamente sommersa dalla neve, nella zona di Fonte Trocca, non molto distante dal rifugio per pastori che prende il nome di casa Galloppa, dove furono trovate stoviglie sporche e i resti di un fuoco. Sotto le ruote della Peugeot, nulla: era evidente che il veicolo fosse stato parcheggiato prima dell’inizio della bufera. Ma allora, perché mai non tornare indietro? Che si sia trattato, come ha ipotizzato il giornalista Fabio Sanvitale, di un’avventura tra amiche finita in tragedia?
I corpi di Jeannette e di Gabriella, o quello che ne restava, saranno rinvenuti più di un anno dopo, il 27 gennaio del 1982, in un boschetto che sorge indisturbato lungo il corso del Rio Bagno, nella frazione di Podalla (comune di Fiastra). Le ipotesi, allora, furono molteplici: dalla morte bianca, avvenuta per assideramento, a quella del sequestro finito male.
La pista dell’antiquariato
Il caso fu archiviato nel 1982, poi riaperto, e infine chiuso con una sentenza, quella del 1989, che però non escluse l’ipotesi del duplice omicidio. La mancanza di prove o, forse, la presenza di una sovrabbondanza spropositata di eventi che sembrano sfiorare e talvolta incastrarsi quasi perfettamente con la scomparsa delle due donne, ha fatto sì che le acque si confondessero ancora di più. Tra questi, il furto avvenuto alla casa d’aste Christie’s, con sede in Piazza Navona, a Roma, consumatosi nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre del 1980.
Il 6 dicembre, esattamente una settimana dopo la scomparsa, un misterioso telegramma fu recapitato presso l’albergo Ai Pini: era indirizzato a Jeannette May e le dava indicazioni per un appuntamento presso via Tito Livio 3, appartamento 130. Il mittente si firmava come “Roland”. Telegrammi dal contenuto simile erano stati inviati anche al direttore della casa d’aste Christie’s e ai familiari di Valerio Ciocchetti - imprenditore del marmo rapito il 3 dicembre e trovato morto nel Tevere solo qualche mese più tardi -, rispettivamente il 3 e l’8 dicembre. Il nome che compariva alla fine di ogni messaggio era familiare, ma mai lo stesso: Roland, o Rodrigo, o Myrna de Cespedes Rodriguez. Il minuzioso lavoro di qualcuno che, avendo notato la risonanza mediatica della scomparsa di Jeannette, era interessato a focalizzare l’attenzione delle indagini sul furto di Christie’s, o un elemento chiave nella risoluzione del caso? Ancora oggi, non ci è dato saperlo.
Le indicazioni fornite nei telegrammi conducevano tutte allo stesso indirizzo, a Roma, dove si scoprì essere situato il residence La Ginestra. L’interno 3 dell’edificio - dettaglio che non veniva specificato nel telegramma indirizzato alla Bishop, ma solo negli altri due - corrispondeva all’appartamento del direttore del residence, tale Oioli: direttore che, a quanto pare, in passato aveva lavorato anche a Sarnano, nell’hotel Hermitage, dove la stessa Jeannette aveva occasionalmente pernottato. Il mondo è piccolo, si sa.
Durante le indagini dell’epoca, emerse anche un nome che fece la sua fugace comparsa in questa storia, giusto il tempo di un paio di brevi interrogatori di routine, per poi dissolversi insieme a moltissimi altri fatti che parvero irrilevanti agli inquirenti di allora. Si tratta di Giorgio Cefis, figlio dell’ex presidente della Montedison e del presunto fondatore della loggia massonica P2, Eugenio Cefis.
L’uccisione di Roberto Calvi, a seguito del “crack” del Banco Ambrosiano, l’assassinio di Sergio Vaccari (personaggio tutt’altro che limpido legato al mondo dell’antiquariato, e non solo), lo IOR (Istituto per le Opere di Religione) di Marcinkus, le strane dinamiche di quegli anni collegate alle ingerenze della massoneria e dei servizi segreti negli eventi che hanno scritto la storia del nostro Paese nel quadro della guerra fredda, la ramificazione della criminalità organizzata come strumento esecutorio di quelle stesse macchinazioni: tutti questi elementi, oltre a rendere la vicenda ancora più intricata e insondabile, non fanno altro che accrescere la consapevolezza che “il caso de Rothschild” è un mistero inesorabilmente destinato a rimanere tale.
Un caso ancora aperto
La riapertura delle indagini dello scorso anno sembra aver risvegliato l’interesse della stampa e degli appassionati della cronaca nera. La domanda è una, ed è forte e insistente: perché mai scomodarsi, di nuovo, per un caso di più di quarant’anni fa?
“Con questa iniziativa della Procura di Macerata, si fa sempre più strada l’ipotesi che non sia stato un caso di morte bianca, ma che sotto possa esserci qualcosa di più” - ha affermato Francesco Torresi, autore del libro “Il mistero de Rothschild - La verità dietro al Giallo dei Sibillini” - .“Purtroppo, si è persa la possibilità di chiarire dal principio i legami con gli avvenimenti più loschi di quel periodo storico. Bisognava dissipare quelle nebbie sin da subito, per dimostrare che le due donne fossero morte assiderate, e non assassinate. Sono domande che ormai ci poniamo da 45 anni e che forse sono destinate a non trovare mai una risposta. Personalmente, tendo a non propendere per nessuna delle due tesi: la sentenza del 1989 è una verità giudiziaria e ci dice chiaramente che non è possibile escludere l’ipotesi del duplice omicidio, né quella della morte bianca. Per quanti elementi io abbia trovato nel corso delle mie ricerche, devo riconoscere che ancora oggi non ho alcuna certezza sulla risoluzione di questo giallo. Il mio intento è quello di raccontarne gli avvicendamenti, affinché ognuno, sulla base di ciò che legge, possa farsi un’idea più chiara e lucida rispetto a chi è emotivamente coinvolto nel caso”.

L’ex capo della squadra mobile di Macerata, Giorgio Iacobone, ha da sempre seguito la vicenda con l’interesse di chi, in quel 1980, c’era: “Personalmente, sono più incline a sostenere la tesi della morte bianca. A quel tempo lavoravo a Macerata e facevo parte dell'allora Ufficio Politico. Ricordo che, quando uscì fuori il fatto che si trattava dell’ex moglie di un Rothschild, ci fu un certo clamore e dovetti accompagnare sul posto il console inglese competente per le Marche. Le ragioni per cui in molti ritengono che possa trattarsi di un reato sono molteplici, ma credo che possano essere scardinate a una a una. Prima di tutto, ha sollevato qualche dubbio il fatto che le due donne siano andate a Sassotetto proprio nel momento in cui si prevedeva una bufera di neve. Grazie alla testimonianza del geometra Venanzi, però, sappiamo che questa passeggiata rientrava nei loro programmi. Poi, restano alcuni interrogativi su come siano rimaste intrappolate in questa bufera di neve e sulla loro permanenza a casa Galloppa: ci si chiede perché abbiano deciso di uscire dal rifugio nonostante fosse impossibile, con tutta quella neve, farsi strada fino a un centro abitato. Dal mio punto di vista, però, è piuttosto plausibile che l’eccezionalità della situazione abbia spinto le due donne a gesta disperate, dettate dall’istinto di sopravvivenza e da quell’adrenalina che sopraggiunge in ognuno di noi nelle condizioni più estreme”.

Sta di fatto che lo scorso anno la Procura di Macerata ha deciso di rispolverare i fascicoli di un caso già chiuso da decenni, e che iniziative di questo genere non vengono prese per caso: qualcosa, nel frattempo, deve essersi mosso. Si vocifera di una confessione fatta da qualcuno sul letto di morte, ma nulla di confermato. I testimoni sono stati interrogati, di nuovo, a distanza di 45 anni dalla prima volta; il tempo, si sa, può giocare brutti scherzi e la probabilità che qualcuno di loro abbia perso la nitidezza di quei ricordi è molto alta. Nei giorni scorsi, inoltre, è trapelata la notizia di una intercettazione dalla quale emergerebbe una omertà concordata in caserma tra alcuni ex cantonieri che avrebbero dovuto essere sentiti dai carabinieri.
Intanto gli anni passano, le tracce si cancellano, la gente dimentica - chi non dimentica, se non altro, finge di averlo fatto per evitare ulteriori grattacapi. Resta una sola certezza: l’enigmatica morte di due donne scomparse in una notte di bufera e ritrovate, mesi dopo, quando di loro non rimaneva quasi più nulla. Si dice che tutto ciò che si nasconde sotto la neve, prima o poi, viene svelato: il sole la scioglie a poco a poco, lasciando che le cose si mostrino di nuovo per ciò che erano. Che valga anche per i casi irrisolti?

cielo sereno (MC)
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