In un tempo segnato da guerre e conflitti, i bambini e i ragazzi pagano un prezzo altissimo. Fragili e indifesi, restano le vittime più silenziose di un mondo ferito. È pensando a loro che L’Associazione Culturale Picus di Macerata, ha deciso di trasformare la cultura in un gesto concreto di solidarietà. Da sempre attenta e sensibile alle problematiche sociali, l’associazione ha promosso una raccolta di libri per bambini e ragazzi, coinvolgendo tutti i propri associati in un’iniziativa capace di unire parole, storie e speranza.
I libri come rifugio, come compagnia, come possibilità di sognare anche nei momenti più difficili. La destinazione scelta è stata la Fondazione Ospedale Salesi ETS, che promuove progetti volti a migliorare la qualità di vita in ospedale dei piccoli pazienti e delle loro famiglie, a umanizzare le cure e a potenziare le dotazioni tecnologiche del Dipartimento Materno Infantile dell'AOU delle Marche.
Il 21 gennaio una delegazione dell’Associazione Picus guidata dal Presidente Jonathan Arpetti, insieme al vice Presidente David Miliozzi e a un membro del direttivo, Valerio Tatarella, ha consegnato circa 200 volumi alla Fondazione Ospedale Salesi ETS.
Insieme agli operatori, a uno dei due clown dottori e ai volontari della Fondazione Salesi, l’Associazione ha distribuito i libri nei vari reparti dell’Ospedale Salesi di Ancona (Malattie Infettive, Pediatria, Chirurgia). Obiettivo, regalare un momento di leggerezza e immaginazione ai piccoli pazienti.
"Siamo profondamente grati all’Associazione Culturale Picus per la donazione che si inserisce in un più ampio percorso di umanizzazione delle cure che stiamo portando avanti per rendere l’ospedale più a misura di bambine e bambini", fanno sapere dalla Fondazione Ospedale Salesi ETS. L’Associazione Culturale Picus riunisce scrittori, lettori, poeti e artisti delle Marche e per unirsi o chiedere informazioni si può scrivere: associazione.culturale.picus@gmail.com.
È partita nelle Marche l’estensione della programmazione di visite ed esami diagnostici anche nei giorni prefestivi e festivi, con l’obiettivo di ridurre le liste d’attesa e garantire un accesso più rapido alle cure. La Giunta regionale aveva approvato la scorsa settimana la delibera che prevede l’erogazione di prestazioni sanitarie in 24 giornate di sabato e 24 di domenica, nel periodo compreso tra il 17 gennaio e il 24 maggio e tra il 3 ottobre e il 29 novembre 2026.
Nei primi giorni di attivazione, i numeri mostrano un avvio differenziato tra i territori. Complessivamente sono state erogate 402 prestazioni sanitarie nelle Aziende sanitarie territoriali marchigiane e 141 dall’Istituto Inrca. Per quanto riguarda l’Ast di Macerata, sono state effettuate 6 prestazioni nel presidio del capoluogo, un dato ancora contenuto rispetto alle altre province, ma che rappresenta l’inizio operativo dell’iniziativa anche nel territorio maceratese. Più consistenti i numeri registrati nelle altre Ast: 32 prestazioni nell’Ast di Ancona, 92 in quella di Ascoli Piceno e 131 nell’Ast di Pesaro Urbino. L’Inrca ha contribuito con 141 prestazioni complessive, distribuite tra Ancona, Osimo, Fermo e San Ginesio.
Soddisfazione è stata espressa dall’assessore regionale alla Sanità, Paolo Calcinaro, che ha ringraziato “tutto il personale sanitario e amministrativo che ha lavorato per rendere possibile questa iniziativa. Il loro impegno e la loro dedizione sono stati fondamentali per il successo di questa operazione, un segnale importante di attenzione verso i cittadini”.
“Registriamo buoni risultati del lavoro svolto in questo fine settimana dalle Ast del territorio – ha aggiunto Calcinaro –. I dati raccolti finora sono incoraggianti e dimostrano che l’iniziativa ha avuto un impatto positivo sia per i pazienti che per il sistema sanitario regionale”. Secondo l’assessore, l’estensione delle attività nei fine settimana consente ai cittadini di ottenere prestazioni in tempi più brevi e al sistema sanitario di ottimizzare le risorse, migliorando l’efficienza complessiva.
“Questa scelta – ha concluso – permetterà di offrire un valido contributo per ridurre significativamente le liste di attesa e di garantire un accesso più rapido e continuo alle cure per i cittadini delle Marche. Siamo consapevoli che c’è ancora molto da fare, ma l’obiettivo resta quello di assicurare un accesso equo e tempestivo alle cure”.
Il Lions Club Macerata Host ha consegnato nei giorni scorsi alcuni giocattoli ai bambini ricoverati nel reparto di pediatria dell’ospedale di Macerata.
L’iniziativa nasce dal desiderio di essere vicini ai più piccoli e alle loro famiglie attraverso un gesto semplice ma concreto, in linea con lo spirito di servizio che caratterizza il lionismo. Anche un gioco infatti può aiutare i piccoli a vivere un momento di serenità e affrontare il ricovero in reparto.
La donazione si inserisce in un ampio percorso di impegno del Lions Club Macerata Host dedicato all’infanzia e all’adolescenza. «Ho scelto di legare questo anno sociale a service rivolti a bambini e ragazzi - racconta la presidente del club, Maria Sabina Rommozzi -. Prendersi cura dei bambini, in particolare di quelli che vivono situazioni di fragilità, è prima di tutto un dovere morale, oltre che un impegno coerente con i valori del lionismo e, per quanto riguarda la mia presidenza, avere fatto questa piccola sorpresa ai bimbi della pediatria è il primo di una serie di interventi pensati a sostegno e beneficio dell’infanzia sul territorio».
Insieme alla presidente hanno partecipato alla visita anche alcuni bambini e bambine figli di soci, che hanno dedicato un pensiero: «Abbiamo deciso di donarvi quelli che sarebbero stati i nostri regali - ha scritto Matteo in una letterina indirizzata ai coetanei ammalati e ricoverati nel reparto di pediatria -. Sono più felice che li abbiate voi perché io ho già avuto la fortuna di trascorrere il Natale con tutta la mia famiglia e questo, per me, è il regalo più bello. Spero che i giochi vi piacciano, vi auguro tanta salute».
La consegna dei giocattoli è potuta avvenire grazie alla collaborazione del personale medico e infermieristico di Pediatria, in particolare della dirigente, la dottoressa Martina Fornaro: a loro il Club rivolge un sentito ringraziamento per il lavoro quotidiano svolto per la salute dei piccoli pazienti e la serenità delle loro famiglie.
Ancora, a favore dell’infanzia, sempre attivo un’altra iniziativa Lions alla quale tutta la cittadinanza può partecipare: si tratta del progetto ‘Zaino sospeso’ e della donazione di materiale scolastico nelle scatole contrassegnate Lions presenti nelle librerie ed esercizi aderenti (Buffetti Macerata, Libreria Del Monte, Bibidi Bobidi Book, Giunti al Punto e Eurocarta srl). Prosegue per tutto il 2026 anche il Progetto Martina con la campagna informativa nelle scuole, perché espressamente rivolta ai più giovani, sui corretti stili di vita per prevenire l’insorgenza dei tumori. Da ultimo, a fine gennaio si concretizza la collaborazione con la Scuola civica di musica ‘Stefano Scodanibbio’ di Macerata con l’istituzione di una borsa di studio da destinare a un o una giovane musicista di talento.
L’atteso big match di giornata si chiude senza reti e senza scossoni in classifica, lasciando tutto invariato nelle zone alte. La Fermana resta al comando, il Trodica mantiene la seconda posizione a quattro punti dai canarini, ma viene raggiunto dal Montecchio, rendendo ancora più avvincente la lotta di vertice.
Ne esce una gara spigolosa e frammentata, con poche occasioni e tanti duelli, nella quale le difese prevalgono sugli attacchi e gli spunti degni di nota si contano sulle dita di una mano. Entrambi gli allenatori sorprendono nelle scelte iniziali. Gentilini decide di non sostituire Guti con Carmona e schiera Barrasso nel ruolo di trequartista nel 3-4-1-2, con Cicarevic ancora in coppia con Fofi. Buratti risponde con un 3-5-2 per il Trodica, inserendo Marcaccio in mediana al posto di Emiliozzi, Spagna a tutta fascia sulla destra, il neo acquisto Vanzan sull’out opposto e davanti Marchionni a supporto di Gigli.
La Fermana prova a fare la partita fin dalle prime battute, mentre il Trodica cerca subito la verticalità per sfruttare la velocità dei propri attaccanti. In avvio arrivano due conclusioni senza fortuna di Spagna e Vanzan, poi i padroni di casa alzano il baricentro. Barrasso viene fermato in extremis da Ciaramitaro, quindi Cicarevic mette in mezzo un paio di palloni interessanti che però Fofi e Lischi non riescono a trasformare in gol.
Il match si incattivisce anche per il metro permissivo del direttore di gara, che lascia correre diversi contatti alimentando l’agonismo. Il principale brivido del primo tempo arriva intorno al 35’, quando il corner di Vanzan attraversa l’area e termina sul primo palo, con Valente decisivo nell’evitare il possibile tap-in di Passalacqua. La Fermana manovra di più, ma negli ultimi metri fatica a rendersi davvero pericolosa e Baldi viene chiamato in causa solo nel finale di tempo per smanacciare un cross basso di Lischi.
Nessun cambio all’intervallo e ripresa che riparte a ritmi contenuti. L’unico vero sussulto arriva all’8’, quando su punizione laterale di Marina Barrasso, tutto solo al centro dell’area, calcia però altissimo. I problemi fisici condizionano entrambe le squadre: Rodriguez è costretto a uscire per un infortunio muscolare, probabilmente all’adduttore, lasciando spazio a Barellini. Nel primo tempo era stato invece Marchionni ad alzare bandiera bianca, sostituito da Salvemini.
Al 20’ triplo cambio per il Trodica e momento speciale con il ritorno al Recchioni di Cognigni, che prende il posto di Spagna, accolto da sonori fischi del pubblico di casa. Prima di uscire, proprio Spagna prova la conclusione di destro, ma trova il muro di Malafronte. Intorno alla metà della ripresa dalla Tribuna Ovest partono anche cori di sostegno alla Fermana, un segnale forte in uno stadio che da tempo non viveva un clima simile.
Dal punto di vista delle occasioni, però, la partita non decolla. Gentilini prova a dare più peso offensivo inserendo Carmona al posto di Cicarevic, ma il finale scivola via senza emozioni degne di nota. Dopo cinque minuti di recupero, il big match del Recchioni si chiude sullo 0-0, un risultato che conferma equilibri e gerarchie in vetta al campionato.
IL TABELLINO
FERMANA (3-4-1-2): Valente; Scanagatta, Kieling, Rodriguez (10′ st Barellini); Lischi, Nunzi (43′ st Morelli), Marin, Malafronte;Barrasso; Cicarevic (30′ st Carmona), Fofi All. Gentilini
TRODICA (3-5-2): Baldi; Passalacqua, Cantarini, Ciaramitaro; Spagna (20′ st Cognigni), Costa Ferreira (36′ st Tringali), Marcaccio,Panichelli, Vanzan (20′ st Gobbi); Marchionni (33’ Salvemini), Gigli (20′ st Tardini) All. Buratti
ARBITRO: Rossomando di Salerno
NOTE: spettatori 1200 circa. Ammoniti Marcaccio, Alisson, Passalacqua Recupero 3 + 5
La cronaca dell’ultimo periodo ci consegnano tragedie come quella di Crans Montana in Svizzera dove tanti giovani sono morti e tanti lottano con le loro ferite per un evidente sfruttamento della loro vitalità e voglia di vivere. In due scuole ieri ed oggi ragazzi sono stati accoltellati da coetanei ed uno è morto. Sono episodi che inducono a riproporre nostre analisi già evidenziate in questa rubrica (repetita iuvant…).
L’argomento è serio, serissimo. Le cronache giornaliere ci consegnano episodi di estrema gravità che riguardano i comportamenti dei giovani ed anche giovanissimi. Ci siamo occupati nelle pagine precedenti della popolazione anziana e del suo incremento con i conseguenti problemi di organizzazione sociale e tutela della salute.
La popolazione giovane merita altrettanta attenzione, i giovani sono la parte più viva della società, sono il futuro, sono la parte più bella, dovrebbero essere la parte più sana.
Nelle nazioni occidentali ed in particolare in Italia il numero dei giovani in percentuale sta decrescendo in conseguenza del calo della natalità che ha colpito le società più industrializzate risentendo di una crisi soprattutto di organizzazione sociale ed economica prima strisciante e poi divenuta, in certi ambiti, dirompente.
Possiamo considerare come gioventù quel periodo che va dall’adolescenza fino alla prima maturità, dai 13 ai 30 anni circa. Le generazioni che intercorrono tra questi due limiti di tempo sono incappate forse nel periodo peggiore dal dopoguerra.
Il modello di sviluppo economico si è basato sul consumismo e nel secolo scorso ha contribuito alla crescita di società evolute rapidamente in tutti i loro aspetti. La tecnologia ha fatto passi rapidi e da gigante invadendo la vita di ognuno di noi, dalla comunicazione all’educazione, dall’alimentazione alla gestione del tempo libero, fino alla tutela della salute.
Un fenomeno gigantesco che ha contribuito a dare opportunità di visibilità e parola a tutti, ha creato un’inedita ed evoluta società moderna. Anche nel periodo migliore, almeno in Italia, quando la tecnologia non era così invasiva, qualche punto nero nello splendore di un benessere generale in espansione però si intravedeva, ma era inghiottito dall’ebbrezza e dall’eccitazione per la possibilità di avere sempre di più.
Il culto quasi smisurato del denaro era evidente che stava fiaccando il valore della cultura, della morale, della tutela dell’ambiente, dei valori legati ad una società arcaica e spesso contadina che aveva sempre tutelato la famiglia e l’educazione dei più giovani.
Le speculazioni edilizie con immane deturpamento ambientale, le speculazioni finanziarie con la concentrazione di grandi ricchezze nelle mani di pochi a scapito dei tanti che la ricchezza l’avevano prodotta, i mercati del vizio, per esempio droga e prostituzione, sembravano tutti mali minori, quasi fisiologici, uno scotto da pagare per l’acquisizione del benessere generalizzato.
Le droghe meritano un momento di riflessione perché per i giovani hanno rappresentato e rappresentano ancora un pericolo enorme. Per una parte rilevante di loro la droga ha deteriorato la vita, spesso l’ha distrutta economicamente, intellettualmente e fisicamente e non solo la loro, ma anche quella delle persone più vicine.
Se si parla di salute la tossicodipendenza ha determinato e determina gravi conseguenze neurologiche e psichiatriche, il deperimento fisico, la difficoltà di studiare o lavorare, poi la possibilità di contrarre infezioni come epatiti, AIDS, un calvario senza fine che ha annientato, e continua a farlo, milioni di giovani, peggio di una guerra.
Tutto questo è potuto succedere grazie all’avidità smisurata di organizzazioni criminali che hanno iniettato nella società un “virus” devastante proprio per colpire e sfruttare i giovani.
Un altro buco nero tollerato è stata la deliberata distruzione dell’ambiente con un’immane opera di cementificazione ed inquinamento che ha letteralmente stravolto l’equilibrio tra gli elementi e le forze della natura. Di questo scempio ogni giorno ne vediamo le conseguenze.
Per restare ai punti neri che poi sono diventati delle vere e proprie macchie, un altro problema della nostra società opulenta è quello dell’alimentazione scorretta ed eccessiva.
La fame atavica dei nostri nonni e dei nostri padri ha generato per reazione, assumendo come forma di riscatto sociale, il consumo di un’enorme quantità di alimenti non necessari ed il conseguente rischio rappresentato soprattutto per i giovani dall’obesità.
L’obesità giovanile, se non si corre presto ai ripari, mina la salute per tutta la vita. È anche evidente che il modello economico e politico basato sull’espansione dei consumi doveva prima o poi entrare in crisi.
Quando si ha a disposizione tutto quello che viene proposto, il meccanismo del ricambio dei beni acquisiti è più lento di quello che propone la novità e vengono a cadere una dopo l’altra le certezze, in più con il peso e il pericolo delle contraddizioni del sistema; il lavoro innanzi tutto, ma anche la scuola, la tutela della salute, il concetto di famiglia, la ricerca di una prospettiva di futuro hanno subito e stanno ancora subendo un appannamento rovinoso.
Il disorientamento anche dei migliori è palpabile e drammatico, figurarsi quello di coloro che restano più indietro. La tendenza è quella di rinchiudersi in una solitudine che illude di frequentare tutto il mondo attraverso lo schermo di uno smartphone e le innumerevoli proposte di ogni tipo e valore che in esso appaiono.
Le famiglie cercano in qualche modo di arginare i danni, di difendere i loro giovani, ma fino a quando e in che modo lo possono fare? Oltretutto in periodi come questo i mercati del crimine e del vizio che propongono soluzioni compensative al disagio non arretrano, anzi si espandono ed offrono prodotti sempre nuovi ed appetibili.
Le droghe, l’alcool, gli “sballi” vari penetrano sempre più in una popolazione giovanile che comincia ad evidenziare le caratteristiche di uno stato di deriva.
Tutto questo è un aspetto importante della salute con il rischio, speriamo solo teorico, che il grande aumento di aspettativa di vita rilevato nelle generazioni che erano giovani durante la guerra arretri ed evidenzi problematiche di salute nuove, frequenti e gravi.
È della cronaca attuale la morte di tanti giovanissimi in un luogo di divertimento per il Capodanno a Crans-Montana in Svizzera. Proprio ieri ed oggi notizie di cronaca di ragazzi che si accoltellano a scuola, a La Spezia l’epilogo è stato tragico con la morte di un diciottenne.
Ne parliamo con la Dottoressa Maria Stella Andreozzi, psicologa clinica che si occupa tutti i giorni di questi problemi con gli studi e confrontandosi con esempi reali. Cosa dire?
Dott.ssa Andreozzi quali sono le cause dell'evidente disagio giovanile attuale?
"In un mondo in continua e veloce trasformazione ai giovani di oggi è richiesto un costante e faticoso adattamento. Per spiegare questo disagio non si può non parlare dell’utilizzo che i giovani fanno dei social: una vera e propria sostituzione del mondo reale con quello virtuale, sottovalutandone le implicazioni. I giovani sembrano molto suscettibili all’illusione della facilità del successo e alla demonizzazione del fallimento.
Forte è la paura di non essere all’altezza delle aspettative sociali e di non riuscire a reggere questo peso. Se da una parte ciò può degenerare in una corsa alla perfezione per non sentirsi inadeguati, dall’altra può determinare una ridotta esposizione personale a situazioni o contesti che possano generare emozioni spiacevoli e frustrazione. In entrambe le situazioni i giovani si sottraggono alla possibilità di far ‘'palestra di emozioni che possono essere vissute negativamente, ma che sono estremamente utili nel nostro vivere quotidiano, come la vergogna e la paura'".
Quali sono le problematiche più frequenti che lei rileva nei giovani?
"Tra le difficoltà più frequenti troviamo appunto l’utilizzo inappropriato delle nuove tecnologie, disturbi d’ansia e depressivi, dipendenze da sostanze psicoattive, problematiche alimentari e ritiro sociale. Si configurano come vere e proprie strategie per far fronte al disagio emozionale che i giovani vivono.
Ci sono rimedi che lei potrebbe suggerire?
"La presa di consapevolezza di un disagio è il primo passo. Qualora si senta il bisogno di aiuto più strutturato, è fondamentale rivolgersi a professionisti della salute mentale. Ricordiamo che l’educazione parte da piccoli, a casa, e l’azione preventiva ha un grande valore protettivo".
Il ferro è uno di quei nutrienti di cui si parla poco, eppure accompagna silenziosamente ogni nostra giornata. È presente nel corpo in quantità minime, ma senza di lui molte funzioni vitali non potrebbero avvenire. Il suo ruolo più noto è legato al trasporto dell’ossigeno: il ferro è infatti un componente essenziale dell’emoglobina, la proteina contenuta nei globuli rossi che permette all’ossigeno di raggiungere ogni tessuto. Quando il ferro scarseggia, questo meccanismo perde efficienza e le cellule ricevono meno ossigeno. Il corpo allora manda segnali piuttosto chiari: stanchezza persistente, pallore, difficoltà di concentrazione, fiato corto anche per sforzi modesti. Sintomi che spesso vengono attribuiti allo stress o alla mancanza di sonno, ma che talvolta raccontano una storia diversa.
Proprio perché il ferro è così centrale per il nostro benessere, il suo fabbisogno non è uguale per tutti e cambia nel corso della vita. Negli uomini adulti è generalmente più basso, poiché non esistono perdite fisiologiche rilevanti. Nelle donne in età fertile, invece, il bisogno aumenta in modo significativo a causa delle mestruazioni: ogni mese una piccola ma costante perdita di sangue comporta anche una perdita di ferro, che deve essere compensata con l’alimentazione. È per questo che la carenza di ferro è molto più frequente nel sesso femminile, soprattutto in presenza di cicli abbondanti. Durante la gravidanza il fabbisogno cresce ulteriormente, perché il ferro serve anche al feto e alla formazione della placenta. Dopo la menopausa, invece, il fabbisogno delle donne tende ad avvicinarsi a quello maschile.
Nella maggior parte delle persone sane, una dieta varia e ben organizzata è sufficiente a coprire le necessità quotidiane di ferro. Esistono però situazioni in cui il rischio di carenza aumenta e richiede maggiore attenzione. Oltre alla gravidanza e ai cicli abbondanti, rientrano in questa categoria l’infanzia e l’adolescenza, fasi di crescita rapida, alcune patologie intestinali che riducono l’assorbimento dei nutrienti e le diete molto restrittive se non adeguatamente pianificate. Anche gli sportivi meritano un discorso a parte. Chi pratica attività fisica intensa, soprattutto sport di resistenza, può andare incontro a un maggiore consumo di ferro. Microtraumi ripetuti, una più rapida distruzione dei globuli rossi e piccole perdite attraverso sudore o intestino possono, nel tempo, ridurre le riserve. Anche una carenza lieve può così tradursi in un calo della performance, maggiore affaticabilità e tempi di recupero più lunghi.
Un altro aspetto importante è che non tutto il ferro introdotto con l’alimentazione viene assorbito allo stesso modo. Il ferro contenuto negli alimenti di origine animale, come carne, pesce e molluschi, è più facilmente utilizzabile dall’organismo. Quello presente nei vegetali, nei legumi, nei cereali e nella frutta secca è altrettanto prezioso, ma il suo assorbimento dipende dal contesto del pasto. Abbinare le fonti vegetali di ferro a cibi ricchi di vitamina C, come agrumi, kiwi, peperoni o pomodori, può aumentare in modo significativo la quantità di ferro assorbita. Al contrario, tè e caffè consumati durante o subito dopo i pasti principali possono ridurne l’assimilazione. Anche la presenza di piccole quantità di carne o pesce nello stesso pasto può favorire l’assorbimento del ferro di origine vegetale, un dettaglio utile per chi segue un’alimentazione prevalentemente vegetale.
Infine, vale la pena ricordare che il ferro non è importante solo per l’energia fisica. È coinvolto anche nel funzionamento del sistema immunitario, nella produzione di alcuni neurotrasmettitori e nei processi cognitivi. Mantenere buone riserve di ferro significa quindi sostenere non solo il corpo, ma anche la mente. La buona notizia è che, nella maggior parte dei casi, basta un po’ di consapevolezza in più a tavola per prendersene cura. Il ferro lavora nell’ombra, ma quando manca si fa sentire: conoscerlo e curarlo a tavola fa la differenza ogni giorno.
Continuità, competenza e visione futura: la Neonatologia e Nido del presidio pediatrico Salesi dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche prosegue il proprio percorso di eccellenza e di ruolo strategico come hub regionale con la nomina della dottoressa Ilaria Burattini a direttrice della Struttura Operativa Dipartimentale (SOD).
Un passaggio di testimone naturale e fortemente simbolico, quello che raccoglie l’eredità del professor Virgilio Carnielli, storico primario del reparto, andato in pensione alla fine del 2024. Con lui la dottoressa Burattini ha condiviso un lungo percorso professionale durato oltre vent’anni: dalla specializzazione alla recente esperienza come Facente Funzione, fino al concorso del dicembre scorso e all’affidamento ufficiale dell’incarico a partire dal 1° gennaio.
«La storia della Terapia Intensiva Neonatale è fatta di tradizione, dedizione e competenza – afferma la nuova direttrice –. Parliamo di un’unità di alta specializzazione, dove tutto il personale, medici e infermieri, deve possedere una formazione ultra-specialistica per affrontare la complessità della quotidianità. Sarò sempre riconoscente al professor Carnielli per la formazione e il metodo che ci ha trasmesso».
Il reparto, noto anche come TIN – Terapia Intensiva Neonatale, svolge funzioni primarie di estrema delicatezza. L’attività è rivolta in particolare ai neonati prematuri, anche estremi, fino alla 23ª settimana di gestazione, ma abbraccia l’intero spettro della prematurità e le patologie neonatali complesse del neonato a termine. Centrale è inoltre il servizio di trasporto neonatale d’emergenza, che consente il trasferimento di neonati in condizioni critiche dai punti nascita di tutta la regione.
«Accanto alla presa in carico dei piccoli pazienti e delle loro madri – spiega la dottoressa Burattini – uno degli aspetti fondamentali è il follow-up post-acuzie. È importante accompagnare questi bambini in un percorso di monitoraggio che, idealmente, dovrebbe proseguire fino all’età scolare».
La Neonatologia del Salesi rappresenta il cuore di una rete regionale integrata e, grazie alla stretta collaborazione con le altre unità operative del presidio materno-infantile, si configura come un centro di Alta Specializzazione. Un modello basato su un’équipe multidisciplinare altamente qualificata, che garantisce cure accurate, risultati clinici di eccellenza e un profondo approccio di umanizzazione dell’assistenza.
I numeri confermano il valore del lavoro svolto: un tasso di mortalità tra i più bassi d’Italia, un’occupazione dei posti letto costantemente elevata e un’attenzione costante ai bisogni delle famiglie.
Negli ultimi vent’anni il contesto è profondamente cambiato. «Il tasso di natalità si è quasi dimezzato, mentre quello della prematurità è rimasto pressoché invariato – sottolinea la direttrice –. Oggi una parte significativa delle partorienti è di origine straniera: donne e famiglie che necessitano di un supporto maggiore. La presenza dei genitori in reparto, considerati parte integrante del percorso di cura e non semplici visitatori, è sempre più centrale. Per questo, in futuro, sarà fondamentale investire anche in spazi più accoglienti».
Una sfida che guarda avanti, nel solco di una tradizione solida, con l’obiettivo di continuare a garantire ai neonati più fragili e alle loro famiglie cure di altissimo livello, competenza e umanità.
Prestazioni sanitarie anche nei fine settimana e una gestione più efficiente delle agende dedicate ai pazienti cronici e oncologici: sono queste le due principali misure approvate dalla Giunta regionale delle Marche per contrastare il problema delle liste d’attesa e garantire un accesso più rapido alle cure.
Il provvedimento, proposto dall’assessore regionale alla Sanità Paolo Calcinaro, prevede la possibilità per tutte le Aziende sanitarie territoriali (Ast) di programmare visite ed esami diagnostici anche il sabato e la domenica, in via straordinaria.
Nel dettaglio, le prestazioni sanitarie saranno erogate in 24 giornate di sabato e 24 di domenica, nei periodi compresi tra il 17 gennaio e il 24 maggio e tra il 3 ottobre e il 29 novembre 2026, per un intervento definito “una tantum”. Le strutture sanitarie individueranno le prestazioni con il maggiore numero di utenti in lista di attesa e organizzeranno di conseguenza le agende di prenotazione.
La Regione specifica che le prenotazioni avverranno con le stesse modalità utilizzate nei giorni feriali, garantendo però, nei fine settimana, un incremento minimo del 3% mensile delle prestazioni prioritarie rispetto al totale.
Accanto all’estensione degli orari, la delibera introduce anche un’importante novità nella gestione delle agende di presa in carico per i pazienti cronico-degenerativi e oncologici (Pic). L’obiettivo è quello di ottimizzare l’utilizzo delle sedute ambulatoriali, rimettendo a disposizione del Cup i posti non utilizzati, che potranno così essere prenotati da tutti i cittadini. Un sistema pensato per migliorare efficienza, continuità assistenziale e accessibilità ai servizi sanitari.
La gestione di queste agende potrà essere affidata direttamente agli specialisti o a strutture dedicate dell’ente sanitario di riferimento.
«Non è una misura risolutiva – ha commentato l’assessore Calcinaro – ma rappresenta un passo necessario della sanità pubblica per affrontare un problema rilevante come quello delle liste d’attesa. È un segnale concreto di capacità di andare oltre l’ordinario, anche considerando che una parte delle criticità deriva da inappropriatezze nella domanda».Calcinaro ha inoltre precisato che l’adesione del personale medico e sanitario avverrà su base volontaria e con adeguata retribuzione.
Lo stato di attuazione del Pnrr sulla Missione 6 – Tutela della salute nelle Marche, con la Regione nel ruolo di soggetto attuatore, mostra un avanzamento rilevante, con impegni pari all’80% delle risorse assegnate. È quanto emerge dalla relazione della Corte dei Conti – Sezione delle autonomie, basata sulle rilevazioni della Sezione regionale di controllo delle Marche, diffusa nel 2025 su dati aggiornati al 2024.
Nel dettaglio risultano attivi 206 progetti, per un costo complessivo di 402,6 milioni di euro. Di questi, 301,9 milionisono finanziati dal Pnrr, pari al 75%, mentre 78 milioni provengono da risorse statali per il 19,4%. Il cofinanziamento regionale ammonta a 16,1 milioni di euro, corrispondenti a circa il 4%, a cui si aggiungono 6,4 milioni di risorse proprie delle aziende sanitarie, pari all’1,6%.
La Corte dei Conti segnala positivamente l’attivazione del portale regionale Easy Pnrr Marche, uno strumento pensato per monitorare l’insieme degli interventi locali, con particolare attenzione a quelli in cui la Regione svolge il ruolo di attuatore. Pur riconoscendone l’utilità come supporto al controllo dei dati contabili, come impegni e pagamenti, la Sezione autonomie sottolinea la necessità di affiancare a queste informazioni indicatori fisici, ritenuti fondamentali per valutare l’effettivo avanzamento degli interventi.
Nel corso del 2024, gli impegni di spesa nelle Marche si sono ridotti rispetto al 2023, passando da 170,4 milioni a 56,4 milioni di euro. Un dato che, secondo la Corte, potrebbe riflettere sia la conclusione della fase più intensa nel 2023, sia possibili rallentamenti nell’avvio di nuove iniziative. La media dei pagamenti si colloca intorno all’8%, mentre al 31 dicembre 2024 risultano raggiunti 238 indicatori su 336, con una percentuale di completamento dei progetti pari al 70,8%, un livello di avanzamento giudicato complessivamente in linea con il cronoprogramma.
Restano tuttavia criticità su alcune misure strategiche. Le Case di Comunità, ad esempio, non risultano ancora attivate e l’avanzamento medio dei lavori si ferma all’1%. Persistono inoltre difficoltà di integrazione con i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, un elemento che potrebbe compromettere l’efficacia del modello organizzativo territoriale. Problemi analoghi riguardano la misura “Verso un nuovo ospedale sicuro e sostenibile”, che registra ritardi significativi nella progettazione delle nuove palazzine destinate ai reparti di emergenza degli ospedali di Senigallia e Fano. Secondo la Corte, questi ritardi, legati alla complessità degli interventi e alla gestione di numerosi stakeholder, mettono in dubbio il rispetto del target europeo fissato per il secondo semestre del 2026.
In senso opposto, viene registrata la conclusione dei progetti per la realizzazione delle Centrali operative territoriali (Cot). Positivo anche l’esito dei controlli sull’avanzamento della fornitura delle grandi apparecchiature sanitarie, così come il raggiungimento del target annuale relativo all’incremento dell’assistenza domiciliare alla popolazione over 65.
Dalle istruttorie della Sezione regionale di controllo emerge infine una criticità trasversale legata alla carenza di personale, che assume connotazioni diverse tra Regione ed enti locali. Nell’ambito della Missione Salute, la scarsa disponibilità di personale medico e infermieristico rischia di mettere a repentaglio la sostenibilità futura dei servizi attivati, mentre gli enti locali soffrono soprattutto la mancanza di personale amministrativo, in particolare nelle fasi di rendicontazione dei progetti. Sul versante della spesa, i Comuni segnalano inoltre difficoltà connesse all’aumento dei costi di costruzione, come nel caso dei nuovi asili nido.
Anche la Regione ha dovuto fronteggiare un incremento inatteso dei costi in fase di attuazione, intervenendo con risorse proprie destinate al cofinanziamento delle opere previste. Con riferimento specifico alla Missione 6 – Salute, il cofinanziamento regionale supera i 16 milioni di euro, pari a circa il 4% del valore complessivo dei progetti, confermando l’impegno diretto dell’ente nel sostenere l’attuazione del Pnrr sanitario.
(fonte Ansa)
Un appello diretto alla popolazione più vulnerabile affinché si sottoponga alla vaccinazione antinfluenzale. A lanciarlo è l’assessore regionale alla Sanità, Paolo Calcinaro, intervenuto a margine della seduta odierna del Consiglio regionale delle Marche.
“In queste settimane ho girato molti ospedali e pronto soccorso e ho visto l’età media e i tipi di patologia presenti. Il mio appello è di vaccinare i più fragili”, ha spiegato Calcinaro, sottolineando come l’afflusso nei reparti di emergenza riguardi in larga parte anziani e persone con patologie pregresse. “Nel 2026 il nostro impegno sarà quello di insistere su una campagna di comunicazione efficace, soprattutto rivolta agli anziani e ai soggetti più fragili, per diminuire la pressione sanitaria sui pronto soccorso”, ha aggiunto.
Calcinaro è poi tornato sulle criticità emerse durante il periodo natalizio, in particolare per quanto riguarda il funzionamento delle guardie mediche. “È necessario attivare un tavolo di confronto per fare una fotografia aggiornata della situazione – ha spiegato – e dobbiamo chiederci, laddove possibile, di mettere qualche risorsa in più per garantire maggiori coperture”.
Un primo passo in questa direzione è già stato calendarizzato. “Posso dire che già nella prima settimana di febbraio incontreremo tutti i territori – ha concluso l’assessore – per avere un quadro preciso di ciò che funziona e di ciò che invece va migliorato”.
L’ultimo Rapporto Aran sulle retribuzioni propone un’analisi tanto attesa quanto sorprendente sui differenziali territoriali degli stipendi nella sanità pubblica, spostando l’attenzione dai principi contrattuali ai livelli retributivi effettivi. La domanda di fondo è semplice ma cruciale: quanto guadagna davvero un infermiere o un operatore sociosanitario a seconda dell’azienda e del territorio in cui lavora.
I dati riguardano circa 485mila dipendenti non dirigenti del Servizio sanitario nazionale e si concentrano su tre profili chiave: i professionisti sanitari, in larga parte infermieri, con una retribuzione media nazionale di 36mila euro, gli operatori sociosanitari, che si attestano sui 28.100 euro, e gli assistenti amministrativi, con una media di 29.500 euro. Il primo elemento che emerge è la dimensione degli scarti: nonostante il contratto nazionale eserciti una forte regolazione centrale, la differenza tra le aziende che pagano meno e quelle che pagano di più oscilla tra 4mila e 5mila euro annui, a seconda del profilo professionale. Un dato che dimostra come, anche all’interno di regole comuni, esistano margini concreti per politiche retributive differenziate tra le oltre cento aziende sanitarie del Paese.
La scomposizione delle buste paga aiuta a capire dove nascono queste differenze. È soprattutto la componente variabile della retribuzione a spiegare lo scarto, incidendo tra il 60% e il 76% del differenziale complessivo. Per i professionisti sanitari sono in particolare i compensi legati alla produttività a generare le maggiori distanze, mentre il sistema delle indennità risulta più uniforme. Un quadro che riflette scelte organizzative e gestionali diverse, più che disparità nei trattamenti di base.
La parte più sorprendente del rapporto riguarda però l’analisi territoriale. In un sistema sanitario a gestione regionale, non emergono differenze nette riconducibili ai confini amministrativi. Al contrario, il rapporto individua aree contigue con livelli retributivi simili: Lombardia e Veneto si collocano su valori elevati, l’Appennino centrale su livelli mediani, mentre la zona padana, estesa fino alle Marche, presenta retribuzioni più contenute. Le regioni a statuto speciale mostrano andamenti disomogenei, con la Sardegna su valori più bassi e Sicilia e Province autonome su livelli più alti.
Per le Marche, questo dato è particolarmente significativo. La regione si inserisce in un’area in cui gli stipendi sanitari risultano mediamente più bassi rispetto ai territori confinanti più forti dal punto di vista economico. Un elemento che può incidere sulle dinamiche di mobilità del personale, soprattutto per figure già oggi difficili da reperire come infermieri e operatori sociosanitari.
Il rapporto introduce anche un’analisi degli “stili gestionali” delle aziende sanitarie, osservando come vengano gestite le relatività retributive tra i diversi profili professionali. Alcune aziende tendono a valorizzare maggiormente i professionisti sanitari rispetto agli assistenti amministrativi, ampliando la forbice salariale; altre, invece, la comprimono. Qui emerge una discrezionalità rilevante, che solleva interrogativi importanti: si tratta di strategie consapevoli per attrarre e trattenere personale sanitario o di esiti non pianificati di prassi consolidate nel tempo?
Nel complesso, il quadro delineato dal Rapporto Aran mette in discussione alcune narrazioni consolidate. Se il decentramento regionale fosse il fattore decisivo, dovremmo osservare cluster regionali ben definiti. In realtà, le scelte retributive sembrano rispondere soprattutto a logiche di mercato del lavoro locale e a forme di benchmarking tra aziende vicine, più che a indirizzi politici regionali espliciti.
Una riflessione finale riguarda due temi che il rapporto indica come meritevoli di ulteriori approfondimenti. Il primo è quello delle prestazioni aggiuntive, oggi non rilevate nei dati, retribuite con tariffe orarie superiori allo straordinario e sempre più utilizzate per far fronte alle carenze di organico. Una loro diffusione disomogenea potrebbe modificare in modo significativo i differenziali retributivi effettivi. Il secondo tema è la possibile correlazione tra retribuzioni e performance sanitarie: i territori e le aziende che pagano di più ottengono anche risultati migliori in termini di servizi e qualità delle cure?
Mentre il dibattito politico nazionale torna a interrogarsi sull’autonomia differenziata, questi dati suggeriscono che il Servizio sanitario nazionale esprime già una forma di federalismo di fatto, più complessa e meno governata di quanto le norme formali lascerebbero immaginare. Un federalismo che, anche nelle Marche, si traduce in differenze concrete negli stipendi di chi ogni giorno garantisce il funzionamento della sanità pubblica.
(Fonte Il Sole 24 Ore, Rapporto Aran)
Dal 1° gennaio 2026 il dottor Massimo Giannini va in pensione, chiudendo una carriera lunga e brillante alla guida dell’Unità Operativa Complessa di Radioterapia e del Dipartimento dei Servizi dell’Ast di Macerata (2023-2025).
Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1985 e specializzato in Radioterapia Oncologica presso l’Università Alma Mater di Bologna nel 1989, il Dr. Giannini ha iniziato la sua carriera negli anni ’90 come dirigente medico presso l’ASL di Ravenna, dove ha lavorato fino al 2006. In seguito è stato responsabile della U.O.S.D. Radioterapia Oncologica dell’ASL Forlì-Cesena e, dal 2007 al 2012, dirigente Medico presso l’Istituto Romagnolo Scientifico per lo studio e la cura dei Tumori (I.R.S.T.) di Meldola, affinando la conoscenza dei moderni acceleratori lineari e delle tecniche terapeutiche più innovative.
Dal 2013 al 31 dicembre 2025 ha diretto l’Unità Operativa Complessa di Radioterapia Oncologica di Macerata, promuovendo l’acquisto di due acceleratori di ultima generazione (2018 e 2023) e l’introduzione di moderne tecniche di trattamento, oggi applicate nel 90% dei casi. Grazie alla sua gestione, il numero di trattamenti è passato dai 713 del 2013 ai 1.243 del 2024, con dati 2025 superiori.
Il dottor Giannini ha ricoperto ruoli di rilievo anche nell’ambito dell’AIRO (Associazione Italiana Radioterapia Oncologica), come Coordinatore Regionale Emilia-Romagna-Marche, membro del Consiglio Direttivo Nazionale e Segretario, contribuendo a iniziative di promozione e sensibilizzazione sul ruolo della radioterapia nel percorso oncologico.
Ha collaborato inoltre con A.Ma.R.T. (Associazione Macerata RadioTerapia), sostenendo l’acquisto di strumenti e macchinari e migliorando gli spazi del reparto per i pazienti.
Il direttore generale dell’Ast di Macerata, dottor Alessandro Marini, ha dichiarato: "Ringraziamo il dottor Giannini per la preziosa attività svolta in questi anni con competenza e abnegazione, elevando la qualità dell’offerta sanitaria e introducendo trattamenti innovativi. Gli auguriamo una nuova stagione di vita piena di soddisfazioni".
Questa mattina, i bambini ricoverati presso il Dipartimento Materno Infantile dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche – Ospedale Salesi hanno ricevuto una sorpresa speciale: la Befana è arrivata portando dolci, doni e, soprattutto, sorrisi. L’iniziativa è stata realizzata grazie agli operatori e ai volontari della Fondazione Ospedale Salesi ETS, con il sostegno dei partner locali e dei donatori generosi.
L’evento, inserito in un più ampio percorso di umanizzazione delle cure, ha l’obiettivo di migliorare il benessere psicofisico dei pazienti e delle loro famiglie. “Come Fondazione siamo costantemente impegnati in progetti di ricerca scientifica, innovazione tecnologica e attività di coterapia, per rendere l’ospedale sempre più a misura di bambino – spiega la dottoressa Cinzia Cocco, Presidente della Fondazione Ospedale Salesi ETS – Ringraziamo la nostra rete di partner e donatori, grazie ai quali possiamo portare avanti la nostra missione con efficacia.”
A vestire i panni delle befane sono stati volontari della Fondazione, accompagnati dagli operatori, tra cui la giocoterapeuta e uno dei due clown dottori, che hanno consegnato le calze nei reparti, regalando momenti di spensieratezza ai piccoli ricoverati. Le calze, parte delle quali donate da Spazio Conad di via Scataglini e da Conad di via Trieste ad Ancona, hanno reso l’Epifania ancora più speciale per i bambini.
Esattamente un anno dopo quella tragica mattina del 4 gennaio 2025, il ricordo della dottoressa Lucia Manfredi torna a farsi sentire con forza tra le mura dell'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche. La comunità non ha dimenticato il drammatico incidente stradale nel quartiere Torrette di Ancona, dove la dottoressa, a soli 40 anni, perse la vita insieme al marito Diego Duca, stimato autista soccorritore del 118.
Uno schianto terribile avvenuto mentre Lucia si recava al lavoro per iniziare il proprio turno, una fatalità che lasciò un figlio di dieci anni e un vuoto incolmabile nel tessuto sanitario e sociale della città.
Per onorare una vita spesa al servizio degli altri, la Clinica Medica ha deciso di trasformare il dolore in un lascito concreto per il territorio. Nelle prossime settimane verrà infatti attivata la "Lupus Clinic - Lucia Manfredi", una struttura specialistica d'eccellenza dedicata allo studio e alla cura del lupus eritematoso sistemico (LES).
Il centro opererà sotto l’egida del Gruppo LES Italiano ODV e rappresenterà un punto di riferimento nazionale per la lotta alle malattie autoimmuni, settore in cui la dottoressa Manfredi si era distinta per competenza e instancabile dedizione.
L’intitolazione non è solo un atto formale, ma il riconoscimento di un modello umano e professionale. Lucia Manfredi era considerata dai colleghi e dagli infermieri una guida preziosa, capace di coniugare il rigore scientifico con una profonda empatia verso i pazienti.
Come sottolineato dal professor Gianluca Moroncini, direttore della clinica medica, "dedicare questo centro a Lucia è un atto sentito per una collaboratrice valente che ha saputo trasmettere valori di impegno e umanità a tutto il reparto". La nuova clinica si propone, dunque, di incarnare quello spirito di servizio che ha caratterizzato la breve ma intensa carriera della dottoressa.
L'avvio delle attività della Lupus Clinic sarà accompagnato da una serie di eventi scientifici e incontri aperti alla cittadinanza, con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica sulle patologie autoimmuni e mantenere vivo il dialogo tra ospedale e territorio. A un anno dalla scomparsa, sebbene il tempo scorra, la figura di Lucia Manfredi resta presente nei corridoi di Torrette e nelle storie di chi ha ricevuto le sue cure.
L’influenza è una sindrome patologica che si ripete tutti gli anni. Alle porte dell’inverno è già noto il virus responsabile, si appronta un vaccino a disposizione di tutta la popolazione con particolare raccomandazione di farne uso soprattutto per bambini ed anziani e coloro che hanno delle fragilità pregresse.
Negli ultimi anni l’azione patogena dell’influenza è stata sempre abbastanza blanda, quest’anno si è presentata più aggressiva con una importante incidenza e sintomatologia debilitante. Personalmente e in famiglia siamo stati colpiti, le prime avvisaglie il giorno di Natale con febbre alta, nausea, tosse stizzosa e dolori articolari. In questi giorni si sta riscontrando il picco di persone colpite.
Ne parliamo con il dottor Stefano Gobbi, medico di Medicina Generale a Tolentino che ha ricevuto numerosissime chiamate dai suoi pazienti proprio per gestire una sempre più diffusa situazione influenzale.
Dr Gobbi com’è la situazione?
"In questo periodo c'è un aumento dei casi di influenza nella popolazione, con sintomi che vanno dalla febbre alta, tosse, dolori ossei a sintomi con nausea, dolori intestinali che mettono i pazienti a letto per qualche giorno. La tosse persistente per qualcuno rimane a lungo".
Una particolare incidenza nella nostra regione?
"Sembra di sì, nelle Marche si calcola che attualmente ci siano 25.000 persone a letto con l’influenza, un’incidenza tra le più alte in ambito nazionale. Da sottolineare la variante denominata K che colpisce la popolazione più debole specie cardiopatici, diabetici, bronchitici che devono essere salvaguardati.
Il vaccino è efficace?
"Il vaccino fatto da qualche tempo proprio per la variante K del virus che è subentrata sembrerebbe poco efficace per l’incidenza della patologia, ma in realtà permette nei soggetti malati una patologia meno impattante, cioè con sintomatologia più debole e quindi una migliore risoluzione.
Quale terapia seguire?
"Anzitutto si consiglia il riposo a letto, un’alimentazione leggera. La terapia consiste in farmaci antinfluenzali, antinfiammatori e fluidificanti per catarro e per calmare la tosse, riservando la terapia antibiotica solo a casi più difficili quando si sospetta un’infezione ulteriore a livello bronchitico e/o polmonare".
Un intervento straordinario, affrontato e risolto in poche ore grazie a un’organizzazione d’eccellenza e a un team multidisciplinare altamente specializzato. È quanto avvenuto all’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche, dove un caso clinico raro e di estrema complessità è stato gestito con successo, consentendo oggi al paziente – un uomo di 35 anni – di essere dimesso e di avviarsi verso un pieno recupero.
Il caso riguardava una rara neoplasia renale con estensione vascolare, complicata da dolore acuto e da un importante sanguinamento. Una condizione che, nella quasi totalità dei casi, viene trattata con interventi programmati e mai in regime di emergenza. In questo caso, però, il rapido peggioramento del quadro clinico ha imposto una decisione immediata.
A coordinare l’équipe è stato il professor Andrea Benedetto Galosi, direttore della Clinica Urologica dell’AOU delle Marche, che sottolinea l’eccezionalità dell’intervento: «Ci siamo trovati di fronte a una situazione altamente complessa e rischiosa. La neoplasia, localizzata nel rene sinistro, si estendeva alla vena renale e alla vena cava fino al livello del fegato, a pochi centimetri dal cuore. Un quadro clinico acuto che non consentiva attese».
L’anomalia anatomica – la presenza della massa tumorale nella vena cava partendo dal rene sinistro – ha reso il caso ancora più raro e pericoloso. Il rischio di mortalità era concreto. Proprio per questo, il team ha deciso di procedere con un intervento d’urgenza, organizzato e portato a termine nell’arco di poche ore.
Il paziente è stato trasferito da un ospedale del territorio regionale ad Ancona nel primo pomeriggio e, dopo una rapida ma accurata valutazione multidisciplinare, è entrato in sala operatoria intorno alle 18. Una scelta resa possibile solo grazie alla capacità del blocco operatorio di allestire in tempi record tutte le risorse necessarie.
Determinante la collaborazione tra diverse strutture dell’AOU delle Marche: la Chirurgia Vascolare, unica struttura complessa di questo tipo a livello regionale, diretta dal dottor Emanuele Gatta; la Divisione di Anestesia e Rianimazione, guidata dalla dottoressa Elisabetta Cerutti; oltre al personale infermieristico e agli strumentisti del blocco operatorio, fondamentali nella gestione di procedure altamente complesse. Un lavoro di squadra in cui ogni professionalità ha avuto un ruolo cruciale.
Il direttore generale, Armando Marco Gozzini, evidenzia il valore strategico di questo risultato:«È in situazioni come questa che emerge la vera missione del nostro polo ospedaliero. L’alta complessità e la chirurgia multidisciplinare fanno parte della nostra quotidianità e permettono di rendere sicure procedure estremamente difficili».
Soddisfazione anche da parte del magnifico Rettore dell’Università Politecnica delle Marche, Enrico Quagliarini, che sottolinea il valore della sinergia tra università e ospedale:«La capacità di affrontare un caso così complesso in emergenza è frutto di competenze scientifiche di altissimo livello e di una collaborazione multidisciplinare che rappresenta un modello per il territorio. È un esempio concreto di come la sinergia tra università e ospedale generi innovazione, qualità e umanità nelle cure».
Il paziente oggi sta bene, le prospettive cliniche sono ottime e il decorso post-operatorio sarà monitorato nei prossimi mesi. Un risultato che conferma l’eccellenza della Clinica Urologica, riconosciuta dalla Società Italiana di Urologia come centro di riferimento per il trattamento del tumore renale e insignita del Bollino Arancione 2024–2025.
C’è un modo di andare in pensione che non assomiglia a una semplice “fine del servizio”, ma a un passaggio di testimone, fatto di ricordi condivisi e di rispetto autentico. È il clima che si è respirato lo scorso 20 dicembre al ristorante Il Gambero di Porto Sant’Elpidio, dove colleghi e collaboratori hanno salutato il dottor Vincenzo Ramovecchi nella cornice di una cena che è stata un racconto corale.
Ramovecchi, primario e punto di riferimento per tre unità operative tra Macerata, San Severino e Recanati, ha attraversato anni di lavoro intenso con una cifra stilistica riconoscibile: presenza costante, precisione, cura delle persone. E proprio questa dimensione, umana oltre che professionale, è emersa con forza durante una serata che ha riunito il personale di ieri e quello di oggi.
La cena si è svolta sotto il segno di un filo rosso; quello di chi ha collaborato con Ramovecchi negli anni, intrecciando competenze, turni, responsabilità e – inevitabilmente – anche emozioni: il riflesso di un percorso costruito giorno dopo giorno, reparto dopo reparto, sala dopo sala.
A rendere la serata ancora più viva ci hanno pensato i momenti di spettacolo alternati ai brindisi e ai racconti. A fare da colonna sonora, le note della Poppysband, che hanno allietato e movimentato l’incontro con una leggerezza capace di tenere insieme sorrisi e un po’ di nostalgia.
Tra i ricordi condivisi, uno è tornato più volte: la sala operatoria e il reparto come “regno”, come luogo in cui Ramovecchi era davvero a casa. Un ambiente complesso, fatto di decisioni rapide, di grandi responsabilità, concentrazione costante. Eppure, chi ha lavorato con lui ha descritto una caratteristica che lo ha contraddistinto: la serenità.
Sereno anche quando le situazioni si facevano difficili, quando un intervento richiedeva sangue freddo o quando l’organizzazione quotidiana sembrava non lasciare margini. Una serenità, hanno ricordato in molti, che veniva trasmessa anche ai collaboratori, nell’ottica di far parte di un’unica squadra.
Nel corso della sua carriera non sono mancate proposte per lavorare fuori regione. Offerte che, per un professionista del suo profilo, sarebbero state anche lusinghiere. Eppure, Ramovecchi ha scelto di restare: una scelta coerente con un legame mai reciso con il territorio e con le sue origini.
Il suo punto fermo è sempre stato Morrovalle, dove ha dato vita anche alla sua Clinica. Un segno concreto di appartenenza e di progettualità: non solo “restare”, ma costruire, investire, dare continuità a una visione della medicina vicina alle persone, radicata, riconoscibile.
Dal personale e dai presenti – e in particolare dall’Ospedale di Macerata – è arrivato un messaggio di gratitudine che riassume bene ciò che Ramovecchi ha rappresentato per chi gli è stato accanto:
“Lei, per noi, è stato non solo un medico eccellente, ma anche un punto di riferimento, una presenza rassicurante, capace di ascoltare sempre tutti con attenzione e di seguire ogni collaboratore con sensibilità e rispetto”.
Un ringraziamento particolare è arrivato anche dal direttore di Picchio News, Guido Picchio, che ha voluto sottolineare – rivolgendosi a Ramovecchi e al personale del reparto di Oculistica dell’Ospedale di Macerata – la grande professionalità, il garbo e l’attenzione peculiare che nel tempo ha contraddistinto il rapporto umano e professionale.
La cena del 20 dicembre non è stata soltanto una festa: è stata la prova che una carriera può diventare comunità. E che un medico – quando unisce alta competenza e umanità – si continua a riconoscere, nel modo in cui gli altri lavorano dopo di lui.
Un nuovo e fondamentale presidio di soccorso entra a far parte del parco mezzi del Comitato di San Severino Marche della Croce Rossa Italiana. È stata ufficialmente inaugurata la nuova ambulanza da soccorso base, un progetto dal valore di circa 98 mila euro che segna un passaggio storico per il sodalizio locale: il nuovo mezzo va infatti a sostituire l’ormai vecchia ambulanza che, dopo quasi vent’anni di onorato servizio, è stata posta a riposo.
Alla cerimonia di inaugurazione hanno preso parte le massime autorità cittadine, a testimonianza del profondo legame tra la CRI e il territorio: il sindaco della città di San Severino Marche, Rosa Piermattei, il vice sindaco Jacopo Orlandani, il presidente del Consiglio comunale, Sandro Granata, e l'assessore Vanna Bianconi. Presenti anche i rappresentanti della Polizia Locale. Il nuovo mezzo è stato benedetto da don Aldo Romagnoli, in un momento di sentita partecipazione collettiva.
Anche nel corso dell’ultimo anno l’impegno dei volontari settempedani della Cri è stato incessante: hanno percorso 304.443 chilometri ed effettuato ben 3.148 trasporti, assistendo migliaia di persone. La Croce Rossa locale garantisce quotidianamente la copertura dei servizi di trasporto sanitario, sia per privati che in convenzione con l’Ast, oltre al prezioso servizio con pulmino per persone con disabilità e ai servizi di taxi sociale e sanitario.
“L'aumento dei trasporti richiesti, specialmente per dimissioni, visite e spostamenti tra presidi ospedalieri, riflette i nuovi fabbisogni del territorio legati anche all'innalzamento dell’età media - ha sottolineato la presidente del Comitato, Cristina Grillo, aggiungendo - Questo nuovo mezzo è essenziale per rispondere con efficienza e sicurezza a una domanda di assistenza sempre più necessaria”.
Il raggiungimento dell’importante obiettivo è stato possibile grazie a una straordinaria rete di generosità che la presidente Grillo e il Consiglio direttivo della Cri hanno voluto ricordare ringraziando pubblicamente chi ha dato una mano. A partire dal Comitato Jake Jam per la donazione del defibrillatore installato a bordo per proseguire con il fotografo Claudio Scarponi che ha devoluto il ricavato della sua mostra “Occhi del mondo” per l’acquisto di un secondo defibrillatore, con la famiglia Rondelli-Piantoni per il sostegno al mercatino solidale e con l’Amministrazione comunale e la Pro Loco per l’accoglienza durante il mercatino dell’Immacolata.
La nuova ambulanza è un bene che appartiene a tutta la comunità settempedana che potrà continuare a contribuire per l’acquisto del nuovo mezzo con donazioni al Comitato Cri.
L’AST di Macerata rafforza l’organico con l’assunzione di 116 nuove figure professionali, a seguito delle analoghe iniziative già realizzate nelle AST di Fermo e Pesaro Urbino. Lo ha confermato l’assessore regionale alla Sanità, Paolo Calcinaro, evidenziando che si tratta di un’operazione straordinaria inserita nel Piano Integrato di Attività ed Organizzazione (PIAO) 2025‑2027.
«Queste assunzioni – spiega Calcinaro – avvengono in deroga ai tetti ordinari di spesa e senza impatto sul bilancio regionale, rendendole ancora più rilevanti. Rappresentano un passo concreto per rafforzare il sistema sanitario territoriale».
Le nuove assunzioni riguardano: 3 medici, 3 psicologi, 78 infermieri, 21 operatori socio-sanitari, 3 assistenti sociali e 8 assistenti amministrativi. Il personale sarà destinato a Case di Comunità (Camerino, San Severino Marche, Treia, Corridonia, Macerata, Civitanova Marche e Recanati), Ospedali di Comunità (Corridonia e Treia), Centrali operative territoriali (COT) di San Severino Marche, Macerata e Civitanova Marche e Unità di continuità assistenziale (UCA) del territorio.
«Strutture adeguatamente attrezzate – sottolinea Calcinaro – che stanno finalmente assumendo la forma necessaria per affrontare le criticità locali. Presto tutte le AST avranno le loro Case e Ospedali di Comunità, con personale idoneo al loro funzionamento».
Il direttore generale dell’AST di Macerata, Alessandro Marini, ringrazia l’assessore e la Regione Marche per aver risposto alle specifiche esigenze di un territorio geograficamente complesso: «Queste assunzioni permetteranno di portare assistenza di qualità nei luoghi di vita delle persone».
L’assessore infine ricorda che tutte le assunzioni saranno a tempo indeterminato, "contribuendo a rendere più stabile il sistema sanitario regionale e a rafforzare i servizi in ogni parte delle Marche".
Questa mattina, nell’Aula Biblioteca dell’Ospedale di Macerata, si è tenuta l'inaugurazione del nuovo angiografo donato dalla Fondazione Carima alla Radiologia Interventistica, diretta dal dottor Salvatore Alborino. Un passaggio decisivo per il rafforzamento dell’offerta sanitaria del territorio e per la qualità delle prestazioni rivolte ai cittadini.
Il valore umano e collettivo dell’iniziativa è stato sottolineato dal presidente della Fondazione Carima Francesco Sabbatucci Friscioni Stendardi, che ha voluto ringraziare chi quotidianamente rende possibile questo impegno: “Tutto questo è grazie a quelle persone vestite con le camicie verdi e bianche che ci aiutano tutti i giorni”. Il presidente ha poi ricordato come si tratti di una donazione che va oltre ogni confine: “È una cosa che serve a tutti, non solo alla provincia di Macerata, ma anche a chi arriva da fuori regione per curarsi qui”.
Soddisfazione anche da parte dell’amministrazione comunale. Il sindaco di Macerata Sandro Parcaroli ha evidenziato l’importanza della collaborazione con la Fondazione Carima, dichiarando: “Ringrazio la Fondazione con la quale collaboriamo su più fronti e che aiuta concretamente la città di Macerata”. Una sinergia che nel tempo ha prodotto risultati tangibili per la comunità.
Il quadro complessivo degli investimenti è stato illustrato dal segretario della Fondazione Gianni Fermanelli, che ha parlato di un percorso iniziato un anno fa e oggi portato a compimento: “Dopo un anno esatto si chiude un cerchio nel migliore dei modi. Abbiamo completato una campagna di donazioni sanitarie che conta 17 apparecchiature distribuite su tutti e tre i presidi ospedalieri per un valore complessivo di circa 1 milione e 600 mila euro”. Il nuovo angiografo, ha aggiunto, rappresenta “il fiore all’occhiello di un impegno che ha come obiettivo l’accrescimento del benessere sociale, culturale e fisico del territorio”.
Dal punto di vista sanitario, la dirigente Ast Macerata Daniela Corsi ha sottolineato come questa donazione completi un percorso di crescita già avviato: “Avevamo grandi professionalità e oggi l’unità operativa è finalmente come deve essere. Questi nuovi macchinari eliminano molti spostamenti per la radiologia e permettono un’offerta che cresce ed è sempre più disponibile per i cittadini”.
A rimarcare l’importanza istituzionale dell’evento è intervenuto anche l’assessore regionale Paolo Calcinaro, che ha definito l’inaugurazione “un momento importante”, ribadendo un concetto chiave: “Il pubblico da solo non ce la può fare, mentre quando c’è un’alleanza con il privato si cresce”. Un ringraziamento sentito alla Fondazione Carima e un riconoscimento al valore dell’ospedale di Macerata, già protagonista di ottimi risultati nei dati Agenas: “È un’acquisizione di ulteriore qualità per professionalità riconosciute anche a livello ultraregionale”.
Il direttore generale Ast Macerata Alessandro Marini ha evidenziato il livello tecnologico dell’angiografo e il valore del lavoro di squadra: “Si tratta di una dotazione di altissima fascia, molto performante. Questa tecnologia, unita alla grande professionalità del dottor Alborino, del suo gruppo e di tutta la struttura, ci consente di mantenere performance tra le migliori a livello nazionale”. Marini ha inoltre annunciato che, completate le verifiche tecniche, la macchina sarà operativa dall’inizio del nuovo anno.
A spiegare nel dettaglio l’impatto clinico del nuovo angiografo è stato il direttore della Radiologia Interventistica Salvatore Alborino, che ha ricordato come questo settore sia ormai centrale nella medicina moderna: “La radiologia interventistica riduce gli interventi invasivi e anche i costi”. Grazie a questa apparecchiatura, ha spiegato, “potremo lavorare con maggiore precisione, accuratezza e velocità, trattando più pazienti”. Alborino ha aggiunto che alcuni interventi, soprattutto in ambito oncologico e vascolare, “possono essere eseguiti solo con apparecchiature di questo livello, permettendoci procedure molto più avanzate e complesse rispetto a quelle già oggi di altissima difficoltà che eseguiamo”.
L’inaugurazione del nuovo angiografo si configura così non solo come un traguardo tecnologico, ma come il simbolo concreto di una collaborazione virtuosa tra istituzioni, sanità e mondo privato, capace di tradursi in qualità delle cure, innovazione e maggiore attenzione ai bisogni dei cittadini.