Studenti stranieri, il tetto del 30% c’è già dal 2010: nuova sfida di Meloni per inseguire Vannacci?
Ci sono annunci politici che arrivano con il fragore della novità e poi, andando a scavare appena sotto la superficie, si scopre che la novità era già lì. Magari da qualche anno. A volte da qualche decennio.
È un po' quello che sta succedendo in questi giorni con Giorgia Meloni, il tetto agli studenti stranieri nelle classi e il divieto di burqa e niqab a scuola.
La premier, alla festa di Gioventù Nazionale, ha annunciato che in Consiglio dei ministri arriverà un provvedimento per introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe e per vietare a scuola burqa e hijab, parlando anche dell'obbligo per i genitori degli studenti stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico di imparare l'italiano.
Un annuncio bello carico. Poi, però, arrivano le carte.
Il famoso 30 per cento degli stranieri in classe esiste già dal 2010. Non è una scoperta dell'altro ieri e nemmeno un'idea partorita nelle stanze di Palazzo Chigi dopo il caldo dell'estate. È scritto nella circolare ministeriale n. 2 dell'8 gennaio 2010, che fissava proprio quel limite come criterio ordinario per la composizione delle classi. Lo scriveva allora lo stesso Ministero dell'Istruzione, nero su bianco.
Certo, una circolare non è una legge. Ed è proprio questo l’argomento del governo: secondo il ministro Giuseppe Valditara, il limite non è stato applicato efficacemente e ora serve una norma con forza di legge. Anche i presidi hanno ricordato che una circolare non ha valore cogente e che il problema, soprattutto nelle scuole di quartiere, è come applicare concretamente il tetto.
Ma il punto resta: il 30 per cento non nasce oggi.
E nelle Marche il tema non è affatto astratto. Secondo i dati dell’Ufficio scolastico regionale per il 2026/27, nella provincia di Macerata il 18,33% degli alunni ha cittadinanza non italiana: 7.114 studenti su 38.804, la percentuale più alta tra gli ambiti territoriali marchigiani. La media regionale è del 15,57%.
Il dato, però, va letto insieme a un’altra informazione: 191 delle 208 istituzioni scolastiche marchigiane sono sotto la soglia del 30%. Le sedi che la superano sono 17, cinque delle quali sono CPIA, cioè centri per l’istruzione degli adulti.
Poi c’è il capitolo del velo. E qui serve un piccolo corso accelerato di vocabolario.
Hijab, niqab e burqa non sono la stessa cosa. L’hijab copre i capelli e lascia scoperto il volto; il niqab copre anche il volto, lasciando normalmente visibili gli occhi; il burqa copre integralmente corpo e volto.
La distinzione non è secondaria, perché nelle cronache sull’annuncio di Meloni si sono alternati riferimenti a burqa e hijab e, in altre ricostruzioni, a burqa e niqab.
E anche qui la novità va maneggiata con cautela. Il problema del volto coperto non è comparso nel settembre 2026: l’Italia dispone dal 1975 di una norma generale sull’identificabilità delle persone nei luoghi pubblici. Il tema della sua applicazione a burqa e niqab è discusso da anni. L’hijab, invece, lascia scoperto il volto ed è un’altra questione.
A questo punto entra in scena l’altro elemento politico del racconto: Roberto Vannacci e lo spazio a destra di Fratelli d’Italia.
Il 4 settembre un sondaggio YouTrend per Sky TG24 attribuiva a Futuro Nazionale il 7,9%, contro il 7,1% di Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia era al 26,5%. Un dato che fotografa un consenso rilevato in quel momento, non una previsione elettorale.
È quindi inevitabile che l’annuncio di Meloni venga letto anche alla luce della competizione politica a destra. Immigrazione, identità, integrazione, sicurezza e scuola sono infatti temi sui quali Vannacci ha costruito una parte importante della propria proposta politica.
E lo stesso Vannacci, dopo l’annuncio della premier, si è detto «assolutamente d’accordo» con i provvedimenti, aggiungendo però che sarebbero dovuti arrivare anni fa.
Perché annunciare come una nuova battaglia qualcosa che in parte esiste già? Perché trasformare una vecchia circolare in una nuova bandiera politica? Perché riprendere il tema del volto coperto come se l'Italia fosse improvvisamente diventata un Paese senza strumenti normativi per affrontarlo?
La comunicazione politica non serve soltanto a cambiare le regole. Serve anche a dire agli elettori da che parte stai.
E quando scegli di parlare proprio di stranieri nelle classi, di burqa, di integrazione, di identità e di "bambini italiani diventati minoranza", stai scegliendo un terreno politico. E quel terreno, oggi, è esattamente quello sul quale Vannacci sta cercando di costruire la propria casa.
Ed è qui che la faccenda smette di essere soltanto una discussione sul burqa o sugli studenti stranieri. Diventa una discussione sul modo in cui la politica costruisce le proprie emergenze.
Perché forse il vero obiettivo non è soltanto dire cosa farà il governo.Forse è anche ricordare chi è il governo a quegli elettori che cominciano a guardare qualche centimetro più a destra di Fratelli d'Italia.
Coincidenza? Può darsi. Ma in politica, quando le coincidenze iniziano a presentarsi tutte insieme, almeno una domanda vale la pena farsela.
A chiudere il discorso è arrivato poi il presidente Sergio Mattarella, che ad Amatrice ha ricordato come “la scuola è la più efficace leva di integrazione”, richiamando anche l’articolo 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”. Parole che, nel pieno del dibattito sul tetto agli studenti stranieri, suonano come un richiamo alla funzione della scuola: includere, non alzare barriere, produrre coesione sociale.

poche nuvole (MC)
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