Macerata, l’abbraccio dei fedeli al Santuario di Santa maria delle Vergini: “Dopo 10 anni vogliamo riaprire”
Un abbraccio silenzioso ma carico di significato ha unito centinaia di cittadini maceratesi attorno al Santuario di Santa Maria delle Vergini, chiuso dal terremoto del 2016. Il gesto, semplice ma profondamente simbolico, si è svolto nella serata di ieri nell’ambito dei festeggiamenti dedicati alla Santa Maria delle Vergini.
Attorno alla chiesa, ancora inagibile dopo dieci anni, si sono ritrovati parrocchiani, famiglie e fedeli, insieme ai rappresentanti della Soprintendenza delle Marche e nazionale, oltre a numerose autorità civili e militari. Presenti anche il parroco don Pietro Micheletti e il vescovo Nazzareno Marconi, che si sono uniti alla comunità al termine della celebrazione della Messa e della processione.
Nel corso dell’omelia, il vescovo ha sottolineato il valore profondo dei luoghi di culto: «La chiesa è una scuola di cultura, arte e armonia. È un ospedale che cura le divisioni e gli odi, annunciando fraternità e pace. Per questo è anche una fabbrica di speranza».
Sulla stessa linea il parroco don Pietro Micheletti, che ha ricordato le radici storiche e spirituali del Santuario: «Qui, nel 1548, la Beata Vergine apparve alla piccola Bernardina Di Bonino, accendendo una luce per tutta la città». Una luce che, nonostante il sisma, non si è mai spenta: «Le scosse hanno ferito le pietre, ma non hanno spezzato la nostra fede. Da dieci anni celebriamo sotto un tendone. Ma un popolo senza casa non può restare provvisorio per sempre».
L’iniziativa non ha avuto toni polemici, ma si è proposta come un appello composto e determinato alle istituzioni competenti. «Una chiesa chiusa è un dolore silenzioso – ha aggiunto il parroco –. Restaurare non significa solo ricostruire muri, ma restituire alla comunità un luogo di preghiera e alla città un patrimonio storico e artistico di grande valore».

La serata è stata scandita da momenti altamente simbolici: i parrocchiani hanno formato un grande numero “10”, a rappresentare gli anni di attesa; sono stati deposti dieci mattoni, come auspicio di una ricostruzione imminente; è stato letto un testo collettivo e infine recitata una preghiera condivisa.
Particolarmente toccante anche la presenza delle “cornici vuote”, segno delle opere d’arte oggi non visibili, e l’immagine del celebre coccodrillo impagliato, simbolo del desiderio di ritorno alla “casa” originaria.
«Non è stato solo un evento, ma un gesto di comunità – hanno sottolineato gli organizzatori –. Un gesto semplice, pacifico, ma impossibile da ignorare». Dopo dieci anni dal sisma, la richiesta è chiara: un passo concreto verso la riapertura.
I parrocchiani ribadiscono il loro impegno: «Non chiediamo scorciatoie né facciamo polemiche. Chiediamo di restituire alla città un luogo che è fede, memoria e identità. Continueremo a lavorare insieme alle istituzioni perché questa porta possa finalmente riaprirsi».



nubi sparse (MC)
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