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Cessapalombo, Fernando Maurizi ci racconta la tradizione carbonaia in via di estinzione (FOTO)

Cessapalombo, Fernando Maurizi ci racconta la tradizione carbonaia in via di estinzione (FOTO)

Fernando Maurizi ha 84 anni e dagli anni ’40 produce carbone nella zona di Cessapalombo. La professione del carbonaio sta per scomparire quasi del tutto.

Cessapalombo era un comune famoso per la produzione di carbone, una tradizione che si tramandava da padre in figlio da generazioni.

“A Cessapalombo prima erano tutti carbonai, c’erano poche persone che facevano altri mestieri” ci racconta. “Poi poco a poco i vecchi muoiono ed i giovani non imparano il lavoro. Prima eravamo in trenta o in quaranta a fare questo mestiere, ora siamo rimasti in due e un altro che sta imparando”.

Fernando ha iniziato all’età di 8 anni aiutando suo padre quando tornava da scuola.

 “Al mattino portavo le pecore al pascolo, poi andavo a scuola e al ritorno riprendevo le pecore dalla cima della montagna e quando avevo finito andavo da mio padre sulla macchia ad aiutarlo come c'era bisogno. A volte era necessario rimanere tutta la notte vicino la carbonaia e a 15 anni ho dormito sulla macchia la prima volta

La produzione del carbone richiede dai 7 ai 10 giorni. Si parte dalla macchia, uno spiazzo in mezzo al bosco dove gli alberi sono stati tagliati in modo uniforme e si taglia il legno in pezzi non più lunghi di 80 cm. Oggi il legno viene trasportato con trattori ed altri mezzi, mentre in passato la lavorazione avveniva tutta in loco perché un pezzo di carbone pesa  5 volte di meno rispetto a quando era legno, quindi era più facile da trasportare in sacchi a dorso di mulo.

Il legno viene ammassato in una struttura chiamata “castello” che servirà come supporto per gli altri pezzi di legno. Una volta sistemato si dispongono delle pietre alla base e con delle frasche sempreverdi (oggi si usa la paglia perché facilmente reperibile) si ricopre la struttura di legno, che viene poi ricoperta di terra. La carbonaia così diventa “la ‘ncotta”.

La legna si accende mettendo dei tizzoni ardenti nel camino (o “vuscia”) della ‘ncotta.  Ad intervalli regolari la ‘ncotta si rimbocca, aggiungendo altri tizzoni per evitare si spenga.

La produzione del carbone è un processo che richiede un ambiente anaerobico, ma per gestire la combustione del legno ed evitare che si spenga vengono fatti dei fori detti “tarulitti” da dove esce il fumo, che se è di color turchino significa che la cottura è finita ed il carbone è pronto.

Fernando ha una figlia, Paola, che lo aiuta a fare il carbone. “Lui è un artista nel suo mestiere. Sa esattamente come mettere la legna senza farla cadere, dove e quando fare i fori per non far spegnere o bruciare il legno. Sa riconoscere quando il carbone è pronto dall’odore del fumo”.

Paola poi ci racconta come i clienti arrivino da tutte le Marche per comprare i sacchi del suo carbone. “Abbiamo molti clienti privati, ma anche ristoratori che arrivano e comprano i sacchi come ne hanno bisogno. Alcuni lo rivendono, altre volte ne vendiamo molto quando ci sono delle feste. Vengono anche da Ancona per comprare il carbone da noi”.

“Tanti giovani non apprezzano questo mestiere perché comporta molti sacrifici” ci dice Paola. In questo lavoro non ci sono giorni di festa o vacanze, il carbone ha bisogno di costanti attenzioni”.

Fare il carbonaio non è un mestiere, è un’arte”  - conclude Fernando - . Un’arte che rischia di scomparire dimenticata nel tempo.

(Foto di Lucia Montecchiari) 

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