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Treia ospita Roberto Salbitani: due incontri con il maestro della fotografia italiana

treia- salbitani- fotografo

Ci sono fotografi che attraversano il tempo senza cercare clamore, affidando alle immagini una voce più tenace di qualsiasi dichiarazione. Roberto Salbitani appartiene a questa rara famiglia di autori: maestro appartato della fotografia italiana, ha costruito nel corso dei decenni un’opera intensa, libera, profondamente riconoscibile, capace di interrogare il paesaggio non come semplice scenario, ma come luogo mentale, memoria, frammento, apparizione.

A questo universo visivo Treia dedica due appuntamenti speciali, sabato 13 e domenica 14 giugno, in un progetto ideato e voluto dal Fotoclub Il Mulino Treia, facilitato dal fotografo treiese Fernando Palmieri, allievo e amico di vecchia data di Salbitani, con il patrocinio del Comune di Treia e del Centro Studi “Carlo Balelli”per la Storia della Fotografia. 

Il programma si apre sabato 13 giugno alle 17.30 nell’Aula Multimediale con la presentazione del volume "Echi di strade perdute", pubblicato da Electa. Domenica 14 giugno, alle ore 10, l’appuntamento prosegue a Villa La Quiete con una lettura portfolio: un’occasione preziosa per avvicinare non solo l’opera di un grande autore, ma anche il suo modo di guardare, lento, rigoroso, mai accomodante.

Dopo anni di riservatezza, Salbitani torna infatti al centro dell’attenzione con un libro importante e una mostra che riunisce immagini in bianco e nero, molte delle quali inedite, dedicate al paesaggio urbano e ai suoi margini. Non la città monumentale, non la veduta composta, ma l’organismo inquieto delle strade, delle periferie, delle soglie tra metropoli e campagna. È lì che il fotografo cerca i segni del nostro abitare: manifesti, vetrine, vetri, specchi retrovisori, frammenti di muri, ostacoli che interrompono la visione e costringono lo sguardo a ricominciare. 

Fin dagli anni Settanta, con La città invasa, Salbitani ha contribuito a rinnovare profondamente l’idea di paesaggio nella fotografia italiana. Il suo non è mai stato un paesaggio da contemplare, ma da attraversare. Le sue “strade perdute” non sono semplicemente scomparse, né sono oggetto di un nostalgico rimpianto. Sono percorsi interiori, deviazioni, apparizioni laterali: luoghi in cui l’immagine nasce dall’attrito sottile tra realtà e visione, tra documento e poesia.

A colpire è proprio questa doppia natura del suo lavoro. Non a caso, accanto alle stampe, il mondo di Salbitani è fatto anche di taccuini, appunti, diari: tracce di un pensiero che non separa mai lo sguardo dalla parola.

 

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